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Arachnoquake

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AH AH AH!

Di: Griff Furst
Con: Edward Furlong,  Megan Adelle, Gralen Bryant Banks, Paul Boocock,Tracey Gold

Sharknado? Pfui!
Ok, ok, il capolavoro della Asylum è uscito l’anno dopo. Quindi, tecnicamente, potrebbe essere Sharknado ad essersi ispirato ad Arachnoquake. Boh. Però il legame tra i due film è evidente: Sharks + tornado = Sharknado, Arachno + quake (“terremoto” in inglese) = Arachnoquake. Semplice semplice. E se queste erano le premesse, cosa poteva venirne fuori se non un trashissimo monster-movie senza capo nè coda?

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Che scena scontata, ma puoi?

La Louisiana è sotto attacco: giganteschi ragni preistorici in digitale emergono dal sottosuolo, sono capaci di sputare fuoco e camminare sull’acqua, e sono stati disturbati dalle solite multinazionali stronze, che trivellano il terreno e disturbano il sonno delle bestiole a otto zampe. Come se non bastasse, i ragnozzi attaccano l’uomo, creando bubboni sottopelle che esplodono rilasciando altri ragni, i quali crescono piuttosto in fretta. Per fermarli si crea un gruppo assai variegato: un giovane sfaccendato puttaniere, delusione di suo padre e della sorella bonazza, si trova a guidare un pullman con sopra un paio di ragazzi, un vecchio e una coppia di deficienti che vogliono fare un giro turistico. A distanza, un altro pullman, guidato dal padre dei due ragazzi, trasporta delle adolescenti succintamente vestite a un torneo di baseball (ci si veste così alle partite?), e deve fronteggiare la stessa minaccia degli aracnidi, che hanno ormai invaso la città. L’intervento dei militari (dieci-dodici in tutto, i mezzi sono quelli che sono) non è sufficiente: l’alleanza bifolchi locali-turisti-esercito nulla può contro la mostruosa regina aracnide, un buffo ragnone rosa grosso come un camion e parecchio incazzato. Spetta allora all’insulso protagonista, che si riscatterà vestendosi da palombaro e affrontando il mostro finale con stratagemmi che ci rifiutiamo di riportare per rispetto al nostro senso della vergogna.
Diretto da Griff Furst (suoi gli imbarazzanti I am Omega e 100 million BC) e scritto da una nostra vecchia conoscenza, Eric Forsberg (che qui abbiamo intervistato), Arachnoquake non è un film della Asylum, ma ci somiglia molto, e non solo per i nomi illustri. Canovaccio di partenza con mostri giganti in città, il numero minimo di comparse, qualche attore ripescato dall’oblio: la strategia è quella. Stavolta tocca a Edward Furlong l’ingrato ruolo di ex-celebrità: vi ricordate il ragazzino di Terminator 2 e il ragazzo problematico di American History X? E’ invecchiato, e secondo noi non così bene: bolso come John Travolta, interpreta il coach che accompagna le ragazzine con minigonna giropassera, e affronta i ragni a colpi di mazza da baseball. Per esigenza di sceneggiatura, è pure costretto a mettere in atto l’incidente più ridicolo della storia, con l’autobus che, a una velocità estremamente contenuta, sbanda e va a sbattere come se fosse ai duecento all’ora.

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Certo che passare da James Cameron a questa roba qui è proprio una finaccia, povero Furlong.

Non c’è molto da dire sui ragnoni: sono fatti malissimo, con una grafica orripilante, le loro dimensioni variano a seconda delle esigenze, e le comparse si gettano letteralmente nelle loro fauci per simulare aggressioni credibili, con una nota di merito per il vecchietto iniziale che, pur di non affrontare un ragno non così spaventoso (5 cm, a occhio), si lascia cadere in una buca senza fondo. Altri personaggi, invece, inciampano ripetutamente nel solito ramo che emerge dal terreno, nel disperato tentativo di rendere un pò verosimile l’assalto degli zamputi animaletti.
Una nota di merito sulle location: il film è interamente girato nella vera Louisiana, rappresentata nel modo più stereotipato possibile come un posto in cui abitano solo neri ignoranti, vecchi rincoglioniti e bifolchi bianchi razzisti. Inoltre, evidentemente a causa della povertà di budget, appena l’inquadratura si allarga è possibile vedere distintamente gli abitanti di Baton Rouge che, incuranti del set del film, camminano e fanno la loro vita come se niente fosse! Persino le macchine, nonostante il traffico di ragni grossi quanto cinghiali in mezzo alle strade, procedono lentamente, così come i pedoni sui marciapiedi.
Insomma un film non del tutto riuscito (certi intermezzi familiari, come in tutti i film di questo tipo, sono noiosissimi e poco utili), ma che strapperà più di una risata agli amanti di questa robaccia. Come noi.

