Archivi categoria: 2000 – 2009

Troppo belli

L'inesorabile degrado del sistema cine-televisivo italiano.

L’inesorabile degrado del sistema cine-televisivo italiano.

 [Krocodylus, IlCarlo]

Di: Ugo Fabrizio Giordani
Con: Costantino Vitagliano, Daniele Interrante, Alessandra Pierelli, Chiara Tomaselli, Fausto Maria Sciarappa

Non ne vale la pena. Alla fine tutto si risolve in questo. Vale la pena di spendere ottantacinque minuti della propria vita per vedere Troppo belli? No, neppure se sei un estimatore del trash. Se invece sei un estimatore dei due tamarri protagonisti, bè, ti devi solo vergognare. Va detto che avevamo questa immondizia nell’hard-disk da anni, ma solo adesso abbiamo trovato la forza e il coraggio per guardarlo. Costantino e Daniele (Vitagliano e Interrante), sono due giovani belli, ma non “belli” nel senso “carini”, bensì nel senso “belli belli belli in modo assurdo”. Pur essendo fondamentalmente dei cazzari, che svolgono mille lavoretti diversi, tutti male, sono gli idoli delle ragazzine del quartiere che, allupatissime, si appostano in inquietanti sessioni di stalking al fine di fotografarli di nascosto o rubare le mutande stese di Interrante come il peggior feticista. Non tutti sanno, però, che il sogno dei due (più che altro di Daniele, perchè all’altro non gliene frega un beneamato) è sfondare nel mondo del cinema. Purtroppo per loro, finiscono nelle mani di un agente viscido e truffaldino, una specie di Lele Mora più brutto (se possibile), che, con l’aiuto delle figlie, gli estorce montagne di denaro (e fa bene, sono proprio due deficienti, raggirarli è quasi un dovere morale). Spediti a fare gli spogliarellisti vestiti da “i due marò” e costretti ad umilianti rapporti sessuali con anziane donne dello spettacolo, i non troppo svegli eroi capiranno che non è tutto oro quel che luccica. Sarà l’amore di due donne a riportarli sulla retta via, mentre l’imbarazzante voce fuori campo (terribile, da strapparsi le orecchie), ci informa che comunque da quel giorno i due tamarracci si sono messi a lavorare e tutti vissero felici, contenti e palestrati.
La nidiata di Maria de Filippi raggiunse il suo apice nella prima metà degli anni duemila, quando questi personaggi senza alcuna capacità  o fascino irruppero sulla scena diventando il sogno bagnato di milioni di ragazzine esclusivamente per il loro essere “troppo belli” (oh, a noi sembrano fatti con lo stampino, prenderli a modello di uomo ideale significa buttare via decenni di battaglie culturali, ma vabbè). Per la verità, nell’anno 2015 in cui scriviamo quasi nessuno pare ricordarsi più di questi due tronisti, e questo ci fa piacere. Il film non è altro che un veicolo commerciale per sfruttare il loro successo, alquanto effimero: gli incassi furono assai deludenti (circa 700mila euro a fronte di una spesa di due milioni, che chissà dove cazzo sono finiti visto che il film ha due-tre locations e nessun attore di un certo livello) e lo trasformarono in un flop. Noi, oltre a considerarlo una merdaccia di film, lo riteniamo un perfetto esempio di stupidità televisiva portata al grande schermo, e in un certo senso apprezziamo la mancanza di vergogna del regista che riesce a filmare per quasi un’ora e mezza il nulla assoluto.
A livello tecnico, la realizzazione è molto elementare, con inquadrature banalissime ma non particolarmente orrende. In compenso, De Filippi & Costanzo hanno messo insieme una bella crew di incapaci, sceneggiando personalmente il film e affidando le musiche alla coppia micidiale D’Alessio-Tatangelo, un vero armageddon cine-musicale. Detto che parlare della “recitazione” dei due e degli altri sarebbe impietoso, soffermiamoci sui personaggi: fantastico il milanese che nel giro di due-tre giorni passa dall’essere un poveraccio a girare in Porsche circondato da donne, e fantastica anche la fidanzata di Daniele, che nello stesso lasso di tempo molla Daniele, conosce il milanese di cui si diceva e decide di sposarlo, così, ad minchiam. Spiccano alcuni momenti che vorrebbero essere di comicità, o almeno di commedia, ma proprio non strappano mezza risata, alla fine dopo averlo visto si è più depressi di prima. La ciliegina sulla torta è la sfacciata pubblicità al marchio Datch, che i due indossano praticamente in ogni momento del film: vergognoso.
Concludiamo con questa bella citazione di Maurizio Costanzo, che definì il film ispirato “a tutto un genere di commedia italiana degli anni ’50 e ’60”. Le pernacchie di Risi, Monicelli, Germi, si sono udite fin qui.

Produzione: ITA (2005)
Scena madre: vi assicuriamo che cinque minuti di panoramica delle inutili vite dei protagonisti con in sottofondo una canzone di Gigi d’Alessio sono inarrivabili.
Punto di forza: il suo status di film di culto e la sfacciataggine con cui è stato girato lo rendono imprescindibile per tutti gli amanti del trash.
Punto debole: alla lunga, grossi sussulti non ce ne sono, il film è noiosetto. Avremmo voluto vedere un horror o un film d’azione nelle mani di questa troupe!
Potresti apprezzare anche…: l’altrettanto vergognoso Parentesi tonde.
Come trovarlo: l’ultima volta, il DVD costava 1,99 euro in un cestone di un supermercato cinese di quarta categoria. Comunque, troppi.

Un piccolo assaggio:  (un’eloquente raccolta di “scene” del “film”)

0,5

Shark invasion

La traduzione letterale sarebbe "squali furiosi", e in alcune edizioni è stato tradotto così. In altre no. Che casino.

La traduzione letterale sarebbe “squali furiosi”, e in alcune edizioni è stato tradotto così. In altre no. Che casino.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Danny Lerner
Con: Corin Nemec, Vanessa Angel, Corbin Bernsen, Todd Jensen, Simona Levin

