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Arctic predator – Terrore tra i ghiacci

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Uh che figo! Dove si compra l’action-figure di ‘sto coso?

Di: Victor Garcia
Con: Dean Cain, Lucy Brown, Steven Waddington, Erbi Ago, Louisa Clein

Io amo John Carpenter. Amo i suoi film. Mi piacciono così tanto che sono disposto a perdonarli per la miriade di sequel apocrifi e imitazioni becere che hanno generato nel corso dei decenni. Arctic predator (che dal titolo ci aveva fatto sperare in un grandioso remake del Predator con Schwartzy ambientato al Polo) si ispira chiaramente, nell’ambientazione e nel canovaccio, alla Cosa del regista americano: un gruppo di ricercatori in mezzo ai ghiacci minacciati da una “cosa” aliena che li decima.

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Lo volevate fatto bene come nella locandina eh? Illusi.

Stavolta, però, il protagonista non è quel bad-ass di Kurt Russell, ma il pacioso Ross, che si porta dietro un dramma del passato: un suo antenato che si comportò da vigliaccone abbandonando una nave nei ghiacci, proprio la stessa nave che il suo pro-pro-pronipote andrà a ritrovare, liberando al contempo l’alienone di ghiaccio che dormiva tranquillamente da 200 anni. Il mostro si nutre di calore umano, e per farlo “trasforma le vittime in ghiaccioli”, come tutti ripetono continuamente. A quanto è quotato il sacrificio finale del protagonista, che riscatta così l’onta dell’antenato fifone? 1.02? Ecco, appunto.
Il curriculum del regista Garcia è costellato di titoli horror senza infamia nè lode, spesso ispirati a successi internazionali di ben altra caratura. Ecco, Arctic predator non sfugge più di tanto al copione: è brutto, brutto forte; ma non abbastanza forte da essere spassoso. I personaggi sono tagliati con l’accetta: gretti e avidi, obbediscono esclusivamente a logiche economiche ed utilitaristiche, calcolando l’esito delle proprie ricerche in termini monetari e sbattendosene del tutto sia dell’impatto scientifico che (e questo fa ridere non poco) del destino dei propri compagni. Le numerose morti che si susseguono per novanta minuti sono infatti accompagnate da reazioni ai limiti del surreale, con i beceri scienziati che elaborano il lutto con un’alzata di spalle e riprendono a calcolare quanti dollari potrebbero guadagnare da qualsiasi cazzo di oggetto. Per riempire un pò il canovaccio c’è anche una specie di triangolo amoroso, con una scienziata contesa tra due personaggi, ma è talmente poco interessante che neppure gli sceneggiatori hanno pensato di approfondirlo.

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“Oh mio Dio, guarda: un espediente narrativo spaventosamente telefonato!”

E l’arctic predator? Ce la da qualche gioia? Sì e no. Come al solito, si tratta di una elaborazione grafica scattosa e dalle proporzioni variabili a seconda delle scene, realizzata con cinque euro e due Goleador, che uccide in una lunga serie di scene telefonate e agisce in mezzo a ghiacci ancora più finti di lui. A un certo punto viene pure ucciso grazie al geniale piano architettato da uno dei due del triangolo (non il protagonista), ma siccome questo impedirebbe a Ross di bullarsi col sacrificio riscattatore si fa in modo che il mostro sopravviva (come? Perchè? Mah) facendolo poi crepare in una banale esplosione. Peccato, speravamo meglio.

Produzione: USA (2010)
Scena madre: quell’intro farlocchissimo, con e navi in CG e l’arrivo dell’alieno (ma i marinai come fanno a fuggire? Boh) meritava maggior giustizia.
Perchè sì: perchè le imprese di quel bruttone del predatore di ghiaccio, ogni volta diverso dalla scena prima, sono da gustare attentamente.
Perchè no: perchè, e questa non è una novità in film del genere, quando il bestio non c’è la noia regna sovrana.
Potresti apprezzare anche…: Bone eater, del maestro Wynorski, non fosse altro che per la curiosa somiglianza tra i due antagonisti.
Come trovarlo: siamo sicuri che il canale SyFy non se lo lascerà sfuggire.

Un piccolo assaggio: (è talmente ridicolo che non siamo riusciti a trovare uno straccio di filmato, quindi beccatevi ‘sto documentario sui veri predatori del Polo)

2,5

Abraham Lincoln VS Zombies

This…is…GETTYSBURG!

