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Godmonster of Indian Flats

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Guardate che bella questa VHS della collana “Sexy Shockers”. Ma se non si vede neanche una caviglia nuda!

Di: Fredric Hobbs
Con: Christopher Brooks, Stuart Lancaster, E. Kerrigan Prescott, Peggy Browne, Richard Marion

Indian Flats, USA. La vita di questa piccola comunità di bifolchi sembra andare avanti nella solita routine quotidiana, tra razzismo, risse becere e fiere di paese ancor più becere che nemmeno quelle tra le risaie del nord-Italia. Tutto cambia quando uno scienziato individua nella stalla di uno dei rozzi contadini una specie di embrione di pecora mutato, nato dopo una notte nella quale il margaro, dormendo nella stalla, ha avuto delle visioni stranissime dovute a (boh, non ce lo dicono mai). L’embrione cresce e diventa un…una specie di…un pecorone storto e goffissimo ma bello grosso, che semina il terrore. Lo scienziato e i suoi amici, oltretutto, dovranno vedersela anche con un gruppo di cowboy razzisti che tentano di linciare un tizio di colore per futili motivi; ovviamente, l’inguardabile pecorone non sarà la bestia più feroce…
Questo film ci lacera interiormente. Le intenzioni di critica sociale degli autori sono evidenti: la società rurale statunitense è rappresentata in tutta la sua grettezza e chiusura mentale, persino troppo: i personaggi sono sgradevoli e malvagi, i conflitti all’ordine del giorno, il finale atroce e senza speranza. Tutto ciò è lodevole. Il problema è che, non si sa per quale delirio mentale, Fredric Hobbs ambienta tutta questa bella roba in una storia di pecora mutante buona-ma-anche-cattiva (tipo King Kong, per capirci, scusate la bestemmia), oltretutto in un film molto noioso per almeno due terzi della sua durata. L’azione si sviluppa infatti nell’ultima mezz’ora, mentre prima ci si limita a qualche scazzottata per motivi non chiarissimi; anche il lato tecnico, soprattutto nel settore audio-video (soundtrack impresentabile), lascia molto a desiderare, e qui i motivi sono dovuti all’inettitudine più che al basso budget.
La pellicola inizia ad ingranare solo quando il pecorone cresce e si palesa in tutta la sua (posticcia) bellezza: un figurante in un costume presumibilmente scomodissimo, storpio, con escrescenze dalla dubbia identità, che si muove lentissimo e non è capace di fare niente se non terrorizzare chi se ne imbatte. All’inizio, allo stato neonatale, la pecora assomiglia molto a un pollo arrosto di quelli che si vedono nella teca di vetro dell’Esselunga. A un certo punto, più o meno casualmente, cresce e fugge, seminando il terrore (va detto che solo grazie alle spiegazioni dei protagonisti capiamo che si tratta di una pecora, non ne ha davvero l’aspetto, ma in effetti non ha l’aspetto di un bel niente, quindi non poniamoci il problema). O almeno provandoci, a seminare il terrore: l’unica vera vittima è un tizio che muore solo perchè viene buttato già da un tetto, per il resto la pecora fa più paura che danni. Seriamente, va lenta come la quaresima, non ha particolari poteri se non quello di essere brutta, che danni dovrebbe fare? Per fortuna riesce comunque a rendersi protagonista di un paio di sequenze memorabili: il girovagare del “mostro” nel deserto, con un passo davvero letargico che lo fa sembrare la creazione di qualche regista astrattista, e la fantastica apparizione ad un picnic di bambini: gli sciocchi mocciosi non si accorgono dell’arrivo della creatura, nonostante questa ci metta un mucchio di tempo ad avvicinarsi e sia (supponiamo) piuttosto rumorosa, fuggendo terrorizzati solo quando il coso è ormai a un paio di metri di distanza! Come detto, alla fine non è la pecora il vero mostro, ma gli abitanti della comunità di cavernicoli, che lo catturano, lo chiudono in un furgoncino e lo fanno esplodere senza un motivo. Ma il fumo giallo prodotto dal rogo si sprigiona e va a contagiare altri ovini intenti a brucare paciosamente: l’incubo, per i biechi abitanti di Indian Flats, non è ancora finito…per lo spettatore invece sì. Per fortuna, eh.

Produzione: USA (1973)
Scena madre: quella del picnic con i bambini è talmente brutta che l’hanno messa pure nel retro della VHS.
Punto di forza: il mix di (rozza) denuncia sociale e di totale incapacità cinematografica è potenzialmente devastante.
Punto debole: Fredric Hobbs aveva pochi soldi e quindi sceglie di centellinare le apparizioni del suo mostro. Fredric, che è questo pudore? Su su, facci vedere il mostro, tanto il risultato è già compromesso fin dalla stesura del plot!
Potresti apprezzare anche…: andare a una fiera contadina del novarese-vercellese e riempirti di acidi, il risultato dovrebbe essere più o meno lo stesso.
Come trovarlo: come spesso accade per queste pellicole, la lotta alla diffusione online di Godmonster non è esattamente la priorità delle forze dell’ordine internazionali. Il problema è che dovete non solo masticare un pò di inglese, ma anche affinare l’udito, perchè l’audio è pessimo.

Un piccolo assaggio:

(ecco qui gli highlights del pecorone, va’ che bellezza)

2,5

Supersonic Man

No, la tizia vestita succintamente non c'è nel film.

No, la tizia vestita succintamente non c’è nel film.

Di: Juan Piquer Simon
Con: Michael Coby\Antonio Cantafora, Diana Pollakov, Cameron Mitchell

