Archivi Blog

Arachnoquake

Arachnoquake.jpg

AH AH AH!

Di: Griff Furst
Con: Edward Furlong,  Megan Adelle, Gralen Bryant Banks, Paul Boocock,Tracey Gold

Sharknado? Pfui!
Ok, ok, il capolavoro della Asylum è uscito l’anno dopo. Quindi, tecnicamente, potrebbe essere Sharknado ad essersi ispirato ad Arachnoquake. Boh. Però il legame tra i due film è evidente: Sharks + tornado = Sharknado, Arachno + quake (“terremoto” in inglese) = Arachnoquake. Semplice semplice. E se queste erano le premesse, cosa poteva venirne fuori se non un trashissimo monster-movie senza capo nè coda?

Arachnoquake 1.jpg

Che scena scontata, ma puoi?

La Louisiana è sotto attacco: giganteschi ragni preistorici in digitale emergono dal sottosuolo, sono capaci di sputare fuoco e camminare sull’acqua, e sono stati disturbati dalle solite multinazionali stronze, che trivellano il terreno e disturbano il sonno delle bestiole a otto zampe. Come se non bastasse, i ragnozzi attaccano l’uomo, creando bubboni sottopelle che esplodono rilasciando altri ragni, i quali crescono piuttosto in fretta. Per fermarli si crea un gruppo assai variegato: un giovane sfaccendato puttaniere, delusione di suo padre e della sorella bonazza, si trova a guidare un pullman con sopra un paio di ragazzi, un vecchio e una coppia di deficienti che vogliono fare un giro turistico. A distanza, un altro pullman, guidato dal padre dei due ragazzi, trasporta delle adolescenti succintamente vestite a un torneo di baseball (ci si veste così alle partite?), e deve fronteggiare la stessa minaccia degli aracnidi, che hanno ormai invaso la città. L’intervento dei militari (dieci-dodici in tutto, i mezzi sono quelli che sono) non è sufficiente: l’alleanza bifolchi locali-turisti-esercito nulla può contro la mostruosa regina aracnide, un buffo ragnone rosa grosso come un camion e parecchio incazzato. Spetta allora all’insulso protagonista, che si riscatterà vestendosi da palombaro e affrontando il mostro finale con stratagemmi che ci rifiutiamo di riportare per rispetto al nostro senso della vergogna.
Diretto da Griff Furst (suoi gli imbarazzanti I am Omega e 100 million BC) e scritto da una nostra vecchia conoscenza, Eric Forsberg (che qui abbiamo intervistato), Arachnoquake non è un film della Asylum, ma ci somiglia molto, e non solo per i nomi illustri. Canovaccio di partenza con mostri giganti in città, il numero minimo di comparse, qualche attore ripescato dall’oblio: la strategia è quella. Stavolta tocca a Edward Furlong l’ingrato ruolo di ex-celebrità: vi ricordate il ragazzino di Terminator 2 e il ragazzo problematico di American History X? E’ invecchiato, e secondo noi non così bene: bolso come John Travolta, interpreta il coach che accompagna le ragazzine con minigonna giropassera, e affronta i ragni a colpi di mazza da baseball. Per esigenza di sceneggiatura, è pure costretto a mettere in atto l’incidente più ridicolo della storia, con l’autobus che, a una velocità estremamente contenuta, sbanda e va a sbattere come se fosse ai duecento all’ora.

Arachnoquake 2

Certo che passare da James Cameron a questa roba qui è proprio una finaccia, povero Furlong.

Non c’è molto da dire sui ragnoni: sono fatti malissimo, con una grafica orripilante, le loro dimensioni variano a seconda delle esigenze, e le comparse si gettano letteralmente nelle loro fauci per simulare aggressioni credibili, con una nota di merito per il vecchietto iniziale che, pur di non affrontare un ragno non così spaventoso (5 cm, a occhio), si lascia cadere in una buca senza fondo. Altri personaggi, invece, inciampano ripetutamente nel solito ramo che emerge dal terreno, nel disperato tentativo di rendere un pò verosimile l’assalto degli zamputi animaletti.
Una nota di merito sulle location: il film è interamente girato nella vera Louisiana, rappresentata nel modo più stereotipato possibile come un posto in cui abitano solo neri ignoranti, vecchi rincoglioniti e bifolchi bianchi razzisti. Inoltre, evidentemente a causa della povertà di budget, appena l’inquadratura si allarga è possibile vedere distintamente gli abitanti di Baton Rouge che, incuranti del set del film, camminano e fanno la loro vita come se niente fosse! Persino le macchine, nonostante il traffico di ragni grossi quanto cinghiali in mezzo alle strade, procedono lentamente, così come i pedoni sui marciapiedi.
Insomma un film non del tutto riuscito (certi intermezzi familiari, come in tutti i film di questo tipo, sono noiosissimi e poco utili), ma che strapperà più di una risata agli amanti di questa robaccia. Come noi.

Ah, chi scrive è aracnofobico. Bastardi maledetti.

Produzione: USA (2012)
Scena madre: l’assalto finale del buffissimo ragnone rosa che va a fare la ragnatela tra due palazzi affrontato da quel buzzurro del protagonista in tuta da palombaro.
Punto di forza: è divertente, in parecchie scene. E poi potrebbe dare il via ad un filone, ad esempio: pecore giganti (“sheeps”) più uragano (“hurricane”) che diventa SHEEPSICANE. O qualcosa del genere.
Punto debole: se si esclusono i patemi familiari dei personaggi, non ne ha. Forse avremmo preferito osasse un pò di più.
Potresti apprezzare anche…: bè, dai, stavolta è facile.
Come trovarlo: il mercato americano ci permette di averlo in tutti i formati, nonostante il successo assai minore rispetto a Sharknado.

Un piccolo assaggio: (il commento “this movie was biggest shit i’ve ever seen” sotto questo video ci manda subito in visibilio)

3,5

Blood Lake – L’attacco delle lamprede killer

Lo splatter è tutto nella locandina, purtroppo!

Lo splatter è tutto nella locandina, purtroppo!

