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Arctic predator – Terrore tra i ghiacci

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Uh che figo! Dove si compra l’action-figure di ‘sto coso?

Di: Victor Garcia
Con: Dean Cain, Lucy Brown, Steven Waddington, Erbi Ago, Louisa Clein

Io amo John Carpenter. Amo i suoi film. Mi piacciono così tanto che sono disposto a perdonarli per la miriade di sequel apocrifi e imitazioni becere che hanno generato nel corso dei decenni. Arctic predator (che dal titolo ci aveva fatto sperare in un grandioso remake del Predator con Schwartzy ambientato al Polo) si ispira chiaramente, nell’ambientazione e nel canovaccio, alla Cosa del regista americano: un gruppo di ricercatori in mezzo ai ghiacci minacciati da una “cosa” aliena che li decima.

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Lo volevate fatto bene come nella locandina eh? Illusi.

Stavolta, però, il protagonista non è quel bad-ass di Kurt Russell, ma il pacioso Ross, che si porta dietro un dramma del passato: un suo antenato che si comportò da vigliaccone abbandonando una nave nei ghiacci, proprio la stessa nave che il suo pro-pro-pronipote andrà a ritrovare, liberando al contempo l’alienone di ghiaccio che dormiva tranquillamente da 200 anni. Il mostro si nutre di calore umano, e per farlo “trasforma le vittime in ghiaccioli”, come tutti ripetono continuamente. A quanto è quotato il sacrificio finale del protagonista, che riscatta così l’onta dell’antenato fifone? 1.02? Ecco, appunto.
Il curriculum del regista Garcia è costellato di titoli horror senza infamia nè lode, spesso ispirati a successi internazionali di ben altra caratura. Ecco, Arctic predator non sfugge più di tanto al copione: è brutto, brutto forte; ma non abbastanza forte da essere spassoso. I personaggi sono tagliati con l’accetta: gretti e avidi, obbediscono esclusivamente a logiche economiche ed utilitaristiche, calcolando l’esito delle proprie ricerche in termini monetari e sbattendosene del tutto sia dell’impatto scientifico che (e questo fa ridere non poco) del destino dei propri compagni. Le numerose morti che si susseguono per novanta minuti sono infatti accompagnate da reazioni ai limiti del surreale, con i beceri scienziati che elaborano il lutto con un’alzata di spalle e riprendono a calcolare quanti dollari potrebbero guadagnare da qualsiasi cazzo di oggetto. Per riempire un pò il canovaccio c’è anche una specie di triangolo amoroso, con una scienziata contesa tra due personaggi, ma è talmente poco interessante che neppure gli sceneggiatori hanno pensato di approfondirlo.

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“Oh mio Dio, guarda: un espediente narrativo spaventosamente telefonato!”

E l’arctic predator? Ce la da qualche gioia? Sì e no. Come al solito, si tratta di una elaborazione grafica scattosa e dalle proporzioni variabili a seconda delle scene, realizzata con cinque euro e due Goleador, che uccide in una lunga serie di scene telefonate e agisce in mezzo a ghiacci ancora più finti di lui. A un certo punto viene pure ucciso grazie al geniale piano architettato da uno dei due del triangolo (non il protagonista), ma siccome questo impedirebbe a Ross di bullarsi col sacrificio riscattatore si fa in modo che il mostro sopravviva (come? Perchè? Mah) facendolo poi crepare in una banale esplosione. Peccato, speravamo meglio.

Produzione: USA (2010)
Scena madre: quell’intro farlocchissimo, con e navi in CG e l’arrivo dell’alieno (ma i marinai come fanno a fuggire? Boh) meritava maggior giustizia.
Perchè sì: perchè le imprese di quel bruttone del predatore di ghiaccio, ogni volta diverso dalla scena prima, sono da gustare attentamente.
Perchè no: perchè, e questa non è una novità in film del genere, quando il bestio non c’è la noia regna sovrana.
Potresti apprezzare anche…: Bone eater, del maestro Wynorski, non fosse altro che per la curiosa somiglianza tra i due antagonisti.
Come trovarlo: siamo sicuri che il canale SyFy non se lo lascerà sfuggire.

Un piccolo assaggio: (è talmente ridicolo che non siamo riusciti a trovare uno straccio di filmato, quindi beccatevi ‘sto documentario sui veri predatori del Polo)

2,5

Bad channels – Radio alien

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Ah, queste locandine da VHS anni ’80. Che bello.

Di: Ted Nicolau
Con: Paul Hipp, Robert Factor, Martha Quinn, Aaron Lustig, Michael Huddleston

Dan O’Dare è un dj alquanto sopra le righe, amato dal pubblico ma odiato da colleghi e giornalisti. Licenziato da un’emittente radio per aver trombato con una sua collega in onda (“è rotolata sui pulsanti e ci ha mandati in onda”, si giustifica lui), viene assunto da Vernon Locknut, pacioso proprietario della frequenza 66.6 mHz, per rilanciare il suo canale. Tra una polka e un gioco assurdo in cui viene incantenato e mette in palio una macchina lussuosa per chi indovini la combinazione del lucchetto, Dan trova il tempo per fare il provolone con una bella giornalista mandata a intervistarlo. Tra lui, la gloria e la patata si mette però un alieno che, accompagnato dal suo fido assistente robot, sequestra la stazione radio. Il piano dell’extraterrestre è quello di usare le frequenze e la voce di Dan per rapire giovani fanciulle, che egli miniaturizza e rinchiude in delle strane provette, facendone collezione. Voi collezionate francobolli e monete, lui mini-gnocche. Son gusti. Dan e il suo assistente trippone, Corky, dovranno sventare la minaccia e combattere contro l’incredulità degli ascoltatori, dovuta al fatto che lo stesso Dan si divertiva poche ore prima a prendere per i fondelli i credenti negli UFO.
Ted Nicolau è un esperto di pellicole a basso costo e con soggetti bislacchi. I titoli della sua filmografia (Bloodlust: Subspecies III, La maschera etrusca, Spellbreaker: Secret of the Leprechauns) parlano per lui. Bad Channels (o Radio Alien, secondo i titolisti italiani) vorrebbe mischiare una storia fantascientifica senza capo nè coda con le atmosfere del rock glamour anni ottanta, il tutto in un neanche troppo velato omaggio alla trasmissione di Orson Welles del 1938 (scusate la bestemmia). Manco a dirlo, il lato fanta-comico non riesce mai a stupire nè a divertire: l’attore che interpreta Dan è irritante e dopo due minuti vorresti prenderlo a schiaffoni, la giornalista ha l’espressività di una trota salmonata e tutti gli altri personaggi sono talmente insulsi che nemmeno li commento. Non aiuta un doppiaggio italiano che sembra eseguito da una scolaresca delle elementari, pompatissimo e infarcito di umorismo becero (seriamente c’è qualcuno con più di 12 anni che ride a sentire le parole “merda” e “cacca”?), anche se abbiamo l’impressione che l’originale non fosse tanto diverso. I due alieni sarebbero anche ridicoli a sufficienza: uno è un robottino tenero quanto ridicolo, l’altro un umanoide macrocefalo la cui pelle è ricoperta di bubboni che lo fanno sembrare fatto di letame; il problema è che se ne stanno lì a cazzeggiare nella stazione radio e raramente fanno qualcosa di interessante, mentre tutta la scena è rubata dall’insopportabile dj. Non parliamo degli effetti speciali, creati principalmente ricoprendo i figuranti con della cartapesta e del pongo incredibilmente spacciati per “funghi alieni”.
Paradossalmente, la cosa più divertente del film è proprio l’elemento che fa il verso alla musica e alla moda del rock anni ottanta. Per rapire le fanciulle, gli alieni creano una specie di illusione nella quale le vittime pensano di vivere dentro un videoclip (di fatto, sono veri e propri video inseriti nella pellicola, e durano 4 o 5 minuti l’uno). Ecco, questa trovata senza senso permette a Nicolau di piazzare delle canzoni di livello in sequenze patinate e ispirate alle tendenze del tempo: i nostalgici degli anni ottanta saranno commossi, ma a noi tutto quel kitsch fa solo ridere.
Fun Fact: Alla fine dei titoli di coda compare il protagonista del film Dollman, protagonista di un’altra pellicola bizzarra, ad annunciare un crossover che poi è stato effettivamente realizzato nel 1993, con altri personaggi anche dal film Demonic Toys, dal titolo Dollman VS Demonic Toys. Tutta roba che prima o poi visioneremo.
Fun Fact 2: La colonna sonora, davvero pregevole per una produzione di questo tipo, è dei due gruppi musicali Blue Oyster Cult e Sykotik Sinfoney.

