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Juan of the dead – Juan de los muertos

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Bisogna dire che, tra questo e il Che Guevara zombi, le locandine sono geniali.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Alejandro Brogués
Con: Alexis Días de Villegas, Jorge Molina, Andrea Duro, Andros Perugorría, Jazz Vila, Eliecer Ramírez

“Oh, c’è una commedia zombi ambientata a Cuba, la guardiamo?”
Comincia così la nostra scoperta di Juan of the dead, zombi-movie satirico cubano di cui ci avevano detto un gran bene. Il filone yankee dei morti viventi ha un pò rotto le palle, diciamoci la verità: sono stereotipi che si ripetono di continuo, e anche il ridicolo involontario sempre uguale a sè stesso dopo un pò annoia (no, non è vero, continueremo a guardare i B-movies zombeschi americani perchè ne siamo dipendenti, aiutateci, è una malattia). Le recensioni online ci avevano illusi su questa produzione very-very-very-very-low budget, addirittura paragonata al geniale Shaun of the dead (se non sapete di che si tratta, vergognatevi). A nostro avviso, a unire i due film è soprattutto la fonetica del titolo. E poco altro.
Juan è uno sfaccendato cubano che ha superato i 40 anni: passa le giornate a spiare le vicine di casa, accompagnato dal suo amico guardone e pippaiolo Lazaro, si concede a una serie di focose amanti, e ha una figlia bona che però lo tratta come l’irresponsabile che in effetti è. Ex-soldato della guerra angolana, si guadagna da vivere arrabattandosi con un pò di pesca. Un giorno, l’isola caraibica è preda di un’epidemia di zombi che si allarga a macchia d’olio, nonostante i media del regime castrista ne addossino la responsabilità ad improbabili “dissidenti pagati dagli USA” (la regola del “chi ti paga?” in politica è un vero e proprio must globale). Questa apocalisse non scompone più di tanto Juan, che essendo un maestro nell’arte di arrangiarsi trova subito un modo per lucrarci: aprire un’agenzia per uccidere i parenti zombi dei cubani! L’idea sembra funzionare, grazie al formidabile team formato da Juan, Lazaro, il di lui figlio, la figlia bona e un trans che si porta dietro un enorme nero muscoloso, che però deve combattere bendato perchè sensibile alla vista del sangue (!). Ovviamente la pacchia durerà poco, perchè presto Juan e la sua squadra si accorgeranno che un’apocalisse zombi non è particolarmente facile da gestire in un business portato avanti da quattro pigri disperati.
I presupposti per un filmone formidabile c’erano tutti: pochi soldi, nessuna paura del politicamente scorretto, attori raccattati per strada (letteralmente) e uno spirito da commedia che permette di uscire dai canoni dell’horror zombesco. Ma Alejandro Brogués, semplicemente, non lo fa. Come spesso accade in questi film, bisogna considerare l’elemento horror alla pari di quello umoristico. Bene: l’elemento horror è una sequela interminabile di scene prese paro paro al cinema americano, con tanto di colpi di scena telefonatissimi che chiunque di noi è riuscito ad anticipare di un bel pò di secondi (compreso un fantamorto improvvisato che ha subito dato i suoi frutti). E l’elemento “da ridere”? Il problema è che l’umorismo del film è terribilmente dozzinale, e le “battute sagaci” si limitano a ricalcare i tormentoni di commedie becere a noi italiani ben note (oh ragazzi, ma davvero qualcuno ride ancora per la ripetizione delle parole “culo”, “cazzo” e “pompino”? Questo è il massimo dell’umorismo cinematografico mondiale? Il trans che fa doppi sensi sul proprio culo? Le prostitute tettone? A quel punto mi tenevo Christian De Sica), e come se non bastasse le due fasi si mischiano senza un minimo di costrutto.
Prendiamo Shaun of the dead: le situazioni horror e quelle comiche sono perfettamente mischiate, il non realismo è perfettamente bilanciato grazie alle trovate di sceneggiatura. Qui sembra che nessuno sapesse bene dove accidenti andare a parare e abbiano deciso di girare certe scene sul momento. Non è una questione di budget: anche su questo blog abbiamo recensito film fatti con dieci lire e un soldo di cacio, ma ricchi di fantasia e talento, o almeno buona volontà. Juan of the dead sembra girato da quattro amici con pochissima voglia che lo fanno solo perchè costretti. Il contrario dello spirito da serie Z che ci piace tanto.