A volte ritornano. Danny Lerner è una nostra vecchia conoscenza dai tempi di Shark in Venice; in quella recensione, tra l’altro, avevamo sottolineato come il buon Danny fosse un fissato con gli squali e producesse il suo putridume grazie alla Nu Image, diretta da Avi Lerner, che presumiamo esserne il fratello. Shark invasion conferma i gusti bizzarri della famiglia Lerner.
La storia è un mischione orrendo di cose scollegate tra loro. Nel Triangolo delle Bermude (ma perchè? Che c’azzecca?) precipita un’astronave aliena, scontratasi con un’altra probabilmente per guida disattenta di qualcuno. Per cinque anni non succede una beata fava, finchè il protagonista, un clone di Bon Jovi, non decide di piazzare proprio lì la sua base sottomarina, grazie alla quale studia nonsicapiscecosa, comunque sono lui e dei colleghi che fanno di tutto tranne lavorare. Ovviamente a bordo c’è anche sua moglie, una signora con un decennio in più di lui che si lamenta per qualsiasi cosa ed è davvero irritante. Di colpo, gli squali del circondario vanno fuori di melone e attaccano la base isolandola, cioè mordendo due tubi che, staccandosi, condannano a morte i presenti. Ovviamente Bon Jovi e la moglie non ci stanno: insieme ad un ambiguo funzionario governativo, indagano sul motivo per cui gli squali hanno deciso di accoppare tutti. L’indagine è funestata da alcuni colpi di scena telefonatissimi: uno dei tecnici che si caga addosso e fugge con l’unico sottomarino (durando circa cinquanta metri prima di essere fatto a pezzi), gli attacchi dei feroci animali rubati direttamente alla National Geographic, il tradimento del funzionario governativo: questi si rivela un malvagio agente del Majestic-12, un man in black disposto a tutto pur di impadronirsi della tecnologia aliena che giace sul fondo dell’abisso. Tutta una serie di eventi incomprensibili e improbabili porta ad un ritorno degli alieni, che prelevano il cilindro che ha causato tutto questo casino, e all’incredibile salvataggio di Bon Jovi e di sua moglie, che sopravvivono all’esplosione della base e vengono accolti nel sommergibile semplicemente…bussando. Anche il cattivo sopravvive, ma essendo appunto il cattivo viene prontamente divorato dagli squali.
Tutte le guide cinematografiche e le schede su Internet confermano che Shark invasion è stato girato nel 2005. Sarà pure vero, ma non ci si crede: la fotografia sgranata della pellicola, così come i temi trattati, sembra uscita direttamente dal 1988. Lerner mischia nella sceneggiatura talmente tante cose che avrebbe potuto farci tre film, ma siccome lui è fissato con gli squali non ha voluto separare i generi. Non c’è neppure bisogno di parlare dell’assurdità della trama, ha talmente poco senso che sarebbe una perdita di tempo. La vena trashona di Lerner si esprime al meglio nelle singole scene: non c’è un solo momento in cui qualunque spettatore possa dire “oh, questo non me l’aspettavo”. L’interazione tra il cattivissimo agente del Majestic 12, che ovviamente è semi-immortale e uccide per diletto, e i due protagonisti regala sequenze memorabili: il povero Bon Jovi lo picchia, lo strozza, lo accoltella, lo fa esplodere, ma lui sopravvive sempre. Ovviamente invece di sparargli e chiudere la questione, il cattivone perde mezz’ora a parlare dei suoi piani e a deridere i suoi avversari, nonostante questo sia notoriamente un errore in certi film. Gli effetti speciali non sono neppure malaccio, e i filmati rubati ai documentari ben si integrano con il resto del film; la povertà si vede solo nelle scene di panico sul sottomarino o in spiaggi: le poche e svogliate comparse si gettano di qua e di là senza motivo, e in un paio di casi sembrano veramente dei tarantolati per i loro movimenti sconnessi.
Chiudiamo con un quesito inquietante: chi diamine ha scelto le attrici protagoniste? Sembrano tutte e tre rifarre o piene di botulino. Una in particolare ha dei labbroni davvero spaventosi. Sicuramente più spaventosi degli squali.

Produzione: USA, Bulgaria (2005)
Scena madre: il finale, la disinvoltura con cui le due testedicazzo bussano al sottomarino in pieno oceano senza attrezzature da sub e vengono fatti accomodare. Sublime.
Punto di forza: il tocco di assurdità della sceneggiatura che compensa anche i numerosi tempi morti.
Punto debole: con una simile storia si poteva fare molto meglio ed esagerare sugli effettacci. Purtroppo Lerner si mantiene entro limiti di vergogna appena accettabili.
Potresti apprezzare anche…: Shark in Venice.
Come trovarlo: comodamente in DVD; il retro di copertina è oltretutto pieno di errori di ortografia.

Un piccolo assaggio: 

(pare che tra i numerosi titoli ci sia pure Space sharks, tanto per non farci mancare nulla)

2

Belle da morire 2

Ma sono tornate chi?? Ma quando?!?

Ma sono tornate chi?? Ma quando?!?

Di: Bruno Mattei (Pierre Le Blanc)
Con: Katherine Moss, Paul Jackson, Anthony Fontaine

Tempo fa, recensimmo Belle da morire, capitolo primo, definendolo “il nulla”. Non contento, Bruno Mattei, che usa lo pseudonimo Pierre Le Blanc per chissà quale motivo (conoscendolo, sicuramente non la vergogna), ne gira un secondo capitolo. Ovviamente non ha nulla a che fare con le vicissitudini del primo, e altrettanto ovviamente è una punizione filmica piena di tutti gli elementi tipici dei film matteiani; per fortuna, è leggermente meglio del predecessore.
Dopo i consueti titoli di testa fatti con qualche programmaccio di grafica, si parte in quinta con intensi primi piani di tette e culi mentre la protagonista si fa la doccia insieme ad un amica. Segue sequenza di due che trombano con una musicaccia orrenda, e alla fine, mentre lei vagheggia con discorsi preconfezionati, lui si addormenta in due secondi netti. L’inizio sembra promettere bene, poi appare Antonio Zequila, volto noto della televisione trash più squallida, e si introduce la trama (o almeno, i due-tre fatti che Mattei spaccia per trama): la protagonista è una specie di modella che nel tempo libero intrattiene laidi uomini d’affari, ciancia di amore e uomini giusti e poi si lascia rimorchiare dal primo belloccio che trova al ristorante. La mattina dopo è già amore tra i due, ma lui deve andare. In pratica viene fuori che Bruce, questo il nome dello sconosciuto che si tromba la bella Louise, è un tipo losco; sulle sue tracce ci sono (se ho ben capito) dei malviventi pronti a tutto, che si servono di due sicari (uno è sputato Iggy Pop e si chiama Kram, Kran o qualcosa del genere) e di uno specialista del delitto: Anthony Lo Russo (Zequila, che praticamente fa due-tre lavori insieme), detto “il macellaio di Detroit”. Lo “specialista”, peraltro, si fa fregare come il peggiore degli imbecilli da Louise e anche da tutti gli altri, ma vabbè. Intanto Bruce sfrutta l’ingenuità della ragazza per mandarla a recuperare una valigetta; sul luogo dell’incontro, Louise incontra un panzone viscido che aveva respinto tempo prima e che la violenta. Perchè? Boh, forse Mattei si è confuso nello scrivere la sceneggiatura. Arriviamo in ogni caso al finale: Louise ha architettato un piano infallibile per fregare i cattivi, talmente infallibile che dura due minuti. Alla fine è comunque provvidenziale l’intervento di Bruce, entrato nell’edificio da un buco della sceneggiatura e pronto a crivellare il boss malvagio. Louise è molto incazzata per il fatto che a causa sua è stata picchiata, violentata e umiliata: ma decide di perdonarlo dopo una trombata, peraltro priva di qualunque introduzione e buttata lì giusto per far finire il film.
Vista così può anche sembrare una trama articolata. Non lo è: i fatti elencati si svolgono nel complesso in un venti minuti, mentre il resto del film è occupato da scene di sesso soft squallide e ridicole. Come nella miglior tradizione porno ogni pretesto è infatti buono per finire a letto insieme, anche quando non ce ne sarebbe davvero motivo. Il film oscilla tra l’inverosimile tentativo della protagonista di essere morigerata e il fatto che chiunque (escluse forse due o tre comparse) ha accesso, diciamo così, alla sua intimità. Tra un “ciao depravata” e un “mi piace il tuo culo, troia”, Belle da morire 2 non è altro che un’accozzaglia di scene pornosoft tenute insieme con lo spago e grazie a qualche riga di sceneggiatura. L’unica cosa che, se non salva il film, almeno impedisce l’abbiocco istantaneo, è la vena creativa di Mattei, qui più forte che nel primo capitolo: le battute dei cattivi sono copiate paro paro dal cinema americano, ma non reggono il paragone; gli uomini sono tutti infoiati fino al limite del ridicolo (forse gli attori sono stati tenuti mesi senza una donna, anche perchè ogni volta che ne vedono una fanno delle facce che neanche il peggior Fantozzi), e le donne tutte battone. Tra un festino con droga e puttane (in cui uno Zequila mascherato offre a Louise un drink corretto droga che lei beve senza esitazioni) e una scena di sesso con uomini pelosi e sovrappeso in pieno stile anni settanta (niente lesbo, ahimè), la pellicola si trascina stancamente per ottanta minuti, durante i quali è forte la tentazione di andare su YouPorn, se non altro per vedere scene migliori e più esplicite. Ogni tanto il genio di Mattei fa capolino, soprattutto nelle scene riguardanti i trafficanti e i sicari, ma nel complesso l’unica cosa interessante è la consueta fotografia da telenovela brasiliana, tipica degli ultimi film del compianto Maestro.

