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Arctic predator – Terrore tra i ghiacci

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Uh che figo! Dove si compra l’action-figure di ‘sto coso?

Di: Victor Garcia
Con: Dean Cain, Lucy Brown, Steven Waddington, Erbi Ago, Louisa Clein

Io amo John Carpenter. Amo i suoi film. Mi piacciono così tanto che sono disposto a perdonarli per la miriade di sequel apocrifi e imitazioni becere che hanno generato nel corso dei decenni. Arctic predator (che dal titolo ci aveva fatto sperare in un grandioso remake del Predator con Schwartzy ambientato al Polo) si ispira chiaramente, nell’ambientazione e nel canovaccio, alla Cosa del regista americano: un gruppo di ricercatori in mezzo ai ghiacci minacciati da una “cosa” aliena che li decima.

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Lo volevate fatto bene come nella locandina eh? Illusi.

Stavolta, però, il protagonista non è quel bad-ass di Kurt Russell, ma il pacioso Ross, che si porta dietro un dramma del passato: un suo antenato che si comportò da vigliaccone abbandonando una nave nei ghiacci, proprio la stessa nave che il suo pro-pro-pronipote andrà a ritrovare, liberando al contempo l’alienone di ghiaccio che dormiva tranquillamente da 200 anni. Il mostro si nutre di calore umano, e per farlo “trasforma le vittime in ghiaccioli”, come tutti ripetono continuamente. A quanto è quotato il sacrificio finale del protagonista, che riscatta così l’onta dell’antenato fifone? 1.02? Ecco, appunto.
Il curriculum del regista Garcia è costellato di titoli horror senza infamia nè lode, spesso ispirati a successi internazionali di ben altra caratura. Ecco, Arctic predator non sfugge più di tanto al copione: è brutto, brutto forte; ma non abbastanza forte da essere spassoso. I personaggi sono tagliati con l’accetta: gretti e avidi, obbediscono esclusivamente a logiche economiche ed utilitaristiche, calcolando l’esito delle proprie ricerche in termini monetari e sbattendosene del tutto sia dell’impatto scientifico che (e questo fa ridere non poco) del destino dei propri compagni. Le numerose morti che si susseguono per novanta minuti sono infatti accompagnate da reazioni ai limiti del surreale, con i beceri scienziati che elaborano il lutto con un’alzata di spalle e riprendono a calcolare quanti dollari potrebbero guadagnare da qualsiasi cazzo di oggetto. Per riempire un pò il canovaccio c’è anche una specie di triangolo amoroso, con una scienziata contesa tra due personaggi, ma è talmente poco interessante che neppure gli sceneggiatori hanno pensato di approfondirlo.

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“Oh mio Dio, guarda: un espediente narrativo spaventosamente telefonato!”

E l’arctic predator? Ce la da qualche gioia? Sì e no. Come al solito, si tratta di una elaborazione grafica scattosa e dalle proporzioni variabili a seconda delle scene, realizzata con cinque euro e due Goleador, che uccide in una lunga serie di scene telefonate e agisce in mezzo a ghiacci ancora più finti di lui. A un certo punto viene pure ucciso grazie al geniale piano architettato da uno dei due del triangolo (non il protagonista), ma siccome questo impedirebbe a Ross di bullarsi col sacrificio riscattatore si fa in modo che il mostro sopravviva (come? Perchè? Mah) facendolo poi crepare in una banale esplosione. Peccato, speravamo meglio.

Produzione: USA (2010)
Scena madre: quell’intro farlocchissimo, con e navi in CG e l’arrivo dell’alieno (ma i marinai come fanno a fuggire? Boh) meritava maggior giustizia.
Perchè sì: perchè le imprese di quel bruttone del predatore di ghiaccio, ogni volta diverso dalla scena prima, sono da gustare attentamente.
Perchè no: perchè, e questa non è una novità in film del genere, quando il bestio non c’è la noia regna sovrana.
Potresti apprezzare anche…: Bone eater, del maestro Wynorski, non fosse altro che per la curiosa somiglianza tra i due antagonisti.
Come trovarlo: siamo sicuri che il canale SyFy non se lo lascerà sfuggire.

Un piccolo assaggio: (è talmente ridicolo che non siamo riusciti a trovare uno straccio di filmato, quindi beccatevi ‘sto documentario sui veri predatori del Polo)

2,5

I 10 stereotipi dei b-movies d’azione – Parte II

Leggi della fisica violate, famiglie fatte con lo stampino, minoranze etniche bistrattate: il mondo dei filmacci action non conosce confini nè limiti. Ecco la seconda parte del nostro viaggio nella costruzione di un brutto film d’azione come si deve. Con grande entusiasmo e un pò di vergogna, ecco altre cose da non dimenticare quando si guarda un’opera d’arte dell’azione violenta su schermo.
6 – CATTIVISSIMO LUI

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Alla fine, Jimmy Cameron è solo un Aaron Norris con qualche miliardo in più.

“Bene e male, peccato e innocenza, attraversano il mondo tenendosi per mano” (Oscar Wilde)

Bello, bello, peccato che qui parliamo di film d’azione, non c’è tempo per queste pippe intellettuali. Il bene sta da una parte, il male dall’altra. Soprattutto la seconda. Talvolta (spesso involontariamente) anche i protagonisti dei B-movies hanno qualche sfumatura. Spesso non è voluta, è quasi involontaria, e nasce dal fatto che un personaggio troppo buono, giusto e perfetto è difficilissimo da gestire su schermo, paradossalmente più di un “antieroe”. Questo non vale per i cattivi: il loro ruolo è quello di antagonista, devono fare gli stronzi finchè il buono non trova modalità e tempistiche giuste per spaccargli il culo. Immaginiamo che questa malvagità illimitata a loro concessa sia fonte di grande divertimento per gli attori che li interpretano.
Sulla carta, la maggior parte dei malvagi è mossa da avidità, fanatismo politico o religioso, desiderio di vendetta. Il loro scopo non è tanto il male altrui, quanto il proprio tornaconto. Il problema è che la trasposizione di queste idee avviene spesso ad opera di incapaci, e i cattivi finiscono per diventare delle esilaranti macchiette, proprio dei sadicidimmerda che godono a picchiare, uccidere, spaventare. Gente che investirebbe le vecchiette mentre attraversano la strada, picchierebbe i bambini e obbligherebbe i nemici a guardare repliche di L’onore e il rispetto fino alla pazzia. A volte gli attori che li interpretano sono assolutamente rispettabili (Donald Pleasence ha fatto il macchiettone cattivo per decenni, ma con uno stile raramente ripetibile, proprio perchè lo faceva in film che erano la quintessenza della bruttezza), ma più spesso sono dei carneadi mandati allo sbaraglio, che enfatizzano il personaggio con smorfie assurde e caricando ogni battuta in modo grottesco.
Un’ultima annotazione: a volte l’antagonista principale è risparmiato da tutto ciò e dipinto con una certa cura. Raramente, ma capita. Gli scagnozzi no, sono proprio delle bestie guidate dagli istinti più bassi, e questo rende ancora più ridicoli i loro scontri con l’eroe.
Esempi: i vietnamiti della serie Rombo di tuono, i malvagi dei film ninja (in cui spesso comparivano anche tracce di xenofobia tra cinesi e giapponesi, peraltro), la setta di fanatici di Cobra. Ma, per salire di livello, anche il militare stronzissimo di Avatar: dai, su, solo a me fa ridere per quanto è insensibile e spietato?