Postilla: sì, ok, ci sono delle battute divertenti su Cuba, sul castrismo e sulla rappresentazione che i cubani hanno della loro storia. Va bene, le frecciatine a Fidel Castro le apprezziamo. Anche qui, però: veramente la satira più raffinata e ficcante sulla società cubana è “sono tutti zombi, ma tanto anche prima laggente era poco sveglia”? Dai, su, si può fare di meglio. Molto meglio.

Produzione: Cuba\Spagna (2011)
Scena madre: non è niente di che, ma la scena del pastore yankee ci ha spiazzati.
Punto di forza: oh, pare sia piaciuto a tutti tranne che a noi, c’è chi ha gridato al capolavoro. Magari siamo noi dei poveri stronzi e il film è una perla visionaria, chi lo sa.
Punto debole: le nostre (troppo alte) aspettative.
Potresti apprezzare anche…: Bong of the dead.
Come trovarlo: il fatto che una cosa del genere sia stata doppiata mi fa pensare che ci sia speranza per qualunque ragazzo sfaccendato che voglia provare a fare film amatoriali con gli amici. Non mollate!

Un piccolo assaggio: (anche nei commenti sono tutti entusiasti, ci sentiamo un pò degli snob a non parlarne troppo bene)

2

Big tits zombie

Adoro questo genere di cose!

Adoro questo genere di cose!

[Krocodylus, Satchmo]

Di: Takao Nakano
Con: Sora Aoi, Risa Kasumi, Mari Sakurai

Sono film come questi che ti riappacificano con il mondo della serie Z; la riscossa dell’azione orrorifica giunge dall’Estremo Oriente. Il regista nipponico Takao Nakano, avvalendosi di un cast d’eccezione (tra cui spicca la prestigiosa pornostar Sora Aoi), confeziona una pellicola totalmente sconclusionata che è quasi un manifesto del trash made in Japan moderno.
Siamo ovviamente in Giappone, come ben si capisce dalle ossessive inquadrature del monte Fuji a sottolineare l’elemento geografico. Le quattro protagoniste sono delle ballerine spogliarelliste che si esibiscono in un teatro fatiscente la cui clientela non supera mai le tre-quattro unità. Vivono in una stanzetta piena di oggetti kitsch e ricevono uno stipendio irrisorio dal loro bieco datore di lavoro. Convinte ad accettare un lavoro in un porno-resort termale (lo chiamano così!), dopo una notte di bagordi insieme ad un nano deforme e ai suoi amici, dei grassoni ributtanti che usano le ragazze come tavoli per magnare, realizzano quanto sfigate siano; intanto, scoperto un passaggio segreto sotto la loro stanza, trovano un libro con il quale una di loro, la più scema, resuscita i morti. Così, dicendo due formulette in giapponese (notare che il libro è descritto come italiano e risalente al seicento!); una di loro viene subito sbranata, una si chiude in cantina, una viene morsa e le altre due si armano. Segue una mezz’oretta un pò ripetitiva, con gli assalti dei non-morti che culminano immancabilmente in carneficine, grazie soprattutto alle katane e alla motosega (spenta) delle due fanciulle. Liberatesi dell’amica morsa con un proiettile nel cranio, affrontano la ragazza che si era chiusa nello scantinato: costei ha imparato a controllare gli zombi e, non si sa bene perchè, vuole conquistare il mondo trasformando tutti in morti viventi senza personalità. Dopo un’epica battaglia, fonte di quasi tutte le risate del film, è il momento della resa dei conti tra le due superstiti e la spocchiosa antagonista. La situazione si conclude all’incirca con un pareggio, almeno finchè sbuca dall’inferno un diavolaccio blu, incredibilmente somigliante al Mago Otelma, che si scusa per il casino combinato, riporta all’inferno zombi e traditrice e si dilegua.
Nakano decide di non prendersi affatto sul serio e di citare a mani basse i maggiori cult movies amati o diretti da Quentin Tarantino. Non per nulla, una delle protagoniste indossa un completo succinto con gli stessi colori che vestiva al Thurman in Kill Bill, e non si contano le situazioni e gli effetti musicali che omaggiano il cinema di Sergio Leone (compreso lo stratagemma della pallottola al cuore già usato in Per un pugno di dollari). La sua ironia e alcuni momenti di comicità volontaria gli impediscono di essere un capolavoro assoluto del trash. Tutto il resto è semplicemente merdaviglioso: come il titolo promette, ci sono zombi, sangue e tette in abbondanza, mostrate nei momenti più inopportuni e inquadrate con primi piani anatomici che valorizzano al meglio le grazie delle cosiddette attrici. A dir poco impressionante la genialità degli zombi: come realizzare orde di morti viventi avendo a disposizione una quindicina di comparse al massimo? Usandole allo sfinimento! Ecco che alcuni non morti compaiono un pò ovunque: in particolare il clone di Slash dei Guns & Roses e l’infermiera appaiono al cimitero, nella cantina, nel capannone e per strada! Alcuni di essi sono in grado di usare katane e altre armi; una delle ballerine sbranate, zombificata per l’occasione, ha anche la capacità di trasformarsi in una specie di mostro tentacolato e con una lingua lunga un metro. Ma è veramente impossibile descrivere nel dettaglio il mare di cattivo gusto in cui Big tits zombie sembra affondare: nudi del tutto casuali, decapitazioni, effetti sanguinolenti fatti con dieci lire, dialoghi insensati e tanta autoironia, che comunque non guasta alla carica trash della pellicola. L’apoteosi del brutto si raggiunge forse nella scena in cui, subito dopo l’evocazione degli zombi, i primi a risorgere sono i pesci essiccati nella cucina delle ragazze; primo esempio nella storia del cinema di sushi non-morti!