Produzione: ITA (2005)
Scena madre: le vere scene madri sono quelle che coinvolgono l’amica puttanona di Louise e il suo amante. Costui è una specie di gorilla privo di parola e dotato di un evidentissimo pene finto di dimensioni spropositate. Le scene di sesso sono esageratissime ed esilaranti, soprattutto quella in cui il suddetto primate non riesce neppure a bere un sorso di whisky senza rovesciarselo addosso!
Punto di forza: se confrontato con il primo capitolo, mostra dei progressi.
Punto debole: se confrontato con i film matteiani dei bei tempi, fa venire la nostalgia…
Potresti apprezzare anche…: Belle da morire, così si completa la saga. E sottolineo SAGA.
Come trovarlo: la versione in DVD è abbastanza semplice da reperire, e probabilmente è l’unico modo per vederlo. Si trova spesso nelle bancarelle dell’usato a pochissimi euro.

Un piccolo assaggio: http://www.dailymotion.com/video/xavj79_belle-da-morire-2_redband (il film fa così schifo che non si trova neppure un secondo su Youtube, quindi vi dirotto su DailyMotion; potrebbe chiedere il permesso in quanto film vietato ai minori)

1

Infestation

Ovviamente la città futuristica lì sotto non si vede mai nel film.

Ovviamente la città futuristica lì sotto non si vede mai nel film.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Edward Evers-Swindell
Con: Ross Evison, Susan Riley, Paul Sutherland, Malcolm Raeburn

Atipico film di fantascienza post-apocalittica mischiata con il genere zombie, Infestation è fin dal primo momento un prodotto estremamente amatoriale, il film che Ed Wood avrebbe girato in un momento di ubriachezza con un computer in mano. Si comincia con la trama tipica del post-atomico: dopo una guerra nucleare, la razza umana è pressochè estinta. I pochi sopravvissuti vivono in una specie di città sotterranea, in cui la civiltà è rinata. Lì, nel fermare una terrorista, il pilota Loki causa una specie di tamponamento a catena (giuro!) in cui muoiono dei civili. Sconfortato, si licenzia e passa all’alcool meditando sulla propria pochezza come pilota (spreca tempo a dire battutine idiote senza riuscire a combinare nulla e disobbedendo alle indicazioni di tutti) e facendo a botte con alcuni bifolchi che non si sa cosa ci facciano in una città sotterranea futuristica invece che nel Texas. La sua amica Sash lo raccatta in una osteria da due soldi per una missione da niente: salire in superficie con una squadra di esaltati per cercare un’altra squadra di esaltati che si era persa. Qui il film cambia registro, virando decisamente sull’horror: in pratica si scopre che in superficie è pieno di zombi: questi ultimi sono il risultato di un non meglio specificato esperimento condotto dal governo della città di sotto. I membri della squadra militare vengono scremati con diligenza dai morti viventi\infetti\malati\quelcazzochesono. Arriviamo allo scontro finale con le seguenti fazioni: da una parte Sash, Loki e il nerboruto Maddox, che prima tenta di strangolare Sash ma poi si accorge che ha ragione, dall’altra migliaia di zombi che per la verità prima non c’erano, appaiono giusto negli ultimi dieci minuti per rendere difficoltosa la fuga. Incredibilmente, i tre si salvano, fanno esplodere con una atomica una parte della superficie terrestre (molto poca, peraltro) e tornano indietro sfottendo il governante della città sotterranea.
Per la sua opera prima, il regista Evers-Swindell aveva a disposizione due fattori non indifferenti: un make-up più o meno dignitoso (almeno in un film a bassissimo costo) e una ambientazione realmente suggestiva, una specie di villaggio vacanze abbandonato evocante Chernobyl. In genere i registi emergenti sfruttano al meglio queste fortune (un set praticamente già fatto, soprattutto) e lavorano sulla psicologia dei personaggi e la paura senza mostrare effettacci speciali. Evers-Swindell toppa clamorosamente, mettendo in scena una sceneggiatura priva di senso e affidando il novanta per cento del film alla grafica digitale, con risultati che definire disastrosi è fargli un complimento. La trama è qualcosa di imbarazzante per pochezza e faciloneria: come ha fatto l’umanità a costruire in situazione di assoluta emergenza e (supponiamo) poco tempo una città gigantesca sotto terra? Perchè ci sono gli zombi, e in che cosa consistevano gli esperimenti del governo? Perchè se il governo della città voleva coprire gli esperimenti ha mandato una seconda squadra quando la prima era stata comodamente distrutta dagli zombi cancellando le loro responsabilità? E perchè i tre superstiti ammazzano gli zombi, considerato che in superficie non ci abiteranno comunque? Inutile aspettarsi una risposta, passiamo alle scene d’azione: a parte l’assurdità di Loki che passa improvvisamente da agnellino a Terminator, abbiamo dei morti viventi che si mostrano a gruppi di 10-20 per settanta minuti; poi, quando i nostri stanno per andarsene, appaiono a migliaia marciando verso di loro. Come detto, il make-up zombesco non è malaccio, anche se in moltissime scene gli zombi sono semplici comparse incappucciate che saltellano e grugniscono. Il vero problema sono gli effetti grafici, soprattutto quelli della città sotterranea: mai prima d’ora si era visto un simile scempio, coi palazzi costituiti da rettangoli neri con dei quadratini verdi a simboleggiare le finestre, il tutto a tinta spaventosamente unita. In questo paesaggio surreale il regista ambienta anche un clamoroso inseguimento tra macchine volanti in cui ogni inquadratura è buttata lì a caso e le due navette cambiano posizione senza un perchè.
Concludiamo con tre riflessioni: 1) Il protagonista è uguale a Momò, l’aiutante di Jean Reno in Wasabi, ma più magro 2) I filtri usati in tutto il film per colorare a caso le scene sono illegali in 134 paesi 3) Ma i terroristi che fine fanno? Tutto quel casino nei primi 10 minuti e poi non tornano più?

Produzione: GB (2005)
Scena madre: l’inseguimento iniziale tra i rettangoli-grattacieli. A proposito, che straaccidenti ci fanno dei grattacieli in una città sotterranea?
Punto di forza: visti i primi 10 minuti pensavamo fosse un megatrashone da restar nella storia, invece no. Guardate i primi 10 minuti, poi toglietelo.
Punto debole: lo spreco di mezzi. Se hai a disposizione 5.000 sterline (questo il budget), perchè mai baloccarsi tra le città in CGI e i filtri? Non poteva concentrarsi sull’ambientazione in superficie, qualche zombi e tanta psicologia?
Potresti apprezzare anche…: Automaton transfusion.
Come trovarlo: aspettare che qualche tv a pagamento si trovi con un’ora e mezza libera e decida di metterci Infestation.

Un piccolo assaggio: (il vecchio trucco di mettere immagini ad alta velocità nei trailer per nascondere le evidenti lacune di un film)

1,5

Mucchio selvaggio

Manifesto sobrio stile neorealismo rosselliniano.

Manifesto sobrio stile neorealismo rosselliniano.

[Krocodylus, Satchmo, IlCarlo]

Di: Matteo Swaitz
Con: Elena Grimaldi, Marco Nero, Franco Trentalance, una ventina di rapper dai nomi idioti che non intendiamo riportare in questa sede

Da qualche tempo tutti i membri dello staff CineWalkOfShame approfittano del proprio compleanno per chiedere, come regalo, di visionare film talmente brutti che di norma persino noi ci rifiutiamo di vederli. IlCarlo non sfugge a questo sistema, e chiede come presente di recensire Mucchio selvaggio. “quello di Peckinpah?“, chiediamo. “non proprio”, è la risposta. IlCarlo ci spiega (non sappiamo nè vogliamo sapere come abbia reperito queste informazioni) che il film è stato realizzato per pubblicizzare la carriera di gruppi di rapper italiani (per la precisione, Club Dogo e Truceklan) e che è davvero inguardabile. Ah, dimenticavamo: Mucchio selvaggio è un porno. Nonostante l’exploit ottenuto con il filmino di Sara Tommasi, recensire porno non è proprio il massimo della vita, neppure per noi; ma l’idea di perculare qualche rapper italiano (che noi detestiamo cordialmente) ci allettava, soprattutto se consideriamo l’irritante fenomeno dei dodicenni che si atteggiano a gangsta-rapper vissuti imitando questi imbecilli: ecco, guardate Mucchio selvaggio e poi ne riparliamo. La proporzione è tipo 35 minuti di trama\dialoghi\cazzate varie e 85 di porno, e non sapremmo dirvi quale delle due parti sia meglio recitata. Ci affidiamo quindi a una doppia recensione.