Ah, chi scrive è aracnofobico. Bastardi maledetti.

Produzione: USA (2012)
Scena madre: l’assalto finale del buffissimo ragnone rosa che va a fare la ragnatela tra due palazzi affrontato da quel buzzurro del protagonista in tuta da palombaro.
Punto di forza: è divertente, in parecchie scene. E poi potrebbe dare il via ad un filone, ad esempio: pecore giganti (“sheeps”) più uragano (“hurricane”) che diventa SHEEPSICANE. O qualcosa del genere.
Punto debole: se si esclusono i patemi familiari dei personaggi, non ne ha. Forse avremmo preferito osasse un pò di più.
Potresti apprezzare anche…: bè, dai, stavolta è facile.
Come trovarlo: il mercato americano ci permette di averlo in tutti i formati, nonostante il successo assai minore rispetto a Sharknado.

Un piccolo assaggio: (il commento “this movie was biggest shit i’ve ever seen” sotto questo video ci manda subito in visibilio)

3,5

Bruno Mattei – L’arte di arrangiarsi

Se dovessimo selezionare un regista per un film sulla nostra vita, probabilmente non sceglieremmo Bruno Mattei. Uno Spielberg, un Kubrick, per i più audaci un John Carpenter. Se però dovessimo realizzare quel film con un budget risicato, nessun effetto speciale a disposizione, e per qualche motivo volessimo ugualmente shockare e impressionare lo spettatore, allora l’artigiano del cinema romano sarebbe in cima alle nostre preferenze. Attraverso quarant’anni di cinema italiano, quattro decenni vissuti sempre in quell’ambigua etichetta che corrisponde alle parole “di genere”, Bruno Mattei ci ha insegnato che non esiste film troppo brutto, troppo spudorato o troppo estremo: quando il lavoro chiama (e per Bruno Mattei il cinema è sempre stato innanzitutto lavoro), si può solo rispondere affermativamente.

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“Mi ricordo che negli anni 70 un regista di genere guadagnava circa 8 milioni di lire a film, paragonabili a 40mila euro di oggi. Certo, se pensi ai soldi che girano in tasca a uno Spielberg…”

Bruno Mattei nasce a Roma nel 1931. Come per moltissimi registi suoi coetanei, la sua carriera inizia con una robusta gavetta: sceneggiatore, montatore, aiuto regista. Mattei collabora con registi come Jesus Franco e Joe d’Amato, stringendo sodalizi che dureranno negli anni: in particolare, si dimostra un abile montatore, capacità che sarà il filo rosso dell’intera sua filmografia. Il genere è principalmente quello del women in prison: erotismo (qualche volta in forma di pornografia esplicita), torture, ambientazioni esotiche o nazisteggianti. La censura si abbatte sistematicamente su questi film girati con pochi mezzi e, diciamocelo, scarsa qualità: lo scopo di sconvolgere lo spettatore viene però raggiunto, e il pubblico, malgrado tutto, apprezza: Mattei è pronto per il suo esordio alla regia. Fino al 1980 a farla da padrone sono principalmente pellicole soft-porno: Cicciolina amore mio (co-diretto con il re dell’hard italiano Riccardo Schicchi, “creatore” dei personaggi di Cicciolina e Moana Pozzi), Cuginetta…amore mio! (ah, i titolisti dell’epoca…), Sexual aberration. La carriera di Mattei potrebbe anche adagiarsi tranquillamente nel circuito pornografico, e spedirlo dritto dritto nell’oblio: Internet era ancora molto lontano, il cinema a luci rosse era un’industria fiorente e diffusa, e i guadagni più che soddisfacenti. Ma nel 1980 succede qualcosa, un punto di rottura nella fin lì normalissima carriera di Mattei.

