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Juan of the dead – Juan de los muertos

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Bisogna dire che, tra questo e il Che Guevara zombi, le locandine sono geniali.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Alejandro Brogués
Con: Alexis Días de Villegas, Jorge Molina, Andrea Duro, Andros Perugorría, Jazz Vila, Eliecer Ramírez

“Oh, c’è una commedia zombi ambientata a Cuba, la guardiamo?”
Comincia così la nostra scoperta di Juan of the dead, zombi-movie satirico cubano di cui ci avevano detto un gran bene. Il filone yankee dei morti viventi ha un pò rotto le palle, diciamoci la verità: sono stereotipi che si ripetono di continuo, e anche il ridicolo involontario sempre uguale a sè stesso dopo un pò annoia (no, non è vero, continueremo a guardare i B-movies zombeschi americani perchè ne siamo dipendenti, aiutateci, è una malattia). Le recensioni online ci avevano illusi su questa produzione very-very-very-very-low budget, addirittura paragonata al geniale Shaun of the dead (se non sapete di che si tratta, vergognatevi). A nostro avviso, a unire i due film è soprattutto la fonetica del titolo. E poco altro.
Juan è uno sfaccendato cubano che ha superato i 40 anni: passa le giornate a spiare le vicine di casa, accompagnato dal suo amico guardone e pippaiolo Lazaro, si concede a una serie di focose amanti, e ha una figlia bona che però lo tratta come l’irresponsabile che in effetti è. Ex-soldato della guerra angolana, si guadagna da vivere arrabattandosi con un pò di pesca. Un giorno, l’isola caraibica è preda di un’epidemia di zombi che si allarga a macchia d’olio, nonostante i media del regime castrista ne addossino la responsabilità ad improbabili “dissidenti pagati dagli USA” (la regola del “chi ti paga?” in politica è un vero e proprio must globale). Questa apocalisse non scompone più di tanto Juan, che essendo un maestro nell’arte di arrangiarsi trova subito un modo per lucrarci: aprire un’agenzia per uccidere i parenti zombi dei cubani! L’idea sembra funzionare, grazie al formidabile team formato da Juan, Lazaro, il di lui figlio, la figlia bona e un trans che si porta dietro un enorme nero muscoloso, che però deve combattere bendato perchè sensibile alla vista del sangue (!). Ovviamente la pacchia durerà poco, perchè presto Juan e la sua squadra si accorgeranno che un’apocalisse zombi non è particolarmente facile da gestire in un business portato avanti da quattro pigri disperati.
I presupposti per un filmone formidabile c’erano tutti: pochi soldi, nessuna paura del politicamente scorretto, attori raccattati per strada (letteralmente) e uno spirito da commedia che permette di uscire dai canoni dell’horror zombesco. Ma Alejandro Brogués, semplicemente, non lo fa. Come spesso accade in questi film, bisogna considerare l’elemento horror alla pari di quello umoristico. Bene: l’elemento horror è una sequela interminabile di scene prese paro paro al cinema americano, con tanto di colpi di scena telefonatissimi che chiunque di noi è riuscito ad anticipare di un bel pò di secondi (compreso un fantamorto improvvisato che ha subito dato i suoi frutti). E l’elemento “da ridere”? Il problema è che l’umorismo del film è terribilmente dozzinale, e le “battute sagaci” si limitano a ricalcare i tormentoni di commedie becere a noi italiani ben note (oh ragazzi, ma davvero qualcuno ride ancora per la ripetizione delle parole “culo”, “cazzo” e “pompino”? Questo è il massimo dell’umorismo cinematografico mondiale? Il trans che fa doppi sensi sul proprio culo? Le prostitute tettone? A quel punto mi tenevo Christian De Sica), e come se non bastasse le due fasi si mischiano senza un minimo di costrutto.
Prendiamo Shaun of the dead: le situazioni horror e quelle comiche sono perfettamente mischiate, il non realismo è perfettamente bilanciato grazie alle trovate di sceneggiatura. Qui sembra che nessuno sapesse bene dove accidenti andare a parare e abbiano deciso di girare certe scene sul momento. Non è una questione di budget: anche su questo blog abbiamo recensito film fatti con dieci lire e un soldo di cacio, ma ricchi di fantasia e talento, o almeno buona volontà. Juan of the dead sembra girato da quattro amici con pochissima voglia che lo fanno solo perchè costretti. Il contrario dello spirito da serie Z che ci piace tanto.

Postilla: sì, ok, ci sono delle battute divertenti su Cuba, sul castrismo e sulla rappresentazione che i cubani hanno della loro storia. Va bene, le frecciatine a Fidel Castro le apprezziamo. Anche qui, però: veramente la satira più raffinata e ficcante sulla società cubana è “sono tutti zombi, ma tanto anche prima laggente era poco sveglia”? Dai, su, si può fare di meglio. Molto meglio.

Produzione: Cuba\Spagna (2011)
Scena madre: non è niente di che, ma la scena del pastore yankee ci ha spiazzati.
Punto di forza: oh, pare sia piaciuto a tutti tranne che a noi, c’è chi ha gridato al capolavoro. Magari siamo noi dei poveri stronzi e il film è una perla visionaria, chi lo sa.
Punto debole: le nostre (troppo alte) aspettative.
Potresti apprezzare anche…: Bong of the dead.
Come trovarlo: il fatto che una cosa del genere sia stata doppiata mi fa pensare che ci sia speranza per qualunque ragazzo sfaccendato che voglia provare a fare film amatoriali con gli amici. Non mollate!

Un piccolo assaggio: (anche nei commenti sono tutti entusiasti, ci sentiamo un pò degli snob a non parlarne troppo bene)

2

Pipì Room

La locandina non c'era, forse non esiste. Ma Jerry ti vuole: LIBIDINE per te!

La locandina non c’era, forse non esiste. Ma non importa, Jerry ti vuole: LIBIDINE per te!