Il 1978 è un anno molto importante per il cinemasochismo: esce, tra gli altri, Superman, kolossal americano sbancabotteghini diretto da Richard Donner e ispirato all’omonimo personaggio dei fumetti DC Comics. Il cast è stellare (Christopher Reeve, Gene Hackman, Marlon Brando), e gli incassi vertiginosi. Come succede spesso con questo tipo di pellicole, il tintinnio del denaro fa venire strane idee ai produttori di mezzo mondo, ansiosi di sfruttare l’onda di gradimento del pubblico: in Italia escono aberrazioni come L’uomo puma, mentre i turchi ci deliziano con la loro ennesima interpretazione di un classico hollywoodiano. E gli spagnoli?
Gli spagnoli dicono la loro con questo Supersonic Man! L’inizio la dice lunga sul tipo di film che vedremo: su un’astronave, tale Kronos, un alieno in mutande, viene incaricato dal suo popolo di salvare i terrestri, i quali rischiano l’autodistruzione globale. Indossato (o meglio, una volta apparso dal nulla) il costumino, ecco che Supersonic inizia la sua missione. Nel frattempo, sulla Terra, una banda di tizi vestiti con calzamaglie nere e caschi da ciclista assalta un laboratorio, facendo strage di guardie, rapendo uno scienziato e rubando materiale radioattivo, grazie anche all’uso di bizzarri robot lanciafiamme. Il malvagio dottor Gulik (mandante del delitto), però, non riesce ad ottenere la collaborazione del dottor Morgan, lo scienziato rapito: decide allora di rapirne la figlia Patricia. Il cattivo non ha però fatto i conti con Paul, alias Supersonic: il baffuto supereroe ha infatti messo gli occhi addosso alla graziosa Patricia e, nella doppia veste di uomo arguto e protettivo e di supereroe invincibile, la aiuterà a sgominare i turpi nemici e a salvare il panzuto scienziato. E non perchè il dottor Gulik non provi a fermarlo: prima manda un robot goffo e lentissimo a far saltare la casa di lei, poi lo attira nel suo atollo e lo sottopone ad ogni tipo di trappola ridicola (lo fa cadere nelle fiamme, lo ghiaccia, usa gas venefici) e infine cerca di sconfiggerlo con il raggio laser proveniente dal satellite: ma niente, Supersonic\Paul è proprio invincibile: sopravvissuto a tutto questo senza grosse difficoltà, fa esplodere il satellite distruttore del cattivo. Dopodichè, non contento, torna sulla Terra, rifiuta la chiamata dei suoi simili e decide di rimanere lì a spassarsela con Patricia, mentre al posto suo gli alieni prelevano un ubriacone e il suo cagnone.
Chiariamo subito che rispetto a L’uomo puma e soprattutto al remake turco di Superman, questo film sembra diretto da Spielberg. Il regista Juan Piquer Simon, nostra vecchia conoscenza, dirige senza grossi sintomi di inettitudine cinematografica. Oltretutto, il film non è per nulla noioso. A che titolo lo recensiamo allora? Semplice: per l’assurdità del soggetto e la pochezza della realizzazione. Il soggetto è in buona parte copiato da Superman, ma con due differenze significative: la “missione” del protagonista e la sua invincibilità. Superman, come è noto, ha un punto debole, la kryptonite. Supersonic non ne ha alcuno: resiste al fuoco, al ghiaccio, attraversa i muri, respira nello spazio, può tramutare le armi in banane (scena del tutto priva di senso) e polverizzare qualunque cosa; l’unica arma che lo ferma, pare, sono gli ultrasuoni, ma Gulik se ne accorge solo alla fine e la usa per dieci secondi prima di farsi fregare. Date le premesse, che cosa impedisce a Supersonic di sgominare i malvagi? Solo ed esclusivamente la sua volontà! Egli è infatti tropo occupato a farsi bello agli occhi di Patricia e a salvarla dai pericoli, e solo alla fine decide di entrare in azione! Come saranno girate le scene in cui Supersonic agisce? Curiosamente, il volo dell’eroe è meno posticcio di quanto si possa pensare. A risollevare il livello di dabbenaggine di tali scene ci pensa il costumino blu-arancione (esilarante nel suo tentativo di mischiare due-tre supereroi preesistenti), oltre che le risse da lui combattute contro i malvagi e i manichini usati per rappresentarne gli spostamenti. Colpisce, restando nell’ambito degli effetti speciali, l’ampio uso di palesi modellini in plastica e il patetico tentativo di spacciare un isolotto di due metri per tre per un atollo grande due volte Manhattan. I dialoghi ci mettono del loro: il cattivo alterna tranquillamente lo spagnolo\inglese (noi l’abbiamo visto in quest’ultima lingua) con l’italiano, urlando “BRAVO! BRAVO!” non si sa bene a chi nè perchè. Il reparto musicale è composto unicamente da un tema musicale non così brutto, ma ripetuto allo sfinimento anche nelle scene meno opportune
Cosa resta? Restano le conversazioni filosofiche scoreggione tra il professor Morgan e il dottor Gulik, la formula “che la forza delle galassie sia con me” che l’eroe pronuncia per trasformarsi, Cameron Mitchell che gigioneggia pompando tantissimo il ruolo del cattivone, la cameriera di colore vestita sadomaso che non centra una mazza, esplosioni a caso e scene ripetute. Insomma, un b-movie coi fiocchi!
(Ah, sì, una cosa da dire c’è: Antonio Cantafora, il baffuto protagonista, recitò con il nome di Michael Coby in un film sulla falsariga della coppia Spencer\Hill insieme a Paul Smith, dal titolo Carambola, filotto… tutti in buca)

Produzione: Spagna (1979)
Scena madre: è meravigliosa, una delle scene madri più belle di tutti i tempi! Paul si reca da Patricia portando, come promesso, dello champagne, ma un ubriacone (che appare durante tutto il film a cazzo di cane) gli finisce la bottiglia. Che fa lui? Mette il costumino, percorre chilometri volando fino ad arrivare a un ristorante italiano. Lì c’è un cuoco che canta O sole mio con un accento napoletano vergognosamente sbagliato: Paul gli prende un paio di bottiglie e torna da lei come se niente fosse. Esilarante!
Punto di forza: effetti speciali e sceneggiatura fanno pena, ma la regia non è malaccio, si lascia vedere ed è adatto anche ai più piccini. B-movie per famiglie!
Punto debole: i tentativi di far virare la storia verso atmosfere da film di 007 nuociono alla genuinità della pellicola, che per fortuna non esce comunque dal genere supereroistico-fantastico.
Potresti apprezzare anche…: L’uomo puma
Come trovarlo: l’unica notizia di una sua uscita in DVD era una specie di cofanetto con lo sconosciuto The war of the robots di Alfonso Brescia, il tutto, probabilmente, non in lingua italiana.

Un piccolo assaggio: (per la serie “trasformazioni buffe”, eccone un’altra!)

3,5

La bestia nello spazio

Copertina del DVD inglese, collana "Shameless", senza vergogna. Appunto.

Copertina del DVD inglese, collana “Shameless”, senza vergogna. Appunto.

Di: Al Bradley (Alfonso Brescia)
Con: Vassili Karis, Venantino Venantini, Shirpa Lane, Marina Lotar

