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Film la cui assurdità è tale da non poter essere categorizzata in alcun modo. Spesso, proprio qui si trovano le perle del mestiere.

Arachnoquake

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AH AH AH!

Di: Griff Furst
Con: Edward Furlong,  Megan Adelle, Gralen Bryant Banks, Paul Boocock,Tracey Gold

Sharknado? Pfui!
Ok, ok, il capolavoro della Asylum è uscito l’anno dopo. Quindi, tecnicamente, potrebbe essere Sharknado ad essersi ispirato ad Arachnoquake. Boh. Però il legame tra i due film è evidente: Sharks + tornado = Sharknado, Arachno + quake (“terremoto” in inglese) = Arachnoquake. Semplice semplice. E se queste erano le premesse, cosa poteva venirne fuori se non un trashissimo monster-movie senza capo nè coda?

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Che scena scontata, ma puoi?

La Louisiana è sotto attacco: giganteschi ragni preistorici in digitale emergono dal sottosuolo, sono capaci di sputare fuoco e camminare sull’acqua, e sono stati disturbati dalle solite multinazionali stronze, che trivellano il terreno e disturbano il sonno delle bestiole a otto zampe. Come se non bastasse, i ragnozzi attaccano l’uomo, creando bubboni sottopelle che esplodono rilasciando altri ragni, i quali crescono piuttosto in fretta. Per fermarli si crea un gruppo assai variegato: un giovane sfaccendato puttaniere, delusione di suo padre e della sorella bonazza, si trova a guidare un pullman con sopra un paio di ragazzi, un vecchio e una coppia di deficienti che vogliono fare un giro turistico. A distanza, un altro pullman, guidato dal padre dei due ragazzi, trasporta delle adolescenti succintamente vestite a un torneo di baseball (ci si veste così alle partite?), e deve fronteggiare la stessa minaccia degli aracnidi, che hanno ormai invaso la città. L’intervento dei militari (dieci-dodici in tutto, i mezzi sono quelli che sono) non è sufficiente: l’alleanza bifolchi locali-turisti-esercito nulla può contro la mostruosa regina aracnide, un buffo ragnone rosa grosso come un camion e parecchio incazzato. Spetta allora all’insulso protagonista, che si riscatterà vestendosi da palombaro e affrontando il mostro finale con stratagemmi che ci rifiutiamo di riportare per rispetto al nostro senso della vergogna.
Diretto da Griff Furst (suoi gli imbarazzanti I am Omega e 100 million BC) e scritto da una nostra vecchia conoscenza, Eric Forsberg (che qui abbiamo intervistato), Arachnoquake non è un film della Asylum, ma ci somiglia molto, e non solo per i nomi illustri. Canovaccio di partenza con mostri giganti in città, il numero minimo di comparse, qualche attore ripescato dall’oblio: la strategia è quella. Stavolta tocca a Edward Furlong l’ingrato ruolo di ex-celebrità: vi ricordate il ragazzino di Terminator 2 e il ragazzo problematico di American History X? E’ invecchiato, e secondo noi non così bene: bolso come John Travolta, interpreta il coach che accompagna le ragazzine con minigonna giropassera, e affronta i ragni a colpi di mazza da baseball. Per esigenza di sceneggiatura, è pure costretto a mettere in atto l’incidente più ridicolo della storia, con l’autobus che, a una velocità estremamente contenuta, sbanda e va a sbattere come se fosse ai duecento all’ora.

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Certo che passare da James Cameron a questa roba qui è proprio una finaccia, povero Furlong.

Non c’è molto da dire sui ragnoni: sono fatti malissimo, con una grafica orripilante, le loro dimensioni variano a seconda delle esigenze, e le comparse si gettano letteralmente nelle loro fauci per simulare aggressioni credibili, con una nota di merito per il vecchietto iniziale che, pur di non affrontare un ragno non così spaventoso (5 cm, a occhio), si lascia cadere in una buca senza fondo. Altri personaggi, invece, inciampano ripetutamente nel solito ramo che emerge dal terreno, nel disperato tentativo di rendere un pò verosimile l’assalto degli zamputi animaletti.
Una nota di merito sulle location: il film è interamente girato nella vera Louisiana, rappresentata nel modo più stereotipato possibile come un posto in cui abitano solo neri ignoranti, vecchi rincoglioniti e bifolchi bianchi razzisti. Inoltre, evidentemente a causa della povertà di budget, appena l’inquadratura si allarga è possibile vedere distintamente gli abitanti di Baton Rouge che, incuranti del set del film, camminano e fanno la loro vita come se niente fosse! Persino le macchine, nonostante il traffico di ragni grossi quanto cinghiali in mezzo alle strade, procedono lentamente, così come i pedoni sui marciapiedi.
Insomma un film non del tutto riuscito (certi intermezzi familiari, come in tutti i film di questo tipo, sono noiosissimi e poco utili), ma che strapperà più di una risata agli amanti di questa robaccia. Come noi.

Ah, chi scrive è aracnofobico. Bastardi maledetti.

Produzione: USA (2012)
Scena madre: l’assalto finale del buffissimo ragnone rosa che va a fare la ragnatela tra due palazzi affrontato da quel buzzurro del protagonista in tuta da palombaro.
Punto di forza: è divertente, in parecchie scene. E poi potrebbe dare il via ad un filone, ad esempio: pecore giganti (“sheeps”) più uragano (“hurricane”) che diventa SHEEPSICANE. O qualcosa del genere.
Punto debole: se si esclusono i patemi familiari dei personaggi, non ne ha. Forse avremmo preferito osasse un pò di più.
Potresti apprezzare anche…: bè, dai, stavolta è facile.
Come trovarlo: il mercato americano ci permette di averlo in tutti i formati, nonostante il successo assai minore rispetto a Sharknado.

Un piccolo assaggio: (il commento “this movie was biggest shit i’ve ever seen” sotto questo video ci manda subito in visibilio)

3,5

50 sfumature di grigio

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Ma il controllo de che? Perdi il tuo tempo, semmai.