7 – IL MONDO E’ PICCOLO

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Ah ah ah, maledetto russo-cino bolscevico, tra 300 milioni di yankees hai beccato proprio Chuck Norris che ora ti aprirà il culo in due parti non uguali!

Nei punti 2 e 3 abbiamo visto come la famiglia, in un film d’azione brutto, non sia altro che un veicolo per coinvolgere lo spettatore: un forte legame positivo, che, se minacciato, darà un senso alla furia omicida del protagonista e aumenterà la tensione emotiva (sic!) per l’esito di quella minaccia. Questo semplice meccanismo ha però anche una valenza opposta, legata ai legami negativi (scusate la ripetizione). Questi sono un mezzo per aumentare la personalizzazione del film e incentrarlo ancora di più su due semplici figure, il buono e il cattivo. Non è una novità: anche nella letteratura greca e latina c’erano dei “fantasmi del passato” tornati alla ribalta, e in fondo ognuno di noi ha qualcuno che gli sta sulle palle e non vede da tanto, ma che potrà incontrare in futuro in chissà che circostanze.
Come spesso accade, il cinema d’azione ha abusato di questo espediente fino a raggiungere risultati a dir poco imbarazzanti. Quante possibilità ci sono, per esempio, che in una città con milioni di abitanti le strade di un criminale di mezza tacca e un poliziotto si incrocino più volte? Quanti reduci dal Vietnam hanno poi incontrato vent’anni dopo i loro carnefici a Los Angeles o New York? Quante possibilità ci sono che tutto questo marasma avvenga per puro caso? Poche, ma non se sei Chuck, o Steven, o Jean-Claude. A volte si aggira l’ingranaggio: il cattivo torna alla ribalta, e i comprimari, ovviamente incapaci, deboli e vulnerabili, si rivolgono al protagonista, che anni prima aveva già affrontato la minaccia. Vada come vada, il risultato è uno solo: non esiste che un qualsiasi poliziotto o soldato uccida il cattivo nella concitazione di una sparatoria, il cattivo viene sempre arrestato\ucciso dal protagonista. I ruoli sono ben definiti: la spalla del buono può al massimo affrontare la spalla del cattivo, i comprimari inutili si ammazzano tra loro: ma il piacere di uccidere il villain spetta solo all’eroe.
Esempi: Invasion USA, che si basa tutto su questo concetto. Un vero e proprio monumento alla “questione personale”.

8 – L’AMICO SCEMO

8 - l'amico scemo

In Kickboxers ci sono ben due amici scemi, uno rientra anche nella categoria del “nero spalla del protagonista”, l’altro è grasso, quindi vale come minoranza vessata.

Costruire un film su una sola persona non è per niente facile, neppure se quella persona è il sommo Chuck Norris o il famosissimo Schwartzenegger. Qualche volta si può fare (Invasion USA ne è un esempio davvero esilarante), ma più spesso, a malincuore, bisogna ricorrere a una spalla. Già, ma come si sceglie la spalla ideale? Non può essere una bella gnoccolona, perchè attirerebbe l’attenzione; ma neanche uno troppo bello o troppo sveglio: se paghi milioni di dollari per scritturare un burino famoso, è seccante vedere gli spettatori che guardano il culo alla sua spalla o simpatizzano più per quest’ultima che per lui. E’ qui che entra in scena lui, l’immancabile, l’oggeto del desiderio di ogni regista action con poche idee: l’amico scemo.
Da adolescenti, immaginavamo spesso questa situazione: quando vuoi uscire con una ragazza molto bella ma tu non ti senti un granchè, puoi rimediare portando con te un amico ancora più brutto e stupido di te. Dopo mezz’ora in compagnia di entrambi, la ragazza in questione sarà disposta a concedersi anima e corpo a voi per disperazione: ai suoi occhi, diventerete un mix perfetto di Brad Pitt e Alberto Angela. Più probabilmente, la ragazza vedrà te e l’amico come una coppia stile Gianni e Pinotto e non vorrà più vedere nessuno dei due, ma questo è un altro discorso. L’amico scemo serve esattamente a questo: ad esaltare le qualità positive del burino famoso, e allo stesso tempo a risolvere quelle situazioni che necessitano dell’intervento di un’altra persona. Come si diceva al punto 7, spesso l’amico scemo è utile per falciare gli scagnozzi del villain, permettendo al suo collega\amico di concentrarsi sul cattivo più prestigioso. A volte rientra nel punto 1, essendo nero o comunque non bianco (ecco, vedete? Abbiamo permesso a uno di voi di affiancare il nostro beniamino! Non siamo razzisti, visto? Ora tornate nel ghetto!). Nei rari momenti in cui i due non menano le mani, si esibisce in battutine dall’umorismo infantile, magari a sfondo sessuale, e in esclamazioni irritanti tipo “ma che diavolo…ehi, fratello!”, “ce la siamo vista brutta eh?” e similari. Non è raro che sia anche un allupato cronico, più attento a qualsiasi essere umano dotato di vagina che a quelli dotati di pistole.
Il suo unico riscatto è il più banale: la morte. Dopo una vita da scemo, egli si evolve in un’altra creatura: l’amico scemo che muore da eroe. RIP, insegna agli angeli ad essere scemo.
Esempi: Calvin di Hellbound, Gonzales in Cobra, il ragazzotto stupido di cui non ricordo il nome in Kickboxers.

9 – GLI INDISTRUTTIBILI

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Esiste una scena più abusata della fuga APPENA IN TEMPO con esplosione dopo pochi secondi? Sarebbe bello vedere un film che si conclude col protagonista che salta in aria, ogni tanto.

Un capitolo a parte, quando si parla di scontri, botte e sparatorie, va dedicato al corpo a corpo. Il genere delle arti marziali nasce con questa necessità: coniugare gli scontri a mani nude con un’epoca storica in cui i cattivi non vanno tanto per il sottile e usano pistole, fucili, esplosivi. Riuscirci è difficilissimo: molto più facile fare delle vaccate. E, manco a dirlo, noi vogliamo proprio quelle! Tra l’altro, alcune icone di questo genere sono degli atleti più che attori (e su questo c’erano davvero pochi dubbi), insomma: l’unica cosa certa è che spaccheranno culi.
Diciamoci la verità: un qualsiasi criminale combatterebbe chi cerca di fermarlo sparandogli. Se si ha l’occasione di avere una banda, basta attaccare tutti insieme, e anche il più esperto di arti maziali di questo pianeta non avrà scampo. Nei film, invece, i malavitosi sono molto ben educati: attaccano uno per volta, senza un criterio (vedi punto 6: gli scagnozzi sono dei cavernicoli privi di pollice opponibile), a testa bassa, consentendo al protagonista di metterli facilmente fuori gioco. E se uno di loro ha una pistola? In quel caso vale il punto 10: si metterà a parlare, si distrarrà e consentirà al nostro ignorantone di sbarazzarsene.
Anche la resistenza fisica è un problema da femminucce: Norris e Seagal vengono picchiati, umiliati, torturati, e al massimo hanno un rivolo di sangue sulla fronte (o una ferita alla spalla, giusto per far vedere che anche loro soffrono). Li accoltellano o gli sparano? “non hanno leso organi vitali”, frase che di solito permette loro di farsi un’oretta buona di film come se niente fosse. E gli altri? Per gli altri basta un pugno, una botta in testa, per farli stramazzare a terra. Quando vengono colpiti loro, sono sempre organi vitali. Ciao ciao, è stato bello. Talvolta questa indistruttibilità fisica raggiunge livelli clamorosi, come in Invasion USA (lo so che ne parlo sempre, ma guardatelo, è un capolavoro), in cui Chuck Norris spara un colpo di bazooka a un paio di metri di distanza senza neppure spettinarsi.
Esempi: più o meno tutti i film con Chuck Norris e Steven Seagal. Van Damme no, almeno lui si fa menare come una pignatta prima di trionfare e alla fine è sempre messo peggio del debito greco.

