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Juan of the dead – Juan de los muertos

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Bisogna dire che, tra questo e il Che Guevara zombi, le locandine sono geniali.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Alejandro Brogués
Con: Alexis Días de Villegas, Jorge Molina, Andrea Duro, Andros Perugorría, Jazz Vila, Eliecer Ramírez

“Oh, c’è una commedia zombi ambientata a Cuba, la guardiamo?”
Comincia così la nostra scoperta di Juan of the dead, zombi-movie satirico cubano di cui ci avevano detto un gran bene. Il filone yankee dei morti viventi ha un pò rotto le palle, diciamoci la verità: sono stereotipi che si ripetono di continuo, e anche il ridicolo involontario sempre uguale a sè stesso dopo un pò annoia (no, non è vero, continueremo a guardare i B-movies zombeschi americani perchè ne siamo dipendenti, aiutateci, è una malattia). Le recensioni online ci avevano illusi su questa produzione very-very-very-very-low budget, addirittura paragonata al geniale Shaun of the dead (se non sapete di che si tratta, vergognatevi). A nostro avviso, a unire i due film è soprattutto la fonetica del titolo. E poco altro.
Juan è uno sfaccendato cubano che ha superato i 40 anni: passa le giornate a spiare le vicine di casa, accompagnato dal suo amico guardone e pippaiolo Lazaro, si concede a una serie di focose amanti, e ha una figlia bona che però lo tratta come l’irresponsabile che in effetti è. Ex-soldato della guerra angolana, si guadagna da vivere arrabattandosi con un pò di pesca. Un giorno, l’isola caraibica è preda di un’epidemia di zombi che si allarga a macchia d’olio, nonostante i media del regime castrista ne addossino la responsabilità ad improbabili “dissidenti pagati dagli USA” (la regola del “chi ti paga?” in politica è un vero e proprio must globale). Questa apocalisse non scompone più di tanto Juan, che essendo un maestro nell’arte di arrangiarsi trova subito un modo per lucrarci: aprire un’agenzia per uccidere i parenti zombi dei cubani! L’idea sembra funzionare, grazie al formidabile team formato da Juan, Lazaro, il di lui figlio, la figlia bona e un trans che si porta dietro un enorme nero muscoloso, che però deve combattere bendato perchè sensibile alla vista del sangue (!). Ovviamente la pacchia durerà poco, perchè presto Juan e la sua squadra si accorgeranno che un’apocalisse zombi non è particolarmente facile da gestire in un business portato avanti da quattro pigri disperati.
I presupposti per un filmone formidabile c’erano tutti: pochi soldi, nessuna paura del politicamente scorretto, attori raccattati per strada (letteralmente) e uno spirito da commedia che permette di uscire dai canoni dell’horror zombesco. Ma Alejandro Brogués, semplicemente, non lo fa. Come spesso accade in questi film, bisogna considerare l’elemento horror alla pari di quello umoristico. Bene: l’elemento horror è una sequela interminabile di scene prese paro paro al cinema americano, con tanto di colpi di scena telefonatissimi che chiunque di noi è riuscito ad anticipare di un bel pò di secondi (compreso un fantamorto improvvisato che ha subito dato i suoi frutti). E l’elemento “da ridere”? Il problema è che l’umorismo del film è terribilmente dozzinale, e le “battute sagaci” si limitano a ricalcare i tormentoni di commedie becere a noi italiani ben note (oh ragazzi, ma davvero qualcuno ride ancora per la ripetizione delle parole “culo”, “cazzo” e “pompino”? Questo è il massimo dell’umorismo cinematografico mondiale? Il trans che fa doppi sensi sul proprio culo? Le prostitute tettone? A quel punto mi tenevo Christian De Sica), e come se non bastasse le due fasi si mischiano senza un minimo di costrutto.
Prendiamo Shaun of the dead: le situazioni horror e quelle comiche sono perfettamente mischiate, il non realismo è perfettamente bilanciato grazie alle trovate di sceneggiatura. Qui sembra che nessuno sapesse bene dove accidenti andare a parare e abbiano deciso di girare certe scene sul momento. Non è una questione di budget: anche su questo blog abbiamo recensito film fatti con dieci lire e un soldo di cacio, ma ricchi di fantasia e talento, o almeno buona volontà. Juan of the dead sembra girato da quattro amici con pochissima voglia che lo fanno solo perchè costretti. Il contrario dello spirito da serie Z che ci piace tanto.