Di: Sam Taylor-Johnson
Con: Dakota Johnson, Jamie Dornan, Luke Grimes, Rita Ora

Arriva per tutti il giorno in cui la tua ragazza ti dice “ehi tesoro, guardiamo 50 sfumature di grigio?”. Per fortuna la mia mi conosce, e quindi mi dice “ehi tesoro, guardiamo 50 sfumature di grigio? E’ una cazzata, almeno ci facciamo due risate, a te i film brutti piacciono”. Eh, non è facile essere fidanzata con un amante degli z-movies. Vabbè. Il film che ha fatto bagnare milioni e milioni di casalinghe insoddisfatte merita la nostra attenzione. Wow, l’erotismo! Il sadomaso! La trasgressione! L’ambiguità del piacere e del dolore, eros e thanatos! Bè, non proprio.
Anastasia Steele è una studentessa di letteratura inglese dalla vita non particolarmente emozionante: lavora in un negozio di ferramenta, vive con una coinquilina zoccola e, per una sorta di logica dell’equilibrio sessuale nell’appartamento, non ha mai fatto nulla con nessun ragazzo, manco due palpate o un limone duro in discoteca. Un giorno la sua coinquilina le dice che lei è malata (ma dove? Sta benone!) e la manda a intervistare, per il giornalino della scuola, Christian Grey, un 27enne che ha fondato un impero miliardario. Come? Boh, non importa, alle casalinghe insoddisfatte frega meno di zero. Segue una mezz’ora buona in cui il Bruce Wayne dei poveri e Anastasia si scambiano occhiate languide, lei si morde il labbro (lo farà per tutto il film, una roba insopportabile, datele una gomma da masticare PERDIO), lui la fissa con l’espressività di un capitone (è il personaggio a essere freddo? O forse l’attore a essere cane? O entrambe le cose?), insomma è tutto telefonato, questi due si piacciono. Lui però c’ha i rimorsi di coscienza e le dice di non cercarlo più che è molto oscuro e laido e gli deve stare lontano. Lei, che non è proprio un’aquila, beve un pò troppo e lo chiama al telefono per prenderlo per il culo. Lui non ci sta e (non si sa come) la trova e la porta a casa. Prende il via una stucchevole storia d’amore, in cui lui usa tutte le sue armi seduttive: i soldi, le macchine grosse, i soldi, l’elicottero, i soldi. Tutto sembra andar bene, ma, piccolo particolare: lui è un mezzo sadico che vuole dominarla e avere il controllo su di lei tramite un “contratto” (in assoluto una delle trovate più stupide e idiote della storia dell’umanità, indegno, tra l’altro a che minchia serve un contratto senza valore legale?), perchè “c’ho 50 sfumature di perversione”, “ho avuto un’infanzia difficile” e bla bla bla. Lei non ci sta e, dopo essersi fatta menare per punizione, gli dice che è una merda d’uomo e lo molla. Fine del film, tanto è una trilogia e i sequel sono già in lavorazione.
Secoli e secoli di battaglie per le pari opportunità buttati nel cesso. Le oltre 120 milioni (CENTOVENTIMILIONI) di copie vendute del romanzo della E.L. James, e i milioni incassati dal film, certificano il fallimento del femminismo su larga scala. Ogni volta che una donna dice “vorrei un uomo come mr. Grey” una suffragetta, da qualche parte, muore. Non giriamoci intorno: non è il sesso sfrenato (piuttosto soft nel film) nè il fisico da palestrato del signor Grigio a scatenare gli ormoni delle lettrici\spettatrici: è il suo conto in banca. Davvero, per una donna, il massimo obiettivo sentimental-sessuale è un contratto in cui c’è scritto cosa può o non può fare in ogni ambito della vita? Esilarante la scena in cui i due, in una stanza dalle luci rosse fastidiosissime, depennano dal contratto tutto ciò che lei si rifiuterebbe di fare (fisting anale e vaginale, bastoni, dilatatori, il tutto con il tono e l’espressione di chi sta negoziando l’assicurazione della macchina). La differenza tra il Grigio e qualsiasi burino maschilista delle borgate romane è una sola, cioè che il burino maschilista non c’ha una lira e si becca una denuncia per stalking, molestie e maltrattamenti; Grigio no, in quel caso non è stalking o molestia, ma “seduzione”. Ah ok.
Va bè, la storia è quel che è, la morale di fondo è ripugnante, ma almeno la confezione sarà il top, lucida e sensuale, piena di trasgressione. No? No. Le scene di sesso sono pochissime, molto “caste” rispetto alle aspettative (nessun nudo integrale) e anche le pratiche mostrate non sono niente di che, a meno che una sculacciata non sia considerata l’apice della perversione. Il film risulta alla fine anche noioso: in 125 minuti non viene mai mostrato che cosa spinga i due a piacersi reciprocamente, non c’è nessuna costruzione dei personaggi, non viene spiegato nulla; per un film che parla di seduzione, è un grosso limite avere personaggi piatti come tavoli. Aggiungiamo le prove attoriali imbarazzanti di tutti i personaggi e dei due protagonisti in particolare: se la Dakota ancora ancora è prigioniera in un ruolo stupido e inverosimile, e comunque fa del suo meglio (pochino, eh), Dornan è proprio solo una statua di cera monoespressiva. Non è freddo e glaciale, è proprio scarso. A Hollywood non c’era nessun palestrato belloccio in grado di recitare meglio? Eppure bastava pescare nel cast di The Avengers…ve lo immaginate questo film interpretato da quella sgnacchera della Scarlett e dal biondo che fa Thor? No? Almeno sarebbe divertente, dai.
PS1: domanda alle donne lettrici: ma davvero “io scopo, forte” è una frase che vi eccita? Vale anche per la versione del libro, ovvero “fotto senza pietà”. Davvero l’uomo eccitante deve parlare a letto come un cattivo della Marvel? Tipo “ehi, sei mia, i difensori della tua verginità non hanno scampo”, oppure “conquisterò il mondo, bwahahah”? Sono rimasto indietro, pare.
PS2: un grazie alla mia fidanzata che, oltre a detestare questo film, si è pure sorbita la mia recensione in diretta. Sei un tesoro! Però la prossima volta ci guardiamo un classicone di Bruno Mattei.

Produzione: USA (2015)
Scena madre: “io scopo. Forte”. Sul serio? Davvero? E’ proprio una scena eccitahahah, scusate, non possiamo crederci, che film dimmerda, almeno si ride un pò.
Punto di forza: la colonna sonora è fatta di pezzi pop che, se non sono il massimo, sono comunque ben ritmati e danno un senso ai vari spezzoni da videoclip di cui è composto il film.
Punto debole: un battage pubblicitario da milioni di dollari, evento mondiale, e due tette è il massimo che si può vedere? Solo perchè il VM18 avrebbe tagliato fuori dagli incassi stuoli di adolescenti con gli ormoni in subbuglio? Mah…
Potresti apprezzare anche…: i film di Tinto Brass. Trame migliori, attori capaci, più nudi! Però se guardate i film di Tinto Brass siete degli sporcaccioni, se guardate questo siete uomini e donne sofisticati in cerca di brividi.
Come trovarlo: la mia mente malata ha partorito questa cosa: chiunque compri il DVD o il blu-ray di questo film perde automaticamente ogni diritto di essere trattato\a in modo dignitoso dal\la partner. Un pò di coerenza.

Un piccolo assaggio: (guardatelo ed eccitatevi, guardate che pathos, che intensitahahah)

0,5

Troppo belli

L'inesorabile degrado del sistema cine-televisivo italiano.

L’inesorabile degrado del sistema cine-televisivo italiano.

 [Krocodylus, IlCarlo]

Di: Ugo Fabrizio Giordani
Con: Costantino Vitagliano, Daniele Interrante, Alessandra Pierelli, Chiara Tomaselli, Fausto Maria Sciarappa

Non ne vale la pena. Alla fine tutto si risolve in questo. Vale la pena di spendere ottantacinque minuti della propria vita per vedere Troppo belli? No, neppure se sei un estimatore del trash. Se invece sei un estimatore dei due tamarri protagonisti, bè, ti devi solo vergognare. Va detto che avevamo questa immondizia nell’hard-disk da anni, ma solo adesso abbiamo trovato la forza e il coraggio per guardarlo. Costantino e Daniele (Vitagliano e Interrante), sono due giovani belli, ma non “belli” nel senso “carini”, bensì nel senso “belli belli belli in modo assurdo”. Pur essendo fondamentalmente dei cazzari, che svolgono mille lavoretti diversi, tutti male, sono gli idoli delle ragazzine del quartiere che, allupatissime, si appostano in inquietanti sessioni di stalking al fine di fotografarli di nascosto o rubare le mutande stese di Interrante come il peggior feticista. Non tutti sanno, però, che il sogno dei due (più che altro di Daniele, perchè all’altro non gliene frega un beneamato) è sfondare nel mondo del cinema. Purtroppo per loro, finiscono nelle mani di un agente viscido e truffaldino, una specie di Lele Mora più brutto (se possibile), che, con l’aiuto delle figlie, gli estorce montagne di denaro (e fa bene, sono proprio due deficienti, raggirarli è quasi un dovere morale). Spediti a fare gli spogliarellisti vestiti da “i due marò” e costretti ad umilianti rapporti sessuali con anziane donne dello spettacolo, i non troppo svegli eroi capiranno che non è tutto oro quel che luccica. Sarà l’amore di due donne a riportarli sulla retta via, mentre l’imbarazzante voce fuori campo (terribile, da strapparsi le orecchie), ci informa che comunque da quel giorno i due tamarracci si sono messi a lavorare e tutti vissero felici, contenti e palestrati.
La nidiata di Maria de Filippi raggiunse il suo apice nella prima metà degli anni duemila, quando questi personaggi senza alcuna capacità  o fascino irruppero sulla scena diventando il sogno bagnato di milioni di ragazzine esclusivamente per il loro essere “troppo belli” (oh, a noi sembrano fatti con lo stampino, prenderli a modello di uomo ideale significa buttare via decenni di battaglie culturali, ma vabbè). Per la verità, nell’anno 2015 in cui scriviamo quasi nessuno pare ricordarsi più di questi due tronisti, e questo ci fa piacere. Il film non è altro che un veicolo commerciale per sfruttare il loro successo, alquanto effimero: gli incassi furono assai deludenti (circa 700mila euro a fronte di una spesa di due milioni, che chissà dove cazzo sono finiti visto che il film ha due-tre locations e nessun attore di un certo livello) e lo trasformarono in un flop. Noi, oltre a considerarlo una merdaccia di film, lo riteniamo un perfetto esempio di stupidità televisiva portata al grande schermo, e in un certo senso apprezziamo la mancanza di vergogna del regista che riesce a filmare per quasi un’ora e mezza il nulla assoluto.
A livello tecnico, la realizzazione è molto elementare, con inquadrature banalissime ma non particolarmente orrende. In compenso, De Filippi & Costanzo hanno messo insieme una bella crew di incapaci, sceneggiando personalmente il film e affidando le musiche alla coppia micidiale D’Alessio-Tatangelo, un vero armageddon cine-musicale. Detto che parlare della “recitazione” dei due e degli altri sarebbe impietoso, soffermiamoci sui personaggi: fantastico il milanese che nel giro di due-tre giorni passa dall’essere un poveraccio a girare in Porsche circondato da donne, e fantastica anche la fidanzata di Daniele, che nello stesso lasso di tempo molla Daniele, conosce il milanese di cui si diceva e decide di sposarlo, così, ad minchiam. Spiccano alcuni momenti che vorrebbero essere di comicità, o almeno di commedia, ma proprio non strappano mezza risata, alla fine dopo averlo visto si è più depressi di prima. La ciliegina sulla torta è la sfacciata pubblicità al marchio Datch, che i due indossano praticamente in ogni momento del film: vergognoso.
Concludiamo con questa bella citazione di Maurizio Costanzo, che definì il film ispirato “a tutto un genere di commedia italiana degli anni ’50 e ’60”. Le pernacchie di Risi, Monicelli, Germi, si sono udite fin qui.

