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Bad channels – Radio alien

Bad Channels - Radio Alien.jpg

Ah, queste locandine da VHS anni ’80. Che bello.

Di: Ted Nicolau
Con: Paul Hipp, Robert Factor, Martha Quinn, Aaron Lustig, Michael Huddleston

Dan O’Dare è un dj alquanto sopra le righe, amato dal pubblico ma odiato da colleghi e giornalisti. Licenziato da un’emittente radio per aver trombato con una sua collega in onda (“è rotolata sui pulsanti e ci ha mandati in onda”, si giustifica lui), viene assunto da Vernon Locknut, pacioso proprietario della frequenza 66.6 mHz, per rilanciare il suo canale. Tra una polka e un gioco assurdo in cui viene incantenato e mette in palio una macchina lussuosa per chi indovini la combinazione del lucchetto, Dan trova il tempo per fare il provolone con una bella giornalista mandata a intervistarlo. Tra lui, la gloria e la patata si mette però un alieno che, accompagnato dal suo fido assistente robot, sequestra la stazione radio. Il piano dell’extraterrestre è quello di usare le frequenze e la voce di Dan per rapire giovani fanciulle, che egli miniaturizza e rinchiude in delle strane provette, facendone collezione. Voi collezionate francobolli e monete, lui mini-gnocche. Son gusti. Dan e il suo assistente trippone, Corky, dovranno sventare la minaccia e combattere contro l’incredulità degli ascoltatori, dovuta al fatto che lo stesso Dan si divertiva poche ore prima a prendere per i fondelli i credenti negli UFO.
Ted Nicolau è un esperto di pellicole a basso costo e con soggetti bislacchi. I titoli della sua filmografia (Bloodlust: Subspecies III, La maschera etrusca, Spellbreaker: Secret of the Leprechauns) parlano per lui. Bad Channels (o Radio Alien, secondo i titolisti italiani) vorrebbe mischiare una storia fantascientifica senza capo nè coda con le atmosfere del rock glamour anni ottanta, il tutto in un neanche troppo velato omaggio alla trasmissione di Orson Welles del 1938 (scusate la bestemmia). Manco a dirlo, il lato fanta-comico non riesce mai a stupire nè a divertire: l’attore che interpreta Dan è irritante e dopo due minuti vorresti prenderlo a schiaffoni, la giornalista ha l’espressività di una trota salmonata e tutti gli altri personaggi sono talmente insulsi che nemmeno li commento. Non aiuta un doppiaggio italiano che sembra eseguito da una scolaresca delle elementari, pompatissimo e infarcito di umorismo becero (seriamente c’è qualcuno con più di 12 anni che ride a sentire le parole “merda” e “cacca”?), anche se abbiamo l’impressione che l’originale non fosse tanto diverso. I due alieni sarebbero anche ridicoli a sufficienza: uno è un robottino tenero quanto ridicolo, l’altro un umanoide macrocefalo la cui pelle è ricoperta di bubboni che lo fanno sembrare fatto di letame; il problema è che se ne stanno lì a cazzeggiare nella stazione radio e raramente fanno qualcosa di interessante, mentre tutta la scena è rubata dall’insopportabile dj. Non parliamo degli effetti speciali, creati principalmente ricoprendo i figuranti con della cartapesta e del pongo incredibilmente spacciati per “funghi alieni”.
Paradossalmente, la cosa più divertente del film è proprio l’elemento che fa il verso alla musica e alla moda del rock anni ottanta. Per rapire le fanciulle, gli alieni creano una specie di illusione nella quale le vittime pensano di vivere dentro un videoclip (di fatto, sono veri e propri video inseriti nella pellicola, e durano 4 o 5 minuti l’uno). Ecco, questa trovata senza senso permette a Nicolau di piazzare delle canzoni di livello in sequenze patinate e ispirate alle tendenze del tempo: i nostalgici degli anni ottanta saranno commossi, ma a noi tutto quel kitsch fa solo ridere.
Fun Fact: Alla fine dei titoli di coda compare il protagonista del film Dollman, protagonista di un’altra pellicola bizzarra, ad annunciare un crossover che poi è stato effettivamente realizzato nel 1993, con altri personaggi anche dal film Demonic Toys, dal titolo Dollman VS Demonic Toys. Tutta roba che prima o poi visioneremo.
Fun Fact 2: La colonna sonora, davvero pregevole per una produzione di questo tipo, è dei due gruppi musicali Blue Oyster Cult e Sykotik Sinfoney.

Produzione: USA (1992)
Scena madre: il dj che si rende conto di poter dire le parolacce alla radio (con sommo disappunto del proprietario Vernon) e inizia a ricoprire il povero alieno di insulti facendo facce da abusatore seriale di MDMA.
Punto di forza: gli intermezzi musicali, che di solito rovinano qualunque film, sono davvero apprezzabili e non stonano con il contesto fantatrash.
Punto debole: l’evidente ironia di fondo del film impedisce di apprezzarne appieno gli elementi B che tanto ci piacciono.
Potresti apprezzare anche…: Plankton – Creature dagli abissi, che è più o meno dello stesso periodo e con lo stesso stile anni ’80.
Come trovarlo: in VHS. La VHS è nostalgica per definizione. E’ uscito anche in DVD eh, ma quanto è malinconica la VHS?

Un piccolo assaggio: (uno dei deliranti ma pregevoli intermezzi musicali)

2

Non aprite quella porta 3 – Night killer

Non aprite quella porta 3 - Night killer

Per evitare noie, i distributori lo esportarono con il più sobrio titolo di Night killer. Peccato che l’assassino non colpisca quasi mai di notte…

[Krocodylus, Satchmo]

Di: Claudio Fragasso
Con: Peter Hooten, Tara Buckman, Richard Foster, Mel Davis, Lee Lively