Il film: trama, tecnica e amenità generiche.
Fin dai primi dieci minuti è evidente una cosa: al contrario delle scene hard, che sono squallidissime (ne parleremo dopo) ma tutto sommato ben curate, quella parte di film che in teoria dovrebbe raccontarci una storia è girata totalmente alla membro di cane: inquadrature storte, grafica pessima e un audio talmente malfatto che l’ottanta per cento delle battute sono andate perse, specie nelle scene in esterna, il cui audio a presa diretta ricorda quello delle musicassette registrate anni novanta. Per quel che abbiamo capito la trama è la seguente: in una città che dovrebbe essere Roma si sfidano due gang rivali: i raver e i rapper. Il motivo per cui le due gang si odiano non è chiarissimo: probabilmente c’è sotto qualche storia di droga, resta il fatto che ogni contatto umano tra i membri delle bande si risolve tutto in sparatorie, insulti e “minchia zio non ci stai dentro”, ma provare a parlare? Va bè. I ragazzi (ragazzi per modo di dire, c’hanno 35 anni, sarebbe ora di smetterla) non perdono occasione per mostrarci quanto sono duri: in ogni inquadratura sono inquadrate bustine di cocaina e pistole giocattolo ridicolmente spacciate per vere armi, e una frase di dieci parole contiene in media otto parolacce, perchè loro sono i re del ghetto, zio, minchia boh, non scherzare bello. A loro si unisce un personaggio strano, un hipster che gioca a scacchi, forse era una metafora di qualcosa ma non l’abbiamo proprio capito, comunque recita come un ubriaco e alla fine ci dice che comunque è un mondo di merda e l’umanità è degradata e altre fregnacce che non hanno senso, ma agli adolescenti in preda a crisi ormonali piacciono tanto e quindi è giusto inserircele. La recitazione di tutti gli attori non merita più di qualche parola: quando facevo seconda media la gloriosa classe 2 A, guidata dall’inflessibile insegnante di Recitazione, avrebbe fatto meglio. Gli unici sussulti sono i dialoghi tra Elena Grimaldi e Guè Pequeno, veramente gretti, e le risse di strada. Per fortuna ogni tanto arrivavano le scene porno a impedire l’abbiocco generale dello staff.

Il film: droga, tette e maschilismo a luci rosse.
Le scene porno di Mucchio selvaggio hanno un comune denominatore: il regista voleva dare una parvenza di trama anche ad esse, giusto per poter rivendicare non si sa bene cosa in fase di distribuzione. Così, il quarto d’ora di ogni scena è introdotto da risibili giustificazioni, di cui facciamo qualche esempio semplificato: “signora, patente e libretto. Grazie, tutto a posto. Posso metterglielo in bocca?” oppure “dammi della droga” “sì, ma prima scopiamo, troia” “ok, va bene”, fino a un più semplice “vabè, senti, chiaviamo” risolutivo. Ovviamente questo non offre alcuno spessore alle sequenze, ma è divertente vedere i mentecatti protagonisti cimentarsi con battute che non siano “prendilo tutto” oppure “aprimi come un barattolo di fagioli”. Le prestazioni delle star hard (spiccano Trentalance ed Elena Grimaldi, quest’ultima una vera artista da applaudire e ri-applaudire) sono nella norma, a parte quella di Marco Nero. Chiamato “Franco Nero” dallo staff in preda alla confusione per tutto il film, questo pelato ci offre una scena hard talmente bella da aver spopolato su Youtube (eccola qui), che è stata rivista più e più volte con conseguente messa in pausa per soffocamento dalle risate. La scelta delle pratiche sessuali lascia un pò l’amaro in bocca: non c’è neppure una scena lesbo, il film doveva mostrare quanto è dura la vita dei rapper romani e non c’è tempo per le robe da donne. Questo, unito alla scelta di far durare il film due ore intere, ha notevolmente sminuito la scorrevolezza a luci rosse, nonostante gli attori (specialmente i maschi e la slava bionda dell’inizio) abbiano la stessa foia ferina di chi non vede una donna da mesi: forse li hanno tenuti in gabbia per ottenere una prova più convincente, non lo sappiamo. Segnaliamo due scene di un qualche interesse: in una la protagonista è Violetta Beauregarde, ex Suicide Girl e cantante: per farsi pubblicità accetta di interpretare una delle puttanone del film, ma essendo forse schizzinosa si limita a una scena di fellatio, peraltro ottimamente eseguita: avrebbe avuto un qualche interesse, anche perchè c’è del talento, peccato abbia fatto solo quello. L’altra scena è la threesome tra Laura Perego, Marco Nero e uno sconosciuto attore: a parte che quest’ultimo umilia tutti gli altri protagonisti per “dotazione” (diciamo così), la sequenza è divertente per i dialoghi fra i tre, ovviamente sboccatissimi e triviali. Il resto è (quasi) passabile. Nel complesso, abbiamo un porno con trama, ma una trama così merdosa da non essere una solida impalcatura, e finisce per rovinare il tutto. Perdibile, in ogni caso.

Produzione: ITA (2007)
Scena madre: a livello hard assolutamente la performance di Elena Grimaldi. In senso trash, le facce di Marco Nero nella suddetta.
Punto di forza: le scene hard, sono fatte molto meglio di quelle recitate.
Punto debole: che senso ha fingere che si tratti di un film serio? Tanto valeva limitarsi alle maialate, magari inserendoci altri dialoghi caserecci!
Potresti apprezzare anche…: c’è da chiederlo?
Come trovarlo: i maschi lo sanno benissimo. Ok, anche le femmine. Sentite, ci siamo capiti\e.

Un piccolo assaggio: l’assaggio lo fa già la Grimaldi, anche con un certo stile. No, scusate lo squallore. In teoria su Youtube ci sono le scene non porno isolate, ma così è troppo facile!

3

 

Vogliamo un cross-over con la Tommasi!

Vogliamo un cross-over con la Tommasi!

Cattive inclinazioni

Solo a noi sembra la locandina di un pornazzo di quart'ordine?

Solo a noi sembra la locandina di un pornazzo di quart’ordine?

[Krocodylus, Satchmo]

Di: Pierfrancesco Campanella
Con: Eva Robin’s, Mirca Viola, Elisabetta Cavallotti, Florinda Bolkan

