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Arctic predator – Terrore tra i ghiacci

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Uh che figo! Dove si compra l’action-figure di ‘sto coso?

Di: Victor Garcia
Con: Dean Cain, Lucy Brown, Steven Waddington, Erbi Ago, Louisa Clein

Io amo John Carpenter. Amo i suoi film. Mi piacciono così tanto che sono disposto a perdonarli per la miriade di sequel apocrifi e imitazioni becere che hanno generato nel corso dei decenni. Arctic predator (che dal titolo ci aveva fatto sperare in un grandioso remake del Predator con Schwartzy ambientato al Polo) si ispira chiaramente, nell’ambientazione e nel canovaccio, alla Cosa del regista americano: un gruppo di ricercatori in mezzo ai ghiacci minacciati da una “cosa” aliena che li decima.

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Lo volevate fatto bene come nella locandina eh? Illusi.

Stavolta, però, il protagonista non è quel bad-ass di Kurt Russell, ma il pacioso Ross, che si porta dietro un dramma del passato: un suo antenato che si comportò da vigliaccone abbandonando una nave nei ghiacci, proprio la stessa nave che il suo pro-pro-pronipote andrà a ritrovare, liberando al contempo l’alienone di ghiaccio che dormiva tranquillamente da 200 anni. Il mostro si nutre di calore umano, e per farlo “trasforma le vittime in ghiaccioli”, come tutti ripetono continuamente. A quanto è quotato il sacrificio finale del protagonista, che riscatta così l’onta dell’antenato fifone? 1.02? Ecco, appunto.
Il curriculum del regista Garcia è costellato di titoli horror senza infamia nè lode, spesso ispirati a successi internazionali di ben altra caratura. Ecco, Arctic predator non sfugge più di tanto al copione: è brutto, brutto forte; ma non abbastanza forte da essere spassoso. I personaggi sono tagliati con l’accetta: gretti e avidi, obbediscono esclusivamente a logiche economiche ed utilitaristiche, calcolando l’esito delle proprie ricerche in termini monetari e sbattendosene del tutto sia dell’impatto scientifico che (e questo fa ridere non poco) del destino dei propri compagni. Le numerose morti che si susseguono per novanta minuti sono infatti accompagnate da reazioni ai limiti del surreale, con i beceri scienziati che elaborano il lutto con un’alzata di spalle e riprendono a calcolare quanti dollari potrebbero guadagnare da qualsiasi cazzo di oggetto. Per riempire un pò il canovaccio c’è anche una specie di triangolo amoroso, con una scienziata contesa tra due personaggi, ma è talmente poco interessante che neppure gli sceneggiatori hanno pensato di approfondirlo.

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“Oh mio Dio, guarda: un espediente narrativo spaventosamente telefonato!”

E l’arctic predator? Ce la da qualche gioia? Sì e no. Come al solito, si tratta di una elaborazione grafica scattosa e dalle proporzioni variabili a seconda delle scene, realizzata con cinque euro e due Goleador, che uccide in una lunga serie di scene telefonate e agisce in mezzo a ghiacci ancora più finti di lui. A un certo punto viene pure ucciso grazie al geniale piano architettato da uno dei due del triangolo (non il protagonista), ma siccome questo impedirebbe a Ross di bullarsi col sacrificio riscattatore si fa in modo che il mostro sopravviva (come? Perchè? Mah) facendolo poi crepare in una banale esplosione. Peccato, speravamo meglio.

Produzione: USA (2010)
Scena madre: quell’intro farlocchissimo, con e navi in CG e l’arrivo dell’alieno (ma i marinai come fanno a fuggire? Boh) meritava maggior giustizia.
Perchè sì: perchè le imprese di quel bruttone del predatore di ghiaccio, ogni volta diverso dalla scena prima, sono da gustare attentamente.
Perchè no: perchè, e questa non è una novità in film del genere, quando il bestio non c’è la noia regna sovrana.
Potresti apprezzare anche…: Bone eater, del maestro Wynorski, non fosse altro che per la curiosa somiglianza tra i due antagonisti.
Come trovarlo: siamo sicuri che il canale SyFy non se lo lascerà sfuggire.

Un piccolo assaggio: (è talmente ridicolo che non siamo riusciti a trovare uno straccio di filmato, quindi beccatevi ‘sto documentario sui veri predatori del Polo)

2,5

Il sottile fascino del peccato

"Un film di Bruno Liegi Bastonliegi" (cit.)

“Un film di Bruno Liegi Bastonliegi” (cit.)

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Franco Salvia
Con: Milena Miconi, Nino Castelnuovo, Nando Gazzolo, Lorenza Guerrieri, Danny Quinn, Carmen Trigiante

