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Arachnoquake

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AH AH AH!

Di: Griff Furst
Con: Edward Furlong,  Megan Adelle, Gralen Bryant Banks, Paul Boocock,Tracey Gold

Sharknado? Pfui!
Ok, ok, il capolavoro della Asylum è uscito l’anno dopo. Quindi, tecnicamente, potrebbe essere Sharknado ad essersi ispirato ad Arachnoquake. Boh. Però il legame tra i due film è evidente: Sharks + tornado = Sharknado, Arachno + quake (“terremoto” in inglese) = Arachnoquake. Semplice semplice. E se queste erano le premesse, cosa poteva venirne fuori se non un trashissimo monster-movie senza capo nè coda?

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Che scena scontata, ma puoi?

La Louisiana è sotto attacco: giganteschi ragni preistorici in digitale emergono dal sottosuolo, sono capaci di sputare fuoco e camminare sull’acqua, e sono stati disturbati dalle solite multinazionali stronze, che trivellano il terreno e disturbano il sonno delle bestiole a otto zampe. Come se non bastasse, i ragnozzi attaccano l’uomo, creando bubboni sottopelle che esplodono rilasciando altri ragni, i quali crescono piuttosto in fretta. Per fermarli si crea un gruppo assai variegato: un giovane sfaccendato puttaniere, delusione di suo padre e della sorella bonazza, si trova a guidare un pullman con sopra un paio di ragazzi, un vecchio e una coppia di deficienti che vogliono fare un giro turistico. A distanza, un altro pullman, guidato dal padre dei due ragazzi, trasporta delle adolescenti succintamente vestite a un torneo di baseball (ci si veste così alle partite?), e deve fronteggiare la stessa minaccia degli aracnidi, che hanno ormai invaso la città. L’intervento dei militari (dieci-dodici in tutto, i mezzi sono quelli che sono) non è sufficiente: l’alleanza bifolchi locali-turisti-esercito nulla può contro la mostruosa regina aracnide, un buffo ragnone rosa grosso come un camion e parecchio incazzato. Spetta allora all’insulso protagonista, che si riscatterà vestendosi da palombaro e affrontando il mostro finale con stratagemmi che ci rifiutiamo di riportare per rispetto al nostro senso della vergogna.
Diretto da Griff Furst (suoi gli imbarazzanti I am Omega e 100 million BC) e scritto da una nostra vecchia conoscenza, Eric Forsberg (che qui abbiamo intervistato), Arachnoquake non è un film della Asylum, ma ci somiglia molto, e non solo per i nomi illustri. Canovaccio di partenza con mostri giganti in città, il numero minimo di comparse, qualche attore ripescato dall’oblio: la strategia è quella. Stavolta tocca a Edward Furlong l’ingrato ruolo di ex-celebrità: vi ricordate il ragazzino di Terminator 2 e il ragazzo problematico di American History X? E’ invecchiato, e secondo noi non così bene: bolso come John Travolta, interpreta il coach che accompagna le ragazzine con minigonna giropassera, e affronta i ragni a colpi di mazza da baseball. Per esigenza di sceneggiatura, è pure costretto a mettere in atto l’incidente più ridicolo della storia, con l’autobus che, a una velocità estremamente contenuta, sbanda e va a sbattere come se fosse ai duecento all’ora.

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Certo che passare da James Cameron a questa roba qui è proprio una finaccia, povero Furlong.

Non c’è molto da dire sui ragnoni: sono fatti malissimo, con una grafica orripilante, le loro dimensioni variano a seconda delle esigenze, e le comparse si gettano letteralmente nelle loro fauci per simulare aggressioni credibili, con una nota di merito per il vecchietto iniziale che, pur di non affrontare un ragno non così spaventoso (5 cm, a occhio), si lascia cadere in una buca senza fondo. Altri personaggi, invece, inciampano ripetutamente nel solito ramo che emerge dal terreno, nel disperato tentativo di rendere un pò verosimile l’assalto degli zamputi animaletti.
Una nota di merito sulle location: il film è interamente girato nella vera Louisiana, rappresentata nel modo più stereotipato possibile come un posto in cui abitano solo neri ignoranti, vecchi rincoglioniti e bifolchi bianchi razzisti. Inoltre, evidentemente a causa della povertà di budget, appena l’inquadratura si allarga è possibile vedere distintamente gli abitanti di Baton Rouge che, incuranti del set del film, camminano e fanno la loro vita come se niente fosse! Persino le macchine, nonostante il traffico di ragni grossi quanto cinghiali in mezzo alle strade, procedono lentamente, così come i pedoni sui marciapiedi.
Insomma un film non del tutto riuscito (certi intermezzi familiari, come in tutti i film di questo tipo, sono noiosissimi e poco utili), ma che strapperà più di una risata agli amanti di questa robaccia. Come noi.

Ah, chi scrive è aracnofobico. Bastardi maledetti.

Produzione: USA (2012)
Scena madre: l’assalto finale del buffissimo ragnone rosa che va a fare la ragnatela tra due palazzi affrontato da quel buzzurro del protagonista in tuta da palombaro.
Punto di forza: è divertente, in parecchie scene. E poi potrebbe dare il via ad un filone, ad esempio: pecore giganti (“sheeps”) più uragano (“hurricane”) che diventa SHEEPSICANE. O qualcosa del genere.
Punto debole: se si esclusono i patemi familiari dei personaggi, non ne ha. Forse avremmo preferito osasse un pò di più.
Potresti apprezzare anche…: bè, dai, stavolta è facile.
Come trovarlo: il mercato americano ci permette di averlo in tutti i formati, nonostante il successo assai minore rispetto a Sharknado.

Un piccolo assaggio: (il commento “this movie was biggest shit i’ve ever seen” sotto questo video ci manda subito in visibilio)

3,5

2-Headed Shark Attack

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Il senso della Asylum per le locandine. 10+

Di: Christopher Ray
Con: Carmen Electra, Charlie O’Connell, Brooke Hogan, Christina Bach