Postilla: sì, ok, ci sono delle battute divertenti su Cuba, sul castrismo e sulla rappresentazione che i cubani hanno della loro storia. Va bene, le frecciatine a Fidel Castro le apprezziamo. Anche qui, però: veramente la satira più raffinata e ficcante sulla società cubana è “sono tutti zombi, ma tanto anche prima laggente era poco sveglia”? Dai, su, si può fare di meglio. Molto meglio.

Produzione: Cuba\Spagna (2011)
Scena madre: non è niente di che, ma la scena del pastore yankee ci ha spiazzati.
Punto di forza: oh, pare sia piaciuto a tutti tranne che a noi, c’è chi ha gridato al capolavoro. Magari siamo noi dei poveri stronzi e il film è una perla visionaria, chi lo sa.
Punto debole: le nostre (troppo alte) aspettative.
Potresti apprezzare anche…: Bong of the dead.
Come trovarlo: il fatto che una cosa del genere sia stata doppiata mi fa pensare che ci sia speranza per qualunque ragazzo sfaccendato che voglia provare a fare film amatoriali con gli amici. Non mollate!

Un piccolo assaggio: (anche nei commenti sono tutti entusiasti, ci sentiamo un pò degli snob a non parlarne troppo bene)

2

Passepartout – Tutte le porte sono aperte

Due di loro sono una sola persona nella realtà. No, non sono i due più a sinistra.

Due di loro sono una sola persona nella realtà. No, non sono i due più a sinistra.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Lorenzo Buscaino
Con: Eros Bosi, Andrea Buscaino, Elisa Rosati, Pierluigi Stentella

