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Arctic predator – Terrore tra i ghiacci

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Uh che figo! Dove si compra l’action-figure di ‘sto coso?

Di: Victor Garcia
Con: Dean Cain, Lucy Brown, Steven Waddington, Erbi Ago, Louisa Clein

Io amo John Carpenter. Amo i suoi film. Mi piacciono così tanto che sono disposto a perdonarli per la miriade di sequel apocrifi e imitazioni becere che hanno generato nel corso dei decenni. Arctic predator (che dal titolo ci aveva fatto sperare in un grandioso remake del Predator con Schwartzy ambientato al Polo) si ispira chiaramente, nell’ambientazione e nel canovaccio, alla Cosa del regista americano: un gruppo di ricercatori in mezzo ai ghiacci minacciati da una “cosa” aliena che li decima.

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Lo volevate fatto bene come nella locandina eh? Illusi.

Stavolta, però, il protagonista non è quel bad-ass di Kurt Russell, ma il pacioso Ross, che si porta dietro un dramma del passato: un suo antenato che si comportò da vigliaccone abbandonando una nave nei ghiacci, proprio la stessa nave che il suo pro-pro-pronipote andrà a ritrovare, liberando al contempo l’alienone di ghiaccio che dormiva tranquillamente da 200 anni. Il mostro si nutre di calore umano, e per farlo “trasforma le vittime in ghiaccioli”, come tutti ripetono continuamente. A quanto è quotato il sacrificio finale del protagonista, che riscatta così l’onta dell’antenato fifone? 1.02? Ecco, appunto.
Il curriculum del regista Garcia è costellato di titoli horror senza infamia nè lode, spesso ispirati a successi internazionali di ben altra caratura. Ecco, Arctic predator non sfugge più di tanto al copione: è brutto, brutto forte; ma non abbastanza forte da essere spassoso. I personaggi sono tagliati con l’accetta: gretti e avidi, obbediscono esclusivamente a logiche economiche ed utilitaristiche, calcolando l’esito delle proprie ricerche in termini monetari e sbattendosene del tutto sia dell’impatto scientifico che (e questo fa ridere non poco) del destino dei propri compagni. Le numerose morti che si susseguono per novanta minuti sono infatti accompagnate da reazioni ai limiti del surreale, con i beceri scienziati che elaborano il lutto con un’alzata di spalle e riprendono a calcolare quanti dollari potrebbero guadagnare da qualsiasi cazzo di oggetto. Per riempire un pò il canovaccio c’è anche una specie di triangolo amoroso, con una scienziata contesa tra due personaggi, ma è talmente poco interessante che neppure gli sceneggiatori hanno pensato di approfondirlo.

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“Oh mio Dio, guarda: un espediente narrativo spaventosamente telefonato!”

E l’arctic predator? Ce la da qualche gioia? Sì e no. Come al solito, si tratta di una elaborazione grafica scattosa e dalle proporzioni variabili a seconda delle scene, realizzata con cinque euro e due Goleador, che uccide in una lunga serie di scene telefonate e agisce in mezzo a ghiacci ancora più finti di lui. A un certo punto viene pure ucciso grazie al geniale piano architettato da uno dei due del triangolo (non il protagonista), ma siccome questo impedirebbe a Ross di bullarsi col sacrificio riscattatore si fa in modo che il mostro sopravviva (come? Perchè? Mah) facendolo poi crepare in una banale esplosione. Peccato, speravamo meglio.

Produzione: USA (2010)
Scena madre: quell’intro farlocchissimo, con e navi in CG e l’arrivo dell’alieno (ma i marinai come fanno a fuggire? Boh) meritava maggior giustizia.
Perchè sì: perchè le imprese di quel bruttone del predatore di ghiaccio, ogni volta diverso dalla scena prima, sono da gustare attentamente.
Perchè no: perchè, e questa non è una novità in film del genere, quando il bestio non c’è la noia regna sovrana.
Potresti apprezzare anche…: Bone eater, del maestro Wynorski, non fosse altro che per la curiosa somiglianza tra i due antagonisti.
Come trovarlo: siamo sicuri che il canale SyFy non se lo lascerà sfuggire.

Un piccolo assaggio: (è talmente ridicolo che non siamo riusciti a trovare uno straccio di filmato, quindi beccatevi ‘sto documentario sui veri predatori del Polo)

2,5

50 sfumature di grigio

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Ma il controllo de che? Perdi il tuo tempo, semmai.