“sono studenti universitari, è normale che si comportino così”. Questa perla, riferita al gruppo di anabolizzati e baldracche in costume da bagno che costituisce l’insieme dei personaggi di questo film, pronunciata a pochi minuti dai titoli di testa, permette subito di annusare il profumo di cazzatona. E trattandosi di un film della Asylum che parla di uno squalo a due teste,non poteva essere altrimenti. In svariati anni di università, chi scrive non ha mai visto situazioni del genere; le mie compagne di corso, a cui voglio bene, non si spogliavano molto spesso per limonare tra loro. Vabbè.
Per motivi non chiarissimi, e comunque ininfluenti, il suddetto gruppo di “studenti universitari” si trova a cazzeggiare in mezzo al mare, finchè la carcassa di un pesciolone non finisce nelle eliche impedendogli di continuare la navigazione, e anzi facendo imbarcare acqua. La comparsa di un provvidenziale atollo (vicinissimo a loro, ma qualche secondo prima non c’era) salva la situazione. Qui il film potrebbe anche finire, perchè, considerato che a) il cattivo è uno squalo, a due teste ma pur sempre uno squalo e b) i protagonisti sono sulla terra ferma, se ne deduce che c) lo squalo si attacca al tram e non è poi così temibile. Per fortuna interviene l’imbecillità degli “studenti universitari” (sigh): appena giunti sull’isola deserta, i ragazzotti capiscono subito quali sono le priorità: trombare, far limonare le studentesse in mare, prendere il sole e fare gare di motoscafi. Soprattutto quest’ultimo hobby è una manna dal cielo per lo squalo a due teste, che subito si da da fare divorando due studenti alla volta per fare prima. Avvenuta la prima scrematura di idioti, quando i superstiti si sono resi conto del pericolo, basterebbe starsene sulla terraferma per evitare guai; non essendo possibile, si inventa un mezzo terremoto che permette ai personaggi, anche quelli lontani dall’acqua, di tuffarsi ad ogni minima scossa, finendo anch’essi nelle doppie fauci del bestio. Lo scontro finale, con onde anomale e terremoti, vede i pochi studenti rimasti affrontare il 2-headed coso in mare aperto, riuscendo incredibilmente a sconfiggerlo nel modo più classico: lo squalo addenta la barca e la barca esplode, così, a caso. Arriva pure un elicottero a riprenderseli, chissà da dove, ma in fondo chissenefrega.
Piuttosto deludente questo ennesimo film Asylum a tema squali; il giochino non funziona più molto bene senza un minimo d’inventiva. Sì, la bestiaccia è divertente e tutto, ma oltre al fatto che si vede poco (gli effetti costano!), non è accompagnata da un contorno accettabile. I personaggi sono la replica esatta dello stereotipo americano degli studenti frivoli e palestrati, i dialoghi penosi, la realizzazione tecnica dozzinale: inquadrature da videoclip, ritmo da videoclip, recitazione da recita parrocchiale. E lo squalone? Lo squalone è ovviamente in digitale, a parte qualche scena in cui apprezziamo l’uso di ammassi di cartapesta legnosi e poco realistici. Niente di che. A questo punto tanto vale concentrarci sull’assurdità della sceneggiatura, roba che dei bambini di seconda elementare avrebbero scritto meglio, e sulla scelta degli attori: chi meglio di Carmen Electra, famosa per due grandi qualità, che non sono la capacità recitativa e l’applicazione, per interpretare una professoressa? Sì, sembra più giovane di alcuni suoi studenti (e probabilmente lo è), ma non importa, le inquadrature sul suo corpo in bikini si sprecano e a nessuno dispiace.
Se non avessimo visto qualche decina di film simili (ma più divertenti) potremmo anche apprezzarlo, ma per quanto ci piaccia il cinemasochismo crediamo che la Asylum possa e debba fare di meglio. Non so, Carmen Electra contro dei cannibali zombi? Dei cosacchi filosofi mummificati? Non è difficile, basta sforzarsi!

Produzione: USA (2012)
Scena madre: la lesbicata gratuita delle due studentesse sotto gli occhi libidinosi di un compagno, finchè lo squalo non fa il suo dovere.
Punto di forza: vale sempre la pena di spendere cinque minuti di vita per vedere un mostro strampalato della Asylum.
Punto debole: cinque minuti, non novanta. Tutto il resto è noia.
Potresti apprezzare anche…: i VHS con il backstage dei calendari delle veline. Manca lo squalo ma vabbè.
Come trovarlo: in versione anglosassone, possibilmente sottotitolato; i dialoghi assurdi regalano qualche sporadico momento di gioia.

Un piccolo assaggio:  (qualche genio si è messo a contare i morti del film, gustateveli)

2

Dead Sushi

Che bello, siamo commossi.

Che bello, siamo commossi.

Di: Noboru Iguchi
Con: Rina Takeda, Kentarô Shimazu, Takamasa Suga, Takashi Nishina, Yui Murata

Tra gli indizi che ci fanno sentire puzza di film trash, un titolo come Dead Sushi, il fatto che sia una produzione giapponese e una locandina fatta con i piedi occupano senza dubbio un posto importante. E infatti Iguchi, che si aggiunge a Nakano nella nostra personale galleria di registi nippo-trash degli anni duemila, non delude e confeziona una pellicola inevitabilmente destinata a diventare un film di culto.
Keiko è una timida cameriera di un ristorante giapponese specializzato in sushi; sottoposta fin da piccola a massacranti allenamenti a suon di arti marziali per imparare a preparare il sushi perfetto, è però poco considerata dal padre e relegata al ruolo di cameriera. La sua occasione di riscatto arriva quando i dirigenti di una grande azienda arrivano al ristorante per assaggiare l’ottimo sushi della casa: un ex-dipendente in cerca di vendetta (caduto in disgrazia e ormai ridotto ad un homeless sbandato) crea infatti un esercito di sushi assassini zombi, costringendo Keiko a dar fondo alle proprie abilità culinario-marziali in una feroce lotta per la sopravvivenza. A complicare le cose, una serie di mutazioni di tutti i tipi che trasformano camerieri e avventori in creature assurde e letali. In un crescendo di mostri grotteschi, riuscirà la povera cameriera a riscattarsi?
Andare al ristorante giapponese il giorno dopo aver visto questo film non ha prezzo: non siamo fanatici del sushi, ma dopo aver visto Dead Sushi siamo divisi tra lo schifo e l’attrazione: anche noi vorremmo vivere come delle creature dei film di Iguchi! Non si risparmia davvero nulla: sushi assassini, tofani omicidi, calamari dotati di lame che uccidono nei modi più improbabili. Favolosa la psicologia del cibo, con i brandelli di sushi che maltrattano un povero uovo spingendolo, intimorito, ad una curiosa alleanza con la bella Keiko. Gli omicidi, splatterissimi e pieni di sangue finto e cartapesta, sono uno più divertente dell’altro, a partire dalla coppia di fidanzatini trucidati da un barbone in una scena da cineteca: la lama-sushi decapita lei, spingendone la testa a un limone durissimo con l’orripilato fidanzato e poi trafiggendoli entrambi con un colpo netto! Ma siamo appena all’inizio: i sushi sgozzano, tagliano lingue, decapitano, fanno esplodere teste e diffondono una specie di contagio che trasforma gli altri cibi in altrettanti assassini (!) e gli esseri umani in zombi-sushi, con l’apoteosi del capopopolo con la faccia da pesce che comanda un esercito di mutanti. Sarebbe impossibile un riassunto anche approssimativo di tutto il ben di Dio qui presente, peraltro immerso in un mare di tettone e maschi arrapatissimi e stupidi che fa cappottare dalle risate (non può mancare il pasto in cui una donna nuda è usata come tavolo da due uomini libidinosi). Prendere sul serio una roba come questa sarebbe impossibile e francamente anche ingiusto nei confronti del regista; notiamo però che Iguchi non risparmia qualche frecciatina ad una certa cultura giapponese e al suo sessismo (il fatto che queste critiche vengano fatte a suon di poppe giganti è invece meritevole di ulteriore dibattito), comprese quelle che a noi spettatori occidentali saranno certamente sfuggite. Ma poi chissenefrega, volevate il sushi zombi? Beccatevi il sushi zombi, con i complimenti della casa!

Produzione: Giappone (2012)
Scena madre: il barbone che aggredisce e uccide la coppia, bellissimo! Non sapevamo se ridere o vomitare!
Punto di forza: la raffinata critica sociale di Iguchi ad una società bigotta, che…ah, ma a chi vogliamo darla a bere? SU-SHI ZOM-BI! SU-SHI ZOM-BI!
Punto debole: a volte Iguchi abbandona il suo spirito geniale per introdurre elementi di comicità banale e scontata, ma a parte questo è davvero un film divertente.
Potresti apprezzare anche…: Big tits zombie, del maestro Nakano.
Come trovarlo: non è mai stato doppiato, e per fortuna! Quanto sarebbe squallido un doppiaggio italiano? Però lo trovate con i sub in inglese, tanto non c’è molto da capire.

Un piccolo assaggio:  (questo trailer per il mercato inglese offre un bel tocco d’ignoranza al tutto)

4

Birdemic 2: The Resurrection

EPICO.