Produzione: USA (1992)
Scena madre: il dj che si rende conto di poter dire le parolacce alla radio (con sommo disappunto del proprietario Vernon) e inizia a ricoprire il povero alieno di insulti facendo facce da abusatore seriale di MDMA.
Punto di forza: gli intermezzi musicali, che di solito rovinano qualunque film, sono davvero apprezzabili e non stonano con il contesto fantatrash.
Punto debole: l’evidente ironia di fondo del film impedisce di apprezzarne appieno gli elementi B che tanto ci piacciono.
Potresti apprezzare anche…: Plankton – Creature dagli abissi, che è più o meno dello stesso periodo e con lo stesso stile anni ’80.
Come trovarlo: in VHS. La VHS è nostalgica per definizione. E’ uscito anche in DVD eh, ma quanto è malinconica la VHS?

Un piccolo assaggio: (uno dei deliranti ma pregevoli intermezzi musicali)

2

Godmonster of Indian Flats

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Guardate che bella questa VHS della collana “Sexy Shockers”. Ma se non si vede neanche una caviglia nuda!

Di: Fredric Hobbs
Con: Christopher Brooks, Stuart Lancaster, E. Kerrigan Prescott, Peggy Browne, Richard Marion

Indian Flats, USA. La vita di questa piccola comunità di bifolchi sembra andare avanti nella solita routine quotidiana, tra razzismo, risse becere e fiere di paese ancor più becere che nemmeno quelle tra le risaie del nord-Italia. Tutto cambia quando uno scienziato individua nella stalla di uno dei rozzi contadini una specie di embrione di pecora mutato, nato dopo una notte nella quale il margaro, dormendo nella stalla, ha avuto delle visioni stranissime dovute a (boh, non ce lo dicono mai). L’embrione cresce e diventa un…una specie di…un pecorone storto e goffissimo ma bello grosso, che semina il terrore. Lo scienziato e i suoi amici, oltretutto, dovranno vedersela anche con un gruppo di cowboy razzisti che tentano di linciare un tizio di colore per futili motivi; ovviamente, l’inguardabile pecorone non sarà la bestia più feroce…
Questo film ci lacera interiormente. Le intenzioni di critica sociale degli autori sono evidenti: la società rurale statunitense è rappresentata in tutta la sua grettezza e chiusura mentale, persino troppo: i personaggi sono sgradevoli e malvagi, i conflitti all’ordine del giorno, il finale atroce e senza speranza. Tutto ciò è lodevole. Il problema è che, non si sa per quale delirio mentale, Fredric Hobbs ambienta tutta questa bella roba in una storia di pecora mutante buona-ma-anche-cattiva (tipo King Kong, per capirci, scusate la bestemmia), oltretutto in un film molto noioso per almeno due terzi della sua durata. L’azione si sviluppa infatti nell’ultima mezz’ora, mentre prima ci si limita a qualche scazzottata per motivi non chiarissimi; anche il lato tecnico, soprattutto nel settore audio-video (soundtrack impresentabile), lascia molto a desiderare, e qui i motivi sono dovuti all’inettitudine più che al basso budget.
La pellicola inizia ad ingranare solo quando il pecorone cresce e si palesa in tutta la sua (posticcia) bellezza: un figurante in un costume presumibilmente scomodissimo, storpio, con escrescenze dalla dubbia identità, che si muove lentissimo e non è capace di fare niente se non terrorizzare chi se ne imbatte. All’inizio, allo stato neonatale, la pecora assomiglia molto a un pollo arrosto di quelli che si vedono nella teca di vetro dell’Esselunga. A un certo punto, più o meno casualmente, cresce e fugge, seminando il terrore (va detto che solo grazie alle spiegazioni dei protagonisti capiamo che si tratta di una pecora, non ne ha davvero l’aspetto, ma in effetti non ha l’aspetto di un bel niente, quindi non poniamoci il problema). O almeno provandoci, a seminare il terrore: l’unica vera vittima è un tizio che muore solo perchè viene buttato già da un tetto, per il resto la pecora fa più paura che danni. Seriamente, va lenta come la quaresima, non ha particolari poteri se non quello di essere brutta, che danni dovrebbe fare? Per fortuna riesce comunque a rendersi protagonista di un paio di sequenze memorabili: il girovagare del “mostro” nel deserto, con un passo davvero letargico che lo fa sembrare la creazione di qualche regista astrattista, e la fantastica apparizione ad un picnic di bambini: gli sciocchi mocciosi non si accorgono dell’arrivo della creatura, nonostante questa ci metta un mucchio di tempo ad avvicinarsi e sia (supponiamo) piuttosto rumorosa, fuggendo terrorizzati solo quando il coso è ormai a un paio di metri di distanza! Come detto, alla fine non è la pecora il vero mostro, ma gli abitanti della comunità di cavernicoli, che lo catturano, lo chiudono in un furgoncino e lo fanno esplodere senza un motivo. Ma il fumo giallo prodotto dal rogo si sprigiona e va a contagiare altri ovini intenti a brucare paciosamente: l’incubo, per i biechi abitanti di Indian Flats, non è ancora finito…per lo spettatore invece sì. Per fortuna, eh.

