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Arctic predator – Terrore tra i ghiacci

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Uh che figo! Dove si compra l’action-figure di ‘sto coso?

Di: Victor Garcia
Con: Dean Cain, Lucy Brown, Steven Waddington, Erbi Ago, Louisa Clein

Io amo John Carpenter. Amo i suoi film. Mi piacciono così tanto che sono disposto a perdonarli per la miriade di sequel apocrifi e imitazioni becere che hanno generato nel corso dei decenni. Arctic predator (che dal titolo ci aveva fatto sperare in un grandioso remake del Predator con Schwartzy ambientato al Polo) si ispira chiaramente, nell’ambientazione e nel canovaccio, alla Cosa del regista americano: un gruppo di ricercatori in mezzo ai ghiacci minacciati da una “cosa” aliena che li decima.

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Lo volevate fatto bene come nella locandina eh? Illusi.

Stavolta, però, il protagonista non è quel bad-ass di Kurt Russell, ma il pacioso Ross, che si porta dietro un dramma del passato: un suo antenato che si comportò da vigliaccone abbandonando una nave nei ghiacci, proprio la stessa nave che il suo pro-pro-pronipote andrà a ritrovare, liberando al contempo l’alienone di ghiaccio che dormiva tranquillamente da 200 anni. Il mostro si nutre di calore umano, e per farlo “trasforma le vittime in ghiaccioli”, come tutti ripetono continuamente. A quanto è quotato il sacrificio finale del protagonista, che riscatta così l’onta dell’antenato fifone? 1.02? Ecco, appunto.
Il curriculum del regista Garcia è costellato di titoli horror senza infamia nè lode, spesso ispirati a successi internazionali di ben altra caratura. Ecco, Arctic predator non sfugge più di tanto al copione: è brutto, brutto forte; ma non abbastanza forte da essere spassoso. I personaggi sono tagliati con l’accetta: gretti e avidi, obbediscono esclusivamente a logiche economiche ed utilitaristiche, calcolando l’esito delle proprie ricerche in termini monetari e sbattendosene del tutto sia dell’impatto scientifico che (e questo fa ridere non poco) del destino dei propri compagni. Le numerose morti che si susseguono per novanta minuti sono infatti accompagnate da reazioni ai limiti del surreale, con i beceri scienziati che elaborano il lutto con un’alzata di spalle e riprendono a calcolare quanti dollari potrebbero guadagnare da qualsiasi cazzo di oggetto. Per riempire un pò il canovaccio c’è anche una specie di triangolo amoroso, con una scienziata contesa tra due personaggi, ma è talmente poco interessante che neppure gli sceneggiatori hanno pensato di approfondirlo.

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“Oh mio Dio, guarda: un espediente narrativo spaventosamente telefonato!”

E l’arctic predator? Ce la da qualche gioia? Sì e no. Come al solito, si tratta di una elaborazione grafica scattosa e dalle proporzioni variabili a seconda delle scene, realizzata con cinque euro e due Goleador, che uccide in una lunga serie di scene telefonate e agisce in mezzo a ghiacci ancora più finti di lui. A un certo punto viene pure ucciso grazie al geniale piano architettato da uno dei due del triangolo (non il protagonista), ma siccome questo impedirebbe a Ross di bullarsi col sacrificio riscattatore si fa in modo che il mostro sopravviva (come? Perchè? Mah) facendolo poi crepare in una banale esplosione. Peccato, speravamo meglio.

Produzione: USA (2010)
Scena madre: quell’intro farlocchissimo, con e navi in CG e l’arrivo dell’alieno (ma i marinai come fanno a fuggire? Boh) meritava maggior giustizia.
Perchè sì: perchè le imprese di quel bruttone del predatore di ghiaccio, ogni volta diverso dalla scena prima, sono da gustare attentamente.
Perchè no: perchè, e questa non è una novità in film del genere, quando il bestio non c’è la noia regna sovrana.
Potresti apprezzare anche…: Bone eater, del maestro Wynorski, non fosse altro che per la curiosa somiglianza tra i due antagonisti.
Come trovarlo: siamo sicuri che il canale SyFy non se lo lascerà sfuggire.

Un piccolo assaggio: (è talmente ridicolo che non siamo riusciti a trovare uno straccio di filmato, quindi beccatevi ‘sto documentario sui veri predatori del Polo)

2,5

I 10 stereotipi dei b-movies d’azione – Parte I

Iniziamo oggi un viaggio nel magico mondo degli Z-movies d’azione, una sottocategoria molto popolosa dei film d’azione in generale. Norris, Seagal, ma anche i più blasonati Stallone e Schwartzenegger: la serie Z non fa sconti a nessuno, neppure ai veterani. Ricadere nello stereotipo è facile, facilissimo. Contrariamente all’horror, che è un genere che per caratteristiche intrinseche permette una grandissima varietà (anche se ci occuperemo pure di quello), l’azione ha degli elementi codificati negli anni.
Uscire da questi “codici” non è semplice: chi ci riesce realizza in genere un grande film d’azione, una pellicola anche di spessore.
La maggior parte dei registi e degli sceneggiatori ci si adagiano, e il prodotto finale è un film action senza infamia nè lode, in cui spesso attori di fama e un alto budget permettono di coprire i difetti peggiori. In questa categoria rientrano, a mio avviso, quasi tutti i film d’azione.
Una parte degli addetti ai lavori, però, non si accontenta di ricalcare codici obsoleti: li usano, ne abusano, li tirano per la giacca sfruttandoli oltre il limite che la decenza imporrebbe. E’ così che nascono gli Z-action, è così che la categoria “azione” del nostro blog nasce e fiorisce. E sono questi che andremo ad analizzare. Ecco i 10 stereotipi, le dieci cose che devi sapere prima di guardare un film d’azione becero.

1 – IL NERO

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Dovunque vada, in tv o al cinema, Chuck Norris non si muove mai senza il suo nero di fiducia.

“questo l’ho già visto, che film ha fatto?”
“ma sì, era il nero di [inserire titolo]!”

Gli statunitensi bianchi hanno un rapporto molto complesso con gli afroamericani, che costituiscono una grossa fetta di loro concittadini: parliamo di uno Stato che ha eletto per ben due volte un nero alla Casa Bianca, ma è ancora ben lontano da una reale eguaglianza di diritti. Queste loro paturnie socio-razziali si proiettano nei B-movies d’azione, di cui gli USA sono i maggiori produttori al mondo. Ormai in ogni film d’azione brutto c’è almeno un nero, ma raramente è il protagonista. Qualche volta è il cattivo, ma questo mal si coniuga con il “politicamente corretto” che in fondo attraversa il cinema action americano.
Allora c’è “il collega nero”, “l’amico nero”, spesso elemento di un gruppo di persone che hanno come unica utilità quella di servire la battuta giusta al protagonista (generalmente un bianco). Spesso questa figura si fonde con quella dell’amico scemo (punto 8); molte volte, il nero è un personaggio autoironico sulla propria condizione: chiama “negro” gli altri neri, è suscettibile alle battute a sfondo discriminatorio, nei casi peggiori ascolta hip-hop di dubbio gusto e si veste come un tamarro. Essendo gli USA la culla del “melting pot”, il nero ha avuto negli anni una sua evoluzione: di volta in volta viene sostituito con “il messicano”, “l’ispanico”; ovviamente anche questi sono solo (ben che vada) una spalla per il protagonista bianco, e la sfumatura di marrone della loro cute preclude loro un ruolo più importante nella trama.
Questo topos si è diffuso nel tempo anche al di fuori dell’ambito cinematografico, andando a contaminare anche quelle serie tv più clamorosamente americane: il ranger afroamericano Trivette di Walker Texas Ranger e il pacioso nativo americano Sixkiller di Renegade ne costituiscono certamente gli esempi più noti: il loro ruolo è quello di entrare in scena, dire due-tre cazzatine, prendere un sacco di mazzate e aspettare che il protagonista venga a salvargli la vita.
In molti casi, peraltro, il nero\ispanico\indiano ha pure una bella famiglia, composta da moglie e figli rigorosamente della sua stessa etnia. Va bene votare, va bene diventare presidenti e salvare le chiappe al culturista di turno, ma non vi allargate troppo eh! Giù le mani dalle donne bianche!
Esempi: il ranger Trivette (Walker Texas Ranger), Sixkiller (Renegade), ma anche Calvin (Hellbound – All’inferno e ritorno) e Sugar (Sabotage). In questo ruolo c’è solo l’imbarazzo della scelta.