Il male si annida nei menadri più oscuri di ognuno di noi; si annida nell’ignoto, in cui abbiamo paura di guardare. Il male si annida ad Alberobello. Non ci credete?
Chiedetelo a Giada Gardini. E chi è Giada Gardini? Che domande: Giada è una famosa scrittrice che torna al paese natio, Alberobello appunto, per i funerali della madre, morta suicida. Ma è davvero così? Premessa: Giada è diventata famosa scrivendo libracci zozzi, in cui gagliarde fanciulle concedono le proprie grazie a bruti pervertiti. Questo non ha influenza più di tanto sulla trama, ma servirà da giustificazione per tutta una serie di scene di nudo e battutine sconce. La ragazza sente puzza di bruciato: nel paese si aggirano infatti, nell’ordine: una donna-strega che seduce anziani signori possidenti semplicemente dandogliela; un uomo d’affari dall’incredibile nome di Fabrizio Miccolis; vecchi amici di Giada che vogliono chiaramente farsela tradendo la fedeltà coniugale; una setta satanica random alle dipendenze della strega. Non è dato sapere come si incrocino queste storie: Giada si mette a indagare con mezzucci davvero tremendi, incluso uno spogliarello a casa di Miccolis e lo sfruttamento dell’amico arrapato, senza ottenere risultati. L’indagine è peraltro funestata da misteriosi persecutori che Giada deve fronteggiare e da un gruppo di suonatori da sagra di paese che compare non si sa perchè a fare da intermezzo. Il finale è tutto un susseguirsi di colpi di scena scollegati: Miccolis era d’accordo con la strega per fregare i terreni, il poliziotto a cui lei si era rivolta (e che ci aveva provato dopo cinque minuti cinque) è un viscido traditore ingrifato e l’amico scemo molla la fidanzata per farsi l’insopportabile Giada. E la setta satanica? Boh, compare alla fine in un’ultima inquadratura, ma non si capisce perchè. Ah, comunque la madre di Giada si era suicidata perchè…perchè…ma niente, era coinvolta nella setta, vi basti questo. Tanto, una volta arrivati al finale non ve ne fregherà niente, in ogni caso.
Sarebbe bello fare l’elenco di tutte le mancanze di questo film, ma siccome non abbiamo voglia di scrivere quindici pagine di recensione ci limiteremo alle più clamorose. Partiamo dal fatto che il regista Salvia non ha la minima idea di come si giri un film: non per la sceneggiatura (di cui parleremo) ma proprio in senso tecnico, le inquadrature sono da filmino delle vacanze, l’audio è quel che è e la fotografia da telenovela brasiliana non aiuta, complici anche gli zoom imbarazzanti che sembrano frutto di una distrazione di qualche addetto. I fruscii e ronzii dovuti a una malagestione dell’audio non si contano, così come i cambi di inquadratura con i valori sballati (con frasi e immagini che sfumano a casaccio). Bè, i mezzi sono quel che sono, e gli attori? Peggio mi sento. Qualcuno di loro non è neppure così sconosciuto: Nino Castelnuovo e Nando Gazzolo, per dire, sono volti noti, che incredibilmente si prestano a tale disonorevole scempio. Il premio come peggior attrice (davvero canina, in tutti i sensi) spetta alla protagonista Milena Miconi: la sua recitazione è indefinibile, sembra un bambino che imita un’altra persona pompandone apposta certe caratteristiche. Diciamo solo che quando mostra le tette (e per fortuna accade più di una volta) le tette stesse sono più espressive e convincenti di lei. Ma che cos’è un pessimo attore senza una sceneggiatura delirante? Detto, fatto. Non ne siamo certi, ma è probabile che Salvia abbia avuto fondi o sovvenzioni dalla Pro Loco di Alberobello. Quale altro motivo è plausibile per aver scelto la pacifica cittadina pugliese come teatro di un “thriller esoterico”? In fondo cosa c’è ad Alberobello a parte i trulli? Già, i trulli: tutti quanti ci abitano dentro, e le riprese di Alberobello di notte sono degne di un depliant da agenzia di viaggi. Le inquadrature insistite con i nomi di alberghi, bar e ristoranti locali confermano l’idea che a Salvia importi poco del thriller e molto della pubblicità.
La ciliegina sulla torta è una assurda scritta finale in cui si dice che, in pratica, non ci sono davvero sette sataniche ad Alberobello, insomma esistono solo nella mente del regista, turisti venite pure!
Ah, piccola nota di costume: l’attore che interpreta il malvagio Fabrizio Miccolis (ripetiamo, Fabrizio Miccolis, cioè, ma come si fa?, deve esserci un collegamento con il calciatore, ma quale? Che si era fumato il regista, la Salvia? Ok, scusate) è il fratello di Michele Placido. In effetti ci somiglia.

Produzione: ITA (2010)
Scena madre: l’istinto dice “lo spogliarello di lei”, ma la ragione sceglie le deliranti sequenze di balli locali con tanto di orchestrina. Incomprensibili, ma sono la parte migliore del film.
Punto di forza: molti registi, temendo di realizzare un cult trash, frenano quando si tratta di spararla grossa. Ecco, per fortuna Salvia non è uno di quei registi.
Punto debole: non essendo la trama di alcun interesse e mancando la suspense, si fa fatica a vederlo tutto.
Potresti apprezzare anche…: Cattive inclinazioni.
Come trovarlo: è uscito il DVD, su Amazon è quotato 5 euro. Se no scrivete al regista sul suo sito, è probabile che vi risponda!

Un piccolo assaggio: (ecco qua il trailer direttamente dal canale Youtube di una delle attrici: notare la descrizione sgrammaticata e il commento sotto che definisce il film “un thruller”)

2

Zombie apocalypse

Curiosamente, il titolo su questa locandina include l'ormai abusatissimo anno 2012.

Curiosamente, il titolo su questa locandina include l’ormai abusatissimo anno 2012. Chissà perchè.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Nick Lyon
Con: Ving Rhames, Taryn Manning, Johnny Pacar, Eddie Steeples