La bestia è un film erotico diretto dall’impronunciabile Walerian Borowczyk nel 1975. Il film ebbe un discreto successo, dovuto ai suoi temi provocatori e alle scene di erotismo spinto in esso presenti. E l’Italia? L’Italia rilancia con il più pronunciabile Alfonso Brescia, che osa proporre, nel 1980, una versione fantascientifica della pellicola di Borocoso. E il risultato è tremendo!
Siamo in un futuro non meglio specificato: l’Antalium è un materiale capace di produrre energia, conteso da numerose fazioni; in una sorta di far west futuristico, il governo e numerosi cercatori di Antalium si affrontano in una novella “corsa all’oro”. Tra i protagonisti di questa corsa abbiamo Juan Cardoza (Venantini), avventuriero, e i governativi Larry (Karis) e Sondra (Lane), questi ultimi integerrimi militari di giorno e infoiati rimorchiatori di notte; a questo proposito, meraviglioso il loro primo incontro, in cui lei è ingrifatissima e agghindata come una battona in cerca di uomini in un sordido localaccio e lui fa a pugni con Cardoza per conquistarla. Tra l’altro, proprio come nel film di Boroweccetera, lei ha un sogno ricorrente in cui viene concupita da una bestia. Ma già parte la caccia all’Antalium: inglobati nelle loro tutine ridicole, i nostri eroi sbarcano sul pianera Loregon. Qui incontrano il signore e padrone del pianeta, Onaf, il quale gli racconta una storia assurda secondo cui il pianeta è governato dal computer Zakor, macchinario vecchio di millenni e un pò rimbambito che controlla le mente di ognuno di loro. E cosa gli fa fare il buon Zakor? Ma è ovvio: trombare! Tutto questo cervellotico intrigo non è altro che un pretesto per arrivare al dunque, ovvero gli amplessi dei protagonisti; peraltro, se si escludono cinque minuti di hard, non è che si veda molto. Sondra scopre che Onaf è un satiro dotato di verga equina (una scena veramente imbarazzante) e decide di diventare la sua compagna. Ma Juan Cardoza non si è fatto fregare: risvegliati i compari, e opportunatamente deciso di abbandonare Sondra per distrarre Onaf (!), stermina un centinaio di uomini d’oro (le guardie di Zakor, somiglianti a dei Nino D’Angelo spaziali), spegne il computer (non si sa come faccia a sapere dove si trovi) e se ne va dal pianeta morente.
Per tutti i novanta minuti di film sorge spontanea la domanda: ma Brescia (nascosto dallo pseudonimo di Al Bradley) ci sta prendendo per il culo? Sul serio qualcuno sano di mente ha pensato si potesse realizzare un remake “spaziale” di un film complicato e metaforico come La bestia? Uno dice: eh, ma mica è un remake, ma solo un film erotico ambientato in una storia di fantascienza. Risposta: magari! Le scene erotiche si limitano a 5 minuti di hard (con ampio uso di protesi in gomma) e a qualche palpeggiamento sparso, nonostante le grazie delle attrici (tra cui la pornostar Marina Lotar). Almeno settanta minuti di film sono occupati invece da una storia delirante e sconclusionata, senza alcuna logica, con dialoghi privi di continuità e senso. Qualche esempio: “l’ultima volta che l’ho vista era qui”, “ma sei proprio sicura che era qui l’ultima volta che l’hai vista?”, oppure “cammino in uno strano bosco che non può essere del nostro pianeta”, riferito a delle betulle di cui ho un sacco di esemplari dietro casa, dove sarebbe tutta sta roba strana? La qualità tecnica è desolatamente bassa: non solo a livello di stile (le tutine stile Abba dei protagonisti, il sax erotico, il tema portante del film che è una specie di canzone natalizia progressive rock scritta da Marcello Giombini-Pluto Kennedy), ma proprio di attenzione: ci sono errori (di doppiaggio, di continuità, di persone e oggetti che si spostano al cambio di inquadratura) che sarebbero evitabili con dieci secondi in più di cura. Particolarmente esilarante la totale ignoranza scientifica della sceneggiatura, con supercazzole come “stabilizzatore giroscopico, angolo alfa, tangente, spunto immediato, disinserimento automatico”, parole a caso che però fanno tanto fantascienza pur non volendo dire una mazza. E gli effetti speciali? Tra plastici e modellini di cartapesta spicca il discreto effetto usato per le spade laser tarocche: peccato che non servano a nulla nel contesto della trama (infatti durano 20 secondi) se non a far bestemmiare i nerd. Sinceramente, non si capisce quale fosse lo scopo del film: realizzare una pellicola di fantascienza (ahahah!), un film erotico conturbante ed eccitante (ahahah!), sfruttare il successo de La bestia attirando nel contempo un diverso pubblico? Intanto, il film rimane come documento di un’epoca (gli anni settanta-ottanta) in cui davvero il cinema di serie Z ha dato il peggio di sè. Con nostra somma gioia.

Produzione: ITA (1978\1980, si trovano entrambe le date)
Scena madre: quando Venantini e Karis trovano il computer Zakor (che tra l’altro è un ammasso di ferraglia uscito da qualche sala-giochi) si mettono a parlarci in un dialogo talmente surreale da non permettere di capire se la comicità sia volontaria o meno.
Punto di forza: va bè, dai, in certi momenti è divertente. Pochi momenti, in verità. Ma in quei pochi, fa ridere un sacco.
Punto debole: come film di fantascienza fa pena, come film erotico fa pena. Insomma, fa pena.
Potresti apprezzare anche…: Le notti erotiche dei morti viventi, per lo stesso spirito nel mischiare due generi totalmente diversi.
Come trovarlo: era uscito nella collana Sex and violence in VHS, per i tipi della Cinemanetwork. Ad oggi è praticamente introvabile, a meno di non rivolgersi alle edizioni estere, anche in DVD.

Un piccolo assaggio: (una delle tante scene di rissa prive di senso del film, notare i violentissimi colpi)

1,5

Primitiv

Exploitation a pacchi!

Exploitation a pacchi!

Di: Sam Gardner (alias Sisworo Gautama Putra)
Con: Enny Haryon, Barry Primar, John Mardion, Runkman Herman

Nella pagina di Wikipedia dedicata al genere cannibal movie, all’elenco dei film (consultabile qui) manca, colpevolmente, Primitiv. Come? Non lo conoscete? Male! Primitiv non è che la riproposizione indonesiana di Ultimo mondo cannibale di Deodato. Riproposizione indonesiana, sì, mascherata pietosamente da pseudonimi occidentali. La trama è molto semplice: un gruppo di ricercatori attraversa la giungla alla ricerca di tribù indigene prive di contatti con l’esterno. Dopo aver cantato e ballato con una di queste tribù (il cui capo è il fratello brutto di Gullitt) pagano un tizio perchè li accompagni lungo il fiume. Lui li mette in guardia con frasi senza senso (“non siete etnologi, siete pazzi”, come se una cosa escludesse l’altra), ma loro non lo stanno a sentire, vogliono inoltrarsi nella giungla vestiti come dei fighetti e non sentono ragioni. Tra i membri della spedizione si contano una tettona che si comporta come a una serata di gala (basta vedere come si veste), il protagonista-cowboy, un sosia di Maradona con un visibile tic all’occhio destro e la versione maschile di Whoopi Goldberg. Ovviamente la barca si rovescia nelle rapide e loro si ritrovano a piedi nella giungla selvaggia. Altrettanto ovviamente arriva una tribù di cannibali; cioè, cannibali più o meno, non mangiano nessuno, gli crediamo sulla fiducia. Due di loro vengono catturati e semi-spogliati, mentre Whoopi e la guida vagano senza meta. Giusto il tempo di ritrovarsi e di farsi mangiare da un coccodrillo (la guida) e Whoopi corre a salvare gli amici. Buona parte del film è occupata da siparietti che illustrano lo stile di vita primitivo: alcuni esilaranti, altri decisamente sonnacchiosi. Il colpo di scena arriva quando i due fuggitivi incrociano Whoopi che passava di lì per caso (tutto vero: loro escono dalla grotta e lo trovano che vagabonda) e fuggono con lui; nella fuga si fermano per mezz’ora ad una cascata a discutere degli indigeni e della civilizzazione, facendosi raggiungere da questi ultimi; Whoopi fa appena in tempo a dire “troppo tardi” che muore trafitto da una lancia. Comunque non era troppo tardi, infatti gli altri due scappano con una zattera (gli indigeni non possono guadare il fiume, non si sa perchè, l’acqua è alta mezzo metro) facendo presumibilmente ritorno alla civiltà.
I titoli di testa sono realizzati con Paint, e di sottofondo c’è una musicaccia da discoteca; basta questo intro per intuire la qualità generale del film; in verità non ci sono scene da Oscar del trash, ma la sciatteria e la poca voglia con cui il film è realizzato compensa tale assenza. La parte del leone la fanno gli indigeni: sembrano tutti componenti di un gruppo metal, e come se non bastasse si esprimono con un linguaggio mono-vocale (dicono “uh!” e basta per tutto il film, chissà come fanno a capirsi). I simpatici nativi reagiscono a ogni gesto degli occidentali facendo facce assurde da indemoniati; nel tempo libero vanno a caccia, e uno di loro riesce nell’impresa di strozzarsi con un serpente di peluche, probabilmente perchè mancavano i soldi per un serpente vero o un effetto speciale decente. Il rumorista contribuisce con una scelta dei pezzi totalmente a caso: cani che abbaiano, gatti, tigri, ruggiti fuori luogo, scoiattoli che squittiscono, insomma più che una giungla sembra un negozio di animali cocainomani. Come se non bastasse il doppiaggio è sincronizzato con i piedi e il volume passa dal semi-silenzio alle urla fortissime straniando ulteriormente lo spettatore. Tra le scene cult: Whoopi che sbatte la testa contro una roccia e usa visibilmente una boccetta piena di liquido rosso a simulare il sangue, le immagini di repertorio riciclate (metodo che farà grande Bruno Mattei) e le ferite, ottenute piazzando un pò di domopak colorato di rosso sul corpo degli attori. La scena più apprezzata è quella del delirio di Whoopi: mentre vaga per la giungla a un certo punto vede delle mele rosse che però non esistono, mangia dei frutti e vomita in primo piano per due-tre minuti tipo un ubriaco che piscia contro i muri delle case la notte. Altra scena splendida è quella in cui la guida, che in teoria dovrebbe conoscere bene la giungla, corre in mezzo ad essa urlando come un drogato e spaventandosi per ogni cosa che vede, inclusi rami di alberi e animali. Aggiungiamo che a nessuno, nei giorni di prigionia tra gli indigeni, cresce un solo pelo di barba, e che tutti tornano a casa perfettamente pettinati.
Un must per gli appassionati di cannibal-movies e per i feticisti dei remake esotici. Curiosità: la canzone dei titoli di coda è The lonely sheperd, più nota per essere stata utilizzata in Kill bill vol. 1. Tarantino uno di noi!