2 – HAPPY FAMILY

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Nella famiglia di Chuck Norris il figlio esce dalle regole stabilite dall sterotipo e segue le sue orme, insudiciandosi e uccidendo gli sporchi vietcong comunisti.

“bentornato, caro! Com’è andata a lavoro?”
“lascia andare la mia bambina!”

I produttori sarebbero molto contenti di poter fare film d’azione pura, in cui, cioè, non si vede altro che il brutalone protagonista che corre, spara e uccide. Purtroppo per loro, le regole del mercato li obbligano ad inserire almeno uno straccio di trama e addirittura dei personaggi di contorno, tra cui non può mancare una famiglia.
La famiglia al cinema è un elemento vecchio come il cinema stesso: in molti film essa è ininfluente nella logica narrativa, ma serve a creare un coinvolgimento dello spettatore: chi di noi ha una famiglia, e cioè praticamente tutti, non può non sentirsi coinvolto e non identificarsi con quella del protagonista, che, spesso, cerca principalmente di difenderla. Questa è psicologia spicciola, c’è poco da fare. Ecco. Il fatto è che a chi crea gli action-trash dei sentimenti e della psicologia non frega palesemente un cazzo: inventare una moglie e un figlio\figlia è lungo e difficile, meglio copiarli da film precedenti chè tanto allo spettatore non importa niente dell’approfondimento psicologico.
Grazie a questo meccanismo, gli schermi (spesso televisivi) sono invasi da mogli che sono un pò il sogno bagnato del Partito Repubblicano americano: belle, giovani, toniche (anche quando i mariti sono dei vecchi babbioni tipo Schwartzy o Sly Stallone over 65, anche perchè spesso sono anche i produttori e vogliono la gnocca), accompagnano il proprio marito senza fiatare, ne appoggiano incondizionatamente le gesta anche quando sono più che discutibili e l’unico desiderio che hanno è aspettarlo a casa per preparargli la cena e regalargli la più abusata delle trombate non inquadrate. I figli si dividono invece in figli maschi ansiosi di emulare il padre e figlie femmine: in genere tra di loro e il padre vi è un fortissimo conflitto generazionale, perchè loro sono degli adolescenti viziati e il padre non capisce che chiamare “bimba” la propria figlia di 17-18 anni che si comporta come una baldracca al liceo e si alcolizza più di Paul Gascoigne non è una buona idea per cementare il rapporto.
Tutto questo crea però un effetto collaterale (che vedremo nel punto 3), ovvero che moglie e prole del protagonista portano più sfiga di un gatto nero che rompe uno specchio: le probabilità che il cattivo di turno li faccia fuori (per sbaglio o no) sono altissime. Pertanto, se in aereo o in treno vi ritrovate il parentado di Chuck Norris, Steven Seagal o Schwartzy, bè, prendete quello dopo.
Esempi: Shadow Man – Il triangolo del terrore, Rombo di tuono 3, ma anche produzioni più ricche e mainstream come Io vi troverò.

3 – LA VENDETTA PERSONALE

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Nel sottovalutato Kickboxers, Jean-Claude non è il protagonista, ma il cattivo su cui si riversa la vendetta del ragazzotto al centro del film.

Che cos’hanno in comune Steven Seagal e Mario Merola? No, non sto parlando della trippa, malpensanti. Ovviamente, la sete di vendetta. Abbiamo parlato della stereotipata famiglia del protagonista, ora vediamo che rapporto ha essa con l’azione. In un disperato tentativo di rendere un filmaccio d’azione più coinvolgente, gli sceneggiatori si accaniscono spesso contro gli innocenti familiari del burino in questione. Nel migliore dei casi, il cattivo vuole vendicarsi del buono, e qui restiamo nel campo della banalità. Nei film più spassosi, gli infamoni antagonisti vogliono solo ammazzare\rapire\farne di tutti i colori della gente, e per puro caso ammazzano\rapiscono\perseguitano qualcuno che è caro al Seagal di turno. Questa trovata è rapidamente degenerata in soggetti imbarazzanti, in cui praticamente questi poveracci attirano le sventure come una calamita, con esempi estremi in cui a fare una brutta fine sono anche persone non direttamente vicine al protagonista (fidanzati di figlie, fratelli della moglie, amici di amici, molto spesso la ex moglie).
Perchè tanta ferocia? Per quanto dicevamo prima (coinvolgimento dello spettatore, o almeno vano tentativo di ottenerlo) e per una ragione meno esplicita: dare una giustificazione logica e morale a quanto viene dopo, ossia il deflagrare della furia omicida del protagonista. Vedere Steven Seagal, che magari è pure un poliziotto, violare la legge, minacciare innocenti e fare stragi per vendicare un perfetto sconosciuto ci fa storcere il naso, troppo cattivo, troppo “politicamente scorretto”. Ma se gli toccano la famiglia, vogliamo condannare questo pover’uomo?
Ricordiamo che il pubblico a cui questi registi e produttori si rivolgono non è lo standard medio garantista europeo, ma quello, tradizionalmente più rude, americano, di quegli americani beceroni con il santino di Bush padre e figlio in salotto e che considerano il possesso di armi da guerra un diritto un gradino sopra quello al voto e alla libertà di espressione. Al mercato non si comanda, la vendetta è sacrosanta. Zitti, moralisti!
Esempi: tutto il cinema d’azione (non necessariamente di serie Z, anche se in questo genere il confine è spesso sottile) di giustizieri e vigilanti. Steven Seagal ne ha fatto un genere, Mario Merola lo ha fatto prima di lui (con la variante che spesso Merola interpretava un criminale). Per restare tra quelli da noi recensiti, Kickboxers – Vendetta personale e Una magnum per McQuade.

4 – LA FISICA NON E’ UN’OPINIONE

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Ecco cosa succede a qualsiasi oggetto in un classico B-movie d’azione. Almeno finchè durano gli sghei, poi tutto esplode fuori campo.