[Krocodylus, IlCarlo]

Di: Jerry Calà
Con: Serra Yilmaz, Dafne Barbieri, Gianluca Testa, Giovanni Montarone

Praticamente il giorno dopo la nascita di questo blog, IlCarlo disse “recensisci Pipì Room di Jerry Calà, sta per uscire”. Il fatto che nessuno volesse comprare\distribuire\trasmettere questo agglomerato di fotogrammi sparsi a caso rappresentò un’ottima scusa per rifiutare il supplizio. Di solito a questo punto uno si arrende e pensa ad altro. Uno, sì, ma non lui. Durante una retrospettiva di film di Calà insieme alla sua fidanzata (tutto vero!), Carlo si è ricordato del suggerimento, e stavolta è riuscito nel malsano intento di raccattare una copia di Pipì Room. Questa è la genesi della terrificante serata che ha portato alla seguente recensione.

La prima inquadratura in assoluto, ovvero una citazione del tutto fuori luogo del filosofo Umberto Galimberti, ci ha subito stupiti. I titoli di testa hanno però bloccato nella mia bocca la frase “hai sbagliato file, dai, chissenefrega, guardiamo qualche video di Diprè”: la prima cosa che salta all’occhio (anzi all’orecchio) è uno squilibrio assoluto tra l’audio della colonna sonora (composta al 90% da basi house e techno di pessima fattura e prelevati direttamente dagli anni novanta) e quello dei dialoghi, che porterà alla perdita di una buona metà della sceneggiatura; e non è necessariamente un male.
Pipì Room è composto da 11 episodi, tutti con titoli in inglese che fa figo e moderno. Riassumerli tutti (e quindi ripercorrere l’intero calvario passo per passo) sarebbe troppo anche per noi, quindi citeremo i migliori. In “Shaved potato” due lesbiche parlano del più e del meno: depilatrici incapaci, pregiudizi, l’idea di far accoppiare una di loro col fratello dell’altra per avere un figlio, e una citazione finale de “La divina Commedia” dantesca che al minuto quindici aveva già fatto impennare il nostro consumo di birra. “True love” è la commovente (nel senso cerebrale del termine) storia d’amore di un ragazzo timido e impacciato con una vaccona assurda, le cui capacità orali sono più collaudate del modulo catenaccio nella Nazionale, che teorizza la grossa differenza tra sesso orale e sesso-sesso, considerando il primo come semplice svago e il secondo come tradimento. In “Human Zoo” c’è una tremenda comparsata di tre membri dello Zoo di 105: pur avendoli sempre trovati divertenti come un colpo di mignolo contro uno spigolo, bisogna ammettere che la loro recitazione è decisamente superiore a quella di chiunque altro. “Trans…gressions” (notare il titolo che velatamente suggerisce la trama dell’episodio) un neosposino, credendo di aver affittato una prostituta donna, si trova per le mani una sorpresa; siccome in tempo di carestia ogni buco è galleria (questa massima vale per tutti gli episodi, comunque) ne approfitta ugualmente.
A questo punto è d’obbligo una precisazione: questi film, queste commedie triviali con pretese di drammaticità, sono le più difficili da vedere e recensire, e attraversano quattro fasi abbastanza precise: inizio imbarazzante, ignoranza in crescendo, encefalogramma piatto per almeno quaranta minuti nel secondo tempo e finalmente i titoli di coda che pongono fine a una noia già prolungata. Proprio mentre sembrava che anche Pipì Room dovesse seguire lo schema, ecco che gli ultimi due episodi virano clamorosamente su un tentativo di denuncia sociale e di critica alla società dei consumi, con due pusher in crisi (che parlano come dei rapper falliti a colpi di “zio” e “fratello”) che cercano il senso della vita e una stronzetta filosofa che accompagna il ragazzo in discoteca e poi parte con un pippone assurdo sui mali del mondo, i bambini africani che fanno la fame e la mercificazione. L’uso di paroloni dotti senza alcun senso (tipo “sottoproletariato” e “spersonalizzazione”) fanno da prologo a un finale imbarazzante in cui una baldracca minorenne drogata chiede perdono alla madre e tutti piangono e ci viene qualche malattia per eccesso di patetismo che affoghiamo nella birra Fidel che costa poco al supermercato. Titoli di coda che vengono da noi accolti come scialuppe da parte di naufraghi che hanno finito le provviste e pensano già a mangiarsi tra di loro.

La descrizione basterebbe di per sè a recensire questa ridicola sceneggiata, che pare sia stata rinnegata dagli stessi produttori, tanto che è stata trasmessa soltanto in tv, in orari improponibili e nell’indifferenza generale. Alcuni degli attori, pare, furono selezionati dalle scuole di recitazione di Milano: ci piace immaginare Calà che seleziona i più talentuosi, li mette da parte e scrittura gli altri. Un cast in cui i migliori attori sono quelli dello Zoo di 105 dovrebbe dar da pensare a chi l’ha messo insieme. Vorremmo parlare di quanto squallida sia la sceneggiatura, ma preferiamo lasciare la parola alle migliori citazioni tratte testualmente dagli episodi:
– “La vita è tutta questione di culo, o ce l’hai o te lo fanno”
– “Lo sguardo dei ragazzi è come una droga”, detto da due minorenni prima di calarsi due etti di pasticche.
– “Spesso le peggio puttane sono proprio le signore”, e via di luoghi comuni e populismo d’accatto sulle donne che vogliono soldi e che sotto sotto sono tute battone.
– “E’ il gioco del benzinaio, lui fa la macchina e lei le pompe.
Quando poche frasi valgono più di mille recensioni. LIBIDINE.

Produzione: ITA (2011)
Scena madre: lo Zoo di 105 che omaggia il regista inserendo riferimenti a suoi precedenti lavori e tormentoni, in una conversazione in un cesso, mentre si parla di andare a puttane. E’ un pò il riassunto del film.
Punto di forza: con Jerry Calà si va sul sicuro, sotto un certo livello di grettezza non si scende mai.
Punto debole: al di là di ciò che concerne il “talento”, è impossibile che uno come Calà non avesse la disponibilità per un audio decente, invece di dover obbligare gli spettatori ad uno sforzo sovrumano di comprensione.
Potresti apprezzare anche…: Parentesi tonde.
Come trovarlo: ogni tanto andate su Rai Movie, quando nessuno guarda la tv, sul tardi, in un momento in cui vorreste essere altrove a fare tutt’altro. Potreste incrociarlo per sbaglio.

Un piccolo assaggio: 

(questo trailer, postato nell’agosto 2011, ha fatto partire la paziente ricerca de IlCarlo. Attenzione a non finire come lui)

3

6 giorni sulla Terra

Sono tra noi...maledetti rettiloidi!