Produzione: Indonesia (1978)
Scena madre: lo scambio di battute tra il panzone e Whoopi, qualcosa tipo: “Sei ancora vivo!” “Arrivo!” “Ehi, attento al coccodrillo!” “Aspetta, cos…aaaarghh!”. Meglio di Cochi e Renato.
Punto di forza: le musiche, che sono belle anche se del tutto fuori luogo, e le scene d’azione.
Punto debole: la mezz’ora sulla vita degli indigeni è divertente, ma un pò ripetitiva.
Potresti apprezzare anche…: La tomba di Mattei.
Come trovarlo: la versione esistente su Youtube sembra ricavata da una VHS, ma sinceramente dubitiamo l’abbiano distribuito in DVD.

Un piccolo assaggio:  (ecco la suddetta versione di Youtube. Audio incomprensibile e video poco nitido, per veri cinemasochisti)

2,5

Angeli senza paradiso

Anche senza talento.

Anche senza talento.

[Krocodylus, ElTigre, Satchmo, IlCarlo]

Di: Ettore Maria Fizzarotti
Con: Al Bano, Romina Power, Agostina Belli

Certe recensioni richiedono una premessa. In pratica vi diciamo che ElTigre è un fine appassionato di musica, uno di quelli che ti indovina anno, compositore e tono di dieci minuti di suite che noi comuni mortali chiamiamo semplicemente “musica classica”. Uno di quelli con pianoforte e tutto il resto. Ma ElTigre è anche un cinemasochista coi fiocchi, capace di citare a memoria Mattei, Fulci e Andolfi. Accade così che, come regalo di compleanno, questo individuo chieda di reperire e visionare in compagnia un film in cui Al Bano interpreta Schubert. Rimediato il film e organizzata la serata, l’impatto è stato devastante. La trama è poco più di un temino delle elementari blandamente ispirato al noto compositore: dunque, Schubert-Carrisi è un maestro di musica ebete che tira avanti insegnando ai bambini il pentagramma e impegnando quasi tutti i suoi beni. Due amici (versione viennese e ottocentesca degli “amici der baretto” delle borgate romane) lo convincono ad accettare l’invito della corte reale per una esibizione. Mentre finge di suonare il piano (le mani sono chiaramente di un’altra persona!) la contessina Anna-Romina gli ride in faccia, e lui, offeso, se ne va. Per ripicca non si sa bene di che, la stronzetta lo fa licenziare. Tempo dopo, con Schubert-Carrisi ormai sul lastrico, riceve un invito per insegnare la musica alle figlie del Conte Roskoff. Ovviamente lo spiantato accetta, e altrettanto ovviamente una delle figlie è proprio Romina Power, che vuole farsi perdonare. Per la cronaca, l’altra è una bambina-robot, una decenne che parla come una quarantenne e spunta fuori nei momenti meno opportuni attirandosi gli insulti del pubblico. Anna è passata dalla derisione più totale al folle innamoramento, e Al Bano ne è ben contento; un pò meno il perfido Ludwig, promesso sposo di lei, che lo sfida a duello umiliandolo. Schubert potrebbe a questo punto accontentarsi dell’amore della popolana Marta, una sgnacchera che gliel’ha giurata dal primo minuto di film, e mandare a quel paese l’ambigua Anna. Invece no, va al matrimonio di lei, si intrufola nella sala con il pianoforte, suona l’incompiuta, strappa la pagina e se ne va incazzato tra gli sguardi indifferenti della nobiltà viennese, non prima di aver latrat…cantato l’Ave Maria in Chiesa.
La definizione di ElTigre è stata: “il raffinato intellettuale Schubert trasformato in una macchietta ebete”. Partiamo da Al Bano. Nel 1970 aveva 27 anni e ne dimostrava 45; considerato che Schubert è morto a 31 anni, fin da subito c’è qualcosa che non va. Il cantante di Cellino San Marco non muove un singolo muscolo facciale per novanta minuti, e il regista lo fa cantare senza un vero motivo insultando in un colpo solo Schubert, Vienna, la musica classica e le nostre orecchie. Gli attori di contorno…mah, innanzitutto ci risulta incomprensibile come Al Bano rinunci a quella patatona della popolana Marta per la Power, che è bruttina, incapace a recitare e ha la puzza sotto il naso come tutti i nobili. Tutti gli attori, in realtà, hanno dei problemi con la recitazione: parlano guardando in camera e si muovono come in una recita teatrale in parrocchia, conferendo al film quell’effetto di “tarocco” già ben espresso dalle ambientazioni pacchiane. I costumi: Schubert sembra Fantozzi, gli altri nel complesso supponiamo siano esatti per l’epoca, anche se davvero è esilarante vederli indossare dai protagonisti. Non ci sono scene madri (a parte una, descritta in basso) da ricordare; in generale, si respira un’aria di farlocco imperante, accentuata dall’idea folle (partorita, supponiamo, sotto l’effetto di qualche sostanza stupefacente) di affidare una parte così delicata a uno come Al Bano, che potrebbe tranquillamente essere sostituito da un cartonato tipo questo, trovato su Internet. La cosa divertente è che, in un film fatto apposta per lanciare i due cantanti (e comunque basato sulla musica), il regista Fizzarotti non riesce a inserire le due canzoni presenti in un contesto accettabile: a parte il pugliese-viennese che sbarella in Chiesa dopo la delusione d’amore, abbiamo Romina Power che, con una mezza lezione di musica in cui ha a malapena imparato a tenere il tempo, improvvisa un canto trionfale con orchestra e cori di sottofondo totalmente estraneo al contesto.
Ma poi, sinceramente: in un film in cui Al Bano interpreta Schubert, avete davvero bisogno che noi vi si dica perchè si trova sulla Cinewalkofshame?

