Dall’altra parte del cult – Intervista a Enzo G. Castellari
La foto con dedica di Tarantino esprime perfettamente quella che è la lunga carriera di Enzo Castellari: pioniere di molti generi cinematografici tipicamente italiani come lo spaghetti-western e il poliziottesco, spesso in conflitto con una critica cinematografica italiana perennemente in ritardo sui tempi, Castellari (classe 1938) ha influenzato il cinema italiano (e non solo) più di quanto gli sia stato riconosciuto. L’esempio di Bastardi senza gloria, remake del suo Quel maledetto treno blindato, è emblematico.
K: Enzo Castellari, parliamo del tuo inizio nel mondo del cinema. Prima di divenire regista sei stato attore, assistente alla produzione, aiuto regista, coordinatore degli stuntman e sceneggiatore. Ci racconti com’è avvenuto il tuo esordio?
EGC: …anche montatore, architetto-scenografo, direttore doppiaggio, creatore trailers… il mio esordio? Bè, avendo un padre che faceva il regista e il produttore, ammetto che è stato piuttosto facile. Non c’è molto da raccontare!
K: Il tuo nome è legato soprattutto a due generi tipicamente italiani: gli “spaghetti-western” e i “poliziotteschi”. Partiamo dai western: la stessa definizione di “spaghetti-western” contiene una punta di disprezzo, che io personalmente non condivido. Qual’è la tua opinione su questo genere?
EGC: Dico solo questo: noi abbiamo creato un nuovo genere, ispirandoci, per certe cose, ai western americani; poi, visto il successo di portata mondiale dei nostri film, gli americani si sono messi a copiare noi. Credo sia sufficiente dire questo…
K: I “poliziotteschi” hanno diviso la critica; c’è chi li considera semplicemente degli Z-movies, chi li vede come una critica sociale. Tu ne hai diretti molti: Il grande racket, Il cittadino si ribella; alcuni hanno fatto la storia del genere. Come giudichi quella corrente e quel periodo, a distanza di trent’anni?
EGC: Il primo poliziesco, dopo quello di Steno, è stato il mio La polizia incrimina, la legge assolve, che è diventato subito, visto l’enorme successo, il film da imitare per tutti, e subito sono nati migliaia di “poliziotteschi”. In America il titolo è stato tradotto come High crime ed è stato un grande successo. Poi è venuto Il cittadino si ribella, altro successo in USA; tra l’altro, è stato ripreso e imitato con la serie di film sul Giustiziere della notte con Charles Bronson…erano film che piacevano molto perchè rispecchiavano i tempi, checchè se ne dicesse molti spettatori si rispecchiavano in quelle storie; questo era il segreto del loro successo.
K: Parliamo del tuo film più celebre, Quel maledetto treno blindato. Ti saresti mai aspettato che un regista come Tarantino prendesse alcuni spunti da quella pellicola per il suo Inglorious Basterds, in cui tu stesso appari in un cameo? Come ti ha contattato Tarantino?
EGC: Ti devo correggere: non è stato un film celebre, almeno alla sua uscita; lo è diventato dopo quel che ha fatto Tarantino. Tra i milioni di film fatti, dai fratelli Lumiere a noi, il genio di Quentin ne ha scelto uno per un remake, e casualmente è stato proprio il mio. Il titolo originale, con cui era uscito in tutto il mondo, era appunto Inglorious Bastards, Bastardi senza gloria. In Italia i distributori avevano un modo di vedere le cose piuttosto ristretto e miope e allora decisero di cambiare il titolo in Quel maledetto treno blindato. Tarantino lo aveva visto a Los Angeles da ragazzo e per lui e i suoi amici è rimasto un cult. Fu il suo avvocato a fare da tramite: mi contattò, e io e Quentin ci mettemmo d’accordo per girare il remake.
K: E’ paradossale il fatto che quel tuo film sia stato snobbato dalla critica per trent’anni salvo essere recuperato quando un regista americano l’ha riportato in auge. La critica italiana, a tuo parere, è malata di esterofilia?
EGC: La critica italiana è malata e basta!
K: Parlando con un tuo collega come Ruggero Deodato, altra colonna del “cinema di genere italiano”, constatava come “purtroppo i produttori di talento italiani siano spariti, e i giovani talentuosi registi si cimentino in commediole mediocri”. Condividi questo pessimismo sul cinema italiano odierno?
EGC: Certo che concordo con lui! I grandi produttori non ci sono più. Oggi i ragazzi giocano con la telecamera, con il telefonino, e pensano di diventare tutti registi in questo modo, ma gli manca una cosa fondamentale, e cioè la gavetta fatta e la frequentazione dei set dei veri registi, che per noi era la prassi. Senza queste cose la vedo dura.
K: Quali consigli possiamo dare a un giovane regista esordiente? E chi sono i talenti migliori del cinema esordiente italiano?
EGC: Ammetto di non seguire il cinema italiano ormai da molti anni. Non ne conosco nessuno. Il consiglio che darei è quello di studiare il più possibile, ma c’è un problema: dove studiare? Al momento, tutte le scuole di cinema sono gestite da gente che il cinema vero e proprio non lo ha mai fatto, è assurdo! A questo punto dico: se ne hai la possibilità, frequenta come “volontario” il set di qualche regista professionista. Ma anche qui sorge un problema: quale professionista? E’ un circolo vizioso, purtroppo.
K: Nel 2009 sei tornato al cinema con Caribbean Basterds. In un’intervista hai dichiarato di voler dirigere un western-horror. A 15 anni da Jonathan degli orsi, è l’inizio di un nuovo ciclo?
EGC: Ho deciso di non parlare più dei miei nuovi progetti, porta sfiga!
K: Quale potrebbe essere il futuro del cosiddetto “cinema di genere”?
EGC: Ti rispondo con una domanda: ce n’è ancora, di cinema di genere?
K: Vuoi fare un saluto e una dedica a noi cinefili recensori da strapazzo?
EGC: Certo! Fare il recensore implica tanta, tanta, tanta esperienza e “conoscenza”…spero vi capiti di conoscere qualche attore e legarvi a loro per un buon progetto, e poi…chi può dire come andrà a finire? Auguri infiniti a voi!
Auguri che ricambiamo più che volentieri, sperando di non aver portato sfiga a Enzo chiedendogli dei suoi nuovi progetti!
