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Arctic predator – Terrore tra i ghiacci

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Uh che figo! Dove si compra l’action-figure di ‘sto coso?

Di: Victor Garcia
Con: Dean Cain, Lucy Brown, Steven Waddington, Erbi Ago, Louisa Clein

Io amo John Carpenter. Amo i suoi film. Mi piacciono così tanto che sono disposto a perdonarli per la miriade di sequel apocrifi e imitazioni becere che hanno generato nel corso dei decenni. Arctic predator (che dal titolo ci aveva fatto sperare in un grandioso remake del Predator con Schwartzy ambientato al Polo) si ispira chiaramente, nell’ambientazione e nel canovaccio, alla Cosa del regista americano: un gruppo di ricercatori in mezzo ai ghiacci minacciati da una “cosa” aliena che li decima.

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Lo volevate fatto bene come nella locandina eh? Illusi.

Stavolta, però, il protagonista non è quel bad-ass di Kurt Russell, ma il pacioso Ross, che si porta dietro un dramma del passato: un suo antenato che si comportò da vigliaccone abbandonando una nave nei ghiacci, proprio la stessa nave che il suo pro-pro-pronipote andrà a ritrovare, liberando al contempo l’alienone di ghiaccio che dormiva tranquillamente da 200 anni. Il mostro si nutre di calore umano, e per farlo “trasforma le vittime in ghiaccioli”, come tutti ripetono continuamente. A quanto è quotato il sacrificio finale del protagonista, che riscatta così l’onta dell’antenato fifone? 1.02? Ecco, appunto.
Il curriculum del regista Garcia è costellato di titoli horror senza infamia nè lode, spesso ispirati a successi internazionali di ben altra caratura. Ecco, Arctic predator non sfugge più di tanto al copione: è brutto, brutto forte; ma non abbastanza forte da essere spassoso. I personaggi sono tagliati con l’accetta: gretti e avidi, obbediscono esclusivamente a logiche economiche ed utilitaristiche, calcolando l’esito delle proprie ricerche in termini monetari e sbattendosene del tutto sia dell’impatto scientifico che (e questo fa ridere non poco) del destino dei propri compagni. Le numerose morti che si susseguono per novanta minuti sono infatti accompagnate da reazioni ai limiti del surreale, con i beceri scienziati che elaborano il lutto con un’alzata di spalle e riprendono a calcolare quanti dollari potrebbero guadagnare da qualsiasi cazzo di oggetto. Per riempire un pò il canovaccio c’è anche una specie di triangolo amoroso, con una scienziata contesa tra due personaggi, ma è talmente poco interessante che neppure gli sceneggiatori hanno pensato di approfondirlo.

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“Oh mio Dio, guarda: un espediente narrativo spaventosamente telefonato!”

E l’arctic predator? Ce la da qualche gioia? Sì e no. Come al solito, si tratta di una elaborazione grafica scattosa e dalle proporzioni variabili a seconda delle scene, realizzata con cinque euro e due Goleador, che uccide in una lunga serie di scene telefonate e agisce in mezzo a ghiacci ancora più finti di lui. A un certo punto viene pure ucciso grazie al geniale piano architettato da uno dei due del triangolo (non il protagonista), ma siccome questo impedirebbe a Ross di bullarsi col sacrificio riscattatore si fa in modo che il mostro sopravviva (come? Perchè? Mah) facendolo poi crepare in una banale esplosione. Peccato, speravamo meglio.

Produzione: USA (2010)
Scena madre: quell’intro farlocchissimo, con e navi in CG e l’arrivo dell’alieno (ma i marinai come fanno a fuggire? Boh) meritava maggior giustizia.
Perchè sì: perchè le imprese di quel bruttone del predatore di ghiaccio, ogni volta diverso dalla scena prima, sono da gustare attentamente.
Perchè no: perchè, e questa non è una novità in film del genere, quando il bestio non c’è la noia regna sovrana.
Potresti apprezzare anche…: Bone eater, del maestro Wynorski, non fosse altro che per la curiosa somiglianza tra i due antagonisti.
Come trovarlo: siamo sicuri che il canale SyFy non se lo lascerà sfuggire.

Un piccolo assaggio: (è talmente ridicolo che non siamo riusciti a trovare uno straccio di filmato, quindi beccatevi ‘sto documentario sui veri predatori del Polo)

2,5

Arachnoquake

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AH AH AH!

Di: Griff Furst
Con: Edward Furlong,  Megan Adelle, Gralen Bryant Banks, Paul Boocock,Tracey Gold

Sharknado? Pfui!
Ok, ok, il capolavoro della Asylum è uscito l’anno dopo. Quindi, tecnicamente, potrebbe essere Sharknado ad essersi ispirato ad Arachnoquake. Boh. Però il legame tra i due film è evidente: Sharks + tornado = Sharknado, Arachno + quake (“terremoto” in inglese) = Arachnoquake. Semplice semplice. E se queste erano le premesse, cosa poteva venirne fuori se non un trashissimo monster-movie senza capo nè coda?

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Che scena scontata, ma puoi?

La Louisiana è sotto attacco: giganteschi ragni preistorici in digitale emergono dal sottosuolo, sono capaci di sputare fuoco e camminare sull’acqua, e sono stati disturbati dalle solite multinazionali stronze, che trivellano il terreno e disturbano il sonno delle bestiole a otto zampe. Come se non bastasse, i ragnozzi attaccano l’uomo, creando bubboni sottopelle che esplodono rilasciando altri ragni, i quali crescono piuttosto in fretta. Per fermarli si crea un gruppo assai variegato: un giovane sfaccendato puttaniere, delusione di suo padre e della sorella bonazza, si trova a guidare un pullman con sopra un paio di ragazzi, un vecchio e una coppia di deficienti che vogliono fare un giro turistico. A distanza, un altro pullman, guidato dal padre dei due ragazzi, trasporta delle adolescenti succintamente vestite a un torneo di baseball (ci si veste così alle partite?), e deve fronteggiare la stessa minaccia degli aracnidi, che hanno ormai invaso la città. L’intervento dei militari (dieci-dodici in tutto, i mezzi sono quelli che sono) non è sufficiente: l’alleanza bifolchi locali-turisti-esercito nulla può contro la mostruosa regina aracnide, un buffo ragnone rosa grosso come un camion e parecchio incazzato. Spetta allora all’insulso protagonista, che si riscatterà vestendosi da palombaro e affrontando il mostro finale con stratagemmi che ci rifiutiamo di riportare per rispetto al nostro senso della vergogna.
Diretto da Griff Furst (suoi gli imbarazzanti I am Omega e 100 million BC) e scritto da una nostra vecchia conoscenza, Eric Forsberg (che qui abbiamo intervistato), Arachnoquake non è un film della Asylum, ma ci somiglia molto, e non solo per i nomi illustri. Canovaccio di partenza con mostri giganti in città, il numero minimo di comparse, qualche attore ripescato dall’oblio: la strategia è quella. Stavolta tocca a Edward Furlong l’ingrato ruolo di ex-celebrità: vi ricordate il ragazzino di Terminator 2 e il ragazzo problematico di American History X? E’ invecchiato, e secondo noi non così bene: bolso come John Travolta, interpreta il coach che accompagna le ragazzine con minigonna giropassera, e affronta i ragni a colpi di mazza da baseball. Per esigenza di sceneggiatura, è pure costretto a mettere in atto l’incidente più ridicolo della storia, con l’autobus che, a una velocità estremamente contenuta, sbanda e va a sbattere come se fosse ai duecento all’ora.