Maledetti, per un momento ci eravamo cascati! I primi minuti di questo Zombie apocalypse ci avevano quasi convinti che questo ennesimo plagio Asylum fosse davvero un bel film, non paragonabile ai capolavori di Romero, ma neppure inferiore a L’alba dei morti viventi di Snyder, in cui già recitava Ving Rhames (remake che a chi scrive non è piaciuto per niente). Ma come quest’ultimo film (che iniziava con uno splendido collage di sequenze con sottofondo di Johnny Cash), anche questa produzione si caratterizza per un inizio ingannevole. Bando alle ciance, comunque. Il mondo è caduto in mano ai morti viventi, e la trama si svolge sei mesi dopo, una trovata abbastanza inutile che porterà numerose incongruenze. Tre persone vagano per una Los Angeles spettrale: sono Ramona, una bionda insopportabile, il suo amico Kevin ed Eddie Steeples, più noto al grande pubblico come Gamberone di My name is Earl. I tre (anzi, i due, chè Kevin si fa ammazzare subito senza opporre alcuna resistenza) incontrano un gruppo di sopravvissuti: insieme a loro decidono di dirigersi all’Isola di Santa Catalina dove, stando alle informazioni in loro possesso, ci sono ancora dei sopravvissuti. Il viaggio dei nostri eroi non è per niente facile: gli zombi sono sempre in agguato; questi morti viventi sono molto strani, alcuni corrono, alcuni stanno fermi, tendono agguati e sembrano intendersi di strategia militare. Il gruppo se la cava anche grazie all’incontro con degli arcieri, ma alcuni di loro cadranno in battaglia. Il finale, un crescendo rossiniano di assurdità, vede i superstiti aspettare la nave che dovrebbe venire a prenderli e intanto combattere con delle tigrone zombie fatte malissimo. Alla fine la nave arriva e…non vi sveliamo come finisce, non è niente di eccezionale, ma ci ha lasciato un pò l’amaro in bocca, dalla Asylum ci aspettavamo di meglio.
Quasi ogni film Asylum è la risposta a qualcosa: Zombie apocalypse si ispira abbondantemente a L’alba dei morti viventi di Snyder e a The Walking Dead. Avremmo voluto vedere una versione tarocca di quest’ultimo, ma purtroppo Nick Lyon si limita a copiare qualche personaggio: il giovane timido smilzo ma agile (Glenn) e soprattutto la ragazza di colore che usa la katana, un pò forzata in un film in cui lo spessore dei personaggi è pari a zero. Il cast si divide tra attori discreti (il sempre bravo Ving Rhames e Eddie Steeples) e monoespressivi catatonici (quasi tutti gli altri): segnaliamo per curiosità che il capo degli arcieri è molto somigliante a Rafael Benitez, e come lui fa l’allenatore anche nel film. Le attrici sono tutte scelte tra gruppi di modelle di varia nazionalità, chissà perchè nelle apocalissi di questo tipo non si salvano mai bruttone brufolose e sovrappeso. Detto del cast, passiamo alla sceneggiatura: Lyon decide di far passare sei mesi dallo scoppio dell’infezione al presente. Perchè mai? Non ha alcuna utilità di trama, tant’è che molti film di zombi sono ambientati pochi giorni dopo l’apocalisse! In compenso, il dato aumenta di molto la puerilità della storia: chi ha tagliato l’erba in quei sei mesi, dato che tutti i prati presentano un taglio all’inglese perfetto? Com’è possibile che in tutto quel tempo l’unico danno agli edifici sia una colonnina di fumo in CGI che sale dai grattacieli? E soprattutto, perchè alcuni zombi sono giustamente decomposti e altri sono freschi come una rosa? Oltretutto i personaggi si comportano come se la situazione fosse una cosa nuova per loro, mentre, come  ammettono in più parti del film, sono mesi che ammazzano zombi a spasso per l’America.
A proposito di zombi: il make-up non è malaccio, alcune comparse hanno delle maschere indegne e sono truccate solo dal collo in su, ma nel complesso il trucco si può anche promuovere. Resta da capire perchè si siano aggiunti dei boss in stile videoludico, tipo il culturista zombi alto tre metri, ma vabbè, non chiediamo troppo. Concentriamoci invece sulla scena che ha lasciato perplesso chiunque abbia visto il film. Sto parlando delle tigri. Noi stavamo guardando il film, con i personaggi, i morti viventi, qualche scena simil-sentimentale…eravamo tranquilli, ed ecco che il regista, preso da chissà quale trip di acidi, ci piazza le tigri, o almeno quelle che sembrano tigri: due animali storpi, gobbi e sformati, vagamente somiglianti appunto a tigri o ghepardi, arrivati da chissà dove e realizzati con una grafica digitale decisamente peggiore a quella usata nel resto del film. Peraltro la scena ha il solo effetto di sfoltire il gruppo e occupare cinque minuti. Ci ha lasciati esterrefatti. Nel complesso un film non eccezionale, in bilico tra l’esagerazione trash e il desiderio di mantenere una patina di serietà. Si lascia guardare, comunque.

Produzione: USA (2011)
Scena madre: quella delle tigri, ovviamente.
Punto di forza: la volontà della Asylum di alzare l’asticella della qualità è encomiabile. Se mi ci metti le tigri zombi, però, tanto vale.
Punto debole: è discretamente noioso, e le scene migliori iniziano ad arrivare da metà film in poi.
Potresti apprezzare anche…: Automaton transfusion.
Come trovarlo: incredibilmente, Zombie apocalypse è stato distribuito IN ITALIANO! Succede molto raramente con i film della Asylum, e quando capita lo segnaliamo volentieri!

Un piccolo assaggio: (un documentario sulla realizzazione, purtroppo solo in inglese. Per chi mastica un pò la lingua, è davvero interessante)

2,5

Big tits zombie

Adoro questo genere di cose!

Adoro questo genere di cose!

[Krocodylus, Satchmo]

Di: Takao Nakano
Con: Sora Aoi, Risa Kasumi, Mari Sakurai

Sono film come questi che ti riappacificano con il mondo della serie Z; la riscossa dell’azione orrorifica giunge dall’Estremo Oriente. Il regista nipponico Takao Nakano, avvalendosi di un cast d’eccezione (tra cui spicca la prestigiosa pornostar Sora Aoi), confeziona una pellicola totalmente sconclusionata che è quasi un manifesto del trash made in Japan moderno.
Siamo ovviamente in Giappone, come ben si capisce dalle ossessive inquadrature del monte Fuji a sottolineare l’elemento geografico. Le quattro protagoniste sono delle ballerine spogliarelliste che si esibiscono in un teatro fatiscente la cui clientela non supera mai le tre-quattro unità. Vivono in una stanzetta piena di oggetti kitsch e ricevono uno stipendio irrisorio dal loro bieco datore di lavoro. Convinte ad accettare un lavoro in un porno-resort termale (lo chiamano così!), dopo una notte di bagordi insieme ad un nano deforme e ai suoi amici, dei grassoni ributtanti che usano le ragazze come tavoli per magnare, realizzano quanto sfigate siano; intanto, scoperto un passaggio segreto sotto la loro stanza, trovano un libro con il quale una di loro, la più scema, resuscita i morti. Così, dicendo due formulette in giapponese (notare che il libro è descritto come italiano e risalente al seicento!); una di loro viene subito sbranata, una si chiude in cantina, una viene morsa e le altre due si armano. Segue una mezz’oretta un pò ripetitiva, con gli assalti dei non-morti che culminano immancabilmente in carneficine, grazie soprattutto alle katane e alla motosega (spenta) delle due fanciulle. Liberatesi dell’amica morsa con un proiettile nel cranio, affrontano la ragazza che si era chiusa nello scantinato: costei ha imparato a controllare gli zombi e, non si sa bene perchè, vuole conquistare il mondo trasformando tutti in morti viventi senza personalità. Dopo un’epica battaglia, fonte di quasi tutte le risate del film, è il momento della resa dei conti tra le due superstiti e la spocchiosa antagonista. La situazione si conclude all’incirca con un pareggio, almeno finchè sbuca dall’inferno un diavolaccio blu, incredibilmente somigliante al Mago Otelma, che si scusa per il casino combinato, riporta all’inferno zombi e traditrice e si dilegua.
Nakano decide di non prendersi affatto sul serio e di citare a mani basse i maggiori cult movies amati o diretti da Quentin Tarantino. Non per nulla, una delle protagoniste indossa un completo succinto con gli stessi colori che vestiva al Thurman in Kill Bill, e non si contano le situazioni e gli effetti musicali che omaggiano il cinema di Sergio Leone (compreso lo stratagemma della pallottola al cuore già usato in Per un pugno di dollari). La sua ironia e alcuni momenti di comicità volontaria gli impediscono di essere un capolavoro assoluto del trash. Tutto il resto è semplicemente merdaviglioso: come il titolo promette, ci sono zombi, sangue e tette in abbondanza, mostrate nei momenti più inopportuni e inquadrate con primi piani anatomici che valorizzano al meglio le grazie delle cosiddette attrici. A dir poco impressionante la genialità degli zombi: come realizzare orde di morti viventi avendo a disposizione una quindicina di comparse al massimo? Usandole allo sfinimento! Ecco che alcuni non morti compaiono un pò ovunque: in particolare il clone di Slash dei Guns & Roses e l’infermiera appaiono al cimitero, nella cantina, nel capannone e per strada! Alcuni di essi sono in grado di usare katane e altre armi; una delle ballerine sbranate, zombificata per l’occasione, ha anche la capacità di trasformarsi in una specie di mostro tentacolato e con una lingua lunga un metro. Ma è veramente impossibile descrivere nel dettaglio il mare di cattivo gusto in cui Big tits zombie sembra affondare: nudi del tutto casuali, decapitazioni, effetti sanguinolenti fatti con dieci lire, dialoghi insensati e tanta autoironia, che comunque non guasta alla carica trash della pellicola. L’apoteosi del brutto si raggiunge forse nella scena in cui, subito dopo l’evocazione degli zombi, i primi a risorgere sono i pesci essiccati nella cucina delle ragazze; primo esempio nella storia del cinema di sushi non-morti!