Il cinema d’azione, anche quello che costa miliardi, richiede da parte dello spettatore una certa dose di sospensione dell’incredulità. Trattandosi di un genere piuttosto semplice (botti, botte, boom!, sbram!, i buoni vincono) è naturale che certi sviluppi risultino inverosimili (il buono vince sempre, sempre, SEMPRE, e riesce sempre a cavarsela anche quando non sarebbe fisicamente possibile). In genere (ma non sempre, anzi, questo è uno degli stereotipi più democratici, chè riguarda anche film di alto livello) le pellicole dalla serie B in poi si caratterizzano per un grado di assurdità decisamente alto per quanto riguarda le leggi della fisica.
Quante probabilità ci sono che un’automobile esploda, salvo che sia imbottita di dinamite? Poche, pochissime. E un elettrodomestico? Ancora meno. La verità è che le multinazionali dell’auto e dell’oggettistica casalinga combinano molte cose sporche, inquinano l’aria, truccano i bilanci, ma raramente uccidono i propri clienti con esplosioni. La verità è che l’esplosione è la più classica delle scene che eccitano il pubblico avvezzo a questi film. D’altra parte, chi di noi da adolescente non faceva esplodere le cose per puro sollazzo? Ah, solo noi? Va bè, non vi abbiamo detto niente.
Saltare alto quattro metri e lungo dieci è difficile, anche se avete ricevuto un addestramento militare meticoloso: eppure nei film d’azione ci si riesce facilmente, soprattutto se siete i protagonisti. Se siete dei cattivoni, o più semplicemente dei personaggi secondari assolutamente inutili, il salto ve lo sognate: il protagonista scappa balzando da un tetto all’altro, voi vi sfracellate. Cazzi vostri. Anche camminare sui treni in corsa e fare inseguimenti ai 300 all’ora in città affollatissime senza uccidere nessuno sono privilegi che a voi povere comparse non sono concessi.
Va detto che tutto ciò non riguarda esclusivamente il cinema americano: i remake turchi di famosi film d’azione, per dire, hanno portato a un livello ancora più elevato il concetto di “disprezzo per le leggi fisiche”. Anche quello di “delirio”, a dirla tutta. Ma gli USA rimangono la patria di queste burinate, non foss’altro che per il fatto che dietro a certi film ci sono milioni e milioni di dollari spesi, e si tende a pensare che uno che prende un milione di dollari per sceneggiare una vaccata con Steven Seagal un pò di impegno ce lo metta. No, eh?
Esempi: praticamente tutti i film d’azione recensiti sul nostro blog.

5 – FULLCLIP

I più nerd tra voi (o semplicemente chi è stato, come me, un adolescente sfaccendato per qualche tempo) ricorderanno che la parola “FULLCLIP”, in un noto videogioco (GTA – San Andreas), conferiva al personaggio principale un numero illimitato di munizioni per qualsiasi arma. Io immagino certi registi come degli adolescenti insoddisfatti, che da sempre sognano di portare su schermo la propria “astuzia” di videogiocatori, e trattano i propri personaggi come fossero in un videogioco. In teoria non dovrebbe essere difficile contare il numero di munizioni in un’arma, studiare una scena e poi girarla facendo in modo di non strafare. Una soluzione accettabile potrebbe essere (la butto lì) quella di dotare i personaggi di armi più capienti, così da non dover ridurre la spettacolarità delle scene. Per fortuna i beceri sceneggiatori di action-trash se ne sbattono delle “soluzioni accettabili”, e se serve che quella fottuta pistola spari trenta fottuti colpi nonostante il fottuto caricatore da sei, bè, li sparerà!
A proposito di pistole e fucili: sparare non è una passeggiata, il rinculo di molte armi è più marcato di quanto si pensi. Per questo, generalmente la pistola si usa con entrambe le mani. Nella realtà. Nei film d’azione invece si spara tranquillamente con una, a volte senza neanche guardare. Se hai un numero infinito di colpi, che ti frega di sbagliare mira? Anche perchè, ricordiamolo, nei film d’azione la mira la sbagliano solo i cattivi e i personaggi secondari: il protagonista è per definizione un cecchino.
Queste incongruenze (spesso dei veri e propri errori) sono interessanti perchè non si basano tanto sull’ignoranza dello sceneggiatore, quanto su quella dello spettatore: in teoria, noi non sappiamo niente di sparatorie e ferite da arma da fuoco. Il concetto, per quanto discutibile, potrebbe avere un senso, se non fosse che spesso l’ignoranza presunta del pubblico è davvero troppa (che una normale pistola non abbia cinquanta-sessanta colpi lo potevamo intuire anche noi profani), soprattutto quando parliamo del pubblico americano, che di armi se ne intende.
Esempi: sarebbero davvero tanti, ma uno in particolare lo trovo irresistibile, e lo posto qua sotto: è Komodo VS Cobra. Contate i colpi sparati dal protagonista.

Qui la seconda parte. Stay hungry, stay sequel apocrifo di Fragasso.

Bad channels – Radio alien

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Ah, queste locandine da VHS anni ’80. Che bello.

Di: Ted Nicolau
Con: Paul Hipp, Robert Factor, Martha Quinn, Aaron Lustig, Michael Huddleston

Dan O’Dare è un dj alquanto sopra le righe, amato dal pubblico ma odiato da colleghi e giornalisti. Licenziato da un’emittente radio per aver trombato con una sua collega in onda (“è rotolata sui pulsanti e ci ha mandati in onda”, si giustifica lui), viene assunto da Vernon Locknut, pacioso proprietario della frequenza 66.6 mHz, per rilanciare il suo canale. Tra una polka e un gioco assurdo in cui viene incantenato e mette in palio una macchina lussuosa per chi indovini la combinazione del lucchetto, Dan trova il tempo per fare il provolone con una bella giornalista mandata a intervistarlo. Tra lui, la gloria e la patata si mette però un alieno che, accompagnato dal suo fido assistente robot, sequestra la stazione radio. Il piano dell’extraterrestre è quello di usare le frequenze e la voce di Dan per rapire giovani fanciulle, che egli miniaturizza e rinchiude in delle strane provette, facendone collezione. Voi collezionate francobolli e monete, lui mini-gnocche. Son gusti. Dan e il suo assistente trippone, Corky, dovranno sventare la minaccia e combattere contro l’incredulità degli ascoltatori, dovuta al fatto che lo stesso Dan si divertiva poche ore prima a prendere per i fondelli i credenti negli UFO.
Ted Nicolau è un esperto di pellicole a basso costo e con soggetti bislacchi. I titoli della sua filmografia (Bloodlust: Subspecies III, La maschera etrusca, Spellbreaker: Secret of the Leprechauns) parlano per lui. Bad Channels (o Radio Alien, secondo i titolisti italiani) vorrebbe mischiare una storia fantascientifica senza capo nè coda con le atmosfere del rock glamour anni ottanta, il tutto in un neanche troppo velato omaggio alla trasmissione di Orson Welles del 1938 (scusate la bestemmia). Manco a dirlo, il lato fanta-comico non riesce mai a stupire nè a divertire: l’attore che interpreta Dan è irritante e dopo due minuti vorresti prenderlo a schiaffoni, la giornalista ha l’espressività di una trota salmonata e tutti gli altri personaggi sono talmente insulsi che nemmeno li commento. Non aiuta un doppiaggio italiano che sembra eseguito da una scolaresca delle elementari, pompatissimo e infarcito di umorismo becero (seriamente c’è qualcuno con più di 12 anni che ride a sentire le parole “merda” e “cacca”?), anche se abbiamo l’impressione che l’originale non fosse tanto diverso. I due alieni sarebbero anche ridicoli a sufficienza: uno è un robottino tenero quanto ridicolo, l’altro un umanoide macrocefalo la cui pelle è ricoperta di bubboni che lo fanno sembrare fatto di letame; il problema è che se ne stanno lì a cazzeggiare nella stazione radio e raramente fanno qualcosa di interessante, mentre tutta la scena è rubata dall’insopportabile dj. Non parliamo degli effetti speciali, creati principalmente ricoprendo i figuranti con della cartapesta e del pongo incredibilmente spacciati per “funghi alieni”.
Paradossalmente, la cosa più divertente del film è proprio l’elemento che fa il verso alla musica e alla moda del rock anni ottanta. Per rapire le fanciulle, gli alieni creano una specie di illusione nella quale le vittime pensano di vivere dentro un videoclip (di fatto, sono veri e propri video inseriti nella pellicola, e durano 4 o 5 minuti l’uno). Ecco, questa trovata senza senso permette a Nicolau di piazzare delle canzoni di livello in sequenze patinate e ispirate alle tendenze del tempo: i nostalgici degli anni ottanta saranno commossi, ma a noi tutto quel kitsch fa solo ridere.
Fun Fact: Alla fine dei titoli di coda compare il protagonista del film Dollman, protagonista di un’altra pellicola bizzarra, ad annunciare un crossover che poi è stato effettivamente realizzato nel 1993, con altri personaggi anche dal film Demonic Toys, dal titolo Dollman VS Demonic Toys. Tutta roba che prima o poi visioneremo.
Fun Fact 2: La colonna sonora, davvero pregevole per una produzione di questo tipo, è dei due gruppi musicali Blue Oyster Cult e Sykotik Sinfoney.