Produzione: USA (1973)
Scena madre: quella del picnic con i bambini è talmente brutta che l’hanno messa pure nel retro della VHS.
Punto di forza: il mix di (rozza) denuncia sociale e di totale incapacità cinematografica è potenzialmente devastante.
Punto debole: Fredric Hobbs aveva pochi soldi e quindi sceglie di centellinare le apparizioni del suo mostro. Fredric, che è questo pudore? Su su, facci vedere il mostro, tanto il risultato è già compromesso fin dalla stesura del plot!
Potresti apprezzare anche…: andare a una fiera contadina del novarese-vercellese e riempirti di acidi, il risultato dovrebbe essere più o meno lo stesso.
Come trovarlo: come spesso accade per queste pellicole, la lotta alla diffusione online di Godmonster non è esattamente la priorità delle forze dell’ordine internazionali. Il problema è che dovete non solo masticare un pò di inglese, ma anche affinare l’udito, perchè l’audio è pessimo.

Un piccolo assaggio:

(ecco qui gli highlights del pecorone, va’ che bellezza)

2,5

Troppo belli

L'inesorabile degrado del sistema cine-televisivo italiano.

L’inesorabile degrado del sistema cine-televisivo italiano.

 [Krocodylus, IlCarlo]

Di: Ugo Fabrizio Giordani
Con: Costantino Vitagliano, Daniele Interrante, Alessandra Pierelli, Chiara Tomaselli, Fausto Maria Sciarappa

Non ne vale la pena. Alla fine tutto si risolve in questo. Vale la pena di spendere ottantacinque minuti della propria vita per vedere Troppo belli? No, neppure se sei un estimatore del trash. Se invece sei un estimatore dei due tamarri protagonisti, bè, ti devi solo vergognare. Va detto che avevamo questa immondizia nell’hard-disk da anni, ma solo adesso abbiamo trovato la forza e il coraggio per guardarlo. Costantino e Daniele (Vitagliano e Interrante), sono due giovani belli, ma non “belli” nel senso “carini”, bensì nel senso “belli belli belli in modo assurdo”. Pur essendo fondamentalmente dei cazzari, che svolgono mille lavoretti diversi, tutti male, sono gli idoli delle ragazzine del quartiere che, allupatissime, si appostano in inquietanti sessioni di stalking al fine di fotografarli di nascosto o rubare le mutande stese di Interrante come il peggior feticista. Non tutti sanno, però, che il sogno dei due (più che altro di Daniele, perchè all’altro non gliene frega un beneamato) è sfondare nel mondo del cinema. Purtroppo per loro, finiscono nelle mani di un agente viscido e truffaldino, una specie di Lele Mora più brutto (se possibile), che, con l’aiuto delle figlie, gli estorce montagne di denaro (e fa bene, sono proprio due deficienti, raggirarli è quasi un dovere morale). Spediti a fare gli spogliarellisti vestiti da “i due marò” e costretti ad umilianti rapporti sessuali con anziane donne dello spettacolo, i non troppo svegli eroi capiranno che non è tutto oro quel che luccica. Sarà l’amore di due donne a riportarli sulla retta via, mentre l’imbarazzante voce fuori campo (terribile, da strapparsi le orecchie), ci informa che comunque da quel giorno i due tamarracci si sono messi a lavorare e tutti vissero felici, contenti e palestrati.
La nidiata di Maria de Filippi raggiunse il suo apice nella prima metà degli anni duemila, quando questi personaggi senza alcuna capacità  o fascino irruppero sulla scena diventando il sogno bagnato di milioni di ragazzine esclusivamente per il loro essere “troppo belli” (oh, a noi sembrano fatti con lo stampino, prenderli a modello di uomo ideale significa buttare via decenni di battaglie culturali, ma vabbè). Per la verità, nell’anno 2015 in cui scriviamo quasi nessuno pare ricordarsi più di questi due tronisti, e questo ci fa piacere. Il film non è altro che un veicolo commerciale per sfruttare il loro successo, alquanto effimero: gli incassi furono assai deludenti (circa 700mila euro a fronte di una spesa di due milioni, che chissà dove cazzo sono finiti visto che il film ha due-tre locations e nessun attore di un certo livello) e lo trasformarono in un flop. Noi, oltre a considerarlo una merdaccia di film, lo riteniamo un perfetto esempio di stupidità televisiva portata al grande schermo, e in un certo senso apprezziamo la mancanza di vergogna del regista che riesce a filmare per quasi un’ora e mezza il nulla assoluto.
A livello tecnico, la realizzazione è molto elementare, con inquadrature banalissime ma non particolarmente orrende. In compenso, De Filippi & Costanzo hanno messo insieme una bella crew di incapaci, sceneggiando personalmente il film e affidando le musiche alla coppia micidiale D’Alessio-Tatangelo, un vero armageddon cine-musicale. Detto che parlare della “recitazione” dei due e degli altri sarebbe impietoso, soffermiamoci sui personaggi: fantastico il milanese che nel giro di due-tre giorni passa dall’essere un poveraccio a girare in Porsche circondato da donne, e fantastica anche la fidanzata di Daniele, che nello stesso lasso di tempo molla Daniele, conosce il milanese di cui si diceva e decide di sposarlo, così, ad minchiam. Spiccano alcuni momenti che vorrebbero essere di comicità, o almeno di commedia, ma proprio non strappano mezza risata, alla fine dopo averlo visto si è più depressi di prima. La ciliegina sulla torta è la sfacciata pubblicità al marchio Datch, che i due indossano praticamente in ogni momento del film: vergognoso.
Concludiamo con questa bella citazione di Maurizio Costanzo, che definì il film ispirato “a tutto un genere di commedia italiana degli anni ’50 e ’60”. Le pernacchie di Risi, Monicelli, Germi, si sono udite fin qui.

Produzione: ITA (2005)
Scena madre: vi assicuriamo che cinque minuti di panoramica delle inutili vite dei protagonisti con in sottofondo una canzone di Gigi d’Alessio sono inarrivabili.
Punto di forza: il suo status di film di culto e la sfacciataggine con cui è stato girato lo rendono imprescindibile per tutti gli amanti del trash.
Punto debole: alla lunga, grossi sussulti non ce ne sono, il film è noiosetto. Avremmo voluto vedere un horror o un film d’azione nelle mani di questa troupe!
Potresti apprezzare anche…: l’altrettanto vergognoso Parentesi tonde.
Come trovarlo: l’ultima volta, il DVD costava 1,99 euro in un cestone di un supermercato cinese di quarta categoria. Comunque, troppi.

