Archivi categoria: Horror

Quando cala la (posticcia) notte, il Male esce dalla sua tana…zombies patetici, creature infernali, malefici & affini. Nessuno ne uscirà vivo!

Juan of the dead – Juan de los muertos

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Bisogna dire che, tra questo e il Che Guevara zombi, le locandine sono geniali.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Alejandro Brogués
Con: Alexis Días de Villegas, Jorge Molina, Andrea Duro, Andros Perugorría, Jazz Vila, Eliecer Ramírez

“Oh, c’è una commedia zombi ambientata a Cuba, la guardiamo?”
Comincia così la nostra scoperta di Juan of the dead, zombi-movie satirico cubano di cui ci avevano detto un gran bene. Il filone yankee dei morti viventi ha un pò rotto le palle, diciamoci la verità: sono stereotipi che si ripetono di continuo, e anche il ridicolo involontario sempre uguale a sè stesso dopo un pò annoia (no, non è vero, continueremo a guardare i B-movies zombeschi americani perchè ne siamo dipendenti, aiutateci, è una malattia). Le recensioni online ci avevano illusi su questa produzione very-very-very-very-low budget, addirittura paragonata al geniale Shaun of the dead (se non sapete di che si tratta, vergognatevi). A nostro avviso, a unire i due film è soprattutto la fonetica del titolo. E poco altro.
Juan è uno sfaccendato cubano che ha superato i 40 anni: passa le giornate a spiare le vicine di casa, accompagnato dal suo amico guardone e pippaiolo Lazaro, si concede a una serie di focose amanti, e ha una figlia bona che però lo tratta come l’irresponsabile che in effetti è. Ex-soldato della guerra angolana, si guadagna da vivere arrabattandosi con un pò di pesca. Un giorno, l’isola caraibica è preda di un’epidemia di zombi che si allarga a macchia d’olio, nonostante i media del regime castrista ne addossino la responsabilità ad improbabili “dissidenti pagati dagli USA” (la regola del “chi ti paga?” in politica è un vero e proprio must globale). Questa apocalisse non scompone più di tanto Juan, che essendo un maestro nell’arte di arrangiarsi trova subito un modo per lucrarci: aprire un’agenzia per uccidere i parenti zombi dei cubani! L’idea sembra funzionare, grazie al formidabile team formato da Juan, Lazaro, il di lui figlio, la figlia bona e un trans che si porta dietro un enorme nero muscoloso, che però deve combattere bendato perchè sensibile alla vista del sangue (!). Ovviamente la pacchia durerà poco, perchè presto Juan e la sua squadra si accorgeranno che un’apocalisse zombi non è particolarmente facile da gestire in un business portato avanti da quattro pigri disperati.
I presupposti per un filmone formidabile c’erano tutti: pochi soldi, nessuna paura del politicamente scorretto, attori raccattati per strada (letteralmente) e uno spirito da commedia che permette di uscire dai canoni dell’horror zombesco. Ma Alejandro Brogués, semplicemente, non lo fa. Come spesso accade in questi film, bisogna considerare l’elemento horror alla pari di quello umoristico. Bene: l’elemento horror è una sequela interminabile di scene prese paro paro al cinema americano, con tanto di colpi di scena telefonatissimi che chiunque di noi è riuscito ad anticipare di un bel pò di secondi (compreso un fantamorto improvvisato che ha subito dato i suoi frutti). E l’elemento “da ridere”? Il problema è che l’umorismo del film è terribilmente dozzinale, e le “battute sagaci” si limitano a ricalcare i tormentoni di commedie becere a noi italiani ben note (oh ragazzi, ma davvero qualcuno ride ancora per la ripetizione delle parole “culo”, “cazzo” e “pompino”? Questo è il massimo dell’umorismo cinematografico mondiale? Il trans che fa doppi sensi sul proprio culo? Le prostitute tettone? A quel punto mi tenevo Christian De Sica), e come se non bastasse le due fasi si mischiano senza un minimo di costrutto.
Prendiamo Shaun of the dead: le situazioni horror e quelle comiche sono perfettamente mischiate, il non realismo è perfettamente bilanciato grazie alle trovate di sceneggiatura. Qui sembra che nessuno sapesse bene dove accidenti andare a parare e abbiano deciso di girare certe scene sul momento. Non è una questione di budget: anche su questo blog abbiamo recensito film fatti con dieci lire e un soldo di cacio, ma ricchi di fantasia e talento, o almeno buona volontà. Juan of the dead sembra girato da quattro amici con pochissima voglia che lo fanno solo perchè costretti. Il contrario dello spirito da serie Z che ci piace tanto.

Postilla: sì, ok, ci sono delle battute divertenti su Cuba, sul castrismo e sulla rappresentazione che i cubani hanno della loro storia. Va bene, le frecciatine a Fidel Castro le apprezziamo. Anche qui, però: veramente la satira più raffinata e ficcante sulla società cubana è “sono tutti zombi, ma tanto anche prima laggente era poco sveglia”? Dai, su, si può fare di meglio. Molto meglio.

Produzione: Cuba\Spagna (2011)
Scena madre: non è niente di che, ma la scena del pastore yankee ci ha spiazzati.
Punto di forza: oh, pare sia piaciuto a tutti tranne che a noi, c’è chi ha gridato al capolavoro. Magari siamo noi dei poveri stronzi e il film è una perla visionaria, chi lo sa.
Punto debole: le nostre (troppo alte) aspettative.
Potresti apprezzare anche…: Bong of the dead.
Come trovarlo: il fatto che una cosa del genere sia stata doppiata mi fa pensare che ci sia speranza per qualunque ragazzo sfaccendato che voglia provare a fare film amatoriali con gli amici. Non mollate!

Un piccolo assaggio: (anche nei commenti sono tutti entusiasti, ci sentiamo un pò degli snob a non parlarne troppo bene)

2

Non aprite quella porta 3 – Night killer

Non aprite quella porta 3 - Night killer

Per evitare noie, i distributori lo esportarono con il più sobrio titolo di Night killer. Peccato che l’assassino non colpisca quasi mai di notte…

[Krocodylus, Satchmo]

Di: Claudio Fragasso
Con: Peter Hooten, Tara Buckman, Richard Foster, Mel Davis, Lee Lively