Sapevate che Fragasso ha diretto questo Non aprite quella porta 3, dando così il suo contributo alla celebre saga di faccia-di-cuoio? Davvero non lo sapevate? Forse perchè non è vero. Night killer (questo il titolo anglosassone del film) non è altro che un sequel apocrifo, intitolato come il famoso film di Hooper più che altro per sfruttarne il successo. Fragasso, che nello stesso anno girò La casa 5, non è nuovo a queste operazioni.
Bastano cinque minuti di film per capire che aria tira: il corpo di ballo meno coordinato della storia, che non azzecca un movimento ritmato manco per sbaglio, si esercita in un teatro. Mentre la capoccia di tale gruppo di disgraziati insulta senza motivo una delle ballerine, interviene un assassino truccato in maniera veramente ridicola, che con un colpo di mano (dotata di artigli di gomma) passa da parte a parte i corpi delle due poverette, non mancando di sgozzare una finta gola. Il cadavere della capoballerina che precipita in mezzo al teatro interrompe il siparietto con musica da pornosoft anni ottanta. La storia si sposta su Melanie (dimenticate le ballerine, erano una scusa per mostrare il killer e un pò di tette), una milfona che viene segregata e torturata dal maniaco mascherato, ma che riesce a sopravvivere grazie al tempestivo intervento di un suo amico, che è un Tiberio Timperi con sfumature di McGyver; la donna perde però la memoria, e non ricorda nè la propria identità, nè quella della figlia, e neppure il volto del maniaco. Un pò di tempo dopo, il maniaco torna a colpire, mentre Melanie è nuovamente segregata da un tizio che prima la segue, poi sotto minaccia si spoglia in un bagno per signore e poi ci prova con lei facendo l’arrapatone che dice “supplicami di baciarti” e “voglio sentirti pregare”. La polizia intanto brancola nel buio, troppo occupata a concedere interviste alla tv (ce ne sono quattro o cinque nel film, e non ce n’è una verosimile) e a seguire i consigli di un assurdo psichiatra che dice fregnacce per tutto il film. La svolta avviene quando Melanie riconosce sè stessa in un giornale e fugge dal proprio viscido carceriere, dopo essersene comunque innamorata in una specie di sindrome di Stoccolma. Salvata dal sosia di Timperi, Melanie affronterà il maniaco nello scontro finale in casa propria, in una riproposizione di quanto successo in precedenza.
Decisamente uno dei peggiori Fragasso di sempre questo thrilleraccio a tinte horror girato senza voglia (e senza vergogna) e sceneggiato da un Fragasso e dalla fidata Rossella Drudi senza un minimo di originalità, a differenza di altri suoi B-movie. Come risultato, seguirne la trama è estremamente difficile: sembra quasi che l’intreccio sia stato ideato di scena in scena, arrivando a un finale non banale, ma anche mal costruito e alla fine pure stupido; insomma, Non aprite quella porta 3 è una cazzatona clamorosa, che risulterebbe insostenibile se non fosse per due fattori: le tette della protagonista, mostrate anche quando non ha senso farlo (tipo la scena in cui si mette in topless, si palpa le tette e si mette a filosofeggiare sugli anni che passano, senza ritegno!), e gli omicidi. Scimmiottando il Freddy Krueger di Nightmare (la maschera bruciacchiata, l’artiglio), Fragasso s’inventa il serial killer più buffo mai visto su schermo, attribuendogli una forza sovrumana (non deve essere facile bucare un torace con degli artigli di gomma, peraltro pochissimo pratici per qualunque uso) e una parlata sboccatissima e supertriviale (“voglio scoparti il cervello, troia” ci ha costretti a mettere in pausa per sfogare le risate), che rendono impossibile la tensione; si arriva al ridicolo più totale nella scena in cui il killer, mascherato, viene perculato e preso pochissimo sul serio da una tizia ubriaca, e reagisce squartandola ricoprendola di fissativo. Le comparse che interpretano le vittime del mostro sembrano fottersene di dare alle scene un minimo di verosimiglianza, infatti camminano invece di scappare e inciampano chissà in che cosa più e più volte, per permettere al lentissimo maniaco di acchiapparle.
Lo scontro finale tra l’assassino e Melanie sarebbe pure divertente, con lui che digrigna i denti e poi si fa sedurre come un qualsiasi coglione, ma Fragasso ci mette pure la prevedibilissima scena finale con la bambina che rimane traumatizzata e si accinge a ricominciare il film in un circolo vizioso senza fine. Niente a che vedere col Fragasso di Troll 2 o con le scoppiettanti collaborazioni con Bruno Mattei.

Produzione: ITA, USA (1990)
Scena madre: gli assurdi improperi dell’assassino, di una volgarità mai vista!
Punto di forza: lo stile di Fragasso, anche se l’assenza di Mattei si fa sentire.
Punto debole: troppe ripetizioni, momenti di noia, e se un film dura ottanta minuti c’è da preoccuparsi. Forse guardarlo la sera di Natale con chili e chili di pranzo coi parenti nello stomaco non ha aiutato…
Potresti apprezzare anche…: La casa 5, altro sequel farlocco targato Fragasso.
Come trovarlo: in VHS, e comunque è molto, molto difficile. Però cercando informazioni abbiamo trovato un mucchio di poster dei film di Fragasso a cifre folli. Qualcuno ci presta 150 euro?

Un piccolo assaggio: (incredibile: non c’è neppure un video di questo film su Youtube! Vabbè, non vi perdete granchè)

2

Plankton – Creature dagli abissi

Ho un cugino di 11 anni che avrebbe realizzato una locandina migliore.

Ho un cugino di 11 anni che avrebbe realizzato una locandina migliore.

[Krocodylus, Nehovistecose, Satchmo]

Di: Al Passeri
Con: Clay Rogers, Michael Bon, Laura di Palma, Sharon Twomey, Ann Wolf

