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Jean Claude. Steven. Dolph. Fino a Chuck, il Sommo. poche storie, baby! Preparati ad un calcio rotante, ad una bazookata, a due revolverate, ad essere massacrato nei modi più fantasiosi! Tu sei il male, io sono la cura!

Sabotage

Siamo quasi sicuri che Arnold si sia fatto ringiovanire, in questa locandina.

Siamo quasi sicuri che Arnold si sia fatto ringiovanire, in questa locandina.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: David Ayer
Con: Arnold Schwartzenegger, Sam Worthington, Olivia Williams, Terrence Howard, Josh Holloway

Il filmaccio non è un hobby, ma una scelta di vita. E capita a volte che anche nelle serate in cui ti trovi con amici (di quelli che, al contrario di te, i film di serie B non li possono proprio vedere) il destino ti venga incontro, sotto le mentite spoglie di un ben confezionato film d’azione. Va detto che le premesse erano buone: un film ad alto budget (35 milioni di dollari), con un cast non eccezionale ma di livello (il bravo Howard), il protagonista del film più redditizio di sempre (Worthington, che dopo aver rivisto Sabotage si è probabilmente pentito di non essere morto su Pandora) , e poi Schwartzy; è vero che non ci ha abituati a dei capolavori espressionisti, ma anche nella sua versione di eroe becero e ignorante non è mai sceso sotto un certo livello. Poi ha 70 anni, dai, mica si permetterà di fare ancora il ragazzino, giusto? GIUSTO? No.
John Wharton è un agente della DEA, l’antidroga americana. Repubblicano, spaccone, rozzissimo, John guida una squadra di mentecatti più ignoranti di lui, specializzata in black ops, operazioni di infiltrazione e sbornie nei night club. Il furto di milioni di dollari a dei narcotrafficanti messicani fallisce, i soldi spariscono e John e i suoi sono accusati di furto (chissà come li hanno beccati, dato che la scena del crimine era saltata in aria…) e cacciati. Quando qualcuno inizia ad ammazzare un sacco di gente, tra cui alcuni membri della squadra-comunità di recupero di John, questi vengono riammessi, sotto la stretta sorveglianza della polizia. Le indagini portano il bolso poliziotto a seguire le piste dei cartelli della droga messicani, gli stessi che un pò di tempo prima gli hanno ucciso la famiglia come ritorsione per il suo lavoro. Mentre la sequenza di morti continua (e Schwartzy riesce a farsi la bella poliziotta nonostante l’opposizione del ridicolo e inetto agente di colore), viene a galla la storia dei milioni di dollari il cui furto era fallito all’inizio; il nostro eroe si rende conto che qualcuno nella sua squadra non la racconta giusta…
Perdere altro tempo per descrivere l’ignobile trama di Sabotage non rientra nei miei programmi. In sostanza, si tratta di un pessimo film d’azione, mal girato, mal sceneggiato e con uno dei finali più ridicoli della storia. Non voglio anticipare chi si è rubato i milioni di dollari e soprattutto il movente, ma sappiate che è una roba senza senso, che si sarebbe potuta risolvere in mezz’ora e senza troppi spargimenti di sangue, se solo uno dei personaggi avesse usato il cervello. L’ormai anziano Terminator è ridotto a una macchietta, ma sembra non volersi arrendere all’età che avanza: corre, spara (ma curiosamente ha sempre in mano dei fucilazzi enormi, mai una semplice pistola, forse per accentuare la burinità) e riesce persino a sedurre una poliziotta che potrebbe essere sua figlia o sua nipote, quando è evidente che a quell’età certe cose sia un pò difficile farle, dai Arnold, non ti crede nessuno. Lo spessore psicologico dei personaggi è pari a zero, non c’è uno solo di loro che ispiri la benchè minima simpatia o che possa coinvolgere chi vede il film. In compenso, non si sa bene perchè, Ayer regala generose ed abbondanti dosi di splatter: abbiamo uomini sventrati e inchiodati al soffitto, cadaveri lasciati a marcire in acqua, corpi spappolati da treni in corsa, teste che esplodono, fiumi di sangue ovunque…non ci viene risparmiato davvero nulla, e questo è un bene, perchè altrimenti sarebbe stato difficile anche solo sorbirsi la prima mezz’ora. Essendo un film d’azione americano ignorante, non può mancare il tema della vendetta personale: la rappresaglia dei cartelli contro Schwartzy è talmente esageratamente crudele da non fare neppure impressione, e i suoi tentativi di farsi giustizia da sè non hanno davvero senso.
Un’ultima richiesta: qualcuno levi a Schwartzenegger quei cazzo di sigari, non se ne può più! E’ dai tempi di Predator che la mena con ‘sti cosi!

Produzione: USA (2014)
Scena madre: il finale. No, niente spoiler, guardatevelo. Ne vale la pena.
Punto di forza: l’azione splatterosa e il ridicolo doppiaggio italiano, che fa pronunciare alla poliziotta esclamazioni tipicamente americane come “boia!”.
Punto debole: Arnold, ritirati, c’hai duecento anni. E i dialoghi sono davvero imbarazzanti.
Potresti apprezzare anche…: quella vaccata di Last night, con Steven Seagal: due declini di due grandi eroi del cinema d’azione.
Come trovarlo: noi l’abbiamo noleggiato, e la sola spesa di 2 euro ci ha provocato fortissimi sensi di colpa.

Un piccolo assaggio: (avvertenza: i primi 25 secondi di questo trailer potrebbero trasformare chi lo vede in un repubblicano spaccone e tatuatissimo)

2

Le avventure dell’incredibile Ercole – Hercules II

Ah, il caro vecchio peplum!

Ah, il caro vecchio peplum!

 

Di: Luigi Cozzi
Con: Lou Ferrigno, Milly Carlucci, Sonia Viviani, Claudio Cassinelli, Serena Grandi, Pamela Prati, Venantino Venantini, Maria Rosaria Omaggio, Eva Robin’s