EPICO.

Di: James Nguyen
Con: Carrie Stevens, Whitney Moore, Alan Bagh, Brittany N. Pierce, Billy Mikus, Rick Camp, Chelsea Turnbo

L’attesissimo (da noi e qualche altro derelitto) sequel dell’immortale Birdemic è finalmente venuto in nostro possesso! Ci sono voluti anni di attesa e una paziente ricerca di sottotitoli in italiano, ma l’impresa è alla fine stata compiuta, e il film visionato. Ed è totalmente diverso da come ce lo aspettavamo!
A voler essere pignoli, Birdemic 2 non è un sequel del primo, ma un remake. Dello stesso regista. Con gli stessi attori.
Perchè uno fa un remake, di solito? Magari ha trovato più fondi di quando ha girato il film originale, o attori migliori, o forse più semplicemente la tecnologia ha raggiunto un livello tale da permettergli di realizzare qualcosa di meglio. Qualsiasi regista risponderebbe così, ma non James Nguyen. Il motivo per cui si sia cimentato in questa spazzatura ci rimane oscuro. Le poche differenze tra i due film sono l’unico motivo per cui non facciamo copiaeincolla con la precedente recensione.
Rod stavolta è un regista che nei primi cinque minuti di girato passeggia per Hollywood senza che accada una cippa di nulla (queste scene saranno numerosissime, probabilmente per allungare il minutaggio). Entra in un bar e subito inizia a provarci con la cameriera bionda, millantando fama mondiale e promettendole una parte nel suo prossimo film. Arriva anche un suo vecchio amico ricco sfondato che gli offre un milione di dollari a patto che nel film reciti la bagascia che si porta appresso. Ottenuto anche l’ok dei produttori (purchè si inseriscano più tette e violenza!), si può cominciare a girare, mentre Rod fa capire alla cameriera, in modo abbastanza esplicito, che c’è un modo semplice semplice per ringraziarlo dell’opportunità di carriera: offrirgliela su un piatto d’argento, cosa che l’attricetta fa senza alcun rimorso.
Come da copione, dal nulla arrivano le aquile, gli avvoltoi e i piccioni. No, va bè, stavolta c’è un minimo di storia e di contesto scientifico: cade una pioggia rossa venuta da chissà dove che fa resuscitare i morti, soprattutto due uomini di Neanderthal e gli uccelli. Fine del contesto scientifico. Qui in pratica riparte il secondo tempo del precedente film, con i protagonsiti che scappano in uno scenario totalmente normale e tranquillo in cui le macchine continuano a girare in strada, sparando come pazzi (le armi hanno tutte il cheat “colpi infiniti”) e ogni tanto decimandosi. A dieci minuti dalla fine, Nguyen sorprende lo spettatore inserendo una scena del tutto casuale in cui la pioggia rossa fa resuscitare degli zombi dal cimitero (7-8 in tutto), con uno scorcio di horror che quantomeno ravviva l’attenzione. Nel prevedibile finale, comunque, gli uccellacci e gli zombi tornano da dove sono venuti. Finisce esattamente come l’altro, insomma.
B2: The resurrection ripete insomma l’intero copione dell’originale. Questo vale anche per gli effetti speciali: sempre scarsi, sempre ai limiti dell’imbarazzo più totale, con il braccino corto del regista Nguyen sempre evidente (come quando persino un’ambulanza è ricostruita in CGI, presumiamo non sia troppo difficoltoso procurarsene una). Commentarli sarebbe una perdita di tempo, molto meglio evidenziare alcune parti che ci hanno lasciati perplessi.
Alcune scene, in particolare, sembrano prese da un altro film e inserite giusto per far raggiungere una lunghezza decente (ricordiamo che nonostante tutto ‘sta roba dura 79 minuti, eh, non tre ore): l’incontro con la coppia di ecologisti, lo scontro con i primitivi (sia ecologisti che primitivi indossano dei ridicoli parrucconi), e il siparietto nei vari set; in uno di questi Nguyen riesce anche ad inserire alcune tette di discreta qualità, come a dire che se avesse trenta-quaranta euro in più da buttar via potrebbe fare film action coi fiocchi.
Un grosso difetto del film (in ottica cinemasochistica, giacchè se parlassimo di livello qualitativo ci sarebbe da scriverne a lungo) è il fatto di autocitarsi continuamente, dando vita a un tentativo di metacinematografia decisamente inutile e noioso, con gli attori (chiamiamoli così) che discutono del mondo del cinema contemporaneo un attimo prima di prendere a badilate delle aquile posticce. Alle volte sembra quasi che James Nguyen sappia benissimo di non avere alcun talento e carichi la dose di trash solo per sfornare cult. Ma forse è solo un’impressione, eh…

Produzione: USA (2013)
Scena madre: l’attacco della medusa è particolarmente interessante, perchè davvero non centra nulla col resto del film. Probabilmente l’hanno messa per poi riprendere la cosa, ma se ne sono dimenticati.
Punto di forza: alla fine non è così male, fa ridere e una visione la merita.
Punto debole: dato che la vergogna non sembra essere di casa dalle sue parti, Nguyen poteva pure metterci qualche mostro in più, invece di riciclare i soliti uccellacci più qualche zombi.
Potresti apprezzare anche…: il primo Birdemic, tanto è uguale.
Come trovarlo: considerato che l’importanza dei dialoghi è pari a quella degli stessi nei porno, è sufficiente procurarselo originale. Se qualcuno volesse i sottotitoli italiani, sono facilmente reperibili online.

Un piccolo assaggio: 

(ecco la scena della medusa, guardatevela tutti, poi guardate il film e diteci se avete capito cosa ha a che fare con tutto il resto)

3

Rise of the zombies – Il ritorno degli zombie

Persino Danny Trejo sembra chiedersi "che ci faccio qui?"

Persino Danny Trejo sembra chiedersi “che ci faccio qui?”