Presi da una incontenibile passione per la romanità a causa di un prossimo viaggio nella Capitale a suon di birra e filmacci, i sottoscritti hanno deciso di visionare, tra le varie scelte, Cattive inclinazioni. Il film è ambientato proprio nella Città Eterna, il cast si compone di una serie di meteore d’avanspettacolo e qualche cameo illustre, la trama è assurda: aggiudicato. E Cattive inclinazioni si è dimostrato un film brutto con i fiocchi, di quelli che dopo dieci minuti già implori pietà tentando di spegnere la tv.
Tutto ruota intorno a un condominio in cui abitano diversi personaggi, di cui il più pulito c’ha la rogna e al più simpatico spaccheresti la faccia. In questo palazzo avviene un terribile delitto: una maestra (che nel tempo libero, scopriremo poi, faceva la battona in filmati porno amatoriali di infima fattura) viene uccisa da una squadra. Per la precisione una squadra 30\60 di metallo, di quelle che il mio professore di disegno tecnico adorava e ci obbligava a portare a scuola. L’autore\autrice di tale delitto è ignoto: uno pensa che il film ruoti intorno a quello, e invece no. Con un colpo da maestro, Campanella porta la storia su altri binari: le vite parallele di una vecchia artista e di una coppia lesbica. La prima incontra una ragazza tossica che cerca di rubargli la macchina e, per aiutarla, le fa una proposta: in cambio di un sacco di soldi, dovrà ucciderla nel sonno. In verità la bieca artista vuole solo liberarsi della domestica e attirare l’attenzione su di sè, e per questo sfrutta la povera tossica in crisi per aver ammazzato la persona sbagliata. Nella coppia lesbica emerge una ex showgirl in disgrazia, che va su tutte le furie quando scopre che la sua ragazza non è proprio lesbica, diciamo bisessuale, e scopre questo lato di sè con il vicino di casa. Anche lei decide allora di ammazzarla e di ottenere notorietà come amante della defunta. Il colpo di genio è che sia la vecchia che la showgirl in disgrazia organizzano i delitti utilizzando la squadretta per far ricadere la colpa sull’assassino, una trovata che si commenta da sola. Su tutto questo pasticcio indaga una poliziotta totalmente rimbecillita, incapace di mettere insieme due intuizioni e di risolvere un caso talmente semplice (tutti i protagonisti recitano malissimo, anche i personaggi, e seminano prove a go go) da non meritare un film intero; solo grazie alle rivelazioni della ragazza drogata, questa insulsa agente di polizia riesce a scoprire le due assassine, scoperta peraltro inutile data la brutta fine che fanno queste ultime. Ah, e il primo delitto? Boh, l’unica cosa certa è che l’assassino è a piede libero poichè nel finale uccide l’ispettore capo. Tale scelta risulta priva di senso, forse il regista voleva suggerire qualcosa ma noi non l’abbiamo colto. Pazienza.
Si diceva di Roma: il film è tutto ambientato nel condominio, ma quando i protagonisti escono, anche solo per portare a spasso il cane, vengono inquadrati il Colosseo, Castel Sant’Angelo e altri monumenti lontanissimi fra loro, giusto per far capire che siamo proprio a Roma. La pellicola, lo si capisce benissimo soprattutto dalla dinamica degli omicidi, vorrebbe essere un omaggio a Dario Argento e al suo cinema. Ora, a parte il fatto che Dario Argento ultimamente non ne imbrocca una, il paragone non regge: la squadretta 30\60 come strumento di morte è alquanto ridicola, anche perchè, contrariamente a quanto il film suggerisce, quei maledetti aggeggi si piegavano a ogni minimo movimento, e quindi, se è credibile il loro uso per infilzare la gente, vederle usare come arma da taglio (ve lo ripetiamo: non tagliano manco la carta) è abbastanza straniante. Nel cast stupiscono i camei di Florinda Bolkan (la vecchia artista) e di Franco Nero, che appare due o tre minuti nel ruolo di un fanatico giustizialista urlatore di piazza. Lo sceneggiatore propone una serie di personaggi femminili talmente stupidi e irritanti da far vacillare le idee progressiste di chiunque sulle pari opportunità: in un solo condominio abbiamo, nell’ordine: una vecchia mentecatta senza scrupoli che fa ammazzare la domestica (la Bolkan); la suddetta domestica, invidiosa e rancorosa; una lesbica che dopo aver giurato eterno amore alla compagna se ne va con un vicino definito “bellissimo”, de gustibus, non ci sembrava così attraente, comunque è sufficiente per farle dimenticare l’omosessualità; la compagna della prima (Eva Robin’s, inascoltabile) che per ripicca al tradimento la accoppa per rifarsi una carriera continuando a sfoggiare pettinature illegali in almeno 20 paesi; una poliziotta (Mirca Viola, ex Miss Italia squalificata perchè sposata e con un figlio) che non capisce una mazza, il caso lo risolverebbe anche mio cugino di cinque anni ma lei no, e anche alla fine non riesce a catturare l’assassino. Gli uomini hanno in questo film un’unica funzione: trombarsi le vicine d’appartamento e servire l’assist alle fregnacce apocalittiche delle protagoniste. Oltretutto, se escludiamo la sempre brava Bolkan, la recitazione è raccapricciante.
Come se non bastasse, Campanella tenta la via impervia dell’erotismo con qualche siparietto lesbico mal fatto (e comunque non si vede assolutamente niente) e con un’ardita critica al sistema giudiziario italiano; forse il film voleva dimostrare la meschinità della gente comune, per adesso ha mostrato la mediocrità di un certo cinema. Non si ride nemmeno come uno spera: il film è brutto, misero e banale, ma il finale lascia davvero l’amaro in bocca, e viene da pensare che sarebbe stato meglio sprecare quell’ora e mezza guardando televendite su qualche canale a pagamento.

Produzione: ITA (2003)
Scena madre: il finale lisergico tra fumi e sparatorie. O il primo omicidio con la squadretta, fenomenale.
Punto di forza: la recitazione agghiacciante di tutto il cast e il fondo toccato da Franco Nero con questo cameo sono una prelibatezza per i cinemasochisti più scafati.
Punto debole: i neofiti potrebbero rimanere shockati da tanta noia e squallore. Dura 95 minuti, ma sembrano 180.
Potresti apprezzare anche…: Parentesi tonde.
Come trovarlo: sembra incredibile per una produzione semi-amatoriale, ma ne esiste pure una versione anglosassone. E’ bello quando la tua nazione esporta i propri prodotti migliori… (PS: un grazie a Cinemelma che ce l’ha fatto conoscere)

Un piccolo assaggio: (il trailer fugherà i vostri ultimi dubbi sull’enorme potenziale sprecato di questa porcheria)

1,5

Iago

Incapacità + Inettitudine + Facciatosta

Incapacità + Inettitudine + Facciatosta

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Volfango De Biasi
Con: Nicolas Vaporidis, Laura Chiatti, Gabriele Lavia

Prologo:
Tempo fa mi arriva un messaggio, da una amica e collega dei Cinefili Incazzati: “no, cioè, devi recensire Iago…lo stiamo facendo noi, ma è più roba da CineWalkOfShame!”. Sorriso del sottoscritto: “è tanto terribile?”, chiedo, con la spocchia di chi è convinto di aver fatto il callo alle cazzatone made in Italy. “devi vederlo”, la laconica risposta. Io penso che in fondo a loro Prometheus di Scott non è piaciuto, a me sì, forse abbiamo gusti diversi, forse Iago è persino passabile. Mettiamo su il film convinti che non sia tanto peggio di tutti quelli da noi recensiti, e dopo cinque minuti abbiamo già cambiato idea. Cinefili Incazzati, vi lanceremo malocchi e maledizioni fino alla quinta generazione per avercene parlato!