Produzione: USA (1992)
Scena madre: il dj che si rende conto di poter dire le parolacce alla radio (con sommo disappunto del proprietario Vernon) e inizia a ricoprire il povero alieno di insulti facendo facce da abusatore seriale di MDMA.
Punto di forza: gli intermezzi musicali, che di solito rovinano qualunque film, sono davvero apprezzabili e non stonano con il contesto fantatrash.
Punto debole: l’evidente ironia di fondo del film impedisce di apprezzarne appieno gli elementi B che tanto ci piacciono.
Potresti apprezzare anche…: Plankton – Creature dagli abissi, che è più o meno dello stesso periodo e con lo stesso stile anni ’80.
Come trovarlo: in VHS. La VHS è nostalgica per definizione. E’ uscito anche in DVD eh, ma quanto è malinconica la VHS?

Un piccolo assaggio: (uno dei deliranti ma pregevoli intermezzi musicali)

2

Passepartout – Tutte le porte sono aperte

Due di loro sono una sola persona nella realtà. No, non sono i due più a sinistra.

Due di loro sono una sola persona nella realtà. No, non sono i due più a sinistra.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Lorenzo Buscaino
Con: Eros Bosi, Andrea Buscaino, Elisa Rosati, Pierluigi Stentella

La premiata ditta Buscaino & Bosi torna, dopo La mano infernale, ad avventurarsi nel bizzarro mondo del cinema amatoriale, questa volta puntando sulla fantascienza. E noi siamo sempre qui a recensirli, elogiarli e criticarli quando ce n’è bisogno!
Andy e Manuel (Andrea Buscaino ed Eros Bosi) sono due fratelli orfani, dediti al cazzeggio e al poker grazie ai soldi dell’eredità paterna. Durante una partita a poker, Andy si gioca una collana del padre convinto di vincere, facendosi invece umiliare da un giocatore più bravo di lui e causando una lite con il fratello (oltre che beccandosi pure gli sfottò del barista). Sulla strada del ritorno, i due si imbattono in un UFO schiantatosi al suolo e nel suo occupante alieno, che ricorda molto da vicino una ragazza terrestre, anche di bell’aspetto. Presi dal panico (e dalle fregole ormonali di Manuel) se la portano a casa svenuta. In breve tempo, i due scoprono che con un ciondolo di plastica che la ragazza porta al collo si possono aprire tutti i tipi di serrature (da qui il titolo). Invece di aspettare il risveglio di lei, i due usano la chiave universale per riprendersi la collana paterna, e già che ci sono per svaligiare impunemente qualche appartamento. Una volta tornati a casa, la ragazza gli racconta la sua storia: si chiama Vegar, è evasa da un carcere di massima sicurezza e ha bisogno di ospitalità. Nello stesso momento, da un’altra parte di Terni, atterra un’altra astronave (stavolta senza esplodere) con il suo occupante: Stargot, un burino bruttone di colore verde che subito fa amicizia con l’investigatore privato Claudio. Il bruttone racconta al povero Claudio, uomo di mezza età in crisi con la moglie, che tra i due la minaccia è quella meno sospettabile, ovvero la bella Vegar. Chi ha ragione, e come gestiranno la faccenda gli umani?
Dopo i 200 euro de La mano infernale, Buscaino decide di alzare il budget: ben 1500 euro! Per l’occasione, il film è uscito dal circuito locale e sta venendo proiettato in altre parti d’Italia, cosa di cui siamo felici. L’assunto di partenza è molto semplice e simile al precedente film: due ragazzi che si imbattono in qualcosa di fantastico e di più grande di loro. I pregi della compagine ternana che ha realizzato il film sono la grande forza di volontà e la capacità di usare qualsiasi tipo di oggetto per gli effetti speciali. Buscaino non si ferma infatti di fronte alla difficoltà di girare lo schianto di un’astronave, la partenza di un’altra, esplosioni e viaggi spaziali. Se i primi tre sono effetti abbastanza rozzi (ma comunque divertenti e funzionali), il viaggio che apre i titoli di testa è invece davvero ben realizzato e molto superiore alla media del cinema amatoriale. L’idea di partenza (una chiave aliena che apre ogni porta) è davvero geniale nella sua semplicità, anche se forse si poteva prolungarne l’utilizzo. Gli attori se la cavano bene: Bosi pompa tantissimo il ruolo del fratello che si lascia sedurre dall’aliena, Stentella è più che credibile nella parte del detective in crisi di mezza età, anche se un plauso va ad Andrea Buscaino, che interpreta sia Andy sia il bruttone Stargot. La realizzazione si mantiene come sempre su livelli amatoriali, ma il film risulta bizzarro, non ridicolo, e nonostante la durata di 90 minuti (quindi superiore alla classica oretta delle pellicole artigianali) non ci sono tempi morti. La cosa più divertente di questo tipo di film, e il motivo per cui li recensiamo, è che nessuno nel cast si prende esageratamente sul serio: si può apprezzare la pellicola e allo stesso tempo sorridere di fronte al trucco di Stargot (l’attore deve essersi davvero divertito), sottolineare l’originalità dell’idea ma anche notare come tutti gli alieni parlino italiano, con spiccato accento ternano. Il risultato finale è che queste persone vogliono fare film, e li fanno a dispetto del basso budget e delle difficoltà di un genere come la fantascienza.
Nella recensione di Tulpa, poco tempo fa, abbiamo criticato Zampaglione per non aver scommesso sulla propria audacia e non aver osato di più, probabilmente per il rischio di una boiatona trash, e che solo chi scommette ottiene un buon risultato. Ebbene, Buscaino & Co la scommessa l’hanno accettata. E vinta.

[Come già in altri casi, il voto 3 è volutamente vago, poichè non si tratta di un film assimilabile alle boiatone qui solitamente recensite]

Produzione: ITA (2013)
Scena madre: per non spoilerare nulla, scegliamo il viaggio spaziale iniziale, molto ben realizzato. Sappiate comunque che la scena più bella è l’omaggio a Sergio Leone nelle ultimissime inquadrature.
Punto di forza: nel recensire La mano infernale avevamo scritto “l’indubbia originalità della trama e la grande volontà dei realizzatori”. Riconfermiamo ogni singola parola.
Punto debole: forse si poteva incentrare di più la trama sulla chiave universale che apre tutte le porte, un’idea molto originale.
Potresti apprezzare anche…: La mano infernale.
Come trovarlo: rivolgendosi direttamente agli autori tramite le apposite pagine Facebook!

Un piccolo assaggio: (trailer ufficiale del film!)

3

Bone eater – Il divoratore di ossa

Continua così, Jim!