10 – CHIACCHIERE, CHIACCHIERE E ALTA PSICOLOGIA

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Nei remake turchi i personaggi si comportano spesso in modo incomprensibile. Anche le trame lo sono. Anche i dialoghi. Vabbè.

Questa era facile, dai. E, come alcune delle altre, non è una prerogativa del cinema d’azione. A nostro avviso, però, è un’aggravante: stiamo parlando dell’incredibile logorrea dei cattivi, che li porta a chiacchierare e a distrarsi, di solito con conseguenze letali. In un genere come il trash action, in cui i dialoghi sono ridotti all’osso per lasciare spazio ad inseguimenti, scontri ed esplosioni, questo irritante espediente narrativo risalta ancora di più. PREMI QUEL FOTTUTO GRILLETTO E SMETTILA DI PARLARE! Invece no, “prima di ucciderti ti dirò cosa voglio fare”, “lascia che ti racconti perchè lo faccio”, “sei arrivato fin qui, prima di morire ti meriti una spiegazione”. Manco a dirlo, quella spiegazione segna la fine del villain, sopraffatto nel suo momento di logorrea dal sempre attento protagonista. Sparagli per Dio, sparagli!
Ovviamente i protagonisti positivi non sono esenti da questi attacchi di imbecillità compulsiva, e hanno anche loro dei bei momenti in cui si comportano nel modo peggiore possibile. Forse i personaggi sanno di non poter morire per contratto (negli action trash il protagonista non muore, con quello che costa ingaggiarlo!) e si comportano di conseguenza? Sfondando la quarta parete e portando a una sovrapposizione totale tra attore e ruolo? No dai, basta cazzate, la verità è che i personaggi dei film d’azione sono stupidi, tutti quanti. Un corollario per i film d’azione turchi: in quei casi i personaggi non si limitano a un monologo, ma partono da molto lontano, con tono solenne, a volte andando a ripescare episodi della storia turca. Per dire, tutto il mondo è paese.
Perchè loro sono dei duri. Sono cazzuti. La razionalità è roba da finocchi, la riflessione la lasciano a noi mezzeseghe. Loro spaccano i culi.
E noi guardiamo le loro gesta e ci gasiamo, e ci sentiamo cazzutissimi anche noi. Anche un pò ignoranti, a dirla tutta.
Che belli i filmacci.

Troppo belli

L'inesorabile degrado del sistema cine-televisivo italiano.

L’inesorabile degrado del sistema cine-televisivo italiano.

 [Krocodylus, IlCarlo]

Di: Ugo Fabrizio Giordani
Con: Costantino Vitagliano, Daniele Interrante, Alessandra Pierelli, Chiara Tomaselli, Fausto Maria Sciarappa

Non ne vale la pena. Alla fine tutto si risolve in questo. Vale la pena di spendere ottantacinque minuti della propria vita per vedere Troppo belli? No, neppure se sei un estimatore del trash. Se invece sei un estimatore dei due tamarri protagonisti, bè, ti devi solo vergognare. Va detto che avevamo questa immondizia nell’hard-disk da anni, ma solo adesso abbiamo trovato la forza e il coraggio per guardarlo. Costantino e Daniele (Vitagliano e Interrante), sono due giovani belli, ma non “belli” nel senso “carini”, bensì nel senso “belli belli belli in modo assurdo”. Pur essendo fondamentalmente dei cazzari, che svolgono mille lavoretti diversi, tutti male, sono gli idoli delle ragazzine del quartiere che, allupatissime, si appostano in inquietanti sessioni di stalking al fine di fotografarli di nascosto o rubare le mutande stese di Interrante come il peggior feticista. Non tutti sanno, però, che il sogno dei due (più che altro di Daniele, perchè all’altro non gliene frega un beneamato) è sfondare nel mondo del cinema. Purtroppo per loro, finiscono nelle mani di un agente viscido e truffaldino, una specie di Lele Mora più brutto (se possibile), che, con l’aiuto delle figlie, gli estorce montagne di denaro (e fa bene, sono proprio due deficienti, raggirarli è quasi un dovere morale). Spediti a fare gli spogliarellisti vestiti da “i due marò” e costretti ad umilianti rapporti sessuali con anziane donne dello spettacolo, i non troppo svegli eroi capiranno che non è tutto oro quel che luccica. Sarà l’amore di due donne a riportarli sulla retta via, mentre l’imbarazzante voce fuori campo (terribile, da strapparsi le orecchie), ci informa che comunque da quel giorno i due tamarracci si sono messi a lavorare e tutti vissero felici, contenti e palestrati.
La nidiata di Maria de Filippi raggiunse il suo apice nella prima metà degli anni duemila, quando questi personaggi senza alcuna capacità  o fascino irruppero sulla scena diventando il sogno bagnato di milioni di ragazzine esclusivamente per il loro essere “troppo belli” (oh, a noi sembrano fatti con lo stampino, prenderli a modello di uomo ideale significa buttare via decenni di battaglie culturali, ma vabbè). Per la verità, nell’anno 2015 in cui scriviamo quasi nessuno pare ricordarsi più di questi due tronisti, e questo ci fa piacere. Il film non è altro che un veicolo commerciale per sfruttare il loro successo, alquanto effimero: gli incassi furono assai deludenti (circa 700mila euro a fronte di una spesa di due milioni, che chissà dove cazzo sono finiti visto che il film ha due-tre locations e nessun attore di un certo livello) e lo trasformarono in un flop. Noi, oltre a considerarlo una merdaccia di film, lo riteniamo un perfetto esempio di stupidità televisiva portata al grande schermo, e in un certo senso apprezziamo la mancanza di vergogna del regista che riesce a filmare per quasi un’ora e mezza il nulla assoluto.
A livello tecnico, la realizzazione è molto elementare, con inquadrature banalissime ma non particolarmente orrende. In compenso, De Filippi & Costanzo hanno messo insieme una bella crew di incapaci, sceneggiando personalmente il film e affidando le musiche alla coppia micidiale D’Alessio-Tatangelo, un vero armageddon cine-musicale. Detto che parlare della “recitazione” dei due e degli altri sarebbe impietoso, soffermiamoci sui personaggi: fantastico il milanese che nel giro di due-tre giorni passa dall’essere un poveraccio a girare in Porsche circondato da donne, e fantastica anche la fidanzata di Daniele, che nello stesso lasso di tempo molla Daniele, conosce il milanese di cui si diceva e decide di sposarlo, così, ad minchiam. Spiccano alcuni momenti che vorrebbero essere di comicità, o almeno di commedia, ma proprio non strappano mezza risata, alla fine dopo averlo visto si è più depressi di prima. La ciliegina sulla torta è la sfacciata pubblicità al marchio Datch, che i due indossano praticamente in ogni momento del film: vergognoso.
Concludiamo con questa bella citazione di Maurizio Costanzo, che definì il film ispirato “a tutto un genere di commedia italiana degli anni ’50 e ’60”. Le pernacchie di Risi, Monicelli, Germi, si sono udite fin qui.

