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Modellini di cui intravediamo i fili, alieni quantomeno bizzarri, effetti speciali patetici. Da non confondere con i futuristici alla “Dopo la caduta di NY” o con i mostri alla “Carnosaur”.

Bad channels – Radio alien

Bad Channels - Radio Alien.jpg

Ah, queste locandine da VHS anni ’80. Che bello.

Di: Ted Nicolau
Con: Paul Hipp, Robert Factor, Martha Quinn, Aaron Lustig, Michael Huddleston

Dan O’Dare è un dj alquanto sopra le righe, amato dal pubblico ma odiato da colleghi e giornalisti. Licenziato da un’emittente radio per aver trombato con una sua collega in onda (“è rotolata sui pulsanti e ci ha mandati in onda”, si giustifica lui), viene assunto da Vernon Locknut, pacioso proprietario della frequenza 66.6 mHz, per rilanciare il suo canale. Tra una polka e un gioco assurdo in cui viene incantenato e mette in palio una macchina lussuosa per chi indovini la combinazione del lucchetto, Dan trova il tempo per fare il provolone con una bella giornalista mandata a intervistarlo. Tra lui, la gloria e la patata si mette però un alieno che, accompagnato dal suo fido assistente robot, sequestra la stazione radio. Il piano dell’extraterrestre è quello di usare le frequenze e la voce di Dan per rapire giovani fanciulle, che egli miniaturizza e rinchiude in delle strane provette, facendone collezione. Voi collezionate francobolli e monete, lui mini-gnocche. Son gusti. Dan e il suo assistente trippone, Corky, dovranno sventare la minaccia e combattere contro l’incredulità degli ascoltatori, dovuta al fatto che lo stesso Dan si divertiva poche ore prima a prendere per i fondelli i credenti negli UFO.
Ted Nicolau è un esperto di pellicole a basso costo e con soggetti bislacchi. I titoli della sua filmografia (Bloodlust: Subspecies III, La maschera etrusca, Spellbreaker: Secret of the Leprechauns) parlano per lui. Bad Channels (o Radio Alien, secondo i titolisti italiani) vorrebbe mischiare una storia fantascientifica senza capo nè coda con le atmosfere del rock glamour anni ottanta, il tutto in un neanche troppo velato omaggio alla trasmissione di Orson Welles del 1938 (scusate la bestemmia). Manco a dirlo, il lato fanta-comico non riesce mai a stupire nè a divertire: l’attore che interpreta Dan è irritante e dopo due minuti vorresti prenderlo a schiaffoni, la giornalista ha l’espressività di una trota salmonata e tutti gli altri personaggi sono talmente insulsi che nemmeno li commento. Non aiuta un doppiaggio italiano che sembra eseguito da una scolaresca delle elementari, pompatissimo e infarcito di umorismo becero (seriamente c’è qualcuno con più di 12 anni che ride a sentire le parole “merda” e “cacca”?), anche se abbiamo l’impressione che l’originale non fosse tanto diverso. I due alieni sarebbero anche ridicoli a sufficienza: uno è un robottino tenero quanto ridicolo, l’altro un umanoide macrocefalo la cui pelle è ricoperta di bubboni che lo fanno sembrare fatto di letame; il problema è che se ne stanno lì a cazzeggiare nella stazione radio e raramente fanno qualcosa di interessante, mentre tutta la scena è rubata dall’insopportabile dj. Non parliamo degli effetti speciali, creati principalmente ricoprendo i figuranti con della cartapesta e del pongo incredibilmente spacciati per “funghi alieni”.
Paradossalmente, la cosa più divertente del film è proprio l’elemento che fa il verso alla musica e alla moda del rock anni ottanta. Per rapire le fanciulle, gli alieni creano una specie di illusione nella quale le vittime pensano di vivere dentro un videoclip (di fatto, sono veri e propri video inseriti nella pellicola, e durano 4 o 5 minuti l’uno). Ecco, questa trovata senza senso permette a Nicolau di piazzare delle canzoni di livello in sequenze patinate e ispirate alle tendenze del tempo: i nostalgici degli anni ottanta saranno commossi, ma a noi tutto quel kitsch fa solo ridere.
Fun Fact: Alla fine dei titoli di coda compare il protagonista del film Dollman, protagonista di un’altra pellicola bizzarra, ad annunciare un crossover che poi è stato effettivamente realizzato nel 1993, con altri personaggi anche dal film Demonic Toys, dal titolo Dollman VS Demonic Toys. Tutta roba che prima o poi visioneremo.
Fun Fact 2: La colonna sonora, davvero pregevole per una produzione di questo tipo, è dei due gruppi musicali Blue Oyster Cult e Sykotik Sinfoney.

Produzione: USA (1992)
Scena madre: il dj che si rende conto di poter dire le parolacce alla radio (con sommo disappunto del proprietario Vernon) e inizia a ricoprire il povero alieno di insulti facendo facce da abusatore seriale di MDMA.
Punto di forza: gli intermezzi musicali, che di solito rovinano qualunque film, sono davvero apprezzabili e non stonano con il contesto fantatrash.
Punto debole: l’evidente ironia di fondo del film impedisce di apprezzarne appieno gli elementi B che tanto ci piacciono.
Potresti apprezzare anche…: Plankton – Creature dagli abissi, che è più o meno dello stesso periodo e con lo stesso stile anni ’80.
Come trovarlo: in VHS. La VHS è nostalgica per definizione. E’ uscito anche in DVD eh, ma quanto è malinconica la VHS?

Un piccolo assaggio: (uno dei deliranti ma pregevoli intermezzi musicali)

2

Howard e il destino del mondo

Ah, gli anni ottanta...

Ah, gli anni ottanta…

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Willard Huyck
Con: Lea Thompson, Tim Robbins, Ed Gale, Jeffrey Jones, Paul Guilfoyle

Se vi chiedessimo di dirci quali parole vi vengono in mente a sentir dire “Marvel Studios”, non sarebbe difficile immaginare le risposte: “Iron Man!”, “Avengers“, “le serie di X-Men e Spider-man“; super kolossal, prodotti a suon di milioni e accolti dal pubblico a suon di miliardi di dollari; il solo The Avengers, per dire, costato 220 milioni di dollari, ha incassato un miliardo e mezzo. Cifre notevoli. Ma noi preferiamo ricordare un’altra epoca dei Marvel Studios (che allora si chiamavano Timely Studios), quando collaboravano con altre case di produzione tentando faticosamente di estrapolare film dai loro fumetti di successo. In genere furono flop clamorosi, come Il vendicatore con Dolph Lundgren (1989), una prima versione di Capitan America (1990), o il leggendario Fantastic Four di Oley Sassone, che abbiamo già recensito. Anni prima, la serie dei flop era cominciata con un film decisamente più strano: Howard e il destino del mondo.