[Krocodylus, IlCarlo] Di: James Cullen Bressack Con: Shannen Doherty, Jason Brooks, Christopher Lloyd, Jack Ward Iniziare a guardare un film e leggere “The Asylum presents” è sempre una bella sorpresa. Se i terribili mostri che popolano il film in questione sono poi delle petromyzontiformes, più comunemente note come lamprede, curiosi animali simili ad anguille che succhiano il sangue non così pericolosi per l’uomo, il gioco è fatto. In una sonnacchiosa cittadina di provincia, le lamprede diventano milioni, super aggressive e attaccano l’uomo. Perchè? Perchè…boh, non si dice. Ormai la Asylum può permettersi di non spiegare nulla di ciò che accade nei suoi film, tanto non ce ne frega un fico secco delle cause, quello che vogliamo è vedere le lamprede assassine che magnano la gente. In realtà è improbabile che le lamprede mangino la gente, ma quei geniacci degli sceneggiatori rimediano con una curiosa trovata: chiunque venga morso da uno di questi simpatici animaletti perde l’equilibrio del tutto senza motivo, oppure viene trascinato dalle lamprede stesse (!); comunque, finisce in acqua e viene divorato. A combattere la minaccia ci sono un esperto del settore, appena trasferitosi con la famiglia, composta da moglie milfona (Shannen Doherty, faceva Beverly Hills 90210) e figlia adolescente bona ma irrimediabilmente stupida. C’è anche un figlio più piccolo, amico degli animali e lento di comprendonio, ma visto che il suo ruolo è prevalentemente quello di frignare ce ne disinteresseremo. Comunque, a ostacolare l’opera del protagonista c’è l’avido sindaco che non vuole interrompere la stagione turistica, stereotipo che non regge più dai tempi de Lo squalo. La lotta sarà senza esclusione di colpi, con le lamprede che a un certo punto imparano a muoversi sulla terraferma con disinvoltura e fanno strage, fino all’idea geniale del protagonista: estrarre fegati dalle lamprede morte, attirarle in una centrale elettrica e friggerle. Alla fine il padre bigotto accetta che la figlia si fidanzi con un ragazzotto locale e tutti vivono felici e contenti, cane randagio compreso, mentre un tecnico antipatico viene ammazzato dall’ultima lampreda rimasta. Blood lake è il tipico prodotto che tenta disperatamente di inventare un elemento di tensione in un animale facile da riprodurre in digitale e finora non sfruttato; il fatto che nessuno avesse mai pensato a delle lamprede assassine doveva dire qualcosa ai pittoreschi sceneggiatori della Asylum. Il risultato però è divertente: non una commediola autocitazionistica come Sharknado, ma un bel filmaccio raffazzonato in poco tempo con protagonisti inespressivi e situazioni inverosimili; la presenza di Christopher Lloyd, il “Doc” Brown di Ritorno al futuro (l’avevo lasciato nel west a rimorchiare maestre, che brutta fine, poveraccio), qui nei panni del sindaco stronzo (che finisce malissimo, violato analmente da una lampreda!), è una perla che arricchisce il cast. Le blasfeme citazioni di Alien ci hanno portato a definirlo, con un gioco di parole degno del Bagaglino, “Alien VS Lampredator”, scusate, eravamo stanchi. Curiosi gli scontri lamprede-umani: trattandosi di bestiole facilissime da evitare (sono lente e piccole!), si è pensato di rendere più stupidi i personaggi: la nostra preferita è la sceriffa che si ferma in mezzo a milioni di lamprede con i finestrini abbassati, lasciandosi divorare senza nemmeno tentare la fuga; l’assurdo sacrificio dell’assistente (ma perchè? Non ce n’era alcun bisogno!) e la surreale ostinazione del sindaco (continua a far finta di nulla anche dopo 5-6 morti!) completano il podio. Particolarmente gustose le scene in cui oggetti di uso comune vengono usati per sfoltire la popolazione delle lamprede: abbiamo così il decespugliatore che le falcia a decine, le mazze da golf che le spappolano, gli attrezzi da barbecue per dargli fuoco, eccetera. Menzione speciale per i doppiatori italiani: mai avevamo visto un lavoro così mal eseguito, fuori sincrono di diversi secondi in quasi tutte le frasi. Cast di relitti umani, storia inverosimile, scene ridicole, zero tensione. In una sola parola: filmone!

Produzione: USA (2014)

Scena madre: il decespugliatore, per Dio, guardatevela! La figlia che lo solleva come se pesasse mezzo chilo e il sangue posticcio valgono da soli tutto il film!

Punto di forza: è insolitamente divertente! La deriva “consapevole” del trash targato Asylum ci stava preoccupando.

Punto debole: e le tette? C’è tanta gente in acqua, volevamo più tette! Potresti apprezzare anche…: Sexual parasite – Killer pussy

Come trovarlo: lo passano su Dimax ogni tanto, in italiano. Non perdetevelo!

Un piccolo assaggio:  (vi prego, notate la raffinatezza della realizzazione) 3

Birdemic 2: The Resurrection

EPICO.

EPICO.

Di: James Nguyen
Con: Carrie Stevens, Whitney Moore, Alan Bagh, Brittany N. Pierce, Billy Mikus, Rick Camp, Chelsea Turnbo

L’attesissimo (da noi e qualche altro derelitto) sequel dell’immortale Birdemic è finalmente venuto in nostro possesso! Ci sono voluti anni di attesa e una paziente ricerca di sottotitoli in italiano, ma l’impresa è alla fine stata compiuta, e il film visionato. Ed è totalmente diverso da come ce lo aspettavamo!
A voler essere pignoli, Birdemic 2 non è un sequel del primo, ma un remake. Dello stesso regista. Con gli stessi attori.
Perchè uno fa un remake, di solito? Magari ha trovato più fondi di quando ha girato il film originale, o attori migliori, o forse più semplicemente la tecnologia ha raggiunto un livello tale da permettergli di realizzare qualcosa di meglio. Qualsiasi regista risponderebbe così, ma non James Nguyen. Il motivo per cui si sia cimentato in questa spazzatura ci rimane oscuro. Le poche differenze tra i due film sono l’unico motivo per cui non facciamo copiaeincolla con la precedente recensione.
Rod stavolta è un regista che nei primi cinque minuti di girato passeggia per Hollywood senza che accada una cippa di nulla (queste scene saranno numerosissime, probabilmente per allungare il minutaggio). Entra in un bar e subito inizia a provarci con la cameriera bionda, millantando fama mondiale e promettendole una parte nel suo prossimo film. Arriva anche un suo vecchio amico ricco sfondato che gli offre un milione di dollari a patto che nel film reciti la bagascia che si porta appresso. Ottenuto anche l’ok dei produttori (purchè si inseriscano più tette e violenza!), si può cominciare a girare, mentre Rod fa capire alla cameriera, in modo abbastanza esplicito, che c’è un modo semplice semplice per ringraziarlo dell’opportunità di carriera: offrirgliela su un piatto d’argento, cosa che l’attricetta fa senza alcun rimorso.
Come da copione, dal nulla arrivano le aquile, gli avvoltoi e i piccioni. No, va bè, stavolta c’è un minimo di storia e di contesto scientifico: cade una pioggia rossa venuta da chissà dove che fa resuscitare i morti, soprattutto due uomini di Neanderthal e gli uccelli. Fine del contesto scientifico. Qui in pratica riparte il secondo tempo del precedente film, con i protagonsiti che scappano in uno scenario totalmente normale e tranquillo in cui le macchine continuano a girare in strada, sparando come pazzi (le armi hanno tutte il cheat “colpi infiniti”) e ogni tanto decimandosi. A dieci minuti dalla fine, Nguyen sorprende lo spettatore inserendo una scena del tutto casuale in cui la pioggia rossa fa resuscitare degli zombi dal cimitero (7-8 in tutto), con uno scorcio di horror che quantomeno ravviva l’attenzione. Nel prevedibile finale, comunque, gli uccellacci e gli zombi tornano da dove sono venuti. Finisce esattamente come l’altro, insomma.
B2: The resurrection ripete insomma l’intero copione dell’originale. Questo vale anche per gli effetti speciali: sempre scarsi, sempre ai limiti dell’imbarazzo più totale, con il braccino corto del regista Nguyen sempre evidente (come quando persino un’ambulanza è ricostruita in CGI, presumiamo non sia troppo difficoltoso procurarsene una). Commentarli sarebbe una perdita di tempo, molto meglio evidenziare alcune parti che ci hanno lasciati perplessi.
Alcune scene, in particolare, sembrano prese da un altro film e inserite giusto per far raggiungere una lunghezza decente (ricordiamo che nonostante tutto ‘sta roba dura 79 minuti, eh, non tre ore): l’incontro con la coppia di ecologisti, lo scontro con i primitivi (sia ecologisti che primitivi indossano dei ridicoli parrucconi), e il siparietto nei vari set; in uno di questi Nguyen riesce anche ad inserire alcune tette di discreta qualità, come a dire che se avesse trenta-quaranta euro in più da buttar via potrebbe fare film action coi fiocchi.
Un grosso difetto del film (in ottica cinemasochistica, giacchè se parlassimo di livello qualitativo ci sarebbe da scriverne a lungo) è il fatto di autocitarsi continuamente, dando vita a un tentativo di metacinematografia decisamente inutile e noioso, con gli attori (chiamiamoli così) che discutono del mondo del cinema contemporaneo un attimo prima di prendere a badilate delle aquile posticce. Alle volte sembra quasi che James Nguyen sappia benissimo di non avere alcun talento e carichi la dose di trash solo per sfornare cult. Ma forse è solo un’impressione, eh…