La recensione:
Iniziamo con qualche paragone. Iago non è semplicemente brutto, è irritante. Irritante in modo subdolo, come quando scatta il verde e il rincoglionito davanti a te non si muove perchè telefona a chissà chi. Fastidioso come quando stai scrivendo quindici pagine di relazione da consegnare domani al più stronzo dei professori, salta l’elettricità e perdi tutto. Incomprensibile e assurdo come quando sei nel derby cittadino e l’allenatore, pur avendo a disposizione un centravanti da trenta gol a stagione, piazza lì un brocco esordiente ma volenteroso determinando la sconfitta della tua squadra del cuore. Ecco, ci siamo capiti, la sensazione di irritazione è la stessa.
Questo secchio di diarrea chiamato Iago pretende di essere liberamente ispirato all’opera di William Shakespeare. Per mantenere le proporzioni, è come dire che La casa dai 1000 corpi è “liberamente ispirato” al Biancaneve della Disney, bastano le due paroline magiche per giustificare il tutto. Solo che in quello di Shakespeare c’erano azione, sesso e omicidi. Qui nessuno dei tre. La storia è quella appunto di Iago, studente di architettura a Venezia che s’è innamorato della figlia del rettore, Desdemona, una zoccolona da combattimento che gliela fa annusare per giorni e poi si mette con un ricco figlio di papà colombiano, di nome Otello (!). Iago potrebbe anche fregarsene, ha un’amica, Emilia, che è mille volte meglio e sembra pure disposta a fare le peggio cose con lui, e invece no, si intestardisce ed elabora un piano intricatissimo: in pratica, con una sapiente rete di menzogne, illazioni e circonvenzione di incapaci riesce a mettere tutti contro tutti: il rettore, la figlia, Otello, l’amico farfallone Cassio (un vero caso umano) e chi più ne ha più ne metta, grazie anche ai volenterosi complici Emilia e Rodrigo, quest’ultimo insopportabile nell’essere la caricatura di tutti i luoghi comuni sugli omosessuali. Pian piano, sfruttando al meglio la stupidità dei personaggi, Iago riesce a distruggere lavoro, dignità e relazioni sentimentali del rivale Otello. Poi, proprio quando le cose gli vanno per il meglio, il suo imbroglio viene scoperto con delle intuizioni non meglio specificate. Svergognato in pubblico, Iago fa una ramanzina sulla meritocrazia e la dignità professionale e se ne va. Cinque minuti dopo, Desdemona decide che il suo sforzo è encomiabile e che merita di farsela e di diventare famoso e lui ci sta, in pratica: in Italia non c’è meritocrazia, il più pulito c’ha la rogna, frequentando gli stronzi si diventa peggio di loro, gli uomini che mascalzoni, eccetera eccetera. Nel finale si creano ben due storie d’amore: quella di Cassio con Emilia (che subito dopo il pippotto sulla dignità e l’amor proprio si agghinda come una pornostar e si presenta sotto casa sua) e quella, accennata e improbabile, tra il gay Rodrigo e Otello, il tutto ovviamente con battutine che non ci avrebbero fatti ridere neppure alle elementari. Il tutto senza nemmeno un omicidio, purtroppo.
Lasciamo perdere la trama, un concentrato di assurdità come raramente se ne erano visti, senza senso e piena di buchi. La cosa che lascia maggiormente perplessi è la commistione mal riuscita tra antico e moderno: perchè i personaggi si chiamano con dei nomi cinquecenteschi, si vestono come dei damerini e poi parlano come dei tredicenni in calore che ridono alle parole “scopare”, “cazzo” e “puttana” e non seguono minimamente la trama di Shakespeare? Lasciamo perdere anche l’inettitudine di regia e montaggio. Concentriamoci sugli attori e sui loro personaggi. In un ideale mare di escrementi in cui gettare tali prove attoriali, gli unici due, per così dire, con la testa fuori dalla melma sono Gabriele Lavia (nei panni del rettore Brabanzio, che cazzo di nome per uno che vive nel 2009) e Lorenzo Gleijeses, Rodrigo, che va bè, ha un personaggio osceno e macchiettistico ma riesce a strappare qualche sorriso. Il peggio del peggio, fondo del barile ormai raschiato, è rappresentato dal quadriumvirato malefico Iago-Desdemona-Otello-Cassio. Il primo è interpretato da Nicolas Vaporidis, attore dalle affinità canine, nel tempo libero paladino di complottisti e bufalari; ogni sua apparizione fa venir voglia di lanciare una ciabatta contro lo schermo. La Chiatti “interpreta” la troiona da sbarco, niente da dire, le riesce pure bene anche se è rigida come un tronco di quercia, in confronto Asia Argento sembra la Streep, diciamo che se cambiasse espressione ci farebbe un favore. Cassio appare meno di altri, ma le orrende battute omofobe del personaggio e le sue movenze così simili a quelle di Alvaro Vitali nelle commedie scollacciate anni settanta hanno lasciato un marchio indelebile nella nostra mente. Il povero Aurelien Gaya forse ci aveva anche provato, peccato che sia doppiato da cani, il suo personaggio sia inconsistente e la sua attinenza con il contesto pari a zero. Tutti loro si agitano nel fango che è questo film, che spesso non fa neppure ridere: fa solo incazzare. Uno si sorbisce settanta pesantissimi minuti aspettando la carneficina finale, il sangue, la tragedia. Invece no, tra una battutina e l’altra si arriva alla fine pensando: ma che accidenti ho appena visto? Fanno da contorno elementi minori (è la recitazione a fare più schifo di tutto il resto) ma comunque utili per aumentare l’irritazione: il mondo universitario visto come una giungla di puttane e approfittatori (ci sono, eh, non lo si nega, ma la vita del 99% degli universitari è molto più semplice e piatta di così), il maschilismo di fondo e la pretesa che le beghe scolastiche dei quattro deficienti protagonisti possano anche solo avvicinarsi al pathos di una tragedia shakespeariana. Incredibile la presunzione del titolo, potevano cambiare i nomi e tenersi lontani dai paragoni impropri, ma niente, sono dei masochisti.
Ah, si dice che il film debba spiegare quanta poca meritocrazia ci sia in Italia: bisogna dire che ci riesce clamorosamente: infatti dimostra come molti giovani, aspiranti e talentuosi attori siano confinati in teatri di provincia, mentre dei cani come Vaporidis, Chiatti e tutti gli altri recitino in film di successo (modesto, per fortuna) invece di restituire all’agricoltura le proprie braccia, che tanto ingiustamente le sono state tolte. Scusate l’incazzatura, eh, ma quanno ce vò ce vò.

Produzione: ITA (2009)
Scena madre: l’unica scena che ci abbia fatti (forse, eventualmente, poco) ridere è quella di Rodrigo davanti a casa del rettore. Fine.
Punto di forza: non ne ha, qui siamo ai livelli di Moccia. E la presunzione di rifarsi a Shakespeare peggiora il tutto. L’unica cosa che ci ha abbastanza colpiti è Giulia Steigerwalt, che interpreta Emilia. Lo ripetiamo: ma con quella lì che più volte dimostra la sua disponibilità a concederti le proprie notevolissime grazie, te fai tutto sto casino per quella sgualdrinella della Chiatti\Desdemona? Ma ti meriti di essere umiliato, Vaporidis! Anche per come reciti.
Punto debole: spesso questi film italiani di bassissimo livello si risollevano (vedi Albakiara) o tentano di farlo con dosi massicce di sesso e violenza. Qui neanche quello, quanto ci voleva? Eppure la Chiatti in altri film si spoglia, non poteva farlo anche qui?
Potresti apprezzare anche…: Laura non c’è, che comunque rispetto a questo sembra Eyes wide shut. Oppure Albakiara.
Come trovarlo: c’è in DVD, ma se avete quei soldi da spendere compratevi l’Othello di Orson Welles: il confronto tra quei due fa lo stesso effetto che fa l’uscita da un frigorifero per entrare in una sauna.

Un piccolo assaggio:  (il film fa così schifo che ho trovato solo questo trailer, pubblicato da un’analfabeta, leggete cosa scrive, fortuna che i commenti risollevano il tutto)

0,5

Sexual parasite – Killer pussy

Inguardabile a partire dalla locandina.

Inguardabile a partire dalla locandina.