Di: Sam Taylor-Johnson
Con: Dakota Johnson, Jamie Dornan, Luke Grimes, Rita Ora

Arriva per tutti il giorno in cui la tua ragazza ti dice “ehi tesoro, guardiamo 50 sfumature di grigio?”. Per fortuna la mia mi conosce, e quindi mi dice “ehi tesoro, guardiamo 50 sfumature di grigio? E’ una cazzata, almeno ci facciamo due risate, a te i film brutti piacciono”. Eh, non è facile essere fidanzata con un amante degli z-movies. Vabbè. Il film che ha fatto bagnare milioni e milioni di casalinghe insoddisfatte merita la nostra attenzione. Wow, l’erotismo! Il sadomaso! La trasgressione! L’ambiguità del piacere e del dolore, eros e thanatos! Bè, non proprio.
Anastasia Steele è una studentessa di letteratura inglese dalla vita non particolarmente emozionante: lavora in un negozio di ferramenta, vive con una coinquilina zoccola e, per una sorta di logica dell’equilibrio sessuale nell’appartamento, non ha mai fatto nulla con nessun ragazzo, manco due palpate o un limone duro in discoteca. Un giorno la sua coinquilina le dice che lei è malata (ma dove? Sta benone!) e la manda a intervistare, per il giornalino della scuola, Christian Grey, un 27enne che ha fondato un impero miliardario. Come? Boh, non importa, alle casalinghe insoddisfatte frega meno di zero. Segue una mezz’ora buona in cui il Bruce Wayne dei poveri e Anastasia si scambiano occhiate languide, lei si morde il labbro (lo farà per tutto il film, una roba insopportabile, datele una gomma da masticare PERDIO), lui la fissa con l’espressività di un capitone (è il personaggio a essere freddo? O forse l’attore a essere cane? O entrambe le cose?), insomma è tutto telefonato, questi due si piacciono. Lui però c’ha i rimorsi di coscienza e le dice di non cercarlo più che è molto oscuro e laido e gli deve stare lontano. Lei, che non è proprio un’aquila, beve un pò troppo e lo chiama al telefono per prenderlo per il culo. Lui non ci sta e (non si sa come) la trova e la porta a casa. Prende il via una stucchevole storia d’amore, in cui lui usa tutte le sue armi seduttive: i soldi, le macchine grosse, i soldi, l’elicottero, i soldi. Tutto sembra andar bene, ma, piccolo particolare: lui è un mezzo sadico che vuole dominarla e avere il controllo su di lei tramite un “contratto” (in assoluto una delle trovate più stupide e idiote della storia dell’umanità, indegno, tra l’altro a che minchia serve un contratto senza valore legale?), perchè “c’ho 50 sfumature di perversione”, “ho avuto un’infanzia difficile” e bla bla bla. Lei non ci sta e, dopo essersi fatta menare per punizione, gli dice che è una merda d’uomo e lo molla. Fine del film, tanto è una trilogia e i sequel sono già in lavorazione.
Secoli e secoli di battaglie per le pari opportunità buttati nel cesso. Le oltre 120 milioni (CENTOVENTIMILIONI) di copie vendute del romanzo della E.L. James, e i milioni incassati dal film, certificano il fallimento del femminismo su larga scala. Ogni volta che una donna dice “vorrei un uomo come mr. Grey” una suffragetta, da qualche parte, muore. Non giriamoci intorno: non è il sesso sfrenato (piuttosto soft nel film) nè il fisico da palestrato del signor Grigio a scatenare gli ormoni delle lettrici\spettatrici: è il suo conto in banca. Davvero, per una donna, il massimo obiettivo sentimental-sessuale è un contratto in cui c’è scritto cosa può o non può fare in ogni ambito della vita? Esilarante la scena in cui i due, in una stanza dalle luci rosse fastidiosissime, depennano dal contratto tutto ciò che lei si rifiuterebbe di fare (fisting anale e vaginale, bastoni, dilatatori, il tutto con il tono e l’espressione di chi sta negoziando l’assicurazione della macchina). La differenza tra il Grigio e qualsiasi burino maschilista delle borgate romane è una sola, cioè che il burino maschilista non c’ha una lira e si becca una denuncia per stalking, molestie e maltrattamenti; Grigio no, in quel caso non è stalking o molestia, ma “seduzione”. Ah ok.
Va bè, la storia è quel che è, la morale di fondo è ripugnante, ma almeno la confezione sarà il top, lucida e sensuale, piena di trasgressione. No? No. Le scene di sesso sono pochissime, molto “caste” rispetto alle aspettative (nessun nudo integrale) e anche le pratiche mostrate non sono niente di che, a meno che una sculacciata non sia considerata l’apice della perversione. Il film risulta alla fine anche noioso: in 125 minuti non viene mai mostrato che cosa spinga i due a piacersi reciprocamente, non c’è nessuna costruzione dei personaggi, non viene spiegato nulla; per un film che parla di seduzione, è un grosso limite avere personaggi piatti come tavoli. Aggiungiamo le prove attoriali imbarazzanti di tutti i personaggi e dei due protagonisti in particolare: se la Dakota ancora ancora è prigioniera in un ruolo stupido e inverosimile, e comunque fa del suo meglio (pochino, eh), Dornan è proprio solo una statua di cera monoespressiva. Non è freddo e glaciale, è proprio scarso. A Hollywood non c’era nessun palestrato belloccio in grado di recitare meglio? Eppure bastava pescare nel cast di The Avengers…ve lo immaginate questo film interpretato da quella sgnacchera della Scarlett e dal biondo che fa Thor? No? Almeno sarebbe divertente, dai.
PS1: domanda alle donne lettrici: ma davvero “io scopo, forte” è una frase che vi eccita? Vale anche per la versione del libro, ovvero “fotto senza pietà”. Davvero l’uomo eccitante deve parlare a letto come un cattivo della Marvel? Tipo “ehi, sei mia, i difensori della tua verginità non hanno scampo”, oppure “conquisterò il mondo, bwahahah”? Sono rimasto indietro, pare.
PS2: un grazie alla mia fidanzata che, oltre a detestare questo film, si è pure sorbita la mia recensione in diretta. Sei un tesoro! Però la prossima volta ci guardiamo un classicone di Bruno Mattei.

Produzione: USA (2015)
Scena madre: “io scopo. Forte”. Sul serio? Davvero? E’ proprio una scena eccitahahah, scusate, non possiamo crederci, che film dimmerda, almeno si ride un pò.
Punto di forza: la colonna sonora è fatta di pezzi pop che, se non sono il massimo, sono comunque ben ritmati e danno un senso ai vari spezzoni da videoclip di cui è composto il film.
Punto debole: un battage pubblicitario da milioni di dollari, evento mondiale, e due tette è il massimo che si può vedere? Solo perchè il VM18 avrebbe tagliato fuori dagli incassi stuoli di adolescenti con gli ormoni in subbuglio? Mah…
Potresti apprezzare anche…: i film di Tinto Brass. Trame migliori, attori capaci, più nudi! Però se guardate i film di Tinto Brass siete degli sporcaccioni, se guardate questo siete uomini e donne sofisticati in cerca di brividi.
Come trovarlo: la mia mente malata ha partorito questa cosa: chiunque compri il DVD o il blu-ray di questo film perde automaticamente ogni diritto di essere trattato\a in modo dignitoso dal\la partner. Un pò di coerenza.

Un piccolo assaggio: (guardatelo ed eccitatevi, guardate che pathos, che intensitahahah)

0,5

2-Headed Shark Attack

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Il senso della Asylum per le locandine. 10+

Di: Christopher Ray
Con: Carmen Electra, Charlie O’Connell, Brooke Hogan, Christina Bach