Howard è un papero antropomorfo che proviene da un pianeta popolato solo da paperi; nel corso di un esperimento compiuto sulla Terra, viene trasportato, solo e smarrito, a Cleveland, Ohio. Dopo aver salvato la cantante Beverly Switzler da due bruti che ne volevano approfittare, Howard ne diviene amico. Una volta saputa la sua storia, la dolce e ingenua Beverly gli presenta un amico scienziato, Phil, che però si rivela un incapace e causa una rottura fra il papero e la fanciulla. Tempo dopo, dopo aver provato a lavorare in un night club (!), Howard si ritrova ad attaccare rissa con il manager della band di Beverly, prendendone il posto e conquistando l’affetto (e qualcosa di più) della ragazza; intanto Phil, grazie all’aiuto del dottor Jenning, scopre il meccanismo che ha portato Howard sulla Terra, e gli propone di riportarlo indietro. Nel tentativo, però, qualcosa va storto, e un’entità malefica (uno degli Occulti Super Sovrani dell’Universo) si impossessa del corpo di Jenning, rendendolo sempre più brutto e più malvagio. Il rapimento di Beverly da parte di Jenning-Occultosupereccetera porta a un’alleanza tra Howard e Phil, che inseguiranno il demonio ovunque, seguiti dalla polizia e da bande di cacciatori di anatre, affrontandolo in un epico finale.
Oltre ad essere un ricordo di infanzia del sottoscritto (mi ricordo che lo passavano spesso in tv la mattina, durante le vacanze), è anche un film assolutamente anomalo, probabilmente un unicum nella storia della Marvel e delle trasposizioni cinematografiche di fumetti in generale. Tanto per cominciare, non è un B-movie, nè una produzione low-budget: i numeri sono quelli di un mezzo kolossal. Cast di tutto rispetto (Lea Thompson, Jeffrey Jones, Tim Robbins che però non era nessuno all’epoca, e visto come recita ci chiediamo come abbia fatto a diventarlo), effetti speciali negli inseguimenti molto azzeccati, e soprattutto la supervisione come produttore di Sua Maestà George Lucas e della sua potentissima Lucasfilm, fresca fresca del successo mondiale di Guerre Stellari. Di fronte a queste premesse, come è possibile che sia venuta fuori una roba tremenda come questo film? Tutte le scene che vedono il papero protagonista sono ai limiti dell’imbarazzo: i poveri nani attori si muovono goffamente, con una faccia visibilmente posticcia e pochissimo mobile e un’interazione con gli altri personaggi che definire “mal riuscita” è fargli un complimento. Lascia poi perplessa la sceneggiatura: va bene che erano gli anni ottanta (e si vede in ogni fotogramma, per inciso), ma è possibile che Lucas e la sua gang non fossero in grado di arruolare uno sceneggiatore decente? I dialoghi fanno pena, le battute sono scontate, le gag non fanno ridere (tranne quelle di Jenning al ristorante, veramente spassose); non si riesce a vedere più di dieci minuti di film senza provare un imbarazzo profondo. La cosa più divertente (e trash) è il continuo cambio di registro della sceneggiatura: si alternano battutine da seconda elementare (allora è un film per bambini, viene da dire) a riferimenti sessuali espliciti, preservativi trovati nel portafoglio di Howard (davvero!) e primi piani del culo di Beverly, con il papero che apprezza lubrico!
A dispetto di tutte queste stranezze e del budget sontuoso, Howard è un capolavoro di assurdità e spreco di soldi: prima di dedicarsi a pellicole tecnicamente perfette come quelle recenti, in cui non un pixel è fuori posto, la Marvel ci ha regalato questo minestrone di scene efficaci ed effettacci alla Mattei\Fragasso, attori capaci e dialoghi che avrebbero fatto vergognare anche Ed Wood, gag puerili e scene quasi-di sesso, buoni sentimenti e insulti e parolacce: non è nemmeno breve, dura 105 minuti, ma è un sollazzo garantito.
Due puntualizzazioni:
1) Alla fine dei titoli di coda non succede niente, quindi non perdete tempo aspettando chissà che riferimento. In compenso, alla fine di Guardians of the galaxy (2014), compare un orrendo Howard in CGI. Bleah.
2) Nel fumetto, Howard è un personaggio molto più antipatico e sgradevole, con intenti satirici ben più marcati, ma è stato edulcorato per rendere il prodotto vendibile. Però le papere con le tette all’inizio e i riferimenti sessuali li hanno tenuti; sarà per questo che l’incasso è stato inferiore a metà dei soldi spesi?

Produzione: USA (1986)
Scena madre: dite quel che volete, ma per me la seduzione di Howard da parte di Beverly rimarrà immortale.
Punto di forza: contrapporre a un protagonista assurdo (Howard) un cattivo ancora più assurdo (Jenning, che quando è posseduto pare doppiato da Ignazio La Russa) è una genialata, le scene in cui i due interagiscono sono imperdibili.
Punto debole: non ne ha! E’ imbarazzante, questo sì, ma non è necessariamente una debolezza…
Potresti apprezzare anche…: Fantastic Four di Oley Sassone, anche questo ritratto di una Marvel che non c’è più.
Come trovarlo: in qualunque formato, blu-ray compreso. La Marvel non si vergogna dei suoi filmacci: ci piace!

Un piccolo assaggio:

(questa è la canzone dei titoli di coda. Non c’è altro da aggiungere)

4

Bride of the monster

Ah, quanto mi piacciono questi poster d'annata!

Ah, quanto mi piacciono questi poster d’annata!

 

Di: Ed Wood
Con: Tony McCoy, Bela Lugosi, Loretta King, Tor Johnson

Ed Wood è un regista cui tutti dobbiamo molto, e un idolo per tutti gli appassionati di B\C\Z-movies. Un suo film, Plan 9 from outer space, ci aveva spinti a limitare le recensioni alle sole pellicole prodotte dopo il 1959, anno in cui, appunto, uscì quel capolavoro. E chi meglio dello stesso Wood per infrangere la nostra regoletta? Bride of the monster è probabilmente (anche grazie al film di Tim Burton) il film più famoso del regista americano dopo Plan 9.
Siamo in un paese della provincia americana, situato vicino a una palude. Nella prima scena, due cacciatori cercano rifugio da un temporale che “va avanti da tre mesi”. Respinti dal poco ospitale dottor Vornoff (Lugosi), vagano nella palude finchè non vengono attaccati da una piovra gigante. Quello dei due che sopravvive viene portato nella villa di Vornoff: costui è in realtà uno scienziato pazzo che, applicata sulla testa del cacciatore una pentola con tre lampadine, lo usa come cavia per un esperimento. In realtà tutti i tentativi fatti finora, ci spiega, sono finiti con la morte della cavia, ma tant’è, lui è de coccio, e si ripete uccidendo il cacciatore, con la complicità del servo Lobo (Johnson). L’azione si sposta nella cittadina, dove vivono i protagonisti: un poliziotto totalmente imbecille e succube della propria fidanzata; quest’ultima, Janet, una giornalista petulante che lo tratta come uno zerbino; e Robbins, il capo della polizia dotato di un intuito sopraffino che non gli fa capire assolutamente nulla per tutto il film. Sorda agli avvertimenti dei due uomini, Janet si avventura nella palude, e dopo un incidente alquanto bizzarro (esce di strada spaventata dalla pioggia) viene rapita da Lobo e portata alla villa, dove Vornoff la ipnotizza e la fa addormentare. Ma il fidanzato di lei indaga, mentre in città arriva anche l’ambiguo professor Strowsky. Quest’ultimo non ha un ruolo ben definito: è stato mandato dal governo del paese natale di Vornoff per riportarlo a casa, ma viene da questi ucciso e dato in pasto alla sua piovra. L’indagine del protagonista, che consiste in una passeggiata nella palude, si conclude con la scoperta del laboratorio di Vornoff. A causa della ribellione di Lobo, però, il malefico scienziato sperimenta su sè stesso le proprie creazioni, diventando un superuomo più alto dotato di forza erculea. L’inseguimento finale si conclude con la fuga di Vornoff, che viene prima schiacciato da un masso di polistirolo gettato dal protagonista, e poi mangiato dalla piovra. Un fulmine cala dal cielo e colpisce piovra e Lugosi, scatenando un fungo atomico inserito a casaccio che però risparmia gli altri personaggi distanti dieci metri, permettendo a Robbins di concludere il film con la ridicola frase “si era introdotto nel regno di Dio!”.
Il nome Ed Wood è da sempre una garanzia. Descrivere singolarmente ogni elemento divertente dei suoi film è impossibile; la povertà della realizzazione è tale che ogni scena in cui accada qualcosa che non sia un dialogo tra due persone in una stanza è fonte di godimento. Le sequenze più famose sono sicuramente quelle che riguardano gli animali: Wood anticipa Bruno Mattei e utilizza larghi spezzoni di documentari per le apparizioni di piovre e coccodrilli; quando però gli animali devono interagire con l’uomo, ricorre a uno stratagemma incredibile, ovvero l’utilizzo di una piovra di gomma totalmente immobile sulla quale gli attori si gettano contorcendosi. Il risultato è qualcosa di mai visto, perchè il pupazzo non si muove mai, e i poveri protagonisti devono mettercela tutta per fingersi aggrediti dagli inerti tentacoli. A proposito di attori: Wood li prese quasi tutti dalla strada, e le loro capacità sono di conseguenza vicine allo zero. Qualcuno di loro però merita una menzione, soprattutto il grande Bela Lugosi che, già alle prese con problemi di tossicodipendenza e povertà, collaborò con Wood fino alla fine offrendo anche in questo film una prova più che dignitosa. Tra gli altri spiccano Tor Johnson (che nella sua carriera ha interpretato praticamente un solo ruolo, quello del brutalone senza cervello, tra l’altro egregiamente), Paul Marco (che interpretò il poliziotto Kelton anche in Plan 9 e in Night of the ghouls) e soprattutto Loretta King, che interpreta la giornalista Janet. Il ruolo doveva andare alla fidanzata di Wood, Dolores Fuller, ma, secondo la leggenda, fu scritturata per il suo contributo economico al film, mandando tra l’altro su tutte le furie la Fuller. A proposito di leggenda: pare che la piovra gommosa, vera protagonista del film, fosse stata rubata da Wood stesso e dalla sua crew, che si era però dimenticata del telecomando per farla muovere (da lì il pietoso immobilismo del gommoso pupazzo), tesi sposata anche dal film di Burton; altri sostengono che Wood comprò legalmente l’effetto (poco) speciale. Altrettanto leggendario il trucco per rendere Bela Lugosi un gigante e un superuomo: un paio di zeppe alte 15 centimetri che gli complicano visibilmente i movimenti!
A ben vedere, neppure la sceneggiatura raggiunge un livello di verosimiglianza accettabile: non si capisce nè il motivo per cui si parla di un “mostro non umano” per delle sparizioni (mai sentito parlare di serial killer?), nè che cosa spinga il protagonista a farsi una passeggiata notturna in mezzo a una palude che lui stesso, in un lungo monologo, aveva precedentemente definito “pericoloso luogo di morte e distruzione”. A voler essere pignoli, non si capisce neppure perchè Wood abbia voluto a tutti i costi piazzare un fungo atomico nel finale. Ma vabbè, è Ed Wood. E noi lo amiamo così!