Di: Takao Nakano
Con: Sakurako Kaoru, Natsumi Mitsu, Tomohiro Okada

A costo di essere accusato di qualunquismo orientaleggiante, devo fare questo paragone: avete presente quando, in visita a un mercatino, vi fermate davanti alla bancarella dei cinesi? Sapete che troverete solo della roba tarocchissima e di dubbia utilità, ma non potete esimervi dal contemplare cotanta trashosità. Ecco, questo film, come tutte le pellicole di Nakano in generale, è l’equivalente cinematografico di quella sensazione. E’ farlocco all’inverosimile, visibilmente un pretesto per mostrare un pò di splatter e di sesso a buon mercato, eppure attrae. In questo caso il pretesto è la mitica leggenda della “vagina dentata”, incubo di ogni uomo. La tradizione viene recuperata con l’invenzione di un pesce-verme, chiamato Apalacha Mogeta, che infetta le fanciulle trasformando i loro genitali in macchine di morte. A farne le spese sono tre ragazze (ma soprattutto due ragazzi) che si fermano in un bosco. La trama è scontatissima: una delle ragazze contrae il virus e, nel modo più gradevole al mondo (rapporti sessuali totalmente a caso e totalmente promiscui) lo trasmette agli altri quattro imbecilli, che non sospettano nulla nonostante le varie stranezze accadute. La pattuglia dei vivi si riduce sempre più, e nonostante gli sforzi della tettona superstite (che si arma di lame, cacciaviti e attrezzi vari nonostante possieda una pistola carica) il parassita non verrà fermato, e sarà proprio lei a continuarne la riproduzione ai danni di un insulso autostoppista ingrifato.
E’ davvero difficile dare un senso a Sexual parasite, noto anche come Killer pussy. L’unica cosa certa è che trattasi di un film tipicamente giapponese: tette giganti, mostri tentacolati, robe sessuali strane, scolarette sexy e censura dei genitali. La storiella del parassita passa alla fine in secondo piano, e a nessuno spettatore frega molto di come andrà a finire. Accettato questo, i cinquantanove minuti di “film” si dipanano tra una scena assurda e l’altra: nella maggior parte dei casi, non c’è un vero e proprio legame causa-effetto e il senso finale della sceneggiatura è affidato allo spettatore. Di buono c’è che, con un budget che immaginiamo non superiore alle ventimila lire, il maestro Nakano riesce a tirar fuori della roba veramente schifosa e raccapricciante, soprattutto per le spettatrici più sensibili. Ovviamente a far senso sono le situazioni in sè e non l’effetto: è impossibile provare schifo nel vedere degli intestini fatti con cuscini, rane e tentacoli digitali e chili di yogurt spacciati per sostanze tossiche che fuoriescono da tutti gli orifizi delle protagoniste (con un effetto talmente approssimativo da fuoriuscire dai margini dei corpi sconfinando nel dadaismo più assoluto.
Assolutamente inutile cercare un senso nelle azioni dei protagonisti: tutti fanno cose strane e improvvisate, i cui scopi finali sono sempre, essenzialmente due: una scena splatter e le protagoniste che mostrano le tette (non che ci dispiaccia). Tra le scene più insensate: i tre superstiti vedono un cadavere e scappano in tre direzioni diverse, andando incontro alla morte; il ragazzo che, dopo aver visto i cadaveri delle amiche, accetta la (a dir poco sospetta) proposta di una di esse di trombare, permettendole ovviamente di infettarlo col parassita evirandolo; la canzone Se sei felice e tu lo sai batti le mani tradotta in giapponese, non pensavamo esistesse e invece sì; il dottore incappucciato che spunta fuori alla fine solo per puntare la pistola (ma non usarla), piangere sulla moglie morta e poi morire anch’egli. In quanto al finale, è più prevedibile della tamarraggine in un film di Michael Bay.
Cinquantanove minuti di assurdità senza senso, tra effetti caserecci e scene porno-soft. Se non altro dura poco. E Nakano ha il merito incredibile di fare un film sulle infezioni ai genitali senza poter mostrare i genitali per motivi di censura. Una curiosità: digitare il nome di Natsumi Mitsu su Google equivale a un viaggio nello strano mondo del porno giapponese. Si capiscono molte cose sulla sua recitazione.

Produzione: Giappone (2004)
Scena madre: ce ne sarebbero parecchie, piene di sesso e violenza. Quella che fa più ridere è però, sul finale, l’agguato a bastonate tra due ragazze. Quella che picchia non ci mette nessun impegno, e le botte che riesce a dare sono più finte del mitico schiaffo subito dal maestro Andolfi in Riecco Aborym.
Punto di forza: la sesta abbondante di quasi tutte le protagoniste.
Punto debole: Nakano non riesce a raggiungere le vette di divertimento presenti in Big tits zombie, e Sexual parasite finisce per essere trash fine a sè stesso. Non è del tutto inguardabile, comunque.
Potresti apprezzare anche…: Big tits zombie, in cui Nakano affina le capacità e raggiunge il massimo livello di risate e nonsenso.
Come trovarlo: in lingua originale si trova abbastanza facilmente; ovviamente nessuno l’ha mai distribuito in italiano o sottotitolato. Se vi va bene lo trovate con i sub in inglese come noi, ma vi assicuriamo che i dialoghi non hanno nessuna importanza in film come questi.

Un piccolo assaggio: (guardate qui che bella roba)

1,5

Il vangelo secondo Taddeo

Notiamo l'effetto "posterize" di uno scrauso programma di disegno.

Notiamo l’effetto “posterize” di uno scrauso programma di disegno.

Di: Lorenzo Lepori
Con: Matteo Taddei, Ettore Tintori, Gennaro Alfano

Questo film ci ha mandati tutti quanti in confusione. Cioè, il regista lo definisce, in un’intervista, un “osceno filmazzo”. E dice che il suo scopo era quello di creare “una trashata che fosse divertente da gustare tra amici”. E c’è riuscito, a dirla tutta. Ma se state pensando di guardarvelo insieme agli amici del cuore, sappiate che ci sono ottime possibilità di perderli. Il fatto che, nei titoli di testa, la parola “sceneggiatura” sia scritta tra parentesi, lascia dedurre come Lepori non volesse proprio realizzare il nuovo Shining quando ha “scritto” questo “film”. Il protagonista è don Taddeo, giovane prete del paesino di Cintolermo che un giorno assiste ad uno stupro non ortodosso ai danni di una giovane coppia (il lui della coppia è peraltro uguale al difensore Leonardo Bonucci). Sconvolto per l’indegno spettacolo dei “sodomiti” (meno, pare, per lo stupro in sè), il sacerdote si ritira in preghiera. Lì viene contattato da un ambiguo figuro con spiccato accento toscano, che gli propone, dopo una prova sessuale abbastanza schifiltosa, una serie di superpoteri che gli consentano di combattere il male. Il male a Cintolermo si chiama Pollicino, boss con velleità registiche che utilizza per i suoi affari un variopinto gruppo di scagnozzi, che riassumono più o meno tutte le perversioni umane. La lotta di don Taddeo contro questi decerebrati ha il suo culmine in una piscina vuota; dopo una sequenza incomprensibile in cui un barbone tenta l’abbordaggio con una ragazza svenuta, Taddeo lotta contro il boss e i suoi gherri in un profluvio di sangue e budella, finchè non l’ha vinta. L’ultimo deficiente rimasto viene investito da un tizio con evidenti problemi già apparso in precedenza, che se ne va urlando come un forsennato.
Non lasciatevi ingannare dalla linearità della nostra descrizione, che è fatta così solo per facilitare la recensione. Tra due fatti descritti avvengono puntualmente violenze, scene splatterose e trovate comiche. Il vangelo secondo Taddeo fa veramente schifo: non, o non solo, a livello di qualità (s’è visto di peggio), ma proprio nel senso di ribrezzo fisico. Pur con a disposizione mezzi risibili, e tutte le scene lo evidenziano se guardate a mente fredda, Lepori mette in scena squartamenti, sangue a fiumi e ogni genere di schifezza possibile e immaginabile. Particolarmente ingegnosi, in questo senso, i rotoli di stoffa che, immersi in vino\vernice rossa\quel che è, somigliano molto a degli intestini. Inutile commentare le performance degli attori: bisogna dire che l’interprete di don Taddeo (che sembra uscito pari pari da un trailer di Maccio Capatonda) è una spanna sopra gli altri, e le sue pose teatrali sono abbastanza divertenti. Forse a non convincere sono alcune scene “shock” (tipo quella, vomitevole, del coprofago), che paiono un pò forzate. Accettato però l’assunto di base (un filmaccio da gustare con amici dallo stomaco d’acciaio), allora ci si può anche divertire: il death metal di sottofondo e le inquadrature da montagne russe accompagnano lo spettatore nel degrado trash più esilarante. Tra i poteri dell’assurdo prelato abbiamo, per esempio, quello di resuscitare i morti. Il morto in questione beve il sangue di Taddeo (che esce a fiumi tipo spumante), si risveglia, evira a morsi il suo assassino e gli stacca gli occhi di netto per poi fumarsi una sigaretta; mitica anche l’arma usata da Taddeo, ovvero una scomodissima croce con due falcetti annessi che purtroppo viene sostituita nel finale. Negli ultimi minuti fa bella mostra di sè un tizio che suona la batteria totalmente a caso nella piscina vuota, non si capisce se sia un’allucinazione o meno, ma non fa nulla, è anche divertente.
La critica maggiore che possiamo fare a Lepori è quella di voler mostrare a tutti i costi le perversioni degli abitanti di Cintolermo e di tagliare le scene con lo stralunato protagonista, che avrebbe meritato di più. Ma in fondo, cosa aspettarsi da un “osceno filmazzo”?