Krocodylus
Dracula 3D
[Krocodylus, Nehovistecose]
Di: Dario Argento
Con: Thomas Kretschmann, Asia Argento, Rutger Hauer
Prima di cominciare la mattanza, vi offriamo ben tre curiosità su Dracula 3D: 1) E’ stato girato in parte nel biellese, zona dove alcuni di noi sono cresciuti; hanno fatto un casino assurdo per delle settimane e poi le parti migliori del paesaggio le hanno ricostruite in digitale! 2) Uno degli sceneggiatori (ben quattro!) è Enrique Cerezo, produttore e presidente dell’Atletico Madrid, che per questo meriterebbe la retrocessione a tavolino. 3) Durante le riprese Rutger Hauer, in giro di notte, si è spianato contro una pianta con la sua auto richiedendo l’intervento delle forze dell’ordine…ok, passiamo alla recensione. Dracula 3D è stato diretto da un omonimo di Dario Argento. No, non è lui: mi rifiuto di pensare che il regista di Profondo rosso sia responsabile di questo pattume. La trama riprende vagamente il libro di Stoker: vagamente perchè cambia arbitrariamente un sacco di cose, incluso il finale. Jonathan Harker è qui un tizio che viene ingaggiato dal Conte Dracula per riordinargli la biblioteca. L’ingenuo Harker pensa bene di invitare anche la sua ragazza, Mina, amica d’infanzia di una paesana (“interpretata” da Asia Argento). Accortasi che qualcosa non va, la ragazza decide di allearsi con Abraham Van Helsing (Rutger Hauer) per combattere la minaccia del vampiro, prima spalleggiata e poi tradita dagli omertosi capi-villaggio. Il Conte rapisce Mina perchè gli ricorda la sua ex-moglie e vuole tipo farla sua sposa per rivivere l’antico amore, non lo so, la sceneggiatura ha qualche buco, ma l’intervento risolutivo di Van Helsing manderà all’aria i suoi turpi piani e il cacciatore di vampiri potrà allontanarsi con la ragazza. Secondo me dopo scoppia la passione tra il vecchio Hauer e Mina, ma vabbè, questa è solo una mia impressione. Fine.
La prima domanda è: c’era proprio bisogno dell’ennesima rilettura di Dracula? Lo abbiamo già visto in tutte le salse (pure horror-fantascientifica!), siamo nel periodo peggiore dei vampiri su grande schermo a causa di quella diarrea che è la saga di Twilight, che bisogno c’era di tentare il capolavoro proprio con questa storia? Ma è Dario Argento, un grande regista, direte voi, ne verrà fuori un capolavoro. Eh, magari. Il film è orrendo, diciamolo subito: brutto, mal girato, fotografato con i piedi e sceneggiato peggio; sapere che si son messi in quattro a scrivere questa roba, inclusi Argento e il presidente dell’Atletico, è preoccupante. L’interesse per i personaggi veleggia per tutto il film sullo zero assoluto: tutte le versioni precedenti del romanzo di Stoker avevano la particolarità di offrire un cattivo di spessore (Bela Lugosi, Christopher Lee, Gary Oldman) e un buono di altrettanto spessore (Edward Van Sloan, Peter Cushing, Anthony Hopkins); qui i personaggi sono stupidi, inverosimili e poco interessanti. Il conte Dracula, interpretato da Kretschmann e spaventosamente simile al Governatore della serie tv The Walking Dead, è per tutto il film uno stronzo assassino, ma negli ultimi cinque minuti si cerca di dargli un’aria di tragedia e melodramma completamente fuori luogo e forzata, come se di colpo Argento si fosse reso conto del tedio generato dal personaggio e avesse tentato disperatamente di dargli una statura tragica. Van Helsing…bisogna dire che Rutger Hauer, rispetto al resto del cast, sembra Peter Ustinov; ma è proprio il personaggio ad essere assurdo: ex direttore di un manicomio, si presenta nel cuore della notte a casa di Mina, è un vecchio pieno di acciacchi ma all’occorrenza uccide vampiri con una disinvoltura assurda e, una volta morto Dracula, si lascia andare a fregnacce indegne sul fuoco e sulla passione e altre amenità di questo genere. C’è anche il dandy che interpreta Harker che sembra Al Bano prima maniera, ma stendiamo un velo pietoso. Questo per quanto riguarda il reparto maschile, chè le donzelle meritano un discorso a parte.
La prima a comparire è Miriam Giovanelli: interpreta la contadina Tanya, niente da dire, il personaggio è una bagascia maggiorata in stato di ipnosi e lei la interpreta benissimo; i primi piani delle sue tette rappresentano il settanta per cento dell’interesse attorno al film (guardate qui che popò di talento). Mina (Marta Gastini) è anche lei un’attrice non del tutto incapace prigioniera di un personaggio senza senso. E poi c’è lei, Asia Argento, imbarazzante a vedersi e sentirsi, la prova vivente che nepotismo e meritocrazia non possono viaggiare sullo stesso binario. In Land of the dead di Romero l’avevamo anche apprezzata: qui si è imbruttita, il padre le fa dire un mucchio di cazzate nei dialoghi e, soprattutto, si doppia da sè. Non sappiamo che cosa le abbia procurato quella pronuncia, ma ogni volta che appariva in scena ci sembrava di sentir parlare una badante serba, o una di quelle signore che in stazione a Torino ti chiedono dei soldi; oltre a mangiarsi le parole, la povera Asia recita peggio di Alberto Tomba in Alex l’ariete.
Ultime note: musica ed effetti speciali. La musica è di Claudio Simonetti: non è male, ma è spaventosamente fuori luogo: il tema principale è copiato dai film americani di fantascienza anni cinquanta, e la canzone finale (Kiss me, Dracula) starebbe meglio in un concerto metal-tamarro piuttosto che in un film dell’orrore. Anche gli effetti speciali sono di un veterano, Sergio Stivaletti. Anche in questo caso, viene da pensare a uno straordinario caso di omonimia: com’è possibile che il maestro italiano degli effettacci splatter si riduca così? I paesaggi sono ricostruiti con una grafica digitale micragnosa e inverosimile, idem per gli animali, e persino il poco splatter è realizzato con qualche programma di grafica particolarmente scadente; ma poi, chi è l’addetto al suono? Perchè i lupi feroci fanno il rumore di un trattore? Piange il cuore a dover recensire un film di Dario Argento su questo blog; ma se questo è il futuro dell’horror italiano, si capisce perchè molti preferiscono rifugiarsi in un più glorioso passato.
Produzione: ITA (2012)
Scena madre: la mantide. Non l’abbiamo nominata prima, è già entrata nel mito; una scena assurdamente sconclusionata e realizzata in una CGI che…no, non spoileriamo. Dovete vedervela!
Punto di forza: Miriam Giovanelli. Sul serio, la ragazza ha del talento, almeno una quarta coppa D di talento. Teniamola d’occhio. E poi i paesaggi biellesi, quando non sono ricostruiti al computer.
Punto debole: tra i tanti, Asia Argento. Ma Dario ha qualche conto in sospeso con la figlia? In un’ora scarsa la fa spogliare, palpeggiare da Dracula, mordere, uccidere e bruciare da Van Helsing. Le loro beghe familiari ci interessano relativamente, ma deve proprio inserirla in ogni film e trattarla malissimo?
Potresti apprezzare anche…: Van Helsing Dracula’s revenge. Se invece volete scoprire com’era Dario Argento, guardatevi i suoi primi film.