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Certo che passare da James Cameron a questa roba qui è proprio una finaccia, povero Furlong.

Non c’è molto da dire sui ragnoni: sono fatti malissimo, con una grafica orripilante, le loro dimensioni variano a seconda delle esigenze, e le comparse si gettano letteralmente nelle loro fauci per simulare aggressioni credibili, con una nota di merito per il vecchietto iniziale che, pur di non affrontare un ragno non così spaventoso (5 cm, a occhio), si lascia cadere in una buca senza fondo. Altri personaggi, invece, inciampano ripetutamente nel solito ramo che emerge dal terreno, nel disperato tentativo di rendere un pò verosimile l’assalto degli zamputi animaletti.
Una nota di merito sulle location: il film è interamente girato nella vera Louisiana, rappresentata nel modo più stereotipato possibile come un posto in cui abitano solo neri ignoranti, vecchi rincoglioniti e bifolchi bianchi razzisti. Inoltre, evidentemente a causa della povertà di budget, appena l’inquadratura si allarga è possibile vedere distintamente gli abitanti di Baton Rouge che, incuranti del set del film, camminano e fanno la loro vita come se niente fosse! Persino le macchine, nonostante il traffico di ragni grossi quanto cinghiali in mezzo alle strade, procedono lentamente, così come i pedoni sui marciapiedi.
Insomma un film non del tutto riuscito (certi intermezzi familiari, come in tutti i film di questo tipo, sono noiosissimi e poco utili), ma che strapperà più di una risata agli amanti di questa robaccia. Come noi.

Ah, chi scrive è aracnofobico. Bastardi maledetti.

Produzione: USA (2012)
Scena madre: l’assalto finale del buffissimo ragnone rosa che va a fare la ragnatela tra due palazzi affrontato da quel buzzurro del protagonista in tuta da palombaro.
Punto di forza: è divertente, in parecchie scene. E poi potrebbe dare il via ad un filone, ad esempio: pecore giganti (“sheeps”) più uragano (“hurricane”) che diventa SHEEPSICANE. O qualcosa del genere.
Punto debole: se si esclusono i patemi familiari dei personaggi, non ne ha. Forse avremmo preferito osasse un pò di più.
Potresti apprezzare anche…: bè, dai, stavolta è facile.
Come trovarlo: il mercato americano ci permette di averlo in tutti i formati, nonostante il successo assai minore rispetto a Sharknado.

Un piccolo assaggio: (il commento “this movie was biggest shit i’ve ever seen” sotto questo video ci manda subito in visibilio)

3,5

Juan of the dead – Juan de los muertos

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Bisogna dire che, tra questo e il Che Guevara zombi, le locandine sono geniali.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Alejandro Brogués
Con: Alexis Días de Villegas, Jorge Molina, Andrea Duro, Andros Perugorría, Jazz Vila, Eliecer Ramírez

“Oh, c’è una commedia zombi ambientata a Cuba, la guardiamo?”
Comincia così la nostra scoperta di Juan of the dead, zombi-movie satirico cubano di cui ci avevano detto un gran bene. Il filone yankee dei morti viventi ha un pò rotto le palle, diciamoci la verità: sono stereotipi che si ripetono di continuo, e anche il ridicolo involontario sempre uguale a sè stesso dopo un pò annoia (no, non è vero, continueremo a guardare i B-movies zombeschi americani perchè ne siamo dipendenti, aiutateci, è una malattia). Le recensioni online ci avevano illusi su questa produzione very-very-very-very-low budget, addirittura paragonata al geniale Shaun of the dead (se non sapete di che si tratta, vergognatevi). A nostro avviso, a unire i due film è soprattutto la fonetica del titolo. E poco altro.
Juan è uno sfaccendato cubano che ha superato i 40 anni: passa le giornate a spiare le vicine di casa, accompagnato dal suo amico guardone e pippaiolo Lazaro, si concede a una serie di focose amanti, e ha una figlia bona che però lo tratta come l’irresponsabile che in effetti è. Ex-soldato della guerra angolana, si guadagna da vivere arrabattandosi con un pò di pesca. Un giorno, l’isola caraibica è preda di un’epidemia di zombi che si allarga a macchia d’olio, nonostante i media del regime castrista ne addossino la responsabilità ad improbabili “dissidenti pagati dagli USA” (la regola del “chi ti paga?” in politica è un vero e proprio must globale). Questa apocalisse non scompone più di tanto Juan, che essendo un maestro nell’arte di arrangiarsi trova subito un modo per lucrarci: aprire un’agenzia per uccidere i parenti zombi dei cubani! L’idea sembra funzionare, grazie al formidabile team formato da Juan, Lazaro, il di lui figlio, la figlia bona e un trans che si porta dietro un enorme nero muscoloso, che però deve combattere bendato perchè sensibile alla vista del sangue (!). Ovviamente la pacchia durerà poco, perchè presto Juan e la sua squadra si accorgeranno che un’apocalisse zombi non è particolarmente facile da gestire in un business portato avanti da quattro pigri disperati.
I presupposti per un filmone formidabile c’erano tutti: pochi soldi, nessuna paura del politicamente scorretto, attori raccattati per strada (letteralmente) e uno spirito da commedia che permette di uscire dai canoni dell’horror zombesco. Ma Alejandro Brogués, semplicemente, non lo fa. Come spesso accade in questi film, bisogna considerare l’elemento horror alla pari di quello umoristico. Bene: l’elemento horror è una sequela interminabile di scene prese paro paro al cinema americano, con tanto di colpi di scena telefonatissimi che chiunque di noi è riuscito ad anticipare di un bel pò di secondi (compreso un fantamorto improvvisato che ha subito dato i suoi frutti). E l’elemento “da ridere”? Il problema è che l’umorismo del film è terribilmente dozzinale, e le “battute sagaci” si limitano a ricalcare i tormentoni di commedie becere a noi italiani ben note (oh ragazzi, ma davvero qualcuno ride ancora per la ripetizione delle parole “culo”, “cazzo” e “pompino”? Questo è il massimo dell’umorismo cinematografico mondiale? Il trans che fa doppi sensi sul proprio culo? Le prostitute tettone? A quel punto mi tenevo Christian De Sica), e come se non bastasse le due fasi si mischiano senza un minimo di costrutto.
Prendiamo Shaun of the dead: le situazioni horror e quelle comiche sono perfettamente mischiate, il non realismo è perfettamente bilanciato grazie alle trovate di sceneggiatura. Qui sembra che nessuno sapesse bene dove accidenti andare a parare e abbiano deciso di girare certe scene sul momento. Non è una questione di budget: anche su questo blog abbiamo recensito film fatti con dieci lire e un soldo di cacio, ma ricchi di fantasia e talento, o almeno buona volontà. Juan of the dead sembra girato da quattro amici con pochissima voglia che lo fanno solo perchè costretti. Il contrario dello spirito da serie Z che ci piace tanto.