Produzione: ITA (2005)
Scena madre: vi assicuriamo che cinque minuti di panoramica delle inutili vite dei protagonisti con in sottofondo una canzone di Gigi d’Alessio sono inarrivabili.
Punto di forza: il suo status di film di culto e la sfacciataggine con cui è stato girato lo rendono imprescindibile per tutti gli amanti del trash.
Punto debole: alla lunga, grossi sussulti non ce ne sono, il film è noiosetto. Avremmo voluto vedere un horror o un film d’azione nelle mani di questa troupe!
Potresti apprezzare anche…: l’altrettanto vergognoso Parentesi tonde.
Come trovarlo: l’ultima volta, il DVD costava 1,99 euro in un cestone di un supermercato cinese di quarta categoria. Comunque, troppi.

Un piccolo assaggio:  (un’eloquente raccolta di “scene” del “film”)

0,5

Adamo ed Eva, la prima storia d’amore

Una sobria locandina estera.

Una sobria locandina estera.

Di: John Wilder (Luigi Russo) e Vincent Green (Enzo Doria)
Con: Mark Gregory (Marco di Gregorio), Andrea Goldman, Angel Alcazar, Costantino Rossi

Adamo ed Eva: la prima storia d’amore, conosciuto negli USA come Adam and Eve VS Cannibals. Come si può non restare folgorati? Ed ecco dunque che subito parte la visione di questo film davvero incredibile, che contamina il racconto biblico con tutti gli elementi del cinema di genere italiano degli anni ottanta, rubacchiando qualcosa anche da successi stranieri.
Siamo alle origini del mondo: dopo una serie di eruzioni vulcaniche, sulla Terra nasce la vita (orripilante l’effetto delle piantine che crescono a scatti). Durante una tempesta, da un bozzo di frattaglie che dovrebbe rappresentare una specie di placenta esce Adamo. L’ignudo fanciullo inizia subito a scoprire il mondo che lo circonda: gli animali, gli alberi, l’acqua…ma si sente solo, poveretto. Che fa? Giunto su una spiaggia, costruisce una scultura a forma di donna, che un’altra tempesta trasforma in una compagna in carne ed ossa. I due gironzolano nudi per l’Eden, guardano gli animali, corrono sulla spiaggia, si tengono per mano con una agghiacciante canzone trashissima di sottofondo. Terminato questo videoclip, Eva viene attirata da un serpente (anch’esso rubato a qualche documentario, infatti cambia specie e forma a seconda dell’inquadratura e non interagisce mai con gli attori) che la invita a mangiare la mela, nonostante l’opposizione di Adamo. Convinta dalle ferree argomentazioni del biscione (“la mela è buona, mangiala e la tua vita cambierà”) Eva assaggia il frutto proibito e convince il non troppo sveglio Adamo a fare altrettanto. Una volta banchettato, i due vedono una coppia di leoni che trombano e decidono di fare altrettanto. Basta addormentarsi e…tiè, ecco la punizione divina! Vento, tempeste, eruzioni trasformano il Paradiso Terrestre in una terra arida e desolata, costringendo i due sventurati a fuggire da un meraviglioso masso rotante animato con i piedi. Nudi e imbarazzati della propria nudità, Adamo ed Eva si incamminano verso il mare (“al mare inizia la vita, e noi dobbiamo ricominciare da capo”, sentenzia Adamo, che per tutto il film sciorina frasi senza senso con una insopportabile faccia da “te pijo pel culo”); per arrivarci dovranno affrontare molte avversità: altri cavernicoli (Eva se ne tromberà uno, per poi mollarlo malamente dicendo che “lui non conta niente”, assurdo!), pterodattili, scimmie, tribù di cannibali.
Chi scrive non va a messa la domenica da un decennio buono, e quindi potrebbe anche sbagliarsi; ma non ricordavo la presenza di dinosauri e cannibali nella storia di Adamo ed Eva. Ovviamente perchè non ci sono dinosauri e cannibali: i due registi John Wilder (al secolo Luigi Russo) e Vincent Green (al secolo Enzo Doria) volevano sfruttare un pò di successi commerciali di quegli anni, dal filone sui cannibali a quello in stile Laguna blu coi due adolescenti che scoprono le gioie del sesso. Il risultato è tremendo, sembra l’incubo di un tamarro degli anni ottanta dopo una serata a base di preghiere e documentari sul giurassico. Per nostra fortuna, il cast è all’altezza di uno script così insensato: Eva è la sconosciuta Andrea Goldman (che giustamente non ha più recitato in alcun film dopo questo), mentre Adamo è…Mark Gregory, alias Marco di Gregorio! Lo ricordate? A suo modo, fu un protagonista del cinema di genere, soprattutto grazie al suo ruolo da protagonista nel dittico di Castellari sul Bronx (qui e qui il primo e il secondo capitolo); qui è decisamente sottotono, specie nel ruolo dell’ebete primo uomo cucitogli addosso, mentre è decisamente più efficace quando cazzia Eva per le sue scappatelle, tanto che a un certo punto si spera che la lasci nei guai e se ne vada in cerca di miglior fortuna. L’idea di rappresentare il mito biblico con dialoghi da seconda liceo è sopraffina: per tutto il tempo Adamo e quella gran zoccolona di Eva non fanno altro che rinfacciarsi di tutto (“non mi ascolti mai”, “qui comando io”, “stai sempre ad accusarmi”) e guardarsi come due triglie.
La realizzazione complessiva è incredibilmente sciatta e mal curata: a parte la scarsità di effetti speciali (almeno quindici minuti di film sono costituiti da immagini rubate a documentari, spesso fotografate in modo totalmente diverso dal film originale!), è assurda l’evidente mancanza di voglia di sceneggiatori (ogni tanto spuntano fuori personaggi mai visti, tipo la tribù di primitivi nel finale), costumisti (il bikini di foglie di Eva nun se pò guardà, ma pure l’immobile maschera di cartapesta dell’orso fa la sua porca figura) e musicisti: la colonna sonora è composta da un pezzo strumentale ripetuto in loop per ottantasei, interminabili minuti e dal pezzaccio trash di cui si diceva (titolo: My first love di Tania Solnjk). Aggiungiamo a tutto questo una strepitosa capacità di esegesi biblica: tutto il dilemma sul senso della punizione divina e del peccato si riassume nello scambio di battute prima del parto: “Eva, devi soffrire!”, “ma perchè? Non voglio!”, “perchè devi”. Clap clap.

Produzione: ITA (1983)
Scena madre: l’assalto dell’orso farlocco non è niente male per la palese mancanza di vergogna di tutte le persone coinvolte. Scegliamo quella, ma qualsiasi incrocio di sguardi tra i protagonisti merita la visione.
Punto di forza: cristianesimo d’accatto + cannibali + Laguna blu + musicaccia anni ’80 = libidine!
Punto debole: se la lotta con lo pterodattilo e la prima parte nell’eden offrono moltissimi spunti, i quaranta minuti dedicati alle tribù in guerra sono decisamente noiosi, anche perchè lo splatter è quasi inesistente.
Potresti apprezzare anche…: i numerosi film del filone barbarico all’italiana, tipo Sangraal. Non avendo Adamo ed Eva eguali nel cinema italiano, vi proponiamo qualcosa che ci somiglia, almeno nelle ambientazioni.
Come trovarlo: pare sia stato editato in DVD e sia acquistabile su Internet. Notevole la scheda del sito IBS, che descrive la trama di tutt’altro film.