Produzione: ITA (1970)
Scena madre: sicuramente la Power che canta la Serenata di Schubert alla cazzo di cane. Ve la linkiamo anche qui sotto, rifatevi le orecchie. In alternativa, una scena totalmente inutile e assurda con dei mariachi nella Vienna dell’ottocento e la Power che balla vestita da zingara, non s’è capito perchè ma vabbè.
Punto di forza: è un insieme di elementi trash come se ne vedono pochi, un cult per tutti gli appassionati di scelte attoriali oltraggiose.
Punto debole: Fizzarotti limita le tamarrate a due canzoni e si butta sul drammatico. Peccato, si fosse preso meno sul serio sarebbe stato un capolavoro.
Potresti apprezzare anche…: l’immortale Lacrime napulitane con Mario Merola.
Come trovarlo: le poche cover di DVD reperibili online sono create da privati, il che lascia intuire che non è mai uscito in tale formato. Sappiamo per certo che è stato distribuito in videocassetta.

Un piccolo assaggio: (come vi dicevamo, ecco la Power che canta. Insopportabile)

3,5

Intikam Kadini – La donna della vendetta

Un film che valorizza la figura della donna. La figuraccia, semmai.

Un film che valorizza la figura della donna. La figuraccia, semmai.

[Krocodylus, IlCarlo, Gatoroid]

Di: Naki Yurter
Con: Zerrin Dogan, Kazim Kartal, Recep Filiz

Nel giorno della festa della donna, noi ci scordiamo mimose e ipocrisie, e omaggiamo tutte le donne del mondo con un capolavoro del “woman’s revenge” in salsa turca, un film talmente scialbo e inguardabile da aver costretto IlCarlo a una incredibile ritirata strategica causa abbiocco e rischiato di vanificare la trasferta da Torino di Gatoroid. La figura di donna che emerge da questo aborto non è esattamente lusinghiera per il genere femminile, ma tant’è, è la dura legge del trash. Protagonista è Aysel, una contadina. Un giorno quattro burini rimangono senza benzina nei pressi di casa sua. Ospitati gentilmente dal di lei padre, passano la notte lì. Appena sveglio uno di loro ritrova la figlia, e, non avendo nulla di meglio da fare, abusa di lei, seguito a ruota dagli altri tre. Ritrovato il cadavere del padre (che respira ancora, ma vabbè), la pia contadina si trasforma in una macchina di morte: rintraccia uno a uno i suoi aguzzini e, assunta l’identità di…Aysel (ebbene sì, stesso nome, stessa faccia, chissà come fanno a non riconoscerla), li seduce uno a uno per poi ucciderli, con l’inconsapevole aiuto di un signore del luogo, unico personaggio che ispiri un minimo di simpatia. Il primo viene semplicemente buttato giù da una scogliera con una spintarella della sua auto, il secondo accoppato sul motoscafo, il terzo annega in una piscina e il quarto, da lei portato in una baracca, farà in tempo a riconoscere la propria vittima e a chiederle scusa, prima di essere trafitto da un forcone. La polizia, impersonata da un campione di inettitudine, un commissario che, trovato un cadavere con la gola tagliata, mette due dita al collo per sincerarsi delle sue condizioni, arriva giusto in tempo per assistere al fatto compiuto e portare al gabbio Aysel, che si consegna volontariamente alla legge.
Pareva strano che i turchi potessero produrre una pellicola non si dica femminista, ma anche solo vagamente “paritaria”; e in effetti, non l’hanno prodotta. E’ vero che i maschi sono dei maiali assurdi, incapaci di resistere cinque minuti senza tentare abbordaggi quanto mai pacchiani, ma è vero anche che la protagonista non oppone la benchè minima resistenza al momento dell’abuso (vedere per credere, il suo sguardo fisso la rende pronta per Madame Tussaud) e, invece di limitarsi ad ammazzare i quattro criminali, approfitta dell’occasione per una sveltina. Il livello tecnico è quello medio-basso della cinematografia di Ankara: montaggio insensato, filtri rossi, gialli e blu che si alternano senza logica, recitazione parrocchiale (non aiutata da un doppiaggio turco totalmente privo di sincronizzazione), qualità della pellicola che neppure un film muto conservatosi nell’umidità per novant’anni. Le scene degli omicidi lasciano un po’ delusi, specie dopo aver visto di cosa sono capaci i turchi: l’unico sussulto è dovuto all’accoltellamento del tizio in motoscafo: come da copione, l’orribile panzone si produce in una smorfia che terrà occupato lo spettatore per svariare decine di secondi. Ecco, gli attori maschi sono tutti laidi, in buona parte sovrappeso, e le loro facce quando vedono una donna minimamente procace vanno dal Fantozzi arrapato al gatto in calore. Quel briciolo di vena drammatica dovuto all’argomento del film viene irrimediabilmente cancellato dalle musiche: esse alternano pezzi pop turchi a ballate di samba sudamericane totalmente fuori contesto, che trasformano anche le scene cosiddette “tragiche” in divertenti siparietti alla Benny Hill, e oltretutto sono a volumi altissimi, invasive e onnipresenti! Il resto è routine, almeno per noi cultori dei “turkish movies”: notevole il padre ucciso con due pugni, dati senza troppa convinzione, ma ottimi anche i dialoghi, composti fondamentalmente da tre frasi: “non ci siamo già visti da qualche parte?”, “nessuna donna mi è mai piaciuta così” e “aaaargh” nel momento della morte.
[Precisazione: noi della Cinewalkofshame, di ambo i sessi, siamo tutti quanti favorevoli alle pari opportunità e ci dispiace trattare in questo modo un tema delicato come gli abusi sulle donne. E’ vero anche che, se questa è l’idea di “donna forte” presente nel cinema turco, è giusto che noi lo si faccia sapere!)

Produzione: Turchia (1979)
Scena madre: lo stupro. Ok, non è un bell’argomento. Ma quando mai si è vista una cosa del genere? La passività della donna è clamorosa, e sarebbe da denuncia per sputtanamento del genere femminile. Però in effetti lei ha quella espressione da triglia per tutto il film, magari in Turchia quello è sinonimo di resistenza…
Punto di forza: le facce degli attori e la breve durata.
Punto debole: trattare così un tema del genere è quantomeno inopportuno. Rivogliamo lo Star Wars Turco!
Potresti apprezzare anche…: Korkusuz.
Come trovarlo: non è mai stato doppiato in italiano. Su Youtube si trova senza le scene softcore, sottotitolato.

Un piccolo assaggio: https://www.youtube.com/watch?v=TQtISMl-ncc (eccolo, senza le scene softcore; ma conoscendo i turchi, davvero volete vedere delle scene di sesso girate da loro?)

3,5

L’impero delle termiti giganti

Ah, che bella atmosfera anni cinquanta!

Ah, che bella atmosfera anni cinquanta!