Come trovarlo: praticamente ignorato nelle sale (chiediamoci perchè), è stato editato in DVD e Blu-ray.
Un piccolo assaggio: (questo trailer è stato rilasciato con largo anticipo, e gli effetti speciali non erano ancora quelli definitivi. Ma non c’è molta differenza…)
Dall’altra parte del cult – Interview with Eric Forsberg
Eric Forsberg, director of Megapiranha and Alien abduction, speaks with us about his work, his movies and the Asylum!
K: Hi Eric! You are a writer and a director. Can you tell us how did you commence your adventure in the world of cinema?
EF: I used to make super 8mm movies when I was a kid. Mostly they were little horror films or action movies that I made with my friends. That’s how it started. Then when I was in college I made a film with my friend called It took guts, about a man who eats himself on a hillside. Well, it became a punk-rock cult film and toured the world with a rock group called the mad. After that I always wanted to make movies as my ultimate career. I worked as a writer and director for the stage in Chicago for over a decade learning how to put on a show, then in 1997 I came to Los Angeles and in 2002 I hooked up with the Asylum. I have made more than a dozen movies since.
K: In 2005 you directed Alien abduction, one of the first Asylum movies. Now you’re one of their best writers and directors. How’s the work with The Asylum?
EF: I love working for The Asylum! They offer a lot of up and coming directors their first shot at the big screen (or at least the flat screen). The producers at the Asylum like what I like a lot of the time: epics, Greek myths, hero myths, ancient Nordic tales, huge science fiction epics, and really fun way-out horror. The budgets are not as high as I would like, and the time frame is often rushed, but there is always a movie to be made with them, so I am a loyal writer and director in their stable of talented people.
K: Your most famous movie is probably Megapiranha. What can you tell us about this movie?
EF: Megapiranha was a blast to make. We shot a lot of it in Belize, in the jungles and also in Belize City which is a very colorful place, although it is also extremely poor. The reefs down there are amazing, and we shot for an entire day underwater. Megapiranha is probably my most successful film, but it is also one of my favorites. The fun we had making it is reflected in how fun and light hearted it is to watch.
K: You are both a director and a writer. Which of the two parts is the most difficult? Write a movie without directing it, or direct a film without writing it?
EF: I love both writing and directing. But if I had to compare the two I would have to say that I am a writer in my heart, I cannot help it, it is what I have always done, whether it is poetry or scripts or novels or essays or journal. But I love directing more than any other job. So that is the career choice that I work towards most, even though I cannot help but writer. Writers write. They write all of the time, even on the edges of napkins at a restaurant. If a person wants to know if they are a writer, they need only look at how much they write things down, thoughts, plots, ideas, verse, and their experiences. The combination of writing and directing is a most amazing one because it creates worlds. That is why I like to do both.
K: I read on your biography on Internet that you are a theater director too; which of the two, theater and cinema, is the most suitable to represent the real life?
EF: There is a huge difference between theater and cinema. Plays are based on words, language, it communicates through speaking in real time. Film is a visual form of communication, and it uses pictures and action in distorted time. I have directed some movies like plays, which is not so good, and some plays like movies, which is great.
K: Some of the Asylum movies are called “mockbusters”, but Megapiranha is surely more famous than Piranha 3D. Could we finally silence the critics with this fact?
EF: When Megapiranha came out back in 2010 there were a lot of critics who compared it nose to nose with Piranha 3D – and the general opinion was that Mega Piranha was more fun, more creative, more groundbreaking, and over all a less predictable, more courageous film than Piranha 3D. Sorry Alexandre Aja.
K: Do you have some models, some favourite director of the past? And which advices would you give to a young up and coming director?
EF: I have always loved movies. My favorite films from my youth are The Godfather (I & II combined), a Clockwork Orange, The Good the Bad and the Ugly, Cabaret, Schindler’s List, Braveheart, Satyricon, Seven Samurai, and Fantasia. My favorite horror movies are Jacobs Ladder, Aliens, the Exorcist, The Tenant, and Attack of the Mushroom People. Some of my favorite films of the last two decades are, Gladiator, Star Trek, Syriana, Sweeny Todd, and Sideways. As for advice for a new young filmmaker: make movies. Just make a lot of movies with your friends and learn how to entertain and how to tell a story. And writer plays for the stage and direct them with actual actors so you can learn how to shape a performance and how to let go and inspire them so they can do their best. Never let yourself become mundane or give up your dreams. If you are called to be an artist then you must answer the call in some way. It is your solemn duty to the universe.
K: Do you have some future projects? Some other movies with the Asylum? We love’em!
EF: Yes – there are always projects in the works – and some really good ones this time. But I will let The Asylum and the other companies that I write and direct for announce the titles. And I hope that you all like them. It is an exciting business.
K: Thank you, Eric, I finished with a question: can you wrote a dedication for the readers of Cinewalkofshame? We liked your movies, it’s a pity that the Italian distribution blocks many movies from other countries…
EF: Yes – to the readers of Cinewalkofshame, keep on watching movies, support the arts, support them at the lowest levels from the things that your friends do all the way to the highest levels of commercial in the theaters on television (or on your computer screen). Keep on doing what you do best and what makes you happy. And keep on reading Cinewalkofshame.
Thank you Eric!
Krocodylus
Dall’altra parte del cult – Intervista a Eric Forsberg
Eric Forsberg, regista di film come Megapiranha e Alien abduction, uno dei principali registi della Asylum, ci racconta le sue idee sul cinema in questa chiacchierata. Idolo! (Qui la versione originale in inglese)
K: Ciao Eric, e grazie per essere qui! Sei un regista e uno scrittore di film. Ci racconti come ha avuto inizio la tua avventura nel mondo del cinema?
EF: Quando ero piccolo, giravo filmini in super-8. La maggior parte erano piccoli film horror, o d’azione, che giravo con i miei amici; è così che ho cominciato. Poi, quando ero al college, ho realizzato un film con un mio amico, intitolato It took guts, che parlava di un uomo che mangia sè stesso in cima a una collina. Bè, divenne un cult punk-rock e girò il mondo. Dopo quello ho sempre voluto fare film e fare carriera in questo. Ho lavorato come scrittore e regista a Chicago per più di un decennio, imparando come si mette su uno spettacolo, poi nel 1997 sono andato a Los Angeles e nel 2002 mi sono accasato alla Asylum. Da allora ho fatto oltre una dozzina di film.
K: Nel 2005 hai diretto Alien abduction, uno dei primi film Asylum. Ora sei uno dei loro registi e scrittori di punta. Com’è lavorare con la Asylum?
EF: Adoro lavorare con la Asylum! Sono capaci di offrire ai registi emergenti la loro prima esperienza sul grande schermo (o almeno sullo schermo piatto) (inteso come TV, n.d.a.). Molto spesso i gusti miei e dei produttori della Asylum coincidono: film epici, storie di eroi, antichi racconti nordici, fantascienza epica e film horror un pò eccentrici. Il budget non è mai così alto come vorrei, e spesso i ritmi sono accelerati, ma c’è sempre qualche film da fare con loro, per questo mi ritengo un fedele scrittore e regista nel loro gruppo di talenti.