Produzione: Giappone (2010)
Scena madre: di norma gli zombi si trasformano lentamente, passando a poco a poco dalla coscienza al puro automatismo stile film di Romero. Qui no: la loro amica morsa passa, da un secondo all’altro, dalla più completa lucidità all’essere una belva assetata di sangue che, dulcis in fundo, sputa fuoco dalla vagina. Mica cazzi.
Punto di forza: spesso nei film di zombi il copione prevede sempre gli stessi clichè. Ecco, non qui: il regista ha idee originalissime!
Punto debole: sarà che conosciamo poco la cultura giapponese, ma certe trovare erano francamente incomprensibili.
Potresti apprezzare anche…: Bong of the dead.
Come trovarlo: soltanto in edizione straniera; non è mai stato tradotto in italiano.

Un piccolo assaggio: (un tra(sh)iler è l’unica cosa che si possa mettere su Youtube senza incappare nella censura!)

4,5

Stonehenge Apocalypse

KABOOM! E buona fine del mondo!

KABOOM! E buona fine del mondo!

Di: Paul Ziller
Con: Misha Collins, Torri Higginson, Peter Wingfield

Stonehenge Apocalypse è il classico film ispirato alla mania delle profezie Maya, tanto in voga nel 2012 e pubblicizzato, in Italia, da Roberto Giacobbo e da trasmissioni spazzatura come Mistero. Mai nessuno, però, era arrivato a partorire una storia così scombiccherata e priva di senso; Paul Ziller ci è riuscito.
Le prime scene ci danno subito un’idea dell’inettitudine di fondo della pellicola: un orrendo primo piano di Stonehenge rifatta completamente, erba e sassi, con un digitale farlocchissimo orribilmente bidimensionale. L’azione si sposta nel Maine, dove degli archeologi rinvengono un raro reperto geroglifico egizio (?) di plasticaccia. Ci piazzano una chiave egizia ed ecco che…le pietre di Stonehenge iniziano a muoversi, escono delle saette che inceneriscono un gruppo di ignari turisti (notare le esilaranti espressioni della guida). A questo punto entra in scena il nostro protagonista, un insopportabile dee-jay che si bulla di essere uno scienziato scomodo, fa l’alternativo e viene sfottuto dagli ascoltatori. Lui, non si sa perchè, è in contatto con l’archeologo del Maine, sente la notizia su Stonehenge e in due minuti ha già capito cosa sta succedendo. Arrivato sul luogo, supera la quarantena imposta dall’esercito saltando uno steccato (giuro!) e va a curiosare intorno ai megaliti, facendo foto e registrando amenità parascientifiche. Rimasto più o meno coinvolto in un’esplosione elettromagnetica, viene imprigionato, non prima di aver vagato per ore e ore in territorio occupato senza essere disturbato da nessuno. Mentre lui si gode le sbarre, il regista piazza quello che è il vero colpo di genio del film: per qualche motivo a noi ignoto, le piramidi di tutto il mondo si trasformano in dei meccanismi iper-tecnologici che eruttano come dei vulcani causando la distruzione di Messico, Indonesia ed Egitto, anche se non frega un cazzo a nessuno in Inghilterra; nello stesso momento appare dal nulla, sui computer degli scienziati, un conto alla rovescia di 37 ore, mai nominato prima, alla fine delle quali dovrebbe esserci tipo una catastrofe planetaria. La necessità spinge l’esercito a richiamare il nostro eroe, che si scopre essere uno pseudo-scienziato spocchioso e deriso dalla comunità scientifica: questi sentenzia, senza spiegare alcunchè, che la fine del mondo è alle porte, e che l’unico modo per evitarla è usare il meccanismo di Anticitera come chiave di Stonehenge. Dopo il gigantesco “e sticazzi!” del pubblico, si scopre il vile tradimento dell’archeologo del Maine, che fa spuntare una piramide in mezzo a una risaia, si fa accoppare dal protagonista e gli manda contro uno scienziato pazzo. Lo scontro finale vede il dee-jay scienziato trionfare e sacrificarsi, con un fascio di luce tamarrissimo che riporta la pace sulla Terra. E vissero felici e confusi.
La sceneggiatura, che perde di senso logico dopo le prime due sequenze, è un capolavoro di povertà narrativa, arricchita da supercazzole scientifiche e teorie assurde in linea con lo spirito new-age del film. Che cosa possa collegare i maya, gli egizi, Stonehenge, una setta di esaltati e gli alieni (sì, sì, ci sono pure loro, o almeno ne parla spesso il protagonista!) con il meccanismo di Anticitera resta un mistero. Notare come i luoghi prescelti per la distruzione totale siano collegati tra di loro da presunte “linee elettromagnetiche” inventate sul momento dallo sceneggiatore e inesistenti in natura. La spiegazione del babbeo è che “il pianeta si sta terraformando”; siamo andati a cercare, pare che questa parola significhi “sta diventando simile alla Terra”. Che vuol dire? Ah, non guardate noi. L’esercito, da parte sua, fa sempre una figuraccia: per tutto il film non capiscono nulla di cosa stia succedendo, imprigionano l’unico che ha capito qualcosa e, come soluzione, propongono un trattamento “all’americana”: una bomba nucleare, che è sempre il secondo\terzo tentativo per risolvere qualsiasi problema da parte dei militari americani. Il finale dispiega tutta la sua improbabilità fracassona: nella piramide della risaia nel Maine, i pazzi new-age sorridono pensando alla fine del mondo, convinti di essere al sicuro: saranno meticolosamente falciati dalle forze di polizia in un assalto a suon di mitra e granate.
La recitazione varia dallo squallido all’inguardabile, con picchi particolarmente comici nelle scene di interazione tra la scienziata e il protagonista: sono due personaggi poco credibili, interpretati da due attori incapaci e quasi irritanti nella loro saccenza sconfinata. Gli effetti speciali…mai vista una CGI così dozzinale, il Paint di Windows 95 avrebbe fatto di meglio…purtroppo il regista, ben conscio dei propri mezzi scarsi, centellina le scene del disastro, ripetendo sempre le stesse esplosioni senza mostrare masse di cadaveri abbrustoliti, monumenti che crollano e tsunami alti due chilometri. Il film ideale per i catastrofisti di Mistero, su Italia 1!