Postilla: sì, ok, ci sono delle battute divertenti su Cuba, sul castrismo e sulla rappresentazione che i cubani hanno della loro storia. Va bene, le frecciatine a Fidel Castro le apprezziamo. Anche qui, però: veramente la satira più raffinata e ficcante sulla società cubana è “sono tutti zombi, ma tanto anche prima laggente era poco sveglia”? Dai, su, si può fare di meglio. Molto meglio.

Produzione: Cuba\Spagna (2011)
Scena madre: non è niente di che, ma la scena del pastore yankee ci ha spiazzati.
Punto di forza: oh, pare sia piaciuto a tutti tranne che a noi, c’è chi ha gridato al capolavoro. Magari siamo noi dei poveri stronzi e il film è una perla visionaria, chi lo sa.
Punto debole: le nostre (troppo alte) aspettative.
Potresti apprezzare anche…: Bong of the dead.
Come trovarlo: il fatto che una cosa del genere sia stata doppiata mi fa pensare che ci sia speranza per qualunque ragazzo sfaccendato che voglia provare a fare film amatoriali con gli amici. Non mollate!

Un piccolo assaggio: (anche nei commenti sono tutti entusiasti, ci sentiamo un pò degli snob a non parlarne troppo bene)

2

50 sfumature di grigio

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Ma il controllo de che? Perdi il tuo tempo, semmai.

Di: Sam Taylor-Johnson
Con: Dakota Johnson, Jamie Dornan, Luke Grimes, Rita Ora

Arriva per tutti il giorno in cui la tua ragazza ti dice “ehi tesoro, guardiamo 50 sfumature di grigio?”. Per fortuna la mia mi conosce, e quindi mi dice “ehi tesoro, guardiamo 50 sfumature di grigio? E’ una cazzata, almeno ci facciamo due risate, a te i film brutti piacciono”. Eh, non è facile essere fidanzata con un amante degli z-movies. Vabbè. Il film che ha fatto bagnare milioni e milioni di casalinghe insoddisfatte merita la nostra attenzione. Wow, l’erotismo! Il sadomaso! La trasgressione! L’ambiguità del piacere e del dolore, eros e thanatos! Bè, non proprio.
Anastasia Steele è una studentessa di letteratura inglese dalla vita non particolarmente emozionante: lavora in un negozio di ferramenta, vive con una coinquilina zoccola e, per una sorta di logica dell’equilibrio sessuale nell’appartamento, non ha mai fatto nulla con nessun ragazzo, manco due palpate o un limone duro in discoteca. Un giorno la sua coinquilina le dice che lei è malata (ma dove? Sta benone!) e la manda a intervistare, per il giornalino della scuola, Christian Grey, un 27enne che ha fondato un impero miliardario. Come? Boh, non importa, alle casalinghe insoddisfatte frega meno di zero. Segue una mezz’ora buona in cui il Bruce Wayne dei poveri e Anastasia si scambiano occhiate languide, lei si morde il labbro (lo farà per tutto il film, una roba insopportabile, datele una gomma da masticare PERDIO), lui la fissa con l’espressività di un capitone (è il personaggio a essere freddo? O forse l’attore a essere cane? O entrambe le cose?), insomma è tutto telefonato, questi due si piacciono. Lui però c’ha i rimorsi di coscienza e le dice di non cercarlo più che è molto oscuro e laido e gli deve stare lontano. Lei, che non è proprio un’aquila, beve un pò troppo e lo chiama al telefono per prenderlo per il culo. Lui non ci sta e (non si sa come) la trova e la porta a casa. Prende il via una stucchevole storia d’amore, in cui lui usa tutte le sue armi seduttive: i soldi, le macchine grosse, i soldi, l’elicottero, i soldi. Tutto sembra andar bene, ma, piccolo particolare: lui è un mezzo sadico che vuole dominarla e avere il controllo su di lei tramite un “contratto” (in assoluto una delle trovate più stupide e idiote della storia dell’umanità, indegno, tra l’altro a che minchia serve un contratto senza valore legale?), perchè “c’ho 50 sfumature di perversione”, “ho avuto un’infanzia difficile” e bla bla bla. Lei non ci sta e, dopo essersi fatta menare per punizione, gli dice che è una merda d’uomo e lo molla. Fine del film, tanto è una trilogia e i sequel sono già in lavorazione.
Secoli e secoli di battaglie per le pari opportunità buttati nel cesso. Le oltre 120 milioni (CENTOVENTIMILIONI) di copie vendute del romanzo della E.L. James, e i milioni incassati dal film, certificano il fallimento del femminismo su larga scala. Ogni volta che una donna dice “vorrei un uomo come mr. Grey” una suffragetta, da qualche parte, muore. Non giriamoci intorno: non è il sesso sfrenato (piuttosto soft nel film) nè il fisico da palestrato del signor Grigio a scatenare gli ormoni delle lettrici\spettatrici: è il suo conto in banca. Davvero, per una donna, il massimo obiettivo sentimental-sessuale è un contratto in cui c’è scritto cosa può o non può fare in ogni ambito della vita? Esilarante la scena in cui i due, in una stanza dalle luci rosse fastidiosissime, depennano dal contratto tutto ciò che lei si rifiuterebbe di fare (fisting anale e vaginale, bastoni, dilatatori, il tutto con il tono e l’espressione di chi sta negoziando l’assicurazione della macchina). La differenza tra il Grigio e qualsiasi burino maschilista delle borgate romane è una sola, cioè che il burino maschilista non c’ha una lira e si becca una denuncia per stalking, molestie e maltrattamenti; Grigio no, in quel caso non è stalking o molestia, ma “seduzione”. Ah ok.
Va bè, la storia è quel che è, la morale di fondo è ripugnante, ma almeno la confezione sarà il top, lucida e sensuale, piena di trasgressione. No? No. Le scene di sesso sono pochissime, molto “caste” rispetto alle aspettative (nessun nudo integrale) e anche le pratiche mostrate non sono niente di che, a meno che una sculacciata non sia considerata l’apice della perversione. Il film risulta alla fine anche noioso: in 125 minuti non viene mai mostrato che cosa spinga i due a piacersi reciprocamente, non c’è nessuna costruzione dei personaggi, non viene spiegato nulla; per un film che parla di seduzione, è un grosso limite avere personaggi piatti come tavoli. Aggiungiamo le prove attoriali imbarazzanti di tutti i personaggi e dei due protagonisti in particolare: se la Dakota ancora ancora è prigioniera in un ruolo stupido e inverosimile, e comunque fa del suo meglio (pochino, eh), Dornan è proprio solo una statua di cera monoespressiva. Non è freddo e glaciale, è proprio scarso. A Hollywood non c’era nessun palestrato belloccio in grado di recitare meglio? Eppure bastava pescare nel cast di The Avengers…ve lo immaginate questo film interpretato da quella sgnacchera della Scarlett e dal biondo che fa Thor? No? Almeno sarebbe divertente, dai.
PS1: domanda alle donne lettrici: ma davvero “io scopo, forte” è una frase che vi eccita? Vale anche per la versione del libro, ovvero “fotto senza pietà”. Davvero l’uomo eccitante deve parlare a letto come un cattivo della Marvel? Tipo “ehi, sei mia, i difensori della tua verginità non hanno scampo”, oppure “conquisterò il mondo, bwahahah”? Sono rimasto indietro, pare.
PS2: un grazie alla mia fidanzata che, oltre a detestare questo film, si è pure sorbita la mia recensione in diretta. Sei un tesoro! Però la prossima volta ci guardiamo un classicone di Bruno Mattei.