Sono tra noi…maledetti rettiloidi!

Di: Varo Venturi
Con: Massimo Poggio, Laura Glavan, Varo Venturi

L’ufologia è una roba strana. Io personalmente sono abbastanza scettico, ma c’è stato un periodo nella mia vita (coinciso più o meno con la prima adolescenza) in cui tale materia mi sembrava fighissima, cosa che mi spinse a divorare libri e pubblicazioni in proposito. Oggi il mio punto di vista è decisamente più scettico, ma alcune di quelle letture conservano per me un certo fascino, e la passione per la fantascienza non mi ha abbandonato: per dire, la serie tv Taken, che tratta proprio di temi simili a questo film, l’ho adorata. E quindi, direte voi? In fondo si parla di fantascienza, non di cose reali, perchè mai insisti nel volerci spiegare il tuo punto di vista? Semplice: perchè alle volte la realtà e la fantascienza si confondono, anche nella mente psicolabile delle persone, e nascono film come 6 giorni sulla Terra.
Il protagonista è Davide Piso, brillante chimico che nel tempo libero ipnotizza belle donne che dicono di essere state rapite dagli alieni. Un giorno viene avvicinato da una di esse, una ragazza appena maggiorenne dai capelli rossi, dall’eloquente nome di Saturnia: questa, dopo aver raccontato una dubbia esperienza di rapimento (gemiti e frasi a doppio senso lasciano intendere altri tipi di “incontri ravvicinati”), si presenta a casa sua con una scusa risibile e lui, da vero professionista qual’è, se la porta a letto nel giro di dieci minuti. Qui si scopre l’arcano: in pratica gli alieni entrano nelle nostre teste e usano i nostri corpi come contenitori, l’ipnosi li fa emergere e parlare con gli umani, gli alieni vogliono cibarsi della nostra energia interiore, chiamata anima. Lo so, non ha senso, ma è così e basta, non facciamoci domande. Nel corpo di Saturnia c’è un alieno molto potente, che educatamente si presenta: si chiama Hexabor di Ur, e vuole conquistare la terra. Questo simpatico extraterrestre racconta, con la voce della bambina de L’esorcista, che gli uomini sono un incrocio fra tredici razze aliene (rettiloidi, nordici, insettoidi e altre parole strane) e che il conflitto interiore di ognuno di noi è dovuto a questo. Se ciò non fosse già abbastanza delirante aggiungiamo: agenti dei servizi segreti di mezzo mondo; due tagliagole presumibilmente bulgari che accoppano il cane del protagonista; una comunità di hipster romani che organizzano tristissimi rave party con trenta persone; due-tre preti (tra cui un ortodosso pedofilo) che tentano inutilmente di comunicare con Hexabor; la famiglia di Saturnia, due brutte facce lombrosiane che a loro volta paiono alieni; una profezia dell’Apocalisse di Giovanni priva di attinenza con la trama ma che fa tanto Dan Brown. Non chiedetemi come, si arriva al catartico finale: in pratica per far sloggiare Hexabor dal corpo della bella Saturnia bisogna pompare nelle casse di un rave una frequenza indicata dal numero 666 (sigh…). Davide, aiutato da militari italiani che si scontrano a fuoco con non ho capito chi, attua il suo piano: Hexabor esce dal corpo della ragazza e appare nella sua vera forma, una specie di gargoyle alto tre metri con la faccia da rettiliano e le ali da pipistrello. Tutti svengono e i militari coprono la cosa. Se ho ben capito, Davide, posseduto dall’alieno, entra a far parte di una loggia massonica o qualcosa di simile, non è chiaro, come del resto tutta la trama.
Il regista Varo Venturi ha definito questo suo secondo film un’opera di “realscienza”, e non di fantascienza. Che significa? Significa che Venturi e soci credono realmente alle teorie deliranti di Corrado Malanga che stanno alla base del film! Quanto viene propinato nei centotrè minuti che lo costituiscono non è dunque una consapevole opera di fantasia, che sarebbe anche molto originale, ma un mezzo di propaganda per le strampalate panzane delle frange più fuori di testa dell’ufologia, quelli che credono ai rettiliani insomma. Lo si capisce, tra le altre cose, dall’assoluta mancanza di ironia presente in tutto il film: attori, regista e sceneggiatore si prendono dannatamente sul serio senza mai una battuta di spirito o un momento di alleggerimento. Spiegata la mia avversione a tale opera, che dire della parte tecnica?
La sceneggiatura è veramente aliena: aliena alla logica e alla comprensione. Arrivati a un certo punto, tra progetti cabalistici, religioni new age e alieni satanici si implora veramente pietà: Venturi mischia tutte le peggiori teorie complottistiche alla rinfusa, senza creare una trama coerente, e alla fine non si capisce praticamente nulla del collegamento tra tutte le vicende raccontate. Gli attori recitano con una convinzione davvero commovente: la ragazza che interpreta Saturnia, la bella Laura Glavan, è forse l’unica a raggiungere la sufficienza, c’è del talento, peccato sia sprecato: gli altri pompano il ruolo ai limiti dell’assurdo (le invettive dell’assistente contro alieni e poteri forti sono esilaranti) dando vita a un film che, visto dall’esterno, potrebbe sembrare una parodia del genere. Le scene da ricordare sono tre: una è quella in cui i tagliagole bulgari ammazzano il cane di Davide e giocano a calcio con la fintissima testa, forse doveva essere crudele ma è veramente divertente per come è girata! La seconda è quella in cui due donne e un uomo, per motivare la loro presenza in una stanza agli occhi dei servizi segreti, danno vita a un clamoroso amplesso a tre con tanto di siparietto lesbo tristissimo. La terza è il rave finale: trenta-quaranta poveracci paralizzati dall’alieno-pipistrello e dalla musica di due dj strafattoni. Ogni volta che sembra raggiunto l’apice del ridicolo arrivano nuovi personaggi e teorie sempre più inverosimili a ricordare che la follia degli sceneggiatori è davvero senza fine. Il risultato è che, contrariamente al volere degli ideatori, l’unico messaggio che arriva allo spettatore è di stare alla larga da certa gente.
Curiosità: il film non ha avuto molto successo, come del resto molti film a basso costo italiani. Il regista, invece di interrogarsi sulla qualità del prodotto o, al limite, criticare il bizzarro sistema di distribuzione del cinema italiano, ha tirato in ballo un fantomatico complotto dei poteri forti al suo film. E daje.