Un piccolo assaggio:  (un’eloquente raccolta di “scene” del “film”)

0,5

2-Headed Shark Attack

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Il senso della Asylum per le locandine. 10+

Di: Christopher Ray
Con: Carmen Electra, Charlie O’Connell, Brooke Hogan, Christina Bach

“sono studenti universitari, è normale che si comportino così”. Questa perla, riferita al gruppo di anabolizzati e baldracche in costume da bagno che costituisce l’insieme dei personaggi di questo film, pronunciata a pochi minuti dai titoli di testa, permette subito di annusare il profumo di cazzatona. E trattandosi di un film della Asylum che parla di uno squalo a due teste,non poteva essere altrimenti. In svariati anni di università, chi scrive non ha mai visto situazioni del genere; le mie compagne di corso, a cui voglio bene, non si spogliavano molto spesso per limonare tra loro. Vabbè.
Per motivi non chiarissimi, e comunque ininfluenti, il suddetto gruppo di “studenti universitari” si trova a cazzeggiare in mezzo al mare, finchè la carcassa di un pesciolone non finisce nelle eliche impedendogli di continuare la navigazione, e anzi facendo imbarcare acqua. La comparsa di un provvidenziale atollo (vicinissimo a loro, ma qualche secondo prima non c’era) salva la situazione. Qui il film potrebbe anche finire, perchè, considerato che a) il cattivo è uno squalo, a due teste ma pur sempre uno squalo e b) i protagonisti sono sulla terra ferma, se ne deduce che c) lo squalo si attacca al tram e non è poi così temibile. Per fortuna interviene l’imbecillità degli “studenti universitari” (sigh): appena giunti sull’isola deserta, i ragazzotti capiscono subito quali sono le priorità: trombare, far limonare le studentesse in mare, prendere il sole e fare gare di motoscafi. Soprattutto quest’ultimo hobby è una manna dal cielo per lo squalo a due teste, che subito si da da fare divorando due studenti alla volta per fare prima. Avvenuta la prima scrematura di idioti, quando i superstiti si sono resi conto del pericolo, basterebbe starsene sulla terraferma per evitare guai; non essendo possibile, si inventa un mezzo terremoto che permette ai personaggi, anche quelli lontani dall’acqua, di tuffarsi ad ogni minima scossa, finendo anch’essi nelle doppie fauci del bestio. Lo scontro finale, con onde anomale e terremoti, vede i pochi studenti rimasti affrontare il 2-headed coso in mare aperto, riuscendo incredibilmente a sconfiggerlo nel modo più classico: lo squalo addenta la barca e la barca esplode, così, a caso. Arriva pure un elicottero a riprenderseli, chissà da dove, ma in fondo chissenefrega.
Piuttosto deludente questo ennesimo film Asylum a tema squali; il giochino non funziona più molto bene senza un minimo d’inventiva. Sì, la bestiaccia è divertente e tutto, ma oltre al fatto che si vede poco (gli effetti costano!), non è accompagnata da un contorno accettabile. I personaggi sono la replica esatta dello stereotipo americano degli studenti frivoli e palestrati, i dialoghi penosi, la realizzazione tecnica dozzinale: inquadrature da videoclip, ritmo da videoclip, recitazione da recita parrocchiale. E lo squalone? Lo squalone è ovviamente in digitale, a parte qualche scena in cui apprezziamo l’uso di ammassi di cartapesta legnosi e poco realistici. Niente di che. A questo punto tanto vale concentrarci sull’assurdità della sceneggiatura, roba che dei bambini di seconda elementare avrebbero scritto meglio, e sulla scelta degli attori: chi meglio di Carmen Electra, famosa per due grandi qualità, che non sono la capacità recitativa e l’applicazione, per interpretare una professoressa? Sì, sembra più giovane di alcuni suoi studenti (e probabilmente lo è), ma non importa, le inquadrature sul suo corpo in bikini si sprecano e a nessuno dispiace.
Se non avessimo visto qualche decina di film simili (ma più divertenti) potremmo anche apprezzarlo, ma per quanto ci piaccia il cinemasochismo crediamo che la Asylum possa e debba fare di meglio. Non so, Carmen Electra contro dei cannibali zombi? Dei cosacchi filosofi mummificati? Non è difficile, basta sforzarsi!

Produzione: USA (2012)
Scena madre: la lesbicata gratuita delle due studentesse sotto gli occhi libidinosi di un compagno, finchè lo squalo non fa il suo dovere.
Punto di forza: vale sempre la pena di spendere cinque minuti di vita per vedere un mostro strampalato della Asylum.
Punto debole: cinque minuti, non novanta. Tutto il resto è noia.
Potresti apprezzare anche…: i VHS con il backstage dei calendari delle veline. Manca lo squalo ma vabbè.
Come trovarlo: in versione anglosassone, possibilmente sottotitolato; i dialoghi assurdi regalano qualche sporadico momento di gioia.

Un piccolo assaggio:  (qualche genio si è messo a contare i morti del film, gustateveli)

2

Eegah

Ma quanto erano belli questi poster anni '60?

Ma quanto erano belli questi poster anni ’60?

Di: Arch Hall Sr.
Con: Richard Kiel, Marilyn Manning, Arch Hall Jr., Arch Hall Sr.