“sono studenti universitari, è normale che si comportino così”. Questa perla, riferita al gruppo di anabolizzati e baldracche in costume da bagno che costituisce l’insieme dei personaggi di questo film, pronunciata a pochi minuti dai titoli di testa, permette subito di annusare il profumo di cazzatona. E trattandosi di un film della Asylum che parla di uno squalo a due teste,non poteva essere altrimenti. In svariati anni di università, chi scrive non ha mai visto situazioni del genere; le mie compagne di corso, a cui voglio bene, non si spogliavano molto spesso per limonare tra loro. Vabbè.
Per motivi non chiarissimi, e comunque ininfluenti, il suddetto gruppo di “studenti universitari” si trova a cazzeggiare in mezzo al mare, finchè la carcassa di un pesciolone non finisce nelle eliche impedendogli di continuare la navigazione, e anzi facendo imbarcare acqua. La comparsa di un provvidenziale atollo (vicinissimo a loro, ma qualche secondo prima non c’era) salva la situazione. Qui il film potrebbe anche finire, perchè, considerato che a) il cattivo è uno squalo, a due teste ma pur sempre uno squalo e b) i protagonisti sono sulla terra ferma, se ne deduce che c) lo squalo si attacca al tram e non è poi così temibile. Per fortuna interviene l’imbecillità degli “studenti universitari” (sigh): appena giunti sull’isola deserta, i ragazzotti capiscono subito quali sono le priorità: trombare, far limonare le studentesse in mare, prendere il sole e fare gare di motoscafi. Soprattutto quest’ultimo hobby è una manna dal cielo per lo squalo a due teste, che subito si da da fare divorando due studenti alla volta per fare prima. Avvenuta la prima scrematura di idioti, quando i superstiti si sono resi conto del pericolo, basterebbe starsene sulla terraferma per evitare guai; non essendo possibile, si inventa un mezzo terremoto che permette ai personaggi, anche quelli lontani dall’acqua, di tuffarsi ad ogni minima scossa, finendo anch’essi nelle doppie fauci del bestio. Lo scontro finale, con onde anomale e terremoti, vede i pochi studenti rimasti affrontare il 2-headed coso in mare aperto, riuscendo incredibilmente a sconfiggerlo nel modo più classico: lo squalo addenta la barca e la barca esplode, così, a caso. Arriva pure un elicottero a riprenderseli, chissà da dove, ma in fondo chissenefrega.
Piuttosto deludente questo ennesimo film Asylum a tema squali; il giochino non funziona più molto bene senza un minimo d’inventiva. Sì, la bestiaccia è divertente e tutto, ma oltre al fatto che si vede poco (gli effetti costano!), non è accompagnata da un contorno accettabile. I personaggi sono la replica esatta dello stereotipo americano degli studenti frivoli e palestrati, i dialoghi penosi, la realizzazione tecnica dozzinale: inquadrature da videoclip, ritmo da videoclip, recitazione da recita parrocchiale. E lo squalone? Lo squalone è ovviamente in digitale, a parte qualche scena in cui apprezziamo l’uso di ammassi di cartapesta legnosi e poco realistici. Niente di che. A questo punto tanto vale concentrarci sull’assurdità della sceneggiatura, roba che dei bambini di seconda elementare avrebbero scritto meglio, e sulla scelta degli attori: chi meglio di Carmen Electra, famosa per due grandi qualità, che non sono la capacità recitativa e l’applicazione, per interpretare una professoressa? Sì, sembra più giovane di alcuni suoi studenti (e probabilmente lo è), ma non importa, le inquadrature sul suo corpo in bikini si sprecano e a nessuno dispiace.
Se non avessimo visto qualche decina di film simili (ma più divertenti) potremmo anche apprezzarlo, ma per quanto ci piaccia il cinemasochismo crediamo che la Asylum possa e debba fare di meglio. Non so, Carmen Electra contro dei cannibali zombi? Dei cosacchi filosofi mummificati? Non è difficile, basta sforzarsi!

Produzione: USA (2012)
Scena madre: la lesbicata gratuita delle due studentesse sotto gli occhi libidinosi di un compagno, finchè lo squalo non fa il suo dovere.
Punto di forza: vale sempre la pena di spendere cinque minuti di vita per vedere un mostro strampalato della Asylum.
Punto debole: cinque minuti, non novanta. Tutto il resto è noia.
Potresti apprezzare anche…: i VHS con il backstage dei calendari delle veline. Manca lo squalo ma vabbè.
Come trovarlo: in versione anglosassone, possibilmente sottotitolato; i dialoghi assurdi regalano qualche sporadico momento di gioia.

Un piccolo assaggio:  (qualche genio si è messo a contare i morti del film, gustateveli)

2

Blood Lake – L’attacco delle lamprede killer

Lo splatter è tutto nella locandina, purtroppo!

Lo splatter è tutto nella locandina, purtroppo!

[Krocodylus, IlCarlo] Di: James Cullen Bressack Con: Shannen Doherty, Jason Brooks, Christopher Lloyd, Jack Ward Iniziare a guardare un film e leggere “The Asylum presents” è sempre una bella sorpresa. Se i terribili mostri che popolano il film in questione sono poi delle petromyzontiformes, più comunemente note come lamprede, curiosi animali simili ad anguille che succhiano il sangue non così pericolosi per l’uomo, il gioco è fatto. In una sonnacchiosa cittadina di provincia, le lamprede diventano milioni, super aggressive e attaccano l’uomo. Perchè? Perchè…boh, non si dice. Ormai la Asylum può permettersi di non spiegare nulla di ciò che accade nei suoi film, tanto non ce ne frega un fico secco delle cause, quello che vogliamo è vedere le lamprede assassine che magnano la gente. In realtà è improbabile che le lamprede mangino la gente, ma quei geniacci degli sceneggiatori rimediano con una curiosa trovata: chiunque venga morso da uno di questi simpatici animaletti perde l’equilibrio del tutto senza motivo, oppure viene trascinato dalle lamprede stesse (!); comunque, finisce in acqua e viene divorato. A combattere la minaccia ci sono un esperto del settore, appena trasferitosi con la famiglia, composta da moglie milfona (Shannen Doherty, faceva Beverly Hills 90210) e figlia adolescente bona ma irrimediabilmente stupida. C’è anche un figlio più piccolo, amico degli animali e lento di comprendonio, ma visto che il suo ruolo è prevalentemente quello di frignare ce ne disinteresseremo. Comunque, a ostacolare l’opera del protagonista c’è l’avido sindaco che non vuole interrompere la stagione turistica, stereotipo che non regge più dai tempi de Lo squalo. La lotta sarà senza esclusione di colpi, con le lamprede che a un certo punto imparano a muoversi sulla terraferma con disinvoltura e fanno strage, fino all’idea geniale del protagonista: estrarre fegati dalle lamprede morte, attirarle in una centrale elettrica e friggerle. Alla fine il padre bigotto accetta che la figlia si fidanzi con un ragazzotto locale e tutti vivono felici e contenti, cane randagio compreso, mentre un tecnico antipatico viene ammazzato dall’ultima lampreda rimasta. Blood lake è il tipico prodotto che tenta disperatamente di inventare un elemento di tensione in un animale facile da riprodurre in digitale e finora non sfruttato; il fatto che nessuno avesse mai pensato a delle lamprede assassine doveva dire qualcosa ai pittoreschi sceneggiatori della Asylum. Il risultato però è divertente: non una commediola autocitazionistica come Sharknado, ma un bel filmaccio raffazzonato in poco tempo con protagonisti inespressivi e situazioni inverosimili; la presenza di Christopher Lloyd, il “Doc” Brown di Ritorno al futuro (l’avevo lasciato nel west a rimorchiare maestre, che brutta fine, poveraccio), qui nei panni del sindaco stronzo (che finisce malissimo, violato analmente da una lampreda!), è una perla che arricchisce il cast. Le blasfeme citazioni di Alien ci hanno portato a definirlo, con un gioco di parole degno del Bagaglino, “Alien VS Lampredator”, scusate, eravamo stanchi. Curiosi gli scontri lamprede-umani: trattandosi di bestiole facilissime da evitare (sono lente e piccole!), si è pensato di rendere più stupidi i personaggi: la nostra preferita è la sceriffa che si ferma in mezzo a milioni di lamprede con i finestrini abbassati, lasciandosi divorare senza nemmeno tentare la fuga; l’assurdo sacrificio dell’assistente (ma perchè? Non ce n’era alcun bisogno!) e la surreale ostinazione del sindaco (continua a far finta di nulla anche dopo 5-6 morti!) completano il podio. Particolarmente gustose le scene in cui oggetti di uso comune vengono usati per sfoltire la popolazione delle lamprede: abbiamo così il decespugliatore che le falcia a decine, le mazze da golf che le spappolano, gli attrezzi da barbecue per dargli fuoco, eccetera. Menzione speciale per i doppiatori italiani: mai avevamo visto un lavoro così mal eseguito, fuori sincrono di diversi secondi in quasi tutte le frasi. Cast di relitti umani, storia inverosimile, scene ridicole, zero tensione. In una sola parola: filmone!