Produzione: USA (2015)
Scena madre: “io scopo. Forte”. Sul serio? Davvero? E’ proprio una scena eccitahahah, scusate, non possiamo crederci, che film dimmerda, almeno si ride un pò.
Punto di forza: la colonna sonora è fatta di pezzi pop che, se non sono il massimo, sono comunque ben ritmati e danno un senso ai vari spezzoni da videoclip di cui è composto il film.
Punto debole: un battage pubblicitario da milioni di dollari, evento mondiale, e due tette è il massimo che si può vedere? Solo perchè il VM18 avrebbe tagliato fuori dagli incassi stuoli di adolescenti con gli ormoni in subbuglio? Mah…
Potresti apprezzare anche…: i film di Tinto Brass. Trame migliori, attori capaci, più nudi! Però se guardate i film di Tinto Brass siete degli sporcaccioni, se guardate questo siete uomini e donne sofisticati in cerca di brividi.
Come trovarlo: la mia mente malata ha partorito questa cosa: chiunque compri il DVD o il blu-ray di questo film perde automaticamente ogni diritto di essere trattato\a in modo dignitoso dal\la partner. Un pò di coerenza.

Un piccolo assaggio: (guardatelo ed eccitatevi, guardate che pathos, che intensitahahah)

0,5

2-Headed Shark Attack

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Il senso della Asylum per le locandine. 10+

Di: Christopher Ray
Con: Carmen Electra, Charlie O’Connell, Brooke Hogan, Christina Bach

“sono studenti universitari, è normale che si comportino così”. Questa perla, riferita al gruppo di anabolizzati e baldracche in costume da bagno che costituisce l’insieme dei personaggi di questo film, pronunciata a pochi minuti dai titoli di testa, permette subito di annusare il profumo di cazzatona. E trattandosi di un film della Asylum che parla di uno squalo a due teste,non poteva essere altrimenti. In svariati anni di università, chi scrive non ha mai visto situazioni del genere; le mie compagne di corso, a cui voglio bene, non si spogliavano molto spesso per limonare tra loro. Vabbè.
Per motivi non chiarissimi, e comunque ininfluenti, il suddetto gruppo di “studenti universitari” si trova a cazzeggiare in mezzo al mare, finchè la carcassa di un pesciolone non finisce nelle eliche impedendogli di continuare la navigazione, e anzi facendo imbarcare acqua. La comparsa di un provvidenziale atollo (vicinissimo a loro, ma qualche secondo prima non c’era) salva la situazione. Qui il film potrebbe anche finire, perchè, considerato che a) il cattivo è uno squalo, a due teste ma pur sempre uno squalo e b) i protagonisti sono sulla terra ferma, se ne deduce che c) lo squalo si attacca al tram e non è poi così temibile. Per fortuna interviene l’imbecillità degli “studenti universitari” (sigh): appena giunti sull’isola deserta, i ragazzotti capiscono subito quali sono le priorità: trombare, far limonare le studentesse in mare, prendere il sole e fare gare di motoscafi. Soprattutto quest’ultimo hobby è una manna dal cielo per lo squalo a due teste, che subito si da da fare divorando due studenti alla volta per fare prima. Avvenuta la prima scrematura di idioti, quando i superstiti si sono resi conto del pericolo, basterebbe starsene sulla terraferma per evitare guai; non essendo possibile, si inventa un mezzo terremoto che permette ai personaggi, anche quelli lontani dall’acqua, di tuffarsi ad ogni minima scossa, finendo anch’essi nelle doppie fauci del bestio. Lo scontro finale, con onde anomale e terremoti, vede i pochi studenti rimasti affrontare il 2-headed coso in mare aperto, riuscendo incredibilmente a sconfiggerlo nel modo più classico: lo squalo addenta la barca e la barca esplode, così, a caso. Arriva pure un elicottero a riprenderseli, chissà da dove, ma in fondo chissenefrega.
Piuttosto deludente questo ennesimo film Asylum a tema squali; il giochino non funziona più molto bene senza un minimo d’inventiva. Sì, la bestiaccia è divertente e tutto, ma oltre al fatto che si vede poco (gli effetti costano!), non è accompagnata da un contorno accettabile. I personaggi sono la replica esatta dello stereotipo americano degli studenti frivoli e palestrati, i dialoghi penosi, la realizzazione tecnica dozzinale: inquadrature da videoclip, ritmo da videoclip, recitazione da recita parrocchiale. E lo squalone? Lo squalone è ovviamente in digitale, a parte qualche scena in cui apprezziamo l’uso di ammassi di cartapesta legnosi e poco realistici. Niente di che. A questo punto tanto vale concentrarci sull’assurdità della sceneggiatura, roba che dei bambini di seconda elementare avrebbero scritto meglio, e sulla scelta degli attori: chi meglio di Carmen Electra, famosa per due grandi qualità, che non sono la capacità recitativa e l’applicazione, per interpretare una professoressa? Sì, sembra più giovane di alcuni suoi studenti (e probabilmente lo è), ma non importa, le inquadrature sul suo corpo in bikini si sprecano e a nessuno dispiace.
Se non avessimo visto qualche decina di film simili (ma più divertenti) potremmo anche apprezzarlo, ma per quanto ci piaccia il cinemasochismo crediamo che la Asylum possa e debba fare di meglio. Non so, Carmen Electra contro dei cannibali zombi? Dei cosacchi filosofi mummificati? Non è difficile, basta sforzarsi!

Produzione: USA (2012)
Scena madre: la lesbicata gratuita delle due studentesse sotto gli occhi libidinosi di un compagno, finchè lo squalo non fa il suo dovere.
Punto di forza: vale sempre la pena di spendere cinque minuti di vita per vedere un mostro strampalato della Asylum.
Punto debole: cinque minuti, non novanta. Tutto il resto è noia.
Potresti apprezzare anche…: i VHS con il backstage dei calendari delle veline. Manca lo squalo ma vabbè.
Come trovarlo: in versione anglosassone, possibilmente sottotitolato; i dialoghi assurdi regalano qualche sporadico momento di gioia.