Produzione: ITA (2011)
Scena madre: il tentativo di esorcismo da parte di un prete ortodosso. A parte la scelta discutibile (ma non erano alieni rettilo-nordici? Che centra Satana adesso? Concorrenza tra creature immaginarie?), Saturnia\Hexabor si alza, gli fa sentire la voce di una bambina rivelando i suoi atti pedofili e poi gli dice “godi”. Davvero, non ha uno straccio di senso, però era divertente da vedere.
Punto di forza: il fatto che in molti credano a queste teorie è un interessantissimo documento sul degrado e sulla credulità della nostra civiltà.
Punto debole: è noioso, davvero noioso. La convinzione del cast, la trama bislacca e la realizzazione a bassissimo costo potevano proiettarlo nell’Olimpo del trash, invece no, il regista allunga il tutto con supercazzole assurde rischiando di farci addormentare.
Potresti apprezzare anche…: non abbiamo nulla di simile tra le precedenti recensioni. Per capire la logica dei film di propaganda, l’unica cosa che possiamo paragonare a 6 giorni sulla Terra è la filmografia della Faith Films della Asylum, sezione dedicata a film di propaganda fondamentalista cristiana: lo spirito di fondo delle pellicole è più simile di quanto si possa credere.
Come trovarlo: per la gioia di tutti, ne è uscita una versione blu-ray con interviste agli autori e ad alcuni ufologi tra cui Corrado Malanga, per continuare il proprio viaggio nella follia.

Un piccolo assaggio:  (il trailer non è niente di che, ma sono da notare 1) I commenti allucinati sotto e 2) Le conferenze del regista e di Malanga a lato, se avete il fegato di sorbirvele)

2

2012 – Ice age

La Statua della Libertà è un must dei catastrofici americani!

La Statua della Libertà è un must dei catastrofici americani!

Di: Travis Fort
Con: Patrick Labyorteaux, Julie McCullough, Katie Wilson

Terzo film Asylum che inizia con la parola “2012” (ma probabilmente ne sono usciti altri, dall’inizio di quest’anno) e che sfrutta ignobilmente la profezia maya e il kolossal di Emmerich, Ice age non ha ovviamente nulla a che fare con i film qui menzionati: è infatti un plagio di The day after tomorrow (una eventuale querela complessiva per plagio da parte di Roland Emmerich manderebbe la Asylum in bancarotta). E chi c’è a sostituire il buon Dennis Quaid? Chi se non Patrick Labyorteaux? Per i blasfemi che non sanno chi è: non avete mai visto JAG – Avvocati in divisa? Lui era il marine panzone. Qui fa lo scienziato panzone: invece di lavorare, accompagna i figli a spasso per la città: uno gli fa da aiutante nei suoi studi, l’altra è una biondina saccente e insopportabile. Patrick e il figlio, dopo aver ignorato le richieste di soccorso di un povero esploratore indiano che muore al telefono, si accorgono con colpevole ritardo che qualcosa non va, e che la catastrofe climatica (parleremo dopo di che cosa sia questa catastrofe) è alle porte. Raccattata la moglie, si ricordano che la figlia è appena partita in aereo per New York: il Nordamerica, però, sta per essere investito da un ghiacciaio. L’allegra famigliola parte così in automobile per New York, mentre dietro di loro la civiltà scompare, investita da pezzi di ghiaccio grandi quanto una nave da crociera che cadono dal cielo. I tre affronteranno molte peripezie, durante le quali il pachidermico padre di famiglia dimostra abilità pari a quelle di McGyver, pilotando aerei, fabbricando esplosivi e facendo lo slalom in macchina tra i pezzi di ghiaccio che cadono. Intanto il governo prova a risolvere la situazione nell’unico modo possibile in un film della Asylum: aerei in digitale (con piloti in digitale) che sganciano bombe atomiche a volontà, con risultati veramente modesti. Giunti a New York tra mille difficoltà, i nostri eroi scoprono che la figlia non è più lì e che insomma hanno rischiato la pelle più e più volte per niente. In un momento di lucidità, Patrick si ricorda che basta tracciare il di lei cellulare per capire dove si trovi, il tutto al minuto settantotto, evidentemente da giovane lo chiamavano “mente sveglia”. Ricongiuntisi con la ragazza e il suo fidanzato, i cinque si rifugiano nella Statua della libertà. Il ghiacciaio, dopo aver viaggiato per ore e ore a 200 miglia orarie, si ferma proprio a dieci centimetri da loro. Fattore C.
Prima di soffermarci, come di consueto, sulla parte tecnica, ammettiamo la nostra ignoranza: pur avendo cercato a lungo informazioni in proposito, non siamo riusciti a capire che tipo di fenomeno naturale stia alla base del film. Ci sono questi vulcani che eruttano, un ghiacciaio che viaggia alla velocità di una Formula 1, dei blocchi di ghiaccio che cadono dal cielo…pur con tutta la buona volontà, non abbiamo capito di preciso con cosa si abbia a che fare, e il sospetto che alla Asylum l’abbiano sparata grossa per l’ennesima volta va per la maggiore. Per la gioia dei nostri occhi, Travis Fort rispolvera tutto l’armamentario catastrofico della casa di produzione: tornado, vulcani, era glaciale, immobili fotografie di città incollate su uno sfondo posticcio, meravigliose tempeste di neve che finiscono a metà inquadratura perchè il getto non era abbastanza potente. I dialoghi sono orrendi e sembrano scritti senza voglia, è tutto un “papà, attento” e “calma, calma” ripetuto allo sfinimento. In compenso gli attori sono davvero discreti, nelle ultime produzioni della Asylum la capacità recitativa media sembra aumentata, a discapito del settore grafico e della sceneggiatura. Altro lato positivo è la colonna sonora: è copiatissima da quella di The day after tomorrow, però non è niente male. Ovviamente il discorso non vale per la grafica digitale, che qui tocca veramente il fondo sconfinando nell’amatorialità più estrema.
Diverte, fa ridere, gli attori sono decenti e il nonsenso assicurato. A un film della Asylum non si può davvero chiedere altro. Comunque, nulla lascia intendere che il film sia ambientato nel 2012 e della profezia maya non c’è traccia: la solita genialata dei titolisti!