Produzione: ITA (2005)
Scena madre: vi assicuriamo che cinque minuti di panoramica delle inutili vite dei protagonisti con in sottofondo una canzone di Gigi d’Alessio sono inarrivabili.
Punto di forza: il suo status di film di culto e la sfacciataggine con cui è stato girato lo rendono imprescindibile per tutti gli amanti del trash.
Punto debole: alla lunga, grossi sussulti non ce ne sono, il film è noiosetto. Avremmo voluto vedere un horror o un film d’azione nelle mani di questa troupe!
Potresti apprezzare anche…: l’altrettanto vergognoso Parentesi tonde.
Come trovarlo: l’ultima volta, il DVD costava 1,99 euro in un cestone di un supermercato cinese di quarta categoria. Comunque, troppi.

Un piccolo assaggio:  (un’eloquente raccolta di “scene” del “film”)

0,5

Il vangelo secondo Taddeo

Notiamo l'effetto "posterize" di uno scrauso programma di disegno.

Notiamo l’effetto “posterize” di uno scrauso programma di disegno.

Di: Lorenzo Lepori
Con: Matteo Taddei, Ettore Tintori, Gennaro Alfano

Questo film ci ha mandati tutti quanti in confusione. Cioè, il regista lo definisce, in un’intervista, un “osceno filmazzo”. E dice che il suo scopo era quello di creare “una trashata che fosse divertente da gustare tra amici”. E c’è riuscito, a dirla tutta. Ma se state pensando di guardarvelo insieme agli amici del cuore, sappiate che ci sono ottime possibilità di perderli. Il fatto che, nei titoli di testa, la parola “sceneggiatura” sia scritta tra parentesi, lascia dedurre come Lepori non volesse proprio realizzare il nuovo Shining quando ha “scritto” questo “film”. Il protagonista è don Taddeo, giovane prete del paesino di Cintolermo che un giorno assiste ad uno stupro non ortodosso ai danni di una giovane coppia (il lui della coppia è peraltro uguale al difensore Leonardo Bonucci). Sconvolto per l’indegno spettacolo dei “sodomiti” (meno, pare, per lo stupro in sè), il sacerdote si ritira in preghiera. Lì viene contattato da un ambiguo figuro con spiccato accento toscano, che gli propone, dopo una prova sessuale abbastanza schifiltosa, una serie di superpoteri che gli consentano di combattere il male. Il male a Cintolermo si chiama Pollicino, boss con velleità registiche che utilizza per i suoi affari un variopinto gruppo di scagnozzi, che riassumono più o meno tutte le perversioni umane. La lotta di don Taddeo contro questi decerebrati ha il suo culmine in una piscina vuota; dopo una sequenza incomprensibile in cui un barbone tenta l’abbordaggio con una ragazza svenuta, Taddeo lotta contro il boss e i suoi gherri in un profluvio di sangue e budella, finchè non l’ha vinta. L’ultimo deficiente rimasto viene investito da un tizio con evidenti problemi già apparso in precedenza, che se ne va urlando come un forsennato.
Non lasciatevi ingannare dalla linearità della nostra descrizione, che è fatta così solo per facilitare la recensione. Tra due fatti descritti avvengono puntualmente violenze, scene splatterose e trovate comiche. Il vangelo secondo Taddeo fa veramente schifo: non, o non solo, a livello di qualità (s’è visto di peggio), ma proprio nel senso di ribrezzo fisico. Pur con a disposizione mezzi risibili, e tutte le scene lo evidenziano se guardate a mente fredda, Lepori mette in scena squartamenti, sangue a fiumi e ogni genere di schifezza possibile e immaginabile. Particolarmente ingegnosi, in questo senso, i rotoli di stoffa che, immersi in vino\vernice rossa\quel che è, somigliano molto a degli intestini. Inutile commentare le performance degli attori: bisogna dire che l’interprete di don Taddeo (che sembra uscito pari pari da un trailer di Maccio Capatonda) è una spanna sopra gli altri, e le sue pose teatrali sono abbastanza divertenti. Forse a non convincere sono alcune scene “shock” (tipo quella, vomitevole, del coprofago), che paiono un pò forzate. Accettato però l’assunto di base (un filmaccio da gustare con amici dallo stomaco d’acciaio), allora ci si può anche divertire: il death metal di sottofondo e le inquadrature da montagne russe accompagnano lo spettatore nel degrado trash più esilarante. Tra i poteri dell’assurdo prelato abbiamo, per esempio, quello di resuscitare i morti. Il morto in questione beve il sangue di Taddeo (che esce a fiumi tipo spumante), si risveglia, evira a morsi il suo assassino e gli stacca gli occhi di netto per poi fumarsi una sigaretta; mitica anche l’arma usata da Taddeo, ovvero una scomodissima croce con due falcetti annessi che purtroppo viene sostituita nel finale. Negli ultimi minuti fa bella mostra di sè un tizio che suona la batteria totalmente a caso nella piscina vuota, non si capisce se sia un’allucinazione o meno, ma non fa nulla, è anche divertente.
La critica maggiore che possiamo fare a Lepori è quella di voler mostrare a tutti i costi le perversioni degli abitanti di Cintolermo e di tagliare le scene con lo stralunato protagonista, che avrebbe meritato di più. Ma in fondo, cosa aspettarsi da un “osceno filmazzo”?

Produzione: (la “produzione, a rigor di logica, implica l’utilizzo di soldi, che qui latitavano tragicamente; comunque ITA (2007))
Scena madre: quella in cui due burini pippano cocaina, uno frega la dose all’altro, e questi non trova di meglio da fare che aprirgli la pancia e sniffare la droga direttamente dalle interiora. Ok, è malatissimo, ma è veramente ridicolo!
Punto di forza: il fatto che Lepori si prenda veramente pochissimo sul serio. E la canzone finale, ovvero “Almost cut my hair” di Crosby, Still, Nash & Young, un pezzo senza età.
Punto debole: le scene inserite a caso per schifare lo spettatore.
Potresti apprezzare anche…: The worst horror movie ever made.
Come trovarlo: essendo un prodotto poco più che amatoriale, tanto vale contattare il regista Lorenzo Lepori al suo profilo Facebook.

Un piccolo assaggio:  (il trailer è quasi più amatoriale di quelli di Andolfi!)

2,5

Il vendicatore tossico – The toxic avenger

Vai, Toxie! Vinci per noi!