Produzione: USA (1955)
Scena madre: c’è da chiederlo? Gli assalti della piovra sono l’ABC del B-movie!
Punto di forza: lo stile di Ed Wood è un ottimo motivo per vedersi tutti i suoi capolavori, non c’è altro da aggiungere.
Punto debole: in realtà non ne ha. I dialoghi al commissariato sono piuttosto noiosi, ma probabilmente una scena d’azione in più avrebbe mandato il regista sul lastrico…
Potresti apprezzare anche…: Plan 9 from outer space.
Come trovarlo: fortunatamente, Ed Wood è molto considerato tra i cinefili e i distributori, e i suoi film si trovano senza problemi in DVD, preferibilmente stranieri.

Un piccolo assaggio: https://www.youtube.com/watch?v=D8YGES_Ynkk (a dire il vero, i film di Ed Wood si trovano facilmente interi su Youtube, ma preferiamo mettere il trailer per sicurezza sul copyright. Comunque, andateveli a vedere, ci sono tutti!)

3

Supersonic Man

No, la tizia vestita succintamente non c'è nel film.

No, la tizia vestita succintamente non c’è nel film.

Di: Juan Piquer Simon
Con: Michael Coby\Antonio Cantafora, Diana Pollakov, Cameron Mitchell

Il 1978 è un anno molto importante per il cinemasochismo: esce, tra gli altri, Superman, kolossal americano sbancabotteghini diretto da Richard Donner e ispirato all’omonimo personaggio dei fumetti DC Comics. Il cast è stellare (Christopher Reeve, Gene Hackman, Marlon Brando), e gli incassi vertiginosi. Come succede spesso con questo tipo di pellicole, il tintinnio del denaro fa venire strane idee ai produttori di mezzo mondo, ansiosi di sfruttare l’onda di gradimento del pubblico: in Italia escono aberrazioni come L’uomo puma, mentre i turchi ci deliziano con la loro ennesima interpretazione di un classico hollywoodiano. E gli spagnoli?
Gli spagnoli dicono la loro con questo Supersonic Man! L’inizio la dice lunga sul tipo di film che vedremo: su un’astronave, tale Kronos, un alieno in mutande, viene incaricato dal suo popolo di salvare i terrestri, i quali rischiano l’autodistruzione globale. Indossato (o meglio, una volta apparso dal nulla) il costumino, ecco che Supersonic inizia la sua missione. Nel frattempo, sulla Terra, una banda di tizi vestiti con calzamaglie nere e caschi da ciclista assalta un laboratorio, facendo strage di guardie, rapendo uno scienziato e rubando materiale radioattivo, grazie anche all’uso di bizzarri robot lanciafiamme. Il malvagio dottor Gulik (mandante del delitto), però, non riesce ad ottenere la collaborazione del dottor Morgan, lo scienziato rapito: decide allora di rapirne la figlia Patricia. Il cattivo non ha però fatto i conti con Paul, alias Supersonic: il baffuto supereroe ha infatti messo gli occhi addosso alla graziosa Patricia e, nella doppia veste di uomo arguto e protettivo e di supereroe invincibile, la aiuterà a sgominare i turpi nemici e a salvare il panzuto scienziato. E non perchè il dottor Gulik non provi a fermarlo: prima manda un robot goffo e lentissimo a far saltare la casa di lei, poi lo attira nel suo atollo e lo sottopone ad ogni tipo di trappola ridicola (lo fa cadere nelle fiamme, lo ghiaccia, usa gas venefici) e infine cerca di sconfiggerlo con il raggio laser proveniente dal satellite: ma niente, Supersonic\Paul è proprio invincibile: sopravvissuto a tutto questo senza grosse difficoltà, fa esplodere il satellite distruttore del cattivo. Dopodichè, non contento, torna sulla Terra, rifiuta la chiamata dei suoi simili e decide di rimanere lì a spassarsela con Patricia, mentre al posto suo gli alieni prelevano un ubriacone e il suo cagnone.
Chiariamo subito che rispetto a L’uomo puma e soprattutto al remake turco di Superman, questo film sembra diretto da Spielberg. Il regista Juan Piquer Simon, nostra vecchia conoscenza, dirige senza grossi sintomi di inettitudine cinematografica. Oltretutto, il film non è per nulla noioso. A che titolo lo recensiamo allora? Semplice: per l’assurdità del soggetto e la pochezza della realizzazione. Il soggetto è in buona parte copiato da Superman, ma con due differenze significative: la “missione” del protagonista e la sua invincibilità. Superman, come è noto, ha un punto debole, la kryptonite. Supersonic non ne ha alcuno: resiste al fuoco, al ghiaccio, attraversa i muri, respira nello spazio, può tramutare le armi in banane (scena del tutto priva di senso) e polverizzare qualunque cosa; l’unica arma che lo ferma, pare, sono gli ultrasuoni, ma Gulik se ne accorge solo alla fine e la usa per dieci secondi prima di farsi fregare. Date le premesse, che cosa impedisce a Supersonic di sgominare i malvagi? Solo ed esclusivamente la sua volontà! Egli è infatti tropo occupato a farsi bello agli occhi di Patricia e a salvarla dai pericoli, e solo alla fine decide di entrare in azione! Come saranno girate le scene in cui Supersonic agisce? Curiosamente, il volo dell’eroe è meno posticcio di quanto si possa pensare. A risollevare il livello di dabbenaggine di tali scene ci pensa il costumino blu-arancione (esilarante nel suo tentativo di mischiare due-tre supereroi preesistenti), oltre che le risse da lui combattute contro i malvagi e i manichini usati per rappresentarne gli spostamenti. Colpisce, restando nell’ambito degli effetti speciali, l’ampio uso di palesi modellini in plastica e il patetico tentativo di spacciare un isolotto di due metri per tre per un atollo grande due volte Manhattan. I dialoghi ci mettono del loro: il cattivo alterna tranquillamente lo spagnolo\inglese (noi l’abbiamo visto in quest’ultima lingua) con l’italiano, urlando “BRAVO! BRAVO!” non si sa bene a chi nè perchè. Il reparto musicale è composto unicamente da un tema musicale non così brutto, ma ripetuto allo sfinimento anche nelle scene meno opportune
Cosa resta? Restano le conversazioni filosofiche scoreggione tra il professor Morgan e il dottor Gulik, la formula “che la forza delle galassie sia con me” che l’eroe pronuncia per trasformarsi, Cameron Mitchell che gigioneggia pompando tantissimo il ruolo del cattivone, la cameriera di colore vestita sadomaso che non centra una mazza, esplosioni a caso e scene ripetute. Insomma, un b-movie coi fiocchi!
(Ah, sì, una cosa da dire c’è: Antonio Cantafora, il baffuto protagonista, recitò con il nome di Michael Coby in un film sulla falsariga della coppia Spencer\Hill insieme a Paul Smith, dal titolo Carambola, filotto… tutti in buca)