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“Volevo mettere nel film [Virus] un pò di “canzonatura”, cosa che poi fu ripresa dagli americani. Si trattava sostanzialmente di smitizzare questa storia dei morti viventi, presi così maledettamente sul serio dalla trilogia romeriana…”

Zombi di Romero è uscito solo due anni prima: i morti viventi hanno riscosso un successo planetario. Mattei, che non si fa pregare quando c’è un sottogenere americano da italianizzare, realizza insieme a Claudio Fragasso (che lui definirà bonariamente “uno che fa un gran chiasso e non capisce un cazzo”) Virus – L’inferno dei morti viventi. Il film, basato su un’epidemia zombi vista con gli occhi di quattro soldati spediti in Nuova Guinea, riprende moltissime sequenze direttamente dal capolavoro di Romero, ambientate però in Guinea (in realtà la Spagna), e soprattutto ha la stessa colonna sonora. Mattei raccontò di come avesse chiesto a Bixio, editore musicale dei Goblin, di poter utilizzare le musiche di Zombi per il suo film; essendo “molto amico” di Mattei, non ci fu alcun problema. Pare che i Goblin non la pensassero proprio allo stesso modo sul fatto che le loro musiche venissero utilizzate in più film solo per una questione di guadagni, ma questa non era cosa che potesse impensierire Mattei e il suo socio. Virus, che presenta effetti speciali molto caserecci e l’interpretazione assolutamente sopra le righe di Franco Garofalo nel ruolo del soldato Zantoro, divenne un cult. La coppia Mattei-Fragasso era pronta per ritagliarsi uno spazio nel cinema di genere. Nei crediti, Mattei si firmò come Vincent Dawn, primo di tantissimi pittoreschi pseudonimi adottati dal regista di Roma: Jimmy Matheus, Pierre LeBlanc, Bob Hunter, William Russell. Oltre ad essere un tratto distintivo suo e di Fragasso, questo continuo cambio di pseudonimo renderà ancora più difficile stilare una sua filmografia completa. Mattei è camaleontico, specializzarsi in un singolo genere è qualcosa di estraneo al suo modo di lavorare, così come limitarsi al mercato italiano: d’altra parte, gli pseudonomi erano una prassi diffusa nel cinema del Belpaese, fin dai tempi di Sergio Leone\Bob Robertson in Per un pugno di dollari.

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“Alcuni errori nei film erano davvero dilettanteschi, ma questa non è una critica: erano film di cassetta, erano fatti così. Mattei era un tipo simpatico, ma non so quanto fosse davvero interessato al cinema…” (Al Festa su Bruno Mattei)

Il decennio 1980-1990 costituisce l’apice della “contaminazione” matteiana: women in prison (Violenza in un carcere femminile, 1982), erotico (Nerone e Poppea, 1982), post-apocalittico misto a horror (Rats, 1984, in cui l’utilizzo di ambientazioni riciclate dalla lavorazione di C’era una volta in America aggiunge un ulteriore tocco di stile allo stile del regista), ancora zombi (Zombi 3, 1988, frutto di una clamorosa collaborazione Mattei-Fulci-Fragasso), azione bellica (Strike Commando, 1987), fantascienza (Terminator 2, 1990), fantascienza bellica (Robowar, 1989). Nessun genere è risparmiato dalla furia iconoclasta del duo e di Mattei in particolare. Il copione è sempre lo stesso: film “commissionati” per sfruttare questo o quel successo cinematografico, spesso made in USA; budget ridottissimi; possibilità, per l’artigiano Mattei, di utilizzare tutte le proprie trovate estreme e trash e tutti i propri mezzi, spesso con un gruppo di attori ricorrenti (Romano Puppo, Massimo Vanni) e con Al Festa alle musiche. Le pellicole sono generalmente ricalcate senza alcuna vergogna su altri film più celebri (Zombi, Robocop), con l’apoteosi di Terminator 2 – Shocking dark, che oltre a sfruttare ignobilmente il titolo del kolossal di Cameron mischia in maniera abbastanza casuale elementi di quest’ultimo e di Aliens ambientati in una Venezia post-apocalittica!