La premiata ditta Buscaino & Bosi torna, dopo La mano infernale, ad avventurarsi nel bizzarro mondo del cinema amatoriale, questa volta puntando sulla fantascienza. E noi siamo sempre qui a recensirli, elogiarli e criticarli quando ce n’è bisogno!
Andy e Manuel (Andrea Buscaino ed Eros Bosi) sono due fratelli orfani, dediti al cazzeggio e al poker grazie ai soldi dell’eredità paterna. Durante una partita a poker, Andy si gioca una collana del padre convinto di vincere, facendosi invece umiliare da un giocatore più bravo di lui e causando una lite con il fratello (oltre che beccandosi pure gli sfottò del barista). Sulla strada del ritorno, i due si imbattono in un UFO schiantatosi al suolo e nel suo occupante alieno, che ricorda molto da vicino una ragazza terrestre, anche di bell’aspetto. Presi dal panico (e dalle fregole ormonali di Manuel) se la portano a casa svenuta. In breve tempo, i due scoprono che con un ciondolo di plastica che la ragazza porta al collo si possono aprire tutti i tipi di serrature (da qui il titolo). Invece di aspettare il risveglio di lei, i due usano la chiave universale per riprendersi la collana paterna, e già che ci sono per svaligiare impunemente qualche appartamento. Una volta tornati a casa, la ragazza gli racconta la sua storia: si chiama Vegar, è evasa da un carcere di massima sicurezza e ha bisogno di ospitalità. Nello stesso momento, da un’altra parte di Terni, atterra un’altra astronave (stavolta senza esplodere) con il suo occupante: Stargot, un burino bruttone di colore verde che subito fa amicizia con l’investigatore privato Claudio. Il bruttone racconta al povero Claudio, uomo di mezza età in crisi con la moglie, che tra i due la minaccia è quella meno sospettabile, ovvero la bella Vegar. Chi ha ragione, e come gestiranno la faccenda gli umani?
Dopo i 200 euro de La mano infernale, Buscaino decide di alzare il budget: ben 1500 euro! Per l’occasione, il film è uscito dal circuito locale e sta venendo proiettato in altre parti d’Italia, cosa di cui siamo felici. L’assunto di partenza è molto semplice e simile al precedente film: due ragazzi che si imbattono in qualcosa di fantastico e di più grande di loro. I pregi della compagine ternana che ha realizzato il film sono la grande forza di volontà e la capacità di usare qualsiasi tipo di oggetto per gli effetti speciali. Buscaino non si ferma infatti di fronte alla difficoltà di girare lo schianto di un’astronave, la partenza di un’altra, esplosioni e viaggi spaziali. Se i primi tre sono effetti abbastanza rozzi (ma comunque divertenti e funzionali), il viaggio che apre i titoli di testa è invece davvero ben realizzato e molto superiore alla media del cinema amatoriale. L’idea di partenza (una chiave aliena che apre ogni porta) è davvero geniale nella sua semplicità, anche se forse si poteva prolungarne l’utilizzo. Gli attori se la cavano bene: Bosi pompa tantissimo il ruolo del fratello che si lascia sedurre dall’aliena, Stentella è più che credibile nella parte del detective in crisi di mezza età, anche se un plauso va ad Andrea Buscaino, che interpreta sia Andy sia il bruttone Stargot. La realizzazione si mantiene come sempre su livelli amatoriali, ma il film risulta bizzarro, non ridicolo, e nonostante la durata di 90 minuti (quindi superiore alla classica oretta delle pellicole artigianali) non ci sono tempi morti. La cosa più divertente di questo tipo di film, e il motivo per cui li recensiamo, è che nessuno nel cast si prende esageratamente sul serio: si può apprezzare la pellicola e allo stesso tempo sorridere di fronte al trucco di Stargot (l’attore deve essersi davvero divertito), sottolineare l’originalità dell’idea ma anche notare come tutti gli alieni parlino italiano, con spiccato accento ternano. Il risultato finale è che queste persone vogliono fare film, e li fanno a dispetto del basso budget e delle difficoltà di un genere come la fantascienza.
Nella recensione di Tulpa, poco tempo fa, abbiamo criticato Zampaglione per non aver scommesso sulla propria audacia e non aver osato di più, probabilmente per il rischio di una boiatona trash, e che solo chi scommette ottiene un buon risultato. Ebbene, Buscaino & Co la scommessa l’hanno accettata. E vinta.

[Come già in altri casi, il voto 3 è volutamente vago, poichè non si tratta di un film assimilabile alle boiatone qui solitamente recensite]

Produzione: ITA (2013)
Scena madre: per non spoilerare nulla, scegliamo il viaggio spaziale iniziale, molto ben realizzato. Sappiate comunque che la scena più bella è l’omaggio a Sergio Leone nelle ultimissime inquadrature.
Punto di forza: nel recensire La mano infernale avevamo scritto “l’indubbia originalità della trama e la grande volontà dei realizzatori”. Riconfermiamo ogni singola parola.
Punto debole: forse si poteva incentrare di più la trama sulla chiave universale che apre tutte le porte, un’idea molto originale.
Potresti apprezzare anche…: La mano infernale.
Come trovarlo: rivolgendosi direttamente agli autori tramite le apposite pagine Facebook!

Un piccolo assaggio: (trailer ufficiale del film!)

3

Battle of Los Angeles

Non illudetevi, il film non è fatto bene come la locandina.

Non illudetevi, il film non è fatto bene come la locandina.