Un piccolo assaggio:  (qualche genio si è messo a contare i morti del film, gustateveli)

2

Dead Sushi

Che bello, siamo commossi.

Che bello, siamo commossi.

Di: Noboru Iguchi
Con: Rina Takeda, Kentarô Shimazu, Takamasa Suga, Takashi Nishina, Yui Murata

Tra gli indizi che ci fanno sentire puzza di film trash, un titolo come Dead Sushi, il fatto che sia una produzione giapponese e una locandina fatta con i piedi occupano senza dubbio un posto importante. E infatti Iguchi, che si aggiunge a Nakano nella nostra personale galleria di registi nippo-trash degli anni duemila, non delude e confeziona una pellicola inevitabilmente destinata a diventare un film di culto.
Keiko è una timida cameriera di un ristorante giapponese specializzato in sushi; sottoposta fin da piccola a massacranti allenamenti a suon di arti marziali per imparare a preparare il sushi perfetto, è però poco considerata dal padre e relegata al ruolo di cameriera. La sua occasione di riscatto arriva quando i dirigenti di una grande azienda arrivano al ristorante per assaggiare l’ottimo sushi della casa: un ex-dipendente in cerca di vendetta (caduto in disgrazia e ormai ridotto ad un homeless sbandato) crea infatti un esercito di sushi assassini zombi, costringendo Keiko a dar fondo alle proprie abilità culinario-marziali in una feroce lotta per la sopravvivenza. A complicare le cose, una serie di mutazioni di tutti i tipi che trasformano camerieri e avventori in creature assurde e letali. In un crescendo di mostri grotteschi, riuscirà la povera cameriera a riscattarsi?
Andare al ristorante giapponese il giorno dopo aver visto questo film non ha prezzo: non siamo fanatici del sushi, ma dopo aver visto Dead Sushi siamo divisi tra lo schifo e l’attrazione: anche noi vorremmo vivere come delle creature dei film di Iguchi! Non si risparmia davvero nulla: sushi assassini, tofani omicidi, calamari dotati di lame che uccidono nei modi più improbabili. Favolosa la psicologia del cibo, con i brandelli di sushi che maltrattano un povero uovo spingendolo, intimorito, ad una curiosa alleanza con la bella Keiko. Gli omicidi, splatterissimi e pieni di sangue finto e cartapesta, sono uno più divertente dell’altro, a partire dalla coppia di fidanzatini trucidati da un barbone in una scena da cineteca: la lama-sushi decapita lei, spingendone la testa a un limone durissimo con l’orripilato fidanzato e poi trafiggendoli entrambi con un colpo netto! Ma siamo appena all’inizio: i sushi sgozzano, tagliano lingue, decapitano, fanno esplodere teste e diffondono una specie di contagio che trasforma gli altri cibi in altrettanti assassini (!) e gli esseri umani in zombi-sushi, con l’apoteosi del capopopolo con la faccia da pesce che comanda un esercito di mutanti. Sarebbe impossibile un riassunto anche approssimativo di tutto il ben di Dio qui presente, peraltro immerso in un mare di tettone e maschi arrapatissimi e stupidi che fa cappottare dalle risate (non può mancare il pasto in cui una donna nuda è usata come tavolo da due uomini libidinosi). Prendere sul serio una roba come questa sarebbe impossibile e francamente anche ingiusto nei confronti del regista; notiamo però che Iguchi non risparmia qualche frecciatina ad una certa cultura giapponese e al suo sessismo (il fatto che queste critiche vengano fatte a suon di poppe giganti è invece meritevole di ulteriore dibattito), comprese quelle che a noi spettatori occidentali saranno certamente sfuggite. Ma poi chissenefrega, volevate il sushi zombi? Beccatevi il sushi zombi, con i complimenti della casa!

Produzione: Giappone (2012)
Scena madre: il barbone che aggredisce e uccide la coppia, bellissimo! Non sapevamo se ridere o vomitare!
Punto di forza: la raffinata critica sociale di Iguchi ad una società bigotta, che…ah, ma a chi vogliamo darla a bere? SU-SHI ZOM-BI! SU-SHI ZOM-BI!
Punto debole: a volte Iguchi abbandona il suo spirito geniale per introdurre elementi di comicità banale e scontata, ma a parte questo è davvero un film divertente.
Potresti apprezzare anche…: Big tits zombie, del maestro Nakano.
Come trovarlo: non è mai stato doppiato, e per fortuna! Quanto sarebbe squallido un doppiaggio italiano? Però lo trovate con i sub in inglese, tanto non c’è molto da capire.

Un piccolo assaggio:  (questo trailer per il mercato inglese offre un bel tocco d’ignoranza al tutto)

4

Sabotage

Siamo quasi sicuri che Arnold si sia fatto ringiovanire, in questa locandina.

Siamo quasi sicuri che Arnold si sia fatto ringiovanire, in questa locandina.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: David Ayer
Con: Arnold Schwartzenegger, Sam Worthington, Olivia Williams, Terrence Howard, Josh Holloway

