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Arctic predator – Terrore tra i ghiacci

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Uh che figo! Dove si compra l’action-figure di ‘sto coso?

Di: Victor Garcia
Con: Dean Cain, Lucy Brown, Steven Waddington, Erbi Ago, Louisa Clein

Io amo John Carpenter. Amo i suoi film. Mi piacciono così tanto che sono disposto a perdonarli per la miriade di sequel apocrifi e imitazioni becere che hanno generato nel corso dei decenni. Arctic predator (che dal titolo ci aveva fatto sperare in un grandioso remake del Predator con Schwartzy ambientato al Polo) si ispira chiaramente, nell’ambientazione e nel canovaccio, alla Cosa del regista americano: un gruppo di ricercatori in mezzo ai ghiacci minacciati da una “cosa” aliena che li decima.

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Lo volevate fatto bene come nella locandina eh? Illusi.

Stavolta, però, il protagonista non è quel bad-ass di Kurt Russell, ma il pacioso Ross, che si porta dietro un dramma del passato: un suo antenato che si comportò da vigliaccone abbandonando una nave nei ghiacci, proprio la stessa nave che il suo pro-pro-pronipote andrà a ritrovare, liberando al contempo l’alienone di ghiaccio che dormiva tranquillamente da 200 anni. Il mostro si nutre di calore umano, e per farlo “trasforma le vittime in ghiaccioli”, come tutti ripetono continuamente. A quanto è quotato il sacrificio finale del protagonista, che riscatta così l’onta dell’antenato fifone? 1.02? Ecco, appunto.
Il curriculum del regista Garcia è costellato di titoli horror senza infamia nè lode, spesso ispirati a successi internazionali di ben altra caratura. Ecco, Arctic predator non sfugge più di tanto al copione: è brutto, brutto forte; ma non abbastanza forte da essere spassoso. I personaggi sono tagliati con l’accetta: gretti e avidi, obbediscono esclusivamente a logiche economiche ed utilitaristiche, calcolando l’esito delle proprie ricerche in termini monetari e sbattendosene del tutto sia dell’impatto scientifico che (e questo fa ridere non poco) del destino dei propri compagni. Le numerose morti che si susseguono per novanta minuti sono infatti accompagnate da reazioni ai limiti del surreale, con i beceri scienziati che elaborano il lutto con un’alzata di spalle e riprendono a calcolare quanti dollari potrebbero guadagnare da qualsiasi cazzo di oggetto. Per riempire un pò il canovaccio c’è anche una specie di triangolo amoroso, con una scienziata contesa tra due personaggi, ma è talmente poco interessante che neppure gli sceneggiatori hanno pensato di approfondirlo.

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“Oh mio Dio, guarda: un espediente narrativo spaventosamente telefonato!”

E l’arctic predator? Ce la da qualche gioia? Sì e no. Come al solito, si tratta di una elaborazione grafica scattosa e dalle proporzioni variabili a seconda delle scene, realizzata con cinque euro e due Goleador, che uccide in una lunga serie di scene telefonate e agisce in mezzo a ghiacci ancora più finti di lui. A un certo punto viene pure ucciso grazie al geniale piano architettato da uno dei due del triangolo (non il protagonista), ma siccome questo impedirebbe a Ross di bullarsi col sacrificio riscattatore si fa in modo che il mostro sopravviva (come? Perchè? Mah) facendolo poi crepare in una banale esplosione. Peccato, speravamo meglio.

Produzione: USA (2010)
Scena madre: quell’intro farlocchissimo, con e navi in CG e l’arrivo dell’alieno (ma i marinai come fanno a fuggire? Boh) meritava maggior giustizia.
Perchè sì: perchè le imprese di quel bruttone del predatore di ghiaccio, ogni volta diverso dalla scena prima, sono da gustare attentamente.
Perchè no: perchè, e questa non è una novità in film del genere, quando il bestio non c’è la noia regna sovrana.
Potresti apprezzare anche…: Bone eater, del maestro Wynorski, non fosse altro che per la curiosa somiglianza tra i due antagonisti.
Come trovarlo: siamo sicuri che il canale SyFy non se lo lascerà sfuggire.

Un piccolo assaggio: (è talmente ridicolo che non siamo riusciti a trovare uno straccio di filmato, quindi beccatevi ‘sto documentario sui veri predatori del Polo)

2,5

Dall’altra parte del cult – Intervista a Jim Wynorski

Jim Wynorski ritratto tra i poster di due suoi film.