[Krocodylus1991, Nehovistecose]

Di: Jim Wynorski
Con: Paul Rae, Adrian Alvarado, Bruce Boxleitner

Jim Wynorski è un regista da tenere d’occhio. Autore di oltre 75 B-movies, è la dimostrazione che chiunque di noi può portare sullo schermo ciò che vuole, con una spesa che a vedere Bone eater si aggira intorno ai sessanta\settanta euro. Per l’occasione, il prode Jim utilizza un elemento mai usato prima d’ora: uomini bianchi che costruiscono in un vecchio cimitero indiano e spirito cattivo che conseguentemente si vendica. Non ve lo aspettavate, eh? Ma vediamo più da vicino la situazione: il nostro protagonista è uno sceriffo, a metà tra Bill Clinton e Michael J. Fox, che ritorna dopo anni al paesello da cui lui, indiano rinnegato, era partito per non si sa dove. Per rinforzare il plot si trascina dietro pure la figlia scassapalle diciassettenne (anche se l’attrice ne ha ben di più…), con cui ovviamente non va d’accordo. Ma nella cittadina qualcuno trama: l’industriale Krantz (no, non è il cattivo di Indiana Pipps) ha scoperto che nel suo cantiere, un mega impianto da centodieci milioni di dollari per una struttura in mezzo al deserto dove nessuno abiterebbe mai, gli operai rinvengono un sacco di scheletri indiani; per evitare ritardi nei lavori, chiede ai suoi apatici sottoposti di coprire tutto. Questa azione scellerata, però, risveglia il “mangiaossa”, spirito indiano in cerca di vendetta; vedremo in seguito quanto poco senso abbia un simile nome. La polizia cittadina sembra uscita da una puntata dell’Ispettore Gadget; lo scheletrone uccide, indisturbato: una coppietta, il conducente di un camion, tre operai in moto, tre operai a piedi, un direttore dei lavori, Krantz e il suo tirapiedi. E lo sceriffo fa spallucce; quando però viene ucciso Nube Tonante, il capo indiano, allora s’incazza e prepara il confronto finale. Abbandonato un ridicolo cappottone simil-Chuck Norris che indossa per venti minuti nonostante tutti siano in maniche corte, lo sceriffo si riscopre indiano: prende il cavallo, si trucca, affronta a mani nude un dissidente pelatone che sembra Mastro Lindo e cavalca verso il mostro. Poi ci ripensa, scende da cavallo, lo colpisce con una mazzata (per ucciderlo bisognava usare una specie di ascia da guerra che il protagonista ritrova in modo alquanto improbabile) e sorride andandosene con i tre ggiovani comprimari.
Wynorski si presenta sotto lo pseudonimo di Bob Robertson, già usato da Sergio Leone (che sta rivoltandosi nella tomba) per costruire un horror-western-trash all’indiana. E il risultato è sorprendente: nonostante il tema della vendetta per il cimitero profanato abbia un pochettino stufato, non c’è un solo minuto di film in cui lo spettatore possa annoiarsi. Le prime scene al cantiere, e tutte quelle con questa ambientazione, sono meravigliose: le comparse che interpretano gli operai non hanno probabilmente mai preso in mano un badile, poichè non fanno altro che gironzolare a casaccio. I ritrovamenti di scheletri sono memorabili: insieme a ossa di plastica, sono visibili vasi di pessimo gusto, intatti e senza un granello di polvere dopo duecento anni di sepoltura. Il mostro appare e scompare a seconda delle esigenze registiche: realizzato con poche lire di computer grafica, a un certo punto raddoppia di dimensioni senza un valido motivo. Ciò che lascia esterrefatti è il suo modus operandi: gli basta sfiorare le vittime e queste…si polverizzano (clamoroso errore: perchè il vice-sceriffo viene toccato e se la cava con un braccio amputato?)! Altro che “mangiaossa”…Sul filo del ridicolo le interpretazioni di tutti gli attori, soprattutto della figlia; tra l’altro, grazie a un doppiaggio da incompetenti, tutti parlano come dei libri stampati, accentuando l’effetto di ridicolo che comunque già abbondava. Da segnalare poi la figura del bieco Krantz; a parte il fatto che lui si bulla di essere tanto potente ma alla fine viene sbeffeggiato da tutti, il suo tirapiedi è il personaggio più umile, bistrattato e senza spina dorsale della storia del cinema. C’è poco altro da dire: Jim Wynorsky è Jim Wynorksi, e questo è il suo stile. Oltretutto, grazia alla mancanza di splatter e truculenza, anche i bambini potranno farsi due risate con questa perla!

Produzione: USA (2007)
Scena madre: la cavalcata finale dello sceriffo con musica plagiatissima da Morricone e il ridicolo scontro che ne segue.
Punto di forza: pur senza uno straccio di effetto speciale, non è mai noioso, anzi, è piuttosto divertente!
Punto debole: allo stesso tempo, gli amanti dell’horror potrebbero storcere il naso per l’identico motivo.
Potresti apprezzare anche…: Komodo VS Cobra o qualsiasi altro film di questo regista!
Come trovarlo: per quanto sia sconosciuto, è piuttosto semplice trovarlo, anche in italiano. Su Internet basta una ricerchina.

Un piccolo assaggio: (trailer originale)

La casa 3 – Ghosthouse

Raimi, perdona loro, perchè non sanno quello che fanno.

[Krocodylus1991 & Nehovistecose]

Di: Humprey Humbert (Umberto Lenzi)
Con: Lara Wendel, Greg Scott, Mary Sellers

Con questo film, nel 1988, si inaugurò la serie di sequel apocrifi del noto film La casa. Questi capolavori di inettitudine, giunti fino al settimo capitolo, non avevano nulla a che fare con il prodotto originario di Sam Raimi; il titolo era un volgare tentativo di attirare più gente possibile al botteghino, obiettivo peraltro non particolarmente centrato. Umberto Lenzi da il la con questo curioso Ghosthouse: è evidente che il maestro tenta di elevare la bassissima media qualitativa dei suoi film, e inserisce alcune trovate relativamente azzeccate. Per nostra fortuna, Lenzi non è Raimi. La storia ruota intorno a Paul, radioamatore che intercetta un inquietante messaggio radio proveniente da Boston; arrivato lì con la fidanzata, scopre che la casa da cui giungeva il messaggio è abbandonata da anni, ma, incontrati tre buzzurri che bivaccano lì intorno, decidono di restare. Chiunque, a questo punto, avrebbe già capito che le cose rischiano di mettersi malissimo per tutti quanti, ma loro no. Nonostante i fatti strani e la palese presenza di qualche oscura entità, i cinque rimangono lì, per vedere tutti insieme l’effetto che fa. Gli stolti non sanno che tutto il casino è dovuto a un duplice omicidio commesso vent’anni prima e che ha coinvolto una bambina insopportabile, Henrietta, e i suoi genitori bigotti. E come li ha coinvolti? Mah, non si capisce granchè. Comunque fanno la loro comparsa: un vecchio pazzo assassino che poi si impicca e non si sa perchè; l’addetto alle pompe funebri più ridicolo della storia del cinema; un ragazzo di colore stereotipatissimo che cerca di rubare l’argenteria e invece muore ammazzato; un cane incorporeo; la morte (?); e soprattutto lui, il mitico pupazzo copiato pari pari da Poltergeist di Tobe Hooper, che si esibisce in alcune facce indegne persino del teatrino delle marionette. Il finale, buttato lì a caso, è un pò la firma dell’Umbertone nazionale a suggellare questo putridume.
Dopo una prima mezz’ora abbastanza ordinaria, in cui Lenzi si contiene quanto a elemento trash, segue un intreccio che è un campionario di tutto ciò cui il cinema di questo bizzarro regista ci ha abituati. Gli effetti speciali sono ovviamente ridicoli: per non dilungarci, segnaleremo soltanto un pipistrello che definire “farlocco” è fargli un complimento e la meravigliosa testa di cartapesta del padre di Henrietta, generosamente aperta in due da un colpo d’accetta ben assestato. Gli interpreti si distinguono per inespressività e sciatteria, soprattutto Lara Wendel, già nota per pellicole erotiche soft tipo Maladolescenza. Ma il lavoro più meritorio, il colpo di grazia, va al calderone-sceneggiatura in cui vengono buttati elementi tipici dell’horror in modo puramente casuale. Le scene di tensione sono costantemente rovinate dai monologhi dei personaggi, che inspiegabilmente tendono a spiegare per filo e per segno che cosa stanno per fare (“ora andrò di là”, oppure “cos’è stato? Vado a controllare”). I numerosissimi mostri presenti sono uno peggio dell’altro: prendiamo il cane e la morte a titolo d’esempio. L’animale non apparteneva nè alla famiglia di Henrietta, nè ai protagonisti. Il fatto che sia incorporeo non basta a renderlo spaventoso, anche perchè la povera bestia c’ha una faccia da pacioccone che fa tenerezza. La morte, invece, è rappresentata da un tizio con una maschera da teschio (cui qualcuno ha appiccicato dei vermi) armato a volte di coltello, a volte di ascia e altre volte di pale di ventilatore (!). Forse per rendere il film più inquietante (ah!ah!ah!) Lenzi mette in bocca ai suoi personaggi frasi imbarazzanti e prive di senso logico del tipo “questa casa è infestata da una presenza malefica” (ma che ne sai? Sei lì da cinque minuti!) oppure “ho sentito l’odore della morte”.
In sostanza, Ghosthouse (mi rifiuto di chiamarlo La casa 3) è un film davvero pesante, ma non privo di una sua attrattiva, nonostante le pretese di seriosità del regista. Non riuscirete a trattenervi quando sentirete il protagonista cianciare aria fritta sul “serial killer di Londa Jack lo sventratore”!