Produzione: USA (2010)
Scena madre: l’eruzione delle piramidi in Egitto. La sola idea fa guadagnare al film un punto in più!
Punto di forza: i film catastrofici sono quasi sempre divertenti, realizzati con due soldi e zeppi di scene trash, e questo non fa eccezione.
Punto debole: la mancanza di scene di disastro globale, affidate agli effetti digitali, nuoce alla piacevolezza complessiva.
Potresti apprezzare anche…: 2012 – Supernova.
Come trovarlo: è uscito anche in italiano, suggeriamo di aspettare che arrivi al Ciclo Alta Tensione di Canale 5.

Un piccolo assaggio: (il trailer….per chi fosse interessato, su Youtube c’è anche l’intero film in francese, tanto visti i dialoghi…)

3,5

In the market

C’è pure la musica dei Clash!

Di: Lorenzo Lombardi
Con: Ottaviano Blitch, Marco Martini, Elisa Sensi

Prima di cominciare, ringrazio l’amico Karinzio che, recensendo questo film su Youtube prima di me, mi ha dato occasione di conoscerlo. Chiedo quindi a quanti leggeranno questa recensione di dare un’occhiata a quella del Karinzio, il cui link troverete più in basso.

E ora passiamo al film. In the market è una produzione indipendente di un tipo appena uscito dal DAMS di Roma. Questo va detto a suo merito. Purtroppo, il primo tentativo cinematografico del buon Lorenzo è quello che è. Vediamo la trama: i tre protagonisti, David, Sarah e Nicole, sono tre insopportabili giovanotti che, convinti di essere in Texas, vagano per l’Umbria cazzeggiando nel modo più totale. Il loro viaggio sarebbe, testualmente, “senza meta”, ma poi scopriamo che vogliono andare ad un concerto. Senza meta un par di palle, insomma. Giunti a una pompa di benzina in mezzo al nulla, le due ragazze ne approfittano per farsi leggere il futuro da una cartomante. Che cosa ci faccia lì la vecchiaccia hippie non è dato saperlo, ma va detto che con le sue previsioni ci azzecca in pieno. Ma l’imprevisto è in agguato! Due rapinatori mascherati (uno c’ha una voce da scemotto che fa quasi tenerezza) rapinano il povero benzinaio, che si trastullava guardando A prova di morte di Tarantino. I tre idioti, arrivati nel frattempo in un market senza un soldo in tasca, attuano il loro piano geniale: chiudersi nei bagni e aspettare che il supermercato chiuda, per poi mangiare a sbafo. Quello che non hanno calcolato, però, è la presenza di un macellaio psicopatico assassino, tale Adam. Costui è il vero protagonista del film, e a mio modesto parere è anche più simpatico delle sue vittime: in un monologo di quasi mezz’ora, intervallato da pochissime, ma gustose scene splatter, racconta di essere laureato in antropologia e sciorina tutte le sue conoscenze sul cannibalismo, provvedendo poi a fare a pezzi i tre. Solo una sembra salvarsi ma…finale a sorpresa banalissimo che non si capisce bene se sia un inno al vegetarianesimo o un tentativo fallito di satira sociale.
Le stelle e strisce soppiantano il tricolore nella mente di Lorenzo Lombardi: nel suo film, l’Umbria diventa la nuova California. Persino gli orari del market, senza un perchè, sono in inglese (c’è pure una citazione di Dal tramonto all’alba, ma è troppo vergognosa per riportarla). Le radio, giusto per dare un’atmosfera da Terzo Mondo, parlano messicano, e le canzoni sono quasi tutte in lingua straniera. I giornali hanno etichettato Lombardi come l’erede di Tarantino e di Romero. Se “copiare spudoratamente” è sinonimo di “ereditare”, bè, allora è vero. In una scena esilarante, con in sottofondo la canzone Little green bag già presente ne Le iene, i tre coglionazzi disquisiscono dei diversi modi di preparare le uova, con tanto di doppi sensi degni di Lino Banfi e Alvaro Vitali. L’inutile conversazione vorrebbe, presumibilmente, essere un omaggio ai dialoghi surreali tipici del regista di Kill Bill, ma il solo paragone è una bestemmia. Uno si aspetta, allora, che le cose migliorino con l’entrata in scena di Adam. Sì e no. L’attore che lo interpreta, Ottaviano Blitch, è l’unico in grado di conferire una sorta di inquietante ironia al personaggio; oltretutto, se paragonato agli altri, pare De Niro; il problema è che il regista lo obbliga a una serie di noiosissime considerazioni parametafisiche, giusto per poter dire che il suo non è un film splatter, ma una satira (qualche critico compiacente lo si trova sempre). Proprio Adam, peraltro, regala alcune perle indimenticabili: a un certo punto, inizia a fare un elenco di non si sa bene cosa, insistendo a non finire sul fatto che tutti siamo animali e mangiamo carne e che in fondo è giusto così, poi cambia idea e spiega che la colpa di tutto è della crisi economica (!): siccome il processo produttivo della carne costa troppo, lui massimizza il profitto uccidendo e macellando direttamente nel retro del market. Come dire: basta con il welfare state! Basta con Keynes e Malthus! Il futuro è nel cannibalismo. Una cosa che mi ha molto stupito è il concetto di “scene in notturna”. Uno studente del DAMS dovrebbe sapere che nei film non è quasi mai buio, perchè sì, sarà pure notte, ma dobbiamo vedere cosa succede. Invece no: il supermarket è ripreso senza luci aggiuntive, insomma non si vede una mazza, tranne che nella scena del macello, illuminata al neon.
Posso perdonare a Lombardi il profluvio di citazioni buttate lì a caso. Posso perdonare a Lombardo di spacciare il film come “ispirato ad una storia vera”, quando in realtà tre ragazzi americani scomparvero, e basta, quindi niente macellai assassini. Posso perdonargli anche la sciatteria degli attori. Ma mai, nella mia vita, potrò perdonargli di aver inserito una battuta come: “sai cosa mangiano i cannibali vegetariani? I finocchi!”. Provaci ancora, Lorenzo.