Produzione: Spagna (1979)
Scena madre: è meravigliosa, una delle scene madri più belle di tutti i tempi! Paul si reca da Patricia portando, come promesso, dello champagne, ma un ubriacone (che appare durante tutto il film a cazzo di cane) gli finisce la bottiglia. Che fa lui? Mette il costumino, percorre chilometri volando fino ad arrivare a un ristorante italiano. Lì c’è un cuoco che canta O sole mio con un accento napoletano vergognosamente sbagliato: Paul gli prende un paio di bottiglie e torna da lei come se niente fosse. Esilarante!
Punto di forza: effetti speciali e sceneggiatura fanno pena, ma la regia non è malaccio, si lascia vedere ed è adatto anche ai più piccini. B-movie per famiglie!
Punto debole: i tentativi di far virare la storia verso atmosfere da film di 007 nuociono alla genuinità della pellicola, che per fortuna non esce comunque dal genere supereroistico-fantastico.
Potresti apprezzare anche…: L’uomo puma
Come trovarlo: l’unica notizia di una sua uscita in DVD era una specie di cofanetto con lo sconosciuto The war of the robots di Alfonso Brescia, il tutto, probabilmente, non in lingua italiana.

Un piccolo assaggio: (per la serie “trasformazioni buffe”, eccone un’altra!)

3,5

La bestia nello spazio

Copertina del DVD inglese, collana "Shameless", senza vergogna. Appunto.

Copertina del DVD inglese, collana “Shameless”, senza vergogna. Appunto.

Di: Al Bradley (Alfonso Brescia)
Con: Vassili Karis, Venantino Venantini, Shirpa Lane, Marina Lotar

La bestia è un film erotico diretto dall’impronunciabile Walerian Borowczyk nel 1975. Il film ebbe un discreto successo, dovuto ai suoi temi provocatori e alle scene di erotismo spinto in esso presenti. E l’Italia? L’Italia rilancia con il più pronunciabile Alfonso Brescia, che osa proporre, nel 1980, una versione fantascientifica della pellicola di Borocoso. E il risultato è tremendo!
Siamo in un futuro non meglio specificato: l’Antalium è un materiale capace di produrre energia, conteso da numerose fazioni; in una sorta di far west futuristico, il governo e numerosi cercatori di Antalium si affrontano in una novella “corsa all’oro”. Tra i protagonisti di questa corsa abbiamo Juan Cardoza (Venantini), avventuriero, e i governativi Larry (Karis) e Sondra (Lane), questi ultimi integerrimi militari di giorno e infoiati rimorchiatori di notte; a questo proposito, meraviglioso il loro primo incontro, in cui lei è ingrifatissima e agghindata come una battona in cerca di uomini in un sordido localaccio e lui fa a pugni con Cardoza per conquistarla. Tra l’altro, proprio come nel film di Boroweccetera, lei ha un sogno ricorrente in cui viene concupita da una bestia. Ma già parte la caccia all’Antalium: inglobati nelle loro tutine ridicole, i nostri eroi sbarcano sul pianera Loregon. Qui incontrano il signore e padrone del pianeta, Onaf, il quale gli racconta una storia assurda secondo cui il pianeta è governato dal computer Zakor, macchinario vecchio di millenni e un pò rimbambito che controlla le mente di ognuno di loro. E cosa gli fa fare il buon Zakor? Ma è ovvio: trombare! Tutto questo cervellotico intrigo non è altro che un pretesto per arrivare al dunque, ovvero gli amplessi dei protagonisti; peraltro, se si escludono cinque minuti di hard, non è che si veda molto. Sondra scopre che Onaf è un satiro dotato di verga equina (una scena veramente imbarazzante) e decide di diventare la sua compagna. Ma Juan Cardoza non si è fatto fregare: risvegliati i compari, e opportunatamente deciso di abbandonare Sondra per distrarre Onaf (!), stermina un centinaio di uomini d’oro (le guardie di Zakor, somiglianti a dei Nino D’Angelo spaziali), spegne il computer (non si sa come faccia a sapere dove si trovi) e se ne va dal pianeta morente.
Per tutti i novanta minuti di film sorge spontanea la domanda: ma Brescia (nascosto dallo pseudonimo di Al Bradley) ci sta prendendo per il culo? Sul serio qualcuno sano di mente ha pensato si potesse realizzare un remake “spaziale” di un film complicato e metaforico come La bestia? Uno dice: eh, ma mica è un remake, ma solo un film erotico ambientato in una storia di fantascienza. Risposta: magari! Le scene erotiche si limitano a 5 minuti di hard (con ampio uso di protesi in gomma) e a qualche palpeggiamento sparso, nonostante le grazie delle attrici (tra cui la pornostar Marina Lotar). Almeno settanta minuti di film sono occupati invece da una storia delirante e sconclusionata, senza alcuna logica, con dialoghi privi di continuità e senso. Qualche esempio: “l’ultima volta che l’ho vista era qui”, “ma sei proprio sicura che era qui l’ultima volta che l’hai vista?”, oppure “cammino in uno strano bosco che non può essere del nostro pianeta”, riferito a delle betulle di cui ho un sacco di esemplari dietro casa, dove sarebbe tutta sta roba strana? La qualità tecnica è desolatamente bassa: non solo a livello di stile (le tutine stile Abba dei protagonisti, il sax erotico, il tema portante del film che è una specie di canzone natalizia progressive rock scritta da Marcello Giombini-Pluto Kennedy), ma proprio di attenzione: ci sono errori (di doppiaggio, di continuità, di persone e oggetti che si spostano al cambio di inquadratura) che sarebbero evitabili con dieci secondi in più di cura. Particolarmente esilarante la totale ignoranza scientifica della sceneggiatura, con supercazzole come “stabilizzatore giroscopico, angolo alfa, tangente, spunto immediato, disinserimento automatico”, parole a caso che però fanno tanto fantascienza pur non volendo dire una mazza. E gli effetti speciali? Tra plastici e modellini di cartapesta spicca il discreto effetto usato per le spade laser tarocche: peccato che non servano a nulla nel contesto della trama (infatti durano 20 secondi) se non a far bestemmiare i nerd. Sinceramente, non si capisce quale fosse lo scopo del film: realizzare una pellicola di fantascienza (ahahah!), un film erotico conturbante ed eccitante (ahahah!), sfruttare il successo de La bestia attirando nel contempo un diverso pubblico? Intanto, il film rimane come documento di un’epoca (gli anni settanta-ottanta) in cui davvero il cinema di serie Z ha dato il peggio di sè. Con nostra somma gioia.