Di: Richard Schenkman
Con: Bill Oberst Jr., Jason Vail, Baby Norman, Don McGraw

La Asylum torna a colpire, e stupisce tutti! Con il solito budget risicato di centocinquantamila dollari, David Michael Latt e soci sfornano un capolavoro horror-trash destinato a lasciare il segno, mockbuster del più celebre A. L. Vampire hunter. Ebbene, dopo solo un centinaio circa di tentativi, la nostra casa di produzione preferita ha sfornato un film gradevole, divertente e per nulla noioso. L’elemento trash è sempre presente, a livelli vertiginosi, e non mancano barbe finte, costumi d’epoca e anacronismi di cui poi diremo. Ma sono le idee di fondo ad essere geniali, valorizzate dalla recitazione di Baby Norman e di Bill Oberst Jr. nei panni di Lincoln (di una bravura impressionante). Siamo nel 1863, e infuria la Guerra di Secessione; dopo la battaglia di Gettysburgh, un soldato torna da una missione di conquista di un fortino trasformato in zombie. Abe Lincoln, che da piccolo ha dovuto uccidere la madre ormai infetta, sa bene di cosa si tratta, e decide di investigare di persona. Aiutato da 12 soldati pronti a morire (vi ricorda qualcosa…?), si reca al forte, e scopre che la zona è infestata da centinaia di strani zombi; dico strani, perchè a meno di non fare un sacco di rumore o di non mettersi a venti centimetri dalle loro bocche non si filano nessuno dei protagonisti. A questo punto, si rende necessaria un’alleanza con il locale personale sudista, tra cui il celeberrimo generale Stonewall Jackson e nientemeno che Pat Garrett (!), contro il comune nemico. La parte centrale del film, pur non annoiando mai, è un pò ripetitiva: i nostri eroi entrano ed escono dal forte, raccattano tre ragazze e un bambino di nome Theodore Roosevelt (ma perchè mai? All’epoca aveva cinque anni!). Nel gruppo c’è pure una vecchia fiamma di Abe Lincoln, pensa te che combinazione, insieme alla figlia, che pare sua coetanea. La soluzione finale è relativamente banale: attirare tutti gli zombi nel forte e poi far saltare tutto. L’espediente permette però a Lincoln e al grandioso soldato di colore Brown (ma per favore!) di effettuare un epico salto con dietro l’esplosione al ralenti. Finita qui? Manco per sogno! Lincoln si esibisce in un retoricissimo discorso sull’uguaglianza e sul rispetto per le persone morte nella battaglia (anche se presumibilmente si guarderà bene dal dire la verità sugli zombi…). Finale a sorpresa…
Mai, in una produzione Asylum, si erano visti degli attori tanto convinti nel loro ruolo. A parte il bravissimo protagonista, neppure gli altri sfigurano. Gli effetti speciali non si discostano molto dalla tradizione: la Whashington ricostruita in digitale nun se pò guardà, gli zombi sono fatti alla bell’e meglio e gli schizzi di sangue sono più finti di una banconota da 7 euro. particolarmente divertente la barba di Stonewall Jackson, appiccicata con la colla vinilica al viso giovanile del protagonista, che, coperto di bandiere sudiste su cappelli e divise, pare uscito dal Carnevale di Viareggio. Ma la sorpresa sono Lincoln e i suoi: a parte la scontata presenza di un traditore, uno stronzetto supponente e razzista, spiccano le personalità del Presidente e della sua “sporca dozzina”: se pensavate che un politico della sua statura fosse soprattutto un uomo di pensiero, vi sbagliavate. Lincoln, armato di una fantastica falce a serramanico che usa come una scimitarra, è una macchina da guerra e guida un plotone di cazzutissimi duri e puri che non avrebbero sfigurato in un film della serie Die Hard. Grazie alle sue capacità guerresche, il Presidente può permettersi inverosimili acrobazie al ralenti e scene d’azione assurde per la paciosità degli zombi contrapposta alla foga dei vivi. Qualcuno preferisce la componente splatter alle riflessioni politiche e umane? Nessun problema: il film è un tripudio di teste mozzate, squarci aperti a caso sul collo e nel torace dei non morti, fiotti di sangue in CGI e sparatorie che si trasformano in vere e proprie carneficine. Insomma, Abraham Lincoln VS Zombies, che già solo per un titolo così meriterebbe un voto a parte, ha tutto quel che serve per farsi guardare: una trama originale, attori convintissimi, splatter, la giusta dose di comico involontario. Buona visione!

Produzione: USA (2012)
Scena madre: senza dubbio l’esplosione finale con Lincoln e Brown che, novelli Bruce Willis, saltano al ralenti. Una sola parola: EPICO!
Punto di forza: vogliamo sperare che questo sia il nuovo corso della Asylum: maggiore cura nella forma e trame sempre più assurde. Promosso.
Punto debole: la parte centrale si poteva sviluppare meglio, così da renderla meno ripetitiva. Comunque, non è un difetto grave e il film scorre lo stesso.
Potresti apprezzare anche…: un qualsiasi film della Asylum!
Come trovarlo: e qui siamo al vero problema; il film è reperibile soltanto in inglese, e i sottotitoli in italiano ancora latitano. In ogni caso, basta un’infarinatura per comprendere i semplici dialoghi.

Un piccolo assaggio: (è una figata!)

Boa VS Python – Nelle spire del terrore

"...ok, adesso aggiungetemi qualche elicottero per fare figo, tipo King Kong..."

Di: David Flores
Con: David Hewlett, Jaime Bergman, Adamo Palladino

Un classico del filone serpentesco questo Boa VS Python, che, iniziato come il peggiore dei mattoni, si rivela un insospettabile collage di paccottiglia trash dalle gustose quanto patetiche trovate. Tutto è già visto e rivisto in decine di film migliori, ma Flores non è mica nato ieri e sa far godere il masochista filmico; ci conduce così attraverso le barbose storie parallele di Broddick (Broddick?), un truzzo inespressivo relegato al ruolo di cattivo-macchietta, e di due studiosi, il dottor Emmett e la biologa Monica, usciti direttamente da una fiction per teenager. Broddick vorrebbe organizzare una specie di battuta di caccia, e per farlo ordina ai suoi scagnozzi di portargli da chissà dove un pitone di venti metri. Dove l’hanno preso? Boh. Ovviamente qualcosa va storto, e il bestio si libera. A questo punto entra in scena la biologa Monica, una sgnacchera che vince una gara di apnea mostrando le tette a un ridicolo grassone e poi si fa spaventare da un serpente. Non male, per una biologa. Le autorità hanno deciso di rivolgersi a lei e a Emmett: quest’ultimo possiede, in barba alle leggi della scienza e degli Stati Uniti, un utile boa constrictor geneticamente modificato lungo anch’esso venti metri circa, di nome Betty, che viene ingaggiata perchè combatta il malvagio pitone. Intanto, Broddick non s’è perso d’animo: gli basta spostare la battuta di caccia in una foresta e mettere insieme una Armata Brancaleone che lo aiuti, nelle cui fila si contano un petroliere texano e due coglioni che fortunatamente muoiono senza fare troppi danni. Qualcosa va però storto: Betty, la sgualdrina, non combatte il pitone, ma anzi aggiunge al danno la beffa, facendoci sesso e producendo una bella cucciolata di uova. Il finale vede i Romeo e Giulietta del mondo animale attaccati da due fronti: di qua Monica e Emmett, più impegnati a flirtare che a salvare le povere vittime delle bestie. Di là Broddick, ormai fuori di senno per la morte della fidanzata e armato di lanciafiamme. Il tutto in un night club. Chi ha aspettato un’ora per vedere finalmente i serpenti scontrarsi, resterà però a bocca asciutta: la battaglia, che dura circa mezzo minuto, è subito interrotta da Emmett, che frigge Betty con una scarica (ma farlo prima no, eh?). Fine.
Di norma i film dai titoli truffaldini sono delle fetecchie, anche dal punto di vista trash. Questo però fa eccezione: il numero di luoghi comuni e cazzate presenti è vertiginoso, e questo aiuta non poco. Partiamo dagli attori e dalle loro referenze: Griff Furst aveva recitato in Alien abduction, della Asylum, e tanto dovrebbe bastargli per vergognarsi. Jaime Bergman è una ex playmate, così come Angel Boris. Referenze eccezionali, insomma. L’unico è Kirk Woller, che ha recitato in X-Files e JAG – Avvocati in divisa: proprio da quest’ultima serie è pateticamente copiato il tema che accompagna l’arrivo dei due imbranati al servizio di Broddick. Flores osa molto, inserendo sequenze di rara stupidità: nella più clamorosa, due ragazzi si imboscano per fare sesso. Lui comincia con un bel cunnilingus, ma sfortunatamente il serpente se lo magna e…si sostituisce a lui! Dato che non si accorge della differenza, ci chiediamo che tipo di fidanzati abbia avuto la ragazza. E’ poi da notare come tutte le situazioni che vedono coinvolte delle armi abbiano delle dinamiche improbabili e\o incomprensibili, e che tutti gli attori si muovono come recitassero in un videoclip. Nulla insomma funziona in questa allegra e sgangherata opera prima, e finora unica, del prode David Flores, che riesce a fare quasi meglio della Asylum. Ne vogliamo un altro, Dave!