[Krocodylus, Eltigre]

Di: Bert I. Gordon
Con: Joan Collins, Robert Lansing, John Carson

Ma se il film (titolo americano) si chiama Empire of the ants, letteralmente “l’impero delle formiche”, che bisogno c’è di tirare in ballo le termiti? Anche perchè non se ne vede una in tutto il film! Siamo di fronte a una delle molte pellicole a tema insetti geneticamente modificati, impreziosita da un cast notevole (Joan Collins in primis) e dagli sforzi del regista, vanificati da una trama mal sfruttata e da effetti speciali pessimi e usati nel modo peggiore. Come da copione, a provocare il fattaccio è un barile di liquido grigio metallizzato radioattivo, rilasciato in mare da non si sa quale multinazionale disonesta: da notare, per capire la poca voglia che Gordon mette nella sceneggiatura, che sui bidoni c’è scritto chiaramente “radioactive”, con tanto di simbolo; non male, per chi fa le cose di nascosto e al di fuori della legge. L’azione si sposta su un’isola della Florida, in cui, allo scopo di comprare dei terreni, si riunisce un insieme di personaggi variegati, tra cui: un cumenda tamarro (incrocio tra Marlon Brando e Lando Buzzanca) che in due secondi cerca di stuprare una sconosciuta; la suddetta sconosciuta, che resiste coraggiosamente salvo poi gettarsi tra le braccia del primo che trova; una guida irritante e il suo uomo, che guida il trenino; il disilluso capitano della barca alla ricerca del petrolio, simile a Reinhold Messner; e il protagonista, il personaggio più sfigato della storia, che ha perso lavoro, moglie e gioia di vivere e tenta di completare il quadro mettendosi nei guai sull’isola. Tutti questi si trovano a fronteggiare dei formiconi lunghi due metri, carnivori e aggressivi. Quel che non sanno (e scopriranno a loro spese) è che i suddetti animali hanno acquistato un’intelligenza sovrumana, intendono sottomettere la specie umana e hanno il proprio quartier generale in uno zuccherificio del luogo, con il beneplacito delle autorità di polizia locali (una sequela di casi umani mai vista prima) e del sindaco, controllati mentalmente grazie alle scoregge della Formica Regina (non sto scherzando). Inutile dire che Mister Squallore si riscatta dalle sue sfighe personali dando fuoco allo zuccherificio e, di conseguenza, alle formicone.
La realizzazione è meno trash di quanto si potrebbe pensare: gli attori sono abbastanza bravi, e comunque non sfigurano quasi mai nel loro ruolo. Ciò che proprio non funziona è la trama: non un minimo di spiegazione sul perchè cinque-sei formiche che bevono poche gocce di melma radioattiva diventino grosse come cammelli, nè su dove acquisiscano intelligenza simil-umana. Ogni apparizione dei meravigliosi insetti è fonte di risate: per i corpo a corpo, la regia ricorre a dei legnosi pupazzoni gettati addosso alle vittime! Quando invece bisogna mostrare nugoli di animali all’assalto, si ricorre ad alcuni filmati di formiche normali, ingrandite a dismisura e appiccicate sul girato con imperizia mostruosa. Il risultato è che le formiche risultano spesso sproporzionate, colorate malissimo, sgranate e mozzate, giacchè il collage non è riuscito. Altre volte sono i set ad essere rimpiccioliti, ma evidentemente l’addetto alla loro creazione non aveva tanta voglia di lavorare, e forse per questo motivo si vede benissimo il trucco (sulle montagne di zucchero la sproporzione acquista dimensioni surreali). La visuale dei mostri, tra le altre cose, è ricavata forando una qualche superficie di plastica e ripetendo quindici-venti volte ogni inquadratura. Anche il comportamento dei personaggi lascia perplessi: si segnalano, tra gli altri, i due anziani che si rifugiano in una catapecchia sorridendo e dicendo “qui siamo al sicuro”, salvo venire ammazzati qualche secondo dopo, e i partecipanti alla festa più squallida che la storia ricordi, ovvero quei venti minuti in cui dei perfetti sconosciuti si guardano intorno e danno vita a dialoghi privi di continuità e comunque poco interessanti.
E basta, non c’è molto da dire. Una sola domanda ci tormenta: quando il protagonista riempie lo zuccherificio di benzina e appicca le fiamme, quante tonnellate di caramello vengono prodotte?

Produzione: USA (1977)
Scena madre: la peggiore mancanza del film è proprio quella delle scene madri. Quella che più ha colpito è comunque il tentato stupro  improvvisato dopo due minuti di permanenza sull’isola.
Punto di forza: per gli amanti dei mostri giganti mal ingranditi, è un film da non perdere.
Punto debole: come si diceva, manca una scena madre. Alla lunga, risulta anche un pò noioso.
Potresti apprezzare anche…: Slugs – Vortice d’orrore.
Come trovarlo: curiosamente, è un titolo abbastanza famoso. Si trova in DVD.

Un piccolo assaggio: (trenta secondi totalmente a caso con i due vecchietti attorniati dalle formiche)

3

Riti, magie nere e segrete orge nel trecento

E con un titolo come questo pretendono pure di essere presi sul serio?

[Krocodylus, Satchmo]

Di: Ralph Brown (Renato Polselli)
Con: Mickey Hargitay, Rita Calderoni, Raul Lovecchio

Potevano intitolarlo semplicemente Riti. Renato Polselli, nascosto sotto lo pseudonimo yankee di Ralph Brown, confeziona una pellicola che è una mattonata mai vista, e soprattutto è mendace fin dal titolo. Magie nere se ne vedono poche, orge non ce ne sono e i flashback non sono ambientati nel trecento, ma nel quattrocento (quasi milleeccinque). La trama è qualcosa di incomprensibile: si parte in quarta con un bel rito satanico eseguito da dei vampiri in calzamaglia, e per novanta interminabili minuti si discende nell’abisso della noia, raccontando le avventure di un gruppo di uomini e donne che, senza alcun motivo plausibile, si chiudono in un castello a fare feste. Da quel che siamo riusciti ad intuire, c’è di mezzo una tizia bruciata sul rogo cinque secoli prima, tale Isabella. Costei, accusata di stregoneria, è oggi un cadavere imbalsamato nelle mani dei vampiri-satanisti, che tentano di farla tornare in vita sacrificando le giovani vergini (che non sembrano vergini affatto, ma vabbè). Questo è tutto ciò che siamo riusciti a capire: poi ci sono questi flashback in cui i personaggi sono interpretati dagli stessi attori delle scene del presente, una serie di siparietti lesbo totalmente casuali e delle aggressioni vampiriche. Alla fine pare che fosse tipo tutto un sogno, ma non ci metteremmo la mano sul fuoco.
In effetti, la pellicola è una vera rottura di palle, tanto che viene voglia di mandare avanti veloce con il telecomando. Alcune scene, però, risollevano inaspettatamente le sorti del film. Iniziamo col dire che i dialoghi occupano probabilmente una pagina di foglio A4 e sono costituiti per il novanta per cento da gemiti, versi erotici e urla a casaccio. Dovrebbe essere un “thriller erotico”, e noi diciamo: magari! La cosa più erotica che si vede è la sfilata di poppe al vento (non particolarmente esaltanti, oltretutto) e alcune scene saffiche ridicolmente poco eccitanti e anatomicamente incomprensibili (in una scena a tre non riuscirete a capire cosa stia succedendo!). Il montaggio è delirante, in pochi minuti si passa dal giorno alla notte almeno 30 volte; tra l’altro, nel castello è sempre notte, anche quando le scene in esterni mostrano un cielo soleggiato e limpido. I punti di forza di questa robaccia sono principalmente tre: gli attori, i costumi e i dialoghi. I perfetti sconosciuti chiamati a interpretare i protagonisti recitano da cani, ma durante gli amplessi regalano espressioni facciali degne di Fantozzi quando è arrapato. Le comparse sono una carrellata di volti abruttiti dalla vita che farebbero la gioia del Lombroso; tra queste si distinguono l’uomo dei tic nervosi, visto in pochi fotogrammi quasi subliminali e che avrà una parte importante nell’amplesso a tre, e il servitore storpio, un individuo veramente brutto che non si capisce che ci stia a fare lì ma fa tanto atmosfera. I costumi gridano vendetta al cospetto del comune senso estetico: i satanisti indossano delle tutine aderenti ridicolissime e dei medaglioni altrettanto esilaranti; gli ospiti maschili del castello alternano delle orrende giacchette metallizzate a un costume da Dracula totalmente avulso al resto della trama. Passiamo ai dialoghi: si va da un “se devi cercare nel regno dei morti, nel regno dei morti devi cercare” a “sono aggredita, aggreditissima da un mostro mostruoso!” all’esclamazione-bestemmia “Dio stanòs!” pronunciata come un mantra dai satanisti.
Molte altre le scene incomprensibili: dal rogo (è la nostra scena madre), ai paesani che nel quattrocento lapidano Isabella tirandole addosso delle palline di letame, alle moltissime luci stroboscopiche del castello (fastidiosissime) al delirante finale, il cui significato ci è tuttora oscuro. Completano il quadretto pipistrelli e serpenti visibilmente di gomma, di cui per poco non si vede il filo. Per masochisti cinematografici.