Ah, gli anni sessanta! Ah, il rock’n roll! La contestazione! Il Vietnam! Gli uomini primitivi in California!
Come? Non c’erano uomini primitivi in California? Ce li mette Arch Hall Sr.! Proprio in California, in una strada in mezzo al deserto, Roxy, frivola ragazza di città, vede la figura di un gigantesco uomo primitivo, vestito di pelli e armato di clava. Svenuta e subito ripresasi (ma continua a fingersi morta con sopraffina arguzia tattica), la ragazza viene salvata in extremis dall’intervento del suo ragazzo, Tommy, che suona in una rock band, è pettinato come un decerebrato e recita con i piedi. Siccome nessuno le crede (padre e fidanzato per primi), Roxy li conduce sul luogo dell’evento. Il ritrovamento di una gigantesca orma semi-umana convince il padre, scrittore di libri d’avventura, che qualcosa di vero ci sia. Mandati Roxy e Tommy a fare un party in piscina (durante il quale il carciofo non mancherà di suonare una tremenda serenata per la sua bella), il professore si avventura da solo nel deserto, non accorgendosi di avere il primitivo a pochi metri e venendo da lui sorpreso. Accorsi poco dopo per soccorrerlo, i due fidanzati vengono divisi: Roxy è fatta prigioniera dal mostro, che viene chiamato Eegah in quanto è il verso che fa più spesso, mentre Tommy gira senza meta nel deserto col suo bel fucilino. Qui parte un lunghissimo approfondimento sul gigante, le sue abitudini, i suoi parenti (sono mummificati nella grotta e lui ci parla, li presenta anche a Roxy con tanto di stretta di mano), almeno fino a che Roxy non riesce a sedurlo e a farsi condurre fuori dalla grotta. Lei, Tommy e il padre riescono così a fuggire dalle grinfie del povero uomo-scimmia, ma non è finita qui: ormai innamorato di lei, Eegah raggiunge la civiltà e irrompe prepotentemente durante una festa in piscina; qui, nonostante le suppliche dell’insopportabile Roxy, verrà crivellato di colpi dalla polizia. Finale trashissimo con una citazione biblica a casaccio sui giganti, roba da anni cinquanta proprio.
Le poche informazioni reperibili su questo film lasciano intendere come fosse solo un veicolo commerciale per sponsorizzare l’attività musicale del figlio: questo tra l’altro spiegherebbe perchè ogni volta che questo citrullo fa partire una canzone, anche in mezzo al deserto, subito partono coretti e batteria di sottofondo, e anche perchè ci tocca sorbirci le sue esibizioni canore. Diciamo che, trattandosi di per sè di un film noiosissimo, le nenie mielose di Tommy non aiutano. Su Internet si cita un budget di quindicimila dollari del 1962: noi non ne abbiamo visti neppure mille. Gli attori sono fondamentalmente quattro (Roxy, Tommy, il padre di lei e Eegah), nessuno dei quali brilla per capacità recitative: anche nelle situazioni di pericolo, o quando vengono aggrediti dal mostro, tutti parlano con la pacatezza e la calma di Lord inglesi alla Camera, tranne il giovane Tommy, che enfatizza ogni frase piazzandoci un “wow” o ripetendo le battute due o tre volte. Quello che sembrava essere un gran bell’horror si dimostra alla fine un palloso trattato su Eegah (la parte nella grotta è da denuncia penale per noia, anche se la scena in cui la tipa fa la barba al primitivo rendendolo una specie di Lerch della Famiglia Addams merita) con un finale scontatissimo. Il protagonista, che poteva essere il valore aggiunto della pellicola (tra l’altro, l’attore era alto quasi 2 metri e 20, quindi non c’era bisogno di effetti particolari), non ha mai la possibilità di sfogare la sua furia, e si limita ad accarezzare Roxy e a mollare sganassoni a chi gli capita: il suo look con pelle e clava posticcia ricorda più un episodio di “Ciao Darwin” che un uomo delle caverne.
E’ consigliato soprattutto ai nostalgici degli anni cinquanta-sessanta.

Produzione: USA (1962)
Scena madre: la fuga con il dune buggy. Nonostante sia evidente la difficoltà di questo mezzo in salita, i protagonisti si ostinano ad evitare le strade dritte, rischiando di farsi raggiungere da Eegah. Prima di partire, Tommy giustifica il proprio “sabotaggio” al mezzo dicendo “l’avevo bloccata perchè nessuno la rubasse”. In mezzo al deserto!
Punto di forza: lo squisito disprezzo del ridicolo che caratterizza il film.
Punto debole: è davvero noiosissimo, un mattone nonostante la durata relativamente breve.
Potresti apprezzare anche…: The beast of Yucca Flats.
Come trovarlo: la fama di cult degli ultimi anni ha permesso di farlo uscire in DVD nei paesi anglosassoni.

Un piccolo assaggio:

(una lacrima strappa storie)

2

Non aprite quella porta 3 – Night killer

Non aprite quella porta 3 - Night killer

Per evitare noie, i distributori lo esportarono con il più sobrio titolo di Night killer. Peccato che l’assassino non colpisca quasi mai di notte…

[Krocodylus, Satchmo]

Di: Claudio Fragasso
Con: Peter Hooten, Tara Buckman, Richard Foster, Mel Davis, Lee Lively

Sapevate che Fragasso ha diretto questo Non aprite quella porta 3, dando così il suo contributo alla celebre saga di faccia-di-cuoio? Davvero non lo sapevate? Forse perchè non è vero. Night killer (questo il titolo anglosassone del film) non è altro che un sequel apocrifo, intitolato come il famoso film di Hooper più che altro per sfruttarne il successo. Fragasso, che nello stesso anno girò La casa 5, non è nuovo a queste operazioni.
Bastano cinque minuti di film per capire che aria tira: il corpo di ballo meno coordinato della storia, che non azzecca un movimento ritmato manco per sbaglio, si esercita in un teatro. Mentre la capoccia di tale gruppo di disgraziati insulta senza motivo una delle ballerine, interviene un assassino truccato in maniera veramente ridicola, che con un colpo di mano (dotata di artigli di gomma) passa da parte a parte i corpi delle due poverette, non mancando di sgozzare una finta gola. Il cadavere della capoballerina che precipita in mezzo al teatro interrompe il siparietto con musica da pornosoft anni ottanta. La storia si sposta su Melanie (dimenticate le ballerine, erano una scusa per mostrare il killer e un pò di tette), una milfona che viene segregata e torturata dal maniaco mascherato, ma che riesce a sopravvivere grazie al tempestivo intervento di un suo amico, che è un Tiberio Timperi con sfumature di McGyver; la donna perde però la memoria, e non ricorda nè la propria identità, nè quella della figlia, e neppure il volto del maniaco. Un pò di tempo dopo, il maniaco torna a colpire, mentre Melanie è nuovamente segregata da un tizio che prima la segue, poi sotto minaccia si spoglia in un bagno per signore e poi ci prova con lei facendo l’arrapatone che dice “supplicami di baciarti” e “voglio sentirti pregare”. La polizia intanto brancola nel buio, troppo occupata a concedere interviste alla tv (ce ne sono quattro o cinque nel film, e non ce n’è una verosimile) e a seguire i consigli di un assurdo psichiatra che dice fregnacce per tutto il film. La svolta avviene quando Melanie riconosce sè stessa in un giornale e fugge dal proprio viscido carceriere, dopo essersene comunque innamorata in una specie di sindrome di Stoccolma. Salvata dal sosia di Timperi, Melanie affronterà il maniaco nello scontro finale in casa propria, in una riproposizione di quanto successo in precedenza.
Decisamente uno dei peggiori Fragasso di sempre questo thrilleraccio a tinte horror girato senza voglia (e senza vergogna) e sceneggiato da un Fragasso e dalla fidata Rossella Drudi senza un minimo di originalità, a differenza di altri suoi B-movie. Come risultato, seguirne la trama è estremamente difficile: sembra quasi che l’intreccio sia stato ideato di scena in scena, arrivando a un finale non banale, ma anche mal costruito e alla fine pure stupido; insomma, Non aprite quella porta 3 è una cazzatona clamorosa, che risulterebbe insostenibile se non fosse per due fattori: le tette della protagonista, mostrate anche quando non ha senso farlo (tipo la scena in cui si mette in topless, si palpa le tette e si mette a filosofeggiare sugli anni che passano, senza ritegno!), e gli omicidi. Scimmiottando il Freddy Krueger di Nightmare (la maschera bruciacchiata, l’artiglio), Fragasso s’inventa il serial killer più buffo mai visto su schermo, attribuendogli una forza sovrumana (non deve essere facile bucare un torace con degli artigli di gomma, peraltro pochissimo pratici per qualunque uso) e una parlata sboccatissima e supertriviale (“voglio scoparti il cervello, troia” ci ha costretti a mettere in pausa per sfogare le risate), che rendono impossibile la tensione; si arriva al ridicolo più totale nella scena in cui il killer, mascherato, viene perculato e preso pochissimo sul serio da una tizia ubriaca, e reagisce squartandola ricoprendola di fissativo. Le comparse che interpretano le vittime del mostro sembrano fottersene di dare alle scene un minimo di verosimiglianza, infatti camminano invece di scappare e inciampano chissà in che cosa più e più volte, per permettere al lentissimo maniaco di acchiapparle.
Lo scontro finale tra l’assassino e Melanie sarebbe pure divertente, con lui che digrigna i denti e poi si fa sedurre come un qualsiasi coglione, ma Fragasso ci mette pure la prevedibilissima scena finale con la bambina che rimane traumatizzata e si accinge a ricominciare il film in un circolo vizioso senza fine. Niente a che vedere col Fragasso di Troll 2 o con le scoppiettanti collaborazioni con Bruno Mattei.