Produzione: USA\Bulgaria (2004)
Scena madre: tutti dicono sia quella del cunnilingus, ma non fidatevi. E’ quando alla fine Emmett elettrizza la sua Betty. Primo, non si interrompe dopo venti secondi il combattimento che dovrebbe dare il titolo al film. Secondo: ma pensarci prima, babbeo?
Punto di forza: nel suo genere, è un gradino più trash della media.
Punto debole: il suo genere, cioè quello “megacoso VS gigacoso”, ha un pochettino scartavetrato le palle…
Potresti apprezzare anche…: Komodo VS Cobra.
Come trovarlo: in inglese è reperibile online. In italiano capita di vederlo su Sky.

Un piccolo assaggio:  (questa è la scena del cunnilingus. Rendiamoci conto…)

 

Yeti

Sono queste locandine che ci fanno venir voglia di vedere i film!

[Krocodylus1991, Gatoroid]

Di: Paul Ziller
Con: Carly Pope, Peter DeLuise, Ona Grauer

Un film definito da Wikipedia “versione splatter di Alive” che, al classico canovaccio della tragedia aerea, aggiunge elementi di spicco che richiamano alla memoria dei trashofili il film Yeti, castroneria italiana del 1977 e cult del genere, non può che attirare le nostre attenzioni. L’inizio promette bene: nell’aereo c’è una squadra di football americano che, senza un perchè, si accompagna con due fratelli cinesi, un paio di gnocche d’ornamento e una inverosimile direttrice sportiva non ancora trentenne. L’aereo cade a causa di una tempesta in CG, e i poveretti si ritrovano sperduti a 4500 metri sull’Himalaya. La catena montuosa si presenta subito come un pò insolita: a parte la presenza dello yeti, visto per dieci secondi sfocati durante i titoli di testa, segnaliamo alberi in fiore, fauna e flora rigogliose e una temperatura abbastanza mite da permettere ai ragazzotti di stare tranquillamente in maniche corte. Nel giro di poche ore, i pivelli scatenano tutti gli stilemi tipici del genere: indecisione su chi deve comandare (e non si capisce perchè in un gruppo così risicato debba esserci un leader), gelosie, lutto fintissimo dei parenti morti. Intanto, ogni notte lo yeti arriva e si porta via un cadavere: una ragazza lo vede, ma non viene creduta. Ora, i cadaveri sono una dozzina al massimo, e sono i loro amici e compagni: una verifica sarebbe abbastanza semplice. Ma questa idea non sfiora neppure i cervelli annebbiati dei giovanotti. Al momento di scegliere se mangiare o meno i cadaveri, il regista Paul Ziller ci regala una perla d’altri tempi: il capetto della situazione inscena un melodramma a base di “non guardatemi, vi prego”, e via a squartare. Quando torna, porta cinque o sei rettangoli rosa che Ziller vorrebbe farci credere estratti da un cadavere con un vetro rotto! Ed ecco che arriva lui, lo yeti. In alcune scene si tratta di un poveraccio con un costume da Chewbecca bianco, mentre per i salti di 30 metri e le inquadrature più ostiche si ricorre alla solita CG scadente. Nel finale, grazie anche all’aiuto di due insopportabili guide alpine tra cui un clone sbiadito di Bear Grylls, alcuni dei mentecatti riusciranno a salvarsi. Purtroppo. Ah, c’è anche uno che riesce a sopravvivere cinque giorni da solo, nella neve, con due gambe rotte e un razzo in un occhio. Quei cornuti dei suoi amici lo lasciano lì, ci penserà lo yeti. Seccante.
Tralasciamo gli effetti speciali: tutte schifezze che abbiamo già visto altrove. Sorprende, invece, il comico doppiaggio italiano, indegno di una puntata di Centovetrine, così come lascia basiti l’assoluta prevedibilità degli avvenimenti. Gatoroid ha vinto facilmente la scommessa iniziale secondo cui il biondissimo protagonista avrebbe finito per mostrare alla lanciatrice di giavellotto (per cortesia!) la propria atletica asta. Fin da subito è chiaro chi vive e chi muore, anche se tutti sono così stupidi e incapaci che vien quasi da tifare per lo yeti. I due bambocci di cui si diceva, peraltro, sono protagonisti di una scena epica: mentre lui cerca di catturare una lepre con una valigia (l’Himalaya pullula di leprotti, lo sapevate?), lei lancia un manico di scopa affilato sulle rocce, manco fosse Ryu il ragazzo delle caverne, e accoppa la ridicola palla di pelo spacciata per l’animale, giustificandosi poi dicendo di aver vinto non si sa quale competizione di lancio. Il comportamento delle due guide alpine, che vanno a cercare i superstiti ridacchiando, è altrettanto scandaloso: nel momento di massima tensione osservano i ragazzi con un binocolo, e la visuale lascia chiaramente intravedere che si trovano a pochi metri di distanza! Le abilità del mostro sono inoltre encomiabile: oltre a saltare come un pazzo è pure un maniaco sessuale, come si intuisce dalla vergognosa scena della grotta. Sa poi spappolare le teste umane come meloni (sia con le mani, sia con i piedi), e, nella scena migliore del film, staccare una gamba al soccorritore e usarla per picchiarlo!