Un piccolo assaggio:

(per darvi un’idea, questa è l’unica canzone che si sente per tutto il film)

3

Pipì Room

La locandina non c'era, forse non esiste. Ma Jerry ti vuole: LIBIDINE per te!

La locandina non c’era, forse non esiste. Ma non importa, Jerry ti vuole: LIBIDINE per te!

[Krocodylus, IlCarlo]

Di: Jerry Calà
Con: Serra Yilmaz, Dafne Barbieri, Gianluca Testa, Giovanni Montarone

Praticamente il giorno dopo la nascita di questo blog, IlCarlo disse “recensisci Pipì Room di Jerry Calà, sta per uscire”. Il fatto che nessuno volesse comprare\distribuire\trasmettere questo agglomerato di fotogrammi sparsi a caso rappresentò un’ottima scusa per rifiutare il supplizio. Di solito a questo punto uno si arrende e pensa ad altro. Uno, sì, ma non lui. Durante una retrospettiva di film di Calà insieme alla sua fidanzata (tutto vero!), Carlo si è ricordato del suggerimento, e stavolta è riuscito nel malsano intento di raccattare una copia di Pipì Room. Questa è la genesi della terrificante serata che ha portato alla seguente recensione.

La prima inquadratura in assoluto, ovvero una citazione del tutto fuori luogo del filosofo Umberto Galimberti, ci ha subito stupiti. I titoli di testa hanno però bloccato nella mia bocca la frase “hai sbagliato file, dai, chissenefrega, guardiamo qualche video di Diprè”: la prima cosa che salta all’occhio (anzi all’orecchio) è uno squilibrio assoluto tra l’audio della colonna sonora (composta al 90% da basi house e techno di pessima fattura e prelevati direttamente dagli anni novanta) e quello dei dialoghi, che porterà alla perdita di una buona metà della sceneggiatura; e non è necessariamente un male.
Pipì Room è composto da 11 episodi, tutti con titoli in inglese che fa figo e moderno. Riassumerli tutti (e quindi ripercorrere l’intero calvario passo per passo) sarebbe troppo anche per noi, quindi citeremo i migliori. In “Shaved potato” due lesbiche parlano del più e del meno: depilatrici incapaci, pregiudizi, l’idea di far accoppiare una di loro col fratello dell’altra per avere un figlio, e una citazione finale de “La divina Commedia” dantesca che al minuto quindici aveva già fatto impennare il nostro consumo di birra. “True love” è la commovente (nel senso cerebrale del termine) storia d’amore di un ragazzo timido e impacciato con una vaccona assurda, le cui capacità orali sono più collaudate del modulo catenaccio nella Nazionale, che teorizza la grossa differenza tra sesso orale e sesso-sesso, considerando il primo come semplice svago e il secondo come tradimento. In “Human Zoo” c’è una tremenda comparsata di tre membri dello Zoo di 105: pur avendoli sempre trovati divertenti come un colpo di mignolo contro uno spigolo, bisogna ammettere che la loro recitazione è decisamente superiore a quella di chiunque altro. “Trans…gressions” (notare il titolo che velatamente suggerisce la trama dell’episodio) un neosposino, credendo di aver affittato una prostituta donna, si trova per le mani una sorpresa; siccome in tempo di carestia ogni buco è galleria (questa massima vale per tutti gli episodi, comunque) ne approfitta ugualmente.
A questo punto è d’obbligo una precisazione: questi film, queste commedie triviali con pretese di drammaticità, sono le più difficili da vedere e recensire, e attraversano quattro fasi abbastanza precise: inizio imbarazzante, ignoranza in crescendo, encefalogramma piatto per almeno quaranta minuti nel secondo tempo e finalmente i titoli di coda che pongono fine a una noia già prolungata. Proprio mentre sembrava che anche Pipì Room dovesse seguire lo schema, ecco che gli ultimi due episodi virano clamorosamente su un tentativo di denuncia sociale e di critica alla società dei consumi, con due pusher in crisi (che parlano come dei rapper falliti a colpi di “zio” e “fratello”) che cercano il senso della vita e una stronzetta filosofa che accompagna il ragazzo in discoteca e poi parte con un pippone assurdo sui mali del mondo, i bambini africani che fanno la fame e la mercificazione. L’uso di paroloni dotti senza alcun senso (tipo “sottoproletariato” e “spersonalizzazione”) fanno da prologo a un finale imbarazzante in cui una baldracca minorenne drogata chiede perdono alla madre e tutti piangono e ci viene qualche malattia per eccesso di patetismo che affoghiamo nella birra Fidel che costa poco al supermercato. Titoli di coda che vengono da noi accolti come scialuppe da parte di naufraghi che hanno finito le provviste e pensano già a mangiarsi tra di loro.

La descrizione basterebbe di per sè a recensire questa ridicola sceneggiata, che pare sia stata rinnegata dagli stessi produttori, tanto che è stata trasmessa soltanto in tv, in orari improponibili e nell’indifferenza generale. Alcuni degli attori, pare, furono selezionati dalle scuole di recitazione di Milano: ci piace immaginare Calà che seleziona i più talentuosi, li mette da parte e scrittura gli altri. Un cast in cui i migliori attori sono quelli dello Zoo di 105 dovrebbe dar da pensare a chi l’ha messo insieme. Vorremmo parlare di quanto squallida sia la sceneggiatura, ma preferiamo lasciare la parola alle migliori citazioni tratte testualmente dagli episodi:
– “La vita è tutta questione di culo, o ce l’hai o te lo fanno”
– “Lo sguardo dei ragazzi è come una droga”, detto da due minorenni prima di calarsi due etti di pasticche.
– “Spesso le peggio puttane sono proprio le signore”, e via di luoghi comuni e populismo d’accatto sulle donne che vogliono soldi e che sotto sotto sono tute battone.
– “E’ il gioco del benzinaio, lui fa la macchina e lei le pompe.
Quando poche frasi valgono più di mille recensioni. LIBIDINE.

Produzione: ITA (2011)
Scena madre: lo Zoo di 105 che omaggia il regista inserendo riferimenti a suoi precedenti lavori e tormentoni, in una conversazione in un cesso, mentre si parla di andare a puttane. E’ un pò il riassunto del film.
Punto di forza: con Jerry Calà si va sul sicuro, sotto un certo livello di grettezza non si scende mai.
Punto debole: al di là di ciò che concerne il “talento”, è impossibile che uno come Calà non avesse la disponibilità per un audio decente, invece di dover obbligare gli spettatori ad uno sforzo sovrumano di comprensione.
Potresti apprezzare anche…: Parentesi tonde.
Come trovarlo: ogni tanto andate su Rai Movie, quando nessuno guarda la tv, sul tardi, in un momento in cui vorreste essere altrove a fare tutt’altro. Potreste incrociarlo per sbaglio.

Un piccolo assaggio: 

(questo trailer, postato nell’agosto 2011, ha fatto partire la paziente ricerca de IlCarlo. Attenzione a non finire come lui)

3

Fuga di cervelli

Ahahah! fIga, fUga, l'avete capita? No...?

Ahahah! fIga, fUga, l’avete capita? No…?