Di: Mark Atkins
Con: Kel Mitchell, Nia Peeples, Theresa Jun-Tao

Se vi dico che il nuovo film della Asylum si chiama Battle of Los Angeles, voi che cosa pensate? Che sia il mockbuster di Battle: Los Angeles, film uscito nello stesso periodo (in Italia noto come World invasion)? Probabilmente sì, ma a torto: questo plagio su pellicola è invece un remake casereccio e miserando di Men in black e soprattutto Independence day; non potendo saccheggiarli all’epoca in quanto antecedenti alla nascita della stessa Asylum, Latt e soci rimediano quindici anni dopo rubando il titolo a un altro film ancora. E il risultato è meraviglioso!
Il film parte in quarta con un’astronave gigantesca, larga due miglia, che si piazza sopra Los Angeles e inizia a distruggerla, facendosi beffe degli attacchi dell’esercito. Niente introduzione, prologo, spiegazioni: noi vogliamo l’azione burina, e alla Asylum sanno come accontentarci. I protagonisti sono i soldati di un avamposto, che subiscono l’attacco alieno e cercano di salvare il pianeta. Con loro c’è anche un pilota scomparso nel 1942, rapito dagli alieni e improvvisamente riapparso; i superiori gli ordinano di portarlo in un luogo segreto, la sede del Majestic 12, che casualmente è a due passi da lì. Per agevolare le operazioni la potente organizzazione segreta manda ad aiutarli una donna samurai vestita di latex e armata di katana. Stop, ferma tutto. Perchè mai una organizzazione che, si suppone, dispone di tecnologie avanzatissime e armi letali manda una sola persona, e per giunta armata solo con una spada? Sembra quasi che alla Asylum abbiano confuso i copioni di due film da plagiare (l’altro potrebbe essere stato Kill Bill). La donna, una saputella alquanto irritante, li conduce in una base segreta dove si scopre l’impensabile: in soldoni, il pilota è in verità un droide alieno, che, contattato un precedente prigioniero dei terrestri, gli ruba il posto e comunica il tutto ai suoi, non si capisce bene perchè. Comunque, i tre sopravvissuti (un soldato di colore, una figona giapponese e la tipa con la katana, che per l’occasione sfoggia anche una benda sull’occhio stile Elle Driver!) riescono a pilotare un’astronave aliena con cui si intrufolano nella gigantesca astronave madre (a proposito, le dimensioni di questa variano a seconda dell’inquadratura) e affrontano il boss finale: un polipone in CGI senza occhi incredibilmente somigliante all’idra del cartone di Hercules. Sconfitta (grazie al sacrificio di uno dei tre) e devastata l’astronave-madre (non si sa come, muore l’alieno e l’astronave esplode così, a caso) i due superstiti tornano sulla terra ridendo, non prima di aver fatto schiantare il gigantesco disco su Los Angeles, causando probabilmente decine di morti.
Quiz: secondo voi in un film di fantascienza apocalittica, con città devastate, drammi personali, battaglioni di soldati, gigantesche basi sotterranee e infiltrati alieni, quante persone servono per rendere il tutto un minimo credibile, comparse comprese? 21. Ventuno. Ripetiamo, ventuno persone in tutto, compresi quelli che compaiono per cinque secondi senza dire una parola. E’ sufficiente questo per proclamare Battle of Los Angeles il film più povero della Asylum e dimostrare ancora una volta l’avarizia dei produttori; molte scene, soprattutto quelle ambientate tra i militari, sono alquanto ridicole per lo scarso numero di persone presenti; oltretutto, la ristrettezza di mezzi impedisce al regista di mostrare anche un solo abitante di Los Angeles, vanificando il senso del titolo. Altro sintomo di miseria sono gli effetti speciali di alieni e astronavi: conoscendo la Asylum non ci aspettiamo lavori alla Rambaldi, ma a tutto c’è un limite: l’astronave-madre è talmente bidimensionale da richiamare un episodio dei Digimon, le macchine aliene sono frullatori senza coperchio riprodotti in digitale, le armi sono chiaramente in plastica e l’alieno finale sembra un effetto digitale tridimensionale lasciato a metà dal grafico. E dire che gli attori reciterebbero in modo quasi dignitoso, se i loro personaggi non fossero tagliati con l’accetta: la soldatessa giapponese tosta e maschiaccio è una caricatura delle eroine di James Cameron, la ragazza-samurai è la Uma Thurman dei poveri e i soldati di colore parlano e si muovono come dei gangsta-rapper, persi in una sceneggiatura senza capo nè coda che fa avvenire tutto a caso e sfidando le leggi della fisica e del buonsenso (clamoroso il bazooka lungo due metri e altre armi ingombrantissime estratte da un normale borsone da atleta).
Senza un motivo plausibile, Mark Atkins tenta l’operazione-simpatia inserendo dei personaggi comici squallidissimi: il migliore è senza dubbio il vecchio soldato fanatico. Costui, un signore anziano e pelato, insulta i suoi sottoposti, intuisce senza uno straccio di indizio l’identità del pilota del 1942 e al primo colpo riesce a usare senza problemi un’arma aliena, prima di venire ucciso nel grottesco schianto di un UFO. A proposito di UFO: nel finale il protagonista riesce addirittura a guidarli, muovendo le mani come un visionario e grugnendo di sofferenza come una bestia.
Ultime curiosità: la battaglia di Los Angeles, che ha ispirato sia questo film che World invasion, fu un clamoroso falso allarme realmente avvenuto nel 1942, considerato da alcuni ufologi (una netta minoranza) un attacco alieno insabbiato dalle autorità. Il Majestic 12, nel film una organizzazione segreta che si occupa di alieni, è un gruppo ricorrente nella terminologia ufologica; a tutt’oggi, non vi sono prove della sua esistenza. Asylum, maestra di storia!