Produzione: USA (2008)
Scena madre: quella in cui lo yeti prende la guida e, come si dice alla romana, “je stacca ‘na gamba e je ce mena”. Superlativa.
Punto di forza: la realizzazione è talmente scandalosa da poter stupire. Nonostante tutto.
Punto debole: non dimentichiamo che si tratta di un film realizzato apposta per le pay-tv: un riempitivo tra una partita e l’altra, insomma.
Potresti apprezzare anche…: Skeletonman. Ma così, non sapevo cos’altro metterci.
Come trovarlo: essendo un film tv, dubito sia uscito in DVD, e anche fosse la cosa non m’interessa.

Un piccolo assaggio:  (direttamente da Sky, l’intero film! PS: la sequenza della gamba è verso la fine…)

Hydra – L’isola del mistero

Ma "unrated" de che? Ma siamo seri...

[Krocodylus1991 & Nehovistecose]

Di: Andrew Pendergast
Con: George Stults, Dawn Olivieri, Michael Shamus Wiles, Texas Battle

Andrew Pendergast dirige uno di quei film talmente assurdi da non sembrare nemmeno veri. Nel 2009 uno si aspetterebbe qualcosa di più, anche da una produzione evidentemente povera come questa. Ma è la trama a riservare le sorprese più succulente: se si esclude l’intro, sembrerebbe trattarsi di un thriller d’azione piuttosto banale: quattro sconosciuti si ritrovano chiusi nella stiva di una nave, incatenati. Sono stati catturati da un tizio che organizza una “caccia all’uomo” per ricconi decisi a raddrizzare le ingiustizie del mondo, con una morale tutta propria. Ci sono proprio tutti: lo stupratore infoiato, il nero simpatico che poi fa una brutta fine, la ragazza bella e fragile e l’eroe di turno, che poi si scoprirà essere uno delle forze speciali (e ti pareva) che ha un conto in sospeso con il capitano della nave. Il problema è che non sono soli, perchè sull’isola c’è l’hydra. Ma sì, proprio il mostro della mitologia greca a più teste. Comincia dunque la carneficina, e si scopre che l’unico modo per disfarsi della ridicola bestia in CG è recuperare la spada di Ercole dopo aver superato una prova di fede. La noiosa storiella è interrotta soltanto dall’epico sbarco del vecchio capitano, che pare uscito direttamente da L’aereo più pazzo del mondo, e dal ritrovamento della spada, usata ovviamente dal nostro burino delle forze speciali, che, grazie ad un accordo con le compiacenti autorità della Sardegna, riuscirà a svignarsela e a godersi i soldi dei miliardari e la ragazzotta.
Già solo la trama basterebbe per trasformare una semplice idea bislacca in uno Z-movie. A questo vanno aggiunte alcune chicche: lo sbarco del capitano, privo di armi ma in perfetto completo bianco, è da antologia, così come l’incredibile pugno che sferra al cacciatore, una cosa che nemmeno gli Zucker dei tempi belli. Non male anche il personaggio della ricercatrice: dopo due mesi in cui, non si sa come, è sfuggita alla furia dell’hydra, è appena appena dimagrita. Per il resto, i suoi capelli sono raccolti in una bella coda, e i vestiti sono perfettamente intatti. Ovviamente la parte del leone spetta al mostro: realizzato con una CG da cinquecento lire, dotato di svariate teste tutte uguali e dotate di poche, goffe movenze, sbrana chiunque si trovi davanti in un modo che definire “finto” è un eufemismo. Si veda, in questo senso, l’assalto al marinaio burino in cui copiosi schizzi di sangue vanno a sporcare la macchina da presa! Il resto è routine: recitazione sotto lo zero, riprese riciclate, psicologia umana completamente stravolta ed incongruenze madornali: ad esempio, com’è possibile che in due ore di permanenza sull’isola i nostri eroi riescano a costruire trappole di bambù che neppure in Vietnam? C’è pure una scena incomprensibile, verso la fine: il capo della spedizione (un mistro fra Marco Travaglio e Michael J. Fox) e la sua bella sono immobilizzati accanto ad una scialuppa mentre arriva l’hydra. Poco dopo, il protagonista trova la scialuppa macchiata di sangue e intuisce che cosa è successo. Bene. Ma allora com’è che i due scimuniti sono ancora vivi, vegeti e illesi? Di chi era il sangue, e come hanno fatto a scappare?
Una curiosità: la mitica spada di Ercole è nascosta in un piccolo vulcano, in cui l’eroe immerge un braccio per la “prova di fede” (?). Uscitone illeso, tira fuori una incredibile tamarrata in CG indegna persino di He-Man. Senza vergogna!