Produzione: ITA (1988)
Punto di forza: in un film come questo, non sai mai cosa aspettarti. Il bello della sorpresa!
Punto debole: l’irritante nenia della bambina (o del pupazzo, non ho ben capito) vi ridurrà i testicoli in polvere.
Come trovarlo: è uscito in DVD, suppongo in qualche catena tipo “Horror italiano”…
Da guardare: per tutti gli appassionati dell’horror italiano!

Un piccolo assaggio:  (la domanda che si pone chi ha postato il video non è affatto banale!)

Skeleton man

Capite cosa intendo per "poca cura"?

[Krocodylus1991 & Nehovistecose]

Di: Johnny Martin
Con: Michael Rooker, Casper Van Dien, Jackie Debatin

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questa pellicola non va consegnata ai distributori; non subito almeno. Prima, sarebbe opportuno un parere degli psichiatri. Perchè il confine tra inettitudine e malattia mentale è davvero fumoso, e questo film ne è la prova. Il budget era relativamente alto: 2,3 milioni di dollari. Per capirci: un capolavoro come Il giorno degli zombi di Romero ne è costati 3. Qui l’unica cosa che si salva è il bravo Michael Rooker (visto di recente nella serie Walking Dead), insieme ad un paio di esplosioni qua e là. Il resto è indegno persino dei peggiori B-movies. La trama, assurda quanto semplice, vede come protagonista una misteriosa entità (nella realtà un cretino mascherato con un sacco della spazzatura addosso) che si diverte a sterminare chiunque entri nel suo bosco. Qui entra in scena la nostra squadra di eroi: tre della Delta Force più qualche esperto in esplosivi e sabotaggi, che mai avrà occasione di spiegare la sua presenza in quel contesto. Il gruppetto è davvero patetico, poichè gli eroici militari si vestono come turisti e seguono la pista del mostro guardando dove cresce il muschio nel miglior stile delle Giovani Marmotte (Michael Rooker è il Gran Mogol). Poi incontrano un hippy fattissimo in mezzo al bosco, che, dopo avergli chiesto dei fagioli in una scena totalmente priva di senso, gli racconta, non richiesto, l’origine del teschio a cavallo che sta facendo strage: la più banale delle leggende indiane. A questo punto, inizia la seconda parte del film, mortalmente noiosa: i nostri eroi tentano di abbattere l’entità a colpi di mitra, ma non hanno alcuna possibilità e vengono uccisi nei modi più vari. Due di loro arrivano pure sani e salvi alla fine, e potrebbero pure andarsene, ma Rooker no, ormai è una cosa personale tra lui e l’indiano-fantasma, ed eccolo entrare in una centrale chimica dove si copre di vergogna uccidendo l’idiota mascherato con la corrente elettrica. Il colpo di scena finale è telefonato dal secondo minuto, ma le modalità con cui avviene, con quell’immagine buttata lì a caso, ne fanno una carta vincente.
Davvero impressionante la mancanza di cura di cui questo film soffre vistosamente: i capolavori di Ed Wood, realizzati con due lire, rimanevano quantomeno coerenti con la loro povertà. Martin, un vero cane della cinepresa, accumula errori su errori, e non parlo dei classici bloopers che fanno la gioia degli appassionati. No, sono errori vistosissimi e imperdonabili. Qualche esempio: Michael Rooker spara con un fucile di precisione il cui mirino è desolatamente tappato. Il cavaliere indiano fantasma riesce a colpire i suoi nemici anche a metri e metri di distanza. Il cavallo prima è marrone, poi nero e poi di nuovo marrone (!). Poi c’è una mancanza logica: a un certo punto Casper Van Dien, espressivo come un tonno, esce dal bosco e ruba un camion, poi si schianta e viene sorpreso dal patetico teschio; non si capisce perchè abbia dovuto comportarsi così, nè lui ce lo spiega. Lo fa e basta. Il meglio, comunque, Martin lo tiene per il finale. Rooker è in una stanza illuminata, e comunica al tecnico della centrale che deve “staccare la corrente”. “Fatto!” è la pronta risposta, ma quando l’inquadratura torna a Rooker ci accorgiamo che non è cambiato nulla, e le luci sono ancora accese! Senza contare i proiettili che fanno scintille quando colpiscono gli alberi, ecc…il settore audio\video non è da meno: tutte le inquadrature di paesaggi sono rubate a documentari (allucinante l’aquila ripetuta sei-sette volte in primissimo piano!), à là Mattei-Fragasso. In quanto all’audio, non so se la colpa sia del mixaggio italiano o dell’originale: fatto sta che i rumori di fondo sono spesso e volentieri ben più intensi del parlato, cosicchè non si capisce una mazza degli scialbi dialoghi. Poco male.
Meglio non aggiungere altro. La miglior spiegazione di questo film è data dagli assurdi titoli di testa: ecco cosa farebbe Tim Burton se potesse spendere cinque dollari a film!

Produzione: USA (2004)
Punto di forza: Michael Rooker è sempre un buon attore. E poi scusate, Delta Foce VS leggenda indiana. Meglio di così!
Punto debole: la frittata ormai era fatta; Martin poteva osare di più, ma ha voluto restare (per quanto possibile) nel filone della verosimiglianza. Peccato.
Come trovarlo: è il classico direct-to-video americano. DVD, VHS.
Da guardare: per trash-fans affezionati.

Un piccolo assaggio:  (ma solo io lo trovo di un’approssimazione spaventosa?)

Supercroc – Il grande predatore (alias Lethal alligator)

Anche i titolisti, però...