Produzione: USA (2011)
Scena madre: all’inizio, quando gli alieni attaccano la base dei soldati, c’è un fuggi fuggi generale. Per pochi secondi, si vede chiaramente un soldato che, invece di scendere le scale, fa la spaccata sui due manici. E’ una scena totalmente assurda, non si capisce perchè l’abbiano tenuta, ma è davvero ridicola!
Punto di forza: i plagi sono talmente evidenti (uno fra tutti, l’astronave abbattuta che atterra a pochi centimetri dal personaggio immobile, copiata da Men in black) che cercarli e individuarli diventa un’attività piacevole e divertente!
Punto debole: la scarsità di mezzi è fonte di enormi risate, ma il numero di persone coinvolte (ripetiamo: ventuno!) è talmente basso che non permette scene epiche e rende tutte le inquadrature particolarmente tristi.
Potresti apprezzare anche…: Alien VS Hunter, per un altro film poverissimo ma ridicolo, sempre della Asylum. Oppure Independece day: tanto per chiarire, riteniamo tale porcata di Emmerich ben peggiore di queste produzioni tarocche.
Come trovarlo: il tasto dolente della Asylum è che i loro film non vengono quasi mai distribuiti in Italia; noi l’abbiamo visto in inglese. Il vantaggio è che avendo riscosso un discreto successo soprattutto per l’incredibile sfacciataggine nei plagi, non dovrebbe essere troppo difficile procurarsene una copia in lingua originale.

Un piccolo assaggio: (guardate questo trailer e apprezzate l’amatorialità degli effetti!)

4

Zarkorr! The invader

Ci vuole del coraggio...