Di: Nick Lyon
Con: Mariel Hemingway, Levar Burton, Danny Trejo

Perchè la Asylum fa certe cose? Nel senso, sappiamo tutti che non conoscono la vergogna. Ma perchè continuano a far uscire film di zombi? Hanno qualcosa di nuovo da dire? Ovviamente no. Anzi, forse sì: qualcuno deve aver detto a Latt e soci che il make-up degli zombi applicato alle comparse nei loro film è illegale in 50 paesi, per bruttezza e approssimazione. Che hanno fatto nel caso di questa ennesima fetecchia? Hanno speso un sacco di sghei per il make-up, che infatti è più che decente: anche gli effetti splatter non sono affatto male. Poi, evidentemente, hanno finito i soldi, e siccome mancavano ancora sceneggiatura, casting e regia si sono arrangiati con quel che c’era.
Il film inizia…anzi, il film non inizia, bensì parte in quarta con un gruppo di persone che sfuggono in una San Francisco invasa dagli zombi, mentre compare il sibillino titolo Il ritorno degli zombie – Fuga da Alcatraz, clamoroso prestito dal capolavoro di Siegel. Dopo un incidente (dovuto alla elevata velocità della macchina, incomprensibile dato che gli zombi si schivano comodamente anche ai 50 all’ora) a sopravvivere è solo una donna incinta, che se ne va per i fatti suoi. L’azione si sposta sull’isola di Alcatraz, dove un altro gruppo di superstiti cerca cure per l’infezione. L’isola è stata sicura fino a quel momento, ma poi gli zombi imparano a nuotare e la invadono: i sopravvissuti scappano con un gommone stile profughi a Lampedusa e arrivano in città, qualcuno per cercare un presunto “punto sicuro”, ovviamente inesistente, e qualcuno in cerca di una cura. I tre quarti d’ora centrali sono costituiti dalle storie personali dei protagonisti: la coppietta disperata, la donna incinta (protagonista di una scena clamorosa), il soldato duro ma buono (il leggendario Danny Trejo, l’attore più famoso e capace del film, che infatti muore subito), il marine ciccione fondamentalista cristiano (Ethan Supplee, il Randy di My name is Earl, serie tv di cui la Asylum ha saccheggiato il cast per le sue porcate horror), la dottoressa milfona bona, uno scienziato pazzo. Quest’ultimo, rintanato in uno sgabuzzino, rivela che in realtà una cura non esiste, che hanno fatto un viaggio a vuoto e che insomma sono dei coglioni. Poi ci ripensa e dice che un vaccino c’è, faccio notare che lo dice con dispiacere, porello. Alla fine rimangono vivi solo il lui della coppietta, il marine ciccione amputato, il dottore e la scienziata MILF. Ah, c’è pure un tizio di colore che, rimasto da solo ad Alcatraz, sperimenta inutilmente cure sulla figlia zombi, per poi esploderci insieme. Il personaggio (come del resto tutti gli altri) è veramente noioso, stereotipato e inutile, quindi ci limitiamo a menzionarlo.
Questa pellicola non è altro che la fotocopia di Zombie apocalypse, da noi recensito poco tempo fa. La si potrebbe tranquillamente ignorare, se non fosse per una novità assoluta: la scrematura creativa. Fin dal primo momento (quando gli abitanti di Alcatraz si lamentano di essere in troppi sul gommone e lasciano indietro lo scienziato di colore, però gli zaini se li portano, begli stronzi) è ovvio che ci sono troppi, troppi personaggi. Che fare? Li si potrebbe tranquillamente accoppare tutti in un colpo solo con un attacco zombi, ma è qui che scatta la genialata: ucciderli uno a uno nei modi più improbabili e divertenti, tenendo alta l’attenzione su un film che altrimenti non varrebbe neppure il prezzo dei popcorn al cinema. E così abbiamo lo scienziato che si fa esplodere dopo essersi tagliato un braccio per nutrire la figlia, Danny Trejo duro e figo che si fa ammazzare da una zombi storpia senza opporre la minima resistenza, gli idioti iniziali che, inseguiti da una decina di lentissimi zombi, corrono ai duecento all’ora schiantandosi contro un palo, la donna incinta. Questa donna, come anticipato, muore nel modo più stupido: sopravvissuta per giorni dentro un’ambulanza, ne esce per farsi mordere da uno zombi nascosto sotto il mezzo, e chiede di salvare il bambino: appena nato, il bambolotto, già infetto, viene prontamente terminato. Il suo personaggio non serviva assolutamente a nulla, se non ad aggiungere una morte inverosimile tra le tante.
Ma sono altre le scene ridicole: una scritta “STAY OUT” sul lato interno di una struttura; lo scienziato che si disossa il braccio come un provetto macellaio e poi si fa le foto da bimbominkia con la figlia zombi; uno zombi impiccato parlante; zombi capaci di nuotare e di arrampicarsi sui liscissimi piloni di un ponte come delle gatte pelose di quelle che si trovano sugli alberi; gli zombi uccisi con dei taser, l’arma più scomoda di sempre. Oltretutto, se è vero che gli effetti speciali sono superiori alla media (ma non tutti, vedi incidente in auto all’inizio), il resto della realizzazione fa acqua da tutte le parti: le inquadrature dall’alto mostrano una San Francisco non particolarmente vivace, ma in cui si vede benissimo lo scorrere del traffico; gli zombi sono a gruppi di 10-15, come sempre la Asylum è sparagnina quando si parla di comparse; gli attori ridono invece di piangere, come nel caso eccezionale del ragazzo orientale. Le spiegazioni sono campate in aria (si dice che non è il cervello a tenerli in vita, ma il metodo per ucciderli è sempre la testa tagliata) e pure le reazioni: di due personaggi infetti, a uno iniettano il vaccino e all’altro tagliano un braccio a dieci secondi di distanza, senza che quest’ultimo si lamenti per la disparità di trattamento!
Insomma l’ennesima zombata made in Asylum!

Produzione: USA (2012)
Scena madre: dunque, è un pò lunga ma merita. La lei della coppietta, in un attimo di pausa, si siede su un tram di San Francisco (ovviamente fermo per mancanza di corrente) e confessa alla dottoressa che prima dell’apocalisse ha trombato con uno sconosciuto a una festa ed è incinta. Dopo cinque minuti di cantilena abortisco-anzi no-ho cambiato idea, la dottoressa scende. Senza un motivo, il tram parte e va a schiantarsi contro un pullman, esplodendo. Il tutto ai dieci all’ora, contro un autobus messo lì apposta e un’esplosione assolutamente impossibile! Oltretutto, il percorso totalmente casuale del tram ci ha fatto venire in mente ben altra scena.
Punto di forza: le scene divertenti sono sparse in tutto il film e rendono meno pesanti gli 82 minuti.
Punto debole: la ripetitività. Signori della Asylum, basta zombi! Copiare The Walking Dead non è la soluzione…potete fare di meglio!
Potresti apprezzare anche…: Zombie apocalypse, sempre della Asylum.
Come trovarlo: ultimamente molti film Asylum vengono doppiati e distribuiti in italiano. Alle volte li passano anche su Sky.

Un piccolo assaggio:  (persino il trailer è copiatissimo da quello della 3a stagione di The Walking Dead!)

2,5

2012 – Ice age

La Statua della Libertà è un must dei catastrofici americani!

La Statua della Libertà è un must dei catastrofici americani!