Produzione: ITA (1978\1980, si trovano entrambe le date)
Scena madre: quando Venantini e Karis trovano il computer Zakor (che tra l’altro è un ammasso di ferraglia uscito da qualche sala-giochi) si mettono a parlarci in un dialogo talmente surreale da non permettere di capire se la comicità sia volontaria o meno.
Punto di forza: va bè, dai, in certi momenti è divertente. Pochi momenti, in verità. Ma in quei pochi, fa ridere un sacco.
Punto debole: come film di fantascienza fa pena, come film erotico fa pena. Insomma, fa pena.
Potresti apprezzare anche…: Le notti erotiche dei morti viventi, per lo stesso spirito nel mischiare due generi totalmente diversi.
Come trovarlo: era uscito nella collana Sex and violence in VHS, per i tipi della Cinemanetwork. Ad oggi è praticamente introvabile, a meno di non rivolgersi alle edizioni estere, anche in DVD.

Un piccolo assaggio: (una delle tante scene di rissa prive di senso del film, notare i violentissimi colpi)

1,5

Passepartout – Tutte le porte sono aperte

Due di loro sono una sola persona nella realtà. No, non sono i due più a sinistra.

Due di loro sono una sola persona nella realtà. No, non sono i due più a sinistra.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Lorenzo Buscaino
Con: Eros Bosi, Andrea Buscaino, Elisa Rosati, Pierluigi Stentella

La premiata ditta Buscaino & Bosi torna, dopo La mano infernale, ad avventurarsi nel bizzarro mondo del cinema amatoriale, questa volta puntando sulla fantascienza. E noi siamo sempre qui a recensirli, elogiarli e criticarli quando ce n’è bisogno!
Andy e Manuel (Andrea Buscaino ed Eros Bosi) sono due fratelli orfani, dediti al cazzeggio e al poker grazie ai soldi dell’eredità paterna. Durante una partita a poker, Andy si gioca una collana del padre convinto di vincere, facendosi invece umiliare da un giocatore più bravo di lui e causando una lite con il fratello (oltre che beccandosi pure gli sfottò del barista). Sulla strada del ritorno, i due si imbattono in un UFO schiantatosi al suolo e nel suo occupante alieno, che ricorda molto da vicino una ragazza terrestre, anche di bell’aspetto. Presi dal panico (e dalle fregole ormonali di Manuel) se la portano a casa svenuta. In breve tempo, i due scoprono che con un ciondolo di plastica che la ragazza porta al collo si possono aprire tutti i tipi di serrature (da qui il titolo). Invece di aspettare il risveglio di lei, i due usano la chiave universale per riprendersi la collana paterna, e già che ci sono per svaligiare impunemente qualche appartamento. Una volta tornati a casa, la ragazza gli racconta la sua storia: si chiama Vegar, è evasa da un carcere di massima sicurezza e ha bisogno di ospitalità. Nello stesso momento, da un’altra parte di Terni, atterra un’altra astronave (stavolta senza esplodere) con il suo occupante: Stargot, un burino bruttone di colore verde che subito fa amicizia con l’investigatore privato Claudio. Il bruttone racconta al povero Claudio, uomo di mezza età in crisi con la moglie, che tra i due la minaccia è quella meno sospettabile, ovvero la bella Vegar. Chi ha ragione, e come gestiranno la faccenda gli umani?
Dopo i 200 euro de La mano infernale, Buscaino decide di alzare il budget: ben 1500 euro! Per l’occasione, il film è uscito dal circuito locale e sta venendo proiettato in altre parti d’Italia, cosa di cui siamo felici. L’assunto di partenza è molto semplice e simile al precedente film: due ragazzi che si imbattono in qualcosa di fantastico e di più grande di loro. I pregi della compagine ternana che ha realizzato il film sono la grande forza di volontà e la capacità di usare qualsiasi tipo di oggetto per gli effetti speciali. Buscaino non si ferma infatti di fronte alla difficoltà di girare lo schianto di un’astronave, la partenza di un’altra, esplosioni e viaggi spaziali. Se i primi tre sono effetti abbastanza rozzi (ma comunque divertenti e funzionali), il viaggio che apre i titoli di testa è invece davvero ben realizzato e molto superiore alla media del cinema amatoriale. L’idea di partenza (una chiave aliena che apre ogni porta) è davvero geniale nella sua semplicità, anche se forse si poteva prolungarne l’utilizzo. Gli attori se la cavano bene: Bosi pompa tantissimo il ruolo del fratello che si lascia sedurre dall’aliena, Stentella è più che credibile nella parte del detective in crisi di mezza età, anche se un plauso va ad Andrea Buscaino, che interpreta sia Andy sia il bruttone Stargot. La realizzazione si mantiene come sempre su livelli amatoriali, ma il film risulta bizzarro, non ridicolo, e nonostante la durata di 90 minuti (quindi superiore alla classica oretta delle pellicole artigianali) non ci sono tempi morti. La cosa più divertente di questo tipo di film, e il motivo per cui li recensiamo, è che nessuno nel cast si prende esageratamente sul serio: si può apprezzare la pellicola e allo stesso tempo sorridere di fronte al trucco di Stargot (l’attore deve essersi davvero divertito), sottolineare l’originalità dell’idea ma anche notare come tutti gli alieni parlino italiano, con spiccato accento ternano. Il risultato finale è che queste persone vogliono fare film, e li fanno a dispetto del basso budget e delle difficoltà di un genere come la fantascienza.
Nella recensione di Tulpa, poco tempo fa, abbiamo criticato Zampaglione per non aver scommesso sulla propria audacia e non aver osato di più, probabilmente per il rischio di una boiatona trash, e che solo chi scommette ottiene un buon risultato. Ebbene, Buscaino & Co la scommessa l’hanno accettata. E vinta.

[Come già in altri casi, il voto 3 è volutamente vago, poichè non si tratta di un film assimilabile alle boiatone qui solitamente recensite]

Produzione: ITA (2013)
Scena madre: per non spoilerare nulla, scegliamo il viaggio spaziale iniziale, molto ben realizzato. Sappiate comunque che la scena più bella è l’omaggio a Sergio Leone nelle ultimissime inquadrature.
Punto di forza: nel recensire La mano infernale avevamo scritto “l’indubbia originalità della trama e la grande volontà dei realizzatori”. Riconfermiamo ogni singola parola.
Punto debole: forse si poteva incentrare di più la trama sulla chiave universale che apre tutte le porte, un’idea molto originale.
Potresti apprezzare anche…: La mano infernale.
Come trovarlo: rivolgendosi direttamente agli autori tramite le apposite pagine Facebook!

Un piccolo assaggio: (trailer ufficiale del film!)

3

6 giorni sulla Terra

Sono tra noi...maledetti rettiloidi!

Sono tra noi…maledetti rettiloidi!