Il filmaccio non è un hobby, ma una scelta di vita. E capita a volte che anche nelle serate in cui ti trovi con amici (di quelli che, al contrario di te, i film di serie B non li possono proprio vedere) il destino ti venga incontro, sotto le mentite spoglie di un ben confezionato film d’azione. Va detto che le premesse erano buone: un film ad alto budget (35 milioni di dollari), con un cast non eccezionale ma di livello (il bravo Howard), il protagonista del film più redditizio di sempre (Worthington, che dopo aver rivisto Sabotage si è probabilmente pentito di non essere morto su Pandora) , e poi Schwartzy; è vero che non ci ha abituati a dei capolavori espressionisti, ma anche nella sua versione di eroe becero e ignorante non è mai sceso sotto un certo livello. Poi ha 70 anni, dai, mica si permetterà di fare ancora il ragazzino, giusto? GIUSTO? No.
John Wharton è un agente della DEA, l’antidroga americana. Repubblicano, spaccone, rozzissimo, John guida una squadra di mentecatti più ignoranti di lui, specializzata in black ops, operazioni di infiltrazione e sbornie nei night club. Il furto di milioni di dollari a dei narcotrafficanti messicani fallisce, i soldi spariscono e John e i suoi sono accusati di furto (chissà come li hanno beccati, dato che la scena del crimine era saltata in aria…) e cacciati. Quando qualcuno inizia ad ammazzare un sacco di gente, tra cui alcuni membri della squadra-comunità di recupero di John, questi vengono riammessi, sotto la stretta sorveglianza della polizia. Le indagini portano il bolso poliziotto a seguire le piste dei cartelli della droga messicani, gli stessi che un pò di tempo prima gli hanno ucciso la famiglia come ritorsione per il suo lavoro. Mentre la sequenza di morti continua (e Schwartzy riesce a farsi la bella poliziotta nonostante l’opposizione del ridicolo e inetto agente di colore), viene a galla la storia dei milioni di dollari il cui furto era fallito all’inizio; il nostro eroe si rende conto che qualcuno nella sua squadra non la racconta giusta…
Perdere altro tempo per descrivere l’ignobile trama di Sabotage non rientra nei miei programmi. In sostanza, si tratta di un pessimo film d’azione, mal girato, mal sceneggiato e con uno dei finali più ridicoli della storia. Non voglio anticipare chi si è rubato i milioni di dollari e soprattutto il movente, ma sappiate che è una roba senza senso, che si sarebbe potuta risolvere in mezz’ora e senza troppi spargimenti di sangue, se solo uno dei personaggi avesse usato il cervello. L’ormai anziano Terminator è ridotto a una macchietta, ma sembra non volersi arrendere all’età che avanza: corre, spara (ma curiosamente ha sempre in mano dei fucilazzi enormi, mai una semplice pistola, forse per accentuare la burinità) e riesce persino a sedurre una poliziotta che potrebbe essere sua figlia o sua nipote, quando è evidente che a quell’età certe cose sia un pò difficile farle, dai Arnold, non ti crede nessuno. Lo spessore psicologico dei personaggi è pari a zero, non c’è uno solo di loro che ispiri la benchè minima simpatia o che possa coinvolgere chi vede il film. In compenso, non si sa bene perchè, Ayer regala generose ed abbondanti dosi di splatter: abbiamo uomini sventrati e inchiodati al soffitto, cadaveri lasciati a marcire in acqua, corpi spappolati da treni in corsa, teste che esplodono, fiumi di sangue ovunque…non ci viene risparmiato davvero nulla, e questo è un bene, perchè altrimenti sarebbe stato difficile anche solo sorbirsi la prima mezz’ora. Essendo un film d’azione americano ignorante, non può mancare il tema della vendetta personale: la rappresaglia dei cartelli contro Schwartzy è talmente esageratamente crudele da non fare neppure impressione, e i suoi tentativi di farsi giustizia da sè non hanno davvero senso.
Un’ultima richiesta: qualcuno levi a Schwartzenegger quei cazzo di sigari, non se ne può più! E’ dai tempi di Predator che la mena con ‘sti cosi!

Produzione: USA (2014)
Scena madre: il finale. No, niente spoiler, guardatevelo. Ne vale la pena.
Punto di forza: l’azione splatterosa e il ridicolo doppiaggio italiano, che fa pronunciare alla poliziotta esclamazioni tipicamente americane come “boia!”.
Punto debole: Arnold, ritirati, c’hai duecento anni. E i dialoghi sono davvero imbarazzanti.
Potresti apprezzare anche…: quella vaccata di Last night, con Steven Seagal: due declini di due grandi eroi del cinema d’azione.
Come trovarlo: noi l’abbiamo noleggiato, e la sola spesa di 2 euro ci ha provocato fortissimi sensi di colpa.

Un piccolo assaggio: (avvertenza: i primi 25 secondi di questo trailer potrebbero trasformare chi lo vede in un repubblicano spaccone e tatuatissimo)

2

Blood Lake – L’attacco delle lamprede killer

Lo splatter è tutto nella locandina, purtroppo!

Lo splatter è tutto nella locandina, purtroppo!

[Krocodylus, IlCarlo] Di: James Cullen Bressack Con: Shannen Doherty, Jason Brooks, Christopher Lloyd, Jack Ward Iniziare a guardare un film e leggere “The Asylum presents” è sempre una bella sorpresa. Se i terribili mostri che popolano il film in questione sono poi delle petromyzontiformes, più comunemente note come lamprede, curiosi animali simili ad anguille che succhiano il sangue non così pericolosi per l’uomo, il gioco è fatto. In una sonnacchiosa cittadina di provincia, le lamprede diventano milioni, super aggressive e attaccano l’uomo. Perchè? Perchè…boh, non si dice. Ormai la Asylum può permettersi di non spiegare nulla di ciò che accade nei suoi film, tanto non ce ne frega un fico secco delle cause, quello che vogliamo è vedere le lamprede assassine che magnano la gente. In realtà è improbabile che le lamprede mangino la gente, ma quei geniacci degli sceneggiatori rimediano con una curiosa trovata: chiunque venga morso da uno di questi simpatici animaletti perde l’equilibrio del tutto senza motivo, oppure viene trascinato dalle lamprede stesse (!); comunque, finisce in acqua e viene divorato. A combattere la minaccia ci sono un esperto del settore, appena trasferitosi con la famiglia, composta da moglie milfona (Shannen Doherty, faceva Beverly Hills 90210) e figlia adolescente bona ma irrimediabilmente stupida. C’è anche un figlio più piccolo, amico degli animali e lento di comprendonio, ma visto che il suo ruolo è prevalentemente quello di frignare ce ne disinteresseremo. Comunque, a ostacolare l’opera del protagonista c’è l’avido sindaco che non vuole interrompere la stagione turistica, stereotipo che non regge più dai tempi de Lo squalo. La lotta sarà senza esclusione di colpi, con le lamprede che a un certo punto imparano a muoversi sulla terraferma con disinvoltura e fanno strage, fino all’idea geniale del protagonista: estrarre fegati dalle lamprede morte, attirarle in una centrale elettrica e friggerle. Alla fine il padre bigotto accetta che la figlia si fidanzi con un ragazzotto locale e tutti vivono felici e contenti, cane randagio compreso, mentre un tecnico antipatico viene ammazzato dall’ultima lampreda rimasta. Blood lake è il tipico prodotto che tenta disperatamente di inventare un elemento di tensione in un animale facile da riprodurre in digitale e finora non sfruttato; il fatto che nessuno avesse mai pensato a delle lamprede assassine doveva dire qualcosa ai pittoreschi sceneggiatori della Asylum. Il risultato però è divertente: non una commediola autocitazionistica come Sharknado, ma un bel filmaccio raffazzonato in poco tempo con protagonisti inespressivi e situazioni inverosimili; la presenza di Christopher Lloyd, il “Doc” Brown di Ritorno al futuro (l’avevo lasciato nel west a rimorchiare maestre, che brutta fine, poveraccio), qui nei panni del sindaco stronzo (che finisce malissimo, violato analmente da una lampreda!), è una perla che arricchisce il cast. Le blasfeme citazioni di Alien ci hanno portato a definirlo, con un gioco di parole degno del Bagaglino, “Alien VS Lampredator”, scusate, eravamo stanchi. Curiosi gli scontri lamprede-umani: trattandosi di bestiole facilissime da evitare (sono lente e piccole!), si è pensato di rendere più stupidi i personaggi: la nostra preferita è la sceriffa che si ferma in mezzo a milioni di lamprede con i finestrini abbassati, lasciandosi divorare senza nemmeno tentare la fuga; l’assurdo sacrificio dell’assistente (ma perchè? Non ce n’era alcun bisogno!) e la surreale ostinazione del sindaco (continua a far finta di nulla anche dopo 5-6 morti!) completano il podio. Particolarmente gustose le scene in cui oggetti di uso comune vengono usati per sfoltire la popolazione delle lamprede: abbiamo così il decespugliatore che le falcia a decine, le mazze da golf che le spappolano, gli attrezzi da barbecue per dargli fuoco, eccetera. Menzione speciale per i doppiatori italiani: mai avevamo visto un lavoro così mal eseguito, fuori sincrono di diversi secondi in quasi tutte le frasi. Cast di relitti umani, storia inverosimile, scene ridicole, zero tensione. In una sola parola: filmone!