Di: Michael Deak, Aaron Osborne
Con: Franklin A. Vallette, Don Yanan, Peter Looney

Molte volte, dall’inizio di questa avventura nel mondo degli Z-movies, mi sono sentito rivolgere la seguente critica: facile criticare i film vecchi per gli effetti speciali, ma all’epoca, negli anni ’60 e ’70, non c’erano i mezzi. Ho espresso la mia posizione in proposito in una vivace discussione con l’utente Francesco, che potete leggere qui. Potete quindi capire quale gioia sia stata, per me, la scoperta di questa sconosciuta pellicola, prodotta con due lire nell’anno 1996! Un mostro alieno, Zarkorr, attacca la civiltà umana, distruggendo decine e decine di modellini con le sue movenze goffe, provocate dalle evidenti difficoltà di movimento del poveraccio in costume. In tutt’altro luogo Tommy Ward, postino e uomo mediocre, riceve la visita di una tizia maggiorata alta 10 centimetri e dalla voce insopportabile, che dice di essere una sua proiezione mentale (chissà, forse il film stesso è una proiezione della nostra mente malata) e che lui è stato scelto da una razza aliena come rappresentante dell’umanità media, e, dunque, dovrà sconfiggere Zarkorr. Dopo una tranquilla conversazione su argomenti futili (il senso e la nascita della vita, in una prospettiva così atea da far impallidire Margherita Hack!), Tommy, colpito da inspiegabile monomania psicotica, rapisce una paleontologa vista in tv, la dottoressa Martin, e con l’aiuto di un poliziotto conquistato alla causa si reca da un hacker: costui, il personaggio più irritante del film, è il classico pazzoide occhialuto che parla come uno scimunito ma è in grado, con il suo ammasso di ferraglia, di entrare nei siti del governo e di scoprire che proprio dove il mostro si è fatto vivo la prima volta c’è qualcosa che può distruggerlo. E qui sta il colpo di genio: l’oggetto in questione è un patetico scudo in plasticaccia, enorme e scomodissimo, che i tre babbei caricano nel baule dell’auto (tutto vero!). Alla fine Zarkorr sarà sconfitto, e il protagonista accetterà di buon grado la candidatura dei Verdi alla presidenza USA. Non. Sto. Scherzando.
Osborne, principale artefice di quesa genialata, è un vero eroe: nessuno, negli anni ’90, avrebbe mai pensato di resuscitare il genere sauresco senza i mezzi adeguati. Ma lui sì. Nella migliore tradizione dei capolavori giapponesi, ad un reparto effetti speciali inaccettabile, si accompagna una trama da coma etilico, che parrebbe scritta da un bambino di seconda elementare. Il kitsch regna sovrano, a partire dagli inguardabili vestiti della nana maggiorata, per concludere con gli splendidi modellini Hotwheels e Majorette che accompagnano ogni azione del bestio. Proprio lui, paradossalmente, è il punto debole del film: è vero che ogni sua apparizione fa cadere qualsiasi parvenza di serietà sfidando senso logico e leggi della fisica. Ma nei 75 minuti che compongono Zarkorr! (perchè, oltretutto, c’è il punto esclamativo?) lo spazio a lui riservato è troppo esiguo perchè possa farla da padrone. Ciò non toglie che il film sia davvero godibile, dotato com’è di un ritmo quasi mai lento e di battute deliranti che vi lasceranno esterrefatti!

Produzione: USA (1996)
Punto di forza: il genere, incredibilmente cangiante: mostro, pippone filosofico, action movie stile Il negoziatore, thriller informatico, mostro. Ge-nia-le!
Punto debole: dateci più Zarkorr!
Come trovarlo: prevedibilmente, è stato un fiasco clamoroso. Oggi come oggi, è reperibile in lingua straniera su Internet. O nelle solite bancarelle da due euro.
Da guardare: condividete con gli amici tanta grazia!

Un piccolo assaggio:  (qui potete vedere Tommy Ward accettare la candidatura dei Verdi alla presidenza. Ma come gli vengono?)

Le porte dell’inferno

E' un "Lucio Fulci presenta"!