Marchio di fabbrica del duo, ma soprattutto di Mattei, è l’utilizzo di spezzoni tratti da documentari, o direttamente da altri film: la differenza è palese, spesso si tratta di ambientazioni totalmente diverse e di grafiche ancora più distanti, che creano un effetto straniante e involontariamente comico. Ma Mattei non è uno che abbia mai avuto problemi a lavorare con materiale scadente: che fossero film porno o cannibal-movies, gore o fantascientifici, il “mercenario” faceva ciò che gli veniva chiesto, sempre con un gusto particolare per l’eccesso e lo shock. Massacrato dai critici (non senza qualche ragione, per la verità), disprezzato dal pubblico più sensibile, Mattei faceva la fortuna dei produttori per la sua poliedricità: lui faceva sì film di serie C (ma anche D, E, Z…), ma non c’era genere che non rientrasse nel suo palmares. Pur sbertucciando sempre i “pregiudizi” della critica verso il cinema di genere, alimentava questo suo personaggio con dichiarazioni che bene rendevano la sua concezione del cinema (a un giornalista che gli chiese se avesse mai ripreso un vero lebbroso per risparmiare sul make-up, rispose: “no, ma mi hai dato un’idea!”), senza pretese autoriali, ma considerando il cinema come un lavoro, per quanto particolare, con i suoi meccanismi, le sue opportunità e le sue vicende umane. Gli anni ’90 e i primi del nuovo millennio vedono tramontare il cinema di genere italiano. Molti registi si rassegnano e si convertono a generi nuovi, o al lavoro in tv. Molti, ma non Bruno Mattei: lui continua imperterrito a sfornare pellicole su pellicole, sempre con budget ridicoli e sceneggiature ancora più ridicole. E’ un ritorno alle origini per Mattei, che decide di virare nuovamente sull’erotismo, con una serie di soft-thriller molto dimenticabili (Snuff killer – La morte in diretta, Belle da morire). Il cinema del duemila sembra aver dimenticato la stagione dei Mattei, dei d’Amato e persino dei Fulci (anche se quest’ultimo subirà una rivalutazione post-mortem). Ma Mattei tira dritto per la sua strada, e riesce a girare addirittura dei cannibal-movies fuori tempo massimo (Mondo cannibale), una sorta di mischione tra Dal tramonto all’alba e La mummia (La tomba), un women in prison (Anime perse), e soprattutto due film di zombi, tra cui il delirante Zombie – The beginning, entrambi inediti in Italia, e non importa che nel frattempo il mondo sia cambiato e la percezione del cinema non sia più la stessa.

Sono le ultime cartucce del regista, che muore nella sua Roma il 21 maggio del 2007. Contrariamente a Fulci, non sembra ci si appresti a rivalutarne l’opera, e in effetti non pensiamo che fosse quello l’intento di Mattei. Non risulta che girare capolavori sia mai stato un suo obiettivo: piuttosto, ha dimostrato come l’eccesso e la povertà di mezzi non siano inconciliabili, e che con la giusta dose di spudoratezza e inventiva si possono realizzare dei film. Che sicuramente non brillano per qualità o accuratezza della realizzazione, ma che sono nel cuore di ogni romantico adoratore del cinema di serie B. O D, o E, o Z…e tornando alla scelta del regista per un film sulla propria vita, no, non sceglieremmo Bruno Mattei. Ma se lo facessimo, statene sicuri, riuscirebbe a girarlo con diecimila lire, Al Festa alla colonna sonora e spezzoni di cresime e matrimoni altrui inseriti nel filmato.

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“Sergio Grieco ha fatto degli ottimi film, eppure anche per lui mai nessuna ribalta significativa: oggi non si sa neppure se sia mai esistito. La cosa più triste è che al funerale di Sergio c’eravamo solo io e il produttore. Ma il mondo del cinema è spesso così, crudele e senza riconoscenza.”

 

Le citazioni di e su Bruno Mattei sono tratte da:

Questa bella intervista al regista

Questa nostra intervista ad Al Festa

I 10 stereotipi dei b-movies d’azione – Parte II

Leggi della fisica violate, famiglie fatte con lo stampino, minoranze etniche bistrattate: il mondo dei filmacci action non conosce confini nè limiti. Ecco la seconda parte del nostro viaggio nella costruzione di un brutto film d’azione come si deve. Con grande entusiasmo e un pò di vergogna, ecco altre cose da non dimenticare quando si guarda un’opera d’arte dell’azione violenta su schermo.
6 – CATTIVISSIMO LUI

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Alla fine, Jimmy Cameron è solo un Aaron Norris con qualche miliardo in più.