Produzione: USA (2011)
Scena madre: potremmo tirare in ballo CGI ed effetti speciali, ma non spariamo sulla croce rossa: preferiamo l’incidente che Patrick e famiglia hanno appena partiti: proprio nel momento di miglior visibilità, in una strada totalmente deserta,vanno a tamponare due macchine ferme ribaltandosi. Premio Automobilista dell’anno.
Punto di forza: la ricetta classica Asylum, senza pretese di serietà, come piace a noi.
Punto debole: forse una certa ripetitività di questo genere di film, che prima o poi inizia ad annoiare. Ma vale solo per noi cinemasochisti.
Potresti apprezzare anche…: Arctic blast.
Come trovarlo: in inglese. Non abbiamo trovato sottotitoli italiani, per cui il consiglio di imparare a vedere i film in lingua originale continua a essere valido.

Un piccolo assaggio: (una curiosa compilation di effetti speciali del film, tanto per farvi un’idea; per chi conosce l’inglese, c’è anche il making of)

3,5

Afghan Luke

Ma quanto è bello il soldato dietro Nick Stahl?

Ma quanto è bello il soldato dietro Nick Stahl?

[Krocodylus, IlCarlo]

Di: Mike Clattenburg
Con: Nick Stahl, Nicolas Wright, Stephen Lobo

Uno pensa che IlCarlo sia solo un estimatore di pornazzi squallidi e blasfemie cinematografiche assortite. Invece è anche un’amante dei film di guerra. Così, dopo aver guardato di seguito Apocalypse Now e Il cacciatore, pensa che la categoria del film pellico sia poco rappresentata sulla Cinewalkofshame e, chiavetta alla mano, porta allo staff Afghan Luke; che si rivela totalmente diverso da come ce lo aspettavamo. Il protagonista è appunto Luke (Nick Stahl, che sarebbe anche un bravo attore), un giornalista in servizio in Afghanistan. Un giorno gli sembra di vedere un cecchino canadese asportare un dito o due dal cadavere di un nemico ucciso. Tornato in patria, trova i suoi articoli censurati e, ubriacatosi, insulta il direttore. Licenziato, con l’aiuto di un amico strafattone, torna in Afghanistan per indagare sul cecchino mutilatore. In pratica i due occidentali finiscono in una serie di casini assurdi e non meglio specificati: senza alcuna ragione plausibile, fanno un patto con un rapper afghano, che li porterà dove vorranno se loro (fintisi discografici) lo renderanno famoso in America. Il problema è che lo zio di questo rapper è un signore della guerra e della droga locale che, non avendo evidentemente di meglio da fare, verifica di persona l’identità dei due e, appuratane la falsità, li insegue per ammazzarli. Uno di loro si finge anche un inviato della CNN per rimorchiare, ottenendo una clamorosa figuraccia con la ragazza in questione, una spogliarellista che intrattiene i soldati. Risolta la questione del signore della guerra con una vigorosa scazzottata (e non si capisce perchè, considerato che il tipo afghano possiede una jeep con mitragliatrice), devono vedersela con il tradimento di un tassista, rivelatosi un capo talebano. La serie di incontri assurdi prosegue con un archeologo e soprattutto con dei finti talebani, personaggi assurdi che, se abbiamo ben capito, rapiscono gli occidentali, fanno dei filmati per fare i fighi e poi se ne vanno, ma certo, è normale, succede tutti i giorni in un paese in guerra. Giunti finalmente nella città dove, a sentir Luke, si trovano le fosse comuni con i soldati senza un dito, il nostro giornalista si fa clamorosamente prendere in giro da un soldato canadese, e se ne va dall’Afghanistan con la coda tra le gambe.
Dobbiamo ammetterlo: Clattenburg ha talento. La fotografia filtrata è parecchio abusata, ma il regista non è uno stupido. Anche gli attori se la cavano, nonostante i loro insopportabili atteggiamenti da superfighi anziani vissuti mentre nessuno di loro ha più di trent’anni. Diciamola tutta, il film non è neppure noioso. E allora perchè è qui? Perchè, ai titoli di coda, ci si rende conto che Afghan Luke è la nuova frontiera del B-movie bellico. Lo stesso assunto del film non sta in piedi: le torture sono esecrabili quando compiute su persone vive: tagliare un dito a un morto è sicuramente una brutta cosa, ma non quanto crivellarlo di colpi e gettarlo in una fossa comune (cosa che tutti i protagonisti considerano abbastanza normale), e per questo lo scoop di Luke non ha molto senso. Ma tutto il film è disseminato di piccole perle trash: la presenza di un tamarrissimo carro-armato radiocomandato fa sorridere, ma è con il rapper e il suo ricco parente che si raggiunge la vetta. La versione afghana di Eminem parla come un afroamericano del ghetto, le sue rime sono passibili di denuncia per la loro bruttezza e suo zio è il peggior imbecille di tutto l’Afghanistan. Meraviglioso è anche il modo in cui Luke torna in Afghanistan: bistrattato dal suo capo, come già detto, si ubriaca e lo insulta. Quando il suo amico di buon cuore lo porta a casa e lui si sveglia, gli impone immediatamente di chiedere alla madre dei soldi, non si sa bene a che titolo, per aiutarlo ad andare in Medio Oriente a cercare i suoi corpi senza dita. Non mancano i soliti clichè dell’Afghanistan come paese irrimediabilmente destinato alla guerra e dei personaggi cinici e disillusi, che però, in uno scoppiettante contesto di nonsenso, risultano solo ridicoli. Se voleva essere una commedia bellica, ha fallito: non si capisce bene dove si debba ridere e dove invece si dovrebbe riflettere.
Non ce la sentiamo di stroncarlo, in fondo abbiamo passato un’ora e mezza divertente. Se vi capita, dategli un’occhiata.

Produzione: CANADA (2011)
Scena madre: quella dei finti talebani. Per un attimo abbiamo a una burla organizzata dal Carlo, poi ci siamo resi conto che era tutto vero.
Punto di forza: come detto, non è poi così brutto nonostante l’assurdità della sceneggiatura. E le intenzioni di denuncia (pur nascoste dall patina di film hollywoodiano indipendente) sono lodevoli.
Punto debole: trashosamente parlando, preferiamo i film di guerra alla Chuck Norris, non il war-movie filosofico del terzo millennio.
Potresti apprezzare anche…: Terminator 3 – Le macchine ribelli. C’è anche lo stesso attore.
Come trovarlo: in DVD è uscito solo in lingua inglese, ma reperirlo sottotitolato è abbastanza semplice, ed è il classico film che passano su Sky nei tempi morti.