Seconda intervista internazionale per la Cinewalkofshame, dopo quella a Bill Oberst Jr. Oggi parliamo con Jim Wynorski, un’istituzione nel campo dei B-movies. I film da noi recensiti (Komodo VS Cobra, Bone eater) sono appena un frammento di una carriera lunga più che trentennale. Jim ha iniziato con un maestro come Roger Corman, e ha stabilito un forte legame con l’Italia (oltre ad essere appassionato di spaghetti-western) vivendo a Roma per alcuni mesi. Ecco la sua intervista (l’originale in inglese la trovate qui).

K: Ciao Jim, e grazie! Leggo da Wikipedia: “ha diretto oltre 75 B-movies”. Come inizia la tua avventura nel mondo del cinema?

JW: Ciao a tutti! La mia carriera nei film è iniziata nel 1979, quando ho lavorato per il produttore Herbert B. Leonard (Rin Tin Tin, Route 66) a un pilot per la Tv basato sul film All american boys. Era interpretato dalla teenager rubacuori Shawn Cassidy e durò solo una decina di episodi circa. Era girato in Georgia e nel volo di ritorno da Atlanta mi sono imbattuto in una persona che conosceva Roger Corman. Ci ha presentati due settimane dopo e così è iniziata la mia carriera nell’exploitation. All’inizio mi limitavo a creare locandine e trailer, ma presto, gradualmente, ho cominciato a scrivere alcuni copioni (Forbidden World, Sorceress e Screwballs). Ho iniziato a scrivere e dirigere con The lost empire e Supermarket horror.

K: Sei considerato uno dei migliori registi di B-movies di tutti i tempi. Cosa pensi di questa definizione?

JW: Bè, suppongo che, considerando la mia longevità nel business cinematografico, si possa dire che tre decenni di lavoro rappresentano una sorta di riconoscimento. Non sono sicuro di essere il migliore; forse il più divertente…

K: Sicuro! Hai collaborato con Roger Corman, unanimemente considerato il “padre dei B-movies”. L’allievo ha superato il maestro?

JW: Roger Corman sarà sempre l’unico regista che tutti conosceranno come “re dell’exploitation“. Cerco soltanto di seguire le sue orme, facendo meglio che posso.

K: Sei famoso per i tuoi monster-movies, ma hai diretto un sacco di generi diversi; qual’è il tuo preferito, se ce n’è uno? Proprio il genere mostro?

JW: Sono cresciuto guardando film horror e di fantascienza in televisione, a New York, quindi non c’è da stupirsi se gravito spesso attorno a quei generi. Ma ad esempio adoro anche i western (specialmente quelli italiani), i film d’azione e ogni altro genere. Titoli come Il mercenario, Vamos a matar companeros e Django sono alcuni dei miei western preferiti. Mi piacciono anche Diabolik di Mario Bava e La resa dei conti di Sergio Sollima.

K: Ho notato che tu hai lavorato con molti attori altrimenti destinati a essere ingiustamente dimenticati; Kevin Sorbo, Michael Madsen, Michael Parè, lo stesso David Carradine. Li hai resi protagonisti dei tuoi film. Cosa ci dici al riguardo?

JW: Se ho ben capito cosa intendi, ti posso dire solo questo: quegli attori sono bravi a fare ciò che fanno, sul set sanno sempre ciò che devono fare e, soprattutto, rientrano tutti nel mio standard di prezzi. E aggiungo che tutti loro hanno (o avevano, come ad esempio David Carradine) una bella personalità, che rende facili il lavoro di squadra sul set.

K: Parliamo di due tuoi film che sono probabilmente il tuo fiore all’occhiello: La maledizione di Komodo e Komodo VS Cobra: cosa ci racconti sulla lavorazione di questi film?

JW: Credo che esiterei a definirli “il mio fiore all’occhiello”, ma sono stati entrambi molto divertenti da fare. Il primo film è nato mentre ero alle Hawaii a girare una commedia, Treasure hunt. Ho preso tre attori e li ho portati in un posto defilato, ad una cascata, nel loro giorno di riposo e abbiamo girato quello che sarebbe stato il primo segmento della Maledizione di Komodo. Più tardi, quando sono tornato a Los Angeles, Steve Latshaw ha scritto l’intero script basato su quel segmento che avevo già girato. Il tutto si è rivelato piuttosto divertente, dato che mi hanno chiesto di fare un sequel. Ho detto che l’avrei fatto se avessero mandato me e l’intero cast alle Hawaii a girarlo…come poi è successo.