Produzione: USA (2014)

Scena madre: il decespugliatore, per Dio, guardatevela! La figlia che lo solleva come se pesasse mezzo chilo e il sangue posticcio valgono da soli tutto il film!

Punto di forza: è insolitamente divertente! La deriva “consapevole” del trash targato Asylum ci stava preoccupando.

Punto debole: e le tette? C’è tanta gente in acqua, volevamo più tette! Potresti apprezzare anche…: Sexual parasite – Killer pussy

Come trovarlo: lo passano su Dimax ogni tanto, in italiano. Non perdetevelo!

Un piccolo assaggio:  (vi prego, notate la raffinatezza della realizzazione) 3

Pipì Room

La locandina non c'era, forse non esiste. Ma Jerry ti vuole: LIBIDINE per te!

La locandina non c’era, forse non esiste. Ma non importa, Jerry ti vuole: LIBIDINE per te!

[Krocodylus, IlCarlo]

Di: Jerry Calà
Con: Serra Yilmaz, Dafne Barbieri, Gianluca Testa, Giovanni Montarone

Praticamente il giorno dopo la nascita di questo blog, IlCarlo disse “recensisci Pipì Room di Jerry Calà, sta per uscire”. Il fatto che nessuno volesse comprare\distribuire\trasmettere questo agglomerato di fotogrammi sparsi a caso rappresentò un’ottima scusa per rifiutare il supplizio. Di solito a questo punto uno si arrende e pensa ad altro. Uno, sì, ma non lui. Durante una retrospettiva di film di Calà insieme alla sua fidanzata (tutto vero!), Carlo si è ricordato del suggerimento, e stavolta è riuscito nel malsano intento di raccattare una copia di Pipì Room. Questa è la genesi della terrificante serata che ha portato alla seguente recensione.

La prima inquadratura in assoluto, ovvero una citazione del tutto fuori luogo del filosofo Umberto Galimberti, ci ha subito stupiti. I titoli di testa hanno però bloccato nella mia bocca la frase “hai sbagliato file, dai, chissenefrega, guardiamo qualche video di Diprè”: la prima cosa che salta all’occhio (anzi all’orecchio) è uno squilibrio assoluto tra l’audio della colonna sonora (composta al 90% da basi house e techno di pessima fattura e prelevati direttamente dagli anni novanta) e quello dei dialoghi, che porterà alla perdita di una buona metà della sceneggiatura; e non è necessariamente un male.
Pipì Room è composto da 11 episodi, tutti con titoli in inglese che fa figo e moderno. Riassumerli tutti (e quindi ripercorrere l’intero calvario passo per passo) sarebbe troppo anche per noi, quindi citeremo i migliori. In “Shaved potato” due lesbiche parlano del più e del meno: depilatrici incapaci, pregiudizi, l’idea di far accoppiare una di loro col fratello dell’altra per avere un figlio, e una citazione finale de “La divina Commedia” dantesca che al minuto quindici aveva già fatto impennare il nostro consumo di birra. “True love” è la commovente (nel senso cerebrale del termine) storia d’amore di un ragazzo timido e impacciato con una vaccona assurda, le cui capacità orali sono più collaudate del modulo catenaccio nella Nazionale, che teorizza la grossa differenza tra sesso orale e sesso-sesso, considerando il primo come semplice svago e il secondo come tradimento. In “Human Zoo” c’è una tremenda comparsata di tre membri dello Zoo di 105: pur avendoli sempre trovati divertenti come un colpo di mignolo contro uno spigolo, bisogna ammettere che la loro recitazione è decisamente superiore a quella di chiunque altro. “Trans…gressions” (notare il titolo che velatamente suggerisce la trama dell’episodio) un neosposino, credendo di aver affittato una prostituta donna, si trova per le mani una sorpresa; siccome in tempo di carestia ogni buco è galleria (questa massima vale per tutti gli episodi, comunque) ne approfitta ugualmente.
A questo punto è d’obbligo una precisazione: questi film, queste commedie triviali con pretese di drammaticità, sono le più difficili da vedere e recensire, e attraversano quattro fasi abbastanza precise: inizio imbarazzante, ignoranza in crescendo, encefalogramma piatto per almeno quaranta minuti nel secondo tempo e finalmente i titoli di coda che pongono fine a una noia già prolungata. Proprio mentre sembrava che anche Pipì Room dovesse seguire lo schema, ecco che gli ultimi due episodi virano clamorosamente su un tentativo di denuncia sociale e di critica alla società dei consumi, con due pusher in crisi (che parlano come dei rapper falliti a colpi di “zio” e “fratello”) che cercano il senso della vita e una stronzetta filosofa che accompagna il ragazzo in discoteca e poi parte con un pippone assurdo sui mali del mondo, i bambini africani che fanno la fame e la mercificazione. L’uso di paroloni dotti senza alcun senso (tipo “sottoproletariato” e “spersonalizzazione”) fanno da prologo a un finale imbarazzante in cui una baldracca minorenne drogata chiede perdono alla madre e tutti piangono e ci viene qualche malattia per eccesso di patetismo che affoghiamo nella birra Fidel che costa poco al supermercato. Titoli di coda che vengono da noi accolti come scialuppe da parte di naufraghi che hanno finito le provviste e pensano già a mangiarsi tra di loro.

La descrizione basterebbe di per sè a recensire questa ridicola sceneggiata, che pare sia stata rinnegata dagli stessi produttori, tanto che è stata trasmessa soltanto in tv, in orari improponibili e nell’indifferenza generale. Alcuni degli attori, pare, furono selezionati dalle scuole di recitazione di Milano: ci piace immaginare Calà che seleziona i più talentuosi, li mette da parte e scrittura gli altri. Un cast in cui i migliori attori sono quelli dello Zoo di 105 dovrebbe dar da pensare a chi l’ha messo insieme. Vorremmo parlare di quanto squallida sia la sceneggiatura, ma preferiamo lasciare la parola alle migliori citazioni tratte testualmente dagli episodi:
– “La vita è tutta questione di culo, o ce l’hai o te lo fanno”
– “Lo sguardo dei ragazzi è come una droga”, detto da due minorenni prima di calarsi due etti di pasticche.
– “Spesso le peggio puttane sono proprio le signore”, e via di luoghi comuni e populismo d’accatto sulle donne che vogliono soldi e che sotto sotto sono tute battone.
– “E’ il gioco del benzinaio, lui fa la macchina e lei le pompe.
Quando poche frasi valgono più di mille recensioni. LIBIDINE.