Un piccolo assaggio:  (c’era solo il trailer…peccato, volevamo farvi vedere il rapper!)

3

Nude nuns with big guns

Tette, suore lesbiche, droga e vendetta. Apoteosi!

Tette, suore lesbiche, droga e vendetta. Apoteosi!

Di: Joseph Guzman
Con: Devanny Pinn, Monica Ramon, Bill Oberst Jr.

Il film che andiamo a recensire oggi è stato accusato da più parti di essere una “brutta copia” dei film di Robert Rodriguez, secondo qualcuno unici depositari di un certo tipo di cinema. Nude nuns è sicuramente uno Z-movie, ma chi si è sorbito quell’incredibile cazzatona di Machete sbaglia a denigrare questo film; perchè è troppo facile fare film “di serie B” spendendo dieci milioni di dollari e ingaggiando attori del calibro di De Niro. Nude nuns with big guns è esattamente come un trash-movie pulp dovrebbe essere: trama bislacca, personaggi improbabili, budget ridicolo, tette e piombo a volontà. In alcune scene è piuttosto disturbante, ma non ce la sentiamo di dire che sia più brutto di Machete.
La trama: Sorella Sarah è una giovane e bella donna che ha appena preso i voti. Quel che non sa, però, è che il suo mentore religioso, padre Bernardo, è uno spacciatore di droga: a causa di uno sgarro, costui non ha remore a lasciare che una banda di balordi (Los Muertos) riempiano di droga, stuprino e torturino la povera suorina. Trasformata in una baldracca da bordello, creduta morta dopo le brutalità di un cliente, viene salvata da un guaritore indiano. Convintasi che Dio le ha parlato e le ha chiesto di uccidere i peccatori, la suora scopre un losco traffico: alcune consorelle nude (in questo film lo sono quasi tutti) confezionano droga, che gli alti prelati trafficano con i cartelli messicani. Aiutata dalla fragile suor Angelina, Sarah si trasforma in una vendicatrice assetata di sangue e un pò schizzata, dando il via a una esplosione di violenza esageratissima e gratuita che si interromperà solo con i titoli di coda. Il suo nemico principale, oltre al losco clero sfruttatore, è Chavo, un coglionazzo messicano davvero cattivo: lui e i suoi due sudici scagnozzi non hanno remore a uccidere e stuprare chiunque gli capiti davanti. Prima di compiere la sua vendetta, Sarah farà in tempo a vivere un paio di avventure lesbiche, massacrare una mezza parrocchia, sparare un pò a chiunque e strangolare la Madre Superiora con un Rosario (!). Il tutto intervallato da pezzi di lap-dance senza il minimo significato e da pezzi country di pregevole fattura, insieme a musiche copiate da quelle di Ennio Morricone.
Innanzitutto, la Cinewalkofshame è lieta di ritrovare un caro amico: Bill Oberst Jr., sempre ottimo nel ruolo dello schizzato. Gli altri attori non sono niente di che, ma se la cavano. La storia in sè non è nulla di eccezionale, anzi è abbastanza ripetitiva, ma alcune trovate giovano alla scorrevolezza e alla qualità del film: la sola idea di una suora lesbica assassina vale mezzo film. Le vere protagoniste della pellicola sono però le tette: di ogni forma, dimensione e colore, le tette di tutte le attrici protagoniste terranno compagnia allo spettatore dal primo all’ultimo minuto, offrendo anche un paio di sequenze lesbo d’eccezione. L’unico problema è che il regista si piglia molto sul serio, limitando la necessaria ironia alle scene migliori: dalla suora uccisa con il rosario, ai preti che imprecano con dovizia di madonne, fino alla esilarante evirazione finale, con il poveretto che tiene in mano una specie di wurstel a simboleggiare il viril membro reciso. Particolarmente surreali le scene dei laboratori della droga: non si vede quali ragioni, pratiche o estetiche, spingano i produttori a usare come manovalanza delle suore strafatte e completamente nude, a eccezione del velo! L’intero film è sporco, lurido e trash, con la catatonica protagonista (non si capisce se sia una caratteristica del personaggio o sia proprio l’attrice ad essere scarsa) che riempie di colpo clero malvagio e messicani sbandati, con l’apoteosi del prete seccato con quattro colpi a mò di segno della croce. Tutto quanto è esagerato, tutti sono cattivissimi e cazzutissimi, i dialoghi di una volgarità spinta ai limiti del ridicolo (la parola “cazzo” viene ripetuta un migliaio di volte in ottanta minuti) e le ambientazioni desertiche e desolate. L’unico modo per vederlo è non prenderlo troppo sul serio: nonostante un paio di scene davvero disturbanti (i due stupri), il film non si butta mai sullo splatter estremo, forse anche per mancanza di fondi. Ciò contribuisce a renderlo più guardabile. Diciamo che è bene essere di stomaco forte per vederlo. Pulp cult!

Produzione: USA (2011)
Scena madre: l’epica vestizione in bianco della protagonista, che prelude alla mattanza finale!
Punto di forza: l’esagerazione generale, che attenua l’effetto della violenza.
Punto debole: molte scene mancano di ironia, e in un paio di casi sarebbe necessaria per alleggerire il carico.
Potresti apprezzare anche…: i film della exploitation: chiedere a Quentin Tarantino.
Come trovarlo: in Italia è introvabile, ma all’estero è uscito persino in Blu-Ray. Va detto che basta un minimo di conoscenza dell’inglese per capire i semplicissimi dialoghi.

Un piccolo assaggio: (il trailer originale)

3

Sand Sharks

Tremors grida vendetta!