Paul Valery diceva che il genio si muove nella follia (visto come siamo acculturati? Mica solo filmacci!). Luigi Cozzi è un genio o un folle? Presumibilmente entrambe le cose. La sua filmografia è una summa meravigliosa del cinema di genere italiano anni ottanta, spaziando dalla fantascienza all’horror al peplum. Come classificare Le avventure dell’incredibile Ercole, sequel dell’Hercules del 1983, diretto dallo stesso Cozzi? Noi lo piazziamo nel cinema d’azione, ma solo per una questione pratica. Anzi, Cozzi ci è simpatico, ci dispiace persino parlar male del suo film. Come? Lo stesso regista ha definito Le avventure una “cazzata senza capo nè coda”? Ah, beh, allora…
Pur non avendo noi visto il primo film (giuriamo di rimediare), apprendiamo dall’intro in stile serie tv tipo JAG che Ercole, interpretato dal burinone Ferrigno, ha sconfitto il male e come premio è stato trasformato in una costellazione, non si sa bene in che modo. Mentre l’eroe si bea tra le stelle, però, succede un fattaccio: quattro divinità dell’Olimpo si ribellano a Zeus, gli rubano le sette folgori che controllano il mondo e portano il caos sulla Terra. A tale caos assistono impotenti Glaucia (la Viviani) e Urania (Milly Carlucci!), che cercano un modo per sfuggire a dei sacrifici umani, che un sacerdote pazzo mette in scena per motivi noti solo a lui. Ad aiutare le due donzelle viene mandato proprio Ercole, rispedito sulla Terra tramite fulmine e subito pronto a dar spettacolo con la propria unica abilità: la baruffa fracassona in stile Bud Spencer & Terence Hill, che il non troppo sveglio semidio utilizza indifferentemente per picchiare degli uomini-fango o nella lotta contro le divinità dell’Olimpo. Ercole deve recuperare le sette folgori di Zeus dai corpi di altrettanti, pittoreschi mostri, e già che c’è impedire che la Luna e la Terra si scontrino (no, non ricordo perchè, ma chissenefrega, probabilmente non importava neppure a Cozzi). La situazione è ulteriormente complicata dalla resurrezione di Minosse, che viene resuscitato dagli dei ribelli e a sua volta si ammutina e dichiara guerra ad Ercole, a Zeus, a tutti. Alla fine Zeus recupera i suoi poteri e li trasferisce ad Ercole, che salva il pianeta con uno stratagemma sopraffino: diventa grande quanto Saturno e separa Terra e Luna con un paio di manate. Per sconfiggere il malvagio Minosse sarà però necessario un sacrificio…
Le avventure dell’incredibile Ercole è un pò I mercenari del fantatrash italiano: Cozzi, oltre a sperimentare tutti gli effettacci a disposizione (non è un modo di dire, pare che abbia davvero usato il film come collaudo per le sue follie!), riunisce un cast di nomi che dovrebbero far venire i brividi a ogni buon fanatico della serie Z: Ferrigno, Viviani (molto bella nella parte della guerriera-androide, una delle tante assurdità della sceneggiatura), Carlucci (pure lei decisamente gnocca, ma irritante nella sua cagneria recitativa), Cassinelli, Grandi, Prati, Venantini, Robin’s: tutti invitati al gran galà del trash del maestro Cozzi! L’idea che tutto sommato la qualità della trama non fosse in cima ai pensieri cozziani potrebbe spiegare, tra l’altro, la pochissima logica che lega i comportamenti dei protagonisti alla realtà. Peraltro, anche lo spettatore più volenteroso finirà per infischiarsene della consecutio temporum di fronte allo show messo in scena da Cozzi e dai suoi effettisti: non manca davvero nulla, tra sfondi disegnati a pastello, sovrapposizioni di pellicola, petardi, suoni da flipper, mascheroni, costumi improbabili…pensate a un effetto che costi poco e sia esilarante: ecco, sicuramente qui c’è! Anche sullo stile da adottare Cozzi doveva essere piuttosto dubbioso; per non sbagliarsi, li mischia tutti! La struttura di base è quella tipica del peplum anni sessanta, questo sì; gli sviluppi della seconda parte, però, richiamano palesemente la fantascienza in stile 2001: odissea nello spazio e Guerre stellari, con viaggi tra le stelle e scontri a colpi di armi laser, con picchi di assoluta psichedelia nelle sequenze del tempietto di Urania, una specie di regno allucinato che non avrebbe sfigurato nelle copertine dei dischi dei Jefferson Airplane. Va detto che in mezzo a tanto trash c’è pure qualche trovata azzeccatissima (il mondo a specchio verso il finale è genio puro, peccato che duri poco), e il ritmo non è affatto male, aiutato dalla durata standard di queste pellicole (80 minuti). Oltretutto Ferrigno, che non sapeva recitare neppure quando faceva Hulk, ha un sorriso bonario stampato sempre in faccia e alla fine non può non starci simpatico; così non dobbiamo neppure farci travolgere dalla nostalgia per il paragone con il leggendario Hercules di Kevin Sorbo della seconda metà degli anni novanta…

Produzione: ITA (1985)
Scena madre: Milly Carlucci vestita da antica romana discinta che prega gli dei con il cielo in negativo che si muove e gli effettazzi da trip di acidi.
Punto di forza: raramente un regista ha osato spingersi tanto in là nel kitsch degli effetti speciali. Cozzi rules.
Punto debole: a lungo andare la pesantissima cappa di trash  può risultare perfino ripetitiva. A noi delizia sempre e comunque, ma è questione di gusti!
Potresti apprezzare anche…: Starcrash, pilastro del cinema cozziano.
Come trovarlo: incredibilmente edito in DVD per i tipi della Stormovie.

Un piccolo assaggio: (in questo bel trailer anglosassone si coglie tutta l’ignoranza del film)

4

Belle da morire 2

Ma sono tornate chi?? Ma quando?!?

Ma sono tornate chi?? Ma quando?!?

Di: Bruno Mattei (Pierre Le Blanc)
Con: Katherine Moss, Paul Jackson, Anthony Fontaine

Tempo fa, recensimmo Belle da morire, capitolo primo, definendolo “il nulla”. Non contento, Bruno Mattei, che usa lo pseudonimo Pierre Le Blanc per chissà quale motivo (conoscendolo, sicuramente non la vergogna), ne gira un secondo capitolo. Ovviamente non ha nulla a che fare con le vicissitudini del primo, e altrettanto ovviamente è una punizione filmica piena di tutti gli elementi tipici dei film matteiani; per fortuna, è leggermente meglio del predecessore.
Dopo i consueti titoli di testa fatti con qualche programmaccio di grafica, si parte in quinta con intensi primi piani di tette e culi mentre la protagonista si fa la doccia insieme ad un amica. Segue sequenza di due che trombano con una musicaccia orrenda, e alla fine, mentre lei vagheggia con discorsi preconfezionati, lui si addormenta in due secondi netti. L’inizio sembra promettere bene, poi appare Antonio Zequila, volto noto della televisione trash più squallida, e si introduce la trama (o almeno, i due-tre fatti che Mattei spaccia per trama): la protagonista è una specie di modella che nel tempo libero intrattiene laidi uomini d’affari, ciancia di amore e uomini giusti e poi si lascia rimorchiare dal primo belloccio che trova al ristorante. La mattina dopo è già amore tra i due, ma lui deve andare. In pratica viene fuori che Bruce, questo il nome dello sconosciuto che si tromba la bella Louise, è un tipo losco; sulle sue tracce ci sono (se ho ben capito) dei malviventi pronti a tutto, che si servono di due sicari (uno è sputato Iggy Pop e si chiama Kram, Kran o qualcosa del genere) e di uno specialista del delitto: Anthony Lo Russo (Zequila, che praticamente fa due-tre lavori insieme), detto “il macellaio di Detroit”. Lo “specialista”, peraltro, si fa fregare come il peggiore degli imbecilli da Louise e anche da tutti gli altri, ma vabbè. Intanto Bruce sfrutta l’ingenuità della ragazza per mandarla a recuperare una valigetta; sul luogo dell’incontro, Louise incontra un panzone viscido che aveva respinto tempo prima e che la violenta. Perchè? Boh, forse Mattei si è confuso nello scrivere la sceneggiatura. Arriviamo in ogni caso al finale: Louise ha architettato un piano infallibile per fregare i cattivi, talmente infallibile che dura due minuti. Alla fine è comunque provvidenziale l’intervento di Bruce, entrato nell’edificio da un buco della sceneggiatura e pronto a crivellare il boss malvagio. Louise è molto incazzata per il fatto che a causa sua è stata picchiata, violentata e umiliata: ma decide di perdonarlo dopo una trombata, peraltro priva di qualunque introduzione e buttata lì giusto per far finire il film.
Vista così può anche sembrare una trama articolata. Non lo è: i fatti elencati si svolgono nel complesso in un venti minuti, mentre il resto del film è occupato da scene di sesso soft squallide e ridicole. Come nella miglior tradizione porno ogni pretesto è infatti buono per finire a letto insieme, anche quando non ce ne sarebbe davvero motivo. Il film oscilla tra l’inverosimile tentativo della protagonista di essere morigerata e il fatto che chiunque (escluse forse due o tre comparse) ha accesso, diciamo così, alla sua intimità. Tra un “ciao depravata” e un “mi piace il tuo culo, troia”, Belle da morire 2 non è altro che un’accozzaglia di scene pornosoft tenute insieme con lo spago e grazie a qualche riga di sceneggiatura. L’unica cosa che, se non salva il film, almeno impedisce l’abbiocco istantaneo, è la vena creativa di Mattei, qui più forte che nel primo capitolo: le battute dei cattivi sono copiate paro paro dal cinema americano, ma non reggono il paragone; gli uomini sono tutti infoiati fino al limite del ridicolo (forse gli attori sono stati tenuti mesi senza una donna, anche perchè ogni volta che ne vedono una fanno delle facce che neanche il peggior Fantozzi), e le donne tutte battone. Tra un festino con droga e puttane (in cui uno Zequila mascherato offre a Louise un drink corretto droga che lei beve senza esitazioni) e una scena di sesso con uomini pelosi e sovrappeso in pieno stile anni settanta (niente lesbo, ahimè), la pellicola si trascina stancamente per ottanta minuti, durante i quali è forte la tentazione di andare su YouPorn, se non altro per vedere scene migliori e più esplicite. Ogni tanto il genio di Mattei fa capolino, soprattutto nelle scene riguardanti i trafficanti e i sicari, ma nel complesso l’unica cosa interessante è la consueta fotografia da telenovela brasiliana, tipica degli ultimi film del compianto Maestro.