Sapevate che Fragasso ha diretto questo Non aprite quella porta 3, dando così il suo contributo alla celebre saga di faccia-di-cuoio? Davvero non lo sapevate? Forse perchè non è vero. Night killer (questo il titolo anglosassone del film) non è altro che un sequel apocrifo, intitolato come il famoso film di Hooper più che altro per sfruttarne il successo. Fragasso, che nello stesso anno girò La casa 5, non è nuovo a queste operazioni.
Bastano cinque minuti di film per capire che aria tira: il corpo di ballo meno coordinato della storia, che non azzecca un movimento ritmato manco per sbaglio, si esercita in un teatro. Mentre la capoccia di tale gruppo di disgraziati insulta senza motivo una delle ballerine, interviene un assassino truccato in maniera veramente ridicola, che con un colpo di mano (dotata di artigli di gomma) passa da parte a parte i corpi delle due poverette, non mancando di sgozzare una finta gola. Il cadavere della capoballerina che precipita in mezzo al teatro interrompe il siparietto con musica da pornosoft anni ottanta. La storia si sposta su Melanie (dimenticate le ballerine, erano una scusa per mostrare il killer e un pò di tette), una milfona che viene segregata e torturata dal maniaco mascherato, ma che riesce a sopravvivere grazie al tempestivo intervento di un suo amico, che è un Tiberio Timperi con sfumature di McGyver; la donna perde però la memoria, e non ricorda nè la propria identità, nè quella della figlia, e neppure il volto del maniaco. Un pò di tempo dopo, il maniaco torna a colpire, mentre Melanie è nuovamente segregata da un tizio che prima la segue, poi sotto minaccia si spoglia in un bagno per signore e poi ci prova con lei facendo l’arrapatone che dice “supplicami di baciarti” e “voglio sentirti pregare”. La polizia intanto brancola nel buio, troppo occupata a concedere interviste alla tv (ce ne sono quattro o cinque nel film, e non ce n’è una verosimile) e a seguire i consigli di un assurdo psichiatra che dice fregnacce per tutto il film. La svolta avviene quando Melanie riconosce sè stessa in un giornale e fugge dal proprio viscido carceriere, dopo essersene comunque innamorata in una specie di sindrome di Stoccolma. Salvata dal sosia di Timperi, Melanie affronterà il maniaco nello scontro finale in casa propria, in una riproposizione di quanto successo in precedenza.
Decisamente uno dei peggiori Fragasso di sempre questo thrilleraccio a tinte horror girato senza voglia (e senza vergogna) e sceneggiato da un Fragasso e dalla fidata Rossella Drudi senza un minimo di originalità, a differenza di altri suoi B-movie. Come risultato, seguirne la trama è estremamente difficile: sembra quasi che l’intreccio sia stato ideato di scena in scena, arrivando a un finale non banale, ma anche mal costruito e alla fine pure stupido; insomma, Non aprite quella porta 3 è una cazzatona clamorosa, che risulterebbe insostenibile se non fosse per due fattori: le tette della protagonista, mostrate anche quando non ha senso farlo (tipo la scena in cui si mette in topless, si palpa le tette e si mette a filosofeggiare sugli anni che passano, senza ritegno!), e gli omicidi. Scimmiottando il Freddy Krueger di Nightmare (la maschera bruciacchiata, l’artiglio), Fragasso s’inventa il serial killer più buffo mai visto su schermo, attribuendogli una forza sovrumana (non deve essere facile bucare un torace con degli artigli di gomma, peraltro pochissimo pratici per qualunque uso) e una parlata sboccatissima e supertriviale (“voglio scoparti il cervello, troia” ci ha costretti a mettere in pausa per sfogare le risate), che rendono impossibile la tensione; si arriva al ridicolo più totale nella scena in cui il killer, mascherato, viene perculato e preso pochissimo sul serio da una tizia ubriaca, e reagisce squartandola ricoprendola di fissativo. Le comparse che interpretano le vittime del mostro sembrano fottersene di dare alle scene un minimo di verosimiglianza, infatti camminano invece di scappare e inciampano chissà in che cosa più e più volte, per permettere al lentissimo maniaco di acchiapparle.
Lo scontro finale tra l’assassino e Melanie sarebbe pure divertente, con lui che digrigna i denti e poi si fa sedurre come un qualsiasi coglione, ma Fragasso ci mette pure la prevedibilissima scena finale con la bambina che rimane traumatizzata e si accinge a ricominciare il film in un circolo vizioso senza fine. Niente a che vedere col Fragasso di Troll 2 o con le scoppiettanti collaborazioni con Bruno Mattei.

Produzione: ITA, USA (1990)
Scena madre: gli assurdi improperi dell’assassino, di una volgarità mai vista!
Punto di forza: lo stile di Fragasso, anche se l’assenza di Mattei si fa sentire.
Punto debole: troppe ripetizioni, momenti di noia, e se un film dura ottanta minuti c’è da preoccuparsi. Forse guardarlo la sera di Natale con chili e chili di pranzo coi parenti nello stomaco non ha aiutato…
Potresti apprezzare anche…: La casa 5, altro sequel farlocco targato Fragasso.
Come trovarlo: in VHS, e comunque è molto, molto difficile. Però cercando informazioni abbiamo trovato un mucchio di poster dei film di Fragasso a cifre folli. Qualcuno ci presta 150 euro?

Un piccolo assaggio: (incredibile: non c’è neppure un video di questo film su Youtube! Vabbè, non vi perdete granchè)

2

Fuga dalla morte – Luna di sangue

Di solito le locandine dei dvd le tagliamo, ma ci faceva ridere la faccia della tipa quindi l'abbiamo tenuta duplicata.

Di solito le locandine dei dvd le tagliamo, ma ci faceva ridere la faccia della tipa quindi l’abbiamo tenuta duplicata.

[Krocodylus, Gatoroid, IlCarlo]

Di: Enzo Milioni
Con: Jacques Sernas, Ulla Z. Kesslerova, Barbara Blasko, Alex Berger, Pamela Prati

Le premesse c’erano tutte: un titolo banalissimo, il finire degli anni ottanta, Pamela Prati e un pò di birra scadente rigorosamente in bottiglia di plastica con la quale innaffiare il tutto. Le cose sono andate diversamente da come ci aspettavamo.
Fuga dalla morte (o Luna di sangue, noto anche con il titolo anglosassone di Escape from death) vorrebbe essere un horror-thriller psicologico di quelli che avevano reso grande Lucio Fulci; finisce per essere un micidiale polpettone da telenovela brasiliana che rende imbarazzante Enzo Milioni, specialista in pornosoft. Lo spunto di base è subito poco interessante: Ann, la moglie di uno scrittore, Larry dice di averne visto il cadavere in una stalla: il dottor Duvivier che l’ha in cura indaga ma non trova il corpo; rinviene però una lettera in cui il presunto morto dice di volersi levare dalle palle per un pò. Un anno dopo si presenta a casa di Ann uno che sostiene di essere Larry, che lei sola non riconosce come tale. Questi sono i primi cinque minuti di film: per un’ora non succede veramente nulla: tutti vanno a cavallo, chiacchierano, si inciuccano, indagano senza ricavare una mazza, ogni tanto trombano. Ann è convinta che sia tutta una messinscena per farle confessare l’ipotetico delitto di Larry. C’è anche un vecchio custode sporcaccione, che si fa fare i lavoretti da una ragazzina bionda ninfomane che si struscia sul pacco di chiunque. Ogni tanto muore qualcuno in modo truculento e ridicolo, ma a nessuno sembra fregare più di tanto. Per farla breve: alla fine è davvero una messinscena, e tutto è stato organizzato dal dottor Duvivier per non dover ridare dei soldi ai creditori. Fortuna che arriva la polizia e lo uccide, in una scena della durata precisa di 5 secondi: praticamente, i titoli di coda partono stroncando il patetico “basta dottore” nella bocca dei due poliziotti che chissà da dove cazzo sono spuntati. Uno dei finali più frettolosi mai girati.
Non vorremmo sembrare troppo cauti o raffinati, ma Luna di sangue è proprio una cazzatona. La trama drammatica è del tutto inverosimile e arricchita da omicidi assurdi: teste di cera spappolate da proiettili, una decapitazione con una falce superesagerata, un colpo di pistola che spappola un pene finto veramente ridicolo facendolo esplodere come un pomodoro lanciato contro un muro. Anche l’elemento parapsicologico è buttato a casaccio e senza senso: dai vermi che appaiono nel tubetto del dentifricio (tipica scena horror-trash anni ottanta) alle telefonate da maniaco del presunto vero Larry, che chiama la moglie solo per informarla del fatto che i vermi se lo stanno magnando. Attori e personaggi, degni della telenovela piemontese della Gialappa’s Band, ci hanno lasciati senza parole, nel senso che mai prima d’ora avevamo assistito a un simile scempio attoriale e a dialoghi così pallosi. Nessuno, in nessuna scena, che sia di sesso, di morte o di litigio, esprime la benchè minima emozione: non solo a livello facciale (non vorremmo chiedere troppo), ma neppure nel tono di voce: le vittime degli omicidi, nel dubbio, non urlano neppure! Oltretutto i protagonisti (cioè tutti, il film ha una quindicina di presenze mal contate) sono tutti stereotipi del genere: Pamela Prati che fa la puttanona, la moglie nevrotica e il malvagissimo dottor Duvivier, che fin dalla prima scena da l’impressione di essere un gran pezzo di stronzo e che, per non farsi mancar nulla, parla al passato remoto o all’imperfetto stile verbale dei carabinieri. Aggiungiamo a questa robaccia soporifera il fatto che la componente erotica è totalmente assente (giusto due tette della bionda per una frazione di secondo), e che lo spiegozzo finale rasenta la malattia mentale: lo scrittore Larry che ruba i soldi alla moglie e alle amanti per comprarsi la droga, e per questo si indebita col dottor Duvivier, sarebbe stato eccessivo anche per Un posto al sole o Beautiful.
Chicca finale: contrariamente a quanto il proprio cognome avrebbe lasciato supporre, il buon Enzo Milioni nun c’aveva ‘na lira quando ha girato questa fetecchia, quindi le location sono due: una stalla con mezza giornata di prato e gli interni bui e tetri della casa, nella quale nessuno si cura di aprire le persiane manco di giorno.