“Bene e male, peccato e innocenza, attraversano il mondo tenendosi per mano” (Oscar Wilde)

Bello, bello, peccato che qui parliamo di film d’azione, non c’è tempo per queste pippe intellettuali. Il bene sta da una parte, il male dall’altra. Soprattutto la seconda. Talvolta (spesso involontariamente) anche i protagonisti dei B-movies hanno qualche sfumatura. Spesso non è voluta, è quasi involontaria, e nasce dal fatto che un personaggio troppo buono, giusto e perfetto è difficilissimo da gestire su schermo, paradossalmente più di un “antieroe”. Questo non vale per i cattivi: il loro ruolo è quello di antagonista, devono fare gli stronzi finchè il buono non trova modalità e tempistiche giuste per spaccargli il culo. Immaginiamo che questa malvagità illimitata a loro concessa sia fonte di grande divertimento per gli attori che li interpretano.
Sulla carta, la maggior parte dei malvagi è mossa da avidità, fanatismo politico o religioso, desiderio di vendetta. Il loro scopo non è tanto il male altrui, quanto il proprio tornaconto. Il problema è che la trasposizione di queste idee avviene spesso ad opera di incapaci, e i cattivi finiscono per diventare delle esilaranti macchiette, proprio dei sadicidimmerda che godono a picchiare, uccidere, spaventare. Gente che investirebbe le vecchiette mentre attraversano la strada, picchierebbe i bambini e obbligherebbe i nemici a guardare repliche di L’onore e il rispetto fino alla pazzia. A volte gli attori che li interpretano sono assolutamente rispettabili (Donald Pleasence ha fatto il macchiettone cattivo per decenni, ma con uno stile raramente ripetibile, proprio perchè lo faceva in film che erano la quintessenza della bruttezza), ma più spesso sono dei carneadi mandati allo sbaraglio, che enfatizzano il personaggio con smorfie assurde e caricando ogni battuta in modo grottesco.
Un’ultima annotazione: a volte l’antagonista principale è risparmiato da tutto ciò e dipinto con una certa cura. Raramente, ma capita. Gli scagnozzi no, sono proprio delle bestie guidate dagli istinti più bassi, e questo rende ancora più ridicoli i loro scontri con l’eroe.
Esempi: i vietnamiti della serie Rombo di tuono, i malvagi dei film ninja (in cui spesso comparivano anche tracce di xenofobia tra cinesi e giapponesi, peraltro), la setta di fanatici di Cobra. Ma, per salire di livello, anche il militare stronzissimo di Avatar: dai, su, solo a me fa ridere per quanto è insensibile e spietato?

7 – IL MONDO E’ PICCOLO

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Ah ah ah, maledetto russo-cino bolscevico, tra 300 milioni di yankees hai beccato proprio Chuck Norris che ora ti aprirà il culo in due parti non uguali!

Nei punti 2 e 3 abbiamo visto come la famiglia, in un film d’azione brutto, non sia altro che un veicolo per coinvolgere lo spettatore: un forte legame positivo, che, se minacciato, darà un senso alla furia omicida del protagonista e aumenterà la tensione emotiva (sic!) per l’esito di quella minaccia. Questo semplice meccanismo ha però anche una valenza opposta, legata ai legami negativi (scusate la ripetizione). Questi sono un mezzo per aumentare la personalizzazione del film e incentrarlo ancora di più su due semplici figure, il buono e il cattivo. Non è una novità: anche nella letteratura greca e latina c’erano dei “fantasmi del passato” tornati alla ribalta, e in fondo ognuno di noi ha qualcuno che gli sta sulle palle e non vede da tanto, ma che potrà incontrare in futuro in chissà che circostanze.
Come spesso accade, il cinema d’azione ha abusato di questo espediente fino a raggiungere risultati a dir poco imbarazzanti. Quante possibilità ci sono, per esempio, che in una città con milioni di abitanti le strade di un criminale di mezza tacca e un poliziotto si incrocino più volte? Quanti reduci dal Vietnam hanno poi incontrato vent’anni dopo i loro carnefici a Los Angeles o New York? Quante possibilità ci sono che tutto questo marasma avvenga per puro caso? Poche, ma non se sei Chuck, o Steven, o Jean-Claude. A volte si aggira l’ingranaggio: il cattivo torna alla ribalta, e i comprimari, ovviamente incapaci, deboli e vulnerabili, si rivolgono al protagonista, che anni prima aveva già affrontato la minaccia. Vada come vada, il risultato è uno solo: non esiste che un qualsiasi poliziotto o soldato uccida il cattivo nella concitazione di una sparatoria, il cattivo viene sempre arrestato\ucciso dal protagonista. I ruoli sono ben definiti: la spalla del buono può al massimo affrontare la spalla del cattivo, i comprimari inutili si ammazzano tra loro: ma il piacere di uccidere il villain spetta solo all’eroe.
Esempi: Invasion USA, che si basa tutto su questo concetto. Un vero e proprio monumento alla “questione personale”.