Produzione: ITA (2005)
Scena madre: le vere scene madri sono quelle che coinvolgono l’amica puttanona di Louise e il suo amante. Costui è una specie di gorilla privo di parola e dotato di un evidentissimo pene finto di dimensioni spropositate. Le scene di sesso sono esageratissime ed esilaranti, soprattutto quella in cui il suddetto primate non riesce neppure a bere un sorso di whisky senza rovesciarselo addosso!
Punto di forza: se confrontato con il primo capitolo, mostra dei progressi.
Punto debole: se confrontato con i film matteiani dei bei tempi, fa venire la nostalgia…
Potresti apprezzare anche…: Belle da morire, così si completa la saga. E sottolineo SAGA.
Come trovarlo: la versione in DVD è abbastanza semplice da reperire, e probabilmente è l’unico modo per vederlo. Si trova spesso nelle bancarelle dell’usato a pochissimi euro.

Un piccolo assaggio: http://www.dailymotion.com/video/xavj79_belle-da-morire-2_redband (il film fa così schifo che non si trova neppure un secondo su Youtube, quindi vi dirotto su DailyMotion; potrebbe chiedere il permesso in quanto film vietato ai minori)

1

Vahsi Kan (Turkish Rambo…l’altro)

IDOLO!

IDOLO!

Di: Cetin Inanc
Con: Cuneyt Arkin, Huseyin Peyda, Emel Tumer

Una delle più clamorose operazioni cinematografiche mai viste! Tutti voi conoscete probabilmente il Rambo turco, alias Korkusuz. Quello che forse non sapevate era che il regista Cetin Inanc ha realizzato ben due Rambo turchi, ispirati rispettivamente al primo e al secondo film della saga di Stallone! Fortunatamente, non esistendo una continuity, abbiamo potuto recensirli in ordine sparso; prima Korkusuz, e ora Vahsi Kan. E chi è il protagonista di Vahsi Kan? Cuneyt Arkin, idolo delle folle e degli amanti dei B-movies, il Chuck Norris della Turchia!
La trama segue più o meno vagamente quella del Rambo originale: Kan Riza (traduzione di John Rambo) arriva in un paese scortato da dei militari. Sulla sua strada, in mezzo ai boschi (ma perchè mai due militari lo scortano a piedi in mezzo ai boschi?) si imbatte in una fanciulla la cui famiglia è stata sterminata da un malvagio e dai suoi servitori zombi (!) per non far testimoniare il padre a un processo, probabilmente lo stesso a cui era diretto Riza. Quest’ultimo, aggredito da una banda di motociclisti, viene ferito e si getta da una rupe, iniziando la sua fuga nei boschi. Si scopre che Riza ha un conto in sospeso con un signorotto locale (interpretato da Huseyin Peyda, che fa il cattivo anche in Korkusuz e muore in entrambi i film!): questi lo accusa di avergli ucciso il figlio, figlio che però è vivo, senza gambe nè braccia, in uno scantinato, da cui lancia i suoi deliri e fa esplodere la gente con un meccanismo complicatissimo azionato con la schiena. Dicevamo di Riza: incontrata per caso la ragazza nel bosco, l’eroe le confeziona un bel vestitino (un bikini striminzitissimo che lascia vedere le tette! Ma come gli vengono?) e la protegge durante la fuga. Dopo aver preparato trappole elaboratissime in pochi minuti, aver ucciso un numero imprecisato di sgherri del malvagio e assistito all’impotente e pigra polizia locale, che sa tutto dei traffici della malavita ma non interviene, Riza giunge allo scontro finale: intrappolato in una grotta, assiste impotente alla morte della ragazza (colpita da delle pietre sulle braccia e misteriosamente deceduta per questo) e fa esplodere la sua sete di vendetta, affrontando tutti i cattivi e inseguendo i capi dell’organizzazione fino in casa loro (con ampio uso di scene velocizzate che rendono Arkin simile a Stanlio e Ollio). Qui avviene un confronto malinconico tra Arkin e il figlio del cattivo, in cui si ricorda la comune amicizia e ci si chiede perchè le cose siano degenerate; alla fine comunque Arkin torna in sè e fa esplodere lo storpio con le sue stesse bombe. Nella scena finale, la polizia cerca insulse scuse per il proprio immobilismo di fronte alle scorribande dei malvagi, mentre Arkin se ne va verso il tramonto facendo il figo.
Recensire un remake turco è sempre divertente e facile, perchè basta elencare che cosa c’è che fa ridere al suo interno. Partiamo da Arkin: il suo nome è garanzia di comicità, e nemmeno qui ci delude: smorfie esilaranti, recitazione pedestre, salti e zompate a caso per tutta la pellicola e urlacci da ninja anche quando non sarebbe strettamente necessario. Come in tutti i film, il suo personaggio è invincibile, invulnerabile a proiettili e coltellate. Aggiungiamo che la prima parola viene da lui pronunciata al minuto 31, e che quindi tutto il film è affidato in sostanza alla sua bizzarra mimica facciale! Un applauso va al reparto audio, che rispolvera il meglio del repertorio trash turco: ogni pugno\calcio\botta è reso con dei colpi di arma da fuoco pesante, i rumori sono sovrapposti senza alcun costrutto (veramente insopportabili i cinque minuti di arrivo dei motociclisti con un sottofondo confuso e non sincronizzato) e le musiche copiate: il tema di Rambo viene qui usato per sottolineare i momenti amorosi tra Arkin e la squinzia di turno. La parte del leone (a livello di inettitudine, ovviamente) spetta comunque alla realizzazione tecnica della pellicola: inquadrature di flashback inclinate di novanta gradi, immagini di repertorio malamente sovrapposte al resto del film, fantocci inverosimili gettati giù da rupi a simulare le cadute dei personaggi, dialoghi sconnessi (“è una lotta tra il bene e il male”, ricordiamo che Arkin ripete questa frase in ogni film), personaggi privi di senso (i già citati zombi, davvero buffissimi, non si capisce come mai il regista li abbia inseriti!), Arkin travestito da fogliame che colpisce un cattivo alla testa e questo si massaggia il collo, morti ridicole. In due parole: un remake turco. Sottolineiamo che il film è sì stato visto in lingua originale, ma sottotitolato in italiano: quindi, le castronerie di sceneggiatura non ce le siamo inventate o le abbiamo dedotte, ma sono certificate.
Cetin Inanc e Cuneyt Arkin: la coppia cult del cinema turco!