Produzione: ITA (1989)
Scena madre: non è proprio una scena perchè dura veramente pochi secondi, ma il modo goffo in cui finisce il film fa sembrare quasi che Milioni si sia vergognato del proprio prodotto. E con ragione.
Punto di forza: ogni tanto le scene splatter impedivano di addormentarsi. Comunque sono poche e fatte coi piedi.
Punto debole: è veramente noioso, al minuto venticinque volevamo levarlo e metter su Breaking Bad. Ma ci piace farci del male.
Potresti apprezzare anche…: l’inarrivabile serie “Lucio Fulci presenta”. Come dite? Ah, anche Luna di sangue fa parte della collana “Lucio Fulci presenta”? Ci pareva…guardate anche gli altri, comunque!
Come trovarlo: risulta ne esista una versione in VHS, e financo in DVD. Comunque, ogni tanto lo passano in tv.

Un piccolo assaggio: 

(sembra incredibile, ma su Youtube non si trova nulla sul film, però abbiamo beccato questo trailer di La sorella di ursula, altra pellicola di Milioni. Apprezzate in particolare la sceneggiatura raffinata e la recitazione sobria)

1

Rise of the zombies – Il ritorno degli zombie

Persino Danny Trejo sembra chiedersi "che ci faccio qui?"

Persino Danny Trejo sembra chiedersi “che ci faccio qui?”

Di: Nick Lyon
Con: Mariel Hemingway, Levar Burton, Danny Trejo

Perchè la Asylum fa certe cose? Nel senso, sappiamo tutti che non conoscono la vergogna. Ma perchè continuano a far uscire film di zombi? Hanno qualcosa di nuovo da dire? Ovviamente no. Anzi, forse sì: qualcuno deve aver detto a Latt e soci che il make-up degli zombi applicato alle comparse nei loro film è illegale in 50 paesi, per bruttezza e approssimazione. Che hanno fatto nel caso di questa ennesima fetecchia? Hanno speso un sacco di sghei per il make-up, che infatti è più che decente: anche gli effetti splatter non sono affatto male. Poi, evidentemente, hanno finito i soldi, e siccome mancavano ancora sceneggiatura, casting e regia si sono arrangiati con quel che c’era.
Il film inizia…anzi, il film non inizia, bensì parte in quarta con un gruppo di persone che sfuggono in una San Francisco invasa dagli zombi, mentre compare il sibillino titolo Il ritorno degli zombie – Fuga da Alcatraz, clamoroso prestito dal capolavoro di Siegel. Dopo un incidente (dovuto alla elevata velocità della macchina, incomprensibile dato che gli zombi si schivano comodamente anche ai 50 all’ora) a sopravvivere è solo una donna incinta, che se ne va per i fatti suoi. L’azione si sposta sull’isola di Alcatraz, dove un altro gruppo di superstiti cerca cure per l’infezione. L’isola è stata sicura fino a quel momento, ma poi gli zombi imparano a nuotare e la invadono: i sopravvissuti scappano con un gommone stile profughi a Lampedusa e arrivano in città, qualcuno per cercare un presunto “punto sicuro”, ovviamente inesistente, e qualcuno in cerca di una cura. I tre quarti d’ora centrali sono costituiti dalle storie personali dei protagonisti: la coppietta disperata, la donna incinta (protagonista di una scena clamorosa), il soldato duro ma buono (il leggendario Danny Trejo, l’attore più famoso e capace del film, che infatti muore subito), il marine ciccione fondamentalista cristiano (Ethan Supplee, il Randy di My name is Earl, serie tv di cui la Asylum ha saccheggiato il cast per le sue porcate horror), la dottoressa milfona bona, uno scienziato pazzo. Quest’ultimo, rintanato in uno sgabuzzino, rivela che in realtà una cura non esiste, che hanno fatto un viaggio a vuoto e che insomma sono dei coglioni. Poi ci ripensa e dice che un vaccino c’è, faccio notare che lo dice con dispiacere, porello. Alla fine rimangono vivi solo il lui della coppietta, il marine ciccione amputato, il dottore e la scienziata MILF. Ah, c’è pure un tizio di colore che, rimasto da solo ad Alcatraz, sperimenta inutilmente cure sulla figlia zombi, per poi esploderci insieme. Il personaggio (come del resto tutti gli altri) è veramente noioso, stereotipato e inutile, quindi ci limitiamo a menzionarlo.
Questa pellicola non è altro che la fotocopia di Zombie apocalypse, da noi recensito poco tempo fa. La si potrebbe tranquillamente ignorare, se non fosse per una novità assoluta: la scrematura creativa. Fin dal primo momento (quando gli abitanti di Alcatraz si lamentano di essere in troppi sul gommone e lasciano indietro lo scienziato di colore, però gli zaini se li portano, begli stronzi) è ovvio che ci sono troppi, troppi personaggi. Che fare? Li si potrebbe tranquillamente accoppare tutti in un colpo solo con un attacco zombi, ma è qui che scatta la genialata: ucciderli uno a uno nei modi più improbabili e divertenti, tenendo alta l’attenzione su un film che altrimenti non varrebbe neppure il prezzo dei popcorn al cinema. E così abbiamo lo scienziato che si fa esplodere dopo essersi tagliato un braccio per nutrire la figlia, Danny Trejo duro e figo che si fa ammazzare da una zombi storpia senza opporre la minima resistenza, gli idioti iniziali che, inseguiti da una decina di lentissimi zombi, corrono ai duecento all’ora schiantandosi contro un palo, la donna incinta. Questa donna, come anticipato, muore nel modo più stupido: sopravvissuta per giorni dentro un’ambulanza, ne esce per farsi mordere da uno zombi nascosto sotto il mezzo, e chiede di salvare il bambino: appena nato, il bambolotto, già infetto, viene prontamente terminato. Il suo personaggio non serviva assolutamente a nulla, se non ad aggiungere una morte inverosimile tra le tante.
Ma sono altre le scene ridicole: una scritta “STAY OUT” sul lato interno di una struttura; lo scienziato che si disossa il braccio come un provetto macellaio e poi si fa le foto da bimbominkia con la figlia zombi; uno zombi impiccato parlante; zombi capaci di nuotare e di arrampicarsi sui liscissimi piloni di un ponte come delle gatte pelose di quelle che si trovano sugli alberi; gli zombi uccisi con dei taser, l’arma più scomoda di sempre. Oltretutto, se è vero che gli effetti speciali sono superiori alla media (ma non tutti, vedi incidente in auto all’inizio), il resto della realizzazione fa acqua da tutte le parti: le inquadrature dall’alto mostrano una San Francisco non particolarmente vivace, ma in cui si vede benissimo lo scorrere del traffico; gli zombi sono a gruppi di 10-15, come sempre la Asylum è sparagnina quando si parla di comparse; gli attori ridono invece di piangere, come nel caso eccezionale del ragazzo orientale. Le spiegazioni sono campate in aria (si dice che non è il cervello a tenerli in vita, ma il metodo per ucciderli è sempre la testa tagliata) e pure le reazioni: di due personaggi infetti, a uno iniettano il vaccino e all’altro tagliano un braccio a dieci secondi di distanza, senza che quest’ultimo si lamenti per la disparità di trattamento!
Insomma l’ennesima zombata made in Asylum!