Produzione: USA (2009)
Scena madre: la moglie del malefico organizzatore di massacri che mostra le grazie agli increduli miliardari, con tanto di musica da pubblicità (o da servizio di Studio Aperto). Rivoltante.
Potresti apprezzare anche…: Komodo VS Cobra
Come trovarlo: è quasi sicuramente uscito in DVD in Italia, ma la reperibilità è bassissima. Meglio così.
Da guardare: sinceramente, non capisco chi possa apprezzare una simile boiata…

Un piccolo assaggio:  (gli effetti speciali, maledizione, gli effetti speciali!)

Countdown – Armageddon

Indovinello: secondo voi quante bombe atomiche si vedono nel film?

[Krocodylus1991 & Nehovistecose]

Di: A.F. Silver
Con: Kim Little, Russell Reynolds, Clint Browning

Mai più. Giuro solennemente, qui, ora, di non guardare mai più un film della filiale Faith. Ultimamente sto cercando di limitare i prodotti Asylum in generale, non foss’altro che per evitare di monopolizzare il blog. La Faith Films, ricordiamolo, è quella sezione della Asylum che si occupa di polpettoni religiosi, ma non cose vagamente cristologiche tipo Terminator (lo so, pare una cazzata, ma non è così escludibile): no, roba per palati forti, scritta apposta per quelle inquietanti sette evangeliche americane che costituiscono la base dell’elettorato repubblicano più bigotto. Basterà la trama di questo putridume per esprimere meglio il concetto. La protagonista è moglie di un agente della CIA. Qui parte la prima stronzatona: in America rivelare l’identità di agenti CIA è un reato grave punito con il carcere, ma lei parla del marito e dei suoi colleghi con tutti, come niente fosse. Ad ogni modo, mentre il pianeta è in subbuglio, marito e figlioletta della donna scompaiono. In un modo che più forzato non si può, l’insopportabile bionda scopre che per trovare la figlia deve recarsi in Medio Oriente, per la precisione a Gerusalemme. E perchè mai? Boh. Mentre è lì, nel giro di poche ore si instaura un Nuovo Ordine Mondiale (manco le peggiori teorie complottiste!), da cui però Israele si trae inspiegabilmente fuori. A quel punto il presidente Romano (!), con un’orazione degna di Hitler, dichiara guerra allo stato ebraico, e si suppone la vinca. Quello che succede dopo mi è ignoto; c’è di mezzo la setta dei “veri credenti”, in tutto cinque-sei imbecilli (il budget è quel che è) fanatici che non si capisce bene cosa vogliano, più un capellone inespressivo che credo rappresenti Gesù (Clint Browning, già in Megapiranha). Alla fine lei ritrova la figlia, vede un uomo a cavallo e compaiono due belle citazioni bibliche su un uomo a cavallo. Fine del film.
Ho cercato a lungo su Internet una spiegazione di ciò che avevo visto, senza trovarla. Poi, ripensandoci, e memore anche delle corbellerie apocalittiche sparate in 2012 – Doomsday, tutto è diventato più chiaro: in pratica, quando qualcosa non funziona in maniera logica, è perchè Dio ha voluto così. Facciamo qualche esempio. Un tornado dalle dimensioni impressionanti colpisce Los Angeles (effetto speciale decisamente sopra la media), ma non ci è dato sapere quali siano le conseguenze. E poi, perchè a un certo punto i “veri credenti”, oltre che dei babbei, si rivelano essere pure degli infami assassini? E com’è che quando la protagonista è in prigione viene a liberarla proprio il capellone-Gesù? Bisogna dire, però, che non è tutta colpa della Asylum: il doppiaggio italiano, infatti, è repellente: la bambina è talmente insopportabile che ad un certo punto vorresti non la si ritrovasse più, e il reparto audio è così scombinato che spesso e volentieri non si capisce che cosa dicano i personaggi.  Purtroppo, nonostante questi vergognosi espedienti di sceneggiatura, il film non è granchè. Anzi, diciamolo, fa vomitare. Si può sorridere vedendo aerei ed elicotteri in CG, o le pessime esplosioni appiccicate direttamente sui fotogrammi un tanto al chilo, ma finisce lì. Sconsigliato.

Produzione: USA (2009)
Punto di forza: sinceramente, non riesco a trovarne.
Punto debole: è noioso, incomprensibile, ideologicamente vergognoso. E non fa neppure ridere.
Come trovarlo: la Minerva Pictures, invece di distribuire capolavori tipo Mega Shark VS Crocosaurus, spende dei soldi per questa porcata. Per cui sì, lo trovate anche in italiano.
Da guardare: per seguaci delle sette evangeliche americane.

Un piccolo assaggio:  (cos’è quel conto alla rovescia? Nel film non ve n’è traccia!)

War of the worlds – L’invasione

Però la locandina è migliore di quella di Spielberg!

[Krocodylus1991 & Jacob]

Di: David Michael Latt
Con: C. Thomas Howell, Rhett Giles, Andrew Lauer, Jake Busey