8 – L’AMICO SCEMO

8 - l'amico scemo

In Kickboxers ci sono ben due amici scemi, uno rientra anche nella categoria del “nero spalla del protagonista”, l’altro è grasso, quindi vale come minoranza vessata.

Costruire un film su una sola persona non è per niente facile, neppure se quella persona è il sommo Chuck Norris o il famosissimo Schwartzenegger. Qualche volta si può fare (Invasion USA ne è un esempio davvero esilarante), ma più spesso, a malincuore, bisogna ricorrere a una spalla. Già, ma come si sceglie la spalla ideale? Non può essere una bella gnoccolona, perchè attirerebbe l’attenzione; ma neanche uno troppo bello o troppo sveglio: se paghi milioni di dollari per scritturare un burino famoso, è seccante vedere gli spettatori che guardano il culo alla sua spalla o simpatizzano più per quest’ultima che per lui. E’ qui che entra in scena lui, l’immancabile, l’oggeto del desiderio di ogni regista action con poche idee: l’amico scemo.
Da adolescenti, immaginavamo spesso questa situazione: quando vuoi uscire con una ragazza molto bella ma tu non ti senti un granchè, puoi rimediare portando con te un amico ancora più brutto e stupido di te. Dopo mezz’ora in compagnia di entrambi, la ragazza in questione sarà disposta a concedersi anima e corpo a voi per disperazione: ai suoi occhi, diventerete un mix perfetto di Brad Pitt e Alberto Angela. Più probabilmente, la ragazza vedrà te e l’amico come una coppia stile Gianni e Pinotto e non vorrà più vedere nessuno dei due, ma questo è un altro discorso. L’amico scemo serve esattamente a questo: ad esaltare le qualità positive del burino famoso, e allo stesso tempo a risolvere quelle situazioni che necessitano dell’intervento di un’altra persona. Come si diceva al punto 7, spesso l’amico scemo è utile per falciare gli scagnozzi del villain, permettendo al suo collega\amico di concentrarsi sul cattivo più prestigioso. A volte rientra nel punto 1, essendo nero o comunque non bianco (ecco, vedete? Abbiamo permesso a uno di voi di affiancare il nostro beniamino! Non siamo razzisti, visto? Ora tornate nel ghetto!). Nei rari momenti in cui i due non menano le mani, si esibisce in battutine dall’umorismo infantile, magari a sfondo sessuale, e in esclamazioni irritanti tipo “ma che diavolo…ehi, fratello!”, “ce la siamo vista brutta eh?” e similari. Non è raro che sia anche un allupato cronico, più attento a qualsiasi essere umano dotato di vagina che a quelli dotati di pistole.
Il suo unico riscatto è il più banale: la morte. Dopo una vita da scemo, egli si evolve in un’altra creatura: l’amico scemo che muore da eroe. RIP, insegna agli angeli ad essere scemo.
Esempi: Calvin di Hellbound, Gonzales in Cobra, il ragazzotto stupido di cui non ricordo il nome in Kickboxers.

9 – GLI INDISTRUTTIBILI

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Esiste una scena più abusata della fuga APPENA IN TEMPO con esplosione dopo pochi secondi? Sarebbe bello vedere un film che si conclude col protagonista che salta in aria, ogni tanto.