Produzione: ITA (2009)
Scena madre: la surreale conversazione riguardante le uova…
Punto di forza: lo stile di regia è abbastanza lineare. Non siamo ai livelli di Mattei, per dire. E Blitch, nella parte del macellaio, è piuttosto convincente.
Punto debole: se fossi Lombardi, volerei un pò più in basso con i modelli…
Potresti apprezzare anche…: Ubaldo Terzani Horror Show.
Come trovarlo: è uscito in DVD, ma la reperibilità aumenta nei negozi specializzati. PS: guardatevi il blog ufficiale che riporta le recensioni. Alcune, tra cui quella di HorrorMovie.it, sono riportate in modo un pochettino arbitrario…

Un piccolo assaggio:  (come anticipato, ecco l’ottima recensione del Karinzio)

Sharktopus

Ma sono l'unico che scoppia a ridere al solo vederlo?

Di: Declan O’Brien
Con: Eric Roberts, Sara Malakul Lane, Kerem Bursin

La Asylum potrà anche tentare di monopolizzare il mercato dei trash monster-movies, ma, come dice il proverbio, scherza coi fanti e lascia stare i santi. Il maestro Roger Corman, uno degli inventori del B-movie (la cui qualità era comunque ben superiore alle porcate qui recensite), produce una serie di film dai titoli eloquenti: Dinoshark, Dinocroc VS Supergator, e quest’ultimo Sharktopus, in cui il regista O’Brien frantuma i record Asylum con un’idea geniale: non uno squalo che affronta una piovra, ma una fusione tra i due! A onor del vero, l’idea è italiana, essendo il film un remake di Shark – Rosso nell’oceano di Lamberto Bava. Tirando in ballo il solito esperimento militare sfuggito al controllo dei creatori, ecco lo Sharktopus, che entra prepotentemente in scena pappandosi uno squalo comune in una spiaggia affollatissima; tipico luogo da test supersegreti. Sfuggito al controllo militare, il mostro inizia a seminare sangue e terrore in tutto il Messico. Sulle sue tracce si mettono due squadre: la prima è formata dallo scienziato malvagio (Eric Roberts, già presente ne Il cavaliere oscuro nel ruolo del boss mafioso!), sua figlia e un ganassa burino caccia-squali, che però preferisce mettere in mostra i pettorali e fare il provola con la bella Nicole. La seconda schiera una giornalista cinica e un pò vaccona, il suo schiavo di colore e un tipo di nome Pez il cui ruolo è totalmente estraneo alla trama. Vince, ovviamente, la prima squadra, con tutti i clichè del genere.
Chiariamo subito che il film è piuttosto noioso, montato come un videoclip e recitato come uno spettacolo parrocchiale. Fortunatamente, la stupidità dell’idea di fondo resta intatta: ogni volta che il bestio entra in scena, in tutta la sua CGI da quattro soldi, è fonte di sghignazzate senza pari. Al di là dell’approssimazione grafica con cui è realizzato, sono semplicemente meravigliosi i delitti da lui compiuti: una l’afferra al volo mentre fa bungee-jumping, l’altra la sorprende in spiaggia (sì, sì, quel coso cammina anche sulla terraferma!), due operai vengono mangiati sull’impalcatura mentre si dilettano in una gara di facezie che non ha eguali…non hanno fatto sconti sulla fantasia! Che poi è bello vedere come lo scienziato e la figlia, che possono contare sull’aiuto dell’esercito statunitense, preferiscano cercare il mostro sanguinario con uno yacht e un motoscafo, quando è evidente dalle scene successive che l’ibrido è perfettamente in grado di affondare le barche con un solo morso. Ma il vero colpo di genio arriva nel finale: in un Messico da depliant, con tanto di fiere e intrattenimenti stereotipatissimi, si consuma l’epico scontro finale tra il burino a torso nudo e lo squalo-piovra, ormais tabilitosi definitivamente sulla terraferma. Dove non riescono le pistole, farà una bomba, che ridurrà in mille pezzi lo Sharktopus in un tripudio di sangue finto e macchie rosse digitali sulla cinepresa!
Corman: la classe non è acqua!

Produzione: USA (2010)
Scena madre: tutte la apparizioni del meraviglioso squalo-piovra, soprattutto verso la fine.
Potresti apprezzare anche…: c’è da chiederlo? Mega shark VS Giant octopus!
Come trovarlo: non ci crederete, ma questo pasticcio è uscito persino in Blu-ray…
Da guardare: per rendersi conto che Corman è sempre Corman!