K: Il tuo film più famoso è probabilmente Megapiranha. Cosa ci racconti di questa pellicola?
EF: Realizzare Megapiranha è stato…bè, esplosivo. Ne abbiamo girato buona parte nel Belize, sia nella giungla che a Belize City, che è un posto molto colorato, ma anche estremamente povero. Le barriere coralline in quei luoghi sono incredibili, abbiamo girato per un giorno intero sott’acqua. Megapiranha è probabilmente il mio film di maggior successo, e anche uno dei miei preferiti. Il divertimento che ci abbiamo messo per progettarlo si riflette nel divertimento e nella goliardia provati nel guardarlo.
K: Sei allo stesso tempo un regista e uno scrittore: che cosa è più difficile, scrivere un film senza necessariamente dirigerlo, o viceversa?
EF: Amo entrambe le cose, ma se devo compararle, devo dire che nel profondo del mio cuore sono uno scrittore, non posso farne a meno, è quel che ho sempre fatto, che si trattasse di poesie, o di uno script, o di romanzi o articoli di giornale. Ma allo stesso tempo adoro dirigere più di ogni altro lavoro, così ho scelto la carriera che ci si avvicina di più, anche se, ripeto, non posso fare a meno di scrivere. Gli scrittori scrivono, scrivono tutto il tempo, anche sui bordi dei tovaglioli al ristorante. Se una persona vuole sapere se è uno scrittore deve solo guardare quanto scrive le sue idee, i pensieri, le trame, i versi e le esperienze. La combinazione di scrivere e dirigere è ancora meglio, perchè si possono creare interi mondi. Per questo mi piacciono moltissimo entrambi.
K: Ho letto nella tua biografia online che sei un regista sia di teatro che di cinema; quale dei due, secondo te, è più adatto a rappresentare la realtà?
EF: C’è una differenza enorme tra cinema e teatro. Gli spettacoli teatrali sono basati sulle parole, sul linguaggio, comunicano attraverso il dialogo in tempo reale. Il cinema è una forma di comunicazione visiva, che usa immagini e azioni distorte, in differita. Ho diretto dei film come spettacoli teatrali, che non è granchè, e degli spettacoli teatrali come film, che è grandioso.
K: Alcuni film della Asylum sono chiamati “mockbusters”; però, ad esempio, Megapiranha è decisamente più famoso di Piranha 3D. Possiamo finalmente zittire i critici con questa constatazione?
EF: Quando nel 2010 Megapiranha è uscito al cinema c’erano un sacco di critici che lo comparavano pezzo per pezzo con Piranha 3D, e l’opinione generale era che Megapiranha fosse più divertente, più creativo, innovativo e un pò meno prevedibile, insomma un film più coraggioso di Piranha 3D…mi dispiace, Alexandre Aja.
K: Hai qualche modello, qualche regista preferito del passato? E quali consigli daresti a un giovane regista esordiente?
EF: Ho sempre amato i film. I preferiti della mia giovinezza sono Il padrino (parte I e II), Arancia meccanica, Il buono il brutto e il cattivo, Cabaret, Schindler’s list, Braveheart, Satyricon di Fellini, I 7 Samurai e Fantasia. I miei film horror preferiti sono Allucinazione perversa, Aliens, L’esorcista, L’inquilino del terzo piano, Matango il mostro. Alcuni dei miei preferiti degli ultimi due decenni sono Il gladiatore, Syriana, Star Trek, Sweeney Todd e Sideways. Come consiglio a un regista esordiente dico: fai film. Fai un mucchio di film con i tuoi amici e impara come intrattenere e raccontare una storia. Scrivi spettacoli e dirigili con attori reali così puoi imparare come gestire una performance e come lasciarli fare o ispirarli perchè possano fare del loro meglio. Non lasciarti diventare banale e non rinunciare ai tuoi sogni. Se sei chiamato a essere un’artista dovresti sentirne la chiamata, in qualche modo. E’ un tuo dovere solenne nei confronti di tutti.
K: Hai qualche progetto per il futuro? Qualche altro film con la Asylum, magari? Li adoriamo!
EF: Certo, ci sono sempre progetti su cui lavorare, e alcuni sono davvero buoni. Ma lascerò che la Asylum e le altre compagnie per cui scrivo e dirigo annuncino i titoli prima di parlarne, e spero vi piacciono. E’ un ambiente esaltante.
K: Grazie Eric! Finisco con una richiesta: puoi scrivere una dedica per i nostri lettori della CineWalkOfShame? Ci piacciono i tuoi film, è un peccato che la distribuzione italiana blocchi molte pellicole da altri paesi…
EF: A tutti voi lettori della CWOS, continuate a guardare film, supportate l’arte, supportatela anche ai suoi livelli più bassi, dalle cose che fanno i vostri amici, fino ai più alti livelli commerciali a teatro e in televisione (o sui vostri schermi dei PC). Continuate a fare quel che sapete fare meglio e quel che vi fa felici. Ah, e continuate a leggere la CineWalkOfShame! Grazie e alla prossima!
Grazie a te, Eric! Al prossimo film!
Krocodylus (un grazie a Rita per l’aiuto nella traduzione!)
Mirai ninja – Cyber ninja
[Krocodylus, Gatoroid]
Di: Keita Amemiya
Con: Hanbei Kawai, Hiroki Ida, Eri Morishita
La vita è fatta di colpi di fortuna: c’è chi si fidanza con la ragazza bruttina della scuola, per poi vederla crescere come una top-model. C’è chi paga le cure di un ragazzino che gioca al pallone, e qualche anno dopo lo ritrova come miglior calciatore del mondo. E poi ci sono quelli che cercano un modesto filmetto per una serata a patatine e sigarette e si ritrovano tra le mani un capolavoro action-trash condito con ninja e cyborg. Siamo nel 1988 (solo gli anni ottanta potevano aver partorito questa roba, in effetti), e il regista Amemiya ha la bizzarra e geniale idea di mischiare il genere ninja con la fantascienza filosofica. C’è da dire che il budget doveva essere ragguardevole; alcune scene tradiscono una disponibilità economica non comune. Amemiya però non si perde d’animo, e parte in quarta con una battaglia iniziale memorabile: ninja-robot brutti come i debiti che potrebbero uccidere semplicemente sparando affrontano orde di combattenti disperati a pugni e calci nel culo. Avuta la meglio, grazie anche a potenti e ingombranti mezzi meccanici appiccicati sulla pellicola, lasciano spazio alla triste storia di due fratelli caduti in battaglia. Li ritroviamo anni dopo, uno giovane e in cerca di gloria che si arruola per salvare la principessa rapita dai mecha-ninja e l’altro mascherato, senza memoria e in cerca della sua anima (non s’è capito bene perchè, la sceneggiatura presenta lacune vistosissime). I due fratelli, ignari delle rispettive identità, si ritrovano insieme a un ninja burino (e dotato di una discreta trippetta) a combattere i cattivi, che sono (dal più mezza pippa in su): i cenciosi e bruttissimi ninja meccanici, un tipo che uccide coi capelli, un disgraziato con la faccia pitturata di blu che sembra il Grande Puffo e il boss finale, che è un sosia di Gene Simmons dei Kiss senza trucco. La battaglia sarà epica e senza esclusione di colpi: nel duello finale, Gene Simmons infonde la sua essenza nel cadavere di capelli-assassini (come sopra: non si capisce perchè, ma è trashissimo) e affronta i due superstiti (il fratello minore è morto combattendo). Proprio mentre l’esercito dei buoni distrugge la fortezza del malvagio con due-tre colpi di cannone vigorosamente disegnati con dei pennarelli direttamente sui fotogrammi, la principessa, il burino e il fratello mascherato se ne vanno su un catamarano volante in fiamme, chiudendo in bellezza una pellicola sensazionale.