[Krocodylus, IlCarlo, in collegamento con i Cinefili Incazzati)

Di: Paolo Ruffini
Con: Paolo Ruffini, Frank Matano, Wilwoosh, i PanPers e altri cazzoni del web

– Che fai di bello? Dai, raccontami qualcosa…qualche ricordo d’infanzia, quello che vuoi! Ma distraimi, per favore! Non mi abbandonare!
(il sottoscritto mentre chiede supporto psicologico a un’amministratrice dei Cinefili Incazzati, durante la visione del film, testuale)

“Nemmeno la Cinewalkofshame saprebbe cosa dire a riguardo”, scrivono i Cinefili Incazzati sul loro blog. Stiamo scherzando? Noi sappiamo sempre cosa dire! Anche su questo film, ne abbiamo parecchie di cose. Fin troppe. Per descrivere il senso di nausea, smarrimento, malessere profondo e tristezza trasmesso da questo film non basterebbero tre blog. Che senso ha il cinema dopo Fuga di cervelli? Che senso ha tutto quanto? C’è solo una inquietudine senza confini…che depressione. Va bè, parliamone, via il dente via il dolore.
La trama vede gli youtubers che…no, no, è troppo. Vede uno dei PanPers che si chiama Emilio…poi c’è Ruffini, e quell’altro…Frank Matano…uhm, diamoci un contegno. Ok, niente, uno di loro si chiama Emilio, sono vent’anni che sbava dietro a Nadia ma non glielo ha mai detto, lei va ad Oxford e lui la raggiunge con gli amici per dichiararsi.
Tutto qui? Tutto qui. Bello, vero? Originale. Partiamo dicendo che chi scrive è andato a vedere al cinema il film di Checco Zalone, Sole a catinelle. Lo so, sembra strano, ma mi ci hanno invitato, sono amici, dispiace non andare. Alla fine, in sala, tutti si sono alzati ad applaudire, mentre io e i miei amici cercavamo la complicità negli sguardi di altri spettatori increduli, come noi seduti e immobili. Però non l’abbiamo recensito, perchè è un film tremendo, una sfilza di gag messe insieme a caso, un elogio della mediocrità, ma non vale la pena neppure di perderci tempo dietro. E quando pensavamo che il peggio fosse passato, ecco Fuga di cervelli. Perchè è così terribile e desolante? Proviamo a descrivere quello che si vede nel film:
1) Ruffini che fa il cieco. Non funziona nemmeno per un minuto, si capisce benissimo che ci vede, non dico bendarlo per farlo immedesimare, ma almeno non commettere errori grossolani, tipo giudizi di bellezza e sguardi orientati dove non dovrebbero. Qualcuno gli spieghi che non basta l’accento toscano per far ridere, come ben sa Pieraccioni (che in confronto, comunque, sembra il Benigni dei tempi belli). Ah, comunque “abbestia” e “stocazzo” non fanno più ridere, basta, dai, hai 35 anni, non farti del male così.
2) Frank Matano. Tralasciamo qualsiasi giudizio sui suoi video (come del resto facciamo per tutti gli altri youtubers). La comicità offerta da questo tizio al film si limita alle scoregge. No, no, non è una metafora: le uniche scene in cui Matano (dovrebbe) fa(r) ridere sono quelle in cui, a causa del suo lavoro come cavia, subisce gli effetti collaterali dei farmaci e non controlla più gli sfinteri. Alla fine gli crescono anche le tette. E la parola “ottimismo”, ripetuta con quel gesto delle mani, è una delle cose più “misaleilcrimine” della storia.
3) L’umorismo sulla disabilità non è sempre sbagliato, non facciamone una questione di moralismo. Però è evidente che Ruffini affida a ognuno dei personaggi un problema (ci sono un cieco, uno sulla sedia a rotelle, uno con problemi alle gambe, uno spacciatore e Frank Matano che non si capisce che cosa c’ha, ma qualche tara ce l’ha di sicuro) solo per dare un contesto alle scontatissime gag del film.
4) Dopo l’ora e dieci, la sceneggiatura tenta di darsi una parvenza di serietà con un pippone assurdo sulla diversità e sull’amore e su quanto è bello essere dei coglioni che a trent’anni si fanno mantenere dai genitori e ridono del proprio squallore. Perchè mai? Hai fatto tutto un film sulle puzzette, sui rutti, su battute già vecchie all’epoca di Macario, almeno sii coerente!
5) L’ambientazione. Niente di che, eh, ma qualcuno di noi a Torino ci studia o ci ha studiato: spacciare la funicolare di Superga per Oxford è un’offesa all’intelligenza umana. D’altra parte, tutto il film lo è.
Non pensiate a noi come degli pseudointellettuali snob: recensiamo Z-movies per hobby, ridiamo anche noi della volgarità, ruttiamo in compagnia, sappiamo essere beceri. E anche noi ridiamo e scherziamo su tette, culi, scopare. Il problema è che Fuga di cervelli non fa ridere, non strappa nemmeno un sorriso, mette solo tristezza. Si potrebbero fare mille esempi: sul serio basta parlare il proprio dialetto per essere dei comici? Qualcuno ride ancora vedendo un cieco che sbatte contro i pali? E uno che viene scambiato per un cadavere della Facoltà di Medicina e si becca due dita nel culo dagli studenti che si esercitano è così divertente? Sorvolando sulle capacità recitative degli “attori” (inesistenti, i film di Mattei hanno interpreti migliori), ma ripetere allo sfinimento un tormentone non è comicità, nemmeno di grana grossa: è mancanza di idee.
Il montaggio, le musiche, la fotografia…non sono così male, non sono nemmeno abbastanza grossolani da far ridere. Non c’è alcuna risata infatti, c’è solo tristezza.
E noi, mentre rimpiangiamo il Bagaglino e Alvaro Vitali, ci sentiamo ancora lì, al cinema. Applausi. Risate. E noi a chiederci perchè.

No, un momento, aspetta, ferma tutto: che cazzo ci fa Abatantuono nel finale col telefonino? Guardate bene, quando tutti si baciano sulla banchina della presunta stazione di Oxford-Superga: è proprio lui! Diego, che stai combinando?

Produzione: ITA (2013)
Scena madre: ci sono due minuti che davvero ci hanno divertiti. I titoli di coda.
Punto di forza: (…)
Punto debole: +\- ∞
Potresti apprezzare anche…: dei pugni fortissimi all’altezza degli zigomi, dati con violenza mentre uno sconosciuto ti martella le palle. Così, per mettere le cose in prospettiva.
Come trovarlo: probabilmente uscirà in DVD, Blu-ray, magari anche edizione doppio disco. Il regalo perfetto per i parenti che non si sopportano.

Un piccolo assaggio:  (mi rifiuto di pubblicizzare il trailer di questa sciagura. Piuttosto vi metto un pezzo di musica che amo: sentitevi che roba i Pink Floyd! Ma come fai, Gilmour? Ma che assolo fantastico!)

0,5

Mucchio selvaggio

Manifesto sobrio stile neorealismo rosselliniano.

Manifesto sobrio stile neorealismo rosselliniano.

[Krocodylus, Satchmo, IlCarlo]

Di: Matteo Swaitz
Con: Elena Grimaldi, Marco Nero, Franco Trentalance, una ventina di rapper dai nomi idioti che non intendiamo riportare in questa sede

Da qualche tempo tutti i membri dello staff CineWalkOfShame approfittano del proprio compleanno per chiedere, come regalo, di visionare film talmente brutti che di norma persino noi ci rifiutiamo di vederli. IlCarlo non sfugge a questo sistema, e chiede come presente di recensire Mucchio selvaggio. “quello di Peckinpah?“, chiediamo. “non proprio”, è la risposta. IlCarlo ci spiega (non sappiamo nè vogliamo sapere come abbia reperito queste informazioni) che il film è stato realizzato per pubblicizzare la carriera di gruppi di rapper italiani (per la precisione, Club Dogo e Truceklan) e che è davvero inguardabile. Ah, dimenticavamo: Mucchio selvaggio è un porno. Nonostante l’exploit ottenuto con il filmino di Sara Tommasi, recensire porno non è proprio il massimo della vita, neppure per noi; ma l’idea di perculare qualche rapper italiano (che noi detestiamo cordialmente) ci allettava, soprattutto se consideriamo l’irritante fenomeno dei dodicenni che si atteggiano a gangsta-rapper vissuti imitando questi imbecilli: ecco, guardate Mucchio selvaggio e poi ne riparliamo. La proporzione è tipo 35 minuti di trama\dialoghi\cazzate varie e 85 di porno, e non sapremmo dirvi quale delle due parti sia meglio recitata. Ci affidiamo quindi a una doppia recensione.