Produzione: USA (2013)
Scena madre: l’attacco della medusa è particolarmente interessante, perchè davvero non centra nulla col resto del film. Probabilmente l’hanno messa per poi riprendere la cosa, ma se ne sono dimenticati.
Punto di forza: alla fine non è così male, fa ridere e una visione la merita.
Punto debole: dato che la vergogna non sembra essere di casa dalle sue parti, Nguyen poteva pure metterci qualche mostro in più, invece di riciclare i soliti uccellacci più qualche zombi.
Potresti apprezzare anche…: il primo Birdemic, tanto è uguale.
Come trovarlo: considerato che l’importanza dei dialoghi è pari a quella degli stessi nei porno, è sufficiente procurarselo originale. Se qualcuno volesse i sottotitoli italiani, sono facilmente reperibili online.

Un piccolo assaggio: 

(ecco la scena della medusa, guardatevela tutti, poi guardate il film e diteci se avete capito cosa ha a che fare con tutto il resto)

3

Atlantic Rim

Io volevo anche Oceanic Rim e Indian Rim, ma vabbè...

Io volevo anche Oceanic Rim e Indian Rim, ma vabbè…

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Jared Cohn
Con: Graham Greene, David Chokachi, Treach, Jackie Moore

Qualche critico, parlando di Pacific Rim, ha detto, non senza disprezzo, che è la realizzazione infantile del sogno di ogni bambino: mostri giganti contro robottoni, l’inconfessabile desiderio di ogni cinefilo con il cuore da burino. Atlantic Rim, la versione Asylum del film di Del Toro, è invece la versione trash di tale desiderio.
Red, Jim e Tracy sono tre piloti della marina americana, scelti per un progetto rivoluzionario, il Project Armada: questo investimento (500 miliardi di dollari!) dell’esercito non ha uno scopo preciso: i tre baldi giovani devono pilotare questi robottoni giganti in CGI, ma non si capisce bene per quale motivo. Un giorno, mentre Red e Tracy si ubriacano e fanno i bulletti alla festa del Martedì Grasso, una piattaforma petrolifera viene attaccata da un mostro gigantesco, simile a un serpente marino mischiato con un dinosauro. Nonostante i robottoni non siano ancora stati testati, i tre idioti vengono spediti in fondo all’oceano per verificare l’accaduto, e si scontrano con il suddetto mostro devastando mezza città. Mentre Red viene rinchiuso in cella per insubordinazione, generali e scienziati scoprono che il mostro non era solo, e che lui e i suoi amici sono nati da uova vecchie di 100 milioni di anni conservatesi grazie al petrolio greggio, non è ben chiaro come. Ovviamente gli altri due mostri attaccano subito New York, lasciando ai piloti, coadiuvati dal vecchio e pacioso ammiraglio Hadley, il compito di debellarli. Lo scontro finale si svolge in città, in acqua e nello spazio, e vede (sorpresa!) il trionfo del bene e dei militari buoni e onesti, contro un esagitato colonnello che dal minuto quaranta fino alla fine insiste per un bombardamento nucleare su Manhattan. Ah, c’è anche una specie di triangolo amoroso tra i piloti che viene introdotto a metà film e di cui non si parla più, forse mancava il tempo e bisognava far uscire la cazzatina nelle sale (?).
Jared Cohn è un giovane e promettente regista Asylum, cui spetta l’ingrato compito di realizzare il mockbuster del kolossal di Del Toro. Ora, il film originale era di per sè una sonora vaccata, appena salvata dai roboanti e curatissimi effetti speciali. Proprio questo (ovvero la presenza di animali giganteschi e variegati e robottoni che li combattono, con conseguente distruzione di tutto quanto), poteva fare di Atlantic Rim un grande mockbuster in cui dar fondo a tutta la capacità fracassona degli effettisti Asylum. Bisogna dire che Cohn si impegna a fondo per raggiungere questo risultato; il problema è che (immaginiamo) il budget a sua disposizione era veramente ridicolo, più del solito. Questo aspetto impone una certa morigeratezza nell’uso di effetti digitali: i mostri sono tutti uguali tranne che per le dimensioni (che comunque variano con disinvoltura da un’inquadratura all’altra), sono soltanto tre (e non decine come speravamo) e i combattimenti sono resi con pochi effetti (comunque orripilanti) e ripetendo all’infinito le stesse inquadrature. Come se non bastasse, l’azione è alquanto ridotta: oltre metà del film (una percentuale indegna per una pellicola di questo genere) è occupata dalla vita privata dei tre piloti, dalle loro storie d’amore e dallo scontro tra l’ammiraglio Hadley e il colonnello. Fortunatamente, nonostante il braccino corto di Latt e Rimawi, anche le scene di vita quotidiana e attività militare regalano qualche perla che salva la pellicola dalla noia: notevole l’inserimento di una rivalità tra Red e Jim per contendersi la bella Tracy, che sta col primo ma, da ubriaca, ha strombazzato pure con il secondo; il discorso interrotto proprio mentre la cosa viene rivelata lascia presagire un finale carico di passioni e sacrifici, invece no, tutto quanto viene accantonato per far spazio all’ego di Red: costui, sopravvissuto tra le altre cose a un’esplosione nucleare, è un vero ignorante patriota americano, che ulula, sbevazza e si mette a urlare come uno sciamannato se lo chiudono in una stanza per più di due ore. Irritante la scena in cui, mentre l’ubriaco Red e Tracy ballano a una festa, Jim si fa il mazzo con la Croce Rossa per soccorrere i feriti, salvo venire totalmente ignorato quando poi tutti danno dell’eroe al suo collega. Anche l’idea di attaccare il mostro con un robot per volta, pur avendone a disposizione tre, non è affatto male; i suddetti robot sprecano oltretutto metà del carburante solo per arrivare sul posto!
La realizzazione tecnica, al di là degli effetti speciali, è abbastanza dozzinale: le scene rubate a documentari sull’esercito sono abbastanza ben inserite nel contesto, mentre i momenti di panico generale risultano poco credibili a causa del risicatissimo numero di comparse (fa quasi tenerezza la scena in cui l’esercito manda cinque soldati CINQUE armati di fucilini contro un mostro di 100 metri). Gli attori (tra cui il bravo Greene) sembrano come ipnotizzati, e recitano dialoghi senza senso con grande convinzione: l’Oscar dell’assurdo lo vince il militare pazzo con la benda sull’occhio fissato con la bomba atomica, una trovata, questa, utilizzata dalla Asylum praticamente in ogni film, che il nemico siano piranha, coccodrilli di 20 metri o dinosauri di 100. Se non altro dura una mezz’ora buona in meno dell’originale…