Produzione: USA (2014)

Scena madre: il decespugliatore, per Dio, guardatevela! La figlia che lo solleva come se pesasse mezzo chilo e il sangue posticcio valgono da soli tutto il film!

Punto di forza: è insolitamente divertente! La deriva “consapevole” del trash targato Asylum ci stava preoccupando.

Punto debole: e le tette? C’è tanta gente in acqua, volevamo più tette! Potresti apprezzare anche…: Sexual parasite – Killer pussy

Come trovarlo: lo passano su Dimax ogni tanto, in italiano. Non perdetevelo!

Un piccolo assaggio:  (vi prego, notate la raffinatezza della realizzazione) 3

Bride of the monster

Ah, quanto mi piacciono questi poster d'annata!

Ah, quanto mi piacciono questi poster d’annata!

 

Di: Ed Wood
Con: Tony McCoy, Bela Lugosi, Loretta King, Tor Johnson

Ed Wood è un regista cui tutti dobbiamo molto, e un idolo per tutti gli appassionati di B\C\Z-movies. Un suo film, Plan 9 from outer space, ci aveva spinti a limitare le recensioni alle sole pellicole prodotte dopo il 1959, anno in cui, appunto, uscì quel capolavoro. E chi meglio dello stesso Wood per infrangere la nostra regoletta? Bride of the monster è probabilmente (anche grazie al film di Tim Burton) il film più famoso del regista americano dopo Plan 9.
Siamo in un paese della provincia americana, situato vicino a una palude. Nella prima scena, due cacciatori cercano rifugio da un temporale che “va avanti da tre mesi”. Respinti dal poco ospitale dottor Vornoff (Lugosi), vagano nella palude finchè non vengono attaccati da una piovra gigante. Quello dei due che sopravvive viene portato nella villa di Vornoff: costui è in realtà uno scienziato pazzo che, applicata sulla testa del cacciatore una pentola con tre lampadine, lo usa come cavia per un esperimento. In realtà tutti i tentativi fatti finora, ci spiega, sono finiti con la morte della cavia, ma tant’è, lui è de coccio, e si ripete uccidendo il cacciatore, con la complicità del servo Lobo (Johnson). L’azione si sposta nella cittadina, dove vivono i protagonisti: un poliziotto totalmente imbecille e succube della propria fidanzata; quest’ultima, Janet, una giornalista petulante che lo tratta come uno zerbino; e Robbins, il capo della polizia dotato di un intuito sopraffino che non gli fa capire assolutamente nulla per tutto il film. Sorda agli avvertimenti dei due uomini, Janet si avventura nella palude, e dopo un incidente alquanto bizzarro (esce di strada spaventata dalla pioggia) viene rapita da Lobo e portata alla villa, dove Vornoff la ipnotizza e la fa addormentare. Ma il fidanzato di lei indaga, mentre in città arriva anche l’ambiguo professor Strowsky. Quest’ultimo non ha un ruolo ben definito: è stato mandato dal governo del paese natale di Vornoff per riportarlo a casa, ma viene da questi ucciso e dato in pasto alla sua piovra. L’indagine del protagonista, che consiste in una passeggiata nella palude, si conclude con la scoperta del laboratorio di Vornoff. A causa della ribellione di Lobo, però, il malefico scienziato sperimenta su sè stesso le proprie creazioni, diventando un superuomo più alto dotato di forza erculea. L’inseguimento finale si conclude con la fuga di Vornoff, che viene prima schiacciato da un masso di polistirolo gettato dal protagonista, e poi mangiato dalla piovra. Un fulmine cala dal cielo e colpisce piovra e Lugosi, scatenando un fungo atomico inserito a casaccio che però risparmia gli altri personaggi distanti dieci metri, permettendo a Robbins di concludere il film con la ridicola frase “si era introdotto nel regno di Dio!”.
Il nome Ed Wood è da sempre una garanzia. Descrivere singolarmente ogni elemento divertente dei suoi film è impossibile; la povertà della realizzazione è tale che ogni scena in cui accada qualcosa che non sia un dialogo tra due persone in una stanza è fonte di godimento. Le sequenze più famose sono sicuramente quelle che riguardano gli animali: Wood anticipa Bruno Mattei e utilizza larghi spezzoni di documentari per le apparizioni di piovre e coccodrilli; quando però gli animali devono interagire con l’uomo, ricorre a uno stratagemma incredibile, ovvero l’utilizzo di una piovra di gomma totalmente immobile sulla quale gli attori si gettano contorcendosi. Il risultato è qualcosa di mai visto, perchè il pupazzo non si muove mai, e i poveri protagonisti devono mettercela tutta per fingersi aggrediti dagli inerti tentacoli. A proposito di attori: Wood li prese quasi tutti dalla strada, e le loro capacità sono di conseguenza vicine allo zero. Qualcuno di loro però merita una menzione, soprattutto il grande Bela Lugosi che, già alle prese con problemi di tossicodipendenza e povertà, collaborò con Wood fino alla fine offrendo anche in questo film una prova più che dignitosa. Tra gli altri spiccano Tor Johnson (che nella sua carriera ha interpretato praticamente un solo ruolo, quello del brutalone senza cervello, tra l’altro egregiamente), Paul Marco (che interpretò il poliziotto Kelton anche in Plan 9 e in Night of the ghouls) e soprattutto Loretta King, che interpreta la giornalista Janet. Il ruolo doveva andare alla fidanzata di Wood, Dolores Fuller, ma, secondo la leggenda, fu scritturata per il suo contributo economico al film, mandando tra l’altro su tutte le furie la Fuller. A proposito di leggenda: pare che la piovra gommosa, vera protagonista del film, fosse stata rubata da Wood stesso e dalla sua crew, che si era però dimenticata del telecomando per farla muovere (da lì il pietoso immobilismo del gommoso pupazzo), tesi sposata anche dal film di Burton; altri sostengono che Wood comprò legalmente l’effetto (poco) speciale. Altrettanto leggendario il trucco per rendere Bela Lugosi un gigante e un superuomo: un paio di zeppe alte 15 centimetri che gli complicano visibilmente i movimenti!
A ben vedere, neppure la sceneggiatura raggiunge un livello di verosimiglianza accettabile: non si capisce nè il motivo per cui si parla di un “mostro non umano” per delle sparizioni (mai sentito parlare di serial killer?), nè che cosa spinga il protagonista a farsi una passeggiata notturna in mezzo a una palude che lui stesso, in un lungo monologo, aveva precedentemente definito “pericoloso luogo di morte e distruzione”. A voler essere pignoli, non si capisce neppure perchè Wood abbia voluto a tutti i costi piazzare un fungo atomico nel finale. Ma vabbè, è Ed Wood. E noi lo amiamo così!