[Krocodylus1991, Nehovistecose]

Di: Michael Herz, Lloyd Kaufman
Con: Mark Torgl, Mitch Cohen, Andree Maranda

Welcome to Tromaville! Come? State cercando questa città sulla carta geografica? Non sprecate tempo: Tromaville esiste solo nella mente geniale di Lloyd Kaufman, il creatore di questa perla. Toxic avenger segna un momento fondamentale nel cinema trash: il momento in cui il brutto è ricercato, voluto e infine realizzato! In questo, la Troma è maestra indiscussa da decenni. Il protagonista di questa eccezionale pellicola è Melvin, giovane occhialuto e un pò sfigato che pulisce i pavimenti nella palestra cittadina. Preso in giro da tutti, è vittima di un crudele scherzo, in seguito al quale, in circostanze assurde, si trasforma in un mostro alto due metri e mezzo con la faccia abbrustolita (davvero impressionante la somiglianza con Slotty dei Goonies) e dotato di un profondo senso della giustizia. Dopo essersi creato una casetta tra la spazzatura, salva da una rapina una bella ragazza cieca; intanto, nel tempo libero, uccide nei modi più esilaranti rapinatori e sgherri del sindaco, tale Belgoody, un bieco e orrendo panzone che è il vero capo del crimine in città. Ovviamente sono tutti presenti gli stilemi sulla diversità: la ragazza cieca che lo apprezza perchè è “buono dentro”, cattivacci, trame oscure e pacifici cittadini di provincia, tra cui segnaliamo un incredibile professore tedesco che senza uno straccio di indizio in mano capisce come si è generato Toxic e che il suo istinto “lo obbliga a distruggere il male”, senza che nessuno gli rida dietro. Grazie alla buona fama guadagnata salvando i cittadini, Toxic può vendicarsi e dare sfogo a tutta la sua fantasia nell’arte dell’omicidio. L’aver ucciso una vecchia, per quanto spacciatrice di droga, gli costa però la caccia di tutta la polizia cittadina (composta perlopiù da idioti o insulsi tripponi). Proprio quando l’esercito è schierato con i carri armati e pronto a far fuoco, però, la popolazione di Tromaville si frappone tra Toxic e i fucili, permettendo all’eroe di squartare il sindaco e di essere acclamato dalla folla. La voce fuori campo ci ricorda, nella conclusione, che cosa fare se dovessimo trovarci nei guai: “provate a guardare verso l’orizzonte, il Vendicatore Tossico sarà lì ad aspettarvi!”. Epico.
Pur non essendo “il più trash di sempre”, Toxic avenger si colloca in una posizione primaria in una eventuale classifica. Ciò che colpisce subito è l’esagerazione di cui il film è intriso:  per fare qualche esempio, i ragazzi che tormentano Melvin non sono un pò stronzi, o un pò bulletti. No, sono proprio deif figli di buonadonna che si drogano, uccidono bambini e picchiano vecchiette. Il sindaco non è un pò corrotto; è un mafioso assassino coinvolto in prostituzione, appalti truccati, spaccio, mafia, persino pedofilia. Lo stesso Toxic, dopo il bagno nelle scorie radioattive, non diventa un pò più forte; è resistente alle pallottole, conosce le arti marziali, mena come un forsennato, sa guidare le macchine, sviluppa un buon senso dell’umorismo e le sue arti amatorie, insistentemente mostrate nel corso del film, farebbero invidia a Rocco Siffredi. Altra caratteristica è proprio quella di ripetere ossessivamente sequenze del tutto casuali: la trasformazione del buon Melvin e le numerose botte da lui inflitte al crimine sono riproposte allo sfinimento in momenti in cui ci stanno bene come i cavoli a merenda. Per il resto, è praticamente impossibile riportare qui tutte le scene ad alto tasso B; non basterebbe tutto lo spazio del blog. Ci limiteremo dunque alle migliori imprese del protagonista; notevole l’ondata di violenza nella pizzeria, in cui Toxic frigge un rapinatore come fosse una razione di patatine. E poi gli inseguimenti velocizzati più e più volte (se fossero reali, le auto sfonderebbero il muro del suono), la voce narrante che scompare per tutto il film, la prostituta 12enne che in realtà ha venticinque anni e tanto altro ancora. Una scena si segnala per trivialità (prima di vederla, pensavo fosse un’invenzione italiana) in cui una obesa (in questo film lo sono tutti) si fa tirare il dito da una baldracca del luogo al solo scopo di emettere una clamorosa curreggia! Detto questo, e sospesa l’incredulità, la pellicola risulta divertente: con un budget pari a mezzo milione di dollari (comunque più di quanto ci si aspetterebbe vedendolo), Kaufman realizza una parodia dello stile di vita americano non comune nel cinema di serie Z. Forse con attori più capaci ed effetti speciali non realizzati con la cartapesta ne sarebbe venuto fuori un capolavoro, ma a noi va benissimo così, e ringraziamo ancora una volta questa infaticabile casa di produzione!

Produzione: USA (1985)
Scena madre: a noi è piaciuto molto il finale in cui la popolazione, fino a quel momento totalmente indifferente sottomessa al malvagio Belgoody, diventa improvvisamente sensibilissima alla giustizia sociale e festeggia con dei militari venuti lì apposta per fucilare Toxic!
Punto di forza: è praticamente la nascita di un genere. Da vedere assolutamente.
Punto debole: l’estrema amatorialità della realizzazione (molto probabilmente voluta) non facilita la visione.
Potresti apprezzare anche…: Surf nazis must die.
Come trovarlo: in Italia non ci si è mai dati un gran daffare per diffondere le pellicole Troma, ma il suo status di cult lo rende facilmente reperibile online.

Un piccolo assaggio: (a 6:45 si vede un microfono…grazie Troma!)

Abraham Lincoln VS Zombies

This…is…GETTYSBURG!

Di: Richard Schenkman
Con: Bill Oberst Jr., Jason Vail, Baby Norman, Don McGraw

La Asylum torna a colpire, e stupisce tutti! Con il solito budget risicato di centocinquantamila dollari, David Michael Latt e soci sfornano un capolavoro horror-trash destinato a lasciare il segno, mockbuster del più celebre A. L. Vampire hunter. Ebbene, dopo solo un centinaio circa di tentativi, la nostra casa di produzione preferita ha sfornato un film gradevole, divertente e per nulla noioso. L’elemento trash è sempre presente, a livelli vertiginosi, e non mancano barbe finte, costumi d’epoca e anacronismi di cui poi diremo. Ma sono le idee di fondo ad essere geniali, valorizzate dalla recitazione di Baby Norman e di Bill Oberst Jr. nei panni di Lincoln (di una bravura impressionante). Siamo nel 1863, e infuria la Guerra di Secessione; dopo la battaglia di Gettysburgh, un soldato torna da una missione di conquista di un fortino trasformato in zombie. Abe Lincoln, che da piccolo ha dovuto uccidere la madre ormai infetta, sa bene di cosa si tratta, e decide di investigare di persona. Aiutato da 12 soldati pronti a morire (vi ricorda qualcosa…?), si reca al forte, e scopre che la zona è infestata da centinaia di strani zombi; dico strani, perchè a meno di non fare un sacco di rumore o di non mettersi a venti centimetri dalle loro bocche non si filano nessuno dei protagonisti. A questo punto, si rende necessaria un’alleanza con il locale personale sudista, tra cui il celeberrimo generale Stonewall Jackson e nientemeno che Pat Garrett (!), contro il comune nemico. La parte centrale del film, pur non annoiando mai, è un pò ripetitiva: i nostri eroi entrano ed escono dal forte, raccattano tre ragazze e un bambino di nome Theodore Roosevelt (ma perchè mai? All’epoca aveva cinque anni!). Nel gruppo c’è pure una vecchia fiamma di Abe Lincoln, pensa te che combinazione, insieme alla figlia, che pare sua coetanea. La soluzione finale è relativamente banale: attirare tutti gli zombi nel forte e poi far saltare tutto. L’espediente permette però a Lincoln e al grandioso soldato di colore Brown (ma per favore!) di effettuare un epico salto con dietro l’esplosione al ralenti. Finita qui? Manco per sogno! Lincoln si esibisce in un retoricissimo discorso sull’uguaglianza e sul rispetto per le persone morte nella battaglia (anche se presumibilmente si guarderà bene dal dire la verità sugli zombi…). Finale a sorpresa…
Mai, in una produzione Asylum, si erano visti degli attori tanto convinti nel loro ruolo. A parte il bravissimo protagonista, neppure gli altri sfigurano. Gli effetti speciali non si discostano molto dalla tradizione: la Whashington ricostruita in digitale nun se pò guardà, gli zombi sono fatti alla bell’e meglio e gli schizzi di sangue sono più finti di una banconota da 7 euro. particolarmente divertente la barba di Stonewall Jackson, appiccicata con la colla vinilica al viso giovanile del protagonista, che, coperto di bandiere sudiste su cappelli e divise, pare uscito dal Carnevale di Viareggio. Ma la sorpresa sono Lincoln e i suoi: a parte la scontata presenza di un traditore, uno stronzetto supponente e razzista, spiccano le personalità del Presidente e della sua “sporca dozzina”: se pensavate che un politico della sua statura fosse soprattutto un uomo di pensiero, vi sbagliavate. Lincoln, armato di una fantastica falce a serramanico che usa come una scimitarra, è una macchina da guerra e guida un plotone di cazzutissimi duri e puri che non avrebbero sfigurato in un film della serie Die Hard. Grazie alle sue capacità guerresche, il Presidente può permettersi inverosimili acrobazie al ralenti e scene d’azione assurde per la paciosità degli zombi contrapposta alla foga dei vivi. Qualcuno preferisce la componente splatter alle riflessioni politiche e umane? Nessun problema: il film è un tripudio di teste mozzate, squarci aperti a caso sul collo e nel torace dei non morti, fiotti di sangue in CGI e sparatorie che si trasformano in vere e proprie carneficine. Insomma, Abraham Lincoln VS Zombies, che già solo per un titolo così meriterebbe un voto a parte, ha tutto quel che serve per farsi guardare: una trama originale, attori convintissimi, splatter, la giusta dose di comico involontario. Buona visione!