Produzione: ITA (1972)
Scena madre: il rogo di Isabella, che va descritto nei dettagli. Innanzitutto, non si vede l’utilità del piantarle un paletto nel cuore (la faccia godutissima del piantatore è da antologia) e poi bruciarla: una cosa o l’altra. Ad ogni modo, la cuociono a fuoco lento: per dieci minuti buoni, con una fiamma bassissima, la poveraccia urla e soffre, mentre i popolani sdentati si esaltano. Poi, di colpo le fiamme passano da dieci centimetri a due metri, il marito si muove per slegarla (ricordiamo che con il cuore trafitto, sarebbe comunque condannata), l’inquisitore va a fermarlo e…scompaiono tutti e tre! Meraviglioso!
Punto di forza: le scene singole valgono, trashosamente parlando, ben più del totale, e alcune sono esilaranti.
Punto debole: ci sono almeno quaranta minuti di sequenze inutili e noiose, dovute al fatto che Polselli allunga a dismisura qualunque avvenimento.
Potresti apprezzare anche…: La bimba di Satana.
Come trovarlo: sembra incredibile, ma ne hanno fatto numerose edizioni in DVD un pò in tutto il mondo. Le cazzate italiane tirano sempre.

Un piccolo assaggio:  (completo, su Youtube, in uno dei migliori canali trash esistenti)

Trog – Il terrore di Londra

Se fossi un possibile spettatore mi chiederei perchè il resto del corpo non si vede…

[Krocodylus1991, Nehovistecose]

Di: Freddie Francis
Con: Joan Crawford, Thorley Walters, Michael Gough

Chi sarà mai questo “terrore di Londra”? Chi riuscirà a fare meglio di Jack lo Squartatore e a gettare nel panico un’intera città? Lo vedremo. All’inizio del film, un trio di gitanti sta esplorando alcune grotte all’esterno della capitale. Attirati da un corso d’acqua sotterraneo, dovuto allo scioglimento di un ghiacciaio, due di loro vi si immergono in boxer. Il fatto che la reazione a una temperatura dell’acqua prossima allo zero sia la stessa tipica di una doccia calda conferisce alla pellicola quella base di ridicolo che promette sempre bene. E il resto è ancora meglio! Uno dei tre sventurati viene ucciso da una bestia misteriosa, e un altro ferito. Il terzo diventa collaboratore della dottoressa Brockton (Joan Crawford), scienziata dal piglio nazista che, in un’incursione nella grotta (la polizia ovviamente non recinta nulla) scatta una foto dell’omicida in posa. Parleremo dopo della creatura scimmiesca che presto emergerà. Per adesso diremo che la dottoressa lo anestetizza, lo chiude in gabbia e tenta di educarlo. Facciamo allora la conoscenza del bastardissimo Michael Gough (il maggiordomo Alfred dei due Batman di Tim Burton!), che per tutto il film non farà altro che dire “uccidiamolo”, “è un pericolo” e “la gente vuole che sia abbattuto”, senza fornire uno straccio di argomentazione valida a tanto accanimento. Intanto, la gelida dottoressa (segnaliamo che nel doppiaggio italiano la differenza tra “dottore” e “dottoressa” non esiste) fa passi da gigante con lo scimmione, affettuosamente battezzato come Trog, da “troglodita”: prima gli insegna a giocare con le bambole, poi a dire alcune parole dalla dubbia utilità come “Anna, rosso, verde, blu” e infine, grazie a un sapiente gioco di diapositive, permette allo spettatore di godersi un magnifico flashback dalla prospettiva del primitivo, in cui si manda a quel paese il dato, ormai accertato oltre ogni dubbio, che uomini e dinosauri non hanno mai convissuto. Purtroppo l’idillio sarà guastato dal malvagio Gough, che, pur essendo un uomo potente e influente, non ha un solo galoppino disposto a fare il lavoro sporco, e decide di andare di persona a liberare Trog. Ma ha fatto male i suoi calcoli: finirà ucciso dal ridicolo uomo-scimmia, apparso dal nulla dietro la sua auto. Ormai senza freni, Trog uccide un ortolano, appende un macellaio a uno dei suoi ganci, fa esplodere una macchina (il modo in cui lo fa non è chiarissimo) e, in un disperato tentativo di imitare King Kong, rapisce una bimba. Provvederà la dottoressa a liberarla, ma per il povero scimmione non ci sarà nulla da fare: braccato dall’esercito, metterà in evidenza le lacune nella precisione dei soldati (lo mancano per mezzo minuto coi mitra da due metri scarsi di distanza) e verrà infine ucciso.
La confezione del film è già di per sè abbastanza ridicola: l’attendibilità della ricostruzione storica è pari a zero, e non solo per il flashback: del trust di cervelli messo in piedi dalla tirannica dottoressa, nessuno si chiede come abbia fatto uno scimmione a sopravvivere per dieci milioni di anni semplicemente surgelandosi nel ghiacciaio. Quasi tutte le trovate sono inverosimili e non stanno in piedi neppure con le stampelle: in particolare desta stupore l’audizione del processo per decidere della soppressione o meno di Trog, in cui chiunque può mettere in scena siparietti con testimoni prezzolati e schiamazzi vari. La morale che vede gli scienziati come geni incomprensi, la cui tensione al progresso è ostacolata dall’ottusità di cittadini ignoranti e militari gelidi e severi, non è affatto scontata: gli uomini e le donne di scienza (alcuni sono inspiegabilmente pettinati come dei francesi del settecento), con la loro superbia e i loro modi di fare spocchiosi e dogmatici, risultano antipatici almeno quanto i loro nemici. Ok, abbiamo parlato degli errori logici. Passiamo ora alla portata principale: Trog. E’ incredibile quanto male siano riusciti a truccare l’attore che lo interpreta, in assoluto uno dei figuranti più sfigati mai visti sullo schermo (da notare la sua generosa trippetta, poco plausibile per uno che non mangia decentemente da milioni di anni). Bastano una maschera simil-Chewbacca, un gonnellino in finta pelle e un pò di polvere qua e là ed ecco, bell’e pronto, il nostro antenato scimmiesco. Le sue movenze goffe e impacciate, che subito fanno venire in mente il ragionier Fantozzi, lo rendono una presenza ridicola in qualunque scena lo veda protagonista. I versi che emette sono ruggiti gutturali alterati a vocali pronunciate in modo molto marcato, che ricordano echi di dialetti pugliesi e sardi. Fa quasi tenerezza, in mezzo a questo sfacelo, la presenza della Crawford, che ebbe il dubbio onore di concedarsi dal grande schermo con questa genialata.