Produzione: Turchia (1983)
Scena madre: la caduta di Arkin dalle rocce. Il prode si lancia da circa settanta metri (il manichino è talmente sgraziato da far quasi tenerezza). Per rendere verosimile la sua sopravvivenza dopo un volo simile, si fa in modo che la caduta sia attutita da decine e decine di alberi su cui Arkin impatta: la scena dura circa due minuti, in cui il povero derelitto continua a spatasciarsi sempre sulle stesse piante!
Punto di forza: la premiata coppia Inanc-Arkin è sufficiente ad alzare la media di divertimento di questo film.
Punto debole: ma quale punto debole? Uno Z-movie remake del primo Rambo poteva venire solo così. Al limite, si poteva rubare anche qualche scena dal film originale oltre che le musiche!
Potresti apprezzare anche…: scegliere l’altro Rambo turco sarebbe stato banale, quindi diciamo Dunyiain Kurtaran Adam, o come si scrive.
Come trovarlo: solito tasto dolente del cinema turco. Io ne possiedo una versione, ma credo che solo Internet possa colmare certe lacune. L’ideale sarebbe sapere il turco e poterlo ordinare da qualche sito del paese.

Un piccolo assaggio:  (ok, ok, su Youtube c’è anche completo, ma siccome è in turco non sottotitolato non ce la siamo sentiti di linkarlo!)

4

Il sottile fascino del peccato

"Un film di Bruno Liegi Bastonliegi" (cit.)

“Un film di Bruno Liegi Bastonliegi” (cit.)

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Franco Salvia
Con: Milena Miconi, Nino Castelnuovo, Nando Gazzolo, Lorenza Guerrieri, Danny Quinn, Carmen Trigiante

Il male si annida nei menadri più oscuri di ognuno di noi; si annida nell’ignoto, in cui abbiamo paura di guardare. Il male si annida ad Alberobello. Non ci credete?
Chiedetelo a Giada Gardini. E chi è Giada Gardini? Che domande: Giada è una famosa scrittrice che torna al paese natio, Alberobello appunto, per i funerali della madre, morta suicida. Ma è davvero così? Premessa: Giada è diventata famosa scrivendo libracci zozzi, in cui gagliarde fanciulle concedono le proprie grazie a bruti pervertiti. Questo non ha influenza più di tanto sulla trama, ma servirà da giustificazione per tutta una serie di scene di nudo e battutine sconce. La ragazza sente puzza di bruciato: nel paese si aggirano infatti, nell’ordine: una donna-strega che seduce anziani signori possidenti semplicemente dandogliela; un uomo d’affari dall’incredibile nome di Fabrizio Miccolis; vecchi amici di Giada che vogliono chiaramente farsela tradendo la fedeltà coniugale; una setta satanica random alle dipendenze della strega. Non è dato sapere come si incrocino queste storie: Giada si mette a indagare con mezzucci davvero tremendi, incluso uno spogliarello a casa di Miccolis e lo sfruttamento dell’amico arrapato, senza ottenere risultati. L’indagine è peraltro funestata da misteriosi persecutori che Giada deve fronteggiare e da un gruppo di suonatori da sagra di paese che compare non si sa perchè a fare da intermezzo. Il finale è tutto un susseguirsi di colpi di scena scollegati: Miccolis era d’accordo con la strega per fregare i terreni, il poliziotto a cui lei si era rivolta (e che ci aveva provato dopo cinque minuti cinque) è un viscido traditore ingrifato e l’amico scemo molla la fidanzata per farsi l’insopportabile Giada. E la setta satanica? Boh, compare alla fine in un’ultima inquadratura, ma non si capisce perchè. Ah, comunque la madre di Giada si era suicidata perchè…perchè…ma niente, era coinvolta nella setta, vi basti questo. Tanto, una volta arrivati al finale non ve ne fregherà niente, in ogni caso.
Sarebbe bello fare l’elenco di tutte le mancanze di questo film, ma siccome non abbiamo voglia di scrivere quindici pagine di recensione ci limiteremo alle più clamorose. Partiamo dal fatto che il regista Salvia non ha la minima idea di come si giri un film: non per la sceneggiatura (di cui parleremo) ma proprio in senso tecnico, le inquadrature sono da filmino delle vacanze, l’audio è quel che è e la fotografia da telenovela brasiliana non aiuta, complici anche gli zoom imbarazzanti che sembrano frutto di una distrazione di qualche addetto. I fruscii e ronzii dovuti a una malagestione dell’audio non si contano, così come i cambi di inquadratura con i valori sballati (con frasi e immagini che sfumano a casaccio). Bè, i mezzi sono quel che sono, e gli attori? Peggio mi sento. Qualcuno di loro non è neppure così sconosciuto: Nino Castelnuovo e Nando Gazzolo, per dire, sono volti noti, che incredibilmente si prestano a tale disonorevole scempio. Il premio come peggior attrice (davvero canina, in tutti i sensi) spetta alla protagonista Milena Miconi: la sua recitazione è indefinibile, sembra un bambino che imita un’altra persona pompandone apposta certe caratteristiche. Diciamo solo che quando mostra le tette (e per fortuna accade più di una volta) le tette stesse sono più espressive e convincenti di lei. Ma che cos’è un pessimo attore senza una sceneggiatura delirante? Detto, fatto. Non ne siamo certi, ma è probabile che Salvia abbia avuto fondi o sovvenzioni dalla Pro Loco di Alberobello. Quale altro motivo è plausibile per aver scelto la pacifica cittadina pugliese come teatro di un “thriller esoterico”? In fondo cosa c’è ad Alberobello a parte i trulli? Già, i trulli: tutti quanti ci abitano dentro, e le riprese di Alberobello di notte sono degne di un depliant da agenzia di viaggi. Le inquadrature insistite con i nomi di alberghi, bar e ristoranti locali confermano l’idea che a Salvia importi poco del thriller e molto della pubblicità.
La ciliegina sulla torta è una assurda scritta finale in cui si dice che, in pratica, non ci sono davvero sette sataniche ad Alberobello, insomma esistono solo nella mente del regista, turisti venite pure!
Ah, piccola nota di costume: l’attore che interpreta il malvagio Fabrizio Miccolis (ripetiamo, Fabrizio Miccolis, cioè, ma come si fa?, deve esserci un collegamento con il calciatore, ma quale? Che si era fumato il regista, la Salvia? Ok, scusate) è il fratello di Michele Placido. In effetti ci somiglia.

Produzione: ITA (2010)
Scena madre: l’istinto dice “lo spogliarello di lei”, ma la ragione sceglie le deliranti sequenze di balli locali con tanto di orchestrina. Incomprensibili, ma sono la parte migliore del film.
Punto di forza: molti registi, temendo di realizzare un cult trash, frenano quando si tratta di spararla grossa. Ecco, per fortuna Salvia non è uno di quei registi.
Punto debole: non essendo la trama di alcun interesse e mancando la suspense, si fa fatica a vederlo tutto.
Potresti apprezzare anche…: Cattive inclinazioni.
Come trovarlo: è uscito il DVD, su Amazon è quotato 5 euro. Se no scrivete al regista sul suo sito, è probabile che vi risponda!

Un piccolo assaggio: (ecco qua il trailer direttamente dal canale Youtube di una delle attrici: notare la descrizione sgrammaticata e il commento sotto che definisce il film “un thruller”)

2

Tulpa

Bella locandina. Ma la citazione di Eyes Wide Shut (tenete conto che in Tulpa quella maschera non c'è) grida vendetta.