K: Mi hai detto di essere un fan del cinema italiano. Come saprai, l’Italia ha una lunga tradizione di film di fantascienza, e soprattutto horror, a basso costo. C’è qualche regista italiano tra i tuoi punti di riferimento? Quali consideri i migliori?

JW: Amo il cinema italiano, specialmente quello che va dagli ultimi anni ’50 al 1975, quando guardavo di tutto, dal peplum al western, all’horror, alla fantascienza, giallo e gotico. I film sugli “uomini forzuti” alla Hercules sono stati i primi, poi ho trovato le opere di Bava, Argento, leone, Corbucci, Sollima, Caiano e una miriade di altri. Tutto è culminato nel 1969, quando mi sono seduto su una spiaggia per due mesi per imparare la lingua italiana; quindi ho scritto, ovviamente in italiano, al produttore Alberto Grimaldi; ero alla ricerca di lavoro. Sorprendentemente, mi ha risposto di sì, e sono stato a Roma per sei mesi a lavorare come assistente di scena. Ho avuto modo di collaborare a un paio di western, ma nel 1970 i generi “crime” e giallo iniziavano a dominare la scena. Non mi importava più di tanto, perchè era la mia prima esperienza nella realizzazione di un film. Un “bravo” (in italiano, n.d.a.) a tutti gli artigiani di quel tempo che hanno aiutato il “ragazzo matto dall’America”. Riesco ancora a leggere l’italiano, ma da molto tempo ho perso la capacità di parlarlo fluentemente. Forse se tornassi per qualche mese, chi lo sa? Quien sabe? (gioco di parole sul titolo del celebre film di Damiano Damiani, n.d.a.)

K: Oggi come oggi, i B-movies conoscono una rivalutazione; è quello che cerchiamo di fare nel nostro blog per diffondere questi film così divertenti! Secondo te potrebbe essere l’inizio di una nuova età dell’oro per questo genere?

JW: I B-movies non scompariranno mai. Il pubblico li vuole, ne ha bisogno. Cambia solo il sistema di farli e di consegnarli: una volta era il drive-in, poi le VHS, poi i DVD, ora Internet e Netflix.

K: Quali consigli daresti a un giovane regista? Hai realizzato più di 70 film senza i mezzi, ad esempio, di uno Spielberg. Pensi che questo possa essere un incoraggiamento per gli aspiranti registi?

JW: Personalmente non mi piace la competizione, ma se devo dare un consiglio a un aspirante regista dico questo: prendi una videocamera il prima possibile e inizia a girare. Usa la tua immaginazione e continua a girare. Se hai quello che ci vuole, il successo ti troverà.

K: Grazie Jim! Puoi fare un saluto ai lettori della Cinewalkofshame? Uno dei primi film da noi recensiti era proprio Komodo VS Cobra!

JW: Ringrazio la Cinewalkofshame per aiutarci a portare la torcia, mantenendo viva e vegeta la scintilla dei B-movies. Un “bravo” a tutti voi!

Che dire? Un “bravo” a te Jim! La frase “I B-movies non scompariranno mai. Il pubblico li vuole, ne ha bisogno” è ufficialmente il motto della Cinewalkofshame! E passa a trovarci in Italia, quando vuoi!

Krocodylus1991

Bone eater – Il divoratore di ossa

Continua così, Jim!

[Krocodylus1991, Nehovistecose]