Produzione: USA (2013)
Scena madre: a un certo punto Cohn decide di inserire un ulteriore collegamente con Pacific Rim, ovvero l’interfaccia mentale. Per farlo, i tre piloti indossano una specie di cerchietto (ognuno ha il suo colore, rosso verde e blu) che li fa somigliare ai protagonisti di Sailor Moon! Imbarazzante!
Punto di forza: diciamo che essendo l’originale una vaccata, questo non è che sfiguri. Se si escludono gli effetti speciali.
Punto debole: Rimawi, Latt, sganciate la grana! Non troppa, eh, quella che basta per far ridere!
Potresti apprezzare anche…: Battle of Los Angeles
Come trovarlo: essendo reperibile anche in italiano, è probabile che sia stato distribuito sul mercato delle pay tv.

Un piccolo assaggio:  (ecco l’epico scontro finale!)

2,5

Gli eredi di King Kong

Il vero cinemasochista avrà un orgasmo di fronte a cotanta pupazzosità!

Il vero cinemasochista avrà un orgasmo di fronte a cotanta pupazzosità!

Di: Ishiro Honda
Con: Haruo Nakajima, Masao Fukazawa, Tadaaki Watanabe

L’insana passione dello staff per il cinema di mostri giapponese è cosa nota. Ishiro Honda, pioniere di questo genere cinematografico (creatore, fra gli altri, del primo Godzilla) è senza dubbio un Maestro: in questa pellicola del 1968, la nona della saga del Godzillone, Honda realizza un pasticcio assurdo in cui fa scontrare tutti i mostri comparsi fino a quel momento in un tripudio di modellini, petardi e mimi in costume! Le prime scene, con un’astronave di plastica che sfreccia (molto letargicamente, a dire il vero) verso i cieli infiniti, lasciano intuire di che tipo di pellicola si tratti. Ma non c’è spazio per queste sciocchezze, ed ecco che subito sono presentati i mostri: come in un episodio dei Pokemon, viene detto il nome e mostrata la principale abilità di ognuno (nel caso di Godzilla, bullarsi come un rapper del ghetto). In pratica, i mostri sono tutti rinchiusi in un’isola (come facciano a non ammazzarsi tra loro, non si sa) e se provano a scappare sono investiti da un gas tossico. Gli scienziati che controllano la struttura, tra cui la fidanzata del protagonista, che la maltratta regolarmente, sono rintanati sottoterra, ma questo non li salverà, poichè un fumo giallo di origine ignota li stordirà e porterà via i simpatici animaletti a loro affidati. Il momento che tutti aspettavamo è arrivato: come intimidazione, i rapitori alieni mandano i giganti a devastare le principali città del mondo. Ecco che, in una sequenza di effetti speciali degna di un film amatoriale tra amici, un serpentone tira giù un ponte, Rodan sparge il terrore volando (la sua posa è quanto di più inadatto al volo possa esistere, e al suo passaggio si sente il rumore di un quadrimotore della Seconda guerra Mondiale!) e Godzilla, che è il solito burino, va a cercare la rissa a New York, bombardandola di onde energetiche e distruggendo la centrale elettrica, modellino che non manca mai in questo tipo di film. Responsabili di tale scempio visivo, che purtroppo dura davvero poco, sono delle aliene vestite come suore trash con tanto di brillantini e cuffietta grigia. Tutto sembra perduto, quando il dottor Buracchi (no, non si chiama Buracchi, ma i nomi giapponesi sono una sfida alla mia già scarsa memoria) inventa un meccanismo per riportare i mostri a più miti consigli. Si prepara così la battaglia finale: i pupazzoni attaccano tutti insieme la base dei cattivi sul monte Fuji, e dopo una dura battaglia, complicata dall’apparizione (stile Madonna di Lourdes) di King Ghodirrah, un drago a tre teste che comunque nulla potrà contro i nostri ridicoli eroi. Distrutta a calci la base dei cattivi, Godzy riporta la pace nel mondo, se ne torna con i suoi compari sull’isola e saluta i bambini in un finale davvero stucchevole, anche per un target infantile come quello cui Honda si rivolge.
Lo abbiamo già spiegato in molte recensioni: l’ingenuità e la puerilità di film del genere è spesso una precisa trovata di registi e sceneggiatori per renderli più “leggeri”. Questo, e solo questo, separa Gli eredi di King Kong dalla lista dei capolavori assoluti. Iniziamo con il dire che il titolo italiano è una bieca trovata commerciale dei distributori italiani, giacchè dello scimmione non v’è traccia. Ma questo è insignificante: con questa delizia, Honda sfrutta al massimo la componente di ridicolo presente in qualunque film giapponese con animali giganti. Se è vero che la prima parte non è niente di speciale, è lo scontro finale (che dura ben mezz’ora!) a costituire uno spettacolo esaltante: ai poveri attori resi goffi dai costumi viene lasciata una libertà totale: lo scontro tra i mostri e Ghidorra è una sequela assurda di pedate in faccia, calci nelle palle, morsi, pugni e gestacci che non si vede neppure in una rissa di un bar a Caracas. Godzilla, più in forma che mai, mena più dell’Antonio Inoki dei tempi belli, dirige i compagni, distrugge i nemici a suon di calcioni e si permette di far scendere in campo l’insignificante figlio Minilla, che a livello di combattimento vale quanto il due di picche, ma ha un’espressione, se possibile, ancora più assurda e scombiccherata di quella paterna. Ogni combattimento è “presentato” da un signore anziano che parla come Ciccio Valenti quando commentava il wrestling! Altre scene memorabili: le palle di pietra trovate da un pecoraio sui monti (che se ho ben capito servono per controllare i mostri), le armi giocattolo che sono un incrocio tra il Super Liquidator e il tubo per il silicone, le immagini di repertorio (incendi e documentari sulla vita marina) appiccicate per allungare il minutaggio con evidente differenza di fotografia. Ogni minuto è costellato da cose assurde, insensate e incredibilmente camp.
La cosa divertente di tutto questo è che il film non è neppure male, ok, ha i difetti classici del cinema fantascientifico giapponese, ma non annoia veramente mai!