Produzione: USA (1955)
Scena madre: c’è da chiederlo? Gli assalti della piovra sono l’ABC del B-movie!
Punto di forza: lo stile di Ed Wood è un ottimo motivo per vedersi tutti i suoi capolavori, non c’è altro da aggiungere.
Punto debole: in realtà non ne ha. I dialoghi al commissariato sono piuttosto noiosi, ma probabilmente una scena d’azione in più avrebbe mandato il regista sul lastrico…
Potresti apprezzare anche…: Plan 9 from outer space.
Come trovarlo: fortunatamente, Ed Wood è molto considerato tra i cinefili e i distributori, e i suoi film si trovano senza problemi in DVD, preferibilmente stranieri.

Un piccolo assaggio: https://www.youtube.com/watch?v=D8YGES_Ynkk (a dire il vero, i film di Ed Wood si trovano facilmente interi su Youtube, ma preferiamo mettere il trailer per sicurezza sul copyright. Comunque, andateveli a vedere, ci sono tutti!)

3

2012 – Ice age

La Statua della Libertà è un must dei catastrofici americani!

La Statua della Libertà è un must dei catastrofici americani!

Di: Travis Fort
Con: Patrick Labyorteaux, Julie McCullough, Katie Wilson

Terzo film Asylum che inizia con la parola “2012” (ma probabilmente ne sono usciti altri, dall’inizio di quest’anno) e che sfrutta ignobilmente la profezia maya e il kolossal di Emmerich, Ice age non ha ovviamente nulla a che fare con i film qui menzionati: è infatti un plagio di The day after tomorrow (una eventuale querela complessiva per plagio da parte di Roland Emmerich manderebbe la Asylum in bancarotta). E chi c’è a sostituire il buon Dennis Quaid? Chi se non Patrick Labyorteaux? Per i blasfemi che non sanno chi è: non avete mai visto JAG – Avvocati in divisa? Lui era il marine panzone. Qui fa lo scienziato panzone: invece di lavorare, accompagna i figli a spasso per la città: uno gli fa da aiutante nei suoi studi, l’altra è una biondina saccente e insopportabile. Patrick e il figlio, dopo aver ignorato le richieste di soccorso di un povero esploratore indiano che muore al telefono, si accorgono con colpevole ritardo che qualcosa non va, e che la catastrofe climatica (parleremo dopo di che cosa sia questa catastrofe) è alle porte. Raccattata la moglie, si ricordano che la figlia è appena partita in aereo per New York: il Nordamerica, però, sta per essere investito da un ghiacciaio. L’allegra famigliola parte così in automobile per New York, mentre dietro di loro la civiltà scompare, investita da pezzi di ghiaccio grandi quanto una nave da crociera che cadono dal cielo. I tre affronteranno molte peripezie, durante le quali il pachidermico padre di famiglia dimostra abilità pari a quelle di McGyver, pilotando aerei, fabbricando esplosivi e facendo lo slalom in macchina tra i pezzi di ghiaccio che cadono. Intanto il governo prova a risolvere la situazione nell’unico modo possibile in un film della Asylum: aerei in digitale (con piloti in digitale) che sganciano bombe atomiche a volontà, con risultati veramente modesti. Giunti a New York tra mille difficoltà, i nostri eroi scoprono che la figlia non è più lì e che insomma hanno rischiato la pelle più e più volte per niente. In un momento di lucidità, Patrick si ricorda che basta tracciare il di lei cellulare per capire dove si trovi, il tutto al minuto settantotto, evidentemente da giovane lo chiamavano “mente sveglia”. Ricongiuntisi con la ragazza e il suo fidanzato, i cinque si rifugiano nella Statua della libertà. Il ghiacciaio, dopo aver viaggiato per ore e ore a 200 miglia orarie, si ferma proprio a dieci centimetri da loro. Fattore C.
Prima di soffermarci, come di consueto, sulla parte tecnica, ammettiamo la nostra ignoranza: pur avendo cercato a lungo informazioni in proposito, non siamo riusciti a capire che tipo di fenomeno naturale stia alla base del film. Ci sono questi vulcani che eruttano, un ghiacciaio che viaggia alla velocità di una Formula 1, dei blocchi di ghiaccio che cadono dal cielo…pur con tutta la buona volontà, non abbiamo capito di preciso con cosa si abbia a che fare, e il sospetto che alla Asylum l’abbiano sparata grossa per l’ennesima volta va per la maggiore. Per la gioia dei nostri occhi, Travis Fort rispolvera tutto l’armamentario catastrofico della casa di produzione: tornado, vulcani, era glaciale, immobili fotografie di città incollate su uno sfondo posticcio, meravigliose tempeste di neve che finiscono a metà inquadratura perchè il getto non era abbastanza potente. I dialoghi sono orrendi e sembrano scritti senza voglia, è tutto un “papà, attento” e “calma, calma” ripetuto allo sfinimento. In compenso gli attori sono davvero discreti, nelle ultime produzioni della Asylum la capacità recitativa media sembra aumentata, a discapito del settore grafico e della sceneggiatura. Altro lato positivo è la colonna sonora: è copiatissima da quella di The day after tomorrow, però non è niente male. Ovviamente il discorso non vale per la grafica digitale, che qui tocca veramente il fondo sconfinando nell’amatorialità più estrema.
Diverte, fa ridere, gli attori sono decenti e il nonsenso assicurato. A un film della Asylum non si può davvero chiedere altro. Comunque, nulla lascia intendere che il film sia ambientato nel 2012 e della profezia maya non c’è traccia: la solita genialata dei titolisti!

Produzione: USA (2011)
Scena madre: potremmo tirare in ballo CGI ed effetti speciali, ma non spariamo sulla croce rossa: preferiamo l’incidente che Patrick e famiglia hanno appena partiti: proprio nel momento di miglior visibilità, in una strada totalmente deserta,vanno a tamponare due macchine ferme ribaltandosi. Premio Automobilista dell’anno.
Punto di forza: la ricetta classica Asylum, senza pretese di serietà, come piace a noi.
Punto debole: forse una certa ripetitività di questo genere di film, che prima o poi inizia ad annoiare. Ma vale solo per noi cinemasochisti.
Potresti apprezzare anche…: Arctic blast.
Come trovarlo: in inglese. Non abbiamo trovato sottotitoli italiani, per cui il consiglio di imparare a vedere i film in lingua originale continua a essere valido.

Un piccolo assaggio: (una curiosa compilation di effetti speciali del film, tanto per farvi un’idea; per chi conosce l’inglese, c’è anche il making of)

3,5

Resident evil 5 – Retribution

Milla, il fatto di aver sposato il regista non ti obbliga a farti del male così...