Un capitolo a parte, quando si parla di scontri, botte e sparatorie, va dedicato al corpo a corpo. Il genere delle arti marziali nasce con questa necessità: coniugare gli scontri a mani nude con un’epoca storica in cui i cattivi non vanno tanto per il sottile e usano pistole, fucili, esplosivi. Riuscirci è difficilissimo: molto più facile fare delle vaccate. E, manco a dirlo, noi vogliamo proprio quelle! Tra l’altro, alcune icone di questo genere sono degli atleti più che attori (e su questo c’erano davvero pochi dubbi), insomma: l’unica cosa certa è che spaccheranno culi.
Diciamoci la verità: un qualsiasi criminale combatterebbe chi cerca di fermarlo sparandogli. Se si ha l’occasione di avere una banda, basta attaccare tutti insieme, e anche il più esperto di arti maziali di questo pianeta non avrà scampo. Nei film, invece, i malavitosi sono molto ben educati: attaccano uno per volta, senza un criterio (vedi punto 6: gli scagnozzi sono dei cavernicoli privi di pollice opponibile), a testa bassa, consentendo al protagonista di metterli facilmente fuori gioco. E se uno di loro ha una pistola? In quel caso vale il punto 10: si metterà a parlare, si distrarrà e consentirà al nostro ignorantone di sbarazzarsene.
Anche la resistenza fisica è un problema da femminucce: Norris e Seagal vengono picchiati, umiliati, torturati, e al massimo hanno un rivolo di sangue sulla fronte (o una ferita alla spalla, giusto per far vedere che anche loro soffrono). Li accoltellano o gli sparano? “non hanno leso organi vitali”, frase che di solito permette loro di farsi un’oretta buona di film come se niente fosse. E gli altri? Per gli altri basta un pugno, una botta in testa, per farli stramazzare a terra. Quando vengono colpiti loro, sono sempre organi vitali. Ciao ciao, è stato bello. Talvolta questa indistruttibilità fisica raggiunge livelli clamorosi, come in Invasion USA (lo so che ne parlo sempre, ma guardatelo, è un capolavoro), in cui Chuck Norris spara un colpo di bazooka a un paio di metri di distanza senza neppure spettinarsi.
Esempi: più o meno tutti i film con Chuck Norris e Steven Seagal. Van Damme no, almeno lui si fa menare come una pignatta prima di trionfare e alla fine è sempre messo peggio del debito greco.

10 – CHIACCHIERE, CHIACCHIERE E ALTA PSICOLOGIA

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Nei remake turchi i personaggi si comportano spesso in modo incomprensibile. Anche le trame lo sono. Anche i dialoghi. Vabbè.

Questa era facile, dai. E, come alcune delle altre, non è una prerogativa del cinema d’azione. A nostro avviso, però, è un’aggravante: stiamo parlando dell’incredibile logorrea dei cattivi, che li porta a chiacchierare e a distrarsi, di solito con conseguenze letali. In un genere come il trash action, in cui i dialoghi sono ridotti all’osso per lasciare spazio ad inseguimenti, scontri ed esplosioni, questo irritante espediente narrativo risalta ancora di più. PREMI QUEL FOTTUTO GRILLETTO E SMETTILA DI PARLARE! Invece no, “prima di ucciderti ti dirò cosa voglio fare”, “lascia che ti racconti perchè lo faccio”, “sei arrivato fin qui, prima di morire ti meriti una spiegazione”. Manco a dirlo, quella spiegazione segna la fine del villain, sopraffatto nel suo momento di logorrea dal sempre attento protagonista. Sparagli per Dio, sparagli!
Ovviamente i protagonisti positivi non sono esenti da questi attacchi di imbecillità compulsiva, e hanno anche loro dei bei momenti in cui si comportano nel modo peggiore possibile. Forse i personaggi sanno di non poter morire per contratto (negli action trash il protagonista non muore, con quello che costa ingaggiarlo!) e si comportano di conseguenza? Sfondando la quarta parete e portando a una sovrapposizione totale tra attore e ruolo? No dai, basta cazzate, la verità è che i personaggi dei film d’azione sono stupidi, tutti quanti. Un corollario per i film d’azione turchi: in quei casi i personaggi non si limitano a un monologo, ma partono da molto lontano, con tono solenne, a volte andando a ripescare episodi della storia turca. Per dire, tutto il mondo è paese.
Perchè loro sono dei duri. Sono cazzuti. La razionalità è roba da finocchi, la riflessione la lasciano a noi mezzeseghe. Loro spaccano i culi.
E noi guardiamo le loro gesta e ci gasiamo, e ci sentiamo cazzutissimi anche noi. Anche un pò ignoranti, a dirla tutta.
Che belli i filmacci.