Il film: trama, tecnica e amenità generiche.
Fin dai primi dieci minuti è evidente una cosa: al contrario delle scene hard, che sono squallidissime (ne parleremo dopo) ma tutto sommato ben curate, quella parte di film che in teoria dovrebbe raccontarci una storia è girata totalmente alla membro di cane: inquadrature storte, grafica pessima e un audio talmente malfatto che l’ottanta per cento delle battute sono andate perse, specie nelle scene in esterna, il cui audio a presa diretta ricorda quello delle musicassette registrate anni novanta. Per quel che abbiamo capito la trama è la seguente: in una città che dovrebbe essere Roma si sfidano due gang rivali: i raver e i rapper. Il motivo per cui le due gang si odiano non è chiarissimo: probabilmente c’è sotto qualche storia di droga, resta il fatto che ogni contatto umano tra i membri delle bande si risolve tutto in sparatorie, insulti e “minchia zio non ci stai dentro”, ma provare a parlare? Va bè. I ragazzi (ragazzi per modo di dire, c’hanno 35 anni, sarebbe ora di smetterla) non perdono occasione per mostrarci quanto sono duri: in ogni inquadratura sono inquadrate bustine di cocaina e pistole giocattolo ridicolmente spacciate per vere armi, e una frase di dieci parole contiene in media otto parolacce, perchè loro sono i re del ghetto, zio, minchia boh, non scherzare bello. A loro si unisce un personaggio strano, un hipster che gioca a scacchi, forse era una metafora di qualcosa ma non l’abbiamo proprio capito, comunque recita come un ubriaco e alla fine ci dice che comunque è un mondo di merda e l’umanità è degradata e altre fregnacce che non hanno senso, ma agli adolescenti in preda a crisi ormonali piacciono tanto e quindi è giusto inserircele. La recitazione di tutti gli attori non merita più di qualche parola: quando facevo seconda media la gloriosa classe 2 A, guidata dall’inflessibile insegnante di Recitazione, avrebbe fatto meglio. Gli unici sussulti sono i dialoghi tra Elena Grimaldi e Guè Pequeno, veramente gretti, e le risse di strada. Per fortuna ogni tanto arrivavano le scene porno a impedire l’abbiocco generale dello staff.

Il film: droga, tette e maschilismo a luci rosse.
Le scene porno di Mucchio selvaggio hanno un comune denominatore: il regista voleva dare una parvenza di trama anche ad esse, giusto per poter rivendicare non si sa bene cosa in fase di distribuzione. Così, il quarto d’ora di ogni scena è introdotto da risibili giustificazioni, di cui facciamo qualche esempio semplificato: “signora, patente e libretto. Grazie, tutto a posto. Posso metterglielo in bocca?” oppure “dammi della droga” “sì, ma prima scopiamo, troia” “ok, va bene”, fino a un più semplice “vabè, senti, chiaviamo” risolutivo. Ovviamente questo non offre alcuno spessore alle sequenze, ma è divertente vedere i mentecatti protagonisti cimentarsi con battute che non siano “prendilo tutto” oppure “aprimi come un barattolo di fagioli”. Le prestazioni delle star hard (spiccano Trentalance ed Elena Grimaldi, quest’ultima una vera artista da applaudire e ri-applaudire) sono nella norma, a parte quella di Marco Nero. Chiamato “Franco Nero” dallo staff in preda alla confusione per tutto il film, questo pelato ci offre una scena hard talmente bella da aver spopolato su Youtube (eccola qui), che è stata rivista più e più volte con conseguente messa in pausa per soffocamento dalle risate. La scelta delle pratiche sessuali lascia un pò l’amaro in bocca: non c’è neppure una scena lesbo, il film doveva mostrare quanto è dura la vita dei rapper romani e non c’è tempo per le robe da donne. Questo, unito alla scelta di far durare il film due ore intere, ha notevolmente sminuito la scorrevolezza a luci rosse, nonostante gli attori (specialmente i maschi e la slava bionda dell’inizio) abbiano la stessa foia ferina di chi non vede una donna da mesi: forse li hanno tenuti in gabbia per ottenere una prova più convincente, non lo sappiamo. Segnaliamo due scene di un qualche interesse: in una la protagonista è Violetta Beauregarde, ex Suicide Girl e cantante: per farsi pubblicità accetta di interpretare una delle puttanone del film, ma essendo forse schizzinosa si limita a una scena di fellatio, peraltro ottimamente eseguita: avrebbe avuto un qualche interesse, anche perchè c’è del talento, peccato abbia fatto solo quello. L’altra scena è la threesome tra Laura Perego, Marco Nero e uno sconosciuto attore: a parte che quest’ultimo umilia tutti gli altri protagonisti per “dotazione” (diciamo così), la sequenza è divertente per i dialoghi fra i tre, ovviamente sboccatissimi e triviali. Il resto è (quasi) passabile. Nel complesso, abbiamo un porno con trama, ma una trama così merdosa da non essere una solida impalcatura, e finisce per rovinare il tutto. Perdibile, in ogni caso.

Produzione: ITA (2007)
Scena madre: a livello hard assolutamente la performance di Elena Grimaldi. In senso trash, le facce di Marco Nero nella suddetta.
Punto di forza: le scene hard, sono fatte molto meglio di quelle recitate.
Punto debole: che senso ha fingere che si tratti di un film serio? Tanto valeva limitarsi alle maialate, magari inserendoci altri dialoghi caserecci!
Potresti apprezzare anche…: c’è da chiederlo?
Come trovarlo: i maschi lo sanno benissimo. Ok, anche le femmine. Sentite, ci siamo capiti\e.

Un piccolo assaggio: l’assaggio lo fa già la Grimaldi, anche con un certo stile. No, scusate lo squallore. In teoria su Youtube ci sono le scene non porno isolate, ma così è troppo facile!

3

 

Vogliamo un cross-over con la Tommasi!

Vogliamo un cross-over con la Tommasi!

Iago

Incapacità + Inettitudine + Facciatosta

Incapacità + Inettitudine + Facciatosta

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Volfango De Biasi
Con: Nicolas Vaporidis, Laura Chiatti, Gabriele Lavia

Prologo:
Tempo fa mi arriva un messaggio, da una amica e collega dei Cinefili Incazzati: “no, cioè, devi recensire Iago…lo stiamo facendo noi, ma è più roba da CineWalkOfShame!”. Sorriso del sottoscritto: “è tanto terribile?”, chiedo, con la spocchia di chi è convinto di aver fatto il callo alle cazzatone made in Italy. “devi vederlo”, la laconica risposta. Io penso che in fondo a loro Prometheus di Scott non è piaciuto, a me sì, forse abbiamo gusti diversi, forse Iago è persino passabile. Mettiamo su il film convinti che non sia tanto peggio di tutti quelli da noi recensiti, e dopo cinque minuti abbiamo già cambiato idea. Cinefili Incazzati, vi lanceremo malocchi e maledizioni fino alla quinta generazione per avercene parlato!