Bella locandina. Ma la citazione di Eyes Wide Shut (tenete conto che in Tulpa quella maschera non c’è) grida vendetta.

Di: Federico Zampaglione
Con: Claudia Gerini, Michele Placido, Nuot Arquint, Michela Cescon

Molti critici l’hanno definito “degno di Dario Argento”. Sì, dell’ultimo Dario Argento, però. Quello di Dracula 3D per intenderci. Un bel giorno diverse persone con un curriculum degno di nota nel mondo di cinema e musica si sono ritrovate intorno a un tavolo (Zampaglione, Gerini, Placido, Sacchetti, più la Cucinotta che produce non si sa perchè) e hanno deciso di dare il colpo di grazia al cinema di genere italiano. In che modo? Girando Tulpa.
Lisa (Gerini) è una tranquilla manager dell’azienda del viscido signor Roccaforte (Placido); questo, almeno, di giorno. Di notte, Lisa si dedica a cose ben più sconvolgenti e trasgressive (sic!): frequenta infatti un locale segreto, ricavato in un parcheggio sotterraneo, il Tulpa: in questo locale vige il sesso libero e, tra musica indiana e statue buddiste, ognuno sviluppa le proprie perversioni. Un giorno Lisa si accorge che tutte le persone con cui è andata a letto vengono uccise da un killer misterioso nei modi più curiosi: evirate, accoltellate, mangiate dai topi (tre topi in tutto), legate a giostre e massacrate col filo spinato. Questo bel pasticcio gore prosegue senza sosta, mentre Lisa litiga con i colleghi al lavoro, indaga e non scopre niente di niente. [Lo ammetto, riempire questa parte di recensione è stato difficile, perchè in effetti non succede nulla nel film, c’è lei che si deprime per gli omicidi, lei che strombazza qua e là, inquadrature a caso che citano gli anni settanta, noiose discussioni aziendali; ogni tanto ammazzano qualcuno, e basta] Nel finale, si scopre chi è il killer (non lo dico, tanto è ininfluente): in una scena dalle dinamiche ignote, il suddetto killer vede il proprietario del Tulpa (un inquietante santone indiano che parla come un cyborg e che a occhio dovrebbe essere da un’altra parte), ha una crisi isterica e si accoltella alla gola. Finisce proprio così, senza senso, niente polizia, niente moventi, niente tensione.
L’idea di partenza di Tulpa è priva di senso: la “trasgressione” maggiore di tutto il film consiste nella Gerini che si fa delle sue amiche e ogni tanto una cosa a tre che coinvolge anche un uomo. Tutto qui? Tutto qui. Non bastava una camera d’albergo con qualche candela e un giradischi? Non è che io voglia fare quello emancipato e aperto di vedute, però insomma, due lesbiche sono davvero una cosa così estrema da vedere? Oltretutto, forse per il fatto che la Gerini è anche la moglie del regista, si spoglia con generosità, ma non combina granchè con altre persone: baci senza lingua, strusciamenti e niente altro. I primi due film di Zampaglione non mi sono dispiaciuti, mentre questo è davvero tremendo: mancano le basi della regia e della sceneggiatura, i dialoghi sono penosi e i possibili elementi di vera suspense mal sfruttati. Non si riesce ad avere alcuna simpatia per i personaggi, perchè nessuno di loro è approfondito quel poco che basterebbe per uscire dagli stereotipi: la doppia vita di Lisa è suggerita con una serie di scene imbarazzanti di primi piani delle gambe e dei vestitini trasparenti con cui, inverosimilmente, si reca al lavoro, una cosa che non si vedeva neppure nei film con Edwige Fenech. Come se non bastasse, anche attori solitamente bravi come la Gerini stessa o Placido sembrano recitare sotto effetto di potenti droghe che li costringono a pompare tantissimo i ruoli scadendo nella farsa. Il sunto di partenza (ovvero che ognuno di noi ha il lato porcone e ci piace fare le cosacce anche se la società lo vieta) non è neppure male, ma tutte le ciance farlocche sui Tulpa e sui demoni interiori metafisici sanno molto di velleità filosofiche, peraltro inutili dato che non si capisce il collegamento tra i Tulpa, gli omicidi e la Gerini. Il versante erotico è ancora peggio: come detto, le scene hot languono e il massimo del nudo sono inquadrature di donne sotto la doccia che fanno molto Playboy Channel.
Il guaio è che Tulpa non è sicuramente un bel film, ma non è neppure un trashone esilarante come ci si aspetta: Zampaglione arriva sempre sul filo del ridicolo ma non lo oltrepassa quasi mai (cosa che negli anni settanta i registi del cinema di genere facevano spesso, rischiando, e a volte incappando, nel trash), cercando di darsi un tono autoriale che, almeno in questo terzo film, non si vede proprio. Più che una boiata, una delusione.

Produzione: ITA (2013)
Scena madre: l’assurda crisi isterica del killer prima di morire. Memorabile.
Punto di forza: le tette della Gerini. Scusate, è una mia debolezza.
Punto debole: Zampaglione, osa un pò di più! Per esplorare gli abissi della perversione non bastano due-tre baci lesbo! Mettici più impegno!
Potresti apprezzare anche…: Ubaldo Terzani horror show.
Come trovarlo: aspettando che esca in DVD.

Un piccolo assaggio:  (la sobria scena del club Tulpa)

2,5

Cattive inclinazioni

Solo a noi sembra la locandina di un pornazzo di quart'ordine?

Solo a noi sembra la locandina di un pornazzo di quart’ordine?

[Krocodylus, Satchmo]

Di: Pierfrancesco Campanella
Con: Eva Robin’s, Mirca Viola, Elisabetta Cavallotti, Florinda Bolkan