Plankton è un rarissimo esemplare di film anni ’80 girato negli anni ’90. Davvero, è in tutto e per tutto figlio di quel decennio che tanta fortuna ha portato al trash cinematografico, eppure è stato girato nel 1994. Atmosfere, personaggi, fotografia e soprattutto musiche (plagiate vergognosamente da quelle, bellissime, composte da Vangelis per Blade Runner) sembrano uscite da un videoclip dei Duran Duran; gli effetti speciali invece arrivano direttamente dal 1915.
Tutto parte da un canovaccio abbastanza puerile: 5 giovani decidono di fare una bella gita al mare al largo di Miami (che viene inquadrata una volta sola all’inizio e da lontano, per quel che ne sappiamo il film potrebbe essere stato girato sul litorale campano), con un gommone. Ovviamente si perdono, ovviamente non sanno cosa fare, ovviamente si imbattono in un lussuoso yacht abbandonato. Decisi a restare lì per un pò e ad approfittarne per fornicare e organizzare festini, i ragazzotti si imbatteranno in una terribile realtà: sullo yacht si svolgevano esperimenti sul plankton, e il frutto di questi esperimenti sono dei pesci di diversi tipi trasformatisi in mostri assassini. Tra le diverse specie spiccano dei piranha preistorici con denti lunghissimi, un uomo pesce e una specie di batterio, che una volta contaminati i ragazzi li trasforma in mostri ancora più assurdi. Mentre uno di loro (quello con gli occhiali che sembra Niccolò Ghedini) si fa un mazzo tanto per risolvere il problema insieme alla fidanzata, gli altri pensano a trombare. Nel mentre, una delle ragazze non si accorge che il suo focoso amante è in realtà contaminato: durante l’amplesso da il via a una scenata indegna a base di protesi in plastica, salvo poi abbandonare la ragazza nuda e senza memoria nel letto. A questo punto tutti capirebbero cos’è successo, ma i protagonisti no, e vanno avanti mezz’ora a scervellarsi sull’accaduto, finchè i due amanti non si rivelano per i mostri mutati che sono. Da lì in poi è una corsa contro il tempo, con lo yacht che dall’interno è grande quanto una portaerei, la coppietta che cerca di fuggire e il mostro che cambia forma ogni cinque minuti. In tutto questo si inserisce anche un buffissimo scienziato: trovato in stato confusionale a dieci minuti dall’inizio, costui praticamente sparisce per ottanta minuti, ritornando nel finale e accoppando il mostro con una siringa, che tra l’altro esplode al minimo contatto con il mostro. Cosa manca, se non una bella esplosione ancora più grande? E infatti è quel che succede. L’unico superstite si trova in mare sano e salvo, almeno prima che il più banale dei finali a sorpresa non faccia piazza pulita.
I due peggiori difetti di questo putridume sono molto evidenti: effetti speciali e abbondanza di situazioni insensate. Gli effetti sono veramente imbarazzanti, non solo per come rappresentano certe cose, ma proprio per quello che il regista ci mostra. Possiamo sopportare le esplosioni sovrapposte talmente male da falsare la prospettiva; possiamo accettare i pesciozzi di plastica manovrati dagli attori stessi e l’orrido uomo-pesce scattoso; e possiamo persino sopportare che i pesci in CG abbiano una grafica completamente diversa dallo sfondo e siano appiccicati con lo sputo. Quel che davvero ci ha fatti ribaltare è l’idea che questi pesci debbano volare. Ma perchè mai? Cosa si è fumato il regista? Peraltro non volano, come dire, “stile aereo”, ma “stile elicottero”, roteando su sè stessi in un movimento che, supponiamo, dovrebbe ucciderli in pochi secondi, perdipiù fuori dall’acqua. Passiamo invece alle più interessanti situazioni insensate. Io capisco la giovinezza, gli ormoni, le belle ragazze in bikini, ma è possibile che i ragazzi del film pensino solo e unicamente a trombare? E non una cosa tipo “magari muoio tra un’ora, tanto vale che me la spasso”, che sarebbe pure comprensibile: da quando mettono piede sullo yacht fino alla scena finale, il copione è sempre lo stesso. Una delle ragazze vomita insetti? La soluzione è andare sotto coperta, in tutti i sensi. C’è una nave abbandonata con un tizio in stato di delirio e dei macchinari misteriosi? Invece di risolvere il mistero o andarsene da lì, pare sia più opportuno provarci con le ragazze. A proposito, le tre figliole passano tutto il film con addosso lo stesso bikini, e i ragazzi con le stesse camicie hawaiiane: ma quanto puzzeranno, dopo un pò? E perchè cercano di fuggire solo alla fine e non quando si accorgono che rischiano la pelle? Perchè sono così scemi? Cosa spinge uno dei testadicazzo protagonisti a trovare una polvere sconosciuta e, per capirne di più, assaggiarla?
In definitiva, Plankton è un film che parte lento, ma prosegue degnamente tra una vaccata e l’altra: le protagoniste non disdegnano di mostrare le tette, i maschi sono scemi, i mostri ridicoli. Tutto quel che possiamo chiedere a uno Z-movie!

Produzione: USA (1994)
Scena madre: sarebbe stato scontato scegliere la sequenza dell’amplesso, con effetti caserecci e mutazioni schifose. Oppure i pesci volanti col tipo che li mena. E invece no: la più ridicola riguarda senza dubbio una delle ragazze: ingravidata dal mostro, costei percorre l’intero corridoio disseminando le sue uova ovunque, e sottolineiamo ovunque, partorendo in totale un quintalotto di uova che non si sa da dove siano uscite.
Punto di forza: il soggetto, particolarmente bislacco, unito agli effetti speciali amatoriali e a una recitazione da internamento, garantiscono scene ridicole di alto livello.
Punto debole: il film fatica a ingranare, e bisogna aspettare qualche decina di minuti per arrivare al meglio. Ma ne vale la pena.
Potresti apprezzare anche…: Monster – Esseri ignoti dai profondi abissi.
Come trovarlo: l’unica certezza è che ne esiste una versione in italiano in VHS, mentre non sappiamo se l’abbiano distribuito in DVD.

Un piccolo assaggio: (altro che piccolo assaggio, ecco il film intero in italiano…buona visione!)

3,5

Laura non c’è

Anche lui sembra chiedersi "che ci faccio in questa ciofeca?"

Anche lui sembra chiedersi “che ci faccio in questa ciofeca?”

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Antonio Bonifacio
Con: Nicholas Rogers, Gigliola Aragozzini, Francesco Apolloni

Innanzitutto, grazie agli amici di Pellicole dall’Abisso per averci fatto scoprire questa perla, soprattutto a Imrahil che l’ha scovata non si sa come in un cestone al Cartoomics a Milano. Laura non c’è. In effetti nel film compare pochissimo, è anche un peccato perchè rispetto all’insulso protagonista l’attrice pare la Magnani. Laura non c’è è la risposta di Nek a Jolly Blu degli 883, altra sciagura filmica già recensita su queste pagine. Proprio come il film con Max Pezzali, trattasi di un collage di scene inverosimili e messe lì apposta perchè il cantante di turno (in questo caso Nek) possa cantarci su una canzone. E proprio come quell’altro film di Stefano Salvati, anche questo presenta una sottospecie di trama. Il protagonista, Lorenzo, è un venti-trentenne fumettista, che si pettina e si veste come un vampiro fighetto alla Twilight, passa le serate al bar a bere con gli amici e si lamenta della sua vita faticosa nonostante non faccia praticamente nulla dal mattino alla sera. Disegna Lazarus Ledd, ma il suo sogno è sfondare con un proprio fumetto, anche grazie all’aiuto di Luca (Francesco Apolloni, ne parleremo dopo). Una sera Lorenzo salva la giovane Laura da un gruppo di tizi misteriosi che la stavano picchiando. Chi saranno mai questi tizi? Mah, boh, non viene detto, servivano solo per introdurre Laura. Lorenzo è un provola spaventoso, e subito tenta di ingraziarsi la bella fanciulla, ma questa se ne va. Ritrovatala in un cimitero trash, con le croci al neon (veramente terribile) Lorenzo da il via a una faticosa storia d’amore, con lei che scompare ogni volta lasciandolo con l’amaro in bocca. Intanto i fumetti del protagonista sono visionati e umiliati da un terribile editore sadico. Dopo una notte di sesso, il prode Lorenzo nota che Laura ha dei buchi nelle braccia: senza chiedere nulla, la apostrofa come “drogata”. Lei, sempre senza spiegare nulla, lo manda a quel paese, lasciandolo lì e dicendogli che ha perso “l’amore più grande della sua vita”. Qualche giorno dopo Lorenzo si rende conto di aver fatto una cazzata e va a casa sua, salvo scoprire che Laura non si è mai drogata, che le iniezioni le servono per il diabete, insomma che si è fatto una figura di merda come non se ne vedevano da anni. La storia riprende con fatica, fino al giorno in cui Laura muore nonostante le cure del medico (interpretato da Amadeus!). Distrutto dal dolore, Lorenzo si convince che l’anima di Laura si sia reincarnata in uno dei gattini della vicina, e lo porta con sè. Il finale, che ha lasciato sbigottito lo staff, vede una spiegazione irritante sulle vicende del film e l’immancabile comparsata di Nek.
E’ vero che probabilmente Bonifacio era più interessato a far pubblicità a Nek che a scrivere una sceneggiatura coerente, ma c’è un limite a tutto. Ci sono delle reazioni umane che, semplicemente, non possono esistere, neppure in un film-videoclip come questo. Oltretutto le canzoni di Nek sono inserite in maniera veramente forzata; prendiamo la scena in cui il pezzo di sottofondo è Sei grande. Ecco, per sottolineare la cosa, Lorenzo espone un bel cartello con scritto “Laura, sei grande!”. E’ un complimento che nessuno farebbe mai a una ragazza, è totalmente fuori contesto, che bisogno c’era di rimarcare così il titolo della canzone? Poi, gli attori…Nicholas Rogers, una specie di modello, è veramente imbarazzante, persino Laura è meglio di lui anche se alla prima esperienza. Tra gli altri riconosciamo una giovanissima Laura Chiatti e Francesco Apolloni: quest’ultimo interpretava praticamente lo stesso ruolo in Scusa ma ti chiamo amore, quello dell’amico stupidotto e donnaiolo, insomma si è specializzato! Non mancano camei di Amadeus senza barba, Federica Panicucci e Cloris Brosca (ve la ricordate? “la luna nera!”). Per il resto: davvero è considerato un buon comportamento cacciare in malo modo una ragazza per un vago sospetto che lei si droghi? A parte che, come detto, la sicumera del protagonista darà il via a una figuraccia epica, ma poi se ami una ragazza in teoria dovresti provare ad aiutarla, no?
La sceneggiatura. Cioè, sceneggiatura è una parola grossa…metà del film è composta da siparietti in un bar discoteca squallidissimo, dove relitti umani ci provano un pò con tutti ottenendo clamorosi rifiuti. C’è però una componente inedita: il regista ricicla battute e gag che non fanno più ridere dai tempi del muto trasformandoli in colonne portanti della pellicola: il tipo che chiede un bacio per diventare principe, l’altro che chiede i numeri di telefono, ha una lista di puttane ma poi piange quando la ragazza lo lascia, il padrone di casa grasso e mafioso. Una sfilata di casi umani che non si vedeva dai tempi di Freaks.
Dispiace per l’attrice Gigliola Aragozzini, morta in giovane età dopo aver combattuto la leucemia, a cui va il nostro rispetto.