Signore e signori, la nascita di un mito. Con questo film nasce ufficialmente l’Asylum-pensiero. La storia del primo, grande mockbuster ha qualcosa di epico. Prodotto sull’onda del film di Spielberg, questo film è piaciuto parecchio a Blockbuster, che ne ha ordinate 100.000 copie, sancendo ufficialmente il cambio di rotta della (fino ad allora) piccola Asylum. A dirigerlo, è Latt in persona, il fondatore. Ad interpretarlo troviamo C. Thomas Howell. Il suo nome, sconosciuto ai più, ha avuto il suo momento di gloria quando ha recitato prima in ET, poi in The Hitcher. Il buon Howell, all’epoca 40enne, interpreta lo scienziato George Herbert (l’omaggio a Wells è talmente plateale da far quasi tenerezza), con moglie ventenne e figlioletto insopportabile uguale a Dakota Fanning (si suppone l’abbiano scelto per quello) a carico. Un giorno una specie di meteora cade sulla Terra, e i marziani cominciano l’invasione. Eh, lo so, l’incipit è quello che è, il che è un peccato perchè nella prima scena si vede la moglie di Herbert completamente nuda uscire dalla doccia, e si poteva continuare così, ma vabbè. Separato dalla moglie e dal figlio, che si sono rifugiati a Washington, Howell vuole raggiungerli. A lui si unisce Kerry, unico personaggio credibile del film, un soldato sbandato che a un certo punto scompare senza un perchè, salvo riapparire per circa due minuti nel finale e morire sparato senza motivo alcuno. Ma ecco che arriva Victor, un prete ambiguissimo e scassacazzi che triturerà i testicoli dello spettatore con insopportabili pippe teologiche (senza prezzo la scena in cui consola senza il minimo tatto una superstite che ha perso tutto!) e a un certo punto sbroccherà. Una volta morto il prete per colpa dello sputo di un alieno (!), Howell riprende il cammino, arriva a Whashington, scopre che i marziani sono morti (infarto? Tumore? Vecchiaia? Mah) e ritrova moglie e figlio.
Partendo dall’assunto che già il film di Spielberg era francamente inguardabile (fate tacere Dakota Fanning!), questo plagio targato Asylum ha diviso i nostri cuori. Perchè ci sono alcune scene che sono, e vi prego di credermi, ben fatte. Certo, il film in sè è penoso, ma alcune piccole cose lo alzano decisamente da quella che poi sarebbe stata la media Asylum. Di più: il fatto di togliere spazio al personaggio del figlio\figlia è una genialata, in quanto non perdonerò mai a Spielberg quell’ora e mezza di gridolini isterici. Questi sono i lati positivi. Passiamo al resto: subito salta agli occhi la recitazione di Howell. Gli manca solo di latrare: pompa inutilmente tutte le scene emotivamente forti, e per il resto mantiene un’emiparesi facciale indegna di uno che aveva fornito una buona prova in The Hitcher. Lui, Rutger Hauer…quel film ha distrutto parecchie carriere. Ma non divaghiamo. Gli effetti speciali sono gli stessi di sempre, pacchiani e irrispettosi della prospettiva. La sceneggiatura è decisamente ridicola, con Howell che ad un certo punto si vanta di poter salvare il mondo, ma quando potrebbe dirlo ai militari salvando l’amico Kerry, si guarda bene dal farlo. Che poi, qualcuno saprebbe spiegare che gli succede a un certo punto ai marziani? Lo so, è un finale difficile da realizzare (anche Spielberg se l’è cavata in due minuti alla meno peggio), ma era proprio necessario costruire quegli alieni in nylon e fili di lana rossi che manco Ed Wood solo per mostrarli crepare?
Che dire: un film abbastanza noioso, cinematograficamente al di sopra della media ma pesante e spesso verboso (soprattutto per quanto riguarda i deliri del prete). La sua importanza è simbolica per il fatto che ha lanciato la Asylum, ma, insomma, ci si aspettava di meglio. Non il peggiore, comunque. Tremo al pensiero che ne esista un sequel!

Produzione: USA (2005)
Punto di forza: il sincero tentativo di fare qualcosa di decente. E la raccapricciante recitazione del protagonista.
Punto debole: se un film non è una trashata e non è un bel film, rimane un tentativo malinconicamente fallito.
Come trovarlo: indovinate un pò? Minerva Pictures!
Da guardare: per tutti gli appassionati di Asylum e di film dalla B alla Z in generale!

Un piccolo assaggio:  (ma solo io ho riso a vedere quei raggi scheletrizzanti così terribilmente anni ’50?)

Mega python VS Gatoroid

La Asylum non si smentisce mai!

[Krocodylus1991 & Jacob]

Di: Mary Lambert
Con: Tiffany, Debbie Gibson, A Martinez

Se c’è una cosa che odio, è quando una casa di produzione come la Asylum si mette in testa di fare film seri, tradendo le sue origini. Cioè, se io metto su un film che si intitola 2012 – Doomsday, mi aspetto il mondo che finisce, eruzioni, terremoti, tsunami, e non un pippone religioso peraltro abbastanza ambiguo. Ed è per questo che sono felicissimo di presentare Mega Python VS Gatoroid, uno di quei film che ti fanno esclamare: questa è la Asylum! Rispetto al precedente squalo-piovresco, questo prodotto guadagna molti punti, poichè la casa di produzione abbandona qualsiasi pretesa di verosimiglianza e plausibilità in favore di un horror demenziale totalmente sconclusionato. Nelle prime scene, vediamo una hippy ecologista rubare dei pitoni e liberarli in una palude. Nell’inseguimento, due poliziotti muoiono probabilmente schiacciati nella propria auto, ma di questo non frega niente a nessuno. Seguono venti minuti buoni di presentazione della vita cittadina: lo sceriffo è la mitica Tiffany, proprio la popstar degli anni ’80 già vista in Megapiranha, che deve pure tenere a bada una serie di cacciatori bifolchi, i quali godono nello sparare a qualunque cosa si muova (uno usa un M-16 tipo guerra del Vietnam), tipo serpenti, coccodrilli, anatre. I pitoni, diventati chissà perchè grandi quanto il 18 della GTT torinese, banchettano con alcuni dei pittoreschi caratteristi, tra cui l’insulso ex-futuro-sposo della sceriffa. Lei, per vendicarsi, che fa? Getta nel fiume anabolizzanti, steroidi e la classica “sostanza sperimentale” (avete presente le cure degli spam su Internet, tipo “aumenta la muscolatura in 4 giorni”? Ecco, quelle) perchè i coccodrilli, rinvigoriti, la vendichino pappandosi i serpenti. Ovviamente la cosa le sfugge di mano, come scopre la hippy ecologista, che tenta di convincerla a torte in faccia in una rissa senza fine tipo Essi vivono di Carpenter. Soltanto la comparsa dei bestioni, e il loro trasloco in una vicina città, le costringerà ad allearsi.
La presenza di Debbie Gibson e di Tiffany è un pò il marchio qualitativo di questo film: favolosa la sequenza dei mostri che si ingrandiscono, accompagnata da pezzi farlocchi e pacchiani delle due meteore. La CG che consente ai mostri poche, goffe movenze è incredibilmente approssimativa, tanto da arrivare a generare clamorosi errori di prospettiva e di dimensioni, fino all’apoteosi del serpente che si ingoia un TGV intero e al coccodrillo lungo duecento metri al supermercato, su cui campeggia la scritta “sconti mostruosi”. Tra l’altro, uno dei serpentoni addenta pure un dirigibile che pubblicizza la Asylum! La casa di produzione produce quasi un’autoparodia, in cui i toni ironici non mancano, ma questo giova alla scorrevolezza del film, che è senz’altro uno dei migliori di questa mai troppo amata congrega di pazzi. Vedere le due MILF combattere con i tacchi a spillo e un decoltè che ben poco lascia all’immaginazione non ha prezzo: in questo senso, la scena migliore è senz’altro quella, al party di beneficenza, in cui qualcuno grida “chiunque ha un’arma la usi”. Senza battere ciglio, tutti i presenti estraggono pistole, UZI, AK-47, bombe molotov e iniziano la mattanza in una sequenza degna di Scary Movie. L’unico difetto (ma nel complesso è persino comprensibile) è la sistematica ed imbarazzante stupidità dei personaggi: a parte la discutibile idea di “vendetta” di Tiffany, quest’ultima si rende protagonista di un gesto scellerato quando rifiuta di annullare la serata di beneficenza nonostante l’emergenza, poichè “è da un anno che ci prepariamo”. Della serie: prima il party, poi penseremo a salvare la pelle. Segnaliamo, a concludere la recensione di questa chicca, un doppiaggio italiano indegno, pieno di riempitivi inutili e di momenti in cui i personaggi muovono le labbra a vuoto, oppure stanno zitti mentre la voce continua a parlare. Bentornata, Asylum!