Di: Travis Fort
Con: Patrick Labyorteaux, Julie McCullough, Katie Wilson

Terzo film Asylum che inizia con la parola “2012” (ma probabilmente ne sono usciti altri, dall’inizio di quest’anno) e che sfrutta ignobilmente la profezia maya e il kolossal di Emmerich, Ice age non ha ovviamente nulla a che fare con i film qui menzionati: è infatti un plagio di The day after tomorrow (una eventuale querela complessiva per plagio da parte di Roland Emmerich manderebbe la Asylum in bancarotta). E chi c’è a sostituire il buon Dennis Quaid? Chi se non Patrick Labyorteaux? Per i blasfemi che non sanno chi è: non avete mai visto JAG – Avvocati in divisa? Lui era il marine panzone. Qui fa lo scienziato panzone: invece di lavorare, accompagna i figli a spasso per la città: uno gli fa da aiutante nei suoi studi, l’altra è una biondina saccente e insopportabile. Patrick e il figlio, dopo aver ignorato le richieste di soccorso di un povero esploratore indiano che muore al telefono, si accorgono con colpevole ritardo che qualcosa non va, e che la catastrofe climatica (parleremo dopo di che cosa sia questa catastrofe) è alle porte. Raccattata la moglie, si ricordano che la figlia è appena partita in aereo per New York: il Nordamerica, però, sta per essere investito da un ghiacciaio. L’allegra famigliola parte così in automobile per New York, mentre dietro di loro la civiltà scompare, investita da pezzi di ghiaccio grandi quanto una nave da crociera che cadono dal cielo. I tre affronteranno molte peripezie, durante le quali il pachidermico padre di famiglia dimostra abilità pari a quelle di McGyver, pilotando aerei, fabbricando esplosivi e facendo lo slalom in macchina tra i pezzi di ghiaccio che cadono. Intanto il governo prova a risolvere la situazione nell’unico modo possibile in un film della Asylum: aerei in digitale (con piloti in digitale) che sganciano bombe atomiche a volontà, con risultati veramente modesti. Giunti a New York tra mille difficoltà, i nostri eroi scoprono che la figlia non è più lì e che insomma hanno rischiato la pelle più e più volte per niente. In un momento di lucidità, Patrick si ricorda che basta tracciare il di lei cellulare per capire dove si trovi, il tutto al minuto settantotto, evidentemente da giovane lo chiamavano “mente sveglia”. Ricongiuntisi con la ragazza e il suo fidanzato, i cinque si rifugiano nella Statua della libertà. Il ghiacciaio, dopo aver viaggiato per ore e ore a 200 miglia orarie, si ferma proprio a dieci centimetri da loro. Fattore C.
Prima di soffermarci, come di consueto, sulla parte tecnica, ammettiamo la nostra ignoranza: pur avendo cercato a lungo informazioni in proposito, non siamo riusciti a capire che tipo di fenomeno naturale stia alla base del film. Ci sono questi vulcani che eruttano, un ghiacciaio che viaggia alla velocità di una Formula 1, dei blocchi di ghiaccio che cadono dal cielo…pur con tutta la buona volontà, non abbiamo capito di preciso con cosa si abbia a che fare, e il sospetto che alla Asylum l’abbiano sparata grossa per l’ennesima volta va per la maggiore. Per la gioia dei nostri occhi, Travis Fort rispolvera tutto l’armamentario catastrofico della casa di produzione: tornado, vulcani, era glaciale, immobili fotografie di città incollate su uno sfondo posticcio, meravigliose tempeste di neve che finiscono a metà inquadratura perchè il getto non era abbastanza potente. I dialoghi sono orrendi e sembrano scritti senza voglia, è tutto un “papà, attento” e “calma, calma” ripetuto allo sfinimento. In compenso gli attori sono davvero discreti, nelle ultime produzioni della Asylum la capacità recitativa media sembra aumentata, a discapito del settore grafico e della sceneggiatura. Altro lato positivo è la colonna sonora: è copiatissima da quella di The day after tomorrow, però non è niente male. Ovviamente il discorso non vale per la grafica digitale, che qui tocca veramente il fondo sconfinando nell’amatorialità più estrema.
Diverte, fa ridere, gli attori sono decenti e il nonsenso assicurato. A un film della Asylum non si può davvero chiedere altro. Comunque, nulla lascia intendere che il film sia ambientato nel 2012 e della profezia maya non c’è traccia: la solita genialata dei titolisti!

Produzione: USA (2011)
Scena madre: potremmo tirare in ballo CGI ed effetti speciali, ma non spariamo sulla croce rossa: preferiamo l’incidente che Patrick e famiglia hanno appena partiti: proprio nel momento di miglior visibilità, in una strada totalmente deserta,vanno a tamponare due macchine ferme ribaltandosi. Premio Automobilista dell’anno.
Punto di forza: la ricetta classica Asylum, senza pretese di serietà, come piace a noi.
Punto debole: forse una certa ripetitività di questo genere di film, che prima o poi inizia ad annoiare. Ma vale solo per noi cinemasochisti.
Potresti apprezzare anche…: Arctic blast.
Come trovarlo: in inglese. Non abbiamo trovato sottotitoli italiani, per cui il consiglio di imparare a vedere i film in lingua originale continua a essere valido.

Un piccolo assaggio: (una curiosa compilation di effetti speciali del film, tanto per farvi un’idea; per chi conosce l’inglese, c’è anche il making of)

3,5

Dracula 3D

Guardate che bella locandina, però! Ah, è l'edizione americana...?

Guardate che bella locandina, però! Ah, è l’edizione americana…?

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Dario Argento
Con: Thomas Kretschmann, Asia Argento, Rutger Hauer

Prima di cominciare la mattanza, vi offriamo ben tre curiosità su Dracula 3D: 1) E’ stato girato in parte nel biellese, zona dove alcuni di noi sono cresciuti; hanno fatto un casino assurdo per delle settimane e poi le parti migliori del paesaggio le hanno ricostruite in digitale! 2) Uno degli sceneggiatori (ben quattro!) è Enrique Cerezo, produttore e presidente dell’Atletico Madrid, che per questo meriterebbe la retrocessione a tavolino. 3) Durante le riprese Rutger Hauer, in giro di notte, si è spianato contro una pianta con la sua auto richiedendo l’intervento delle forze dell’ordine…ok, passiamo alla recensione. Dracula 3D è stato diretto da un omonimo di Dario Argento. No, non è lui: mi rifiuto di pensare che il regista di Profondo rosso sia responsabile di questo pattume. La trama riprende vagamente il libro di Stoker: vagamente perchè cambia arbitrariamente un sacco di cose, incluso il finale. Jonathan Harker è qui un tizio che viene ingaggiato dal Conte Dracula per riordinargli la biblioteca. L’ingenuo Harker pensa bene di invitare anche la sua ragazza, Mina, amica d’infanzia di una paesana (“interpretata” da Asia Argento). Accortasi che qualcosa non va, la ragazza decide di allearsi con Abraham Van Helsing (Rutger Hauer) per combattere la minaccia del vampiro, prima spalleggiata e poi tradita dagli omertosi capi-villaggio. Il Conte rapisce Mina perchè gli ricorda la sua ex-moglie e vuole tipo farla sua sposa per rivivere l’antico amore, non lo so, la sceneggiatura ha qualche buco, ma l’intervento risolutivo di Van Helsing manderà all’aria i suoi turpi piani e il cacciatore di vampiri potrà allontanarsi con la ragazza. Secondo me dopo scoppia la passione tra il vecchio Hauer e Mina, ma vabbè, questa è solo una mia impressione. Fine.
La prima domanda è: c’era proprio bisogno dell’ennesima rilettura di Dracula? Lo abbiamo già visto in tutte le salse (pure horror-fantascientifica!), siamo nel periodo peggiore dei vampiri su grande schermo a causa di quella diarrea che è la saga di Twilight, che bisogno c’era di tentare il capolavoro proprio con questa storia? Ma è Dario Argento, un grande regista, direte voi, ne verrà fuori un capolavoro. Eh, magari. Il film è orrendo, diciamolo subito: brutto, mal girato, fotografato con i piedi e sceneggiato peggio; sapere che si son messi in quattro a scrivere questa roba, inclusi Argento e il presidente dell’Atletico, è preoccupante. L’interesse per i personaggi veleggia per tutto il film sullo zero assoluto: tutte le versioni precedenti del romanzo di Stoker avevano la particolarità di offrire un cattivo di spessore (Bela Lugosi, Christopher Lee, Gary Oldman) e un buono di altrettanto spessore (Edward Van Sloan, Peter Cushing, Anthony Hopkins); qui i personaggi sono stupidi, inverosimili e poco interessanti. Il conte Dracula, interpretato da Kretschmann e spaventosamente simile al Governatore della serie tv The Walking Dead, è per tutto il film uno stronzo assassino, ma negli ultimi cinque minuti si cerca di dargli un’aria di tragedia e melodramma completamente fuori luogo e forzata, come se di colpo Argento si fosse reso conto del tedio generato dal personaggio e avesse tentato disperatamente di dargli una statura tragica. Van Helsing…bisogna dire che Rutger Hauer, rispetto al resto del cast, sembra Peter Ustinov; ma è proprio il personaggio ad essere assurdo: ex direttore di un manicomio, si presenta nel cuore della notte a casa di Mina, è un vecchio pieno di acciacchi ma all’occorrenza uccide vampiri con una disinvoltura assurda e, una volta morto Dracula, si lascia andare a fregnacce indegne sul fuoco e sulla passione e altre amenità di questo genere. C’è anche il dandy che interpreta Harker che sembra Al Bano prima maniera, ma stendiamo un velo pietoso. Questo per quanto riguarda il reparto maschile, chè le donzelle meritano un discorso a parte.
La prima a comparire è Miriam Giovanelli: interpreta la contadina Tanya, niente da dire, il personaggio è una bagascia maggiorata in stato di ipnosi e lei la interpreta benissimo; i primi piani delle sue tette rappresentano il settanta per cento dell’interesse attorno al film (guardate qui che popò di talento). Mina (Marta Gastini) è anche lei un’attrice non del tutto incapace prigioniera di un personaggio senza senso. E poi c’è lei, Asia Argento, imbarazzante a vedersi e sentirsi, la prova vivente che nepotismo e meritocrazia non possono viaggiare sullo stesso binario. In Land of the dead di Romero l’avevamo anche apprezzata: qui si è imbruttita, il padre le fa dire un mucchio di cazzate nei dialoghi e, soprattutto, si doppia da sè. Non sappiamo che cosa le abbia procurato quella pronuncia, ma ogni volta che appariva in scena ci sembrava di sentir parlare una badante serba, o una di quelle signore che in stazione a Torino ti chiedono dei soldi; oltre a mangiarsi le parole, la povera Asia recita peggio di Alberto Tomba in Alex l’ariete.
Ultime note: musica ed effetti speciali. La musica è di Claudio Simonetti: non è male, ma è spaventosamente fuori luogo: il tema principale è copiato dai film americani di fantascienza anni cinquanta, e la canzone finale (Kiss me, Dracula) starebbe meglio in un concerto metal-tamarro piuttosto che in un film dell’orrore. Anche gli effetti speciali sono di un veterano, Sergio Stivaletti. Anche in questo caso, viene da pensare a uno straordinario caso di omonimia: com’è possibile che il maestro italiano degli effettacci splatter si riduca così? I paesaggi sono ricostruiti con una grafica digitale micragnosa e inverosimile, idem per gli animali, e persino il poco splatter è realizzato con qualche programma di grafica particolarmente scadente; ma poi, chi è l’addetto al suono? Perchè i lupi feroci fanno il rumore di un trattore? Piange il cuore a dover recensire un film di Dario Argento su questo blog; ma se questo è il futuro dell’horror italiano, si capisce perchè molti preferiscono rifugiarsi in un più glorioso passato.