Un piccolo assaggio:  (cioè, addirittura official trailer…)

Arctic blast – Attacco glaciale

Effettivamente è un film agghiacciante.

[Recensione a quattro mani Krocodylus1991 e Jacob]

Di: Brian Trenchard-Smith
Con: Michael Shanks, Alexandra Davies, Saskia Hampele

Chi di voi non ricorda la mitica frase “per il ciclo alta tensione”, a precedere clamorose boiate catastrofiche? In ogni caso, sarebbe la migliore introduzione per film come questi. Arctic Blast, che dal penoso sottotitolo italiano lascerebbe presagire una bella guerra a colpi di armi di ghiaccio, è invece un poderoso pippone pseudo-ecologista che copia a mani basse The Day After Tomorrow e ricicla impunemente tutti i clichè del genere. Dal primo all’ultimo. Il protagonista, uno scienziato considerato “il migliore del mondo” (testuale, e nonostante sia uno sfasato bevitore che non conosce l’amor proprio), deve risolvere al tempo stesso il pericolo globale causato da una nuova era glaciale e la sua situazione familiare ai limiti del patetismo, con tanto di moglie e figlia stracciacazzi al seguito. Chiunque si perderebbe d’animo, ma lui no. Nel giro di poche ore sfugge alla nebbia ghiacciante, che insegue la sua jeep manco fosse telecomandata, si rifugia in un laboratorio, fa pace con la figlia e cura pure la dottoressa malata di diabete. Ah, dimenticavo: salva anche l’umana stirpe dopo che i piani elaborati dai migliori team di scienziati del mondo avevano fallito. Mica cazzi.
Neppure per un attimo l’incauto spettatore avrà l’impressione di trovarsi davanti ad un film fatto con un minimo di voglia. Il copione sembra ricalcare con la carta carbone kolossal tipo 2012 (inaccettabile già di per sè) presentandoci una trama tirata per le lunghe e priva di un qualsiasi interesse, sorretta dalle scarsissime capacità recitative degli attori: Michael Shanks, che interpreta l’improbabile scienziato, e il suo doppiatore meriterebbero pene esemplari. Il reparto effetti speciali sembra uscito direttamente dalla nostra amatissima Asylum, con la nebbia posticcia appiccicata ad immagini di repertorio e un vergognoso effetto-ghiaccio che vi sdraierà dalle risate. Le spiegazioni scientifiche, che di solito latitano in questo genere di cagate, sono qui particolarmente deliranti: la nuova era glaciale sarebbe in pratica causata da un’eclisse solare mischiata con l’inquinamento della fascia di ozono. Come questi fatti siano connessi resta un segreto nella mente dello sceneggiatore, così come risulta francamente incomprensibile l’idea di chiudere il buco dell’ozono con tre missilini in una CG da due lire. Vorremmo, tra le altre cose, fornire alcune indicazioni alla popolazione in caso di era glaciale: sappiate innanzitutto che per salvarsi dalla morsa del gelo basta seguire il protagonista, in quanto quest’ultimo riesce sempre a salvarsi la pelle entrando nell’edificio poco prima che la nebbia lo superi. Per chi cercasse le responsabilità: chi meglio dei cinesi può essere usato come capro espiatorio? E’ proprio questo che afferma un inutile comprimario (parentesi scientifica: la Cina produce circa un terzo delle emissioni globali, esattamente quanto gli USA). Se poi avete in programma di costruirvi un rifugio per le emergenze, non temete: le temperature (da venti a centocinquanta gradi sotto zero, nel film questa cosa non è molto chiara) bloccano i motori delle portaerei e fanno precipitare gli aerei di linea, ma non intaccano minimamente un generatore di un laboratorio sperduto nella campagna australiana!

Produzione: USA (2010)
Punto di forza: chiunque capisca un minimo di fisica non potrà restare impassibile di fronte alle cagate pronunciate da quasi tutti i personaggi.
Punto debole: una certa lunghezza e la seriosità del regista, che evita tamarrate degne di questo nome.
Come trovarlo: nelle bancarelle dei supermercati, reparto “offertissime, euro 2,90”.
Da guardare: per i cultori del “ciclo alta tensione”.

Un piccolo assaggio: 

Sir Arthur Conan Doyle’s Sherlock Holmes

Che c'azzecca un tirannosauro con Sherlock Holmes?

Di: Rachel Lee Goldenberg
Con: Gareth David-Lloyd, Ben Syder, Dominic Keating

Giù il cappello, signore e signori. Giù il cappello e massimo rispetto, perchè soltanto una mente diabolicamente superiore può pensare di mette nello stesso film Sherlock Holmes, un tirannosauro e Iron-Man. Non ci credete? E allora guardatevi questo film, i cui produttori non si sono neppure sforzati di cambiarne il nome per conservare un briciolo di dignità. E pensare che non c’è quasi nulla in comune tra le due opere, se si esclude l’ingombrante titolo. Qui si comincia con un bel bombardamento tedesco su Londra nel 1940. L’esplosione atomica provocata da una normale bomba promette bene, e anche il resto non delude! Il vecchio Watson detta a una giovane assistente le sue memorie. Queste iniziano con una nave che viene aggredita da un’immensa piovra. No, non ho sbagliato film: l’unico sopravvissuto è interrogato da Holmes, Watson e da un ispettore, che recitano come ragazzini alle medie la parte degli inglesi stereotipati, parlando come libri stampati e assumendo atteggiamenti che più arroganti non si può. In breve, si scopre che esiste un piano per distruggere Londra e uccidere nientemeno che la regina, tramite un tirannosauro, la piovra di cui si parlava, un drago e una fanciulla; sono ovviamente quattro sofisticati robot. Chi è l’autore? Parafrasando un vecchio film comico, diremo che è il fratello più stronzo di Sherlock Holmes, che vuole vendicarsi dell’Inghilterra, rea di averlo abbandonato dopo il suo eroico sacrificio di poliziotto. Per farlo, costruisce pure una bella tutina meccanica simile (pure nella colorazione!) a quella di Iron-Man. Come finirà?
La trama è quanto di più delirante e improbabile si possa pensare, ma non è tutto: il vero punto forte sono i personaggi, in particolar modo Holmes, il cui intuito gli permette di individuare le cause della morte di un uomo (per una qualche malattia sconosciuta) soltanto annusando l’aria intorno al corpo, oppure di scovare un castello sperduto nella campagna inglese grazie ad un sassolino trovato su un cadavere bruciato. Ovviamente, Watson deve fare da contraltare a una simile forza della natura: tonto, suscettibile e sfigato con le donne, il prode assistente non protesterà neppure quando lo scellerato detective gli farà rischiare la vita su una rupe altissima (da cui lo cala con una corda vecchia e logora) solo perchè non ha voglia di fare il giro via mare. A un certo punto, poi, i due vanno a passeggiare in un parco di Londra, che si trasforma ben presto in una foltissima foresta pluviale. Scappando dal tirannosauro, si fermano e Watson dice “aspettate un momento!”. Dopodichè, corre senza una meta in mezzo alla boscaglia fino a giungere ad un casolare abbandonato dove non trova assolutamente niente!
Passiamo ora al protagonista assoluto della pellicola, sia per quanto riguarda la recitazione che per i numerosi punti trash da lui portati a questa macchia sulla carriera di Conan Doyle: il tirannosauro. Costui è un essere un pò particolare, in quanto le sue dimensioni cambiano visibilmente a seconda dell’inquadratura. Ciò che però sorprende di più è la sua incredibile capacità di combattimento: come il miglior ninja, il diabolico t-rex entra nelle abitazioni senza fare il minimo rumore, può camminare sulle punte (mitica la scena nel vicolo con la prostituta! Pare Jack lo squartatore!) e, soprattutto, riesce a nascondersi dietro sottilissimi scaffali per poi colpire all’improvviso. Insomma, forse non il miglior Asylum, ma di sicuro uno dei più assurdi e azzeccati!