Produzione: Giappone (1968)
Scena madre: forse la più lunga scena-madre della Cinewalkofshame, ovvero il combattimento finale.
Punto di forza: non ci stancheremo mai di ripeterlo, questi film non sono MAI noiosi, sono divertenti e fanno ridere. Non è poco per un genere intero.
Punto debole: con un simile filotto di mostri ridicoli, forse Honda poteva realizzare un qualcosa di mai visto, l’apice assoluto del trash. Ma noi ci accontentiamo!
Potresti apprezzare anche…: Ai confini della realtà (Godzilla VS Megalon), così potrete confrontare lo stile di Honda con quello di Fukuda.
Come trovarlo: la Cecchi Gori ha distribuito parecchi filmacci giapponesi di questo tipo in DVD.

Un piccolo assaggio:  (il trailer è tutto un programma)

4

 

I am Ωmega

La locandina è decisamente migliore di quella con Will Smith.

La locandina è decisamente migliore di quella con Will Smith.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Griff Furst
Con: Mark Dacascos, Geoff Meed, Jennifer Lee Wiggins

La prima recensione del 2013 è anche un ritorno alle origini; dopo tanto tempo, torniamo a recensire un film della Asylum. Il film in questione è il mockbuster di Io sono leggenda. In realtà, lo stesso film originale con Will Smith non ci ha entusiasmato, anzi; essendo devoti fans di Richard Matheson, l’abbiamo trovato un insulto. I am Omega non è poi granchè, ma la differenza è minore di quanto si possa credere. Il protagonista si chiama Renchard, e non Neville. Come da copione, egli vive da solo in una casa piena di armi, per proteggersi dagli zombi-vampiri-infetti mannari (non viene spiegato cosa siano, quindi diamo spazio alla fantasia). Un giorno riceve una richiesta d’aiuto in videochat da una ragazza, Brianna, ma se ne sbatte e chiude la conversazione. Dopo che due ex-marines burini e coatti gli fanno saltare la casa, decide invece di accettare, anche perchè la tipa ha nel sangue l’antivirus per la malattia. Dopo un breve viaggetto nelle fogne, uno dei due burini muore e Renchard raggiunge, tutto solo, Brianna. Qui inizia la parte più delirante: si scopre che Renchard ha disseminato degli esplosivi in tutta la città per farla saltare, non si sa bene perchè, mica si limiteranno a una città, ma vabbè, e hanno 24 ore per fuggire. Una volta rubata una macchina (una decappottabile! Ma allora dillo che te le vai a cercare!) vengono sorpresi dal marine sopravvissuto; costui è andato fuori di melone per la morte dell’amico, e ora predica l’estinzione della specie umana come realizzazione di un’utopia darwinista. Per non essere troppo crudele, spara nelle gambe a Renchard e lo lascia in mezzo alla città, senza ucciderlo. Il protagonista, incazzatissimo e con svariati proiettili in corpo, ormai diventato verde dalla rabbia (o forse sta per morire), ruba una macchina, sopravvive per una notte intera, aziona la suddetta automobile a spinta, insegue il marine che ha rapito Brianna, fa a pugni con lui, lo prende a bastonate e se ne va con lei; i proiettili, i calci e i colpi di catena subiti vengono rattoppati con due cerotti sulla fronte, e i due se ne vanno verso la terra promessa, in un finale da teen-movie.
Ad essere onesti, il film è leggermente al di sopra della media Asylum, soprattutto la prima mezz’ora; sarà che non succede una cippa di niente, quindi non c’è nulla da sbagliare. Lo stesso David Michael Latt, da noi interpellato, l’ha definito “uno dei miei preferiti”. Ciò detto, sono presenti tutti gli ingredienti più trash della ricetta Asylum. La prima parte della trama è infatti copiatissima dall’originale, mentre il secondo tempo prende una strada autonoma e ancor più delirante. I mostri di questa apocalisse sono un pò particolari: a parte il fatto che se ne vedono massimo tre per volta, si muovono con disinvoltura anche alla luce del giorno, cancellando un pilastro del racconto originario di Matheson; a volte corrono e si muovono con velocità da teletrasporto, altre sono lenti e si fanno sorprendere da Renchard. In verità non è che sia tutta questa grande apocalisse; come già detto, i mostri sono pochi, ma soprattutto funzionano ancora elettricità, riscaldamento, linea Internet e GPS, tanto che Renchard riesce a collegarsi in videochat con la ragazza da qualunque parte del mondo! Per sicurezza, Renchard tiene anche una password per accendere il computer: non sia mai che qualcuno entri a ficcanasare…oltretutto, pur non essendosi mai visti e mai parlati, lei gli dice “sono nel centro della città” senza specificare di che città si tratti, e lui capisce al volo che sono, guardacaso, concittadini. Assolutamente esilarante la fuga di Renchard e Brianna: prima lui spreca una bomba a mano gettandola in un bidone con un mostro dentro, con l’unico scopo evidente di osservare l’effetto “petardo in una lattina”; poi sprecano preziosi minuti scegliendo l’auto, e una volta trovata, lui si attarda a picchiare zombi senza alcun motivo invece di fuggire; questo contrattempo causerà tutti i problemi dell’ultima mezz’ora di film. La tecnica, appena sufficiente nei primi minuti, degenera rapidamente: il montaggio, a dir poco oltraggioso, alterna senza grossi problemi il giorno e la notte, la recitazione degli attori lascia il tempo che trova e molte scene appetitose, le più splatter e le esplosioni, sono lasciate all’immaginazione dello spettatore. E soprattutto, il protagonista, Mark Dacascos, sembra un orientale. Nulla in contrario, ma non c’entra niente con Io sono leggenda. Apprezziamo, comunque, il tentativo di alzare la media qualitativa della Asylum. Non è andata bene? Pazienza, a noi piace così!

Produzione: USA (2007)
Scena madre: quando Vincent, il marine burino sopravvissuto, ritorna e si allea momentaneamente con Renchard, produce uno scambio di battute fenomenale (ambientato, ricordiamolo, in una città apocalittica che entro poche ore esploderà: “Ehi, Vincent, perchè non gli spari?” “E’ meglio fare un pò di allenamento di kung-fu!”. Spettacolare!
Punto di forza: il confronto con l’originale, che non era comunque granchè. Non c’è la distanza qualitativa che si verificava, ad esempio, con Titanic o Sherlock Holmes.
Punto debole: la sceneggiatura, che sembrava reggere grazie anche alla quasi totale assenza di dialoghi, si perde in un delirio senza freni nella seconda parte. Peccato.
Potresti apprezzare anche…: 2012 – Supernova, sempre per la categoria dei catastrofici Asylum.
Come trovarlo: su Internet gira sottotitolato in italiano, non è mai stato doppiato. Sotto trovate il link.