Produzione: ITA (1998)
Scena madre: il finale. Non ve lo sveliamo, ma vi lascerà esterrefatti, fidatevi.
Punto di forza: rispetto a Jolly Blu è girato un pochettino meglio. E’ sempre inguardabile, eh, ma un pò meno diciamo.
Punto debole: lo stesso di tutti i film-videoclip, ovvero non ha senso e le scene-riempitivo sono noiosissime.
Potresti apprezzare anche…: pensavate Jolly Blu? Invece no, Scusa ma ti chiamo amore, c’è pure un attore in comune!
Come trovarlo: Imrahil assicura che esiste in DVD e che l’ha pure pagato due euro. Non ridete di lui, avrei fatto la stessa cosa!

Un piccolo assaggio: (che ve ne fate del film? Godetevi questo pezzaccio di Nek e sentite quanto è anni novanta!)

2

Sete da vampira

Come detto, gli effetti speciali non sono così pessimi.

Come detto, gli effetti speciali non sono così pessimi.

[Krocodylus, Eltigre]

Di: Roger A. Fratter
Con: Elisabetta Principe, Carlo Gireli, Mirko Riva, Marta Bordino

“eh, ti piace vincere facile, recensisci film di poveracci che non hanno una lira”. Il prossimo che ci rivolgerà questa accusa (ogni tanto capita) sarà da noi processato e condannato a vedere Sete da vampira. Non una parola verrà infatti spesa per criticare gli effetti speciali, peraltro non molti e di fattura non spregevole. Limitiamoci alla sceneggiatura.
Si parte con una bella scena girata in un cimitero, sotto la neve. Stacco: un pittore è ossessionato dalla visione di una donna: questa donna è una vampira, il protagonista la vede ovunque, non riesce a disegnare altro, e meno male, dato che, artista o non artista, i suoi disegni sono degli scarabocchi inguardabili. Dopo aver chiesto aiuto ad un amico ed aver ricevuto una risposta deludente, decide di “visitare luoghi del passato in cerca di indizi”. Esatto, “luoghi del passato. A caso. Ma chi era quello del cimitero, all’inizio? Boh, non viene spiegato. Nel frattempo, ci vengono mostrate due cose: la prima è che una ragazza è legata al letto, chissà perchè. La seconda è che la vampira vive in una mega-villa con un marito (che in qualche modo conosce il protagonista, ma non capiamo in che modo) e un servitore. Quest’ultimo è il vero protagonista del film: un caso umano, un poveraccio zoppo e storpio che la vampira insulta senza altro motivo che il mero desiderio di allungare il film. Mentre il pittore fa sedute spiritiche, una ragazza si offre di aiutarlo. Si incontrano, spiaccicano due parole senza senso e poi ognuno torna a casa; ma la sventurata trova la vampira ad aspettarla. Qui pare l’inizio di un porno amatoriale di serie Z: la tipa agghindata come una battona, la vampira con la frusta…inizia a colpirla (per modo di dire, non le lascia un segno che sia uno!) e poi se ne va, lasciandola sofferente. Uno si aspetta una bella scena violenta e sanguinosa, e invece la frustata ci offre una scena di dieci minuti buoni di masturbazione, giusto per tenere sveglio lo spettatore con un pò di soft-core. Alla fine il pittore si reca alla villa, si scontra con il servitore zoppo (sì sì, esatto, e per poco non ha la peggio!), lo uccide senza motivo, dato che bastava girarci attorno da quanto è lento, va dalla vampira e la uccide. Ma chi era quello del cimitero, all’inizio? Boh…
Più e più volte, durante la visione di questo film, i due recensori avrebbero voluto sottomano La gazzetta dello sport; settanta minuti di dettagli sul calcio-mercato rappresentano infatti un’alternativa validissima a Sete da vampira. Il regista dice di essersi ispirato a Carmilla, romanzo di Le Fanu che già aveva ispirato il delirante Vampires VS Zombies; a parte che il libro in questione è un capolavoro della letteratura horror, le uniche cose in comune sono i vampiri e l’atmosfera lesbica. Niente ha senso nella sceneggiatura: sequenze montate in nome della più completa casualità, recitazione inesistente, lentezza sovrumana e disprezzo della consecutio temporum. Il budget risicato non ha nulla a che fare con l’insensatezza: non è che si può affidare al caso una storia e poi rattopparla dicendo “eh ma io sono un regista esordiente”. I registi amatoriali che conosciamo personalmente ci insegnano che talento e denaro non vanno di pari passo. Non mettiamo in discussione il talento del regista, ma qualche domanda ci viene; prendiamo la scena in cui la vampira, dopo aver accoppato l’amante, chiede al servitore, con aria lasciva, di “farla divertire”. E’ ovvio a cosa state pensando, ma vi sbagliate: il servitore inscena una indegna pantomima in cui fa le smorfie alla Jerry Lewis e si muove come un drogato in crisi di astinenza, mentre lei ride! La morte del suddetto poveraccio è da antologia: per evitarlo basterebbe camminare a passo spedito: è zoppo, e per di più è un pò letargico! Basta chiudere la porta! Invece no: il protagonista lo stende con un pugno, poi prende una scopa e gliela pianta nel cranio! E pensare che tutta la pellicola dava l’impressione di voler fare a meno della violenza gratuita…l’unica altra scena più o meno sanguinosa, quella iniziale dell’aggressione a opera della succhiasangue, è ripetuta decine di volte nei momenti più inopportuni del film, con il primo piano dell’attrice sparato contro lo spettatore. Delirio più totale!
Ah, quasi dimenticavo: ma alla fine, chi era quello del cimitero dell’inizio?