Produzione: USA (2010)
Punto di forza: per scrivere una sceneggiatura così bisogna essere dei fottuti geni!
Punto debole: nel finale, la pellicola perde qualche colpo.
Come trovarlo: esiste in italiano! Gioia e tripudio!
Da guardare: non solo per Asylum fans.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=mFEG6FKR4fc (notate l’insopportabile atteggiamento da secchione di Holmes!)

Meteor apocalypse

Yawn...

Di: Micho Rutare
Con: Joe Lando, Claudia Christian, Cooper Harris

Questo film è inutile. In tutti i sensi: non è un bel film. Non è fatto abbastanza male da essere un cult. Non ha una trama avvincente, è recitato da cani e doppiato peggio. Ma una cosa alla volta. La Asylum, invece di copiare un solo film, decide di frullare insieme alcuni successi. La mendace locandina mi faceva ben sperare: meteoriti, disastri, apocalisse! Tutto falso. Dunque, si comincia con una serie di bombe nucleari che tutte le nazioni della Terra mandano contro un asteroide (tipo Armageddon). Secono i calcoli del Pentagono, cioè di quattro persone nel solito stanzino della Asylum, i detriti usciranno tutti dall’atmosfera. Ovviamente, i calcoli sono sbagliati, e tutte le pietruzze precipiteranno sulla terra nel giro di pochi giorni. Il protagonista è uno studioso, o almeno mi pare d’aver capito così, che scopre, grazie alla morte di un amico, che l’acqua di tutti gli USA è inquinata, suppongo a causa di una meteora (ok, lo ammetto: non ci ho capito una cippa). Tra i malcapitati che l’hanno bevuta, c’è la figlioletta, e il film diventa presto un viaggio in mezzo alla desolazione (atmosfere spudoratamente copiate da The Road) per arrivare a Los Angeles prima che un frammentone di meteora la colpisca in pieno (di tutti i luoghi della Terra…). Ah, dimenticavo: abbiamo pure l’esercito inconcludente (Virus con Dustin Hoffman) e i predoni motorizzati, già riuniti in una gang dopo poche ore di cataclisma (non so in quanti film li abbiano già usati, ma vabbè).
E’ nobile il tentativo della Asylum di fare, una volta tanto, un bel film. Devo ammettere che gli effetti speciali sono vagamente migliorati, soprattutto perchè non si vedono quasi mai. Di più: esiste addirittura un personaggio credibile e simpatico, cioè l’anziana signora di colore che aiuta i malati: accortisi dell’errore, i professionisti della casa di produzione hanno ben pensato di eliminarla nella scena meno drammatica della storia. La verità è che tutto ciò è irrimediabilmente noioso: situazioni ripetitive, dialoghi inventati sul momento, scene-riempitivo a go go. Difatti, la recensione non è particolarmente lunga e dettagliata. Segnalo soltanto due scene, che hanno attirato la mia attenzione strappandomi una risata: nella prima, assistiamo alla disperata rivolta del popolo contro l’esercito inetto. Lodevole intenzione: peccato che, probabilmente a causa dello scarso budget, i militari siano poco meno di una decina, e lo stesso vale per i rivoltosi: le inquadrature sono insopportabilmente strette e mosse, proprio per non mostrare che, in verità, c’era ben poco popolo in quella rivolta. L’effetto, ve l’assicuro, è spassoso. Nella seconda, il meteoritone cade su Los Angeles, radendola al suolo. Il protagonista e l’allegra famigliola si salvano in modo inverosimile, trovandosi a un paio di chilometri di distanza. Una volta scampato il pericolo (ripetiamo: Los Angeles rasa al suolo, milioni di persone morte tra le fiamme), i due si guardano e che cosa fanno? Ridono! Che stronzi!
Insomma, non me la sento di distruggere completamente questa pellicola, per i motivi che ho già elencato. Tuttavia, è inaccettabile il tentativo della Asylum di imbarcarsi in un progetto serio con a disposizione gli stessi mezzi usati per 2012 – Supernova e affini. Ultima curiosità: la Faith Films è una sezione della Asylum che la casa produttrice ha creato apposta per film come questo e 2012 – Doomsday, che promuovano i valori della fede, della famiglia e del Partito Repubblicano. Non sto scherzando.

Produzione: USA (2010)
Punto di forza: in qualche occasione, riesce a combinare una certa linearità con la scarsa qualità tipica della Asylum.
Punto debole: è meglio del Valium.
Come trovarlo: la Minerva Pictures l’ha distribuito in Italia. Perchè, dico io, questo non avviene per capolavori come 30.000 leagues under the sea?
Da guardare: per fanatici del cataclisma cosmico.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=CVngkNptrBo (pure il trailer è noioso!)