Di: Jim Wynorski
Con: Paul Rae, Adrian Alvarado, Bruce Boxleitner

Jim Wynorski è un regista da tenere d’occhio. Autore di oltre 75 B-movies, è la dimostrazione che chiunque di noi può portare sullo schermo ciò che vuole, con una spesa che a vedere Bone eater si aggira intorno ai sessanta\settanta euro. Per l’occasione, il prode Jim utilizza un elemento mai usato prima d’ora: uomini bianchi che costruiscono in un vecchio cimitero indiano e spirito cattivo che conseguentemente si vendica. Non ve lo aspettavate, eh? Ma vediamo più da vicino la situazione: il nostro protagonista è uno sceriffo, a metà tra Bill Clinton e Michael J. Fox, che ritorna dopo anni al paesello da cui lui, indiano rinnegato, era partito per non si sa dove. Per rinforzare il plot si trascina dietro pure la figlia scassapalle diciassettenne (anche se l’attrice ne ha ben di più…), con cui ovviamente non va d’accordo. Ma nella cittadina qualcuno trama: l’industriale Krantz (no, non è il cattivo di Indiana Pipps) ha scoperto che nel suo cantiere, un mega impianto da centodieci milioni di dollari per una struttura in mezzo al deserto dove nessuno abiterebbe mai, gli operai rinvengono un sacco di scheletri indiani; per evitare ritardi nei lavori, chiede ai suoi apatici sottoposti di coprire tutto. Questa azione scellerata, però, risveglia il “mangiaossa”, spirito indiano in cerca di vendetta; vedremo in seguito quanto poco senso abbia un simile nome. La polizia cittadina sembra uscita da una puntata dell’Ispettore Gadget; lo scheletrone uccide, indisturbato: una coppietta, il conducente di un camion, tre operai in moto, tre operai a piedi, un direttore dei lavori, Krantz e il suo tirapiedi. E lo sceriffo fa spallucce; quando però viene ucciso Nube Tonante, il capo indiano, allora s’incazza e prepara il confronto finale. Abbandonato un ridicolo cappottone simil-Chuck Norris che indossa per venti minuti nonostante tutti siano in maniche corte, lo sceriffo si riscopre indiano: prende il cavallo, si trucca, affronta a mani nude un dissidente pelatone che sembra Mastro Lindo e cavalca verso il mostro. Poi ci ripensa, scende da cavallo, lo colpisce con una mazzata (per ucciderlo bisognava usare una specie di ascia da guerra che il protagonista ritrova in modo alquanto improbabile) e sorride andandosene con i tre ggiovani comprimari.
Wynorski si presenta sotto lo pseudonimo di Bob Robertson, già usato da Sergio Leone (che sta rivoltandosi nella tomba) per costruire un horror-western-trash all’indiana. E il risultato è sorprendente: nonostante il tema della vendetta per il cimitero profanato abbia un pochettino stufato, non c’è un solo minuto di film in cui lo spettatore possa annoiarsi. Le prime scene al cantiere, e tutte quelle con questa ambientazione, sono meravigliose: le comparse che interpretano gli operai non hanno probabilmente mai preso in mano un badile, poichè non fanno altro che gironzolare a casaccio. I ritrovamenti di scheletri sono memorabili: insieme a ossa di plastica, sono visibili vasi di pessimo gusto, intatti e senza un granello di polvere dopo duecento anni di sepoltura. Il mostro appare e scompare a seconda delle esigenze registiche: realizzato con poche lire di computer grafica, a un certo punto raddoppia di dimensioni senza un valido motivo. Ciò che lascia esterrefatti è il suo modus operandi: gli basta sfiorare le vittime e queste…si polverizzano (clamoroso errore: perchè il vice-sceriffo viene toccato e se la cava con un braccio amputato?)! Altro che “mangiaossa”…Sul filo del ridicolo le interpretazioni di tutti gli attori, soprattutto della figlia; tra l’altro, grazie a un doppiaggio da incompetenti, tutti parlano come dei libri stampati, accentuando l’effetto di ridicolo che comunque già abbondava. Da segnalare poi la figura del bieco Krantz; a parte il fatto che lui si bulla di essere tanto potente ma alla fine viene sbeffeggiato da tutti, il suo tirapiedi è il personaggio più umile, bistrattato e senza spina dorsale della storia del cinema. C’è poco altro da dire: Jim Wynorsky è Jim Wynorksi, e questo è il suo stile. Oltretutto, grazia alla mancanza di splatter e truculenza, anche i bambini potranno farsi due risate con questa perla!

Produzione: USA (2007)
Scena madre: la cavalcata finale dello sceriffo con musica plagiatissima da Morricone e il ridicolo scontro che ne segue.
Punto di forza: pur senza uno straccio di effetto speciale, non è mai noioso, anzi, è piuttosto divertente!
Punto debole: allo stesso tempo, gli amanti dell’horror potrebbero storcere il naso per l’identico motivo.
Potresti apprezzare anche…: Komodo VS Cobra o qualsiasi altro film di questo regista!
Come trovarlo: per quanto sia sconosciuto, è piuttosto semplice trovarlo, anche in italiano. Su Internet basta una ricerchina.

Un piccolo assaggio: (trailer originale)