Produzione: USA (2012)
Scena madre: senza dubbio l’esplosione finale con Lincoln e Brown che, novelli Bruce Willis, saltano al ralenti. Una sola parola: EPICO!
Punto di forza: vogliamo sperare che questo sia il nuovo corso della Asylum: maggiore cura nella forma e trame sempre più assurde. Promosso.
Punto debole: la parte centrale si poteva sviluppare meglio, così da renderla meno ripetitiva. Comunque, non è un difetto grave e il film scorre lo stesso.
Potresti apprezzare anche…: un qualsiasi film della Asylum!
Come trovarlo: e qui siamo al vero problema; il film è reperibile soltanto in inglese, e i sottotitoli in italiano ancora latitano. In ogni caso, basta un’infarinatura per comprendere i semplici dialoghi.

Un piccolo assaggio: (è una figata!)

1990 – I guerrieri del Bronx

Che tamarro!

Che tamarro!

[Krocodylus1991, Nehovistecose]

Di: Enzo G. Castellari
Con: Mark Gregory, Fred Williamson, Stefania Girolami, George Eastman

Si possono mettere insieme elementi a caso da Fuga da New York ed elementi a caso da I guerrieri della notte, e realizzarci un film senza provare un minimo di vergogna? La risposta è sì, se sei Enzo G. Castellari! Con I guerrieri del Bronx il prode regista romano inaugura il filone apocalittico all’amatriciana che tanta fortuna porterà ai vari Sergio Martino (con questa perla) e Lucio Fulci (con quest’altra). Siamo nel noto quartiere di New York, ormai trasformato in un teatro di guerra tra bande: su tutti domina Ogre, che generosamente concede spazio ai numerosi gruppi di pagliacci. Il protagonista è Trash, ragazzo imberbe e completamente glabro dall’espressione un pò assonnata. Questi si innamora di Ann, la figlia del presidente di una nota multinazionale, fuggita nel quartieraccio in cerca di avventura. Ma i boss della multinazionale non ci stanno e mandano il mercenario Hammer a fare piazza pulita e a salvarla. Si impone dunque un’alleanza fra Trash e Ogre, interpretato da un magnifico Fred Williamson. Prima, però, il nostro eroe dovrà affrontare numerose gang rivali, tra cui: gli Iron Man, ballerini gay dalle movenze caricaturali, gli Scavengers, cavernicoli privi della facoltà di parlare che non si capisce che cazzo c’entrino in un film di guerriglia urbana, e gli zombie. Perchè quest’ultima gang abbia tale nome non è noto (nulla a che vedere con i morti viventi), ma i loro abiti sono semplicemente esilaranti: elmetti ricavati da scodelle, calzamaglie aderentissime e tutta una serie di placche metalliche che li fanno sembrare dei Power Ranger. Ucciso il capo degli zombies (George Eastman, con un codino che pare Ibrahimovich), tutto sembra destinato al lieto fine, con tanto di festa sciccosissima nel castello di Ogre, ma ecco che l’irruzione di Hammer, con tanto di cavalleria (!) porta al massacro finale, da cui si salva il solo Trash, pronto per il sequel.
Il ritmo di questo spassoso film fotocopia è piuttosto lento, bisogna ammetterlo; ma tanti sono gli elementi trash che il rischio abbiocco è molto, molto limitato. L’intera pellicola è un’apologia del biker tamarro. La gang di Trash è un esempio di questa filosofia di vita: i simpatici teppisti vestono come i Motorhead, con tanto di svastiche e simboli bellici, e guidano moto dotate di ridicolissimi teschi di plastica facilmente acquistabili all’Esselunga per pochi euro. La gang di Ogre non è certo da meno: oltre a Williamson, molto trendy per l’occasione, possiamo deliziarci con le forme della sua assistente-moglie sadomaso, dotata di frustino e unghie-lame, e con i coloratissimi scagnozzi. Il cast è davvero stellare: oltre ai grandissimi Williamson ed Eastman, abbiamo Vic Morrow (già apprezzato in Esseri ignoti dai profondi abissi) nella parte di Hammer e Christopher Connelly, protagonista di quell’altra tamarrata che è I predatori di Atlantide, nel ruolo di Hot Dog. Gregory ce la mette tutta nel ruolo del protagonista, anche se il suo aspetto giovanile stona con l’ambiente circostan, soprattutto quando Ogre e la sua compagna sono costretti a salvargli la pelle contro i patetici cavernicoli. Il finale lascia un pò di amaro in bocca, poichè si poteva certamente pretendere qualcosa di più di un paio di fiammate male appiccicate sullo schermo (anche se la morte di Ogre è da antologia). Dopo lo scoppiettante inizio, con l’intensa discussione tra Ogre e Trash al molo, mentre un tizio totalmente avulso dal contesto e che nessuno degna di uno sguardo suona la batteria, il ritmo cala leggermente. Castellari, comunque, rilancia la pellicola evitando di rigirare due scene venute male particolarmente gustose: in una il traditore Ice cade rovinosamente dalla moto (l’attore ha presumibilmente riportato diverse fratture). Nella seconda, la migliore, i rudi motociclisti onorano due compagni morti gettando ognuno un pò delle loro ceneri nel fiume. Peccato che al momento di girare la scena il vento fosse contrario, e i resti dei due disgraziati finiscano addosso ai motociclisti stessi come nella famosa scena del Grande Lebowski!
Curiosità: sul web si è scatenata una divertente “caccia all’uomo” per ritrovare Mark Gregory, l’attore che interpretava Trash. Qui potrete saperne di più e vedere com’è diventato. Non ci si crede!