Produzione: USA (2012)
Scena madre: dunque, è un pò lunga ma merita. La lei della coppietta, in un attimo di pausa, si siede su un tram di San Francisco (ovviamente fermo per mancanza di corrente) e confessa alla dottoressa che prima dell’apocalisse ha trombato con uno sconosciuto a una festa ed è incinta. Dopo cinque minuti di cantilena abortisco-anzi no-ho cambiato idea, la dottoressa scende. Senza un motivo, il tram parte e va a schiantarsi contro un pullman, esplodendo. Il tutto ai dieci all’ora, contro un autobus messo lì apposta e un’esplosione assolutamente impossibile! Oltretutto, il percorso totalmente casuale del tram ci ha fatto venire in mente ben altra scena.
Punto di forza: le scene divertenti sono sparse in tutto il film e rendono meno pesanti gli 82 minuti.
Punto debole: la ripetitività. Signori della Asylum, basta zombi! Copiare The Walking Dead non è la soluzione…potete fare di meglio!
Potresti apprezzare anche…: Zombie apocalypse, sempre della Asylum.
Come trovarlo: ultimamente molti film Asylum vengono doppiati e distribuiti in italiano. Alle volte li passano anche su Sky.

Un piccolo assaggio:  (persino il trailer è copiatissimo da quello della 3a stagione di The Walking Dead!)

2,5

Zombie apocalypse

Curiosamente, il titolo su questa locandina include l'ormai abusatissimo anno 2012.

Curiosamente, il titolo su questa locandina include l’ormai abusatissimo anno 2012. Chissà perchè.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Nick Lyon
Con: Ving Rhames, Taryn Manning, Johnny Pacar, Eddie Steeples

Maledetti, per un momento ci eravamo cascati! I primi minuti di questo Zombie apocalypse ci avevano quasi convinti che questo ennesimo plagio Asylum fosse davvero un bel film, non paragonabile ai capolavori di Romero, ma neppure inferiore a L’alba dei morti viventi di Snyder, in cui già recitava Ving Rhames (remake che a chi scrive non è piaciuto per niente). Ma come quest’ultimo film (che iniziava con uno splendido collage di sequenze con sottofondo di Johnny Cash), anche questa produzione si caratterizza per un inizio ingannevole. Bando alle ciance, comunque. Il mondo è caduto in mano ai morti viventi, e la trama si svolge sei mesi dopo, una trovata abbastanza inutile che porterà numerose incongruenze. Tre persone vagano per una Los Angeles spettrale: sono Ramona, una bionda insopportabile, il suo amico Kevin ed Eddie Steeples, più noto al grande pubblico come Gamberone di My name is Earl. I tre (anzi, i due, chè Kevin si fa ammazzare subito senza opporre alcuna resistenza) incontrano un gruppo di sopravvissuti: insieme a loro decidono di dirigersi all’Isola di Santa Catalina dove, stando alle informazioni in loro possesso, ci sono ancora dei sopravvissuti. Il viaggio dei nostri eroi non è per niente facile: gli zombi sono sempre in agguato; questi morti viventi sono molto strani, alcuni corrono, alcuni stanno fermi, tendono agguati e sembrano intendersi di strategia militare. Il gruppo se la cava anche grazie all’incontro con degli arcieri, ma alcuni di loro cadranno in battaglia. Il finale, un crescendo rossiniano di assurdità, vede i superstiti aspettare la nave che dovrebbe venire a prenderli e intanto combattere con delle tigrone zombie fatte malissimo. Alla fine la nave arriva e…non vi sveliamo come finisce, non è niente di eccezionale, ma ci ha lasciato un pò l’amaro in bocca, dalla Asylum ci aspettavamo di meglio.
Quasi ogni film Asylum è la risposta a qualcosa: Zombie apocalypse si ispira abbondantemente a L’alba dei morti viventi di Snyder e a The Walking Dead. Avremmo voluto vedere una versione tarocca di quest’ultimo, ma purtroppo Nick Lyon si limita a copiare qualche personaggio: il giovane timido smilzo ma agile (Glenn) e soprattutto la ragazza di colore che usa la katana, un pò forzata in un film in cui lo spessore dei personaggi è pari a zero. Il cast si divide tra attori discreti (il sempre bravo Ving Rhames e Eddie Steeples) e monoespressivi catatonici (quasi tutti gli altri): segnaliamo per curiosità che il capo degli arcieri è molto somigliante a Rafael Benitez, e come lui fa l’allenatore anche nel film. Le attrici sono tutte scelte tra gruppi di modelle di varia nazionalità, chissà perchè nelle apocalissi di questo tipo non si salvano mai bruttone brufolose e sovrappeso. Detto del cast, passiamo alla sceneggiatura: Lyon decide di far passare sei mesi dallo scoppio dell’infezione al presente. Perchè mai? Non ha alcuna utilità di trama, tant’è che molti film di zombi sono ambientati pochi giorni dopo l’apocalisse! In compenso, il dato aumenta di molto la puerilità della storia: chi ha tagliato l’erba in quei sei mesi, dato che tutti i prati presentano un taglio all’inglese perfetto? Com’è possibile che in tutto quel tempo l’unico danno agli edifici sia una colonnina di fumo in CGI che sale dai grattacieli? E soprattutto, perchè alcuni zombi sono giustamente decomposti e altri sono freschi come una rosa? Oltretutto i personaggi si comportano come se la situazione fosse una cosa nuova per loro, mentre, come  ammettono in più parti del film, sono mesi che ammazzano zombi a spasso per l’America.
A proposito di zombi: il make-up non è malaccio, alcune comparse hanno delle maschere indegne e sono truccate solo dal collo in su, ma nel complesso il trucco si può anche promuovere. Resta da capire perchè si siano aggiunti dei boss in stile videoludico, tipo il culturista zombi alto tre metri, ma vabbè, non chiediamo troppo. Concentriamoci invece sulla scena che ha lasciato perplesso chiunque abbia visto il film. Sto parlando delle tigri. Noi stavamo guardando il film, con i personaggi, i morti viventi, qualche scena simil-sentimentale…eravamo tranquilli, ed ecco che il regista, preso da chissà quale trip di acidi, ci piazza le tigri, o almeno quelle che sembrano tigri: due animali storpi, gobbi e sformati, vagamente somiglianti appunto a tigri o ghepardi, arrivati da chissà dove e realizzati con una grafica digitale decisamente peggiore a quella usata nel resto del film. Peraltro la scena ha il solo effetto di sfoltire il gruppo e occupare cinque minuti. Ci ha lasciati esterrefatti. Nel complesso un film non eccezionale, in bilico tra l’esagerazione trash e il desiderio di mantenere una patina di serietà. Si lascia guardare, comunque.

Produzione: USA (2011)
Scena madre: quella delle tigri, ovviamente.
Punto di forza: la volontà della Asylum di alzare l’asticella della qualità è encomiabile. Se mi ci metti le tigri zombi, però, tanto vale.
Punto debole: è discretamente noioso, e le scene migliori iniziano ad arrivare da metà film in poi.
Potresti apprezzare anche…: Automaton transfusion.
Come trovarlo: incredibilmente, Zombie apocalypse è stato distribuito IN ITALIANO! Succede molto raramente con i film della Asylum, e quando capita lo segnaliamo volentieri!