Produzione: USA (2011)
Punto di forza: per una volta, ai mostri in CG è lasciato ampio spazio, cosa che non succedeva nei precedenti film “versus”.
Punto debole: sarebbe stato meglio non inserire certe parentesi volontariamente comiche, che in parte ne annullano la potenza di Z-movie.
Come trovarlo: la Minerva Pictures (sempre sia lodata!) distribuisce i film della Asylum in italiano!
Da guardare: è il classico film per tutti. Viste le generose scene splatter, potrebbe essere l’ideale per una serata horror.

Un piccolo assaggio:  (ecco l’attacco alla città: occhio al dirigibile Asylum!)

Warbirds – L’isola della paura

Piccoli Asylum crescono.

[Krocodylus1991 & Jacob]

Di: Kevin Gendreau
Con: Jamie Elle Mann, Brian Krause, David Jensen

Nipponici VS americani VS mostri alati in uno scontro all’ultimo sangue! Con queste premesse, lo squallore è assicurato. Siamo nel 1945, la guerra nel Pacifico infuria. Americani e giapponesi si combattono nelle più varie isolette nell’oceano (questo ci viene detto nella memorabile lezioncina di storia iniziale). Il governo USA deve trasportare un’arma che è spacciata come “segretissima” per tutto il film, ma pure mio cuggino di 9 anni capirebbe che si tratta di una bomba atomica; a chi affidare questa pericolosa e delicata missione? A due soldatini ventenni goffi e impacciati, un pezzo grosso monoespressivo e un quadriumvirato di memorabili donne-pilota, tutte pettinate e truccate uguali. Con un esercito così, la vittoria è un gioco da ragazzi. Ma qualcosa non funziona: a causa di un attacco dall’alto, il gruppetto di idioti è costretto ad un atterraggio di emergenza su un’isola. Lì troveranno tre giapponesi scampati ad un massacro e soprattutto gli autori del massacro, un incrocio tra gli pterodattili, delle anatre e dei tirannosauri. Il resto è routine: alleanza provvisoria con i malvagi musi gialli, che non perdono occasione di mostrare la loro turpitudine, tentativi di fuga, morte di due ragazze e dei nipponici, sacrificio eroico del soldato, storia d’amore ai limiti del piagnisteo e lieto fine con bomba atomica sganciata.
Diciamolo subito: questo film è un aborto, e nonostante duri meno di un’ora e mezza la visione è quasi insostenibile (noi ci siamo tenuti su con sigarette e amenità varie), infarcita com’è di sequenze d’azione in CG dalle dinamiche incomprensibili, battute telefonate venti minuti prima e personaggi tagliati con l’accetta. L’esperto di burinate trash, però, riuscirà a sopravvivere godendosi alcune chicche che Gendreau inserisce sapientemente qua e là, e che salvano questa roba dal mezzo voto su cinque. Innanzitutto le sequenze aeree: in tutti i film sulla seconda guerra mondiale, queste ultime sono spettacolari, anche se spesso realizzate con filmati di repertorio. Ma Gendreau è uno serio, mica ruba come un Bruno Mattei qualsiasi. Lui le sequenze in volo le realizza, e le realizza pure male: aerei che sembrano usciti dalla serie dei Digimon, traiettorie improbabili, piloti americani ventenni che senza manco uno straccio di addestramento fanno le capriole con gli aerei giapponesi (peraltro derisi per tutto il film dagli americani, immemori del fatto che, storicamente, l’atomica fu usata proprio per evitare nuovi attacchi aerei!), e soprattutto scontri con i giganteschi “canarini”, come vengono chiamati per tutto il film, che sarebbero inaccettabili anche in un film della Asylum. Dispiace che ai mostri sia riservato pochissimo spazio: si privilegiano, invece, gli inverosimili rapporti personali tra soldati. A parte il fatto che l’esercito americano, negli anni ’40, contava pochissime donne, vorremmo sottolineare che non c’è un solo personaggio simpatico. Anzi, uno c’è: il giapponese, che in teoria sarebbe il cattivo e vorrebbe impedire agli americani di usare l’atomica, recita molto bene, e alla fine risulta un eroe umanitario, mentre il colonnello che lo uccide vigliaccamente sparandogli in testa c’ha una faccia da stronzo che non dimenticherete.
In quanto alle sequenze, ce n’è una che, isolata, avrebbe meritato un voto altissimo: proprio mentre tutti sono vicinissimi ai mostri, il camion si rompe, una ragazza lo aggiusta, due soldati sparano in mezzo ai bidoni di carburante che si bucano, il carburante riempie il terreno, una ragazza spara un razzo di segnalazione contro un mostro che cade, brucia e da fuoco a tutto, colonnello compreso. Cinque minuti dopo, quest’ultimo rispunta da chissà dove salvando la situazione. Allucinante!