Produzione: ITA (2012)
Scena madre: la mantide. Non l’abbiamo nominata prima, è già entrata nel mito; una scena assurdamente sconclusionata e realizzata in una CGI che…no, non spoileriamo. Dovete vedervela!
Punto di forza: Miriam Giovanelli. Sul serio, la ragazza ha del talento, almeno una quarta coppa D di talento. Teniamola d’occhio. E poi i paesaggi biellesi, quando non sono ricostruiti al computer.
Punto debole: tra i tanti, Asia Argento. Ma Dario ha qualche conto in sospeso con la figlia? In un’ora scarsa la fa spogliare, palpeggiare da Dracula, mordere, uccidere e bruciare da Van Helsing. Le loro beghe familiari ci interessano relativamente, ma deve proprio inserirla in ogni film e trattarla malissimo?
Potresti apprezzare anche…: Van Helsing Dracula’s revenge. Se invece volete scoprire com’era Dario Argento, guardatevi i suoi primi film.
Come trovarlo: praticamente ignorato nelle sale (chiediamoci perchè), è stato editato in DVD e Blu-ray.

Un piccolo assaggio: (questo trailer è stato rilasciato con largo anticipo, e gli effetti speciali non erano ancora quelli definitivi. Ma non c’è molta differenza…)

3

Resident evil 5 – Retribution

Milla, il fatto di aver sposato il regista non ti obbliga a farti del male così...

Milla, il fatto di aver sposato il regista non ti obbliga a farti del male così…

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Paul W.S. Anderson
Con: Milla Jovovich, Michelle Rodriguez, Sienna Guillory

E’ davvero stupefacente vedere come, in queste pellicole moderne, tutto, attori compresi, sia realizzato in digitale. Come dite? Gli attori erano veri? Non ce ne siamo accorti. Sbaglia chi dice che i film della saga Resident Evil (e questo in particolare) siano ispirati ai videogiochi; questi sono dei videogiochi, e anche di pregevole fattura, al punto che lo staff aveva la tentazione di controllare la memory card di tanto in tanto. Paul Anderson abbandona completamente il tentativo (peraltro fallito nelle pellicole precedenti) di inventarsi una trama decente per la sua saga zombie, e si lascia andare a un divertimento assoluto e senza senso che si attenuerà solo negli ultimi quindici minuti, citando e copiando a man bassa il mondo dei videogame e della cinematografia. I primi, spettacolari dieci minuti vedono Alice, protagonista della saga, riassumere i precedenti episodi un tanto al chilo, creando evidenti lacune di sceneggiatura (che fine hanno fatto il tipo di Prison Break e sua sorella, presenti alla fine del quarto capitolo?). I titoli di testa sono presentati con un pregevole effetto rewind, plagiato dal trailer di Dead Island. Segue una scena surreale di dieci minuti buoni in cui lei si vede sposata con una figlia in una ridente cittadina attaccata dagli zombi. Ma Anderson sa che non è questo ciò che vogliamo, e ci riporta alla realtà con una bella base sotterranea in Russia piena di zombi. Si scopre che la Umbrella Corporation ha costruito questo mega impianto per collaudare i virus e ricreare le città e vendere i virus come arma e insomma altri pretesti idioti per un pò di azione. Per cinquanta minuti buoni assistiamo a un crescendo di assurdità: inseguimenti con gli zombi vestiti da soldati sovietici che guidano moto e camion, calci in faccia, cloni dei protagonisti, scolarette giapponesi che si trasformano in mostri, insomma l’intero campionario digitale della saga Resident Evil. Anderson sfiora la blasfemia assoluta inventandosi il personaggio di Becky, la bambina sorda figlia del clone di Alice che viene trovata dall’Alice originale e instaura con lei un rapporto copiato da Aliens – Scontro finale; in una scena Alice arriva addirittura a salvarla da un uovo di mostro, concetto del tutto estraneo alle creature di Resident Evil ma tanto utile per plagiare ulteriormente il capolavoro di James Cameron. Gli ultimi venti minuti perdono un pò di freschezza: c’è la rediviva Michelle Rodriguez che si trasforma in una specie di super-donna invincibile e ammazza due-tre amici di Alice prima di venire gettata nell’acqua gelida e divorata dagli zombi. La scena finale, però, risolleva la portata trash del prodotto, con una città murata, ultimo avamposto della razza umana, assediata da milioni e milioni di creature (compaiono anche alcuni draghi, così a muzzo). Ah, la razza umana è simboleggiata da un mutante e due cloni, giusto per farsi due risate.
Che s’è fumato Anderson? Ok, nessuno dei film di Resident Evil va oltre la mediocrità, ma qui si esagera. La grafica: seriamente, non si capisce che cosa sia reale e che cosa sia ricostruito. Il personaggio di Albert Wesker sembra perennemente fatto in digitale, noi abbiamo giocato a Resident Evil 4 e vi assicuriamo che nel videogame era più nitido e dettagliato. Ma questo Retribution è comunque una gioia per gli occhi: chi non ha mai sognato di vedere dei soldati sovietici zombi armeggiare con motoseghe e camion lanciarazzi? Chi non ha mai voluto vedere un’orda di creature del tutto casuali assediare la razza umana? Ecco, questo film ve lo permette. La trama conta meno di zero, così come i personaggi: l’importante è esaltarsi alle loro imprese. Le coreografie, peraltro, sono estremamente curate, così come la spettacolarità delle scene apocalittiche. Il combattimento finale regala una (in)volontaria citazione del film Riki Oh, quando il clone cattivo di Michelle Rodriguez picchia i protagonisti: le immagini delle ossa che si spezzano non potranno non ricordare il capolavoro orientale. Le tamarrate non si contano e sono sempre a livelli altissimi: ampio abuso del ralenti, armi con il cheat colpi infiniti, dialoghi burini, l’amico figo che muore da eroe, e quei vessilli sovietici che faranno impazzire gli adoratori dell’horror bellico; sottolineiamo il fatto che la Umbrella Corporation è tutta fissata coi simboli, tanto da averli ridipinti ovunque, però non ha avuto il cuore di togliere gli stemmi sovietici, o forse era solo per rimarcare agli spettatori l’ambientazione geografica. In definitiva, che ci crediate o no, è un film piacevole: l’ideale per esaltarsi con un pò di azione inverosimile, CG nemmeno troppo sforzata e ricordi di videogiocate adolescenziali.