Un piccolo assaggio: (un documentario sulla realizzazione, purtroppo solo in inglese. Per chi mastica un pò la lingua, è davvero interessante)

2,5

Dracula 3D

Guardate che bella locandina, però! Ah, è l'edizione americana...?

Guardate che bella locandina, però! Ah, è l’edizione americana…?

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Dario Argento
Con: Thomas Kretschmann, Asia Argento, Rutger Hauer

Prima di cominciare la mattanza, vi offriamo ben tre curiosità su Dracula 3D: 1) E’ stato girato in parte nel biellese, zona dove alcuni di noi sono cresciuti; hanno fatto un casino assurdo per delle settimane e poi le parti migliori del paesaggio le hanno ricostruite in digitale! 2) Uno degli sceneggiatori (ben quattro!) è Enrique Cerezo, produttore e presidente dell’Atletico Madrid, che per questo meriterebbe la retrocessione a tavolino. 3) Durante le riprese Rutger Hauer, in giro di notte, si è spianato contro una pianta con la sua auto richiedendo l’intervento delle forze dell’ordine…ok, passiamo alla recensione. Dracula 3D è stato diretto da un omonimo di Dario Argento. No, non è lui: mi rifiuto di pensare che il regista di Profondo rosso sia responsabile di questo pattume. La trama riprende vagamente il libro di Stoker: vagamente perchè cambia arbitrariamente un sacco di cose, incluso il finale. Jonathan Harker è qui un tizio che viene ingaggiato dal Conte Dracula per riordinargli la biblioteca. L’ingenuo Harker pensa bene di invitare anche la sua ragazza, Mina, amica d’infanzia di una paesana (“interpretata” da Asia Argento). Accortasi che qualcosa non va, la ragazza decide di allearsi con Abraham Van Helsing (Rutger Hauer) per combattere la minaccia del vampiro, prima spalleggiata e poi tradita dagli omertosi capi-villaggio. Il Conte rapisce Mina perchè gli ricorda la sua ex-moglie e vuole tipo farla sua sposa per rivivere l’antico amore, non lo so, la sceneggiatura ha qualche buco, ma l’intervento risolutivo di Van Helsing manderà all’aria i suoi turpi piani e il cacciatore di vampiri potrà allontanarsi con la ragazza. Secondo me dopo scoppia la passione tra il vecchio Hauer e Mina, ma vabbè, questa è solo una mia impressione. Fine.
La prima domanda è: c’era proprio bisogno dell’ennesima rilettura di Dracula? Lo abbiamo già visto in tutte le salse (pure horror-fantascientifica!), siamo nel periodo peggiore dei vampiri su grande schermo a causa di quella diarrea che è la saga di Twilight, che bisogno c’era di tentare il capolavoro proprio con questa storia? Ma è Dario Argento, un grande regista, direte voi, ne verrà fuori un capolavoro. Eh, magari. Il film è orrendo, diciamolo subito: brutto, mal girato, fotografato con i piedi e sceneggiato peggio; sapere che si son messi in quattro a scrivere questa roba, inclusi Argento e il presidente dell’Atletico, è preoccupante. L’interesse per i personaggi veleggia per tutto il film sullo zero assoluto: tutte le versioni precedenti del romanzo di Stoker avevano la particolarità di offrire un cattivo di spessore (Bela Lugosi, Christopher Lee, Gary Oldman) e un buono di altrettanto spessore (Edward Van Sloan, Peter Cushing, Anthony Hopkins); qui i personaggi sono stupidi, inverosimili e poco interessanti. Il conte Dracula, interpretato da Kretschmann e spaventosamente simile al Governatore della serie tv The Walking Dead, è per tutto il film uno stronzo assassino, ma negli ultimi cinque minuti si cerca di dargli un’aria di tragedia e melodramma completamente fuori luogo e forzata, come se di colpo Argento si fosse reso conto del tedio generato dal personaggio e avesse tentato disperatamente di dargli una statura tragica. Van Helsing…bisogna dire che Rutger Hauer, rispetto al resto del cast, sembra Peter Ustinov; ma è proprio il personaggio ad essere assurdo: ex direttore di un manicomio, si presenta nel cuore della notte a casa di Mina, è un vecchio pieno di acciacchi ma all’occorrenza uccide vampiri con una disinvoltura assurda e, una volta morto Dracula, si lascia andare a fregnacce indegne sul fuoco e sulla passione e altre amenità di questo genere. C’è anche il dandy che interpreta Harker che sembra Al Bano prima maniera, ma stendiamo un velo pietoso. Questo per quanto riguarda il reparto maschile, chè le donzelle meritano un discorso a parte.
La prima a comparire è Miriam Giovanelli: interpreta la contadina Tanya, niente da dire, il personaggio è una bagascia maggiorata in stato di ipnosi e lei la interpreta benissimo; i primi piani delle sue tette rappresentano il settanta per cento dell’interesse attorno al film (guardate qui che popò di talento). Mina (Marta Gastini) è anche lei un’attrice non del tutto incapace prigioniera di un personaggio senza senso. E poi c’è lei, Asia Argento, imbarazzante a vedersi e sentirsi, la prova vivente che nepotismo e meritocrazia non possono viaggiare sullo stesso binario. In Land of the dead di Romero l’avevamo anche apprezzata: qui si è imbruttita, il padre le fa dire un mucchio di cazzate nei dialoghi e, soprattutto, si doppia da sè. Non sappiamo che cosa le abbia procurato quella pronuncia, ma ogni volta che appariva in scena ci sembrava di sentir parlare una badante serba, o una di quelle signore che in stazione a Torino ti chiedono dei soldi; oltre a mangiarsi le parole, la povera Asia recita peggio di Alberto Tomba in Alex l’ariete.
Ultime note: musica ed effetti speciali. La musica è di Claudio Simonetti: non è male, ma è spaventosamente fuori luogo: il tema principale è copiato dai film americani di fantascienza anni cinquanta, e la canzone finale (Kiss me, Dracula) starebbe meglio in un concerto metal-tamarro piuttosto che in un film dell’orrore. Anche gli effetti speciali sono di un veterano, Sergio Stivaletti. Anche in questo caso, viene da pensare a uno straordinario caso di omonimia: com’è possibile che il maestro italiano degli effettacci splatter si riduca così? I paesaggi sono ricostruiti con una grafica digitale micragnosa e inverosimile, idem per gli animali, e persino il poco splatter è realizzato con qualche programma di grafica particolarmente scadente; ma poi, chi è l’addetto al suono? Perchè i lupi feroci fanno il rumore di un trattore? Piange il cuore a dover recensire un film di Dario Argento su questo blog; ma se questo è il futuro dell’horror italiano, si capisce perchè molti preferiscono rifugiarsi in un più glorioso passato.

Produzione: ITA (2012)
Scena madre: la mantide. Non l’abbiamo nominata prima, è già entrata nel mito; una scena assurdamente sconclusionata e realizzata in una CGI che…no, non spoileriamo. Dovete vedervela!
Punto di forza: Miriam Giovanelli. Sul serio, la ragazza ha del talento, almeno una quarta coppa D di talento. Teniamola d’occhio. E poi i paesaggi biellesi, quando non sono ricostruiti al computer.
Punto debole: tra i tanti, Asia Argento. Ma Dario ha qualche conto in sospeso con la figlia? In un’ora scarsa la fa spogliare, palpeggiare da Dracula, mordere, uccidere e bruciare da Van Helsing. Le loro beghe familiari ci interessano relativamente, ma deve proprio inserirla in ogni film e trattarla malissimo?
Potresti apprezzare anche…: Van Helsing Dracula’s revenge. Se invece volete scoprire com’era Dario Argento, guardatevi i suoi primi film.
Come trovarlo: praticamente ignorato nelle sale (chiediamoci perchè), è stato editato in DVD e Blu-ray.