Di: Varo Venturi
Con: Massimo Poggio, Laura Glavan, Varo Venturi

L’ufologia è una roba strana. Io personalmente sono abbastanza scettico, ma c’è stato un periodo nella mia vita (coinciso più o meno con la prima adolescenza) in cui tale materia mi sembrava fighissima, cosa che mi spinse a divorare libri e pubblicazioni in proposito. Oggi il mio punto di vista è decisamente più scettico, ma alcune di quelle letture conservano per me un certo fascino, e la passione per la fantascienza non mi ha abbandonato: per dire, la serie tv Taken, che tratta proprio di temi simili a questo film, l’ho adorata. E quindi, direte voi? In fondo si parla di fantascienza, non di cose reali, perchè mai insisti nel volerci spiegare il tuo punto di vista? Semplice: perchè alle volte la realtà e la fantascienza si confondono, anche nella mente psicolabile delle persone, e nascono film come 6 giorni sulla Terra.
Il protagonista è Davide Piso, brillante chimico che nel tempo libero ipnotizza belle donne che dicono di essere state rapite dagli alieni. Un giorno viene avvicinato da una di esse, una ragazza appena maggiorenne dai capelli rossi, dall’eloquente nome di Saturnia: questa, dopo aver raccontato una dubbia esperienza di rapimento (gemiti e frasi a doppio senso lasciano intendere altri tipi di “incontri ravvicinati”), si presenta a casa sua con una scusa risibile e lui, da vero professionista qual’è, se la porta a letto nel giro di dieci minuti. Qui si scopre l’arcano: in pratica gli alieni entrano nelle nostre teste e usano i nostri corpi come contenitori, l’ipnosi li fa emergere e parlare con gli umani, gli alieni vogliono cibarsi della nostra energia interiore, chiamata anima. Lo so, non ha senso, ma è così e basta, non facciamoci domande. Nel corpo di Saturnia c’è un alieno molto potente, che educatamente si presenta: si chiama Hexabor di Ur, e vuole conquistare la terra. Questo simpatico extraterrestre racconta, con la voce della bambina de L’esorcista, che gli uomini sono un incrocio fra tredici razze aliene (rettiloidi, nordici, insettoidi e altre parole strane) e che il conflitto interiore di ognuno di noi è dovuto a questo. Se ciò non fosse già abbastanza delirante aggiungiamo: agenti dei servizi segreti di mezzo mondo; due tagliagole presumibilmente bulgari che accoppano il cane del protagonista; una comunità di hipster romani che organizzano tristissimi rave party con trenta persone; due-tre preti (tra cui un ortodosso pedofilo) che tentano inutilmente di comunicare con Hexabor; la famiglia di Saturnia, due brutte facce lombrosiane che a loro volta paiono alieni; una profezia dell’Apocalisse di Giovanni priva di attinenza con la trama ma che fa tanto Dan Brown. Non chiedetemi come, si arriva al catartico finale: in pratica per far sloggiare Hexabor dal corpo della bella Saturnia bisogna pompare nelle casse di un rave una frequenza indicata dal numero 666 (sigh…). Davide, aiutato da militari italiani che si scontrano a fuoco con non ho capito chi, attua il suo piano: Hexabor esce dal corpo della ragazza e appare nella sua vera forma, una specie di gargoyle alto tre metri con la faccia da rettiliano e le ali da pipistrello. Tutti svengono e i militari coprono la cosa. Se ho ben capito, Davide, posseduto dall’alieno, entra a far parte di una loggia massonica o qualcosa di simile, non è chiaro, come del resto tutta la trama.
Il regista Varo Venturi ha definito questo suo secondo film un’opera di “realscienza”, e non di fantascienza. Che significa? Significa che Venturi e soci credono realmente alle teorie deliranti di Corrado Malanga che stanno alla base del film! Quanto viene propinato nei centotrè minuti che lo costituiscono non è dunque una consapevole opera di fantasia, che sarebbe anche molto originale, ma un mezzo di propaganda per le strampalate panzane delle frange più fuori di testa dell’ufologia, quelli che credono ai rettiliani insomma. Lo si capisce, tra le altre cose, dall’assoluta mancanza di ironia presente in tutto il film: attori, regista e sceneggiatore si prendono dannatamente sul serio senza mai una battuta di spirito o un momento di alleggerimento. Spiegata la mia avversione a tale opera, che dire della parte tecnica?
La sceneggiatura è veramente aliena: aliena alla logica e alla comprensione. Arrivati a un certo punto, tra progetti cabalistici, religioni new age e alieni satanici si implora veramente pietà: Venturi mischia tutte le peggiori teorie complottistiche alla rinfusa, senza creare una trama coerente, e alla fine non si capisce praticamente nulla del collegamento tra tutte le vicende raccontate. Gli attori recitano con una convinzione davvero commovente: la ragazza che interpreta Saturnia, la bella Laura Glavan, è forse l’unica a raggiungere la sufficienza, c’è del talento, peccato sia sprecato: gli altri pompano il ruolo ai limiti dell’assurdo (le invettive dell’assistente contro alieni e poteri forti sono esilaranti) dando vita a un film che, visto dall’esterno, potrebbe sembrare una parodia del genere. Le scene da ricordare sono tre: una è quella in cui i tagliagole bulgari ammazzano il cane di Davide e giocano a calcio con la fintissima testa, forse doveva essere crudele ma è veramente divertente per come è girata! La seconda è quella in cui due donne e un uomo, per motivare la loro presenza in una stanza agli occhi dei servizi segreti, danno vita a un clamoroso amplesso a tre con tanto di siparietto lesbo tristissimo. La terza è il rave finale: trenta-quaranta poveracci paralizzati dall’alieno-pipistrello e dalla musica di due dj strafattoni. Ogni volta che sembra raggiunto l’apice del ridicolo arrivano nuovi personaggi e teorie sempre più inverosimili a ricordare che la follia degli sceneggiatori è davvero senza fine. Il risultato è che, contrariamente al volere degli ideatori, l’unico messaggio che arriva allo spettatore è di stare alla larga da certa gente.
Curiosità: il film non ha avuto molto successo, come del resto molti film a basso costo italiani. Il regista, invece di interrogarsi sulla qualità del prodotto o, al limite, criticare il bizzarro sistema di distribuzione del cinema italiano, ha tirato in ballo un fantomatico complotto dei poteri forti al suo film. E daje.

Produzione: ITA (2011)
Scena madre: il tentativo di esorcismo da parte di un prete ortodosso. A parte la scelta discutibile (ma non erano alieni rettilo-nordici? Che centra Satana adesso? Concorrenza tra creature immaginarie?), Saturnia\Hexabor si alza, gli fa sentire la voce di una bambina rivelando i suoi atti pedofili e poi gli dice “godi”. Davvero, non ha uno straccio di senso, però era divertente da vedere.
Punto di forza: il fatto che in molti credano a queste teorie è un interessantissimo documento sul degrado e sulla credulità della nostra civiltà.
Punto debole: è noioso, davvero noioso. La convinzione del cast, la trama bislacca e la realizzazione a bassissimo costo potevano proiettarlo nell’Olimpo del trash, invece no, il regista allunga il tutto con supercazzole assurde rischiando di farci addormentare.
Potresti apprezzare anche…: non abbiamo nulla di simile tra le precedenti recensioni. Per capire la logica dei film di propaganda, l’unica cosa che possiamo paragonare a 6 giorni sulla Terra è la filmografia della Faith Films della Asylum, sezione dedicata a film di propaganda fondamentalista cristiana: lo spirito di fondo delle pellicole è più simile di quanto si possa credere.
Come trovarlo: per la gioia di tutti, ne è uscita una versione blu-ray con interviste agli autori e ad alcuni ufologi tra cui Corrado Malanga, per continuare il proprio viaggio nella follia.

Un piccolo assaggio:  (il trailer non è niente di che, ma sono da notare 1) I commenti allucinati sotto e 2) Le conferenze del regista e di Malanga a lato, se avete il fegato di sorbirvele)

2

Battle of Los Angeles

Non illudetevi, il film non è fatto bene come la locandina.

Non illudetevi, il film non è fatto bene come la locandina.