Produzione: ITA (2011)
Scena madre: lo Zoo di 105 che omaggia il regista inserendo riferimenti a suoi precedenti lavori e tormentoni, in una conversazione in un cesso, mentre si parla di andare a puttane. E’ un pò il riassunto del film.
Punto di forza: con Jerry Calà si va sul sicuro, sotto un certo livello di grettezza non si scende mai.
Punto debole: al di là di ciò che concerne il “talento”, è impossibile che uno come Calà non avesse la disponibilità per un audio decente, invece di dover obbligare gli spettatori ad uno sforzo sovrumano di comprensione.
Potresti apprezzare anche…: Parentesi tonde.
Come trovarlo: ogni tanto andate su Rai Movie, quando nessuno guarda la tv, sul tardi, in un momento in cui vorreste essere altrove a fare tutt’altro. Potreste incrociarlo per sbaglio.

Un piccolo assaggio: 

(questo trailer, postato nell’agosto 2011, ha fatto partire la paziente ricerca de IlCarlo. Attenzione a non finire come lui)

3

Birdemic 2: The Resurrection

EPICO.

EPICO.

Di: James Nguyen
Con: Carrie Stevens, Whitney Moore, Alan Bagh, Brittany N. Pierce, Billy Mikus, Rick Camp, Chelsea Turnbo

L’attesissimo (da noi e qualche altro derelitto) sequel dell’immortale Birdemic è finalmente venuto in nostro possesso! Ci sono voluti anni di attesa e una paziente ricerca di sottotitoli in italiano, ma l’impresa è alla fine stata compiuta, e il film visionato. Ed è totalmente diverso da come ce lo aspettavamo!
A voler essere pignoli, Birdemic 2 non è un sequel del primo, ma un remake. Dello stesso regista. Con gli stessi attori.
Perchè uno fa un remake, di solito? Magari ha trovato più fondi di quando ha girato il film originale, o attori migliori, o forse più semplicemente la tecnologia ha raggiunto un livello tale da permettergli di realizzare qualcosa di meglio. Qualsiasi regista risponderebbe così, ma non James Nguyen. Il motivo per cui si sia cimentato in questa spazzatura ci rimane oscuro. Le poche differenze tra i due film sono l’unico motivo per cui non facciamo copiaeincolla con la precedente recensione.
Rod stavolta è un regista che nei primi cinque minuti di girato passeggia per Hollywood senza che accada una cippa di nulla (queste scene saranno numerosissime, probabilmente per allungare il minutaggio). Entra in un bar e subito inizia a provarci con la cameriera bionda, millantando fama mondiale e promettendole una parte nel suo prossimo film. Arriva anche un suo vecchio amico ricco sfondato che gli offre un milione di dollari a patto che nel film reciti la bagascia che si porta appresso. Ottenuto anche l’ok dei produttori (purchè si inseriscano più tette e violenza!), si può cominciare a girare, mentre Rod fa capire alla cameriera, in modo abbastanza esplicito, che c’è un modo semplice semplice per ringraziarlo dell’opportunità di carriera: offrirgliela su un piatto d’argento, cosa che l’attricetta fa senza alcun rimorso.
Come da copione, dal nulla arrivano le aquile, gli avvoltoi e i piccioni. No, va bè, stavolta c’è un minimo di storia e di contesto scientifico: cade una pioggia rossa venuta da chissà dove che fa resuscitare i morti, soprattutto due uomini di Neanderthal e gli uccelli. Fine del contesto scientifico. Qui in pratica riparte il secondo tempo del precedente film, con i protagonsiti che scappano in uno scenario totalmente normale e tranquillo in cui le macchine continuano a girare in strada, sparando come pazzi (le armi hanno tutte il cheat “colpi infiniti”) e ogni tanto decimandosi. A dieci minuti dalla fine, Nguyen sorprende lo spettatore inserendo una scena del tutto casuale in cui la pioggia rossa fa resuscitare degli zombi dal cimitero (7-8 in tutto), con uno scorcio di horror che quantomeno ravviva l’attenzione. Nel prevedibile finale, comunque, gli uccellacci e gli zombi tornano da dove sono venuti. Finisce esattamente come l’altro, insomma.
B2: The resurrection ripete insomma l’intero copione dell’originale. Questo vale anche per gli effetti speciali: sempre scarsi, sempre ai limiti dell’imbarazzo più totale, con il braccino corto del regista Nguyen sempre evidente (come quando persino un’ambulanza è ricostruita in CGI, presumiamo non sia troppo difficoltoso procurarsene una). Commentarli sarebbe una perdita di tempo, molto meglio evidenziare alcune parti che ci hanno lasciati perplessi.
Alcune scene, in particolare, sembrano prese da un altro film e inserite giusto per far raggiungere una lunghezza decente (ricordiamo che nonostante tutto ‘sta roba dura 79 minuti, eh, non tre ore): l’incontro con la coppia di ecologisti, lo scontro con i primitivi (sia ecologisti che primitivi indossano dei ridicoli parrucconi), e il siparietto nei vari set; in uno di questi Nguyen riesce anche ad inserire alcune tette di discreta qualità, come a dire che se avesse trenta-quaranta euro in più da buttar via potrebbe fare film action coi fiocchi.
Un grosso difetto del film (in ottica cinemasochistica, giacchè se parlassimo di livello qualitativo ci sarebbe da scriverne a lungo) è il fatto di autocitarsi continuamente, dando vita a un tentativo di metacinematografia decisamente inutile e noioso, con gli attori (chiamiamoli così) che discutono del mondo del cinema contemporaneo un attimo prima di prendere a badilate delle aquile posticce. Alle volte sembra quasi che James Nguyen sappia benissimo di non avere alcun talento e carichi la dose di trash solo per sfornare cult. Ma forse è solo un’impressione, eh…

Produzione: USA (2013)
Scena madre: l’attacco della medusa è particolarmente interessante, perchè davvero non centra nulla col resto del film. Probabilmente l’hanno messa per poi riprendere la cosa, ma se ne sono dimenticati.
Punto di forza: alla fine non è così male, fa ridere e una visione la merita.
Punto debole: dato che la vergogna non sembra essere di casa dalle sue parti, Nguyen poteva pure metterci qualche mostro in più, invece di riciclare i soliti uccellacci più qualche zombi.
Potresti apprezzare anche…: il primo Birdemic, tanto è uguale.
Come trovarlo: considerato che l’importanza dei dialoghi è pari a quella degli stessi nei porno, è sufficiente procurarselo originale. Se qualcuno volesse i sottotitoli italiani, sono facilmente reperibili online.

Un piccolo assaggio: 

(ecco la scena della medusa, guardatevela tutti, poi guardate il film e diteci se avete capito cosa ha a che fare con tutto il resto)

3