La prima cosa a saltare all’occhio è la durata: settantadue minuti. Il regista non si perde in scene-riempitivo, e infatti il film è davvero godibile e divertente. Alcune trovate, nella loro carica trash, hanno un che di meraviglioso: si pensi al cyborg ninja che ricarica le batterie dormendo tipo cellulare Nokia, alle rivoluzionarie armi dei protagonisti (tra cui spicca una assurda spada-fucile che si ricarica come una doppietta), al capo dei malvagi che appare in videoconferenza insultando i suoi sottoposti e facendo smorfie. Non ci si annoia veramente mai, a un certo punto si fa davvero il tifo per i protagonisti. Le scene esilaranti sono pressochè infinite: citiamo, tanto per fare un esempio, il reclutamento dei soldati da parte dei ninja burino, che seleziona quelli che urlano di più in base a degli ideogrammi comparsi sui loro apparecchi acustici. Immancabili gli stereotipi dell’action movie nipponico, come il rapporto tra fratelli, il guerriero in cerca di un’anima e personaggi come il vecchio saggio con barba e codino, che a occhio e croce sembra una maschera di gomma. Altra peculiarità di questo film sono le locations: i paesaggi sono davvero belli, ma evidentemente non bastavano ad Amemiya. Che fare? Il regista (colpo di genio) ha deciso di usare dei disegni a pastello, di fattura assai pregevole ma del tutto fuori contesto, per rappresentare sfondi che avrebbe potuto riprendere in qualsiasi foresta! Completano il tutto gli edifici, che sembrano orologi a cucù, con l’eccezione della casa su ruote della principessa, molto simile a quelle roulotte che girano per le fiere estive smontando e rimontando giostre.
Un ulteriore compendio di tanta bella roba sarebbe impossibile: settantadue minuti di pura esaltazione per un cult incredibilmente semi-sconosciuto e che meriterebbe maggiore visibilità. In assoluto uno dei migliori ninja-trash mai visti, giustamente premiato dai sottoscritti con il massimo dei voti!
Produzione: Giappone (1988)
Scena madre: una scelta davvero ardua, perchè, lo ripetiamo, il film non ha quasi mai cadute di stile. Scegliamo, per affezione, i dieci minuti della battaglia iniziale, il miglior biglietto da visita possibile.
Punto di forza: soprattutto la durata: niente lungaggini, solo botte da orbi!
Punto debole: a voler essere pignoli, le scene non d’azione sono un pò statiche. Ma che importa? Sono pochissime!
Potresti apprezzare anche…: The Shaolin Invincible Sticks.
Come trovarlo: solito tasto dolente. In italiano non è mai stato tradotto. Lo si trova in lingua originale, al più sottotitolato in inglese.
Un piccolo assaggio: (eccolo sottotitolato in inglese, la comprensione non è particolarmente difficile)
Resident evil 5 – Retribution
[Krocodylus, Nehovistecose]
Di: Paul W.S. Anderson
Con: Milla Jovovich, Michelle Rodriguez, Sienna Guillory
E’ davvero stupefacente vedere come, in queste pellicole moderne, tutto, attori compresi, sia realizzato in digitale. Come dite? Gli attori erano veri? Non ce ne siamo accorti. Sbaglia chi dice che i film della saga Resident Evil (e questo in particolare) siano ispirati ai videogiochi; questi sono dei videogiochi, e anche di pregevole fattura, al punto che lo staff aveva la tentazione di controllare la memory card di tanto in tanto. Paul Anderson abbandona completamente il tentativo (peraltro fallito nelle pellicole precedenti) di inventarsi una trama decente per la sua saga zombie, e si lascia andare a un divertimento assoluto e senza senso che si attenuerà solo negli ultimi quindici minuti, citando e copiando a man bassa il mondo dei videogame e della cinematografia. I primi, spettacolari dieci minuti vedono Alice, protagonista della saga, riassumere i precedenti episodi un tanto al chilo, creando evidenti lacune di sceneggiatura (che fine hanno fatto il tipo di Prison Break e sua sorella, presenti alla fine del quarto capitolo?). I titoli di testa sono presentati con un pregevole effetto rewind, plagiato dal trailer di Dead Island. Segue una scena surreale di dieci minuti buoni in cui lei si vede sposata con una figlia in una ridente cittadina attaccata dagli zombi. Ma Anderson sa che non è questo ciò che vogliamo, e ci riporta alla realtà con una bella base sotterranea in Russia piena di zombi. Si scopre che la Umbrella Corporation ha costruito questo mega impianto per collaudare i virus e ricreare le città e vendere i virus come arma e insomma altri pretesti idioti per un pò di azione. Per cinquanta minuti buoni assistiamo a un crescendo di assurdità: inseguimenti con gli zombi vestiti da soldati sovietici che guidano moto e camion, calci in faccia, cloni dei protagonisti, scolarette giapponesi che si trasformano in mostri, insomma l’intero campionario digitale della saga Resident Evil. Anderson sfiora la blasfemia assoluta inventandosi il personaggio di Becky, la bambina sorda figlia del clone di Alice che viene trovata dall’Alice originale e instaura con lei un rapporto copiato da Aliens – Scontro finale; in una scena Alice arriva addirittura a salvarla da un uovo di mostro, concetto del tutto estraneo alle creature di Resident Evil ma tanto utile per plagiare ulteriormente il capolavoro di James Cameron. Gli ultimi venti minuti perdono un pò di freschezza: c’è la rediviva Michelle Rodriguez che si trasforma in una specie di super-donna invincibile e ammazza due-tre amici di Alice prima di venire gettata nell’acqua gelida e divorata dagli zombi. La scena finale, però, risolleva la portata trash del prodotto, con una città murata, ultimo avamposto della razza umana, assediata da milioni e milioni di creature (compaiono anche alcuni draghi, così a muzzo). Ah, la razza umana è simboleggiata da un mutante e due cloni, giusto per farsi due risate.