Un piccolo assaggio: (questo trailer è stato rilasciato con largo anticipo, e gli effetti speciali non erano ancora quelli definitivi. Ma non c’è molta differenza…)

3

Resident evil 5 – Retribution

Milla, il fatto di aver sposato il regista non ti obbliga a farti del male così...

Milla, il fatto di aver sposato il regista non ti obbliga a farti del male così…

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Paul W.S. Anderson
Con: Milla Jovovich, Michelle Rodriguez, Sienna Guillory

E’ davvero stupefacente vedere come, in queste pellicole moderne, tutto, attori compresi, sia realizzato in digitale. Come dite? Gli attori erano veri? Non ce ne siamo accorti. Sbaglia chi dice che i film della saga Resident Evil (e questo in particolare) siano ispirati ai videogiochi; questi sono dei videogiochi, e anche di pregevole fattura, al punto che lo staff aveva la tentazione di controllare la memory card di tanto in tanto. Paul Anderson abbandona completamente il tentativo (peraltro fallito nelle pellicole precedenti) di inventarsi una trama decente per la sua saga zombie, e si lascia andare a un divertimento assoluto e senza senso che si attenuerà solo negli ultimi quindici minuti, citando e copiando a man bassa il mondo dei videogame e della cinematografia. I primi, spettacolari dieci minuti vedono Alice, protagonista della saga, riassumere i precedenti episodi un tanto al chilo, creando evidenti lacune di sceneggiatura (che fine hanno fatto il tipo di Prison Break e sua sorella, presenti alla fine del quarto capitolo?). I titoli di testa sono presentati con un pregevole effetto rewind, plagiato dal trailer di Dead Island. Segue una scena surreale di dieci minuti buoni in cui lei si vede sposata con una figlia in una ridente cittadina attaccata dagli zombi. Ma Anderson sa che non è questo ciò che vogliamo, e ci riporta alla realtà con una bella base sotterranea in Russia piena di zombi. Si scopre che la Umbrella Corporation ha costruito questo mega impianto per collaudare i virus e ricreare le città e vendere i virus come arma e insomma altri pretesti idioti per un pò di azione. Per cinquanta minuti buoni assistiamo a un crescendo di assurdità: inseguimenti con gli zombi vestiti da soldati sovietici che guidano moto e camion, calci in faccia, cloni dei protagonisti, scolarette giapponesi che si trasformano in mostri, insomma l’intero campionario digitale della saga Resident Evil. Anderson sfiora la blasfemia assoluta inventandosi il personaggio di Becky, la bambina sorda figlia del clone di Alice che viene trovata dall’Alice originale e instaura con lei un rapporto copiato da Aliens – Scontro finale; in una scena Alice arriva addirittura a salvarla da un uovo di mostro, concetto del tutto estraneo alle creature di Resident Evil ma tanto utile per plagiare ulteriormente il capolavoro di James Cameron. Gli ultimi venti minuti perdono un pò di freschezza: c’è la rediviva Michelle Rodriguez che si trasforma in una specie di super-donna invincibile e ammazza due-tre amici di Alice prima di venire gettata nell’acqua gelida e divorata dagli zombi. La scena finale, però, risolleva la portata trash del prodotto, con una città murata, ultimo avamposto della razza umana, assediata da milioni e milioni di creature (compaiono anche alcuni draghi, così a muzzo). Ah, la razza umana è simboleggiata da un mutante e due cloni, giusto per farsi due risate.
Che s’è fumato Anderson? Ok, nessuno dei film di Resident Evil va oltre la mediocrità, ma qui si esagera. La grafica: seriamente, non si capisce che cosa sia reale e che cosa sia ricostruito. Il personaggio di Albert Wesker sembra perennemente fatto in digitale, noi abbiamo giocato a Resident Evil 4 e vi assicuriamo che nel videogame era più nitido e dettagliato. Ma questo Retribution è comunque una gioia per gli occhi: chi non ha mai sognato di vedere dei soldati sovietici zombi armeggiare con motoseghe e camion lanciarazzi? Chi non ha mai voluto vedere un’orda di creature del tutto casuali assediare la razza umana? Ecco, questo film ve lo permette. La trama conta meno di zero, così come i personaggi: l’importante è esaltarsi alle loro imprese. Le coreografie, peraltro, sono estremamente curate, così come la spettacolarità delle scene apocalittiche. Il combattimento finale regala una (in)volontaria citazione del film Riki Oh, quando il clone cattivo di Michelle Rodriguez picchia i protagonisti: le immagini delle ossa che si spezzano non potranno non ricordare il capolavoro orientale. Le tamarrate non si contano e sono sempre a livelli altissimi: ampio abuso del ralenti, armi con il cheat colpi infiniti, dialoghi burini, l’amico figo che muore da eroe, e quei vessilli sovietici che faranno impazzire gli adoratori dell’horror bellico; sottolineiamo il fatto che la Umbrella Corporation è tutta fissata coi simboli, tanto da averli ridipinti ovunque, però non ha avuto il cuore di togliere gli stemmi sovietici, o forse era solo per rimarcare agli spettatori l’ambientazione geografica. In definitiva, che ci crediate o no, è un film piacevole: l’ideale per esaltarsi con un pò di azione inverosimile, CG nemmeno troppo sforzata e ricordi di videogiocate adolescenziali.

Produzione: USA (2012)
Scena madre: durante il combattimento con Jill Valentine, Alice risolve la questione togliendole con pochi sforzi il congegno che la controllava. Tutto qui? Bastava questo per evitarsi tutto il film? Non poteva pensarci prima?
Punto di forza: le tutine aderenti di Milla Jovovich (che è pettinata come Andrea Pirlo), la breve durata, il variopinto campionario di mostri.
Punto debole: ce ne sono parecchi, ma soprattutto c’è lei: la bambina che impersona l’intelligenza artificiale. E’ irritante!
Potresti apprezzare anche…: i precedenti capitoli della serie. Ma anche i videogiochi, che sono meglio sceneggiati!
Come trovarlo: in qualunque formato, in qualunque lingua. E’ questo il bello del recensire film famosi!

Un piccolo assaggio:  https://www.youtube.com/watch?v=ZRmWLqrJkz4 (dite quello che volete, ma questo è il trailer più bello e cazzuto degli ultimi anni!)

3

Big tits zombie

Adoro questo genere di cose!

Adoro questo genere di cose!

[Krocodylus, Satchmo]