Produzione: ITA (1998)
Scena madre: abbiamo scelto una sequenza da manuale: la si poteva rifare, non è niente di particolarmente costoso; e questi sono i motivi per cui i film amatoriali finiscono sulla Cinewalkofshame. Durante una seduta spiritica, il protagonista si alza e, chiudendo gli occhi, urla “nooooo!” per poi accasciarsi a terra. Nel farlo pianta una craniata mostruosa contro il muro (rischiando una commozione cerebrale). Dura un paio di secondi, ma è la scena migliore del film!
Punto di forza: grazie al cielo, Fratter non si dilunga, il film dura solo 70 minuti.
Punto debole: nonostante sia breve, è davvero pesante. Un’autentica mattonata trash.
Potresti apprezzare anche…: Vampires VS Zombies.
Come trovarlo: contrariamente a quanto si possa pensare, è uscito in DVD; comunque, non è semplice da reperire, nonostante ci sia su Youtube completo.

Un piccolo assaggio:  (trailer originale; comunque, agli utenti di Youtube sembra essere piaciuto)

1,5

Demonia

Anche la suora se lo sta chiedendo: "Che ci faccio in questa ciofeca?"

Anche la suora se lo sta chiedendo: “Che ci faccio in questa ciofeca?”

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Lucio Fulci
Con: Brett Halsey, Meg Register, Lino Salemme, Al Cliver

La pesantezza di Fulci colpisce ancora, con un film talmente sonnacchioso che persino uno dei membri dello staff ha accusato il colpo, non riuscendo a vedere il quarto d’ora finale. Agli sgoccioli della sua carriera registica, Fulci ricorre al vecchio canovaccio delle suore indemoniate, tipico di un certo cinema horror di serie Z, soprattutto spagnolo. Per rendere più avvincente (sic!) la cosa, ci piazza come protagonisti degli archeologi alcolizzati provenienti da Toronto, Canada. Questi simpatici inetti si trasferiscono in Sicilia, nel paesino di Santa Rosalia, ufficialmente per delle ricerche, anche se il loro unico pensiero sembra essere la baldoria. Parlando tutti subito un perfetto siciliano (non facciamoci domande, Fulci è Fulci), si ambientano meglio che possono, ma alcuni personaggi del luogo cercano di dissuaderli: il moribondo sindaco, gli anziani locali e Turi De Simone, il macellaio, un vero caso umano. Laisa (lo sappiamo, si scrive Liza, ma la pronuncia maccheronica accentuatissima è veramente fenomenale), un’archeologa, inizia ad avere delle visioni, e scopre l’indicibile (che noi comunque sapevamo già dal prologo): nel Medioevo, un gruppo di suore, immemori del matrimonio con l’Altissimo, si dedicava a orge sataniche fornicando in modo non ortodosso. Una di loro rimase incinta, e per nascondere le cose le monache bruciarono il neonato (anzi, un Cicciobello spacciato per neonato). Gli abitanti del paese, cioè una decina di mentecatti, decisero quindi di crocifiggerle: questa scena sarà ripetuta un cinque-sei volte in tutto il film. Ma essendo fondamentalmente pigri, si dimenticheranno di rimuovere i cadaveri crocifissi dai sotterranei, e partirà la maledizione. Il finale, pur non privo di scene trash d’eccezione, è assolutamente incomprensibile e non sarà descritto in questa sede.
Siamo di fronte ad un non-film, diretto con i piedi e scritto sotto l’effetto di qualche droga. La trama è un temino mal sviluppato, il più delle volte risulta incomprensibile e la recitazione degli attori raggiunge livelli degni di Quattro carogne a Malopasso, soprattutto la protagonista, dotata di un’unica espressione stupita-spaventata. In compenso, le scene tenute insieme con lo spago offrono una sequela di immagini trash decisamente superiori alla media. Fulci pare, ogni tanto, addormentarsi sulla cinepresa, producendo zoom vertiginosi fastidiosissimi e intensi, pallosi primi piani di Laisa. Si comincia a ridere quando la donna in questione prende a picconate un quadro della Madonna (nel senso che la raffigura). Si prosegue con il macellaio, uno spiritato che esclama, con solennità, la frase-tormentone del film: “Ascolta le parole di Turi De Simone, il macellaio di Santa Rosalia!”, accompagnata da uno sguardo alla Marty Feldman. Il culmine è raggiunto dalle feste intorno al fuoco degli archeologi: il gruppo di pazzi inizia a cantare, in preda all’ubriachezza, una qualche canzone totalmente stonata e fuori tempo, indegna nel suo storpiare insieme country e folk irlandese; questa scena, che dura circa 10 minuti, vi distruggerà. La seconda parte di film è ancora più tediosa, ma regge bene grazie ai consueti omicidi ridicoli: notevole, in questo senso, l’arpione sparato dal fantasma, che va a perforare un rigidissimo fantoccio. In seguito, una nave provvederà a tirare su l’ancora con attaccata una meravigliosa testa di cartone. L’omicidio più bello è però quello del povero Turi: capitato non si sa come nel proprio macello, viene colpito più e più volte con un prosciutto (!), bastonato dalla carcassa di una mucca e infilzato al collo da un gancio svolazzante. Per finire, gli viene tirato fuori mezzo metro di lingua, che viene inchiodato al legno; l’assassino se ne va abbassando la temperatura e congelandolo. Detta così può anche sembrare agghiacciante, ma la recitazione dell’attore e il prosciutto assassino eliminano qualsiasi tipo di tensione. Nel finale un tizio viene diviso in due in modo alquanto ingegnoso, nella scena più splatter del film, che non riveleremo.
Ma non basta, perchè, oltre alla scena madre (descritta più in basso), Fulci ci regala un’altra morte improbabile: una signora che viene sbranata dai gatti. Il punto è che le simpatiche bestiole non hanno la minima voglia di seguire il copione, e gli assistenti di scena sono costretti a tirarli in faccia all’attrice, che fa tutto da sola. Poi, per non farsi mancare nulla, dalla testa finta della donna vengono cavati gli occhi. Apoteosi!