Che s’è fumato Anderson? Ok, nessuno dei film di Resident Evil va oltre la mediocrità, ma qui si esagera. La grafica: seriamente, non si capisce che cosa sia reale e che cosa sia ricostruito. Il personaggio di Albert Wesker sembra perennemente fatto in digitale, noi abbiamo giocato a Resident Evil 4 e vi assicuriamo che nel videogame era più nitido e dettagliato. Ma questo Retribution è comunque una gioia per gli occhi: chi non ha mai sognato di vedere dei soldati sovietici zombi armeggiare con motoseghe e camion lanciarazzi? Chi non ha mai voluto vedere un’orda di creature del tutto casuali assediare la razza umana? Ecco, questo film ve lo permette. La trama conta meno di zero, così come i personaggi: l’importante è esaltarsi alle loro imprese. Le coreografie, peraltro, sono estremamente curate, così come la spettacolarità delle scene apocalittiche. Il combattimento finale regala una (in)volontaria citazione del film Riki Oh, quando il clone cattivo di Michelle Rodriguez picchia i protagonisti: le immagini delle ossa che si spezzano non potranno non ricordare il capolavoro orientale. Le tamarrate non si contano e sono sempre a livelli altissimi: ampio abuso del ralenti, armi con il cheat colpi infiniti, dialoghi burini, l’amico figo che muore da eroe, e quei vessilli sovietici che faranno impazzire gli adoratori dell’horror bellico; sottolineiamo il fatto che la Umbrella Corporation è tutta fissata coi simboli, tanto da averli ridipinti ovunque, però non ha avuto il cuore di togliere gli stemmi sovietici, o forse era solo per rimarcare agli spettatori l’ambientazione geografica. In definitiva, che ci crediate o no, è un film piacevole: l’ideale per esaltarsi con un pò di azione inverosimile, CG nemmeno troppo sforzata e ricordi di videogiocate adolescenziali.
Produzione: USA (2012)
Scena madre: durante il combattimento con Jill Valentine, Alice risolve la questione togliendole con pochi sforzi il congegno che la controllava. Tutto qui? Bastava questo per evitarsi tutto il film? Non poteva pensarci prima?
Punto di forza: le tutine aderenti di Milla Jovovich (che è pettinata come Andrea Pirlo), la breve durata, il variopinto campionario di mostri.
Punto debole: ce ne sono parecchi, ma soprattutto c’è lei: la bambina che impersona l’intelligenza artificiale. E’ irritante!
Potresti apprezzare anche…: i precedenti capitoli della serie. Ma anche i videogiochi, che sono meglio sceneggiati!
Come trovarlo: in qualunque formato, in qualunque lingua. E’ questo il bello del recensire film famosi!
Un piccolo assaggio: https://www.youtube.com/watch?v=ZRmWLqrJkz4 (dite quello che volete, ma questo è il trailer più bello e cazzuto degli ultimi anni!)
Il vangelo secondo Taddeo
Di: Lorenzo Lepori
Con: Matteo Taddei, Ettore Tintori, Gennaro Alfano
Questo film ci ha mandati tutti quanti in confusione. Cioè, il regista lo definisce, in un’intervista, un “osceno filmazzo”. E dice che il suo scopo era quello di creare “una trashata che fosse divertente da gustare tra amici”. E c’è riuscito, a dirla tutta. Ma se state pensando di guardarvelo insieme agli amici del cuore, sappiate che ci sono ottime possibilità di perderli. Il fatto che, nei titoli di testa, la parola “sceneggiatura” sia scritta tra parentesi, lascia dedurre come Lepori non volesse proprio realizzare il nuovo Shining quando ha “scritto” questo “film”. Il protagonista è don Taddeo, giovane prete del paesino di Cintolermo che un giorno assiste ad uno stupro non ortodosso ai danni di una giovane coppia (il lui della coppia è peraltro uguale al difensore Leonardo Bonucci). Sconvolto per l’indegno spettacolo dei “sodomiti” (meno, pare, per lo stupro in sè), il sacerdote si ritira in preghiera. Lì viene contattato da un ambiguo figuro con spiccato accento toscano, che gli propone, dopo una prova sessuale abbastanza schifiltosa, una serie di superpoteri che gli consentano di combattere il male. Il male a Cintolermo si chiama Pollicino, boss con velleità registiche che utilizza per i suoi affari un variopinto gruppo di scagnozzi, che riassumono più o meno tutte le perversioni umane. La lotta di don Taddeo contro questi decerebrati ha il suo culmine in una piscina vuota; dopo una sequenza incomprensibile in cui un barbone tenta l’abbordaggio con una ragazza svenuta, Taddeo lotta contro il boss e i suoi gherri in un profluvio di sangue e budella, finchè non l’ha vinta. L’ultimo deficiente rimasto viene investito da un tizio con evidenti problemi già apparso in precedenza, che se ne va urlando come un forsennato.
Non lasciatevi ingannare dalla linearità della nostra descrizione, che è fatta così solo per facilitare la recensione. Tra due fatti descritti avvengono puntualmente violenze, scene splatterose e trovate comiche. Il vangelo secondo Taddeo fa veramente schifo: non, o non solo, a livello di qualità (s’è visto di peggio), ma proprio nel senso di ribrezzo fisico. Pur con a disposizione mezzi risibili, e tutte le scene lo evidenziano se guardate a mente fredda, Lepori mette in scena squartamenti, sangue a fiumi e ogni genere di schifezza possibile e immaginabile. Particolarmente ingegnosi, in questo senso, i rotoli di stoffa che, immersi in vino\vernice rossa\quel che è, somigliano molto a degli intestini. Inutile commentare le performance degli attori: bisogna dire che l’interprete di don Taddeo (che sembra uscito pari pari da un trailer di Maccio Capatonda) è una spanna sopra gli altri, e le sue pose teatrali sono abbastanza divertenti. Forse a non convincere sono alcune scene “shock” (tipo quella, vomitevole, del coprofago), che paiono un pò forzate. Accettato però l’assunto di base (un filmaccio da gustare con amici dallo stomaco d’acciaio), allora ci si può anche divertire: il death metal di sottofondo e le inquadrature da montagne russe accompagnano lo spettatore nel degrado trash più esilarante. Tra i poteri dell’assurdo prelato abbiamo, per esempio, quello di resuscitare i morti. Il morto in questione beve il sangue di Taddeo (che esce a fiumi tipo spumante), si risveglia, evira a morsi il suo assassino e gli stacca gli occhi di netto per poi fumarsi una sigaretta; mitica anche l’arma usata da Taddeo, ovvero una scomodissima croce con due falcetti annessi che purtroppo viene sostituita nel finale. Negli ultimi minuti fa bella mostra di sè un tizio che suona la batteria totalmente a caso nella piscina vuota, non si capisce se sia un’allucinazione o meno, ma non fa nulla, è anche divertente.