La recensione:
Iniziamo con qualche paragone. Iago non è semplicemente brutto, è irritante. Irritante in modo subdolo, come quando scatta il verde e il rincoglionito davanti a te non si muove perchè telefona a chissà chi. Fastidioso come quando stai scrivendo quindici pagine di relazione da consegnare domani al più stronzo dei professori, salta l’elettricità e perdi tutto. Incomprensibile e assurdo come quando sei nel derby cittadino e l’allenatore, pur avendo a disposizione un centravanti da trenta gol a stagione, piazza lì un brocco esordiente ma volenteroso determinando la sconfitta della tua squadra del cuore. Ecco, ci siamo capiti, la sensazione di irritazione è la stessa.
Questo secchio di diarrea chiamato Iago pretende di essere liberamente ispirato all’opera di William Shakespeare. Per mantenere le proporzioni, è come dire che La casa dai 1000 corpi è “liberamente ispirato” al Biancaneve della Disney, bastano le due paroline magiche per giustificare il tutto. Solo che in quello di Shakespeare c’erano azione, sesso e omicidi. Qui nessuno dei tre. La storia è quella appunto di Iago, studente di architettura a Venezia che s’è innamorato della figlia del rettore, Desdemona, una zoccolona da combattimento che gliela fa annusare per giorni e poi si mette con un ricco figlio di papà colombiano, di nome Otello (!). Iago potrebbe anche fregarsene, ha un’amica, Emilia, che è mille volte meglio e sembra pure disposta a fare le peggio cose con lui, e invece no, si intestardisce ed elabora un piano intricatissimo: in pratica, con una sapiente rete di menzogne, illazioni e circonvenzione di incapaci riesce a mettere tutti contro tutti: il rettore, la figlia, Otello, l’amico farfallone Cassio (un vero caso umano) e chi più ne ha più ne metta, grazie anche ai volenterosi complici Emilia e Rodrigo, quest’ultimo insopportabile nell’essere la caricatura di tutti i luoghi comuni sugli omosessuali. Pian piano, sfruttando al meglio la stupidità dei personaggi, Iago riesce a distruggere lavoro, dignità e relazioni sentimentali del rivale Otello. Poi, proprio quando le cose gli vanno per il meglio, il suo imbroglio viene scoperto con delle intuizioni non meglio specificate. Svergognato in pubblico, Iago fa una ramanzina sulla meritocrazia e la dignità professionale e se ne va. Cinque minuti dopo, Desdemona decide che il suo sforzo è encomiabile e che merita di farsela e di diventare famoso e lui ci sta, in pratica: in Italia non c’è meritocrazia, il più pulito c’ha la rogna, frequentando gli stronzi si diventa peggio di loro, gli uomini che mascalzoni, eccetera eccetera. Nel finale si creano ben due storie d’amore: quella di Cassio con Emilia (che subito dopo il pippotto sulla dignità e l’amor proprio si agghinda come una pornostar e si presenta sotto casa sua) e quella, accennata e improbabile, tra il gay Rodrigo e Otello, il tutto ovviamente con battutine che non ci avrebbero fatti ridere neppure alle elementari. Il tutto senza nemmeno un omicidio, purtroppo.
Lasciamo perdere la trama, un concentrato di assurdità come raramente se ne erano visti, senza senso e piena di buchi. La cosa che lascia maggiormente perplessi è la commistione mal riuscita tra antico e moderno: perchè i personaggi si chiamano con dei nomi cinquecenteschi, si vestono come dei damerini e poi parlano come dei tredicenni in calore che ridono alle parole “scopare”, “cazzo” e “puttana” e non seguono minimamente la trama di Shakespeare? Lasciamo perdere anche l’inettitudine di regia e montaggio. Concentriamoci sugli attori e sui loro personaggi. In un ideale mare di escrementi in cui gettare tali prove attoriali, gli unici due, per così dire, con la testa fuori dalla melma sono Gabriele Lavia (nei panni del rettore Brabanzio, che cazzo di nome per uno che vive nel 2009) e Lorenzo Gleijeses, Rodrigo, che va bè, ha un personaggio osceno e macchiettistico ma riesce a strappare qualche sorriso. Il peggio del peggio, fondo del barile ormai raschiato, è rappresentato dal quadriumvirato malefico Iago-Desdemona-Otello-Cassio. Il primo è interpretato da Nicolas Vaporidis, attore dalle affinità canine, nel tempo libero paladino di complottisti e bufalari; ogni sua apparizione fa venir voglia di lanciare una ciabatta contro lo schermo. La Chiatti “interpreta” la troiona da sbarco, niente da dire, le riesce pure bene anche se è rigida come un tronco di quercia, in confronto Asia Argento sembra la Streep, diciamo che se cambiasse espressione ci farebbe un favore. Cassio appare meno di altri, ma le orrende battute omofobe del personaggio e le sue movenze così simili a quelle di Alvaro Vitali nelle commedie scollacciate anni settanta hanno lasciato un marchio indelebile nella nostra mente. Il povero Aurelien Gaya forse ci aveva anche provato, peccato che sia doppiato da cani, il suo personaggio sia inconsistente e la sua attinenza con il contesto pari a zero. Tutti loro si agitano nel fango che è questo film, che spesso non fa neppure ridere: fa solo incazzare. Uno si sorbisce settanta pesantissimi minuti aspettando la carneficina finale, il sangue, la tragedia. Invece no, tra una battutina e l’altra si arriva alla fine pensando: ma che accidenti ho appena visto? Fanno da contorno elementi minori (è la recitazione a fare più schifo di tutto il resto) ma comunque utili per aumentare l’irritazione: il mondo universitario visto come una giungla di puttane e approfittatori (ci sono, eh, non lo si nega, ma la vita del 99% degli universitari è molto più semplice e piatta di così), il maschilismo di fondo e la pretesa che le beghe scolastiche dei quattro deficienti protagonisti possano anche solo avvicinarsi al pathos di una tragedia shakespeariana. Incredibile la presunzione del titolo, potevano cambiare i nomi e tenersi lontani dai paragoni impropri, ma niente, sono dei masochisti.
Ah, si dice che il film debba spiegare quanta poca meritocrazia ci sia in Italia: bisogna dire che ci riesce clamorosamente: infatti dimostra come molti giovani, aspiranti e talentuosi attori siano confinati in teatri di provincia, mentre dei cani come Vaporidis, Chiatti e tutti gli altri recitino in film di successo (modesto, per fortuna) invece di restituire all’agricoltura le proprie braccia, che tanto ingiustamente le sono state tolte. Scusate l’incazzatura, eh, ma quanno ce vò ce vò.

Produzione: ITA (2009)
Scena madre: l’unica scena che ci abbia fatti (forse, eventualmente, poco) ridere è quella di Rodrigo davanti a casa del rettore. Fine.
Punto di forza: non ne ha, qui siamo ai livelli di Moccia. E la presunzione di rifarsi a Shakespeare peggiora il tutto. L’unica cosa che ci ha abbastanza colpiti è Giulia Steigerwalt, che interpreta Emilia. Lo ripetiamo: ma con quella lì che più volte dimostra la sua disponibilità a concederti le proprie notevolissime grazie, te fai tutto sto casino per quella sgualdrinella della Chiatti\Desdemona? Ma ti meriti di essere umiliato, Vaporidis! Anche per come reciti.
Punto debole: spesso questi film italiani di bassissimo livello si risollevano (vedi Albakiara) o tentano di farlo con dosi massicce di sesso e violenza. Qui neanche quello, quanto ci voleva? Eppure la Chiatti in altri film si spoglia, non poteva farlo anche qui?
Potresti apprezzare anche…: Laura non c’è, che comunque rispetto a questo sembra Eyes wide shut. Oppure Albakiara.
Come trovarlo: c’è in DVD, ma se avete quei soldi da spendere compratevi l’Othello di Orson Welles: il confronto tra quei due fa lo stesso effetto che fa l’uscita da un frigorifero per entrare in una sauna.

Un piccolo assaggio:  (il film fa così schifo che ho trovato solo questo trailer, pubblicato da un’analfabeta, leggete cosa scrive, fortuna che i commenti risollevano il tutto)

0,5

Il vangelo secondo Taddeo

Notiamo l'effetto "posterize" di uno scrauso programma di disegno.

Notiamo l’effetto “posterize” di uno scrauso programma di disegno.

Di: Lorenzo Lepori
Con: Matteo Taddei, Ettore Tintori, Gennaro Alfano

Questo film ci ha mandati tutti quanti in confusione. Cioè, il regista lo definisce, in un’intervista, un “osceno filmazzo”. E dice che il suo scopo era quello di creare “una trashata che fosse divertente da gustare tra amici”. E c’è riuscito, a dirla tutta. Ma se state pensando di guardarvelo insieme agli amici del cuore, sappiate che ci sono ottime possibilità di perderli. Il fatto che, nei titoli di testa, la parola “sceneggiatura” sia scritta tra parentesi, lascia dedurre come Lepori non volesse proprio realizzare il nuovo Shining quando ha “scritto” questo “film”. Il protagonista è don Taddeo, giovane prete del paesino di Cintolermo che un giorno assiste ad uno stupro non ortodosso ai danni di una giovane coppia (il lui della coppia è peraltro uguale al difensore Leonardo Bonucci). Sconvolto per l’indegno spettacolo dei “sodomiti” (meno, pare, per lo stupro in sè), il sacerdote si ritira in preghiera. Lì viene contattato da un ambiguo figuro con spiccato accento toscano, che gli propone, dopo una prova sessuale abbastanza schifiltosa, una serie di superpoteri che gli consentano di combattere il male. Il male a Cintolermo si chiama Pollicino, boss con velleità registiche che utilizza per i suoi affari un variopinto gruppo di scagnozzi, che riassumono più o meno tutte le perversioni umane. La lotta di don Taddeo contro questi decerebrati ha il suo culmine in una piscina vuota; dopo una sequenza incomprensibile in cui un barbone tenta l’abbordaggio con una ragazza svenuta, Taddeo lotta contro il boss e i suoi gherri in un profluvio di sangue e budella, finchè non l’ha vinta. L’ultimo deficiente rimasto viene investito da un tizio con evidenti problemi già apparso in precedenza, che se ne va urlando come un forsennato.
Non lasciatevi ingannare dalla linearità della nostra descrizione, che è fatta così solo per facilitare la recensione. Tra due fatti descritti avvengono puntualmente violenze, scene splatterose e trovate comiche. Il vangelo secondo Taddeo fa veramente schifo: non, o non solo, a livello di qualità (s’è visto di peggio), ma proprio nel senso di ribrezzo fisico. Pur con a disposizione mezzi risibili, e tutte le scene lo evidenziano se guardate a mente fredda, Lepori mette in scena squartamenti, sangue a fiumi e ogni genere di schifezza possibile e immaginabile. Particolarmente ingegnosi, in questo senso, i rotoli di stoffa che, immersi in vino\vernice rossa\quel che è, somigliano molto a degli intestini. Inutile commentare le performance degli attori: bisogna dire che l’interprete di don Taddeo (che sembra uscito pari pari da un trailer di Maccio Capatonda) è una spanna sopra gli altri, e le sue pose teatrali sono abbastanza divertenti. Forse a non convincere sono alcune scene “shock” (tipo quella, vomitevole, del coprofago), che paiono un pò forzate. Accettato però l’assunto di base (un filmaccio da gustare con amici dallo stomaco d’acciaio), allora ci si può anche divertire: il death metal di sottofondo e le inquadrature da montagne russe accompagnano lo spettatore nel degrado trash più esilarante. Tra i poteri dell’assurdo prelato abbiamo, per esempio, quello di resuscitare i morti. Il morto in questione beve il sangue di Taddeo (che esce a fiumi tipo spumante), si risveglia, evira a morsi il suo assassino e gli stacca gli occhi di netto per poi fumarsi una sigaretta; mitica anche l’arma usata da Taddeo, ovvero una scomodissima croce con due falcetti annessi che purtroppo viene sostituita nel finale. Negli ultimi minuti fa bella mostra di sè un tizio che suona la batteria totalmente a caso nella piscina vuota, non si capisce se sia un’allucinazione o meno, ma non fa nulla, è anche divertente.
La critica maggiore che possiamo fare a Lepori è quella di voler mostrare a tutti i costi le perversioni degli abitanti di Cintolermo e di tagliare le scene con lo stralunato protagonista, che avrebbe meritato di più. Ma in fondo, cosa aspettarsi da un “osceno filmazzo”?