Produzione: GB (1970)
La scena madre: il lisergico flashback che vede come protagonisti i dinosauri visti da Trog. A parte l’assurdità paleontologica, le bestie sono di gomma, mosse in modo osceno da assistenti di scena incapaci, e le soggettive sono fisicamente impossibili per un essere umano. Mitico il t-rex che arriva planando!
Punto di forza: la regia di Freddie Francis, grandissimo direttore della fotografia (due Oscar!) ed esperto in materia cinematografica, garantisce un ritmo brioso nonostante alcuni momenti tediosissimi tipo le udienze del processo.
Punto debole: a noi personalmente ha fatto ridere dall’inizio alla fine, ma forse non tutti sono disposti a sorbirsi novanta minuti con un tizio in un costume ridicolo che grugnisce in primo piano…
Potresti apprezzare anche…: probabilmente le versioni più micragnose della storia di Frankenstein. Tipo Korang – La terrificante bestia umana.
Come trovarlo: è stato distribuito in DVD, ma non è facile da reperire. Comunque, su Youtube lo si trova intero in italiano.

Un piccolo assaggio:  (trailer originale di questa roba…)

Turkish Superman

Datemi un pizzicotto...ditemi che non sto sognando...

Di: Kunt Tulgar
Con: Tayfun Demir, Gungor Bayrak, Yildirim Gencer

E quando pensavamo che non si potesse fare peggio di così, ecco la versione turca di Nembo Kid! Sissignori: il superuomo è più in forma che mai, e ovviamente vive in Turchia. Contrariamente alle altre castronerie tipiche di certi remake, in questo, uscito con l’incredibile titolo di Supermen Donuyor (vuol dire “superman ritorna”; qui ha anticipato il remake degli anni duemila), la trama è più o meno comprensibile, anche perchè quasi del tutto plagiata dall’originale di Donner. Un prologo particolarmente ignobile, in cui palle dell’albero di Natale e stelle di carta stagnola vengono spacciate per corpi celesti, ci spiega che Tayfun (per risparmiare sulla sceneggiatura i nomi di battesimo degli attori sono stati trasferiti ai personaggi) è un abitante del pianeta Krypton, mandato sulla Terra dai genitori poco prima dell’esplosione che ha sterminato la sua razza. Al compimento della maggiore età, i suoi genitori adottivi, due paciosi campagnoli, gli rivelano la sua identità. Lui dice che comunque se lo aspettava, anche perchè i suoi poteri sono un pochettino ingombranti. Recatosi senza un motivo preciso in una grotta, vi trova il fantasma del re di Krypton: questo vecchio in calzamaglia dice di chiamarsi Superman e che anche lui si chiama Superman (?) e che è dotato delle seguenti caratteristiche: “il genio di Re Salomone, la forza di Ercole, la pazienza di Atlante, la salute di Zeus, il coraggio di Achille e la velocità di Mercurio”. Manca solo il cervello di Frankenstein, aggiungiamo noi, ma non poniamo limiti alla provvidenza. Ritrovatosi improvvisamente vestito come un supereroe, Tayfun inizia a svolazzare per la città. Nel frattempo, uno scienziato turco, perchè com’è noto in questi film la Turchia è una superpotenza globale, scopre i poteri della kryptonite. Ma un malvagio vuole impadronirsene per far funzionare una macchina che, a suo dire, trasforma ogni cosa in oro. Qui la sceneggiatura si inceppa, ed è tutto un ripetersi di Superman che salva la bella di turno, lavora al giornale e sconfigge i cattivi.
Dire che Tayfun Demir è il Christopher Reeve dei poveri, o un suo clone sbiadito, non è esatto. Inserire nella stessa frase i due nomi è una bestemmia. Demir non muove un sopracciglio per tutto il film, limitandosi a esibire la sua faccia da triglia in qualunque occasione. Per rimediare alla propria mancanza di muscolatura, si mette in pose ridicolissime di fronte agli sguardi supefatti dei malvagi. Le scazzottate con i malviventi sono qualcosa di meraviglioso: quello che in teoria dovrebbe essere “l’uomo d’acciaio” si limita a tirare due pugni, o meglio a fare il gesto dato che i poveretti vanno al tappeto da soli con dovizia di capriole, e a rimanere impassibile di fronte ai colpi sparati da carinissime pistole giocattolo. Quando il regista Tulgar decide di fare la voce grossa, si scade nel patetismo: invece di fermare un camion lanciato a folle velocità con una mano sola, Superman entra nell’abitacolo volando e…frena con il pedale! A proposito di voli: mai, neppure agli albori del cinema, le riprese aeree erano state tanto approssimate: la sagoma dell’eroe è praticamente appiccicata con lo sputo su fotografie aeree di stadi, monumenti e oceani, oppure su filmati di dubbia provenienza, senza mai rispettare le proporzioni. La prospettiva è talmente assente da conferire al tutto un aspetto bidimensionale che lo rende simile ad un cartone animato. La traiettoria seguita dal prodigioso superuomo non segue nessun criterio finora conosciuto dalla scienza fisico-motoria. La “forza di Ercole” non impedisce al demente di lasciarsi stendere da una banale scarica elettrica, per non parlare del “genio di Re Salomone”. Che poi, sapete con che cosa è realizzata la temibile arma nemica? Con un proiettore super 8.
Trattandosi di un remake turco, le caratteristiche tipiche ci sono tutte: i due temi portanti sono rubati direttamente a Superman e alla serie di 007, e il montaggio è spesso incomprensibile. la fotografia, quasi sempre sgranata e non nitida, rende impossibile una visione serena. Peccato soltanto che il film divenga ripetitivo con il passare dei minuti, quando le sciatte immagini dell’eroe volante perdono la loro carica di ilarità. La mancanza di Arkin e Inanc si sente.

Produzione: Turchia (1979)
Scena madre: quando Superman scopre i suoi reali poteri, decide di fare un voletto di prova. E non aggiungo altro.
Potresti apprezzare anche…: Korkusuz (alias Turkish Rambo).
Come trovarlo: siccome che i remake turchi infrangono sistematicamente il copyright, posso anche ammettere di averlo scaricato. Perchè altrimenti è irreperibile.
Da guardare: assolutamente! Vi piacerà!

Un piccolo assaggio:  (guardate che potenza!)