Produzione: ITA (1990)
Scena madre: dicevamo di una morte ridicola: eccola. Due archeologi, ubriachi fradici, si scambiano facezie. A un certo punto sono attratti da una voce di donna, dovuta ai fantasmi delle suore. Uno di loro va verso la figura e…si getta in una buca piena di spuntoni di legno! L’altro, non contento, lo segue e, con un altro tuffo degno delle Olimpiadi, ne ripete il gesto. Il tutto con un atroce filtro blu lesivo per la retina.
Punto di forza: le singole scene, che, prese una per una, valgono più del totale.
Punto debole: lentezza e prolissità tipiche di molti degli ultimi film di Fulci.
Potresti apprezzare anche…: Riti, magie nere e segrete orge nel trecento.
Come trovarlo: è uscito in DVD sul mercato anglosassone.

Un piccolo assaggio:  (la morte del povero Turi!)

2,5

Satan Claus

Oh oh oh!

[Krocodylus1991, Eltigre]

Di: Massimiliano Cerchi
Con: Robert Cummings, Jodie Rafty, Robert Hector, Barie Snider

L’idea del serial killer natalizio non è nuova al cinema horror di genere (basti pensare a Silent night deadly night), ma da un regista con fama di eccentrico (leggi qui) ci aspettiamo molto. E infatti Satan Claus è qualcosa di più: il film più incasinato, mal distribuito (la VHS si vedeva malissimo nonostante l’assenza di danni) e incomprensibile degli ultimi quarant’anni. La storia è di per sè abbastanza lineare, cioè lineare nell’ottica di un film trash, e allo stesso tempo malsanamente geniale: siamo sotto le feste natalizie, e un serial killer fuori di melone ammazza a più non posso con la sua poderosa ascia, mutilando i cadaveri per avere decorazioni sempre originali per il suo albero di Natale. Sulle sue tracce abbiamo, nell’ordine: un commissario di polizia, incazzato nero perchè il killer gli ha ucciso la moglie, che lavora in un ufficio angusto con due sole persone, una segretaria (occhio all’apertura orale) e un tipo che tiene sempre in mano del caffè. Seguono il protagonista, che si veste da Babbo Natale e truffa i passanti millantando l’appartenenza a un qualche gruppo di carità a cui fare l’elemosina, e la sua levatrice, una signora di colore sensitiva che ogni tanto strabuzza gli occhi per far notare che lei percepisce il male e altre amenità di questo genere. Nel finale si scopre chi è l’assassino, noi però non l’abbiamo capito così facilmente, sia perchè il film era in inglese, sia perchè è girato un pò così e senza soldi.
Sin dall’incipit era chiarissima l’eccentricità del prodotto: in una stanza buia (ebbene sì, nel film è sempre buio, anche di giorno, forse perchè mancavano i fari necessari per illuminare il set) si compie una specie di rito satanico, in cui una foto a metà tra Quintino Sella ed Ernest Hemingway (all’interno dello staff si è acceso un certo dibattito) viene coperta di sangue. Non abbiamo idea di chi fosse il signore lì rappresentato, e il film non è chiaro su questo punto. Per il resto la visione è difficoltosa, nonostante il buon Cerchi inserisca un paio di tette non indifferenti in una scena più o meno a caso, tanto per non distrarre troppo lo spettatore. Due scene meravigliose devono però essere descritte: in una, il serial killer ci prende gusto e comincia a far fuori quattro o cinque persone in mezzo alla strada, sempre gridando “merry christmas!”, sempre con lo stesso meccanico gesto, sempre con la stessa inesistente reazione dei malcapitati; l’abbattimento tipo birilli è fenomenale. Nell’altra, la scena finale, si capisce che una delle protagoniste è la colpevole (anche se ciò risulta illogico, dato che il film le offre un alibi per almeno uno dei delitti), la polizia entra nel suo covo e la fredda in una esecuzione degna di GTA San Andreas. Fin qui i buchi di sceneggiatura. Passiamo alla totale mancanza di mezzi nel settore più prettamente tecnico: Cerchi gira in un formato tremendo, quadrato, che restringe gli spazi fin quasi a soffocarli; non bastasse, tenete bene a mente il nome di John Gilgar. E’ il direttore della fotografia, se mai vi proponesse di farlo lavorare rifiutate sdegnosamente, fossimo Cerchi lo insulteremmo per avergli rovinato il film. Non si vede nulla, ma proprio nulla, e va bene dare la colpa all’assenza di fari, ma come giustificare lo stesso problema anche nella ambientazioni diurne? In certe scene bisogna affidarsi all’udito per capire cosa sta succedendo! Insomma, l’eccentrico Cerchi gira con zero mezzi e, supponiamo, tanto divertimento. Il film si lascia anche guardare, il regista non la tira per le lunghe e permette di gustarlo al meglio.

Produzione: USA (1996)
Scena madre: questo film non ha scene madri. Le uniche degne di nota sono le due descritte sopra.
Punto di forza: dura poco. Forse la sceneggiatura non ha molto da dire, ma almeno lo dice in fretta.
Punto debole: va bene zero budget e va bene la voglia, ma davvero non si vede nulla. Max, non ne hai una versione più chiara?
Potresti apprezzare anche…: a livello grafico, un’ora di “fissare il soffitto di notte”. A livello di sceneggiatura, la serie di slasher natalizi che va di moda ogni 25 dicembre la sera tardi. E non sempre sono migliori di questo Satan Claus.
Come trovarlo: è quasi introvabile, soprattutto in italiano. Forse qualche vecchia VHS dimenticata in un negozietto polveroso…

Un piccolo assaggio: eh, mi spiace, sul web non sono presenti spezzoni. Non so che dirvi…

3

Dragon ball – The magic begins

Quelli sono Yamcha, Goku e Muten. Mi viene da piangere.