Un piccolo assaggio:  (qualche volenteroso l’ha sottotitolato in italiano! Ringraziamolo tutti!)

2,5

Slugs – Vortice d’orrore

Il titolo della collana di DVD la dice lunga…

[Krocodylus1991, Nehovistecose]

Di: Juan Piquer Simon
Con: Michael Garfield, Kim Terry, Alicia Moro

Se con le rane assassine di Frogs pensavate di averle davvero viste tutte nel campo degli animali assassini, dopo aver visto Slugs vi ricrederete. Qui i mostri mutanti carnivori sono delle lumache. Non lumache giganti, o vermoni tipo Tremors; proprio le lumache senza guscio, quelle rosse o nere che infestano gli orti, a grandezza naturale. Ora, noi possiamo capire che questi animaletti facciano un pò schifo, siano viscidi al tatto e rovinino le piante, ma le statistiche insegnano che non hanno mai ucciso nessuno, a parte acari e vermi. Chi di voi, nel creare un “vortice d’orrore”, ci metterebbe delle lumache? Eppure, i protagonisti del film si cagano addosso ogni volta che le vedono. Nella prima scena, una ragazza in barca vede il suo ragazzo trascinato in mare, seguito dall’immancabile spruzzo rosso sangue. Cioè, stiamo parlando di lumache, non di squali! Dopo i titoli di testa , facciamo conoscenza dei protagonisti: tre-quattro coppie che passano il loro tempo a stuzzicarsi con frasette a doppio senso abbastanza vomitevoli. Teniamo presente che i protagonisti sono tutti maschi, poichè alle donne spetta il ruolo di frignona da proteggere e scalda-letto. Dopo l’omicidio di un barbone nella sua casa ad opera delle lumache, i nostri eroi capiscono che qualcosa non va. La convinzione è rafforzata dopo altri due delitti: l’assurda morte di un vecchio giardiniere (che descriviamo nella scena madre, più sotto) e la tragedia di due giovinotti che, troppo impegnati a trombazzare, cadono in mezzo alle lumache e non si rendono conto che, fondamentalmente, basterebbe alzarsi in piedi. Mentre l’addetto alle fogne e l’ispettore sanitario cercano un rimedio, i simpatici animaletti fanno strage: a parte l’insignificante sindaco, assistiamo alla morte al ristorante di un venditore di terreni, nella scena più splatterosa del film: centinaia di vermi escono dalle orbite oculari e da un pò tutto il corpo del malcapitato, reo di aver mangiato insalata con dentro un lumacone. La soluzione escogitata è geniale: produrre mezza tonnellata di composto esplosivo (arsenico più litio, evidentemente il chimico ne teneva un camion dietro casa) e friggere le lumache direttamente nelle fogne. Il protagonista rassicura i compaesani: “non ho intenzione di far saltare la città”, cosa che puntualmente farà in un tripudio di case e macchine in fiamme, presumibilmente con alcune vittime. Ciò però non impedisce, dopo le due parole di rito dedicate all’amico morto, all’insulso protagonista di filarsela con la sua donna, fino a quel momento trattata come un essere inferiore.
Ammettiamo che il film parte con un grave handicap: è impossibile creare tensione usando come antagonisti degli animaletti che non ucciderebbero neppure una persona in coma. Simon ci prova, aumentando in alcune scene la potenza mandibolare delle bestiole: quando mordono il dito del protagonista esce mezza goccia di sangue, ma quando si dedicano alla giovane coppia divorano gli intestini di lei in pochi secondi. La recitazione è di per sè uno schifo, su questo non ci piove; ma è vero anche che la sceneggiatura scritta da Simon metterebbe in seria difficoltà anche Al Pacino. Valga per tutte la scena, esilarante, dell’interrogatorio al cuoco di Trombino’s. Offeso nell’orgoglio dall’insinuazione che il suo cibo fosse avariato, questo losco figuro si esibisce in una gragnuola di insulti in siciliano che terminano con “gli infilo io un bel lumacone di minchia su per il culo fottuto”, un siparietto assurdo che non ha alcuna connessione con tutto il resto e che è stato probabilmente girato sotto l’effetto di potenti acidi. Unica cosa a sollevare il film è una dose massiccia di ridicolo involontario; a parte la trama improbabile, è divertente vedere come il regista si inventi situazioni inverosimili per fare in modo che le lumache risultino pericolose. Oltretutto, gli ottanta minuti scarsi di pellicola sono strapieni di scene-riempitivo, tutte esilaranti; in una di queste avviene una patetica seduzione in una cantina, con il ragazzo talmente ubriaco che anche in seguito, al momento dell’amplesso, non sembra sentirsi troppo bene. In un’altra fenomenale sequenza due ragazzi pomiciano ad una festa. Un tizio li osserva con una maschera da teschio. Uno pensa a uno scherzo, invece no: il maniaco tenta uno stupro in piena regola ai danni della poveretta, che sfugge soltanto finendo in una fogna, divorata dalle lumache. Non si fa più alcun cenno allo stupratore, in compenso sono passati altri cinque minuti di film. Se non vi fa senso vedere delle lumache riprese da vicinissimo (in un patetico tentativo di farle sembrare più spaventose), godetevelo!

Produzione: USA (1988)
Scena madre: la morte del vecchio botanico, in cui tutto va storto. Gli entra una lumaca in un guanto, lo morde, lui cerca di toglierlo ma non riesce, tenta di tagliarsi la mano, si fa cadere addosso un armadio, la moglie non lo sente perchè passa l’aspirapolvere, fa cadere per sbaglio una tanica di non si sa cosa e tutto esplode tipo napalm. Imperdibile!
Punto di forza: la giusta dose di splatter.
Punto debole: lo ripetiamo, sono lumache, maledizione, lumache! Non si può basare un film horror sulle lumache!
Potresti apprezzare anche…: Frogs.
Come trovarlo: supponiamo non esista la versione DVD italiana, ma abbiamo la certezza della sua reperibilità in VHS.