Produzione: ITA, USA (1990)
Scena madre: gli assurdi improperi dell’assassino, di una volgarità mai vista!
Punto di forza: lo stile di Fragasso, anche se l’assenza di Mattei si fa sentire.
Punto debole: troppe ripetizioni, momenti di noia, e se un film dura ottanta minuti c’è da preoccuparsi. Forse guardarlo la sera di Natale con chili e chili di pranzo coi parenti nello stomaco non ha aiutato…
Potresti apprezzare anche…: La casa 5, altro sequel farlocco targato Fragasso.
Come trovarlo: in VHS, e comunque è molto, molto difficile. Però cercando informazioni abbiamo trovato un mucchio di poster dei film di Fragasso a cifre folli. Qualcuno ci presta 150 euro?

Un piccolo assaggio: (incredibile: non c’è neppure un video di questo film su Youtube! Vabbè, non vi perdete granchè)

2

Sabotage

Siamo quasi sicuri che Arnold si sia fatto ringiovanire, in questa locandina.

Siamo quasi sicuri che Arnold si sia fatto ringiovanire, in questa locandina.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: David Ayer
Con: Arnold Schwartzenegger, Sam Worthington, Olivia Williams, Terrence Howard, Josh Holloway

Il filmaccio non è un hobby, ma una scelta di vita. E capita a volte che anche nelle serate in cui ti trovi con amici (di quelli che, al contrario di te, i film di serie B non li possono proprio vedere) il destino ti venga incontro, sotto le mentite spoglie di un ben confezionato film d’azione. Va detto che le premesse erano buone: un film ad alto budget (35 milioni di dollari), con un cast non eccezionale ma di livello (il bravo Howard), il protagonista del film più redditizio di sempre (Worthington, che dopo aver rivisto Sabotage si è probabilmente pentito di non essere morto su Pandora) , e poi Schwartzy; è vero che non ci ha abituati a dei capolavori espressionisti, ma anche nella sua versione di eroe becero e ignorante non è mai sceso sotto un certo livello. Poi ha 70 anni, dai, mica si permetterà di fare ancora il ragazzino, giusto? GIUSTO? No.
John Wharton è un agente della DEA, l’antidroga americana. Repubblicano, spaccone, rozzissimo, John guida una squadra di mentecatti più ignoranti di lui, specializzata in black ops, operazioni di infiltrazione e sbornie nei night club. Il furto di milioni di dollari a dei narcotrafficanti messicani fallisce, i soldi spariscono e John e i suoi sono accusati di furto (chissà come li hanno beccati, dato che la scena del crimine era saltata in aria…) e cacciati. Quando qualcuno inizia ad ammazzare un sacco di gente, tra cui alcuni membri della squadra-comunità di recupero di John, questi vengono riammessi, sotto la stretta sorveglianza della polizia. Le indagini portano il bolso poliziotto a seguire le piste dei cartelli della droga messicani, gli stessi che un pò di tempo prima gli hanno ucciso la famiglia come ritorsione per il suo lavoro. Mentre la sequenza di morti continua (e Schwartzy riesce a farsi la bella poliziotta nonostante l’opposizione del ridicolo e inetto agente di colore), viene a galla la storia dei milioni di dollari il cui furto era fallito all’inizio; il nostro eroe si rende conto che qualcuno nella sua squadra non la racconta giusta…
Perdere altro tempo per descrivere l’ignobile trama di Sabotage non rientra nei miei programmi. In sostanza, si tratta di un pessimo film d’azione, mal girato, mal sceneggiato e con uno dei finali più ridicoli della storia. Non voglio anticipare chi si è rubato i milioni di dollari e soprattutto il movente, ma sappiate che è una roba senza senso, che si sarebbe potuta risolvere in mezz’ora e senza troppi spargimenti di sangue, se solo uno dei personaggi avesse usato il cervello. L’ormai anziano Terminator è ridotto a una macchietta, ma sembra non volersi arrendere all’età che avanza: corre, spara (ma curiosamente ha sempre in mano dei fucilazzi enormi, mai una semplice pistola, forse per accentuare la burinità) e riesce persino a sedurre una poliziotta che potrebbe essere sua figlia o sua nipote, quando è evidente che a quell’età certe cose sia un pò difficile farle, dai Arnold, non ti crede nessuno. Lo spessore psicologico dei personaggi è pari a zero, non c’è uno solo di loro che ispiri la benchè minima simpatia o che possa coinvolgere chi vede il film. In compenso, non si sa bene perchè, Ayer regala generose ed abbondanti dosi di splatter: abbiamo uomini sventrati e inchiodati al soffitto, cadaveri lasciati a marcire in acqua, corpi spappolati da treni in corsa, teste che esplodono, fiumi di sangue ovunque…non ci viene risparmiato davvero nulla, e questo è un bene, perchè altrimenti sarebbe stato difficile anche solo sorbirsi la prima mezz’ora. Essendo un film d’azione americano ignorante, non può mancare il tema della vendetta personale: la rappresaglia dei cartelli contro Schwartzy è talmente esageratamente crudele da non fare neppure impressione, e i suoi tentativi di farsi giustizia da sè non hanno davvero senso.
Un’ultima richiesta: qualcuno levi a Schwartzenegger quei cazzo di sigari, non se ne può più! E’ dai tempi di Predator che la mena con ‘sti cosi!