Di: Takao Nakano
Con: Sora Aoi, Risa Kasumi, Mari Sakurai

Sono film come questi che ti riappacificano con il mondo della serie Z; la riscossa dell’azione orrorifica giunge dall’Estremo Oriente. Il regista nipponico Takao Nakano, avvalendosi di un cast d’eccezione (tra cui spicca la prestigiosa pornostar Sora Aoi), confeziona una pellicola totalmente sconclusionata che è quasi un manifesto del trash made in Japan moderno.
Siamo ovviamente in Giappone, come ben si capisce dalle ossessive inquadrature del monte Fuji a sottolineare l’elemento geografico. Le quattro protagoniste sono delle ballerine spogliarelliste che si esibiscono in un teatro fatiscente la cui clientela non supera mai le tre-quattro unità. Vivono in una stanzetta piena di oggetti kitsch e ricevono uno stipendio irrisorio dal loro bieco datore di lavoro. Convinte ad accettare un lavoro in un porno-resort termale (lo chiamano così!), dopo una notte di bagordi insieme ad un nano deforme e ai suoi amici, dei grassoni ributtanti che usano le ragazze come tavoli per magnare, realizzano quanto sfigate siano; intanto, scoperto un passaggio segreto sotto la loro stanza, trovano un libro con il quale una di loro, la più scema, resuscita i morti. Così, dicendo due formulette in giapponese (notare che il libro è descritto come italiano e risalente al seicento!); una di loro viene subito sbranata, una si chiude in cantina, una viene morsa e le altre due si armano. Segue una mezz’oretta un pò ripetitiva, con gli assalti dei non-morti che culminano immancabilmente in carneficine, grazie soprattutto alle katane e alla motosega (spenta) delle due fanciulle. Liberatesi dell’amica morsa con un proiettile nel cranio, affrontano la ragazza che si era chiusa nello scantinato: costei ha imparato a controllare gli zombi e, non si sa bene perchè, vuole conquistare il mondo trasformando tutti in morti viventi senza personalità. Dopo un’epica battaglia, fonte di quasi tutte le risate del film, è il momento della resa dei conti tra le due superstiti e la spocchiosa antagonista. La situazione si conclude all’incirca con un pareggio, almeno finchè sbuca dall’inferno un diavolaccio blu, incredibilmente somigliante al Mago Otelma, che si scusa per il casino combinato, riporta all’inferno zombi e traditrice e si dilegua.
Nakano decide di non prendersi affatto sul serio e di citare a mani basse i maggiori cult movies amati o diretti da Quentin Tarantino. Non per nulla, una delle protagoniste indossa un completo succinto con gli stessi colori che vestiva al Thurman in Kill Bill, e non si contano le situazioni e gli effetti musicali che omaggiano il cinema di Sergio Leone (compreso lo stratagemma della pallottola al cuore già usato in Per un pugno di dollari). La sua ironia e alcuni momenti di comicità volontaria gli impediscono di essere un capolavoro assoluto del trash. Tutto il resto è semplicemente merdaviglioso: come il titolo promette, ci sono zombi, sangue e tette in abbondanza, mostrate nei momenti più inopportuni e inquadrate con primi piani anatomici che valorizzano al meglio le grazie delle cosiddette attrici. A dir poco impressionante la genialità degli zombi: come realizzare orde di morti viventi avendo a disposizione una quindicina di comparse al massimo? Usandole allo sfinimento! Ecco che alcuni non morti compaiono un pò ovunque: in particolare il clone di Slash dei Guns & Roses e l’infermiera appaiono al cimitero, nella cantina, nel capannone e per strada! Alcuni di essi sono in grado di usare katane e altre armi; una delle ballerine sbranate, zombificata per l’occasione, ha anche la capacità di trasformarsi in una specie di mostro tentacolato e con una lingua lunga un metro. Ma è veramente impossibile descrivere nel dettaglio il mare di cattivo gusto in cui Big tits zombie sembra affondare: nudi del tutto casuali, decapitazioni, effetti sanguinolenti fatti con dieci lire, dialoghi insensati e tanta autoironia, che comunque non guasta alla carica trash della pellicola. L’apoteosi del brutto si raggiunge forse nella scena in cui, subito dopo l’evocazione degli zombi, i primi a risorgere sono i pesci essiccati nella cucina delle ragazze; primo esempio nella storia del cinema di sushi non-morti!

Produzione: Giappone (2010)
Scena madre: di norma gli zombi si trasformano lentamente, passando a poco a poco dalla coscienza al puro automatismo stile film di Romero. Qui no: la loro amica morsa passa, da un secondo all’altro, dalla più completa lucidità all’essere una belva assetata di sangue che, dulcis in fundo, sputa fuoco dalla vagina. Mica cazzi.
Punto di forza: spesso nei film di zombi il copione prevede sempre gli stessi clichè. Ecco, non qui: il regista ha idee originalissime!
Punto debole: sarà che conosciamo poco la cultura giapponese, ma certe trovare erano francamente incomprensibili.
Potresti apprezzare anche…: Bong of the dead.
Come trovarlo: soltanto in edizione straniera; non è mai stato tradotto in italiano.

Un piccolo assaggio: (un tra(sh)iler è l’unica cosa che si possa mettere su Youtube senza incappare nella censura!)

4,5

Sete da vampira

Come detto, gli effetti speciali non sono così pessimi.

Come detto, gli effetti speciali non sono così pessimi.

[Krocodylus, Eltigre]

Di: Roger A. Fratter
Con: Elisabetta Principe, Carlo Gireli, Mirko Riva, Marta Bordino

“eh, ti piace vincere facile, recensisci film di poveracci che non hanno una lira”. Il prossimo che ci rivolgerà questa accusa (ogni tanto capita) sarà da noi processato e condannato a vedere Sete da vampira. Non una parola verrà infatti spesa per criticare gli effetti speciali, peraltro non molti e di fattura non spregevole. Limitiamoci alla sceneggiatura.
Si parte con una bella scena girata in un cimitero, sotto la neve. Stacco: un pittore è ossessionato dalla visione di una donna: questa donna è una vampira, il protagonista la vede ovunque, non riesce a disegnare altro, e meno male, dato che, artista o non artista, i suoi disegni sono degli scarabocchi inguardabili. Dopo aver chiesto aiuto ad un amico ed aver ricevuto una risposta deludente, decide di “visitare luoghi del passato in cerca di indizi”. Esatto, “luoghi del passato. A caso. Ma chi era quello del cimitero, all’inizio? Boh, non viene spiegato. Nel frattempo, ci vengono mostrate due cose: la prima è che una ragazza è legata al letto, chissà perchè. La seconda è che la vampira vive in una mega-villa con un marito (che in qualche modo conosce il protagonista, ma non capiamo in che modo) e un servitore. Quest’ultimo è il vero protagonista del film: un caso umano, un poveraccio zoppo e storpio che la vampira insulta senza altro motivo che il mero desiderio di allungare il film. Mentre il pittore fa sedute spiritiche, una ragazza si offre di aiutarlo. Si incontrano, spiaccicano due parole senza senso e poi ognuno torna a casa; ma la sventurata trova la vampira ad aspettarla. Qui pare l’inizio di un porno amatoriale di serie Z: la tipa agghindata come una battona, la vampira con la frusta…inizia a colpirla (per modo di dire, non le lascia un segno che sia uno!) e poi se ne va, lasciandola sofferente. Uno si aspetta una bella scena violenta e sanguinosa, e invece la frustata ci offre una scena di dieci minuti buoni di masturbazione, giusto per tenere sveglio lo spettatore con un pò di soft-core. Alla fine il pittore si reca alla villa, si scontra con il servitore zoppo (sì sì, esatto, e per poco non ha la peggio!), lo uccide senza motivo, dato che bastava girarci attorno da quanto è lento, va dalla vampira e la uccide. Ma chi era quello del cimitero, all’inizio? Boh…
Più e più volte, durante la visione di questo film, i due recensori avrebbero voluto sottomano La gazzetta dello sport; settanta minuti di dettagli sul calcio-mercato rappresentano infatti un’alternativa validissima a Sete da vampira. Il regista dice di essersi ispirato a Carmilla, romanzo di Le Fanu che già aveva ispirato il delirante Vampires VS Zombies; a parte che il libro in questione è un capolavoro della letteratura horror, le uniche cose in comune sono i vampiri e l’atmosfera lesbica. Niente ha senso nella sceneggiatura: sequenze montate in nome della più completa casualità, recitazione inesistente, lentezza sovrumana e disprezzo della consecutio temporum. Il budget risicato non ha nulla a che fare con l’insensatezza: non è che si può affidare al caso una storia e poi rattopparla dicendo “eh ma io sono un regista esordiente”. I registi amatoriali che conosciamo personalmente ci insegnano che talento e denaro non vanno di pari passo. Non mettiamo in discussione il talento del regista, ma qualche domanda ci viene; prendiamo la scena in cui la vampira, dopo aver accoppato l’amante, chiede al servitore, con aria lasciva, di “farla divertire”. E’ ovvio a cosa state pensando, ma vi sbagliate: il servitore inscena una indegna pantomima in cui fa le smorfie alla Jerry Lewis e si muove come un drogato in crisi di astinenza, mentre lei ride! La morte del suddetto poveraccio è da antologia: per evitarlo basterebbe camminare a passo spedito: è zoppo, e per di più è un pò letargico! Basta chiudere la porta! Invece no: il protagonista lo stende con un pugno, poi prende una scopa e gliela pianta nel cranio! E pensare che tutta la pellicola dava l’impressione di voler fare a meno della violenza gratuita…l’unica altra scena più o meno sanguinosa, quella iniziale dell’aggressione a opera della succhiasangue, è ripetuta decine di volte nei momenti più inopportuni del film, con il primo piano dell’attrice sparato contro lo spettatore. Delirio più totale!
Ah, quasi dimenticavo: ma alla fine, chi era quello del cimitero dell’inizio?