[Krocodylus1991 & Gatoroid]

Di: Scott Harper
Con: Cynthia Rose Hall, Matthew Blashaw, David Novak

Davvero appetitoso questo prodotto Asylum dell’annata 2007, diretto da Scott Harper e scritto da David Michael Latt in persona. Il fondatore della Asylum riprende il classico discorso “mostro gigante che minaccia la città”, per la verità senza introdurvi elementi di novità, ma instupidendo ulteriormente la sceneggiatura, che già pareva scritta abbastanza a caso. Gli elementi base dell’Asylum-pensiero ci sono tutti: mostro in CG patocchissima, soldati, minaccia alla città, intervento dell’esercito, loschi piani della scienziata, lieto fine, inevitabile colpo di scena nell’ultimo frame. Tutto già trito e ritrito, con l’aggiunta di spiegazioni scientifiche senza capo nè coda, tali da permettere ad un coccodrillo vecchio di milioni di anni di riemergere in seguito ad un terremoto e di seminare il terrore. Tutto da buttar via, quindi? Bè, no. Qualcosa di buono c’è. La Asylum ricicla le due locations che le sono care: il mezz’ettaro di querceto\pineta (a seconda delle esigenze di scena) e la stanzetta angusta. In quest’ultima l’effetto comico è dato dalla continua introduzione di nuovi personaggi, che per mancanza di budget sono obbligati ad interagire in pochissimi metri quadri, una buona metà dei quali è occupata da computer antidiluviani e apparecchiature inutili ma che fanno scena.
L’indubbio punto di forza del film è il comportamento di tutti, dal primo dei soldati al Presidente americano. Ricapitolando: il nemico è un coccodrillone di venti metri (che diventano cinque, o trenta, o sessanta a seconda delle inquadrature), dalla corazza resistentissima. Ora, io capisco che sia un mostro spaventoso e difficile da abbattere, ma stiamo parlando dell’esercito degli Stati Uniti: basterebbe una fucilata in un occhio, o in bocca, o qualche mina anticarro, oppure, come viene in mente alla protagonista dopo solo un’ora e venti, sarebbe sufficiente colpire il punto debole di tutti i rettili di quella specie: il ventre molle. Invece no: prima gli si mandano contro dei soldati dalla mira penosa, che servono soltanto a farsi smembrare dal ridicolo bestio. Poi, mentre Supercroc (che titolo del cazzo!) si dirige verso Los Angeles, sperimentano tutto l’esplosivo a loro disposizione, prendendo in considerazione anche l’ipotesi nucleare, un pò il topos per eccellenza di questo genere di film. Memorabile, in tal senso, la frase del generale: “approntate tutta la potenza di fuoco di cui disponiamo”, cioè dalle cerbottane alla bomba H? Si aggiunga che, nei primi trenta minuti, nessuno sembri rendersi conto dell’identità del nemico: nonostante una foto inequivocabile, il ritrovamento delle uova e la testimonianza dei militari, sono tutti lì a dire “che cosa sarà?”, e, alla frase “ho visto delle uova?” una comprimaria risponde con “di coccodrillo?”, lasciando intendere che potrebbero anche essere di gallina. Piacevole anche l’utilizzo di stock footage, coperti da patetici filtri giallo-verde per evitare chi si veda troppo la differenza.
Purtroppo questo non basta a trasformare un prodotto così scarso (budget di 200.000 dollari, ma sembrano meno) in una trashata coi fiocchi. La noia regna sovrana, e, pur con tutta la buona volontà, risulta difficile annoverarlo tra i capolavori Asylum. Anche perchè, salvo eccezioni, questi film sono tutti uguali, e solo virtuosismi di inettitudine tipo Mega python VS Gatoroid possono salvarli dall’oblio. Non perdetevi, comunque, la scena fenomenale in cui il soldato bravo e bello inciampa da fermo, piega le ginocchia in posizione innaturale, si rompe una gamba e riprende a camminare come niente fosse!

Produzione: USA (2007)
Punto di forza: la stupidità dei personaggi e l’arrivo del coccodrillone a Los Angeles.
Punto debole: la Asylum, dopo un pò, stufa. Specie quando insiste con i coccodrilloni!
Come trovarlo: la solita Minerva Pictures!
Da guardare: consiglio di ripiegare su Mega python VS Gatoroid

Un piccolo assaggio:  (già il trailer…)

I guerrieri dell’anno 2072

L'avrete già capito: che c'azzecca l'UFO?

Di: Lucio Fulci
Con: Jared Martin, Fred Williamson, Renato Rossini, Eleonora Brigliadori

Lucio Fulci tocca vertici di trash assoluto con questo post-atomico davvero d’eccezione! Attori ridicoli, dialoghi da coma etilico, effetti speciali che definire “poveri” è un insulto alla povertà fanno di questa pellicola un cult, nel bene e nel male. E dire che le intenzioni del buon Lucio erano ottime: una feroce critica dei mass media, con trovate tutto sommato interessanti e spunti di riflessione da tenere d’occhio. Come al solito, il modo in cui questa roba viene portata in scena ha dell’incredibile. In sostanza, si tratta delle avventure di Drake, un biker (ebbene sì: ci sono in tutti i film futuristici) condannato a morte ingiustamente e costretto, per avere salva la vita, a combattere nel New Colosseum insieme a un variopinto gruppo di criminali, tra cui segnaliamo il grandissimo Fred Williamson, IL personaggio di colore in tutti i film di serie B, e un bizzarro cinese che dice due parole in tutto il film e, comunque, muore in modo incasinatissimo verso la fine. Intanto, una bionda funzionaria dell’emittente televisiva che ha orchestrato il tutto (Eleonora Brigliadori!) smaschera il vile complotto, che non consiste, si badi bene, nell’orrendo gioco al massacro che è al centro di tutto il film, ma nel solo fatto che il vincitore della carneficina sarà comunque ucciso, cosa peraltro prevedibile. La trama, come si può vedere, non è niente di speciale, ma Fulci inserisce alcune scene che trasformano la noia assoluta in una vera perla B: cominciamo dagli effetti speciali: Fulci deve aver speso il novanta per cento del budget in modellini di moto e manichini, provvedendo poi a decapitare questi ultimi in scene d’azione roboanti e ridicolissime. I raggi laser sono disegnati sulla pellicola, e una nota di merito va alla luce verde prodotta dal bastone del carceriere, che proietta lo spettatore in un cartone animato a tutti gli effetti.
Purtroppo, il film è di una discontinuità sconcertante, intriso com’è di momenti noiosi e, soprattutto, di scene al limite dell’epilessia: valgano per tutte gli allenamenti, inutilmente lunghi, e il finale. Queste fastidiosissime sequenze non hanno alcuna utilità ai fini della trama, e sono semplicemente inserite per tenere insieme l’esile storiella. Poi ci sono quelle incomprensibili: ad esempio, com’è venuto in mente a Fulci di tirare in ballo il concetto freudiano di “sublimazione” per giustificare la malvagità del computer (segnaliamo un clamoroso errore scientifico nel dialogo in cui si dice che il satellite è “a 600.000 miglia dalla Terra”, due volte più della Luna tanto per dire)? E qualcuno vorrebbe spiegarmi cosa succede nell’arena? Moto che si schiantano contro i muri a velocità soporifera ed esplodono (sì, esplode quasi tutto), gente che muore decapitata, schiacciata e infilzata, un imbecille che affronta coraggiosamente un mega-balzo per poi schiantarsi su una mina fatta con la pentola di una fagiolata. Ciò detto, il film è ricco di momenti trash che vi distruggeranno dalle risate: godetevi la Roma di cartone girata probabilmente alla Mini Italia a Ravenna, oppure gli sberleffi che i quattro criminali  stragisti (che per tutto il film vengono trattati come eroi!) più Drake rivolgono all’inutile carceriere; quest’ultimo, un caso umano, arriverà a farvi pena.
Bisogna vederlo per quel che è: un’opera non tra le migliori, ma che ben si difende nel desolante panorama B italiano. Bilancio finale della serata: due amici sconvolti, uno dei quali si è rifiutato di commentare l’esperienza. L’altro era pallido in volto e balbettava a fatica. Fulci do it better!
PS: nelle sequenze iniziali, Fulci ha voluto copiare Blade Runner, uscito l’anno prima. Non scherziamo.