Produzione: USA (2014)
Scena madre: il finale. No, niente spoiler, guardatevelo. Ne vale la pena.
Punto di forza: l’azione splatterosa e il ridicolo doppiaggio italiano, che fa pronunciare alla poliziotta esclamazioni tipicamente americane come “boia!”.
Punto debole: Arnold, ritirati, c’hai duecento anni. E i dialoghi sono davvero imbarazzanti.
Potresti apprezzare anche…: quella vaccata di Last night, con Steven Seagal: due declini di due grandi eroi del cinema d’azione.
Come trovarlo: noi l’abbiamo noleggiato, e la sola spesa di 2 euro ci ha provocato fortissimi sensi di colpa.

Un piccolo assaggio: (avvertenza: i primi 25 secondi di questo trailer potrebbero trasformare chi lo vede in un repubblicano spaccone e tatuatissimo)

2

Le avventure dell’incredibile Ercole – Hercules II

Ah, il caro vecchio peplum!

Ah, il caro vecchio peplum!

 

Di: Luigi Cozzi
Con: Lou Ferrigno, Milly Carlucci, Sonia Viviani, Claudio Cassinelli, Serena Grandi, Pamela Prati, Venantino Venantini, Maria Rosaria Omaggio, Eva Robin’s

Paul Valery diceva che il genio si muove nella follia (visto come siamo acculturati? Mica solo filmacci!). Luigi Cozzi è un genio o un folle? Presumibilmente entrambe le cose. La sua filmografia è una summa meravigliosa del cinema di genere italiano anni ottanta, spaziando dalla fantascienza all’horror al peplum. Come classificare Le avventure dell’incredibile Ercole, sequel dell’Hercules del 1983, diretto dallo stesso Cozzi? Noi lo piazziamo nel cinema d’azione, ma solo per una questione pratica. Anzi, Cozzi ci è simpatico, ci dispiace persino parlar male del suo film. Come? Lo stesso regista ha definito Le avventure una “cazzata senza capo nè coda”? Ah, beh, allora…
Pur non avendo noi visto il primo film (giuriamo di rimediare), apprendiamo dall’intro in stile serie tv tipo JAG che Ercole, interpretato dal burinone Ferrigno, ha sconfitto il male e come premio è stato trasformato in una costellazione, non si sa bene in che modo. Mentre l’eroe si bea tra le stelle, però, succede un fattaccio: quattro divinità dell’Olimpo si ribellano a Zeus, gli rubano le sette folgori che controllano il mondo e portano il caos sulla Terra. A tale caos assistono impotenti Glaucia (la Viviani) e Urania (Milly Carlucci!), che cercano un modo per sfuggire a dei sacrifici umani, che un sacerdote pazzo mette in scena per motivi noti solo a lui. Ad aiutare le due donzelle viene mandato proprio Ercole, rispedito sulla Terra tramite fulmine e subito pronto a dar spettacolo con la propria unica abilità: la baruffa fracassona in stile Bud Spencer & Terence Hill, che il non troppo sveglio semidio utilizza indifferentemente per picchiare degli uomini-fango o nella lotta contro le divinità dell’Olimpo. Ercole deve recuperare le sette folgori di Zeus dai corpi di altrettanti, pittoreschi mostri, e già che c’è impedire che la Luna e la Terra si scontrino (no, non ricordo perchè, ma chissenefrega, probabilmente non importava neppure a Cozzi). La situazione è ulteriormente complicata dalla resurrezione di Minosse, che viene resuscitato dagli dei ribelli e a sua volta si ammutina e dichiara guerra ad Ercole, a Zeus, a tutti. Alla fine Zeus recupera i suoi poteri e li trasferisce ad Ercole, che salva il pianeta con uno stratagemma sopraffino: diventa grande quanto Saturno e separa Terra e Luna con un paio di manate. Per sconfiggere il malvagio Minosse sarà però necessario un sacrificio…
Le avventure dell’incredibile Ercole è un pò I mercenari del fantatrash italiano: Cozzi, oltre a sperimentare tutti gli effettacci a disposizione (non è un modo di dire, pare che abbia davvero usato il film come collaudo per le sue follie!), riunisce un cast di nomi che dovrebbero far venire i brividi a ogni buon fanatico della serie Z: Ferrigno, Viviani (molto bella nella parte della guerriera-androide, una delle tante assurdità della sceneggiatura), Carlucci (pure lei decisamente gnocca, ma irritante nella sua cagneria recitativa), Cassinelli, Grandi, Prati, Venantini, Robin’s: tutti invitati al gran galà del trash del maestro Cozzi! L’idea che tutto sommato la qualità della trama non fosse in cima ai pensieri cozziani potrebbe spiegare, tra l’altro, la pochissima logica che lega i comportamenti dei protagonisti alla realtà. Peraltro, anche lo spettatore più volenteroso finirà per infischiarsene della consecutio temporum di fronte allo show messo in scena da Cozzi e dai suoi effettisti: non manca davvero nulla, tra sfondi disegnati a pastello, sovrapposizioni di pellicola, petardi, suoni da flipper, mascheroni, costumi improbabili…pensate a un effetto che costi poco e sia esilarante: ecco, sicuramente qui c’è! Anche sullo stile da adottare Cozzi doveva essere piuttosto dubbioso; per non sbagliarsi, li mischia tutti! La struttura di base è quella tipica del peplum anni sessanta, questo sì; gli sviluppi della seconda parte, però, richiamano palesemente la fantascienza in stile 2001: odissea nello spazio e Guerre stellari, con viaggi tra le stelle e scontri a colpi di armi laser, con picchi di assoluta psichedelia nelle sequenze del tempietto di Urania, una specie di regno allucinato che non avrebbe sfigurato nelle copertine dei dischi dei Jefferson Airplane. Va detto che in mezzo a tanto trash c’è pure qualche trovata azzeccatissima (il mondo a specchio verso il finale è genio puro, peccato che duri poco), e il ritmo non è affatto male, aiutato dalla durata standard di queste pellicole (80 minuti). Oltretutto Ferrigno, che non sapeva recitare neppure quando faceva Hulk, ha un sorriso bonario stampato sempre in faccia e alla fine non può non starci simpatico; così non dobbiamo neppure farci travolgere dalla nostalgia per il paragone con il leggendario Hercules di Kevin Sorbo della seconda metà degli anni novanta…

Produzione: ITA (1985)
Scena madre: Milly Carlucci vestita da antica romana discinta che prega gli dei con il cielo in negativo che si muove e gli effettazzi da trip di acidi.
Punto di forza: raramente un regista ha osato spingersi tanto in là nel kitsch degli effetti speciali. Cozzi rules.
Punto debole: a lungo andare la pesantissima cappa di trash  può risultare perfino ripetitiva. A noi delizia sempre e comunque, ma è questione di gusti!
Potresti apprezzare anche…: Starcrash, pilastro del cinema cozziano.
Come trovarlo: incredibilmente edito in DVD per i tipi della Stormovie.