Produzione: ITA (1998)
Scena madre: abbiamo scelto una sequenza da manuale: la si poteva rifare, non è niente di particolarmente costoso; e questi sono i motivi per cui i film amatoriali finiscono sulla Cinewalkofshame. Durante una seduta spiritica, il protagonista si alza e, chiudendo gli occhi, urla “nooooo!” per poi accasciarsi a terra. Nel farlo pianta una craniata mostruosa contro il muro (rischiando una commozione cerebrale). Dura un paio di secondi, ma è la scena migliore del film!
Punto di forza: grazie al cielo, Fratter non si dilunga, il film dura solo 70 minuti.
Punto debole: nonostante sia breve, è davvero pesante. Un’autentica mattonata trash.
Potresti apprezzare anche…: Vampires VS Zombies.
Come trovarlo: contrariamente a quanto si possa pensare, è uscito in DVD; comunque, non è semplice da reperire, nonostante ci sia su Youtube completo.

Un piccolo assaggio:  (trailer originale; comunque, agli utenti di Youtube sembra essere piaciuto)

1,5

Delirio di sangue – Blood delirium

Ecco, sì, delirio è la parola giusta.

Ecco, sì, delirio è la parola giusta.

[Krocodylus, IlCarlo]

Di: Sergio Bergonzelli
Con: John Phillip Law, Gordon Mitchell, Brigitte Christensen

Per una volta, il titolo non mente: nel film c’è tanto delirio, e c’è pure tanto sangue. Ma soprattutto delirio. L’inizio, con una sagoma che cammina in controluce e una voce che dice scempiaggini, è l’antipasto di una cena a base di nonsenso. Si cambia scena: Sybille, una casalinga frustrata, prepara la cena al marito in topless. Una voce di donna, proveniente dal nulla, le dice che lei è un’altra parte di Sybille, che viene dal futuro che però è sovrapposto al presente in un’altra dimensione e insomma altre cazzatone sui generis. Nello stesso momento, la moglie di un pittore muore. E qui la prima scena eccezionale: un minuto dopo la morte, sottolineiamo un minuto (IlCarlo ha spiegato che occorre agire “finchè sono ancora calde”), il maggiordomo ingrifato tenta la necrofilia sul cadavere! Il pittore, che scopriamo chiamarsi Saint Simon (a me pareva fosse tipo un filosofo del settecento, ma vabbè), lo scopre e je mena, ma lo tiene con sè. Un anno dopo, gli prendono i cinque minuti e dissotterra il cadavere, ormai ridotto a uno scheletro, ma ancora non gli basta per ritrovare l’ispirazione. Nel frattempo, a Sybille si apre una finestra, da cui entrano quintali di calcinacci (manco abitasse in un cantiere) e un invito per una mostra di Saint Simon. Lei ci va, e il pittorucolo, così, dal nulla, le dice che lei è la copia sputata della sua ex-moglie, e che come tale deve andare a vivere da lui per ispirarlo. Lei, invece di mandarlo a cagare, è titubante; il giorno dopo i due si trovano per strada, e lei, senza avvertire parenti, amici o marito, accetta di trasferirsi al suo castello. Fin da subito è evidente che qualcosa non va: prima Saint Simon la fa vestire come la Silvani di Fantozzi (davvero inguardabile), poi il maggiordomo tenta lo stupro ai danni di una ragazza locale, che quella notte verrà portata al castello e uccisa. Lì Saint Simon, ormai fuori di melone, si accorge che il sangue è il “colore della sofferenza” e che ne ha bisogno per i suoi quadri. Alla scemetta protagonista occorrono giorni per accorgersi del pericolo; troppo tardi, perchè, dopo essere stata drogata e stuprata dall’ingrifatissimo maggiordomo, viene deposta in una teca di vetro e lì abbandonata. A questo punto interviene suo marito, che pare uscito da un trailer di Maccio Capatonda, e affronta i due assassini. Catturato, riesce a fuggire grazie all’intervento del fantasma della ex moglie del pittore, che non si sa perchè vuole vendicarsi. I due buoni scappano mentre la casa, crollando, uccide il pittore e il suo maggiordomo, e la voce rassicura Sybille che è tutto finito e bla bla bla, una sequela di robe senza senso che sanciscono il finale.
Innanzitutto, l’arte: noi non siamo certo dei critici, ma quale essere umano sano di mente potrebbe apprezzare i quadri di Saint Simon? Persino quello che dovrebbe essere il suo capolavoro, per la cui realizzazione vengono uccise svariate persone, è una crosta indegna di Osvaldo Paniccia; notiamo, tra l’altro, che il pittore si crede la reincarnazione di Van Gogh, mentre non è neppure la reincarnazione di un imbianchino. Nella parte del maggiordomo, fa bella mostra di sè Gordon Mitchell, già da noi apprezzato come sacerdote di Aborym ne La croce dalle sette pietre. Bergonzelli gira utilizzando una tecnica particolare: quando c’è qualcosa da spiegare, dai quadri alla consecutio temporum degli avvenimenti, ricorre a delle supercazzole assurde che spingono lo spettatore a dire “ok, va bene, mi fido” e a lasciar perdere. L’obiettivo era quello di creare un film malato, ma il risultato è solo ridicolo: le scene di necrofilia sembrano tratte dala serie Scary Movie, e Saint Simon con un orecchio mozzato in mano non assomiglia a Van Gogh, ma solo a un demente; inoltre vedere i due cazzoni che muovono uno scheletro-marionetta è esilarante, non spaventoso. Insomma, nonostante Mitchell e il pittore profanino più cadaveri in dieci minuti che le Bestie di Satana in anni di attività la tensione è inesistente, e la paura anche. Geniale la scena che chiude il film: mentre Sybille e il marito sono prigionieri dei due pazzi, si aprono le finestre, entra il vento, i quadri pigliano fuoco, il fantasma ride in faccia al pittore e gli mozza un orecchio, compaiono dei globi luminosi a caso e non si capisce più nulla. Aggiungiamo che la fotografia, di volta in volta completamente buia o illuminata all’inverosimile, ha spinto IlCarlo a smadonnare al terzo minuto secondo di film. Culto assoluto!

Produzione: ITA (1988)
Scena madre: non è una scena, è un quadro. Si intitola Satana genera l’universo, e rappresenta un diaulo che caga stelle filanti. Ripetiamo: un diaulo che caga stelle filanti. A Bergonzè, che te sei fumato?
Punto di forza: la demenza della sceneggiatura, pari a quella di La croce dalle sette pietre, genera situazioni comiche a valanga.
Punto debole: una certa discontinuità; se tutto il film fosse delirante come il finale, rientrerebbe nella Top 10 del blog.
Potresti apprezzare anche…: Bloody Psycho e i film della serie Lucio Fulci Presenta. O i video di Andrea Diprè; ecco, questo è l’horror secondo Andrea Diprè.
Come trovarlo: dunque, pare che sia uscito in DVD, ma siccome è pressochè irreperibile consigliamo la ricerca in rete.

Un piccolo assaggio: (da questo trailer scombiccherato si capisce il livello del film)

3,5