Di: Umberto Lenzi
Con: Giacomo Rossi Stuart, Barbara Cupisti, Pietro Genuardi

1289: sette monaci vengono seppelliti vivi. La loro colpa? Aver “fornicato con il demonio” e, dunque, essere diventati eretici. Così si dice nel film.
1989: Umberto Lenzi, colto da un’inspiegabile monomania per il numero sette, si immagina cosa succederebbe se si avverasse un’ipotetica profezia sette secoli dopo, coinvolgendo sette speleologi nella maledizione proferita dai monaci al momento della morte. E ci realizza pure un film! Nella fattispecie, è la storia di questi sei decerebrati, di cui due raccattati per caso (uno, come referenza, dice di aver visitato le grotte di Postumia, wow!), che vanno a soccorrere un amico impazzito mentre cercava di battere il record di sopravvivenza sottoterra. Questo stupidissimo incipit da il via al solito gioco al massacro, che si realizzerà con i classici omicidi ridicoli e colpi di scena scontatissimi. Ma la genialata è la motivazione per cui i simpatici monaci trovano proprio negli speleologi i “sette eretici” della profezia: nessuno è cattolico! Due sono Testimoni di Geova, due sono protestanti, due sono ebrei e l’ultimo è sbattezzato, un melting pot religioso assolutamente inverosimile nella cattolicissima Italia degli anni ’80! Notare, peraltro, che i due Testimoni approfittano della tragica situazione per fare propaganda distribuendo opuscoli, tanto per evitare i luoghi comuni. Ad ogni modo, dopo i primi due omicidi, i cinque superstiti decidono di attuare la scelta migliore in ogni film horror: la divisione in due gruppi, e, in seguito, in tre. Il primo a morire è proprio Maurizio, il presunto recordman, morso da sette ragni che il dottore identifica immediatamente come “ragni amazzonici”, forse ignorando che le tarantole amazzoniche qui mostrate non sono mortali per l’uomo. Poi tocca ad un altro, dilaniato dalle esplosioni che si scatenano senza motivo un pò ovunque. I tre idioti rimasti accoglieranno i sette soccorritori ma…sorpresa! Indossano sandali da monaco: sono proprio i sette eretici! Ma non basta, perchè Lenzi raggiunge apici di vergogna mai visti prima riproponendo lo stesso finale di Incubo sulla città contaminata, con il sogno, il risveglio e il nuovo inizio.
Forse il punto più basso della carriera di Umbertone Lenzi, questo film perde numerosi punti rispetto al precedente Incubo. Innanzitutto, qui non c’è un Hugo Stiglitz a fare da protagonista, ma lo sbiadito Giacomo Rossi Stuart, che peraltro si lascia andare a supercazzole mediche clamorosamente errate (l’Optalidon è consigliato un pò come cura per tutti i mali). Gli altri non sarebbero accettabili neppure come comparse: immobili come stoccafissi, recitano i (deliranti) dialoghi senza alcuna convinzione, o, al contrario, urlano e si dimenano come bambini alle recite delle elementari. La sceneggiatura ha più buchi di uno scolapasta: dinamiche fattuali incomprensibili, effetti speciali ridicoli (come per esempio i patetici getti di vapore in stile concerto che simulano l’entrata in scena dei sette vecchi monaci rincoglioniti) e inverosimiglianze gratuite. Da cineteca dell’assurdo l’omicidio della Testimone di Geova: colpita al cranio con una possente accettata, piroetta come una svirgolata prima di cadere a terra, scatenando reazioni di ilarità nello spettatore. Appesantiscono il tutto alcune sequenze inutilmente allungate, come quella dei ragni, mentre altre sono direttamente inutili e prive di senso.
Umberto, che ti è successo?

Produzione: ITA (1989)
Punto di forza: l’assurdità di tutto il film, la patetica prova degli attori.
Punto debole: la noia assoluta che riempie i tre quarti di film.
Come trovarlo: DVD, VHS. Ma non vi consiglio di spenderci dei soldi.
Da guardare: se proprio non c’è di meglio…

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=_5BsbY5Xtv8 (dieci minuti a casaccio)