Di: Mark Atkins
Con: Brooke Hogan, Corin Nemec, Gina Holden

Innanzitutto, ringraziamo l’amico Karinzio per averci fatto conoscere questa perla: una recensione è già stata fatta, molto meglio, da lui: ve la proponiamo nel link video in basso. Sand Sharks è un film straplagiato da mille altre pellicole sul tema degli squali assassini, ma con un elemento che lo rende unico nel suo genere. In una spiaggia dove si prepara una festa, alcuni squali sgranocchiano bagnanti e seminano il terrore. La loro particolarità? Questi squali nuotano nella sabbia, come dice il titolo. Cosa respirano? Di che si nutrono? Da dove arrivano? Queste sottigliezze sono lasciate alla fantasia dello spettatore. Va detto, però, che gli attori ce la mettono tutta per essere ancor più ridicoli dei pesciozzi digitali. I protagonisti sono uno sceriffo bolso, una biologa marina maggiorata e uno squalo (della finanza) che organizza il festone. Essendo i primi 45 minuti assolutamente banali, li riassumeremo in poche frasi: gli squali divorano della gente, lo sceriffo chiede di rimandare la festa, lo yuppie, che è anche il figlio del sindaco, rifiuta. Si accorgerà del fattaccio solo quando l’allegra famiglia di squali sabbiatici (si dirà così?) inizierà a banchettare con le bagnanti del luogo. A quel punto, interverrà un autentico cacciatore stereotipato, che aveva capito tutto fin dall’inizio ma non è in grado di fronteggiare la situazione: dopo aver fritto cinque-sei cuccioli e asfaltato la spiaggia (l’effetto speciale è veramente ignobile), lo squalo-mamma lungo 20 metri uscirà dal ventre roccioso di una montagna per fare giustizia. Il finale è qualcosa di epocale: rimangono vivi lo sceriffo, la biologa e il cazzone che ha organizzato la festa. Quest’ultimo si trasforma improvvisamente in un clone di Rambo e, in un momento di estremo eroismo, si fa mangiare dagli squali, peraltro inutilmente. La situazione sarà dunque risolta dai due insulsi protagonisti, che si troveranno felici, contenti e coperti di budella.
L’attrice protagonista, la bionda popputa senza cervello immancabile in questo tipo di pellicola, è la figlia di Hulk Hogan: con questa presenza, la burinata trash è assicurata. Degli altri attori, nessuno emerge in modo particolare per bravura, e neppure per forme fisiche (cosa in cui la figlia d’arte, invece, eccelle). A rubare la scena a chiunque sono però gli squali: non sappiamo quale droga si sia iniettato il regista per partorire un’idea tanto idiota, ma ogni apparizione delle bestiole è fonte di risate: disegnati con un pennello digitale da un addetto agli effetti speciali con poca voglia, questi superbi animali sono dotati di numerosi poteri: sfondano la roccia nella loro avanzata, la loro pelle resiste ai proiettili e la mancanza di ossigeno sotterranea gli fa un baffo. Insomma, sono come i mostri di Tremors ma più brutti. Trattandosi di un “beach movie” (ma anche un pò “bitch movie”) la spiaggia è popolata di maschi arrapati e poppute signorine che non fanno nulla per tutto il tempo, salvo ballare, sorridere e mostrare le proprie grazie. La polizia fa come sempre una pessima figura: a parte il fatto che toccano indizi e prove a mani nude, hanno meno personalità delle discinte signorine di cui parlavamo prima. Una delle poliziotte, tra l’altro, muore mangiata da uno squalo: la scena dello yuppie che cerca di riaggiustarne le budella è qualcosa di esilarante; seguirà una telefonata da Oscar dell’assurdo. In alcuni momenti si ha la vaga impressione che neppure il regista e la crew si prendano sul serio, tanta è la stupidità di qualche scena. L’importante è non pensarci troppo. Siete in cerca di tette al vento? Di animali ed effetti speciali ripugnanti? Di dialoghi al limite del pietismo? Sand Sharks è il film che fa per voi!

Produzione: USA (2011)
Scena madre: gli squali flambè e il cacciatore che asfalta la spiaggia. Senza prezzo.
Punto di forza: l’originalità dell’idea…no, ma dai, degli squali che nuotano nella sabbia…ma come gli vengono?
Punto debole: insomma, con un’idea del genere si poteva fare di meglio. O di peggio, a seconda dei punti di vista.
Potresti apprezzare anche…: l’immortale Shark in Venice.
Come trovarlo: in DVD, versione anglosassone. In fondo, i dialoghi non sono così importanti!

Un piccolo assaggio: (la geniale recensione del Karinzio!)