Di: Mark Atkins
Con: Kel Mitchell, Nia Peeples, Theresa Jun-Tao

Se vi dico che il nuovo film della Asylum si chiama Battle of Los Angeles, voi che cosa pensate? Che sia il mockbuster di Battle: Los Angeles, film uscito nello stesso periodo (in Italia noto come World invasion)? Probabilmente sì, ma a torto: questo plagio su pellicola è invece un remake casereccio e miserando di Men in black e soprattutto Independence day; non potendo saccheggiarli all’epoca in quanto antecedenti alla nascita della stessa Asylum, Latt e soci rimediano quindici anni dopo rubando il titolo a un altro film ancora. E il risultato è meraviglioso!
Il film parte in quarta con un’astronave gigantesca, larga due miglia, che si piazza sopra Los Angeles e inizia a distruggerla, facendosi beffe degli attacchi dell’esercito. Niente introduzione, prologo, spiegazioni: noi vogliamo l’azione burina, e alla Asylum sanno come accontentarci. I protagonisti sono i soldati di un avamposto, che subiscono l’attacco alieno e cercano di salvare il pianeta. Con loro c’è anche un pilota scomparso nel 1942, rapito dagli alieni e improvvisamente riapparso; i superiori gli ordinano di portarlo in un luogo segreto, la sede del Majestic 12, che casualmente è a due passi da lì. Per agevolare le operazioni la potente organizzazione segreta manda ad aiutarli una donna samurai vestita di latex e armata di katana. Stop, ferma tutto. Perchè mai una organizzazione che, si suppone, dispone di tecnologie avanzatissime e armi letali manda una sola persona, e per giunta armata solo con una spada? Sembra quasi che alla Asylum abbiano confuso i copioni di due film da plagiare (l’altro potrebbe essere stato Kill Bill). La donna, una saputella alquanto irritante, li conduce in una base segreta dove si scopre l’impensabile: in soldoni, il pilota è in verità un droide alieno, che, contattato un precedente prigioniero dei terrestri, gli ruba il posto e comunica il tutto ai suoi, non si capisce bene perchè. Comunque, i tre sopravvissuti (un soldato di colore, una figona giapponese e la tipa con la katana, che per l’occasione sfoggia anche una benda sull’occhio stile Elle Driver!) riescono a pilotare un’astronave aliena con cui si intrufolano nella gigantesca astronave madre (a proposito, le dimensioni di questa variano a seconda dell’inquadratura) e affrontano il boss finale: un polipone in CGI senza occhi incredibilmente somigliante all’idra del cartone di Hercules. Sconfitta (grazie al sacrificio di uno dei tre) e devastata l’astronave-madre (non si sa come, muore l’alieno e l’astronave esplode così, a caso) i due superstiti tornano sulla terra ridendo, non prima di aver fatto schiantare il gigantesco disco su Los Angeles, causando probabilmente decine di morti.
Quiz: secondo voi in un film di fantascienza apocalittica, con città devastate, drammi personali, battaglioni di soldati, gigantesche basi sotterranee e infiltrati alieni, quante persone servono per rendere il tutto un minimo credibile, comparse comprese? 21. Ventuno. Ripetiamo, ventuno persone in tutto, compresi quelli che compaiono per cinque secondi senza dire una parola. E’ sufficiente questo per proclamare Battle of Los Angeles il film più povero della Asylum e dimostrare ancora una volta l’avarizia dei produttori; molte scene, soprattutto quelle ambientate tra i militari, sono alquanto ridicole per lo scarso numero di persone presenti; oltretutto, la ristrettezza di mezzi impedisce al regista di mostrare anche un solo abitante di Los Angeles, vanificando il senso del titolo. Altro sintomo di miseria sono gli effetti speciali di alieni e astronavi: conoscendo la Asylum non ci aspettiamo lavori alla Rambaldi, ma a tutto c’è un limite: l’astronave-madre è talmente bidimensionale da richiamare un episodio dei Digimon, le macchine aliene sono frullatori senza coperchio riprodotti in digitale, le armi sono chiaramente in plastica e l’alieno finale sembra un effetto digitale tridimensionale lasciato a metà dal grafico. E dire che gli attori reciterebbero in modo quasi dignitoso, se i loro personaggi non fossero tagliati con l’accetta: la soldatessa giapponese tosta e maschiaccio è una caricatura delle eroine di James Cameron, la ragazza-samurai è la Uma Thurman dei poveri e i soldati di colore parlano e si muovono come dei gangsta-rapper, persi in una sceneggiatura senza capo nè coda che fa avvenire tutto a caso e sfidando le leggi della fisica e del buonsenso (clamoroso il bazooka lungo due metri e altre armi ingombrantissime estratte da un normale borsone da atleta).
Senza un motivo plausibile, Mark Atkins tenta l’operazione-simpatia inserendo dei personaggi comici squallidissimi: il migliore è senza dubbio il vecchio soldato fanatico. Costui, un signore anziano e pelato, insulta i suoi sottoposti, intuisce senza uno straccio di indizio l’identità del pilota del 1942 e al primo colpo riesce a usare senza problemi un’arma aliena, prima di venire ucciso nel grottesco schianto di un UFO. A proposito di UFO: nel finale il protagonista riesce addirittura a guidarli, muovendo le mani come un visionario e grugnendo di sofferenza come una bestia.
Ultime curiosità: la battaglia di Los Angeles, che ha ispirato sia questo film che World invasion, fu un clamoroso falso allarme realmente avvenuto nel 1942, considerato da alcuni ufologi (una netta minoranza) un attacco alieno insabbiato dalle autorità. Il Majestic 12, nel film una organizzazione segreta che si occupa di alieni, è un gruppo ricorrente nella terminologia ufologica; a tutt’oggi, non vi sono prove della sua esistenza. Asylum, maestra di storia!

Produzione: USA (2011)
Scena madre: all’inizio, quando gli alieni attaccano la base dei soldati, c’è un fuggi fuggi generale. Per pochi secondi, si vede chiaramente un soldato che, invece di scendere le scale, fa la spaccata sui due manici. E’ una scena totalmente assurda, non si capisce perchè l’abbiano tenuta, ma è davvero ridicola!
Punto di forza: i plagi sono talmente evidenti (uno fra tutti, l’astronave abbattuta che atterra a pochi centimetri dal personaggio immobile, copiata da Men in black) che cercarli e individuarli diventa un’attività piacevole e divertente!
Punto debole: la scarsità di mezzi è fonte di enormi risate, ma il numero di persone coinvolte (ripetiamo: ventuno!) è talmente basso che non permette scene epiche e rende tutte le inquadrature particolarmente tristi.
Potresti apprezzare anche…: Alien VS Hunter, per un altro film poverissimo ma ridicolo, sempre della Asylum. Oppure Independece day: tanto per chiarire, riteniamo tale porcata di Emmerich ben peggiore di queste produzioni tarocche.
Come trovarlo: il tasto dolente della Asylum è che i loro film non vengono quasi mai distribuiti in Italia; noi l’abbiamo visto in inglese. Il vantaggio è che avendo riscosso un discreto successo soprattutto per l’incredibile sfacciataggine nei plagi, non dovrebbe essere troppo difficile procurarsene una copia in lingua originale.

Un piccolo assaggio: (guardate questo trailer e apprezzate l’amatorialità degli effetti!)

4

Evil aliens

Guardate come sono incollati male quei personaggi!

Guardate come sono incollati male quei personaggi!

[Krocodylus, Satchmo]