Produzione: (la “produzione, a rigor di logica, implica l’utilizzo di soldi, che qui latitavano tragicamente; comunque ITA (2007))
Scena madre: quella in cui due burini pippano cocaina, uno frega la dose all’altro, e questi non trova di meglio da fare che aprirgli la pancia e sniffare la droga direttamente dalle interiora. Ok, è malatissimo, ma è veramente ridicolo!
Punto di forza: il fatto che Lepori si prenda veramente pochissimo sul serio. E la canzone finale, ovvero “Almost cut my hair” di Crosby, Still, Nash & Young, un pezzo senza età.
Punto debole: le scene inserite a caso per schifare lo spettatore.
Potresti apprezzare anche…: The worst horror movie ever made.
Come trovarlo: essendo un prodotto poco più che amatoriale, tanto vale contattare il regista Lorenzo Lepori al suo profilo Facebook.

Un piccolo assaggio:  (il trailer è quasi più amatoriale di quelli di Andolfi!)

2,5

Angeli senza paradiso

Anche senza talento.

Anche senza talento.

[Krocodylus, ElTigre, Satchmo, IlCarlo]

Di: Ettore Maria Fizzarotti
Con: Al Bano, Romina Power, Agostina Belli

Certe recensioni richiedono una premessa. In pratica vi diciamo che ElTigre è un fine appassionato di musica, uno di quelli che ti indovina anno, compositore e tono di dieci minuti di suite che noi comuni mortali chiamiamo semplicemente “musica classica”. Uno di quelli con pianoforte e tutto il resto. Ma ElTigre è anche un cinemasochista coi fiocchi, capace di citare a memoria Mattei, Fulci e Andolfi. Accade così che, come regalo di compleanno, questo individuo chieda di reperire e visionare in compagnia un film in cui Al Bano interpreta Schubert. Rimediato il film e organizzata la serata, l’impatto è stato devastante. La trama è poco più di un temino delle elementari blandamente ispirato al noto compositore: dunque, Schubert-Carrisi è un maestro di musica ebete che tira avanti insegnando ai bambini il pentagramma e impegnando quasi tutti i suoi beni. Due amici (versione viennese e ottocentesca degli “amici der baretto” delle borgate romane) lo convincono ad accettare l’invito della corte reale per una esibizione. Mentre finge di suonare il piano (le mani sono chiaramente di un’altra persona!) la contessina Anna-Romina gli ride in faccia, e lui, offeso, se ne va. Per ripicca non si sa bene di che, la stronzetta lo fa licenziare. Tempo dopo, con Schubert-Carrisi ormai sul lastrico, riceve un invito per insegnare la musica alle figlie del Conte Roskoff. Ovviamente lo spiantato accetta, e altrettanto ovviamente una delle figlie è proprio Romina Power, che vuole farsi perdonare. Per la cronaca, l’altra è una bambina-robot, una decenne che parla come una quarantenne e spunta fuori nei momenti meno opportuni attirandosi gli insulti del pubblico. Anna è passata dalla derisione più totale al folle innamoramento, e Al Bano ne è ben contento; un pò meno il perfido Ludwig, promesso sposo di lei, che lo sfida a duello umiliandolo. Schubert potrebbe a questo punto accontentarsi dell’amore della popolana Marta, una sgnacchera che gliel’ha giurata dal primo minuto di film, e mandare a quel paese l’ambigua Anna. Invece no, va al matrimonio di lei, si intrufola nella sala con il pianoforte, suona l’incompiuta, strappa la pagina e se ne va incazzato tra gli sguardi indifferenti della nobiltà viennese, non prima di aver latrat…cantato l’Ave Maria in Chiesa.
La definizione di ElTigre è stata: “il raffinato intellettuale Schubert trasformato in una macchietta ebete”. Partiamo da Al Bano. Nel 1970 aveva 27 anni e ne dimostrava 45; considerato che Schubert è morto a 31 anni, fin da subito c’è qualcosa che non va. Il cantante di Cellino San Marco non muove un singolo muscolo facciale per novanta minuti, e il regista lo fa cantare senza un vero motivo insultando in un colpo solo Schubert, Vienna, la musica classica e le nostre orecchie. Gli attori di contorno…mah, innanzitutto ci risulta incomprensibile come Al Bano rinunci a quella patatona della popolana Marta per la Power, che è bruttina, incapace a recitare e ha la puzza sotto il naso come tutti i nobili. Tutti gli attori, in realtà, hanno dei problemi con la recitazione: parlano guardando in camera e si muovono come in una recita teatrale in parrocchia, conferendo al film quell’effetto di “tarocco” già ben espresso dalle ambientazioni pacchiane. I costumi: Schubert sembra Fantozzi, gli altri nel complesso supponiamo siano esatti per l’epoca, anche se davvero è esilarante vederli indossare dai protagonisti. Non ci sono scene madri (a parte una, descritta in basso) da ricordare; in generale, si respira un’aria di farlocco imperante, accentuata dall’idea folle (partorita, supponiamo, sotto l’effetto di qualche sostanza stupefacente) di affidare una parte così delicata a uno come Al Bano, che potrebbe tranquillamente essere sostituito da un cartonato tipo questo, trovato su Internet. La cosa divertente è che, in un film fatto apposta per lanciare i due cantanti (e comunque basato sulla musica), il regista Fizzarotti non riesce a inserire le due canzoni presenti in un contesto accettabile: a parte il pugliese-viennese che sbarella in Chiesa dopo la delusione d’amore, abbiamo Romina Power che, con una mezza lezione di musica in cui ha a malapena imparato a tenere il tempo, improvvisa un canto trionfale con orchestra e cori di sottofondo totalmente estraneo al contesto.
Ma poi, sinceramente: in un film in cui Al Bano interpreta Schubert, avete davvero bisogno che noi vi si dica perchè si trova sulla Cinewalkofshame?

Produzione: ITA (1970)
Scena madre: sicuramente la Power che canta la Serenata di Schubert alla cazzo di cane. Ve la linkiamo anche qui sotto, rifatevi le orecchie. In alternativa, una scena totalmente inutile e assurda con dei mariachi nella Vienna dell’ottocento e la Power che balla vestita da zingara, non s’è capito perchè ma vabbè.
Punto di forza: è un insieme di elementi trash come se ne vedono pochi, un cult per tutti gli appassionati di scelte attoriali oltraggiose.
Punto debole: Fizzarotti limita le tamarrate a due canzoni e si butta sul drammatico. Peccato, si fosse preso meno sul serio sarebbe stato un capolavoro.
Potresti apprezzare anche…: l’immortale Lacrime napulitane con Mario Merola.
Come trovarlo: le poche cover di DVD reperibili online sono create da privati, il che lascia intuire che non è mai uscito in tale formato. Sappiamo per certo che è stato distribuito in videocassetta.

Un piccolo assaggio: (come vi dicevamo, ecco la Power che canta. Insopportabile)

3,5