Produzione: USA (2008)
Punto di forza: le esibizioni aeree delle quattro sgallettate: peggio delle Superchicche!
Punto debole: la prevedibilità, veramente pesante.
Come trovarlo: le solite bacheche da due euro. Oppure Internet.
Da guardare: per chi adora i film di guerra patriottici americani.

Un piccolo assaggio:  (perdonatemi, ho trovato solo questa insulsaggine…)

Birdemic – Shock and terror

Dov'è lo "shock"? Dov'è il "terror"?!

Di: James Nguyen
Con: Alan Bagh, Whitney Moore, Janae Caster

Signori, stiamo parlando di una leggenda! Questo film è circolato a lungo sul web, e voi non avete idea della fatica che ho dovuto fare per trovarlo. Girato con un budget di 10.000 dollari (un terzo di Automaton Transfusion!), venduto in DVD su Internet a prezzi piuttosto alti e reperibile, per altri canali, soltanto in inglese. Ma ciò non è importante, perchè Birdemic non è da guardare cercando di seguire la trama o i dialoghi: sono talmente scontati o incomprensibili che, in quei novanta minuti, il vostro cervello dovrà spegnersi, e lasciare il posto ad una pazienza sconfinata. L’oggetto dal desiderio saranno ovviamente le aquile assassine della locandina, ma per averle dovrete aspettare tre quarti d’ora. Già, perchè la prima metà del film è occupata dall’illustrazione della vita quotidiana di Rod, l’insulso protagonista maschile. Lo si vede recarsi al lavoro in un call center (brutta cosa, il precariato), essere promosso, iniziare a frequentare la ragazza che ha appena conosciuto,invitarla a cena al ristorante cinese, bacio, sesso. E basta. In questi interminabili duemilasettecento secondi, lo spettatore sprofonderà in una noia mortale mai provata prima: in confronto, i film sperimentali di Andy Wharol sembreranno Una pallottola spuntata. Chi, però, dovesse riuscire a resistere, sarà premiato da una seconda metà di film che entra di diritto nella storia del cinema: senza che nulla lo lasciasse presagire (tranne un paio di cazzatone sparate alla tv), stormi di aquile e avvoltoi, tramutatisi in veri e propri aeroplani kamikaze (planano in picchiata con il sottofondo di quadrimotori della II Guerra Mondiale, e, toccato il suolo, esplodono) fanno strage degli abitanti del luogo, costringendo i protagonisti ad una fuga per la sopravvivenza in uno scenario ormai apocalittico. No, scusate, volevo dire: in uno scenario perfettamente normale dove i pedoni camminano sulle strade, i turisti sulle spiagge e il traffico non è mai stato così intenso; gli unici ad esaltarsi sono i protagonisti. Alla fine i temibili rapaci torneranno da dove sono venuti, così come erano arrivati, lasciando lo spettatore ancora incredulo per ciò che ha visto ed occupato a gridare “e adesso?”, convinto ingenuamente che un film non possa finire così.
Se, come già detto, la prima metà è l’apoteosi della noia, la comparsa dei volatili è una specie di bomba atomica trash: mai prima d’ora s’era visto un simile abominio di computer graphic appena abbozzata, degna di un filmino amatoriale delle vacanze realizzato da un tredicenne. Le aquile, che vorrebbero essere spaventose, ciondolano sempre nella stessa posizione sullo schermo muovendo scattosamente le ali, che usano come lame di rasoio per sgozzare un pò chiunque. Il loro comportamento è un insulto all’etologia: a volte vagano in stormi, a volte da sole. Si gettano in terra suicidandosi. Ripetono in loop un verso totalmente afono e fastidioso. Sfiorando gli umani sono in grado di procurargli squarci enormi, in realtà pezzi di make-up pateticamente appiccicati sulla pelle. Il film contiene anche una scena di sesso ai limiti dell’hard dove i due protagonisti, che sicuramente non intendevano spogliarsi per questa boiata, riescono nella non facile impresa di trombare vestiti. Da notare, inoltre, come l’estremo dilettantismo e l’amatorialità di Nguyen offrano un audio che spesso e volentieri scompare, o si sovrappone in modo inaccettabile. La sceneggiatura ha più buchi di uno scolapasta: i protagonisti si comportano in modo insensato, esponendosi ai pericoli più vari, dimenticando ovunque oggetti fondamentali come il carburante o il cibo e sparando all’impazzata contro il nulla assoluto. Da notare inoltre come gli attori leggano il copione ogni volta che questo è possibile: assistiamo così ad una lunga telefonata in auto, con i due imbecilli che, a testa bassa, sfogliano una mole di pagine per ricordare le battute!
Aldilà della terribile schizofrenia filmica che ha evidentemente colpito James Nguyen, il film è un piccolo capolavoro, molto vicino all’Olimpo della serie Z, che non si prende troppo sul serio (il che non guasta mai). Occhi aperti per l’atteso sequel, che uscirà nel 2012: Birdemic II: The Resurrection 3D!

Produzione: USA (2008)
Punto di forza: gli ultimi quarantacinque minuti.
Punto debole: i primi quarantacinque minuti.
Come trovarlo: è una lunga via crucis online, ma vi assicuro che ne vale la pena.
Da guardare: riunite la vostra cerchia di amici e sottoponeteli a questa piacevolissima tortura! Jacopo, il temerario che con me ne ha affrontato la visione, ha impiegato due giorni per riprendersi.

Un piccolo assaggio:  (che approssimazione!)