Milla, il fatto di aver sposato il regista non ti obbliga a farti del male così…

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Paul W.S. Anderson
Con: Milla Jovovich, Michelle Rodriguez, Sienna Guillory

E’ davvero stupefacente vedere come, in queste pellicole moderne, tutto, attori compresi, sia realizzato in digitale. Come dite? Gli attori erano veri? Non ce ne siamo accorti. Sbaglia chi dice che i film della saga Resident Evil (e questo in particolare) siano ispirati ai videogiochi; questi sono dei videogiochi, e anche di pregevole fattura, al punto che lo staff aveva la tentazione di controllare la memory card di tanto in tanto. Paul Anderson abbandona completamente il tentativo (peraltro fallito nelle pellicole precedenti) di inventarsi una trama decente per la sua saga zombie, e si lascia andare a un divertimento assoluto e senza senso che si attenuerà solo negli ultimi quindici minuti, citando e copiando a man bassa il mondo dei videogame e della cinematografia. I primi, spettacolari dieci minuti vedono Alice, protagonista della saga, riassumere i precedenti episodi un tanto al chilo, creando evidenti lacune di sceneggiatura (che fine hanno fatto il tipo di Prison Break e sua sorella, presenti alla fine del quarto capitolo?). I titoli di testa sono presentati con un pregevole effetto rewind, plagiato dal trailer di Dead Island. Segue una scena surreale di dieci minuti buoni in cui lei si vede sposata con una figlia in una ridente cittadina attaccata dagli zombi. Ma Anderson sa che non è questo ciò che vogliamo, e ci riporta alla realtà con una bella base sotterranea in Russia piena di zombi. Si scopre che la Umbrella Corporation ha costruito questo mega impianto per collaudare i virus e ricreare le città e vendere i virus come arma e insomma altri pretesti idioti per un pò di azione. Per cinquanta minuti buoni assistiamo a un crescendo di assurdità: inseguimenti con gli zombi vestiti da soldati sovietici che guidano moto e camion, calci in faccia, cloni dei protagonisti, scolarette giapponesi che si trasformano in mostri, insomma l’intero campionario digitale della saga Resident Evil. Anderson sfiora la blasfemia assoluta inventandosi il personaggio di Becky, la bambina sorda figlia del clone di Alice che viene trovata dall’Alice originale e instaura con lei un rapporto copiato da Aliens – Scontro finale; in una scena Alice arriva addirittura a salvarla da un uovo di mostro, concetto del tutto estraneo alle creature di Resident Evil ma tanto utile per plagiare ulteriormente il capolavoro di James Cameron. Gli ultimi venti minuti perdono un pò di freschezza: c’è la rediviva Michelle Rodriguez che si trasforma in una specie di super-donna invincibile e ammazza due-tre amici di Alice prima di venire gettata nell’acqua gelida e divorata dagli zombi. La scena finale, però, risolleva la portata trash del prodotto, con una città murata, ultimo avamposto della razza umana, assediata da milioni e milioni di creature (compaiono anche alcuni draghi, così a muzzo). Ah, la razza umana è simboleggiata da un mutante e due cloni, giusto per farsi due risate.
Che s’è fumato Anderson? Ok, nessuno dei film di Resident Evil va oltre la mediocrità, ma qui si esagera. La grafica: seriamente, non si capisce che cosa sia reale e che cosa sia ricostruito. Il personaggio di Albert Wesker sembra perennemente fatto in digitale, noi abbiamo giocato a Resident Evil 4 e vi assicuriamo che nel videogame era più nitido e dettagliato. Ma questo Retribution è comunque una gioia per gli occhi: chi non ha mai sognato di vedere dei soldati sovietici zombi armeggiare con motoseghe e camion lanciarazzi? Chi non ha mai voluto vedere un’orda di creature del tutto casuali assediare la razza umana? Ecco, questo film ve lo permette. La trama conta meno di zero, così come i personaggi: l’importante è esaltarsi alle loro imprese. Le coreografie, peraltro, sono estremamente curate, così come la spettacolarità delle scene apocalittiche. Il combattimento finale regala una (in)volontaria citazione del film Riki Oh, quando il clone cattivo di Michelle Rodriguez picchia i protagonisti: le immagini delle ossa che si spezzano non potranno non ricordare il capolavoro orientale. Le tamarrate non si contano e sono sempre a livelli altissimi: ampio abuso del ralenti, armi con il cheat colpi infiniti, dialoghi burini, l’amico figo che muore da eroe, e quei vessilli sovietici che faranno impazzire gli adoratori dell’horror bellico; sottolineiamo il fatto che la Umbrella Corporation è tutta fissata coi simboli, tanto da averli ridipinti ovunque, però non ha avuto il cuore di togliere gli stemmi sovietici, o forse era solo per rimarcare agli spettatori l’ambientazione geografica. In definitiva, che ci crediate o no, è un film piacevole: l’ideale per esaltarsi con un pò di azione inverosimile, CG nemmeno troppo sforzata e ricordi di videogiocate adolescenziali.

Produzione: USA (2012)
Scena madre: durante il combattimento con Jill Valentine, Alice risolve la questione togliendole con pochi sforzi il congegno che la controllava. Tutto qui? Bastava questo per evitarsi tutto il film? Non poteva pensarci prima?
Punto di forza: le tutine aderenti di Milla Jovovich (che è pettinata come Andrea Pirlo), la breve durata, il variopinto campionario di mostri.
Punto debole: ce ne sono parecchi, ma soprattutto c’è lei: la bambina che impersona l’intelligenza artificiale. E’ irritante!
Potresti apprezzare anche…: i precedenti capitoli della serie. Ma anche i videogiochi, che sono meglio sceneggiati!
Come trovarlo: in qualunque formato, in qualunque lingua. E’ questo il bello del recensire film famosi!

Un piccolo assaggio:  https://www.youtube.com/watch?v=ZRmWLqrJkz4 (dite quello che volete, ma questo è il trailer più bello e cazzuto degli ultimi anni!)

3

L’impero delle termiti giganti

Ah, che bella atmosfera anni cinquanta!

Ah, che bella atmosfera anni cinquanta!