Produzione: ITA (1983)
Punto di forza: gli ultimi venti minuti sono un delirio totale!
Punto debole: Fulci poteva anche risparmiarci le scene epilettiche (circa il 20% del minutaggio).
Come trovarlo: è abbastanza facile da reperire, specialmente in VHS, ma credo anche in DVD.
Da guardare: è una sfida con la propria pazienza. Non so se vi consiglio di guardarlo tra amici come abbiamo fatto noi.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=k7RG0TK_OpE (Blade Runner secondo Fulci)

I predatori dell’anno Omega

Locandina italiana. Resta da capire cosa ci faccia in bella mostra il pianeta Giove

La moto tamarra di Ginty.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di: David Worth
Con: Robert Ginty, Persis Khambatta, Donald Pleasence, Fred Williamson

“he was destined to become the…I PREDATORI DELL’ANNO OMEGA”. Così, con un clamoroso errore di traduzione, inizia questo lungometraggio. Per sicurezza, non uso quasi mai espressioni tipo “il peggior film di sempre”, o simili. Nella vita c’è sempre da imparare. Ma in questo caso lo dico senza esitazioni: questo film è il più trash di tutto il filone post-atomico. Vuol dire che non ne recensirò altri? Ovviamente, no. Vuol dire che nessuno di loro sarà mai all’altezza di questo folle e delirante capolavoro kitsch, sballato, lisergico e chi più ne ha più ne metta. Si aggiunga che trattasi di una produzione italiana con cast internazionale, come dire: una garanzia di qualità.
La pellicola è ambientata nel più classico dei futuri post-atomici: un rude e cinico guerriero senza nome sfreccia a tutta velocità per le strade desolate d’America (leggi: la campagna toscana), facendosi beffe dei nemici con la sua moto tamarra e più simile a un’astronave, sottoposta a vertiginose accelerazioni che producono involontari effetti comici. Dopo circa un quarto d’ora di inseguimenti che vi sdraieranno in terra dalle risa, il prode si schianta contro una parete rocciosa, e viene recuperato da una setta new age, ovvero “La nuova via”, che gli appioppa una missione da niente: liberare uno scienziato dalle grinfie di Prossor (Prossor!) il malvagio dittatore di turno. Inizialmente, il nostro eroe è titubante, ma una pistola puntata ai marroni e le suppliche della figlia dello studioso lo convinceranno ad infiltrarsi nel quartier generale del tiranno, collegato alla base della setta new age da un assurdo tunnel sotterraneo (?). Dopo aver sconfitto alcuni patetici mutanti-zombi, i due riusciranno nella loro missione, ma l’eroe sarà costretto ad abbandonare la bella. In seguito, accompagnato dal professore, assolderà (dopo una scena di scontro selvaggio a dir poco incredibile) una trentina di straccioni sballati, grazie ai quali distruggerà il malvagio impero di Prossor, che però sopravviverà sostituito da un clone robotico. Il colpo di scena finale non ve lo rivelo, per evitare che a qualcuno passi la voglia di visionare questo film.
Il cast è davvero stellare: Robert Ginty, attore di film d’azione celebre per le sue guance paffutelle, interpreta il guerriero senza nome. Persis Khambatta, già apprezzata in Megaforce, è la figlia del professore, la tipica triglia ebete ma tosta di cui Ginty inevitabilmente si innamorerà. Nel ruolo del capo della setta troviamo il grande Fred Williamson (imperdibile la scena sull’elicottero, in cui pare un sergente della guerra in Vietnam), mentre Prossor è interpretato nientemeno che da Donald Pleasence, il quale si sforza di risultare credibile nel ruolo da mentecatto che gli è stato assegnato. Le locations sono ben due: la già citata campagna toscana (presumo) e il capannone fatiscente che dovrebbe essere il cuore della tirannide.  Insomma, per lo spettatore si tratta di una vera e propria lotta impari tra il buonsenso e l’abbandono totale alla follia, che finirà per prevalere, un fiume in piena di attacchi al cuore delle nostre certezze cinematografiche, un colpo mortale a tutti i principi di decenza del cinema di genere. Innumerevoli le trovate trash: buona la varietà dei mezzi, soprattutto della moto di Ginty, con computer di bordo volgarissimo e doppiato in modo irritante, e della esilarante “mega-arma”, un camion da cava gigantesco ma tutto sommato lentissimo e inutile, tant’è che basterebbe girarci intorno per evitarlo, cosa che al protagonista dev’essere sfuggita. David Worth, però, da il meglio di sè nella caratterizzazione dei personaggi. Ginty è la brutta copia di Mel Gibson in Interceptor (da cui questo film è palesemente copiato, soprattutto la prima scena che sembra riciclata inquadratura per inquadratura), ma rimedia circondandosi di una specie di circo itinerante composto da: un gruppo di travestiti vestiti in modo inguardabile, un nano deforme, due idioti a petto nudo che ricordano vagamente i personaggi del videogioco Street Fighter, un cinese con un mitragliatore, due funkettoni pienamente anni ’80, un coglione con una calzamaglia in testa e due inquietanti figuri con le divise delle SS. In tutto, come già detto, trenta babbei che inspiegabilmente avranno la meglio su di una consolidata dittatura. Ginty è un vero maestro nell’uso delle armi da fuoco: usa la mitraglietta come un fucile da cecchino, spara raffiche con sono tratto direttamente da Space Invaders, usa addirittura DUE mitra mentre guida la moto senza mani! Tutto ciò che tocca, esplode. Le moto (occhio alle rotelline che mantengono in equilibrio un mezzo da trial in fiamme!) e soprattutto le macchine, che tendono a rotolare giù per burroni prima inesistenti e sbucati da chissà dove, detonando direttamente nell’aere, senza neppure attendere l’impatto, in cui il cofano è regolarmente lanciato a chilometri di distanza. Si aggiunga che il doppiaggio italiano penalizza una recitazione già di per sè pessima, con la moto di Ginty che squittisce “coglioni! Coglioni! Coglioni!” ogni volta che si avvicina qualche nemico. Interessante l’aspetto socio-politico, riassunto in una spiegazione un tanto al chilo in inglese nei titoli di testa (il film è godibilissimo anche senza), compreso il finale in cui il professore, dopo aver candidamente ammesso che “si libererà” del suo esercito di straccioni, li invita a ballare e cantare con un discorso che definire “populista” è fargli un complimento. Qui mi fermo, anche perchè i miei neuroni imploravano pietà durante la visione.
In definitiva, si tratta di un film da vedere e rivedere con gli amici, un caposaldo del genere post-atomico, un concentrato di cattivo gusto, povertà di mezzi e influenze new age capace di devastare anche la psiche dei più preparati tra gli spettatori. Maneggiare con cura!

Produzione: ITA (1983)
Punto di forza: vi sfido a trovare qualcosa di più kitsch.
Punto debole: questo film non ha punti deboli!
Come trovarlo: pare sia uscito in DVD. Vi dico solo che per trovarlo ho dovuto scavare a lungo.
Da guardare: radunate i vostri amici, una stecca di sigarette, sacchetti di patatine e dosi industriali di caffè!

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=TMem1bmHze0 (nei commenti troverete il modo di godere appieno di questa folgorante scena iniziale!)