Presi da una incontenibile passione per la romanità a causa di un prossimo viaggio nella Capitale a suon di birra e filmacci, i sottoscritti hanno deciso di visionare, tra le varie scelte, Cattive inclinazioni. Il film è ambientato proprio nella Città Eterna, il cast si compone di una serie di meteore d’avanspettacolo e qualche cameo illustre, la trama è assurda: aggiudicato. E Cattive inclinazioni si è dimostrato un film brutto con i fiocchi, di quelli che dopo dieci minuti già implori pietà tentando di spegnere la tv.
Tutto ruota intorno a un condominio in cui abitano diversi personaggi, di cui il più pulito c’ha la rogna e al più simpatico spaccheresti la faccia. In questo palazzo avviene un terribile delitto: una maestra (che nel tempo libero, scopriremo poi, faceva la battona in filmati porno amatoriali di infima fattura) viene uccisa da una squadra. Per la precisione una squadra 30\60 di metallo, di quelle che il mio professore di disegno tecnico adorava e ci obbligava a portare a scuola. L’autore\autrice di tale delitto è ignoto: uno pensa che il film ruoti intorno a quello, e invece no. Con un colpo da maestro, Campanella porta la storia su altri binari: le vite parallele di una vecchia artista e di una coppia lesbica. La prima incontra una ragazza tossica che cerca di rubargli la macchina e, per aiutarla, le fa una proposta: in cambio di un sacco di soldi, dovrà ucciderla nel sonno. In verità la bieca artista vuole solo liberarsi della domestica e attirare l’attenzione su di sè, e per questo sfrutta la povera tossica in crisi per aver ammazzato la persona sbagliata. Nella coppia lesbica emerge una ex showgirl in disgrazia, che va su tutte le furie quando scopre che la sua ragazza non è proprio lesbica, diciamo bisessuale, e scopre questo lato di sè con il vicino di casa. Anche lei decide allora di ammazzarla e di ottenere notorietà come amante della defunta. Il colpo di genio è che sia la vecchia che la showgirl in disgrazia organizzano i delitti utilizzando la squadretta per far ricadere la colpa sull’assassino, una trovata che si commenta da sola. Su tutto questo pasticcio indaga una poliziotta totalmente rimbecillita, incapace di mettere insieme due intuizioni e di risolvere un caso talmente semplice (tutti i protagonisti recitano malissimo, anche i personaggi, e seminano prove a go go) da non meritare un film intero; solo grazie alle rivelazioni della ragazza drogata, questa insulsa agente di polizia riesce a scoprire le due assassine, scoperta peraltro inutile data la brutta fine che fanno queste ultime. Ah, e il primo delitto? Boh, l’unica cosa certa è che l’assassino è a piede libero poichè nel finale uccide l’ispettore capo. Tale scelta risulta priva di senso, forse il regista voleva suggerire qualcosa ma noi non l’abbiamo colto. Pazienza.
Si diceva di Roma: il film è tutto ambientato nel condominio, ma quando i protagonisti escono, anche solo per portare a spasso il cane, vengono inquadrati il Colosseo, Castel Sant’Angelo e altri monumenti lontanissimi fra loro, giusto per far capire che siamo proprio a Roma. La pellicola, lo si capisce benissimo soprattutto dalla dinamica degli omicidi, vorrebbe essere un omaggio a Dario Argento e al suo cinema. Ora, a parte il fatto che Dario Argento ultimamente non ne imbrocca una, il paragone non regge: la squadretta 30\60 come strumento di morte è alquanto ridicola, anche perchè, contrariamente a quanto il film suggerisce, quei maledetti aggeggi si piegavano a ogni minimo movimento, e quindi, se è credibile il loro uso per infilzare la gente, vederle usare come arma da taglio (ve lo ripetiamo: non tagliano manco la carta) è abbastanza straniante. Nel cast stupiscono i camei di Florinda Bolkan (la vecchia artista) e di Franco Nero, che appare due o tre minuti nel ruolo di un fanatico giustizialista urlatore di piazza. Lo sceneggiatore propone una serie di personaggi femminili talmente stupidi e irritanti da far vacillare le idee progressiste di chiunque sulle pari opportunità: in un solo condominio abbiamo, nell’ordine: una vecchia mentecatta senza scrupoli che fa ammazzare la domestica (la Bolkan); la suddetta domestica, invidiosa e rancorosa; una lesbica che dopo aver giurato eterno amore alla compagna se ne va con un vicino definito “bellissimo”, de gustibus, non ci sembrava così attraente, comunque è sufficiente per farle dimenticare l’omosessualità; la compagna della prima (Eva Robin’s, inascoltabile) che per ripicca al tradimento la accoppa per rifarsi una carriera continuando a sfoggiare pettinature illegali in almeno 20 paesi; una poliziotta (Mirca Viola, ex Miss Italia squalificata perchè sposata e con un figlio) che non capisce una mazza, il caso lo risolverebbe anche mio cugino di cinque anni ma lei no, e anche alla fine non riesce a catturare l’assassino. Gli uomini hanno in questo film un’unica funzione: trombarsi le vicine d’appartamento e servire l’assist alle fregnacce apocalittiche delle protagoniste. Oltretutto, se escludiamo la sempre brava Bolkan, la recitazione è raccapricciante.
Come se non bastasse, Campanella tenta la via impervia dell’erotismo con qualche siparietto lesbico mal fatto (e comunque non si vede assolutamente niente) e con un’ardita critica al sistema giudiziario italiano; forse il film voleva dimostrare la meschinità della gente comune, per adesso ha mostrato la mediocrità di un certo cinema. Non si ride nemmeno come uno spera: il film è brutto, misero e banale, ma il finale lascia davvero l’amaro in bocca, e viene da pensare che sarebbe stato meglio sprecare quell’ora e mezza guardando televendite su qualche canale a pagamento.

Produzione: ITA (2003)
Scena madre: il finale lisergico tra fumi e sparatorie. O il primo omicidio con la squadretta, fenomenale.
Punto di forza: la recitazione agghiacciante di tutto il cast e il fondo toccato da Franco Nero con questo cameo sono una prelibatezza per i cinemasochisti più scafati.
Punto debole: i neofiti potrebbero rimanere shockati da tanta noia e squallore. Dura 95 minuti, ma sembrano 180.
Potresti apprezzare anche…: Parentesi tonde.
Come trovarlo: sembra incredibile per una produzione semi-amatoriale, ma ne esiste pure una versione anglosassone. E’ bello quando la tua nazione esporta i propri prodotti migliori… (PS: un grazie a Cinemelma che ce l’ha fatto conoscere)

Un piccolo assaggio: (il trailer fugherà i vostri ultimi dubbi sull’enorme potenziale sprecato di questa porcheria)

1,5

Primitiv

Exploitation a pacchi!

Exploitation a pacchi!

Di: Sam Gardner (alias Sisworo Gautama Putra)
Con: Enny Haryon, Barry Primar, John Mardion, Runkman Herman

Nella pagina di Wikipedia dedicata al genere cannibal movie, all’elenco dei film (consultabile qui) manca, colpevolmente, Primitiv. Come? Non lo conoscete? Male! Primitiv non è che la riproposizione indonesiana di Ultimo mondo cannibale di Deodato. Riproposizione indonesiana, sì, mascherata pietosamente da pseudonimi occidentali. La trama è molto semplice: un gruppo di ricercatori attraversa la giungla alla ricerca di tribù indigene prive di contatti con l’esterno. Dopo aver cantato e ballato con una di queste tribù (il cui capo è il fratello brutto di Gullitt) pagano un tizio perchè li accompagni lungo il fiume. Lui li mette in guardia con frasi senza senso (“non siete etnologi, siete pazzi”, come se una cosa escludesse l’altra), ma loro non lo stanno a sentire, vogliono inoltrarsi nella giungla vestiti come dei fighetti e non sentono ragioni. Tra i membri della spedizione si contano una tettona che si comporta come a una serata di gala (basta vedere come si veste), il protagonista-cowboy, un sosia di Maradona con un visibile tic all’occhio destro e la versione maschile di Whoopi Goldberg. Ovviamente la barca si rovescia nelle rapide e loro si ritrovano a piedi nella giungla selvaggia. Altrettanto ovviamente arriva una tribù di cannibali; cioè, cannibali più o meno, non mangiano nessuno, gli crediamo sulla fiducia. Due di loro vengono catturati e semi-spogliati, mentre Whoopi e la guida vagano senza meta. Giusto il tempo di ritrovarsi e di farsi mangiare da un coccodrillo (la guida) e Whoopi corre a salvare gli amici. Buona parte del film è occupata da siparietti che illustrano lo stile di vita primitivo: alcuni esilaranti, altri decisamente sonnacchiosi. Il colpo di scena arriva quando i due fuggitivi incrociano Whoopi che passava di lì per caso (tutto vero: loro escono dalla grotta e lo trovano che vagabonda) e fuggono con lui; nella fuga si fermano per mezz’ora ad una cascata a discutere degli indigeni e della civilizzazione, facendosi raggiungere da questi ultimi; Whoopi fa appena in tempo a dire “troppo tardi” che muore trafitto da una lancia. Comunque non era troppo tardi, infatti gli altri due scappano con una zattera (gli indigeni non possono guadare il fiume, non si sa perchè, l’acqua è alta mezzo metro) facendo presumibilmente ritorno alla civiltà.
I titoli di testa sono realizzati con Paint, e di sottofondo c’è una musicaccia da discoteca; basta questo intro per intuire la qualità generale del film; in verità non ci sono scene da Oscar del trash, ma la sciatteria e la poca voglia con cui il film è realizzato compensa tale assenza. La parte del leone la fanno gli indigeni: sembrano tutti componenti di un gruppo metal, e come se non bastasse si esprimono con un linguaggio mono-vocale (dicono “uh!” e basta per tutto il film, chissà come fanno a capirsi). I simpatici nativi reagiscono a ogni gesto degli occidentali facendo facce assurde da indemoniati; nel tempo libero vanno a caccia, e uno di loro riesce nell’impresa di strozzarsi con un serpente di peluche, probabilmente perchè mancavano i soldi per un serpente vero o un effetto speciale decente. Il rumorista contribuisce con una scelta dei pezzi totalmente a caso: cani che abbaiano, gatti, tigri, ruggiti fuori luogo, scoiattoli che squittiscono, insomma più che una giungla sembra un negozio di animali cocainomani. Come se non bastasse il doppiaggio è sincronizzato con i piedi e il volume passa dal semi-silenzio alle urla fortissime straniando ulteriormente lo spettatore. Tra le scene cult: Whoopi che sbatte la testa contro una roccia e usa visibilmente una boccetta piena di liquido rosso a simulare il sangue, le immagini di repertorio riciclate (metodo che farà grande Bruno Mattei) e le ferite, ottenute piazzando un pò di domopak colorato di rosso sul corpo degli attori. La scena più apprezzata è quella del delirio di Whoopi: mentre vaga per la giungla a un certo punto vede delle mele rosse che però non esistono, mangia dei frutti e vomita in primo piano per due-tre minuti tipo un ubriaco che piscia contro i muri delle case la notte. Altra scena splendida è quella in cui la guida, che in teoria dovrebbe conoscere bene la giungla, corre in mezzo ad essa urlando come un drogato e spaventandosi per ogni cosa che vede, inclusi rami di alberi e animali. Aggiungiamo che a nessuno, nei giorni di prigionia tra gli indigeni, cresce un solo pelo di barba, e che tutti tornano a casa perfettamente pettinati.
Un must per gli appassionati di cannibal-movies e per i feticisti dei remake esotici. Curiosità: la canzone dei titoli di coda è The lonely sheperd, più nota per essere stata utilizzata in Kill bill vol. 1. Tarantino uno di noi!