Produzione: USA (2012)
Scena madre: durante il combattimento con Jill Valentine, Alice risolve la questione togliendole con pochi sforzi il congegno che la controllava. Tutto qui? Bastava questo per evitarsi tutto il film? Non poteva pensarci prima?
Punto di forza: le tutine aderenti di Milla Jovovich (che è pettinata come Andrea Pirlo), la breve durata, il variopinto campionario di mostri.
Punto debole: ce ne sono parecchi, ma soprattutto c’è lei: la bambina che impersona l’intelligenza artificiale. E’ irritante!
Potresti apprezzare anche…: i precedenti capitoli della serie. Ma anche i videogiochi, che sono meglio sceneggiati!
Come trovarlo: in qualunque formato, in qualunque lingua. E’ questo il bello del recensire film famosi!

Un piccolo assaggio:  https://www.youtube.com/watch?v=ZRmWLqrJkz4 (dite quello che volete, ma questo è il trailer più bello e cazzuto degli ultimi anni!)

3

Stonehenge Apocalypse

KABOOM! E buona fine del mondo!

KABOOM! E buona fine del mondo!

Di: Paul Ziller
Con: Misha Collins, Torri Higginson, Peter Wingfield

Stonehenge Apocalypse è il classico film ispirato alla mania delle profezie Maya, tanto in voga nel 2012 e pubblicizzato, in Italia, da Roberto Giacobbo e da trasmissioni spazzatura come Mistero. Mai nessuno, però, era arrivato a partorire una storia così scombiccherata e priva di senso; Paul Ziller ci è riuscito.
Le prime scene ci danno subito un’idea dell’inettitudine di fondo della pellicola: un orrendo primo piano di Stonehenge rifatta completamente, erba e sassi, con un digitale farlocchissimo orribilmente bidimensionale. L’azione si sposta nel Maine, dove degli archeologi rinvengono un raro reperto geroglifico egizio (?) di plasticaccia. Ci piazzano una chiave egizia ed ecco che…le pietre di Stonehenge iniziano a muoversi, escono delle saette che inceneriscono un gruppo di ignari turisti (notare le esilaranti espressioni della guida). A questo punto entra in scena il nostro protagonista, un insopportabile dee-jay che si bulla di essere uno scienziato scomodo, fa l’alternativo e viene sfottuto dagli ascoltatori. Lui, non si sa perchè, è in contatto con l’archeologo del Maine, sente la notizia su Stonehenge e in due minuti ha già capito cosa sta succedendo. Arrivato sul luogo, supera la quarantena imposta dall’esercito saltando uno steccato (giuro!) e va a curiosare intorno ai megaliti, facendo foto e registrando amenità parascientifiche. Rimasto più o meno coinvolto in un’esplosione elettromagnetica, viene imprigionato, non prima di aver vagato per ore e ore in territorio occupato senza essere disturbato da nessuno. Mentre lui si gode le sbarre, il regista piazza quello che è il vero colpo di genio del film: per qualche motivo a noi ignoto, le piramidi di tutto il mondo si trasformano in dei meccanismi iper-tecnologici che eruttano come dei vulcani causando la distruzione di Messico, Indonesia ed Egitto, anche se non frega un cazzo a nessuno in Inghilterra; nello stesso momento appare dal nulla, sui computer degli scienziati, un conto alla rovescia di 37 ore, mai nominato prima, alla fine delle quali dovrebbe esserci tipo una catastrofe planetaria. La necessità spinge l’esercito a richiamare il nostro eroe, che si scopre essere uno pseudo-scienziato spocchioso e deriso dalla comunità scientifica: questi sentenzia, senza spiegare alcunchè, che la fine del mondo è alle porte, e che l’unico modo per evitarla è usare il meccanismo di Anticitera come chiave di Stonehenge. Dopo il gigantesco “e sticazzi!” del pubblico, si scopre il vile tradimento dell’archeologo del Maine, che fa spuntare una piramide in mezzo a una risaia, si fa accoppare dal protagonista e gli manda contro uno scienziato pazzo. Lo scontro finale vede il dee-jay scienziato trionfare e sacrificarsi, con un fascio di luce tamarrissimo che riporta la pace sulla Terra. E vissero felici e confusi.
La sceneggiatura, che perde di senso logico dopo le prime due sequenze, è un capolavoro di povertà narrativa, arricchita da supercazzole scientifiche e teorie assurde in linea con lo spirito new-age del film. Che cosa possa collegare i maya, gli egizi, Stonehenge, una setta di esaltati e gli alieni (sì, sì, ci sono pure loro, o almeno ne parla spesso il protagonista!) con il meccanismo di Anticitera resta un mistero. Notare come i luoghi prescelti per la distruzione totale siano collegati tra di loro da presunte “linee elettromagnetiche” inventate sul momento dallo sceneggiatore e inesistenti in natura. La spiegazione del babbeo è che “il pianeta si sta terraformando”; siamo andati a cercare, pare che questa parola significhi “sta diventando simile alla Terra”. Che vuol dire? Ah, non guardate noi. L’esercito, da parte sua, fa sempre una figuraccia: per tutto il film non capiscono nulla di cosa stia succedendo, imprigionano l’unico che ha capito qualcosa e, come soluzione, propongono un trattamento “all’americana”: una bomba nucleare, che è sempre il secondo\terzo tentativo per risolvere qualsiasi problema da parte dei militari americani. Il finale dispiega tutta la sua improbabilità fracassona: nella piramide della risaia nel Maine, i pazzi new-age sorridono pensando alla fine del mondo, convinti di essere al sicuro: saranno meticolosamente falciati dalle forze di polizia in un assalto a suon di mitra e granate.
La recitazione varia dallo squallido all’inguardabile, con picchi particolarmente comici nelle scene di interazione tra la scienziata e il protagonista: sono due personaggi poco credibili, interpretati da due attori incapaci e quasi irritanti nella loro saccenza sconfinata. Gli effetti speciali…mai vista una CGI così dozzinale, il Paint di Windows 95 avrebbe fatto di meglio…purtroppo il regista, ben conscio dei propri mezzi scarsi, centellina le scene del disastro, ripetendo sempre le stesse esplosioni senza mostrare masse di cadaveri abbrustoliti, monumenti che crollano e tsunami alti due chilometri. Il film ideale per i catastrofisti di Mistero, su Italia 1!