Produzione: Giappone (2010)
Scena madre: di norma gli zombi si trasformano lentamente, passando a poco a poco dalla coscienza al puro automatismo stile film di Romero. Qui no: la loro amica morsa passa, da un secondo all’altro, dalla più completa lucidità all’essere una belva assetata di sangue che, dulcis in fundo, sputa fuoco dalla vagina. Mica cazzi.
Punto di forza: spesso nei film di zombi il copione prevede sempre gli stessi clichè. Ecco, non qui: il regista ha idee originalissime!
Punto debole: sarà che conosciamo poco la cultura giapponese, ma certe trovare erano francamente incomprensibili.
Potresti apprezzare anche…: Bong of the dead.
Come trovarlo: soltanto in edizione straniera; non è mai stato tradotto in italiano.

Un piccolo assaggio: (un tra(sh)iler è l’unica cosa che si possa mettere su Youtube senza incappare nella censura!)

4,5

Una notte al cimitero

Già il titolo, scusate…pare un film dei fratelli Marx…

Di: Lamberto Bava
Con: Gianmarco Tognazzi, Lea Martino, Lino Salemme

Ma ci è o ci fa? E’ più o meno questa la domanda che ci si dovrebbe fare dopo la visione di Una notte al cimitero, demenziale pellicola diretta per la tv dal figlio d’arte Bava. Confesso tutto il mio disagio per un’opera praticamente incollocabile, poichè si ha la forte impressione che il regista volesse realmente prendere per i fondelli gli incauti spettatori. Non che il film non sia trash, lo è eccome, ma la stima che ho per il cinema italiano mi fa dubitare della sincerità di chi abbia realizzato codesta porcheria. Partiamo dalla trama, che è una roba di una banalità sconcertante: cinque teen-ager ladruncoli, dopo un furto da seimila lire nel supermercato cittadino, intraprendono un viaggio che in due minuti li porta in quella che sembra la Transilvania ma in realtà è probabilmente la campagna emiliana con un pò di fumo bianco gettato qua e là. Lì il proprietario di una squallida locanda, attorniato da bifolchi suoi pari, li sfida ad una scommessa: se riusciranno a sopravvivere dopo una notte al cimitero (da qui il titolo), allora riceveranno un ingente premio in oro. Durante la notte accade veramente di tutto, tra un mostro, una finta scala che non porta da nessuna parte, zombi, lupi mannari e chi più ne ha più ne metta. Il film termina con il locandiere che svela la sua identità di cyborg (?) ai cinque imbecilli, che lo accoltellano ed escono pieni di gioielli, giusto in tempo per essere impacchettati dai Carabinieri. Giuro, finisce così.