[Krocodylus1991, Nehovistecose]

Di: Joe Chan, Leung Chung (anche detti Chan & Chung)
Con: Don Wong, Ju-Hee-Lee, Kim Chu Che, Eddie Chan

La sfiga continua a perseguitare il povero Akira Toryiama, mangaka giapponese noto ai più per Dragon ball. E’ infatti destino che tutte le produzioni di film ispirate alla sua opera finiscano per essere delle boiate devastanti. Non fa eccezione The magic begins, pressochè sconosciuta pellicola dei primi anni ’90. Uscito in DVD nel 2007, è stato rimasterizzato, sono stati aggiunti effettacci computerizzati e nel doppiaggio italiano i nomi (che non erano quelli ideati da Toryiama) sono stati sostituiti con gli originali. Abbiamo così un eterogeneo gruppo di personaggi: Goku è un asessuato combattente di arti marziali, che vive con il nonno rimbambito in mezzo al bosco; Bulma è una ragazza di città; Yamcha è un bandito vestito come un Cavaliere dello Zodiaco; Olong è uno stupratore seriale e il maestro Muten è effettivamente uguale a quello del fumetto. Ma un pericolo incombe su di loro: il malvagio Re Satan, un mostro dalle fattezze incredibili simile ad un uomo-pesce, vuole impossessarsi delle loro sfere del drago per conquistare il mondo. Viste le sue capacità potrebbe farlo comunque, ma vabbè. Il malvagio invia a rubare le sfere i suoi due scagnozzi, Malilia e Zebrata; lui è un imbecille vestito come Terminator ma dotato di lanciagranate, mentre lei, che preferisce i mitra, ricorda molto la Cindy Lauper degli anni peggiori. Dopo essersi fatti fregare come gli emeriti coglioni che in effetti sono, i nostri eroi uniscono le forze e affrontano il malvagio Re Satan direttamente al suo quartier generale. Messo alle strette, l’azzurro uomo-pesce invoca il suo esercito di zombi. Una scena totalmente aliena alla tradizione di Dragon ball e girata in pieno stile Romero, che aumenta vertiginosamente il livello di spaesamento dello spettatore. Alla fine Goku si ricorda di essere il protagonista, inforca il bastone e la nuvola d’oro (effetto speciale imbarazzante), sconfigge tutti e conduce la sceneggiatura verso il lieto fine più banale possibile.
I registi Chan & Chung (giuro, si chiamano davvero così) riescono, nonostante tutto, a fare un film migliore di quello scempio che sarebbe stato Dragon Ball Evolution. Cioè, The magic begins resta un aborto, ma è molto più fedele al manga e persino i combattimenti, che pure sfidano alcune leggi della fisica e dell’anatomia, sono ben coreografati. La sceneggiatura e gli effetti speciali, in ogni caso, vanificano il pur lodevole lavoro degli stunt-man. La scelta degli attori sembra stata affidata a un non vedente: l’unico che assomiglia vagamente al personaggio (ma solo per l’abbigliamento) è il maestro Muten. Non si capisce, invece, perchè “nonno Gohan” sia spaventosamente simile a Cuneyt Arkin, nè come si sia potuto pensare che un trippone con il naso grosso potesse assomigliare al maiale Olong. Il reparto effetti speciali stupisce per ingenuità e approssimazione: il mascherone di Re Satan sembra sempre sul punto di venir via, per non parlare delle ridicole acconciature dei suoi servi o delle astronavi modellino che esplodono senza un perchè quasi a ogni decollo. Il momento di massimo godimento per l’esperto del trash arriva quando Muten si rifugia sotto il carapace che porta in spalla per scampare ai mitra: cessato il fuoco si tira nuovamente in piedi, ma si vede benissimo che è dentro un buco almeno dall’ombelico in giù! L’unico effetto speciale a cui fare i complimenti, almeno in questo contesto da Z-movie, è quello del volo dei personaggi. Nonostante le traiettorie improbabili, temevamo di peggio. La sceneggiatura ammicca ai film per bambini più che per adolescenti; ma i continui riferimenti al seno, alle violenze sessuali e alle manie di Muten, decisamente più accentuati che nel manga e nell’anime, vanificano qualunque intenzione, rendendolo un film per bambini con dialoghi “adulti”. Chiunque sia disposto a sopportare tremende battutine imbarazzanti per un’ora e venti, e magari voglia confrontarlo con la versione animata, se lo guardi: è tutta da ridere.
Comunque, mezzo voto in più solo per l’esercito di zombi.

Produzione: Taiwan (1991)
Scena madre: che domande…la notte dei morti viventi “made in Taiwan”. E non è una battuta, giacchè durante questa scena scende inspiegabilmente la notte. Cioè, un filtro blu. Credo.
Punto di forza: vince abbondantemente il confronto con il suo indegno successore.
Punto debole: perde immancabilmente il confronto con il cartone animato. Perchè è recitato meglio.
Potresti apprezzare anche…: vi aspettavate Dragon Ball Evolution? E invece no: Riky Oh!
Come trovarlo: nell’edizione DVD rimasterizzata del 2007, anche se ricordo di averlo visto più volte sugli scaffali dell’Esselunga, in VHS. Costava pure parecchio. In alternativa, usate il link di Youtube qui sotto.

Un piccolo assaggio:  (film completo. Tra i filmati consigliati, se non avete voglia di perdere ottanta minuti, guardatevi la danza del maestro Muten. Senza parola)

Riki-Oh – The story of Ricky

Ha un'aura potentissima!

[Krocodylus1991, Jacob]

Di: Lam Ngai Kai
Con: Siu-Wong Fan, Ka-Kui ho, Mei Sheng Fan

Lam Ngai Kai (ogni volta che lo scrivo la mia tastiera bestemmia) è uno sconosciuto regista di Hong Kong, autore fra l’altro di un remake erotico de Le streghe di Eastwick.  Ma per quanto l’idea ci piaccia, vogliamo ricordarlo per il suo capolavoro assoluto, Riki-Oh. Che cosa non è questo lungometraggio! Diretto nel 1991 con pochissimi soldi e i diritti d’autore di un celebre manga ottenuti chissà come, questo piccolo capolavoro si piazza a vertici altissimi della filmografia trash d’azione, superato soltanto da Cobra, Megaforce e un paio di film del sommo Chuck Norris.
Trama: Riki-Oh è rinchiuso in una prigione per aver ucciso l’assassino della sorellina, e deve liberarsi. Per farlo ucciderà i quattro guardiani del carcere, il vicedirettore e il direttore, anche grazie all’aiuto del suo maestro, un ridicolo vecchio che compare solo in flashback. Tutto qui. Una storiella banalissima e scontata, se non fosse per il modo ge-nia-le con cui Kai la trasporta sullo schermo. Passiamo dunque ai personaggi, una delle chicche del film. I quattro killer del carcere sono, nell’ordine: un burino tatuatissimo che ha come arma segreta l’estrazione dei propri intestini, fantasiosamente usati per strangolare l’avversario. Riki lo uccide rompendogli il naso (l’inquadratura della radiografia è da cineteca). Il secondo è un trippone disgustoso che alla fine diventa pure buono, ma muore schiacciato da un soffitto. Al suo attivo, si prende due pugni che gli spappolano una mano e la bocca, ma non sembra dolersene troppo. Il terzo boss è un tipo dalla pettinatura incredibile, a metà tra Cristiano Malgioglio e il peggior Elton John. Il quarto, o la quarta, è un essere totalmente asessuato e molto veloce nei movimenti. Se il capellone verrà fatto esplodere dal direttore, l’androgina si dovrà accontentare di una gamba spezzata (non rotta: spezzata, tagliata) e un paio di pugni, e per quel che si capisce potrebbe anche sopravvivere. Più in alto di loro, proprio come nei videogames, c’è il vicedirettore. Questi non è molto forte e non ha nessuna mossa speciale, ma non si sa bene perchè Riki se ne sbatte di lui e preferisce farlo scannare dagli altri detenuti. E poi c’è lui, il direttore.
Trattasi di un uomo anziano, gracile, privo del fisico adeguato per resistere anche solo a una scoreggia di Riki. Ma ecco che – colpo di scena! – senza un motivo plausibile, si trasforma in un esilarante mostro di cartapesta dalla faccia ridicolmente immobile ma capace di tirare pugni prodigiosi. Inutile dire che anche lui sarà ucciso dal protagonista, questa volta nel tritacarne, in un bagno di sangue che non ha eguali neppure nei primi film di Peter Jackson. Le scene trash sono numerosissime e impossibili da riportare integralmente; basti sapere che ad ogni pugno o calcio di Riki segue un tripudio di ossa rotte, budella squarciate, teste spappolate e mani divelte. E poi, ancora: Riki che si addestra facendosi tirare delle lapidi sulla schiena (sarebbe profanazione di tombe, ma vabbè), la sorellina di Riki che si butta da un palazzo con un meraviglioso effetto manichino, il figlio ciccione del direttore, l’incomprensibile questione delle coltivazioni di oppio, contro le quali Riki si accanisce con inusitata violenza, il pugno finale che distrugge il muro del carcere. Il rapporto tra minuti trash e minuti totali è vertiginosamente alto, e questo fa passare in secondo piano anche i dialoghi, particolarmente noiosi, con il vicedirettore e un paio di detenuti sfigati.
Il fatto che questa perla si trovi solo in cinese o in inglese non è assolutamente un problema. Una volta conosciuti i tratti salienti della trama, non resta che godersi l’esplosione di sangue e budella che Kai ha voluto offrirci. E che noi accettiamo senza riserve!