Produzione: Indonesia (1978)
Scena madre: lo scambio di battute tra il panzone e Whoopi, qualcosa tipo: “Sei ancora vivo!” “Arrivo!” “Ehi, attento al coccodrillo!” “Aspetta, cos…aaaarghh!”. Meglio di Cochi e Renato.
Punto di forza: le musiche, che sono belle anche se del tutto fuori luogo, e le scene d’azione.
Punto debole: la mezz’ora sulla vita degli indigeni è divertente, ma un pò ripetitiva.
Potresti apprezzare anche…: La tomba di Mattei.
Come trovarlo: la versione esistente su Youtube sembra ricavata da una VHS, ma sinceramente dubitiamo l’abbiano distribuito in DVD.

Un piccolo assaggio:  (ecco la suddetta versione di Youtube. Audio incomprensibile e video poco nitido, per veri cinemasochisti)

2,5

Mirai ninja – Cyber ninja

Meraviglioso.

Meraviglioso.

[Krocodylus, Gatoroid]

Di: Keita Amemiya
Con: Hanbei Kawai, Hiroki Ida, Eri Morishita

La vita è fatta di colpi di fortuna: c’è chi si fidanza con la ragazza bruttina della scuola, per poi vederla crescere come una top-model. C’è chi paga le cure di un ragazzino che gioca al pallone, e qualche anno dopo lo ritrova come miglior  calciatore del mondo. E poi ci sono quelli che cercano un modesto filmetto per una serata a patatine e sigarette e si ritrovano tra le mani un capolavoro action-trash condito con ninja e cyborg. Siamo nel 1988 (solo gli anni ottanta potevano aver partorito questa roba, in effetti), e il regista Amemiya ha la bizzarra e geniale idea di mischiare il genere ninja con la fantascienza filosofica. C’è da dire che il budget doveva essere ragguardevole; alcune scene tradiscono una disponibilità economica non comune. Amemiya però non si perde d’animo, e parte in quarta con una battaglia iniziale memorabile: ninja-robot brutti come i debiti che potrebbero uccidere semplicemente sparando affrontano orde di combattenti disperati a pugni e calci nel culo. Avuta la meglio, grazie anche a potenti e ingombranti mezzi meccanici appiccicati sulla pellicola, lasciano spazio alla triste storia di due fratelli caduti in battaglia. Li ritroviamo anni dopo, uno giovane e in cerca di gloria che si arruola per salvare la principessa rapita dai mecha-ninja e l’altro mascherato, senza memoria e in cerca della sua anima (non s’è capito bene perchè, la sceneggiatura presenta lacune vistosissime). I due fratelli, ignari delle rispettive identità, si ritrovano insieme a un ninja burino (e dotato di una discreta trippetta) a combattere i cattivi, che sono (dal più mezza pippa in su): i cenciosi e bruttissimi ninja meccanici, un tipo che uccide coi capelli, un disgraziato con la faccia pitturata di blu che sembra il Grande Puffo e il boss finale, che è un sosia di Gene Simmons dei Kiss senza trucco. La battaglia sarà epica e senza esclusione di colpi: nel duello finale, Gene Simmons infonde la sua essenza nel cadavere di capelli-assassini (come sopra: non si capisce perchè, ma è trashissimo) e affronta i due superstiti (il fratello minore è morto combattendo). Proprio mentre l’esercito dei buoni distrugge la fortezza del malvagio con due-tre colpi di cannone vigorosamente disegnati con dei pennarelli direttamente sui fotogrammi, la principessa, il burino e il fratello mascherato se ne vanno su un catamarano volante in fiamme, chiudendo in bellezza una pellicola sensazionale.
La prima cosa a saltare all’occhio è la durata: settantadue minuti. Il regista non si perde in scene-riempitivo, e infatti il film è davvero godibile e divertente. Alcune trovate, nella loro carica trash, hanno un che di meraviglioso: si pensi al cyborg ninja che ricarica le batterie dormendo tipo cellulare Nokia, alle rivoluzionarie armi dei protagonisti (tra cui spicca una assurda spada-fucile che si ricarica come una doppietta), al capo dei malvagi che appare in videoconferenza insultando i suoi sottoposti e facendo smorfie. Non ci si annoia veramente mai, a un certo punto si fa davvero il tifo per i protagonisti. Le scene esilaranti sono pressochè infinite: citiamo, tanto per fare un esempio, il reclutamento dei soldati da parte dei ninja burino, che seleziona quelli che urlano di più in base a degli ideogrammi comparsi sui loro apparecchi acustici. Immancabili gli stereotipi dell’action movie nipponico, come il rapporto tra fratelli, il guerriero in cerca di un’anima e personaggi come il vecchio saggio con barba e codino, che a occhio e croce sembra una maschera di gomma. Altra peculiarità di questo film sono le locations: i paesaggi sono davvero belli, ma evidentemente non bastavano ad Amemiya. Che fare? Il regista (colpo di genio) ha deciso di usare dei disegni a pastello, di fattura assai pregevole ma del tutto fuori contesto, per rappresentare sfondi che avrebbe potuto riprendere in qualsiasi foresta! Completano il tutto gli edifici, che sembrano orologi a cucù, con l’eccezione della casa su ruote della principessa, molto simile a quelle roulotte che girano per le fiere estive smontando e rimontando giostre.
Un ulteriore compendio di tanta bella roba sarebbe impossibile: settantadue minuti di pura esaltazione per un cult incredibilmente semi-sconosciuto e che meriterebbe maggiore visibilità. In assoluto uno dei migliori ninja-trash mai visti, giustamente premiato dai sottoscritti con il massimo dei voti!