[Krocodylus, Eltigre]

Di: Bert I. Gordon
Con: Joan Collins, Robert Lansing, John Carson

Ma se il film (titolo americano) si chiama Empire of the ants, letteralmente “l’impero delle formiche”, che bisogno c’è di tirare in ballo le termiti? Anche perchè non se ne vede una in tutto il film! Siamo di fronte a una delle molte pellicole a tema insetti geneticamente modificati, impreziosita da un cast notevole (Joan Collins in primis) e dagli sforzi del regista, vanificati da una trama mal sfruttata e da effetti speciali pessimi e usati nel modo peggiore. Come da copione, a provocare il fattaccio è un barile di liquido grigio metallizzato radioattivo, rilasciato in mare da non si sa quale multinazionale disonesta: da notare, per capire la poca voglia che Gordon mette nella sceneggiatura, che sui bidoni c’è scritto chiaramente “radioactive”, con tanto di simbolo; non male, per chi fa le cose di nascosto e al di fuori della legge. L’azione si sposta su un’isola della Florida, in cui, allo scopo di comprare dei terreni, si riunisce un insieme di personaggi variegati, tra cui: un cumenda tamarro (incrocio tra Marlon Brando e Lando Buzzanca) che in due secondi cerca di stuprare una sconosciuta; la suddetta sconosciuta, che resiste coraggiosamente salvo poi gettarsi tra le braccia del primo che trova; una guida irritante e il suo uomo, che guida il trenino; il disilluso capitano della barca alla ricerca del petrolio, simile a Reinhold Messner; e il protagonista, il personaggio più sfigato della storia, che ha perso lavoro, moglie e gioia di vivere e tenta di completare il quadro mettendosi nei guai sull’isola. Tutti questi si trovano a fronteggiare dei formiconi lunghi due metri, carnivori e aggressivi. Quel che non sanno (e scopriranno a loro spese) è che i suddetti animali hanno acquistato un’intelligenza sovrumana, intendono sottomettere la specie umana e hanno il proprio quartier generale in uno zuccherificio del luogo, con il beneplacito delle autorità di polizia locali (una sequela di casi umani mai vista prima) e del sindaco, controllati mentalmente grazie alle scoregge della Formica Regina (non sto scherzando). Inutile dire che Mister Squallore si riscatta dalle sue sfighe personali dando fuoco allo zuccherificio e, di conseguenza, alle formicone.
La realizzazione è meno trash di quanto si potrebbe pensare: gli attori sono abbastanza bravi, e comunque non sfigurano quasi mai nel loro ruolo. Ciò che proprio non funziona è la trama: non un minimo di spiegazione sul perchè cinque-sei formiche che bevono poche gocce di melma radioattiva diventino grosse come cammelli, nè su dove acquisiscano intelligenza simil-umana. Ogni apparizione dei meravigliosi insetti è fonte di risate: per i corpo a corpo, la regia ricorre a dei legnosi pupazzoni gettati addosso alle vittime! Quando invece bisogna mostrare nugoli di animali all’assalto, si ricorre ad alcuni filmati di formiche normali, ingrandite a dismisura e appiccicate sul girato con imperizia mostruosa. Il risultato è che le formiche risultano spesso sproporzionate, colorate malissimo, sgranate e mozzate, giacchè il collage non è riuscito. Altre volte sono i set ad essere rimpiccioliti, ma evidentemente l’addetto alla loro creazione non aveva tanta voglia di lavorare, e forse per questo motivo si vede benissimo il trucco (sulle montagne di zucchero la sproporzione acquista dimensioni surreali). La visuale dei mostri, tra le altre cose, è ricavata forando una qualche superficie di plastica e ripetendo quindici-venti volte ogni inquadratura. Anche il comportamento dei personaggi lascia perplessi: si segnalano, tra gli altri, i due anziani che si rifugiano in una catapecchia sorridendo e dicendo “qui siamo al sicuro”, salvo venire ammazzati qualche secondo dopo, e i partecipanti alla festa più squallida che la storia ricordi, ovvero quei venti minuti in cui dei perfetti sconosciuti si guardano intorno e danno vita a dialoghi privi di continuità e comunque poco interessanti.
E basta, non c’è molto da dire. Una sola domanda ci tormenta: quando il protagonista riempie lo zuccherificio di benzina e appicca le fiamme, quante tonnellate di caramello vengono prodotte?

Produzione: USA (1977)
Scena madre: la peggiore mancanza del film è proprio quella delle scene madri. Quella che più ha colpito è comunque il tentato stupro  improvvisato dopo due minuti di permanenza sull’isola.
Punto di forza: per gli amanti dei mostri giganti mal ingranditi, è un film da non perdere.
Punto debole: come si diceva, manca una scena madre. Alla lunga, risulta anche un pò noioso.
Potresti apprezzare anche…: Slugs – Vortice d’orrore.
Come trovarlo: curiosamente, è un titolo abbastanza famoso. Si trova in DVD.

Un piccolo assaggio: (trenta secondi totalmente a caso con i due vecchietti attorniati dalle formiche)

3

R.O.T.O.R

E’ proprio lui: Robocoppolo!

Di: Cullen Blaine
Con: Clark Moore, Richard Gesswein, Margaret Trigg

R.O.T.O.R è un classico film nato scopiazzando a piene mani film come Terminator e Robocop. Il regista Cullen Blaine confeziona un prodotto totalmente scombiccherato e privo di senso, una delizia per gli amanti del trash. Il protagonista è il professor Coldyron, un uomo per tutte le stagioni: la sua disgustosa capigliatura non gli impedisce di bullarsi come novello cow-boy nella scena iniziale, uno spezzone di dieci minuti buoni in cui si veste da margaro (con tazza “Texas” compresa), condivide la colazione con il suo cavallo e si fa un galoppo in giro per i prati. Poi va al lavoro, e nonostante le apparenze scopriamo che è un poliziotto e un raffinato scienziato (oltre che un gran cuoco, vedasi la scena delle bistecche). Nel giro di una mattinata presenta il suo robot poliziotto, R.O.T.O.R, litiga con il suo superiore, si fa licenziare e va a pranzo con la sua ragazza. Il problema dei suoi finanziatori è che non riesce a diminuire il tempo di perfezionamento da venticinque anni a sessanta giorni, come richiesto da quel buzzurro del capo in una telefonata esilarante. Manco a dirlo, uno stupido scienziato del laboratorio, per recuperare le cuffie, provoca una scossetta di tre-quattro volt, quanto basta per avviare il robot. Qual’è il problema? Il problema è che il fratello brutto di Robocop, oltre ad avere il cervello di Coldyron (quindi di un texano repubblicano redneck), ha una sola direttiva: “giudica e giustizia”. Non sappiamo chi abbia avuto la magnifica idea, ma tant’è: il robot applica immediatamente la sua personalissima idea di “giustizia”, sparando in testa a un poveraccio che aveva superato il limite di velocità. Non contento, inizia ad inseguire la ragazza del malcapitato per punirla, e non si capisce per quale motivo, dato che era lui a guidare. A un certo punto, Coldyron riesce a rintracciare la povera fuggiasca, e qui parte la genialata: invece di salvarla, si inventa una storia assurda dicendole che a lui servono un paio d’orette per fare non si sa ben cosa, e che lei deve continuare a scappare e a fare da esca. La neo-vedova accetta senza fiatare, mentre Coldyron contatta una nerborutissima scienziata amica sua. Lo scontro finale è superlativo: uccisa l’inutile scienziata, il robot si fa incastrare come un pivello grazie a due fili di spago, che, con un meccanismo non meglio specificato, lo fanno esplodere. Nell’incomprensibile finale, Coldyron viene ucciso a fucilate dal suo capo.
I primi due minuti sono sensazionali: in teoria mostrano la scena finale, ma presto ci si accorge che non vi è alcun collegamento, insomma è una scena totalmente a caso. Tutto il film è impregnato di una logica reazionaria e maschilista che parrebbe un  tantino eccessiva anche in una convention repubblicana: le donne sono trattate come esseri inferiori, buone a cucinare e a trombare (favolosa la scena della coppietta in cui lui dice “non sta bene avere una moglie che lavora”), per non parlare delle discutibili idee del protagonista, che costruisce il robot per liberarsi dalla “spazzatura umana” che “minaccia la società e l’ordine”. A farla da padrone è però il R.O.T.O.R: la sua prima apparizione ce lo mostra in un filmato pateticissimo creato da Coldyron, in cui lo scheletrico androide esegue con insopportabile scattosità esercizi di ginnastica artistica. Nella sua forma definitiva è un baffuto poliziotto dallo sguardo vitreo e con la voce da Darth Vader. Il suo punto debole è l’efficienza: lento come la Quaresima e intelligente come un’arachide, il robottone si esibisce in fenomenali pugni farlocchi e senza la sua pistolina non è poi un granchè. Altra caratteristica del film è il totale disprezzo della consecutio temporum: l’alba si alterna con il pieno pomeriggio, il tramonto con il mattino inoltrato, e una qualche legge quantistica permette a Coldyron di fare mille cose nell’arco di due ore, tipo andare a prendere la scienziata all’aeroporto, portarla in una stanza, rivangare i bei tempi andati, andare a salvare la ragazza e parlare di scienza. Tra l’altro, le discussioni sul robot sono tutte infarcite di supercazzole assurde tipo “lo stimolatore energetico del motore termoassiale” e amenità di questo genere.