Produzione: (la “produzione, a rigor di logica, implica l’utilizzo di soldi, che qui latitavano tragicamente; comunque ITA (2007))
Scena madre: quella in cui due burini pippano cocaina, uno frega la dose all’altro, e questi non trova di meglio da fare che aprirgli la pancia e sniffare la droga direttamente dalle interiora. Ok, è malatissimo, ma è veramente ridicolo!
Punto di forza: il fatto che Lepori si prenda veramente pochissimo sul serio. E la canzone finale, ovvero “Almost cut my hair” di Crosby, Still, Nash & Young, un pezzo senza età.
Punto debole: le scene inserite a caso per schifare lo spettatore.
Potresti apprezzare anche…: The worst horror movie ever made.
Come trovarlo: essendo un prodotto poco più che amatoriale, tanto vale contattare il regista Lorenzo Lepori al suo profilo Facebook.

Un piccolo assaggio:  (il trailer è quasi più amatoriale di quelli di Andolfi!)

2,5

Bikini girls on ice

Nel ghiaccio! Nel ghiaccio!

Nel ghiaccio! Nel ghiaccio!

Di: Geoff Klein
Con: Cindel Chartrand, Danielle Doetsch, William Jarand, Suzi Lorraine

Iniziamo dicendo che il titolista è un genio. Nel film ci sono delle “ragazze in bikini”, che vengono messe “nel ghiaccio”. Quindi il titolo è “ragazze in bikini nel ghiaccio”. Ok, è una stronzata, ma era una cosa che volevo farvi notare. Il buon Klein tenta di fare un film utilizzando due registri: il filmetto adolescenziale e il thriller ultraviolento. Alle volte i due generi si incrociano, con risultati quanto mai assurdi. La prima scena è emblematica: una ragazza guida la macchina in bikini, si ferma in una stazione di servizio e viene uccisa da un assassino animalesco con il respiro affannoso amplificato alla Darth Vader. Titoli di testa e presentazione dei personaggi: un gruppo di ragazze che vuole mettere su un bikini-carwash per far su qualche soldo. Breve premessa: in America questo tipo di attività è abbastanza comune, ma ha sempre uno scopo, di solito benefico. Qui non si spiega nulla, queste vogliono lavare macchine in bikini e basta, per loro è la realizzazione di una vita intera. Per farlo si rivolgono a due amici, due stucchevoli stereotipi: il nerd goffo con le donne e il burino in canottiera bravo con i motori; è bene specificare che ogni personaggio ha un suo abito dall’inizio alla fine, tanto per caratterizzarlo meglio. Trovatisi in una stazione di servizio abbandonata, decidono inopinatamente di mettere su il loro siparietto lì. Ma perchè non se ne vanno? Nella zona passa poca gente, e non sembra neppure fare tanto caldo, ma vabbè. Mentre le ragazze arrotondano prostituendosi con i clienti, si accorgono che una coppia di turisti francesi è scomparsa nel nulla e che qualcosa non va. Ma perchè non se ne vanno? Il meccanico intanto si è fatto il mazzo e in quattro ore ha aggiustato il pullman, problema risolto, si parte. Invece restano lì. Ma perchè non se ne vanno? Perchè il nerd casca nella trappola di una battona in bikini e si fa prestare l’autobus per andare in camporella. Nel cercarlo, due ragazze trovano il bus deserto, con l’insignificante eccezione di un cane morto di peluche. Ma perchè non se ne vanno? L’assassino, forse stufo degli ammiccamenti pseudo-lesbo delle lavamacchine, inizia a mietere vittime. Le ragazze scoprono un deposito di macchine abbandonate con a bordo oggetti personali, alcuni di loro scompaiono (inclusi i due uomini del gruppo) e appare ormai chiaro che le cose si mettono male. Due superstiti trovano delle chiavi di auto delle precedenti vittime, ma non prendono quella, familiare e conosciuta, del bus; no, cercano quelle dei francesi e la trovano dopo lungo penare. Incredibilmente…se ne vanno! Sentono dei colpi dal bagagliaio, ma non sono così stupide da fermarsi e aprire. Come dite? Sono così stupide? In effetti sì. L’inseguimento si protrae per altri venti minuti e altri cadaveri, fino al finale scontatissimo.
Se io dico “slasher” e “luoghi comuni” cosa vi viene in mente? Ragazza inseguita dal killer che inciampa nel nulla? Mazzo di chiavi e mani che tremano nel cercarle? Divisioni interne al gruppo per decidere chi è il capo? I due teen-ager che invece di salvarsi le chiappe iniziano a limonare? Dite, dite pure. Non c’è luogo comune dello slasher (inclusi tutti quelli già citati) che non sia presentein Bikini girls on ice. Questo porta le protagoniste ad assumere comportamenti talmente stupidi da fornire un involontario effetto comico. Facciamo un esempio? Due ragazzi si trovano da soli e, in preda allo sconforto, si baciano. Questo porterà a una storia d’amore, magari interrotta da una morte tragica? No! Dall’inquadratura successiva si comportano come se niente fosse, in pratica gli serviva una scena romantica per allungare il brodo.
Diciamoci la verità, che cosa ci si aspetta da questi film? Tette e sangue. Lo scrivo in maiuscolo: TETTE e SANGUE. Le prime si vedono davvero poco (i bikini restano sempre addosso alle protagoniste), il secondo è quasi tutto fuori campo, il che è un peccato, perchè un pò di splatter avrebbe aiutato a rendere il tutto meno ridicolo. Oltretutto la fotografia e la regia sono meno inette di quanto sembri; a destare perplessità è la sceneggiatura; sembra quasi che manchino delle pagine al copione e gli attori non se ne accorgano. Esempio: “cos’è questo odore?” “sembra benzina”; è una stazione di benzina, pensavate di sentire odore di verdure? Altro esempio: l’ultima superstite trova il neofidanzato immerso nel ghiaccio ma vivo, ed è armata di coltello. A un certo punto il killer tira fuori il tizio dalla vasca e prende un grosso martello. Intuite le sue intenzioni, lei esce e gli chiede di evitare; in tutta risposta lui martella a morte il ragazzo, ma molto lentamente, e lei non si sogna nemmeno di intervenire. Lo fa soltanto quando lui è ormai poltiglia, lanciando un coltello in stile Kurt Russell, senza tuttavia sortire effetti apprezzabili.
Ripetiamo: poche tette, poco sangue, noia totale. Per i fanatici dello slasher…

Produzione: USA (2009)
Scena madre: parlavamo del bagagliaio, appunto. Nell’ordine: aprono il bagagliaio (ma perchè? Non potevano aspettare?), si fanno inverosimilmente sorprendere dal maniaco, che ne accoltella una, l’altra gli spezza una rotula con un colpo di piede di porco ma NON si ferma ad ammazzarlo, preferendo invece aiutare l’amica che muore di lì a pochi secondi! Stupidità al potere!
Punto di forza: diciamoci la verità, in alcune scene c’è tensione. Perlomeno impedisce allo spettatore di addormentarsi.
Punto debole: Geoff, dovevi usare di più! Più tette, più sangue, più volgarità! Perchè queste inibizioni?
Potresti apprezzare anche…: Il corvo 4 – Preghiera maledetta. Stessa confezione da teen-movie.
Come trovarlo: in Italia non è mai stato doppiato. Si trova in inglese sottotitolato, ma non è da escludere che prima o poi lo usino come film-riempitivo su qualche canale a pagamento.

Un piccolo assaggio: (in questo trailer c’è un collegamento all’ipotetico sequel Pin-up dolls on ice…non vediamo l’ora!)

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