Produzione: USA (2010)
Scena madre: l’eruzione delle piramidi in Egitto. La sola idea fa guadagnare al film un punto in più!
Punto di forza: i film catastrofici sono quasi sempre divertenti, realizzati con due soldi e zeppi di scene trash, e questo non fa eccezione.
Punto debole: la mancanza di scene di disastro globale, affidate agli effetti digitali, nuoce alla piacevolezza complessiva.
Potresti apprezzare anche…: 2012 – Supernova.
Come trovarlo: è uscito anche in italiano, suggeriamo di aspettare che arrivi al Ciclo Alta Tensione di Canale 5.

Un piccolo assaggio: (il trailer….per chi fosse interessato, su Youtube c’è anche l’intero film in francese, tanto visti i dialoghi…)

3,5

Biancaneve e il cacciatore

Preparatevi alla gloria!

Di: Rupert Sanders
Con: Charlize Theron, Kristen Stewart, Chris Hemsworth

[Un ringraziamento ai Cinefili Incazzati, che hanno ricordato al sottoscritto che un simile scempio non poteva restare impunito. La loro recensione è molto migliore della nostra!]

Con questo film facciamo giustizia di quanti ci accusano di “vincere facile”, cioè di prendercela solo ed esclusivamente con i film a basso costo. Biancaneve e il cacciatore è un vero kolossal hollywoodiano, pieno di nomi noti. Sfotterlo è quindi ancora più bello. Dunque, iniziamo subito malissimo con una leggenda un tanto al chilo sulla più bella del reame, che serve per rendere più comprensibile il pastrocchio che segue. Quando Biancaneve è ancora bambina, la madre muore e il padre si risposa con la misteriosa Ravenna (no, non la città: Charlize Theron, l’unica che si salva tra gli attori). Questa è, però, una femminista da quattro soldi, e dopo un pippotto di dieci minuti sui maschi malvagi e approfittatori accoppa il Re, padre di Biancaneve, rinchiude lei in una torre e instaura un regno di terrore grazie ai suoi poteri di strega. Passati gli anni, ritroviamo Biancaneve trasformata nella ragazza di Twilight! Passato lo shock per questa terribile scoperta, assistiamo alla sua rocambolesca fuga degna di Papillon. Intanto la regina scopre che per restare eternamente giovane non le basta più assorbire l’energia dalle ragazzine del villaggio, ma le serve proprio Biancaneve (non chiedetemi perchè, la trama è un pò così). Incarica dunque il fratello (di questo caso umano parleremo più avanti) di incaricare un cacciatore che gli porti la fanciulla. Indovinate un pò? Il cacciatore (interpretato da Thor degli Avengers) si redime e si innamora di lei. Insieme affronteranno numerosi pericoli: un villaggio di donne auto-sfiguratesi per sfuggire a Ravenna, un troll con cui lei riesce pure a parlare (forse ha un master in Lingue Inesistenti, del tipo Troll: “mmgrh, mfggrh, mgrrg” Biancaneve: “sì, hai ragione, abbiamo sconfinato nel tuo territorio”, ma che cazzo è?) e i sette-otto nani. Ebbene sì: i sette nani sono otto. E’ vero che uno di loro muore, ma sempre otto sono, poche balle. A causa di un incantesimo, però, Biancaneve si addormenta, e solo il bacio del cacciatore la risveglierà. Qui inizia una sequenza al limite del delirio: Biancaneve, anzi Biancanegger per la sua somiglianza con Schwarzy, incita i ribelli all’assalto contro la regina con un discorso copiato da quello di Leonida in 300. Vestita con una pesantissima armatura e armata di spadone, Biancanegger guida le truppe contro Ravenna, sconfiggendola in un duello all’ultimo sangue. Infine, il regista, in piena crisi esistenziale, lascia tutto in sospeso: non si sa chi, tra il cacciatore e il guerriero, si farà Biancanegger, nè cosa succede dopo che lei diventa regina. Insomma, morta lì.
Trattandosi di una mega-produzione, gli effetti speciali sono molto ben curati, anche se la loro scelta lascia un pò perplessi (lo specchio è uguale a un T-1000, l’ideale per affrontare Biancanegger). Ciò che grida vendetta al cospetto di Walt Disney è la realizzazione narrativa. L’assunto che Charlize Theron abbia qualcosa da invidiare, in fatto di bellezza, a Kristen Stewart, basta ad annullare qualsiasi logica nel film, ma andiamo oltre: il regista Sanders non sa cosa sia la vergogna, e rielabora gli spunti classici della fiaba in modo tamarrissimo: a parte lo specchio-cyborg, segnaliamo un cacciatore mai così ubriaco e dimesso, dei nani orrendi (e poi sono otto, accidenti ai fratelli Grimm, sono otto fottuti nani e non sette!), per quanto interpretati da attori di classe come Bob Hoskins e Toby Jones, e soprattutto lui: il fratello della regina. Un caso umano del genere non si vedeva da decenni: dotato di un parrucchino che andrebbe bandito dalle Convenzioni Internazionali, umiliato da quella baldracca della regina, trova la morte in modo stupido e insensato. A parte la Theron, gli attori rivaleggiano per incapacità: Hemsworth è ottimo a interpretare Thor, cioè un burino con poco cervello; qui ci voleva qualcosina di più. Clamorosa l’interpretazione della Stewart: nessun avvenimento riesce a farle cambiare espressione, nulla la spinge ad inarcare almeno un maledetto sopracciglio. Fino alla scena finale. Questi venti, incredibili minuti rappresentano il punto d’arrivo della follia di Sanders. Dimenticate i “lieto fine” disneyani: Biancanegger, dopo aver interpretato per settanta minuti la ragazzina rompiballe e indifesa, si trasforma in una guerraffondaia populista (un pò il Bush di fantasyland) e scopre di saper combattere mejo de Lancillotto. Spettacolare l’assalto al castello: il novanta per cento delle truppe di Biancanegger muore infilzata dalle frecce nei primi dieci secondi, una carneficina assurda, e ci credo, quando attacchi frontalmente in stile “guerra di trincea”…complimenti per la strategia. Che poi, a dirla tutta, dopo anni di prigionia al buio più totale, come può Kristen Stewart non avere un capello fuori posto? Come sopporta la luce del sole se non la vede da così tanto tempo? E perchè mai Biancaneve dovrebbe pregare il Dio cattolico? A completare la lunga lista di cazzatone buttate lì un pò a casaccio, due scene totalmente inutili: quella del troll e le due dell’unicorno, che non ho ancora ben capito a che cosa servissero. Non fate leggere a Sanders La principessa sul pisello, vi prego.

Produzione: USA (2012)
Scena madre: il discorso Sparta-style della Stewart. “le spade saranno forgiate nel ferro e nel fuoco…”. Senza prezzo.
Punto di forza: è un filmaccio che si può guardare con una ragazza e fare pure le figura dei romantici. Ce ne sono pochi, in effetti, e comunque Charlize Theron è sempre una gran sgnacchera.
Punto debole: con un cast della Madonna (Charlize Theron, Bob Hoskins, Toby Jones, Nick Frost), questo è il massimo che sono riusciti a fare?
Potresti apprezzare anche…: la saga di Twilight. Il target di pubblico è all’incirca lo stesso.
Come trovarlo: presto uscirà in DVD, Blu-Ray, eccetera. A meno che non abbiate fatto come il sottoscritto, che l’ha visto al cinema. Argh!

Un piccolo assaggio:  (cioè, ma sentite come parla il narratore, ma come si può prendere sul serio?!)