Elencare tutti gli elementi tipici dello Z-movie presenti in questo spaventoso (nel senso di ignobile) film richiederebbe quattro volumi della Treccani, perciò è bene limitarsi allo stretto necessario. Iniziamo dalla recitazione: trattandosi di un teen-movie all’italiana, è infarcito di “porca vacca” e “oh, cacchio”. A parte il bravo Tognazzi, non c’è un solo attore degno di questo nome: i ragazzi sono insopportabilmente stereotipati, recitano come se dovessero dare le notizie al tg e si esibiscono in battibecchi memorabili tipo “ehi, qualcuno ha fatto sparire una statua dal cimitero”, “embè, ce ne sono molte altre”. Gli effetti speciali, e qui le virgolette si sprecano, sono costituiti da insulsi mascheroni di cartapesta, particolarmente ridicoli nel caso degli zombi. Bava, conscio dei propri scarsi mezzi, tenta allora di buttarla sul demenziale, ma o fai una commedia horror, e allora va bene, oppure fai sul serio, le vie di mezzo lasciamole a Sam Raimi. Qui destano perplessità le sequenze che riguardano gli zombi, specie l’allegra famigliola mangia-ragni (pura gomma) che, alla vista dei vivi, si rifugia nelle bare, mentre stenderemo un velo pietoso sui comportamenti erotici dei morti viventi. L’impressione è di trovarsi davanti a un episodio di Scooby-Doo, ma il turpiloquio e l’ambientazione comunque horror confermano che il film è rivolto quantomeno agli adolescenti, e allora sarebbe saggio porsi qualche domanda sui ragazzi degli anni ottanta. Le ambientazioni, davvero pessime, sono circa tre: il cimitero all’aperto, la squallida locanda e un paio di cunicoli ripresi sempre da angolazioni diverse, con dovizia di tombe di polistirolo e sculture in pura plastica arrabattate sul momento. A farla da padrone è comunque il meraviglioso Lino Salemme, che interpreta l’oste: questo personaggio non ha nulla a che vedere con il resto della trama. Per tutto il film mantiene uno sguardo vitreo (con tanto di occhio rosso alla Terminator), e si esibisce in una risata. Ecco, questa risata, sempre la stessa ripetuta in loop decine e decine di volte, ha colpito profondamente la nostra psiche, costringendoci a far pausa per un quarto d’ora nel disperato tentativo di riprendersi dalle convulsioni dovute alle risa. E considerata la nostra esperienza di masochisti cinematografici non è poco.
Insomma, Una notte al cimitero è senz’altro un film trash, ma è anche qualcosa di più: un colpo mortale, una sfida a chiunque creda di aver già visto tutto quel che c’è da vedere nel cinema horror, un oggetto oscuro e affascinante che deve essere visionato solo da chi abbia sufficiente controllo di sè. Il voto, volutamente medio, è dovuto in parte alla noia delle sequenze sotterranee, e in parte a questo eccesso di cattivo gusto. Fate attenzione, sul serio.

Produzione: ITA (1987)
Punto di forza: vi assicuro che non uscirete vivi dalla incredibile risata dell’oste.
Punto debole: come ho detto nella recensione, il troppo stroppia. E’ indescrivibile.
Come trovarlo: è uscito in VHS e DVD, ma dovrete penare a lungo nei mercatini per averlo a un prezzo accettabile.
Da guardare: non so se consigliarvi di chiamare qualcuno a farvi compagnia. Potrebbe essere pericoloso.

Un piccolo assaggio:  (un assaggino…)