La critica maggiore che possiamo fare a Lepori è quella di voler mostrare a tutti i costi le perversioni degli abitanti di Cintolermo e di tagliare le scene con lo stralunato protagonista, che avrebbe meritato di più. Ma in fondo, cosa aspettarsi da un “osceno filmazzo”?
Produzione: (la “produzione, a rigor di logica, implica l’utilizzo di soldi, che qui latitavano tragicamente; comunque ITA (2007))
Scena madre: quella in cui due burini pippano cocaina, uno frega la dose all’altro, e questi non trova di meglio da fare che aprirgli la pancia e sniffare la droga direttamente dalle interiora. Ok, è malatissimo, ma è veramente ridicolo!
Punto di forza: il fatto che Lepori si prenda veramente pochissimo sul serio. E la canzone finale, ovvero “Almost cut my hair” di Crosby, Still, Nash & Young, un pezzo senza età.
Punto debole: le scene inserite a caso per schifare lo spettatore.
Potresti apprezzare anche…: The worst horror movie ever made.
Come trovarlo: essendo un prodotto poco più che amatoriale, tanto vale contattare il regista Lorenzo Lepori al suo profilo Facebook.
Un piccolo assaggio: (il trailer è quasi più amatoriale di quelli di Andolfi!)
Angeli senza paradiso
[Krocodylus, ElTigre, Satchmo, IlCarlo]
Di: Ettore Maria Fizzarotti
Con: Al Bano, Romina Power, Agostina Belli
Certe recensioni richiedono una premessa. In pratica vi diciamo che ElTigre è un fine appassionato di musica, uno di quelli che ti indovina anno, compositore e tono di dieci minuti di suite che noi comuni mortali chiamiamo semplicemente “musica classica”. Uno di quelli con pianoforte e tutto il resto. Ma ElTigre è anche un cinemasochista coi fiocchi, capace di citare a memoria Mattei, Fulci e Andolfi. Accade così che, come regalo di compleanno, questo individuo chieda di reperire e visionare in compagnia un film in cui Al Bano interpreta Schubert. Rimediato il film e organizzata la serata, l’impatto è stato devastante. La trama è poco più di un temino delle elementari blandamente ispirato al noto compositore: dunque, Schubert-Carrisi è un maestro di musica ebete che tira avanti insegnando ai bambini il pentagramma e impegnando quasi tutti i suoi beni. Due amici (versione viennese e ottocentesca degli “amici der baretto” delle borgate romane) lo convincono ad accettare l’invito della corte reale per una esibizione. Mentre finge di suonare il piano (le mani sono chiaramente di un’altra persona!) la contessina Anna-Romina gli ride in faccia, e lui, offeso, se ne va. Per ripicca non si sa bene di che, la stronzetta lo fa licenziare. Tempo dopo, con Schubert-Carrisi ormai sul lastrico, riceve un invito per insegnare la musica alle figlie del Conte Roskoff. Ovviamente lo spiantato accetta, e altrettanto ovviamente una delle figlie è proprio Romina Power, che vuole farsi perdonare. Per la cronaca, l’altra è una bambina-robot, una decenne che parla come una quarantenne e spunta fuori nei momenti meno opportuni attirandosi gli insulti del pubblico. Anna è passata dalla derisione più totale al folle innamoramento, e Al Bano ne è ben contento; un pò meno il perfido Ludwig, promesso sposo di lei, che lo sfida a duello umiliandolo. Schubert potrebbe a questo punto accontentarsi dell’amore della popolana Marta, una sgnacchera che gliel’ha giurata dal primo minuto di film, e mandare a quel paese l’ambigua Anna. Invece no, va al matrimonio di lei, si intrufola nella sala con il pianoforte, suona l’incompiuta, strappa la pagina e se ne va incazzato tra gli sguardi indifferenti della nobiltà viennese, non prima di aver latrat…cantato l’Ave Maria in Chiesa.
La definizione di ElTigre è stata: “il raffinato intellettuale Schubert trasformato in una macchietta ebete”. Partiamo da Al Bano. Nel 1970 aveva 27 anni e ne dimostrava 45; considerato che Schubert è morto a 31 anni, fin da subito c’è qualcosa che non va. Il cantante di Cellino San Marco non muove un singolo muscolo facciale per novanta minuti, e il regista lo fa cantare senza un vero motivo insultando in un colpo solo Schubert, Vienna, la musica classica e le nostre orecchie. Gli attori di contorno…mah, innanzitutto ci risulta incomprensibile come Al Bano rinunci a quella patatona della popolana Marta per la Power, che è bruttina, incapace a recitare e ha la puzza sotto il naso come tutti i nobili. Tutti gli attori, in realtà, hanno dei problemi con la recitazione: parlano guardando in camera e si muovono come in una recita teatrale in parrocchia, conferendo al film quell’effetto di “tarocco” già ben espresso dalle ambientazioni pacchiane. I costumi: Schubert sembra Fantozzi, gli altri nel complesso supponiamo siano esatti per l’epoca, anche se davvero è esilarante vederli indossare dai protagonisti. Non ci sono scene madri (a parte una, descritta in basso) da ricordare; in generale, si respira un’aria di farlocco imperante, accentuata dall’idea folle (partorita, supponiamo, sotto l’effetto di qualche sostanza stupefacente) di affidare una parte così delicata a uno come Al Bano, che potrebbe tranquillamente essere sostituito da un cartonato tipo questo, trovato su Internet. La cosa divertente è che, in un film fatto apposta per lanciare i due cantanti (e comunque basato sulla musica), il regista Fizzarotti non riesce a inserire le due canzoni presenti in un contesto accettabile: a parte il pugliese-viennese che sbarella in Chiesa dopo la delusione d’amore, abbiamo Romina Power che, con una mezza lezione di musica in cui ha a malapena imparato a tenere il tempo, improvvisa un canto trionfale con orchestra e cori di sottofondo totalmente estraneo al contesto.
Ma poi, sinceramente: in un film in cui Al Bano interpreta Schubert, avete davvero bisogno che noi vi si dica perchè si trova sulla Cinewalkofshame?
Produzione: ITA (1970)
Scena madre: sicuramente la Power che canta la Serenata di Schubert alla cazzo di cane. Ve la linkiamo anche qui sotto, rifatevi le orecchie. In alternativa, una scena totalmente inutile e assurda con dei mariachi nella Vienna dell’ottocento e la Power che balla vestita da zingara, non s’è capito perchè ma vabbè.
Punto di forza: è un insieme di elementi trash come se ne vedono pochi, un cult per tutti gli appassionati di scelte attoriali oltraggiose.
Punto debole: Fizzarotti limita le tamarrate a due canzoni e si butta sul drammatico. Peccato, si fosse preso meno sul serio sarebbe stato un capolavoro.