Un piccolo assaggio: (in questo bel trailer anglosassone si coglie tutta l’ignoranza del film)

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Adamo ed Eva, la prima storia d’amore

Una sobria locandina estera.

Una sobria locandina estera.

Di: John Wilder (Luigi Russo) e Vincent Green (Enzo Doria)
Con: Mark Gregory (Marco di Gregorio), Andrea Goldman, Angel Alcazar, Costantino Rossi

Adamo ed Eva: la prima storia d’amore, conosciuto negli USA come Adam and Eve VS Cannibals. Come si può non restare folgorati? Ed ecco dunque che subito parte la visione di questo film davvero incredibile, che contamina il racconto biblico con tutti gli elementi del cinema di genere italiano degli anni ottanta, rubacchiando qualcosa anche da successi stranieri.
Siamo alle origini del mondo: dopo una serie di eruzioni vulcaniche, sulla Terra nasce la vita (orripilante l’effetto delle piantine che crescono a scatti). Durante una tempesta, da un bozzo di frattaglie che dovrebbe rappresentare una specie di placenta esce Adamo. L’ignudo fanciullo inizia subito a scoprire il mondo che lo circonda: gli animali, gli alberi, l’acqua…ma si sente solo, poveretto. Che fa? Giunto su una spiaggia, costruisce una scultura a forma di donna, che un’altra tempesta trasforma in una compagna in carne ed ossa. I due gironzolano nudi per l’Eden, guardano gli animali, corrono sulla spiaggia, si tengono per mano con una agghiacciante canzone trashissima di sottofondo. Terminato questo videoclip, Eva viene attirata da un serpente (anch’esso rubato a qualche documentario, infatti cambia specie e forma a seconda dell’inquadratura e non interagisce mai con gli attori) che la invita a mangiare la mela, nonostante l’opposizione di Adamo. Convinta dalle ferree argomentazioni del biscione (“la mela è buona, mangiala e la tua vita cambierà”) Eva assaggia il frutto proibito e convince il non troppo sveglio Adamo a fare altrettanto. Una volta banchettato, i due vedono una coppia di leoni che trombano e decidono di fare altrettanto. Basta addormentarsi e…tiè, ecco la punizione divina! Vento, tempeste, eruzioni trasformano il Paradiso Terrestre in una terra arida e desolata, costringendo i due sventurati a fuggire da un meraviglioso masso rotante animato con i piedi. Nudi e imbarazzati della propria nudità, Adamo ed Eva si incamminano verso il mare (“al mare inizia la vita, e noi dobbiamo ricominciare da capo”, sentenzia Adamo, che per tutto il film sciorina frasi senza senso con una insopportabile faccia da “te pijo pel culo”); per arrivarci dovranno affrontare molte avversità: altri cavernicoli (Eva se ne tromberà uno, per poi mollarlo malamente dicendo che “lui non conta niente”, assurdo!), pterodattili, scimmie, tribù di cannibali.
Chi scrive non va a messa la domenica da un decennio buono, e quindi potrebbe anche sbagliarsi; ma non ricordavo la presenza di dinosauri e cannibali nella storia di Adamo ed Eva. Ovviamente perchè non ci sono dinosauri e cannibali: i due registi John Wilder (al secolo Luigi Russo) e Vincent Green (al secolo Enzo Doria) volevano sfruttare un pò di successi commerciali di quegli anni, dal filone sui cannibali a quello in stile Laguna blu coi due adolescenti che scoprono le gioie del sesso. Il risultato è tremendo, sembra l’incubo di un tamarro degli anni ottanta dopo una serata a base di preghiere e documentari sul giurassico. Per nostra fortuna, il cast è all’altezza di uno script così insensato: Eva è la sconosciuta Andrea Goldman (che giustamente non ha più recitato in alcun film dopo questo), mentre Adamo è…Mark Gregory, alias Marco di Gregorio! Lo ricordate? A suo modo, fu un protagonista del cinema di genere, soprattutto grazie al suo ruolo da protagonista nel dittico di Castellari sul Bronx (qui e qui il primo e il secondo capitolo); qui è decisamente sottotono, specie nel ruolo dell’ebete primo uomo cucitogli addosso, mentre è decisamente più efficace quando cazzia Eva per le sue scappatelle, tanto che a un certo punto si spera che la lasci nei guai e se ne vada in cerca di miglior fortuna. L’idea di rappresentare il mito biblico con dialoghi da seconda liceo è sopraffina: per tutto il tempo Adamo e quella gran zoccolona di Eva non fanno altro che rinfacciarsi di tutto (“non mi ascolti mai”, “qui comando io”, “stai sempre ad accusarmi”) e guardarsi come due triglie.
La realizzazione complessiva è incredibilmente sciatta e mal curata: a parte la scarsità di effetti speciali (almeno quindici minuti di film sono costituiti da immagini rubate a documentari, spesso fotografate in modo totalmente diverso dal film originale!), è assurda l’evidente mancanza di voglia di sceneggiatori (ogni tanto spuntano fuori personaggi mai visti, tipo la tribù di primitivi nel finale), costumisti (il bikini di foglie di Eva nun se pò guardà, ma pure l’immobile maschera di cartapesta dell’orso fa la sua porca figura) e musicisti: la colonna sonora è composta da un pezzo strumentale ripetuto in loop per ottantasei, interminabili minuti e dal pezzaccio trash di cui si diceva (titolo: My first love di Tania Solnjk). Aggiungiamo a tutto questo una strepitosa capacità di esegesi biblica: tutto il dilemma sul senso della punizione divina e del peccato si riassume nello scambio di battute prima del parto: “Eva, devi soffrire!”, “ma perchè? Non voglio!”, “perchè devi”. Clap clap.

Produzione: ITA (1983)
Scena madre: l’assalto dell’orso farlocco non è niente male per la palese mancanza di vergogna di tutte le persone coinvolte. Scegliamo quella, ma qualsiasi incrocio di sguardi tra i protagonisti merita la visione.
Punto di forza: cristianesimo d’accatto + cannibali + Laguna blu + musicaccia anni ’80 = libidine!
Punto debole: se la lotta con lo pterodattilo e la prima parte nell’eden offrono moltissimi spunti, i quaranta minuti dedicati alle tribù in guerra sono decisamente noiosi, anche perchè lo splatter è quasi inesistente.
Potresti apprezzare anche…: i numerosi film del filone barbarico all’italiana, tipo Sangraal. Non avendo Adamo ed Eva eguali nel cinema italiano, vi proponiamo qualcosa che ci somiglia, almeno nelle ambientazioni.
Come trovarlo: pare sia stato editato in DVD e sia acquistabile su Internet. Notevole la scheda del sito IBS, che descrive la trama di tutt’altro film.

Un piccolo assaggio:

(per darvi un’idea, questa è l’unica canzone che si sente per tutto il film)

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