Di: Jake West
Con: Emily Booth, Jamie Honeybourne, Sam Butler

Sottotitolo ideale: “bifolchi gallesi contro alieni satanisti”. Evil aliens è il prototipo della commedia fanta-horrorifica moderna: tette, splatter, baldracche e violenza gratuita. Il regista Jake West sfrutta il budget a disposizione concentrandosi sugli effetti splatter, in alcuni casi decisamente ben fatti, e abbandonando sceneggiatura e contesto narrativo a sè stessi. Il risultato è estremamente divertente, anche se, sospettiamo, non nel modo sperato dal regista. I protagonisti sono l’equivalente inglese delle troupe di Mistero, e gestiscono un programma molto simile al grottesco format di Ruggeri e Degan, inclusi UFO, alieni e donne messe incinta da questi ultimi. Il boss della trasmissione, un vecchio bavoso, ordina alla conduttrice Michelle Fox, presa dritta dritta dal porno, di organizzare una troupe per un’intervista a una ragazza che, nel prologo, dopo un violento amplesso, è stata rapita e messa incinta da dei caproni alieni dalla simbologia satanista, che hanno provveduto a trapanare il deretano del di lei ragazzo. La tizia abita su un’isola del Galles insieme ai tre fratelli bifolchi, deformi, orbi e ignoranti (i veri protagonisti del film): a farsi ospitare per dei giorni saranno la Fox, la bagascia fidanzata del produttore, un attore gay, una mistress fetish, un nerdaccio e un burino che fa il cameraman. Ovviamente gli alieni esistono davvero, si divertono a squartare più o meno tutte le forme di vita (dalle mucche agli umani) e ce l’hanno proprio con loro. Qui uno si aspetta che la variopinta troupe debba cavarsela da sola, e invece no: con una mossa sapiente, il regista erge a eroi i tre fratelli bifolchi gallesi: armati di motosega, fucile e arco, i grandiosi fratelli fanno piazza pulita dei visitors, crocifiggendo vivo il più cazzuto di loro. Il problema è che la sorella incinta, in una scena in cui le frattaglie esplodono generose, si trasforma a sua volta in un alieno, e uccide due fratelli. Ma non il terzo. Quest’ultimo, una specie di Terminator del Galles, accompagnerà la troupe di cocainomani nella battaglia finale contro altre decine di mostri, arrivati con l’astronave madre. L’esplosivo finale vede la morte di (quasi) tutti i personaggi, umani e alieni, in un tripudio di assurdità che ha fatto godere lo staff fino ai titoli di coda.
Iniziamo col dire che le gag vere e proprie, le trovate comiche, non fanno minimamente ridere: la trombata con esagerata eiaculazione finale e i tre fratelli che si masturbano guardandola sono indegni persino del Bagaglino. Ciò detto, dal ventesimo minuto circa inizia il delirio, un crescendo di sangue e risate che sfocia nel grandioso finale. Ecco un breve elenco di alcuni dei modi in cui i malvagi alieni vengono debellati: investiti da un furgone, falciati da una mietitrebbia che viaggia ai mille all’ora, impalati, crocifissi, sparati, trafitti da frecce, presi a pugni, bruciati, fatti esplodere. Le astronavi sono realizzate con una grafica da cento lire, anzi, non la definiremmo “grafica”, è un’accozzaglia di pixel che per puro caso forma un’immagine vagamente comprensibile. Gli attori sono meno scarsi di quanto si potrebbe immaginare, anche se la sceneggiatura scritta per loro fa acqua da tutte le parti. Il regista si diverte a trattarli malissimo: smembrati, ricoperti da litri di sangue finto, stuprati o più banalmente massacrati a colpi di lame, i poveri stronzi protagonisti si barcamenano in un’ora di assoluto nonsenso.
La satira di costume (sul mondo dello spettacolo, ben rappresentato dai componenti della troupe) lascia il tempo che trova, anzi ci sembra strano che Jake West abbia tentato questa strada risibile invece di concentrarsi sulla violenza splatterosa. Ma questo non significa nulla: lo spasso è assicurato, il trash regna sovrano e Satchmo si è rotolato per terra per venti minuti osservando le prodezze dei fratelli gallesi. Yeah!

Produzione: GB (2005)
Scena madre: ci vorrebbe un mix di dieci minuti con tutte le scene d’azione che coinvolgono il terzo dei fratelli gallesi. Epico!
Punto di forza: fa ridere. Fa ridere anche quando non vorrebbe, ok, come volete. Ma fa dannatamente ridere.
Punto debole: sembrerà strano, ma non ne ha. Forse il fatto di essere una mezza commedia penalizza la carica da B-movie, ma per il resto non c’è nulla che non vada!
Potresti apprezzare anche…: Alien abduction, capolavoro della Asylum.
Come trovarlo: dunque, alcuni siti parlano di una edizione italiana in DVD doppiata con i piedi. Noi non ne abbiamo trovato traccia, ma supponiamo che in effetti questa perla sia stata distribuita.

Un piccolo assaggio:  (il trailer originale, notate la descrizione in inglese!)

3,5

R.O.T.O.R

E’ proprio lui: Robocoppolo!

Di: Cullen Blaine
Con: Clark Moore, Richard Gesswein, Margaret Trigg

R.O.T.O.R è un classico film nato scopiazzando a piene mani film come Terminator e Robocop. Il regista Cullen Blaine confeziona un prodotto totalmente scombiccherato e privo di senso, una delizia per gli amanti del trash. Il protagonista è il professor Coldyron, un uomo per tutte le stagioni: la sua disgustosa capigliatura non gli impedisce di bullarsi come novello cow-boy nella scena iniziale, uno spezzone di dieci minuti buoni in cui si veste da margaro (con tazza “Texas” compresa), condivide la colazione con il suo cavallo e si fa un galoppo in giro per i prati. Poi va al lavoro, e nonostante le apparenze scopriamo che è un poliziotto e un raffinato scienziato (oltre che un gran cuoco, vedasi la scena delle bistecche). Nel giro di una mattinata presenta il suo robot poliziotto, R.O.T.O.R, litiga con il suo superiore, si fa licenziare e va a pranzo con la sua ragazza. Il problema dei suoi finanziatori è che non riesce a diminuire il tempo di perfezionamento da venticinque anni a sessanta giorni, come richiesto da quel buzzurro del capo in una telefonata esilarante. Manco a dirlo, uno stupido scienziato del laboratorio, per recuperare le cuffie, provoca una scossetta di tre-quattro volt, quanto basta per avviare il robot. Qual’è il problema? Il problema è che il fratello brutto di Robocop, oltre ad avere il cervello di Coldyron (quindi di un texano repubblicano redneck), ha una sola direttiva: “giudica e giustizia”. Non sappiamo chi abbia avuto la magnifica idea, ma tant’è: il robot applica immediatamente la sua personalissima idea di “giustizia”, sparando in testa a un poveraccio che aveva superato il limite di velocità. Non contento, inizia ad inseguire la ragazza del malcapitato per punirla, e non si capisce per quale motivo, dato che era lui a guidare. A un certo punto, Coldyron riesce a rintracciare la povera fuggiasca, e qui parte la genialata: invece di salvarla, si inventa una storia assurda dicendole che a lui servono un paio d’orette per fare non si sa ben cosa, e che lei deve continuare a scappare e a fare da esca. La neo-vedova accetta senza fiatare, mentre Coldyron contatta una nerborutissima scienziata amica sua. Lo scontro finale è superlativo: uccisa l’inutile scienziata, il robot si fa incastrare come un pivello grazie a due fili di spago, che, con un meccanismo non meglio specificato, lo fanno esplodere. Nell’incomprensibile finale, Coldyron viene ucciso a fucilate dal suo capo.
I primi due minuti sono sensazionali: in teoria mostrano la scena finale, ma presto ci si accorge che non vi è alcun collegamento, insomma è una scena totalmente a caso. Tutto il film è impregnato di una logica reazionaria e maschilista che parrebbe un  tantino eccessiva anche in una convention repubblicana: le donne sono trattate come esseri inferiori, buone a cucinare e a trombare (favolosa la scena della coppietta in cui lui dice “non sta bene avere una moglie che lavora”), per non parlare delle discutibili idee del protagonista, che costruisce il robot per liberarsi dalla “spazzatura umana” che “minaccia la società e l’ordine”. A farla da padrone è però il R.O.T.O.R: la sua prima apparizione ce lo mostra in un filmato pateticissimo creato da Coldyron, in cui lo scheletrico androide esegue con insopportabile scattosità esercizi di ginnastica artistica. Nella sua forma definitiva è un baffuto poliziotto dallo sguardo vitreo e con la voce da Darth Vader. Il suo punto debole è l’efficienza: lento come la Quaresima e intelligente come un’arachide, il robottone si esibisce in fenomenali pugni farlocchi e senza la sua pistolina non è poi un granchè. Altra caratteristica del film è il totale disprezzo della consecutio temporum: l’alba si alterna con il pieno pomeriggio, il tramonto con il mattino inoltrato, e una qualche legge quantistica permette a Coldyron di fare mille cose nell’arco di due ore, tipo andare a prendere la scienziata all’aeroporto, portarla in una stanza, rivangare i bei tempi andati, andare a salvare la ragazza e parlare di scienza. Tra l’altro, le discussioni sul robot sono tutte infarcite di supercazzole assurde tipo “lo stimolatore energetico del motore termoassiale” e amenità di questo genere.

Produzione: USA (1989)
Scena madre: dovendo scegliere (il film non ne ha molte) preferiamo la telefonata tra Coldyron e il suo capo, una roba che manco un centralinista strafatto di acidi.
Punto di forza: tutte le scene in cui compare il R.O.T.O.R. Anche i capelli di Coldyron contribuiscono.
Punto debole: nonostante le tamarrate del robot, la trama è banale e priva di interesse.
Potresti apprezzare anche…: Hands of steel – Vendetta dal futuro.
Come trovarlo: in italiano penso fosse uscito in VHS; altrimenti c’è il DVD anglosassone.

Un piccolo assaggio: (eccovi l’intero film!)