Produzione: Hong Kong (1991)
Scena madre: la scelta è stata ardua. Comunque, vince il meraviglioso scontro finale con il pupazzesco direttore.
Punto di forza: la coraggiosa scelta splatter del buon Kai. che introduce tanta violenza sanguinolenta in un genere, le arti marziali, che non si era mai spinto tanto in là.
Punto debole: i pallosi dialoghi e flashback che vorrebbero trasformare il film in una storia drammatica.
Potresti apprezzare anche…: non esistono film così splatter!
Come trovarlo: l’edizione DVD d’importazione costa molto, molto cara. Consiglio di cercarlo per altre vie, ovviamente in lingua originale.

Un piccolo assaggio:  (sconsigliato ai deboli di stomaco…)

Voci dal profondo

Malinconico addio.

Di: Lucio Fulci
Con: Duilio Del Prete, Karina Huff, Pascal Persiano

Malinconico penultimo film dell’ormai vecchio Lucio Fulci, questo Voci dal profondo si distanzia nettamente dai precedenti capolavori trash del grande regista, dimostrando l’inevitabile declino di un protagonista del cinema italiano. Pare che Fulci l’abbia diretto senza voglia, e questo si vede. La scena iniziale ci mostra un uomo intento a copulare selvaggiamente, almeno finchè non viene interrotto dai lamenti di un bambino. Allora, da fine pedagogo qual’è, scende le scale e, nonostante le suppliche della letargica moglie, piglia a coltellate il rigidissimo manichino del fanciullo. Subito dopo scopriamo che quell’uomo, Giorgio Mainardi, è morto per emorragia interna vomitando litri e litri di pommarola, inquadrati con particolare insistenza. La famiglia è composta da un branco di serpi dove il più pulito c’ha la rogna, che approfittano della sua dipartita per regolare conti in sospeso, accaparrarsi le eredità, trombazzare a caso e sfottere figlia e padre del caro estinto senza alcuna pietà. Tra l’altro si scopre che il Mainardi non era propriamente una brava persona, essendo un violento puttaniere mezzo mafioso. Ma questo non gli impedisce di apparire come figura angelica e chiedere alla figlia Rosy di scoprire la verità. La giovane stronzetta, con il determinante aiuto del fidanzato (un giovanissimo Lorenzo Flaherty conciato come Harry Potter), riuscirà a dipanare la matassa e a scoprire i colpevoli (quasi tutta la famiglia), concludendo il film con una bella sghignazzata sulla tomba di papà e un ancor più bella corsetta tra le lapidi.
Si stenta a credere che questa pesantissima telenovela, condita qua e là di involontari spunti comici, sia farina del sacco di Fulci, che solo l’anno prima aveva diretto Un gatto nel cervello. Il film presenta infatti tutti i difetti tipici delle opere girate senza cura: battute ovvie (il dottore vede Mainardi sputare sangue a ettolitri e sentenzia: “è molto grave”), intrighi familiari scontati in cui tutti i personaggi sono o buonissimi o malvagissimi, regia inesistente. Persino la sceneggiatura fa acqua da tutte le parti. Il morto dice alla figlia che deve concludere l’indagine prima che il suo corpo si decomponga. Benissimo. Considerando che il tempo di putrefazione di un corpo umano è di oltre sette anni, non si comprende per quale motivo in due-tre giorni Mainardi sia ridotto peggio di uno zombi. A proposito di morti viventi, segnaliamo che, impossibilitato a concretizzarsi, il fantasma si diverte a rovinare gli altrui sogni. Uno di essi vede l’assalto di alcuni cadaveri fangosi ad un occhialuto parente. Nel secondo, Mainardi e l’amante cenano in un ristorante situato nelle rovine di un vecchio castello. Dopo un paio di frasi ripetute fino alla nausea, la poveretta si vede servire alcuni occhi umani. Mainardi, con la sua faccia spiritata, prende forchetta e coltello ed inizia ad affettarli, rendendone palese la gommosità. Una scena assurda e scollegata da tutte le altre, inserita giusto per rimarcare l’ossessione di Fulci per il danno oculare. Che altro c’è in questa pellicola? Una pacchiana scena di sesso tra Rosy e Flaherty-Potter, la biondina che diventa pure lei incorporea senza un perchè, e un dialogo che resta memorabile. Flaherty ha appena scoperto che a uccidere Giorgio è stato un micidiale beverone condito con pezzi di vetro. Alla domanda “come ha fatto a non accorgersene?”, il giovinotto risponde “ci penserà la polizia a stabilirlo”. Bene. Dando per scontata la vostra perizia in horror di serie Z, secondo voi verremo mai a sapere la risposta a questa più che legittima domanda?
Riposa in pace, Lucio.

Produzione: ITA (1991)
Scena madre: la cena a base di occhi umani. Ha qualcosa di ridicolo, tant’è che ha alzato di ben mezzo Billy Nelson il voto finale.
Potresti apprezzare anche…: Primavera di granito.
Come trovarlo: il talento di Fulci è stato giustamente premiato con alcune ottime edizioni DVD della sua filmografia.
Da guardare: per chi vuole fare un confronto tra il Fulci degli anni d’oro e le ultime boiatine.

Un piccolo assaggio:  (ma solo io trovo che quel pezzaccio funky sia decisamente fuori luogo?)