Un piccolo assaggio:  (c’è tutto su Youtube, non abbiamo trovato altri filmati in proposito…)

Una notte al cimitero

Già il titolo, scusate…pare un film dei fratelli Marx…

Di: Lamberto Bava
Con: Gianmarco Tognazzi, Lea Martino, Lino Salemme

Ma ci è o ci fa? E’ più o meno questa la domanda che ci si dovrebbe fare dopo la visione di Una notte al cimitero, demenziale pellicola diretta per la tv dal figlio d’arte Bava. Confesso tutto il mio disagio per un’opera praticamente incollocabile, poichè si ha la forte impressione che il regista volesse realmente prendere per i fondelli gli incauti spettatori. Non che il film non sia trash, lo è eccome, ma la stima che ho per il cinema italiano mi fa dubitare della sincerità di chi abbia realizzato codesta porcheria. Partiamo dalla trama, che è una roba di una banalità sconcertante: cinque teen-ager ladruncoli, dopo un furto da seimila lire nel supermercato cittadino, intraprendono un viaggio che in due minuti li porta in quella che sembra la Transilvania ma in realtà è probabilmente la campagna emiliana con un pò di fumo bianco gettato qua e là. Lì il proprietario di una squallida locanda, attorniato da bifolchi suoi pari, li sfida ad una scommessa: se riusciranno a sopravvivere dopo una notte al cimitero (da qui il titolo), allora riceveranno un ingente premio in oro. Durante la notte accade veramente di tutto, tra un mostro, una finta scala che non porta da nessuna parte, zombi, lupi mannari e chi più ne ha più ne metta. Il film termina con il locandiere che svela la sua identità di cyborg (?) ai cinque imbecilli, che lo accoltellano ed escono pieni di gioielli, giusto in tempo per essere impacchettati dai Carabinieri. Giuro, finisce così.
Elencare tutti gli elementi tipici dello Z-movie presenti in questo spaventoso (nel senso di ignobile) film richiederebbe quattro volumi della Treccani, perciò è bene limitarsi allo stretto necessario. Iniziamo dalla recitazione: trattandosi di un teen-movie all’italiana, è infarcito di “porca vacca” e “oh, cacchio”. A parte il bravo Tognazzi, non c’è un solo attore degno di questo nome: i ragazzi sono insopportabilmente stereotipati, recitano come se dovessero dare le notizie al tg e si esibiscono in battibecchi memorabili tipo “ehi, qualcuno ha fatto sparire una statua dal cimitero”, “embè, ce ne sono molte altre”. Gli effetti speciali, e qui le virgolette si sprecano, sono costituiti da insulsi mascheroni di cartapesta, particolarmente ridicoli nel caso degli zombi. Bava, conscio dei propri scarsi mezzi, tenta allora di buttarla sul demenziale, ma o fai una commedia horror, e allora va bene, oppure fai sul serio, le vie di mezzo lasciamole a Sam Raimi. Qui destano perplessità le sequenze che riguardano gli zombi, specie l’allegra famigliola mangia-ragni (pura gomma) che, alla vista dei vivi, si rifugia nelle bare, mentre stenderemo un velo pietoso sui comportamenti erotici dei morti viventi. L’impressione è di trovarsi davanti a un episodio di Scooby-Doo, ma il turpiloquio e l’ambientazione comunque horror confermano che il film è rivolto quantomeno agli adolescenti, e allora sarebbe saggio porsi qualche domanda sui ragazzi degli anni ottanta. Le ambientazioni, davvero pessime, sono circa tre: il cimitero all’aperto, la squallida locanda e un paio di cunicoli ripresi sempre da angolazioni diverse, con dovizia di tombe di polistirolo e sculture in pura plastica arrabattate sul momento. A farla da padrone è comunque il meraviglioso Lino Salemme, che interpreta l’oste: questo personaggio non ha nulla a che vedere con il resto della trama. Per tutto il film mantiene uno sguardo vitreo (con tanto di occhio rosso alla Terminator), e si esibisce in una risata. Ecco, questa risata, sempre la stessa ripetuta in loop decine e decine di volte, ha colpito profondamente la nostra psiche, costringendoci a far pausa per un quarto d’ora nel disperato tentativo di riprendersi dalle convulsioni dovute alle risa. E considerata la nostra esperienza di masochisti cinematografici non è poco.
Insomma, Una notte al cimitero è senz’altro un film trash, ma è anche qualcosa di più: un colpo mortale, una sfida a chiunque creda di aver già visto tutto quel che c’è da vedere nel cinema horror, un oggetto oscuro e affascinante che deve essere visionato solo da chi abbia sufficiente controllo di sè. Il voto, volutamente medio, è dovuto in parte alla noia delle sequenze sotterranee, e in parte a questo eccesso di cattivo gusto. Fate attenzione, sul serio.

Produzione: ITA (1987)
Punto di forza: vi assicuro che non uscirete vivi dalla incredibile risata dell’oste.
Punto debole: come ho detto nella recensione, il troppo stroppia. E’ indescrivibile.
Come trovarlo: è uscito in VHS e DVD, ma dovrete penare a lungo nei mercatini per averlo a un prezzo accettabile.
Da guardare: non so se consigliarvi di chiamare qualcuno a farvi compagnia. Potrebbe essere pericoloso.

Un piccolo assaggio:  (un assaggino…)

Shark in Venice

Ma dove s'è mai visto???

Di: Danny Lerner
Con: Stephen Baldwin, Vanessa Johansson, Hilda Van Der Muelen, Giacomo Gonnella

“you have seen il tesoro!”. Questo favoloso film è stato diretto da Danny Lerner. Lo avete mai sentito nominare? Improbabile. Sappiate solo che questo tizio ha una vera fissa con i mostri assassini: sentite qua la sua filmografia: Shark Zone, Squali furiosi, Shark in Venice. Esatto: tre film, tre squali. Non dimentichiamo inoltre che la casa di produzione che ha permesso tutto ciò, la Nu Image, diretta da Avi Lerner (quasi certa la parentela), è colpevole della creazione di tutta la serie Shark Attack, compreso dunque il terzo immondo capitolo, e di film come I mercenari, John Rambo, Sfida senza regole, accompagnati da roba come Megasnake, Snakeman, Metamorphosis, Rats (non quello di Mattei), Crocodile, Crocodile 2, Octopus, Octopus 2 e chi più ne ha più ne metta. Signore e signori, abbiamo trovato la nuova Asylum!