Produzione: ITA (1982)
Scena madre: senza dubbio l’omaggio reso ai motociclisti con il vento a sfavore. La musica drammaticissima e solenne non aiuta…
Punto di forza: l’indubbia tamarraggine di qualunque cosa conferisce alla pellicola una solida base di patetismo che ne risolleva le sorti.
Punto debole: non si capisce bene a cosa voglia arrivare la sceneggiatura, tant’è che il finale tronco è tipico di chi ha finito il budget.
Potresti apprezzare anche…: Fuga dal Bronx, che ne è il seguito.
Come trovarlo: il DVD italiano ci sarebbe, ma è praticamente introvabile. Un’ordinazione su Internet potrebbe risolvere la cosa.

Un piccolo assaggio:  (un sunto delle scene migliori, tra cui l’imperdibile caduta non prevista di Ice!)

Fuga dal Bronx

In assoluto l’eroe meno credibile della storia!

[Krocodylus1991 & Nehovistecose]

Di: Enzo G. Castellari
Con: Mark Gregory, Henry Silva, Valeria D’Obici, Romano Puppo, Moana Pozzi

Secondo capitolo del ciclo sul Bronx di Castellari, sempre con protagonista l’indomito Trash (nomen omen) e la sua allegra banda di sempliciotti. Questo tipo di pellicole ebbe un periodo relativamente fortunato dopo l’uscita, nel 1981, del capolavoro Fuga da New York di John Carpenter; ne è un perfetto esempio 2019: Dopo la caduta di New York, già recensito. Castellari ci si butta a capofitto, e quel che emerge è senz’altro un lavoro (trashosamente) pregevole: si comincia in un Bronx mai così squallido e sudicio, ben reso grazie alle discariche a cielo aperto che fungono da set. Una multinazionale, promettendo agli abitanti una vita paradisiaca in New Mexico, deporta o uccide, non si capisce in base a quale criterio, chiunque si metta in mezzo. Ad opporsi c’è soltanto Trash, che, dopo aver trovato i suoi genitori morti carbonizzati e non aver comunque cambiato espressione, decide di vendicarsi, con l’aiuto di una giornalista e di una specie di Rambo con figlio a carico. L’idea è geniale: rapire il presidente della multinazionale per avere qualcosa in mano in vista di una trattativa. Peccato che nè al mercenario Henry Silva nè all’abietto vice-presidente importi un fico secco della sua vita, e che i due diano inizio ad una carneficina cui sopravviveranno solo Trash, l’esperto di fogne e il figlioletto (in assoluto il migliore del cast).
Questa volta Castellari colpisce nel segno: il film non è quasi mai noioso, forse solo un pò lungo, e la povertà dei mezzi è evidentissima. Almeno due camei sono da citare: oltre a Romano Puppo, già presente in Robowar di Mattei, si segnala la inspiegabile presenza di Moana Pozzi, nel ruolo appunto di “Moana” (proprio come nei film hard), un personaggio assolutamente inutile che infatti si sente gridare in faccia “Moana, che cazzo fai qui?”. Il personaggio più interessante è però Trash: l’attore, che assomiglia vagamente a un giovane Gianluca Grignani, aveva solo 18 anni all’epoca; Castellari racconta di averlo scovato in una palestra romana, che il buon Gregory alternava allora al mestiere di commesso in un negozio di scarpe. Il Rambo de Roma è dotato del cheat colpi infiniti (la sua pistola a tamburo non viene mai ricaricata per tutto il film) e di una mira incredibile, che gli consente di far esplodere un elicottero con due soli colpi in una scena meravigliosa. A dire il vero, un pò tutto tende ad esplodere fragorosamente: automobili, esseri umani, elicotteri, strade. Basta un colpo di pistola e anche la spider rossa del vice-presidente, o meglio il suo modellino, provoca una detonazione simile a quelle da napalm. Henry Silva si distingue per la sua cattiveria spinta ai limiti della farsa: all’osservazione “lei è peggio di quei criminali!” il buon vecchio Silva risponde, orgoglioso: “io sono il peggiore di tutti!”, salvo poi morire in modo piuttosto anonimo nell’esplosione del suo furgone. I suoi uomini sembrano i Ghostbusters, armati come sono di lanciafiamme e zainetto d’ordinanza e di incredibili tutine di carta stagnola. Fuga dal Bronx manderà in visibilio i fans dell’omicidio inverosimile: il bodycount finale è vertiginosamente alto, e fa quasi tenerezza vedere tutti quegli stunt-man carambolare e zompare qua e là cercando di sembrare realistici. Enzo forever!

Produzione: ITA (1983)
Punto di forza: gli stunt-men fanno il grosso del lavoro. E lo fanno in modo ridicolo!
Punto debole: chi ha visto Fuga da New York potrà fare un confronto. Non sto a dirvi chi ci perde.
Come trovarlo: la Avo Films ne ha editato una copia in DVD nel 2009.
Da guardare: consigliato a tutti i feticisti dell’uomo bruciato\sparato.

Un piccolo assaggio:  (la mitica scena in cui Trash distrugge un elicottero con due colpi di pistola!)

La casa 3 – Ghosthouse

Raimi, perdona loro, perchè non sanno quello che fanno.

[Krocodylus1991 & Nehovistecose]