Potresti apprezzare anche…: l’immortale Lacrime napulitane con Mario Merola.
Come trovarlo: le poche cover di DVD reperibili online sono create da privati, il che lascia intuire che non è mai uscito in tale formato. Sappiamo per certo che è stato distribuito in videocassetta.
Un piccolo assaggio: (come vi dicevamo, ecco la Power che canta. Insopportabile)
Bikini girls on ice
Di: Geoff Klein
Con: Cindel Chartrand, Danielle Doetsch, William Jarand, Suzi Lorraine
Iniziamo dicendo che il titolista è un genio. Nel film ci sono delle “ragazze in bikini”, che vengono messe “nel ghiaccio”. Quindi il titolo è “ragazze in bikini nel ghiaccio”. Ok, è una stronzata, ma era una cosa che volevo farvi notare. Il buon Klein tenta di fare un film utilizzando due registri: il filmetto adolescenziale e il thriller ultraviolento. Alle volte i due generi si incrociano, con risultati quanto mai assurdi. La prima scena è emblematica: una ragazza guida la macchina in bikini, si ferma in una stazione di servizio e viene uccisa da un assassino animalesco con il respiro affannoso amplificato alla Darth Vader. Titoli di testa e presentazione dei personaggi: un gruppo di ragazze che vuole mettere su un bikini-carwash per far su qualche soldo. Breve premessa: in America questo tipo di attività è abbastanza comune, ma ha sempre uno scopo, di solito benefico. Qui non si spiega nulla, queste vogliono lavare macchine in bikini e basta, per loro è la realizzazione di una vita intera. Per farlo si rivolgono a due amici, due stucchevoli stereotipi: il nerd goffo con le donne e il burino in canottiera bravo con i motori; è bene specificare che ogni personaggio ha un suo abito dall’inizio alla fine, tanto per caratterizzarlo meglio. Trovatisi in una stazione di servizio abbandonata, decidono inopinatamente di mettere su il loro siparietto lì. Ma perchè non se ne vanno? Nella zona passa poca gente, e non sembra neppure fare tanto caldo, ma vabbè. Mentre le ragazze arrotondano prostituendosi con i clienti, si accorgono che una coppia di turisti francesi è scomparsa nel nulla e che qualcosa non va. Ma perchè non se ne vanno? Il meccanico intanto si è fatto il mazzo e in quattro ore ha aggiustato il pullman, problema risolto, si parte. Invece restano lì. Ma perchè non se ne vanno? Perchè il nerd casca nella trappola di una battona in bikini e si fa prestare l’autobus per andare in camporella. Nel cercarlo, due ragazze trovano il bus deserto, con l’insignificante eccezione di un cane morto di peluche. Ma perchè non se ne vanno? L’assassino, forse stufo degli ammiccamenti pseudo-lesbo delle lavamacchine, inizia a mietere vittime. Le ragazze scoprono un deposito di macchine abbandonate con a bordo oggetti personali, alcuni di loro scompaiono (inclusi i due uomini del gruppo) e appare ormai chiaro che le cose si mettono male. Due superstiti trovano delle chiavi di auto delle precedenti vittime, ma non prendono quella, familiare e conosciuta, del bus; no, cercano quelle dei francesi e la trovano dopo lungo penare. Incredibilmente…se ne vanno! Sentono dei colpi dal bagagliaio, ma non sono così stupide da fermarsi e aprire. Come dite? Sono così stupide? In effetti sì. L’inseguimento si protrae per altri venti minuti e altri cadaveri, fino al finale scontatissimo.
Se io dico “slasher” e “luoghi comuni” cosa vi viene in mente? Ragazza inseguita dal killer che inciampa nel nulla? Mazzo di chiavi e mani che tremano nel cercarle? Divisioni interne al gruppo per decidere chi è il capo? I due teen-ager che invece di salvarsi le chiappe iniziano a limonare? Dite, dite pure. Non c’è luogo comune dello slasher (inclusi tutti quelli già citati) che non sia presentein Bikini girls on ice. Questo porta le protagoniste ad assumere comportamenti talmente stupidi da fornire un involontario effetto comico. Facciamo un esempio? Due ragazzi si trovano da soli e, in preda allo sconforto, si baciano. Questo porterà a una storia d’amore, magari interrotta da una morte tragica? No! Dall’inquadratura successiva si comportano come se niente fosse, in pratica gli serviva una scena romantica per allungare il brodo.
Diciamoci la verità, che cosa ci si aspetta da questi film? Tette e sangue. Lo scrivo in maiuscolo: TETTE e SANGUE. Le prime si vedono davvero poco (i bikini restano sempre addosso alle protagoniste), il secondo è quasi tutto fuori campo, il che è un peccato, perchè un pò di splatter avrebbe aiutato a rendere il tutto meno ridicolo. Oltretutto la fotografia e la regia sono meno inette di quanto sembri; a destare perplessità è la sceneggiatura; sembra quasi che manchino delle pagine al copione e gli attori non se ne accorgano. Esempio: “cos’è questo odore?” “sembra benzina”; è una stazione di benzina, pensavate di sentire odore di verdure? Altro esempio: l’ultima superstite trova il neofidanzato immerso nel ghiaccio ma vivo, ed è armata di coltello. A un certo punto il killer tira fuori il tizio dalla vasca e prende un grosso martello. Intuite le sue intenzioni, lei esce e gli chiede di evitare; in tutta risposta lui martella a morte il ragazzo, ma molto lentamente, e lei non si sogna nemmeno di intervenire. Lo fa soltanto quando lui è ormai poltiglia, lanciando un coltello in stile Kurt Russell, senza tuttavia sortire effetti apprezzabili.
Ripetiamo: poche tette, poco sangue, noia totale. Per i fanatici dello slasher…
Produzione: USA (2009)
Scena madre: parlavamo del bagagliaio, appunto. Nell’ordine: aprono il bagagliaio (ma perchè? Non potevano aspettare?), si fanno inverosimilmente sorprendere dal maniaco, che ne accoltella una, l’altra gli spezza una rotula con un colpo di piede di porco ma NON si ferma ad ammazzarlo, preferendo invece aiutare l’amica che muore di lì a pochi secondi! Stupidità al potere!
Punto di forza: diciamoci la verità, in alcune scene c’è tensione. Perlomeno impedisce allo spettatore di addormentarsi.
Punto debole: Geoff, dovevi usare di più! Più tette, più sangue, più volgarità! Perchè queste inibizioni?
Potresti apprezzare anche…: Il corvo 4 – Preghiera maledetta. Stessa confezione da teen-movie.
Come trovarlo: in Italia non è mai stato doppiato. Si trova in inglese sottotitolato, ma non è da escludere che prima o poi lo usino come film-riempitivo su qualche canale a pagamento.
Un piccolo assaggio: (in questo trailer c’è un collegamento all’ipotetico sequel Pin-up dolls on ice…non vediamo l’ora!)









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