Detto questo, passiamo al film vero e proprio: Shark in Venice si presenta subito come un sottoprodotto del classico filone squalesco post-Spielberg. L’originalità della puerile sceneggiatura sta in due elementi che Lerner, sapientemente, inserisce un pò alla cazzo nella pellicola: l’ambientazione a Venezia e la mafia siciliana. Avete capito bene: lo squalo in questione si vede per circa dieci minuti totali, ed è degradato al ruolo di misero schiavo del mafioso di turno. Il vero protagonista sarebbe in teoria Stephen Baldwin, figlio di un sub morto sbranato e destinato a prenderne il posto finendo in mezzo agli intrighi della mafia alla ricerca del tesoro dei Medici; ma la sua risibile interpretazione (vi sfido a trovare una sola scena in cui le sue sopracciglia si muovano) è subito seppellita da quella del grande Giacomo Gonnella, che impersona il boss mafioso Vito Clemenza (Il padrino docet). Va precisato che il film è una produzione bulgaro-statunitense, interpretato da attori bulgari e statunitensi (escluso Gonnella) che hanno una pessima immagine dell’Italia: la polizia è corrotta e impestata con la mafia, i veneziani pensano solo alle gondole e al mandolino, e persino la ricostruzione della città (già, perchè hanno avuto il coraggio di ricostruire Venezia in Bulgaria!) è pessima. Non si osi, però, guardare questo putridume ridoppiato: per capire quali siano i motivi di tanta qualità, è necessario sorbirsi il doppiaggio originale sottotitolato: qui sta la vera forza del film, con attori bulgari che impersonano italiani che parlano inglese. Il risultato è che la lingua italiana si ritrova ridotta ad un miscuglio di inglese maccheronico, dialetti e storpiature indecenti di nomi famosi: leggendarie sono le uscite di Vito Clemenza, di cui riportiamo integralmente qualche assaggio: “i put bambino’s shark into the canal”, “you, puttana, shoot me!”, e la favolosa “Rossi, answer me, vaffanculo! Vincente, Zaneri, go to kill the bastard”, il tutto con una pronuncia da prima elementare che farebbe inorridire la mia vecchia prof di lingue.
Indubbiamente i dialoghi rappresentano la perla del film, accompagnati da una varietà di nomi davvero incredibile (l’ispettore Totti, il commissario Bonasera, la laguna Del Piero tanto per uscire dagli stereotipi); ma anche lo squalo, purtroppo ridotto a semplice macchietta, regala un momento di brivido: a circa un’ora di minutaggio, il bestio decide di attaccare una gondola. Prima vediamo lo squalone in computer grafica (pessima!) azzannare l’imbarcazione, poi è tutto un susseguirsi di inquadrature rubate a documentari assortiti, per concludere con una scena di uno squalo che divora un qualche animale marino, visibilmente ambientata in pieno oceano. Accompagnano il tutto gridolini isterici di vecchie veneziane rincoglionite alle finestre. Anche il personaggio di Baldwin strappa qualche risata nella lunghissima scena dell’inseguimento, dove lui e i mafiosi si combattono usando, nell’ordine: una sedia, una abat-jour, una statua, delle bottiglie, dei tavoli da bar, una motosega, arnesi da officina assortiti e una bella sega circolare, fino alla sequenza nella grotta in cui assistiamo addirittura ad uno scontro in stile Il gladiatore post-moderno degno del peggior Fulci!
Segnaliamo, per concludere, alcuni clamorosi errori: innanzitutto nei canali di Venezia l’acqua è profonda pochissimi metri, e dunque tutte quelle scene subacquee sono girate a caso e appiccicate per allungare il minutaggio; in secondo luogo, chiunque abbia visitato almeno una volta la splendida città lagunare sa bene che le sue acque sono luride e schifose, e per nulla limpide come ci vengono mostrate per un’ora e mezza!

Produzione: USA-Bulgaria (2008)
Punto di forza: godetevi il doppiaggio originale! Una tortura per le orecchie!
Punto debole: il film perde molta della sua forza ridoppiato. E comunque, ci sono molte scene-riempitivo tra Baldwin e la fidanzata che potevano esserci evitate.
Come trovarlo: si trova facilmente su Internet.
Da guardare: in compagnia, assolutamente! Se avete amici veneziani, mostrategli questa roba: rimarranno esterrefatti!

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=n6shpUQWTu0 (una bella recensione del collega Karinzio!)

Frogs

Stiamo già tremando.

Di: George McCowan
Con: Ray Milland, Sam Elliott, Joan Van Ark

Il filone “mostro” ci ha dato, dalla nascita del cinema, una discreta serie di film spaventosi, in cui qualunque tipo di animale diventava una potenziale minaccia: squali, piranha, gatti, cani, serpenti, ragni, scarafaggi giganti. In fondo, complice la repulsione naturale di molte persone verso alcuni tipi di animali, non dev’essere stato molto difficile. Inoltre, il creato offre un notevole catalogo di esseri spaventosi da trasformare in killer da grande schermo. E allora per quale motivo, potendo scegliere, lo scervellato George McCowan ha deciso di buttarsi sulle rane? Siamo sinceri, chi di voi nella vita ha mai avuto paura di un animale gracidante? E in effetti, la trama è quel che è: un giovane fotografo viene quasi ucciso da un incompetente con un motoscafo mentre osserva l’inquinamento della zona. Ospitato nella villa dello scafista per rimediare alla figuraccia, si trova subito a fare i conti con due pericoli: il primo è il vecchio e rincitrullito capofamiglia, un bastardo con una pistola sempre in tasca e che, curiosamente, è uguale a Roosevelt (sedia a rotelle, faccia quasi uguale, sigaretta in bocca). Il secondo è la patetica ribellione della natura. Proprio così: serpenti, tartarughe, ragni e soprattutto le temibili rane, per l’occasione grosse quanto un vitellino, che per metà film non fanno che gracidare placidamente. Uno per uno, i presenti nella villa, oltre a dilungarsi in noiosissime discussioni familiari, muoiono nei modi più demenziali: uno si fa sorprendere nella sua serra da un’iguana che, sorprendentemente, conosce i segreti della chimica e lo avvolge in una nuvoletta tossica. Uno viene mangiato dai ragni, che lo avvolgono nella ragnatela più finta che la storia ricordi. Uno nuota in mezzo ai serpenti acquatici, che lo trascinano giù con la forza di uno squalo-balena. Una, tenetevi forte, viene uccisa da una innocua tartaruga troppo cresciuta; la scena non ci viene mostrata, forse perchè sarebbe alquanto arduo spiegare come l’animale più lento al mondo sia in grado di sorprendere e fare a pezzi un essere umano. Non dimentichiamo la vecchia, uccisa dalle sanguisughe (!), e il composto signore pelato, che diventa cibo per coccodrilli (difficile definire la fauna della zona, anche perchè la zona stessa, a seconda delle inquadrature, diventa una pineta, una foresta tropicale o una palude). Si salvano soltanto il protagonista, la sua bella (impresentabile la scena “romantica” in notturna) e i due bambini, mentre Roosevelt, ostinato a rimanere in casa, verrà ucciso non si sa come da migliaia di rane. Le uccisioni dei protagonisti, peraltro quasi tutti insopportabili, sono l’unico momento decente del film; il resto del minutaggio è occupato per una buona mezz’ora da immagini (rubate ai documentari di National Geographic) di rane e serpenti intenti a non fare assolutamente nulla. La qualità tecnica, poi, corona questa bruttura cinematografica: la scena del serpente appeso al lampadario (lo uccide Roosevelt con una pistolettata!), in cui si vede benissimo l’orologio del tecnico-ammaestratore, è un pò un biglietto da visita. I più attenti noteranno alcuni deliranti passaggi dal giorno alla notte al giorno nel giro di mezzo minuto, un errore che non si trova neppure nei remake turchi. Un film davvero mal riuscito. Ah, dimenticavo: non vedrete mai una rana grande come quella della locandina. Questioni di marketing, suppongo.

Produzione: USA (1972)
Punto di forza: le rane mancavano all’appello.
Punto debole: avete presente quelle scene riempitivo utilizzate in quasi tutti i B-movies? Ecco, questo film non ha riempitivi. E’ un riempitivo di qualcos’altro.
Come trovarlo: è uscito in DVD.
Da guardare: solo per etologi.

Un piccolo assaggio: lo potete vedere tutto su YouTube, nel canale di “voorhees71”.