Produzione: Giappone (1988)
Scena madre: una scelta davvero ardua, perchè, lo ripetiamo, il film non ha quasi mai cadute di stile. Scegliamo, per affezione, i dieci minuti della battaglia iniziale, il miglior biglietto da visita possibile.
Punto di forza: soprattutto la durata: niente lungaggini, solo botte da orbi!
Punto debole: a voler essere pignoli, le scene non d’azione sono un pò statiche. Ma che importa? Sono pochissime!
Potresti apprezzare anche…: The Shaolin Invincible Sticks.
Come trovarlo: solito tasto dolente. In italiano non è mai stato tradotto. Lo si trova in lingua originale, al più sottotitolato in inglese.

Un piccolo assaggio:  (eccolo sottotitolato in inglese, la comprensione non è particolarmente difficile)

5

Bikini girls on ice

Nel ghiaccio! Nel ghiaccio!

Nel ghiaccio! Nel ghiaccio!

Di: Geoff Klein
Con: Cindel Chartrand, Danielle Doetsch, William Jarand, Suzi Lorraine

Iniziamo dicendo che il titolista è un genio. Nel film ci sono delle “ragazze in bikini”, che vengono messe “nel ghiaccio”. Quindi il titolo è “ragazze in bikini nel ghiaccio”. Ok, è una stronzata, ma era una cosa che volevo farvi notare. Il buon Klein tenta di fare un film utilizzando due registri: il filmetto adolescenziale e il thriller ultraviolento. Alle volte i due generi si incrociano, con risultati quanto mai assurdi. La prima scena è emblematica: una ragazza guida la macchina in bikini, si ferma in una stazione di servizio e viene uccisa da un assassino animalesco con il respiro affannoso amplificato alla Darth Vader. Titoli di testa e presentazione dei personaggi: un gruppo di ragazze che vuole mettere su un bikini-carwash per far su qualche soldo. Breve premessa: in America questo tipo di attività è abbastanza comune, ma ha sempre uno scopo, di solito benefico. Qui non si spiega nulla, queste vogliono lavare macchine in bikini e basta, per loro è la realizzazione di una vita intera. Per farlo si rivolgono a due amici, due stucchevoli stereotipi: il nerd goffo con le donne e il burino in canottiera bravo con i motori; è bene specificare che ogni personaggio ha un suo abito dall’inizio alla fine, tanto per caratterizzarlo meglio. Trovatisi in una stazione di servizio abbandonata, decidono inopinatamente di mettere su il loro siparietto lì. Ma perchè non se ne vanno? Nella zona passa poca gente, e non sembra neppure fare tanto caldo, ma vabbè. Mentre le ragazze arrotondano prostituendosi con i clienti, si accorgono che una coppia di turisti francesi è scomparsa nel nulla e che qualcosa non va. Ma perchè non se ne vanno? Il meccanico intanto si è fatto il mazzo e in quattro ore ha aggiustato il pullman, problema risolto, si parte. Invece restano lì. Ma perchè non se ne vanno? Perchè il nerd casca nella trappola di una battona in bikini e si fa prestare l’autobus per andare in camporella. Nel cercarlo, due ragazze trovano il bus deserto, con l’insignificante eccezione di un cane morto di peluche. Ma perchè non se ne vanno? L’assassino, forse stufo degli ammiccamenti pseudo-lesbo delle lavamacchine, inizia a mietere vittime. Le ragazze scoprono un deposito di macchine abbandonate con a bordo oggetti personali, alcuni di loro scompaiono (inclusi i due uomini del gruppo) e appare ormai chiaro che le cose si mettono male. Due superstiti trovano delle chiavi di auto delle precedenti vittime, ma non prendono quella, familiare e conosciuta, del bus; no, cercano quelle dei francesi e la trovano dopo lungo penare. Incredibilmente…se ne vanno! Sentono dei colpi dal bagagliaio, ma non sono così stupide da fermarsi e aprire. Come dite? Sono così stupide? In effetti sì. L’inseguimento si protrae per altri venti minuti e altri cadaveri, fino al finale scontatissimo.
Se io dico “slasher” e “luoghi comuni” cosa vi viene in mente? Ragazza inseguita dal killer che inciampa nel nulla? Mazzo di chiavi e mani che tremano nel cercarle? Divisioni interne al gruppo per decidere chi è il capo? I due teen-ager che invece di salvarsi le chiappe iniziano a limonare? Dite, dite pure. Non c’è luogo comune dello slasher (inclusi tutti quelli già citati) che non sia presentein Bikini girls on ice. Questo porta le protagoniste ad assumere comportamenti talmente stupidi da fornire un involontario effetto comico. Facciamo un esempio? Due ragazzi si trovano da soli e, in preda allo sconforto, si baciano. Questo porterà a una storia d’amore, magari interrotta da una morte tragica? No! Dall’inquadratura successiva si comportano come se niente fosse, in pratica gli serviva una scena romantica per allungare il brodo.
Diciamoci la verità, che cosa ci si aspetta da questi film? Tette e sangue. Lo scrivo in maiuscolo: TETTE e SANGUE. Le prime si vedono davvero poco (i bikini restano sempre addosso alle protagoniste), il secondo è quasi tutto fuori campo, il che è un peccato, perchè un pò di splatter avrebbe aiutato a rendere il tutto meno ridicolo. Oltretutto la fotografia e la regia sono meno inette di quanto sembri; a destare perplessità è la sceneggiatura; sembra quasi che manchino delle pagine al copione e gli attori non se ne accorgano. Esempio: “cos’è questo odore?” “sembra benzina”; è una stazione di benzina, pensavate di sentire odore di verdure? Altro esempio: l’ultima superstite trova il neofidanzato immerso nel ghiaccio ma vivo, ed è armata di coltello. A un certo punto il killer tira fuori il tizio dalla vasca e prende un grosso martello. Intuite le sue intenzioni, lei esce e gli chiede di evitare; in tutta risposta lui martella a morte il ragazzo, ma molto lentamente, e lei non si sogna nemmeno di intervenire. Lo fa soltanto quando lui è ormai poltiglia, lanciando un coltello in stile Kurt Russell, senza tuttavia sortire effetti apprezzabili.
Ripetiamo: poche tette, poco sangue, noia totale. Per i fanatici dello slasher…

Produzione: USA (2009)
Scena madre: parlavamo del bagagliaio, appunto. Nell’ordine: aprono il bagagliaio (ma perchè? Non potevano aspettare?), si fanno inverosimilmente sorprendere dal maniaco, che ne accoltella una, l’altra gli spezza una rotula con un colpo di piede di porco ma NON si ferma ad ammazzarlo, preferendo invece aiutare l’amica che muore di lì a pochi secondi! Stupidità al potere!
Punto di forza: diciamoci la verità, in alcune scene c’è tensione. Perlomeno impedisce allo spettatore di addormentarsi.
Punto debole: Geoff, dovevi usare di più! Più tette, più sangue, più volgarità! Perchè queste inibizioni?
Potresti apprezzare anche…: Il corvo 4 – Preghiera maledetta. Stessa confezione da teen-movie.
Come trovarlo: in Italia non è mai stato doppiato. Si trova in inglese sottotitolato, ma non è da escludere che prima o poi lo usino come film-riempitivo su qualche canale a pagamento.

Un piccolo assaggio: (in questo trailer c’è un collegamento all’ipotetico sequel Pin-up dolls on ice…non vediamo l’ora!)

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