Produzione: USA (1989)
Scena madre: dovendo scegliere (il film non ne ha molte) preferiamo la telefonata tra Coldyron e il suo capo, una roba che manco un centralinista strafatto di acidi.
Punto di forza: tutte le scene in cui compare il R.O.T.O.R. Anche i capelli di Coldyron contribuiscono.
Punto debole: nonostante le tamarrate del robot, la trama è banale e priva di interesse.
Potresti apprezzare anche…: Hands of steel – Vendetta dal futuro.
Come trovarlo: in italiano penso fosse uscito in VHS; altrimenti c’è il DVD anglosassone.

Un piccolo assaggio: (eccovi l’intero film!)

Aliens VS Avatars

E quando uno pensava di averle viste tutte…

Di: Lewis Schoenbrun
Con: Cassie Fliegel, Jason Lockhart, Dylan Vox

Ecco cosa sogna Cameron dopo aver mangiato pesante! Tendenzialmente siamo disposti a guardare film in tutte le lingue, ma il russo, pur attenuato dai sottotitoli in inglese, ci crea difficoltà. Eppure non potevamo esimerci dal recensire un film dal titolo Aliens VS Avatars. Prima di gridare alla blasfemia, sappiate che il titolo è la classica furbata per sfruttare il successo del filmone in 3D. L’unico collegamento è dato da uno dei personaggi, di cui diremo dopo. La trama, per quel che si capisce, vede due alieni affrontarsi: uno è un pupazzone alla Power Rangers, ed è cattivo; l’altro è una signorina bionda; tuttavia, quello è solo l’avatar che il vero alieno (uguale alla bionda, ma con la pelle blu) usa, non si sa bene perchè, per interagire con i terrestri. Ad aiutarla, un robottone di gomma e plastica degno di un film di Ed Wood. A fare le spese dello scontro è un gruppo di campeggiatori arrapatissimi, tra cui ne segnaliamo due che trombazzano a mezzo metro dal cadavere di una escursionista, una delle due che nella scena iniziale vediamo in topless, così da mostrare qualche tetta (non particolarmente esaltante, oltretutto) al pubblico maschile. Una viene uccisa quasi subito, e se lo merita, giacchè crede di sfuggire al ridicolo mostro con una semplice camminata! Segue una mezz’ora buona di estenuanti dialoghi privi di senso e di camminate in mezzo al bosco. Qualche volta fa capolino l’alieno cattivo che li spia, ma non interviene. Unico elemento divertente, in questi noiosissimi minuti, una specie di localizzatore che si illumina a casaccio affidato alla seconda cinese, che si fa comunque strozzare dal mostro trasformatosi nella prima. Tra l’altro, siccome l’alienazzo ha la facoltà di rendersi invisibile, gli unici combattimenti corpo a corpo sono costituiti da imbecilli col machete che prendono a fendenti l’aria. Bella scusa (aggiungiamo che la maglietta lacerata di uno dei protagonisti ricompare intonsa pochi minuti dopo)! Nel finale, i ragazzi sopravvissuti trovano il vero protagonista del film: il robottone gommoso. Nel frattempo, vai a sapere perchè, la bionda si finge morta e svanisce. Poi muore davvero, il robot uccide l’alieno cattivo e i due superstiti se ne vanno tenendosi per mano. Bella roba. Ci sarebbe anche il colpo di scena finale con tanto di uova aliene, ma vabbè.
Davvero notevole il modo in cui il regista tenta di dare un senso al titolo: non vi sarebbe alcun bisogno di un rimando all’universo di Pandora, ma Schoenbrun vuole tentare il colpaccio e allora ecco patetici effetti speciali che al confronto la Asylum sembra la LucasFilm. Già i titoli di testa, realizzati probabilmente con Stellarium, danno un’idea dell’amatorialità con qui questo presunto film è realizzato. Quando poi le due campeggiatrici dell’inizio, l’anoressica e quella che va in giro in topless ma con gli scarponi, iniziano a spogliarsi, l’effetto porno casalingo è talmente vistoso che quasi ci si aspetta di veder arrivare Ron Jeremy o Rocco Siffredi, o comunque una scena lesbo. Sugli attori, si potrebbe obiettare che la visione in russo impedisce di apprezzarne le capacità: resta il fatto che non cambiano espressione per un’ora e mezza. Inutile parlare dei vergognosi plagi: la visuale e l’invisibilità del mostro sono copiatissime da Predator (l’elemento “Avatar” è praticamente assente, a parte la vaccata della bionda che guida il corpo umano dall’UFO). Noi ci aspettavamo il trashone dell’anno, e invece ci siamo trovati uno di quei film che dopo cinque minuti che l’hai visto non ti ricordi più la trama o le scene principali. Un’occasione campata via.

Produzione: USA (2011)
Scena madre: quando l’alieno uccide le due campeggiatrici in topless sembra di essere in un film della Troma, con sommo gaudio dello spettatore. Peccato che le somiglianze finiscano lì.
Punto di forza: il titolo.
Punto debole: è noiosissimo. E poi diciamocelo, speravamo tutti quanti di vedere uno scontro all’ultimo sangue tra la creatura di Ridley Scott e il popolo dei Na’vi.
Potresti apprezzare anche…: Alien abduction.
Come trovarlo: è praticamente impossibile.

Un piccolo assaggio:  (un avvincente combattimento!)