Di: Humprey Humbert (Umberto Lenzi)
Con: Lara Wendel, Greg Scott, Mary Sellers

Con questo film, nel 1988, si inaugurò la serie di sequel apocrifi del noto film La casa. Questi capolavori di inettitudine, giunti fino al settimo capitolo, non avevano nulla a che fare con il prodotto originario di Sam Raimi; il titolo era un volgare tentativo di attirare più gente possibile al botteghino, obiettivo peraltro non particolarmente centrato. Umberto Lenzi da il la con questo curioso Ghosthouse: è evidente che il maestro tenta di elevare la bassissima media qualitativa dei suoi film, e inserisce alcune trovate relativamente azzeccate. Per nostra fortuna, Lenzi non è Raimi. La storia ruota intorno a Paul, radioamatore che intercetta un inquietante messaggio radio proveniente da Boston; arrivato lì con la fidanzata, scopre che la casa da cui giungeva il messaggio è abbandonata da anni, ma, incontrati tre buzzurri che bivaccano lì intorno, decidono di restare. Chiunque, a questo punto, avrebbe già capito che le cose rischiano di mettersi malissimo per tutti quanti, ma loro no. Nonostante i fatti strani e la palese presenza di qualche oscura entità, i cinque rimangono lì, per vedere tutti insieme l’effetto che fa. Gli stolti non sanno che tutto il casino è dovuto a un duplice omicidio commesso vent’anni prima e che ha coinvolto una bambina insopportabile, Henrietta, e i suoi genitori bigotti. E come li ha coinvolti? Mah, non si capisce granchè. Comunque fanno la loro comparsa: un vecchio pazzo assassino che poi si impicca e non si sa perchè; l’addetto alle pompe funebri più ridicolo della storia del cinema; un ragazzo di colore stereotipatissimo che cerca di rubare l’argenteria e invece muore ammazzato; un cane incorporeo; la morte (?); e soprattutto lui, il mitico pupazzo copiato pari pari da Poltergeist di Tobe Hooper, che si esibisce in alcune facce indegne persino del teatrino delle marionette. Il finale, buttato lì a caso, è un pò la firma dell’Umbertone nazionale a suggellare questo putridume.
Dopo una prima mezz’ora abbastanza ordinaria, in cui Lenzi si contiene quanto a elemento trash, segue un intreccio che è un campionario di tutto ciò cui il cinema di questo bizzarro regista ci ha abituati. Gli effetti speciali sono ovviamente ridicoli: per non dilungarci, segnaleremo soltanto un pipistrello che definire “farlocco” è fargli un complimento e la meravigliosa testa di cartapesta del padre di Henrietta, generosamente aperta in due da un colpo d’accetta ben assestato. Gli interpreti si distinguono per inespressività e sciatteria, soprattutto Lara Wendel, già nota per pellicole erotiche soft tipo Maladolescenza. Ma il lavoro più meritorio, il colpo di grazia, va al calderone-sceneggiatura in cui vengono buttati elementi tipici dell’horror in modo puramente casuale. Le scene di tensione sono costantemente rovinate dai monologhi dei personaggi, che inspiegabilmente tendono a spiegare per filo e per segno che cosa stanno per fare (“ora andrò di là”, oppure “cos’è stato? Vado a controllare”). I numerosissimi mostri presenti sono uno peggio dell’altro: prendiamo il cane e la morte a titolo d’esempio. L’animale non apparteneva nè alla famiglia di Henrietta, nè ai protagonisti. Il fatto che sia incorporeo non basta a renderlo spaventoso, anche perchè la povera bestia c’ha una faccia da pacioccone che fa tenerezza. La morte, invece, è rappresentata da un tizio con una maschera da teschio (cui qualcuno ha appiccicato dei vermi) armato a volte di coltello, a volte di ascia e altre volte di pale di ventilatore (!). Forse per rendere il film più inquietante (ah!ah!ah!) Lenzi mette in bocca ai suoi personaggi frasi imbarazzanti e prive di senso logico del tipo “questa casa è infestata da una presenza malefica” (ma che ne sai? Sei lì da cinque minuti!) oppure “ho sentito l’odore della morte”.
In sostanza, Ghosthouse (mi rifiuto di chiamarlo La casa 3) è un film davvero pesante, ma non privo di una sua attrattiva, nonostante le pretese di seriosità del regista. Non riuscirete a trattenervi quando sentirete il protagonista cianciare aria fritta sul “serial killer di Londa Jack lo sventratore”!

Produzione: ITA (1988)
Punto di forza: in un film come questo, non sai mai cosa aspettarti. Il bello della sorpresa!
Punto debole: l’irritante nenia della bambina (o del pupazzo, non ho ben capito) vi ridurrà i testicoli in polvere.
Come trovarlo: è uscito in DVD, suppongo in qualche catena tipo “Horror italiano”…
Da guardare: per tutti gli appassionati dell’horror italiano!

Un piccolo assaggio:  (la domanda che si pone chi ha postato il video non è affatto banale!)

Soft-air – Aria compressa

La temibile banda del soft-air!

Di: Claudio Masin
Con: Massimo Franchi, Manuel Scorcia, Gerardo Amato, Cinzia Roccaforte

“Ogni riferimento a fatti, cose, persone, è puramente casuale”. Ignoro se la mancanza delle parole “realmente esistenti” sia voluta, ma questa frase, che appare nel finale, potrebbe benissimo riassumere una recensione del genere. Perchè il regista Claudio Masin pare aver utilizzato, per decidere il susseduirsi degli eventi, il classico metodo dell’estrazione dei bigliettini. La trama è evanescente e basata sul nulla: un gruppo di trentenni con la testa di un tredicenne passa il proprio tempo tra appuntamenti galanti, scherzi idioti e patetiche festicciole cui partecipano solo loro. I primi 40 minuti di film ci mostrano solo questo: la noiosissima vita dei quattro coglionazzi. Lo spettatore, a questo punto, teme un secondo tempo uguale (se non peggiore) al primo, e inizia a pensare se scegliere la visione-kamikaze oppure una sana interruzione. Ma è proprio lì che il più idiota del gruppo pronuncia la parola magica: “soffitei”. In realtà voleva dire Soft Air: il noto gioco di guerriglia che si svolge con armi ad aria compressa. Tra l’altro, l’allocco in questione spaccia un M-16 americano per “il fucile usato dai russi in Afghanistan” (!). A questo punto la trama cambia completamente, e i nostri eroi, più una che hanno trovato per strada (la ex attrice-feticcio di Tinto Brass Cinzia Roccaforte), si trovano coinvolti in un gioco al massacro contro uno squadrone della morte al soldo di una potenza straniera (?), che senza un motivo valido fanno strage dei giocatori di Soft Air. La terribile caccia all’uomo sarà risolta solo dall’intervento dei due carabinieri più macchiettistici della storia, che provvederanno a crivellare i membri superstiti del commando omicida.
La devastante amatorialità di questo film non è esprimibile con le parole. Soft Air sembra girato da un gruppo di studenti goliardi (o da una famigliola di sfaccendati, considerato che nei titoli di testa il cognome “Castagna” la fa da padrone), e la mancanza di una trama solida è più che evidente. A rendere appena vedibile questa bruttura su celluloide sono gli attori. Perchè sono bravi? Tutt’altro! Le loro capacità sono pari a zero virgola zero, e non solo: essendosi ridoppiati, spesso assistiamo ad errori di sincronizzazione indegni persino del cinema turco, e inoltre lo stesso attore doppia più voci, tanto per risparmiare. Le battute sono pessime, e ne citiamo qualcuna solo a titolo di esempio: “godi, prostituta!” (a caso, dopo l’inserimento di un gettone dell’autolavaggio), “maremma pistolera!” (vivida espressione di preoccupazione!), e soprattutto la grandiosa scena del cattivo che dice a un suo scagnozzo: “ricorda che tu non esisti perchè…non sei mai esistito”. Oltre a questi capolavori della parola, si segnalano, per diffusione e gravità, i vistosi errori di grammatica, che fanno sembrare i protagonisti simili a Fantozzi (“vadi avanti lei…”), e la disastrosa pronuncia romanesca: rimarrà indelebile nel cervello ormai disfatto degli spettatori la parola “Robocoppolo”. Ebbene sì, “Robocoppolo“. Ho detto tutto.
C’è poco altro da aggiungere su questo abominio. Io non ne consiglio la visione, ma chi si sentisse pronto potrebbe sottoporsi ad un’estenuante prova di resistenza, che lo porterà ad esclamare, come uno dei protagonisti: “perchè tanta ferociaaargh!!”.

Produzione: ITA (1998)
Punto di forza: la parte dedicata alla caccia all’uomo è un susseguirsi di scene totalmente astruse e quasi lisergiche, che piaceranno agli appassionati di psichedelia.
Punto debole: i 40 minuti iniziali hanno quasi stroncato anche i più scafati. Maneggiare con cautela.
Come trovarlo: questo film è uscito in DVD! Cioè, non era una roba amatoriale, è proprio uscito in DVD! Da non crederci!
Da guardare: possono vederlo tutti ma non gli appassionati di Soft air. Questo film non ha nulla a che fare con tale attività!

Un piccolo assaggio:  (che brividi…)