Aliens VS Avatars

E quando uno pensava di averle viste tutte…

Di: Lewis Schoenbrun
Con: Cassie Fliegel, Jason Lockhart, Dylan Vox

Ecco cosa sogna Cameron dopo aver mangiato pesante! Tendenzialmente siamo disposti a guardare film in tutte le lingue, ma il russo, pur attenuato dai sottotitoli in inglese, ci crea difficoltà. Eppure non potevamo esimerci dal recensire un film dal titolo Aliens VS Avatars. Prima di gridare alla blasfemia, sappiate che il titolo è la classica furbata per sfruttare il successo del filmone in 3D. L’unico collegamento è dato da uno dei personaggi, di cui diremo dopo. La trama, per quel che si capisce, vede due alieni affrontarsi: uno è un pupazzone alla Power Rangers, ed è cattivo; l’altro è una signorina bionda; tuttavia, quello è solo l’avatar che il vero alieno (uguale alla bionda, ma con la pelle blu) usa, non si sa bene perchè, per interagire con i terrestri. Ad aiutarla, un robottone di gomma e plastica degno di un film di Ed Wood. A fare le spese dello scontro è un gruppo di campeggiatori arrapatissimi, tra cui ne segnaliamo due che trombazzano a mezzo metro dal cadavere di una escursionista, una delle due che nella scena iniziale vediamo in topless, così da mostrare qualche tetta (non particolarmente esaltante, oltretutto) al pubblico maschile. Una viene uccisa quasi subito, e se lo merita, giacchè crede di sfuggire al ridicolo mostro con una semplice camminata! Segue una mezz’ora buona di estenuanti dialoghi privi di senso e di camminate in mezzo al bosco. Qualche volta fa capolino l’alieno cattivo che li spia, ma non interviene. Unico elemento divertente, in questi noiosissimi minuti, una specie di localizzatore che si illumina a casaccio affidato alla seconda cinese, che si fa comunque strozzare dal mostro trasformatosi nella prima. Tra l’altro, siccome l’alienazzo ha la facoltà di rendersi invisibile, gli unici combattimenti corpo a corpo sono costituiti da imbecilli col machete che prendono a fendenti l’aria. Bella scusa (aggiungiamo che la maglietta lacerata di uno dei protagonisti ricompare intonsa pochi minuti dopo)! Nel finale, i ragazzi sopravvissuti trovano il vero protagonista del film: il robottone gommoso. Nel frattempo, vai a sapere perchè, la bionda si finge morta e svanisce. Poi muore davvero, il robot uccide l’alieno cattivo e i due superstiti se ne vanno tenendosi per mano. Bella roba. Ci sarebbe anche il colpo di scena finale con tanto di uova aliene, ma vabbè.
Davvero notevole il modo in cui il regista tenta di dare un senso al titolo: non vi sarebbe alcun bisogno di un rimando all’universo di Pandora, ma Schoenbrun vuole tentare il colpaccio e allora ecco patetici effetti speciali che al confronto la Asylum sembra la LucasFilm. Già i titoli di testa, realizzati probabilmente con Stellarium, danno un’idea dell’amatorialità con qui questo presunto film è realizzato. Quando poi le due campeggiatrici dell’inizio, l’anoressica e quella che va in giro in topless ma con gli scarponi, iniziano a spogliarsi, l’effetto porno casalingo è talmente vistoso che quasi ci si aspetta di veder arrivare Ron Jeremy o Rocco Siffredi, o comunque una scena lesbo. Sugli attori, si potrebbe obiettare che la visione in russo impedisce di apprezzarne le capacità: resta il fatto che non cambiano espressione per un’ora e mezza. Inutile parlare dei vergognosi plagi: la visuale e l’invisibilità del mostro sono copiatissime da Predator (l’elemento “Avatar” è praticamente assente, a parte la vaccata della bionda che guida il corpo umano dall’UFO). Noi ci aspettavamo il trashone dell’anno, e invece ci siamo trovati uno di quei film che dopo cinque minuti che l’hai visto non ti ricordi più la trama o le scene principali. Un’occasione campata via.

Produzione: USA (2011)
Scena madre: quando l’alieno uccide le due campeggiatrici in topless sembra di essere in un film della Troma, con sommo gaudio dello spettatore. Peccato che le somiglianze finiscano lì.
Punto di forza: il titolo.
Punto debole: è noiosissimo. E poi diciamocelo, speravamo tutti quanti di vedere uno scontro all’ultimo sangue tra la creatura di Ridley Scott e il popolo dei Na’vi.
Potresti apprezzare anche…: Alien abduction.
Come trovarlo: è praticamente impossibile.

Un piccolo assaggio:  (un avvincente combattimento!)

Bong of the dead

Ok, sarà pure fatta con Paint, ma questa locandina è geniale!

Di: Thomas Newman
Con: Simone Bailly, Mark Wynn, Jy Harris, Barry Nerling

[Premessa: nonostante la recensione entusiastica, il voto è relativamente basso. Questo perchè, trattandosi di un film comico o comunque di una commedia splatter, gli obbiettivi del regista (far ridere, si presume) sono stati più o meno centrati. Generalmente la commedia è bandita da questo blog, in quanto il comico volontario è cosa ben diversa da quello involontario, ma questa roba era così trash che non ho potuto esimermi. Detto questo, buona visione!]

Davvero interessante questo Bong of the dead, commedia horror americana girata in 15 giorni con un budget stimato di cinquemila dollari. Il regista Thomas Newman conosce il suo pubblico e, nonostante i mezzi scarsi, riesce a farlo godere con una miscela di splatter e stupidità mai vista prima. Non si tratta di un plagio di Shaun of the dead, che mischiava il genere zombi con lo humour nero all’inglese, ma di un’opera in cui è la demenza a farla da padrone, tant’è che molte scene sono prive di senso logico. Dopo i titoli di testa (veramente ben fatti), osserviamo un vecchio pittore di nani da giardino, che si vede cadere una meteora nel suddetto. A causa dei gas usciti dal sasso in CG, lui diventa uno zombi, e, dopo essersi schiacciato un bubbone e aver piantato una forchetta nelle proprie guance ormai putrefatte, provvede a zombificare pure l’anziana moglie, che ovviamente non si è accorta di nulla. Questo delizioso quadretto si chiude con i due coniugi zombi che mangiano ognuno le budella dell’altro. Conosciamo dunque i veri protagonisti del film: due strafattoni fumatori d’erba che scoprono che il liquido verde schifosissimo prodotto dai morti viventi, se usato come concime, fa crescere marjiuana di ottima qualità. Urge quindi un sopralluogo nella zona più popolosa di mostri per procurarsi il prezioso materiale! Nel farlo, però, i due coglioni vengono catturati da Alex, uno zombi pelato gay nazista fumatore d’erba parlante. Lo ripetiamo: uno zombi pelato. Gay. Nazista. Fumatore d’erba. Parlante. Geniale! Fuggiti non si sa come, incontrano una bella ragazza, Leah, che vive sola in una stazione di servizio, e dopo un incredibile viaggio dovuto agli stupefacenti (viaggio realizzato con un caleidoscopio) la convincono a seguirli. Ma ecco che, subito dopo aver trasformato un comune pick up in un mezzo blindato, vengono attaccati da Alex e dalla sua masnada: che fare? I tre non si perdono d’animo: armati lei di fucile, il capellone di decespugliatore (!) e l’altro di lame sulle mani tipo Wolverine, faranno piazza pulita. Uno di loro, però, sarà trasformato in morto vivente. Nel finale la testa di Alex viene ritrovata da un bifolco locale, che, senza motivo, la impianta su un corpo alla Terminator e gli da vita. Mal gliene incolse…
La trama qui riportata non è sufficiente a rendere l’idea dell’approssimazione di questa perla trash. Newman non si rassegna all’esiguità del budget, e infila una serie di scene splatter che, se più realistiche, sarebbero ai limiti della sopportabilità. Valga per tutte quella in cui il capellone deve liberare il mezzo blindato da colonne vertebrali, cervelli e arti vari. Alla fine, userà come mazza ferrata direttamente una colonna vertebrale con testa ancora attaccata! Il massacro finale, con migliaia di litri di sangue finto tirati a secchiate un pò ovunque, a casaccio, è qualcosa che si è visto ben poche volte su schermo. Gli omaggi al cinema del primo Peter Jackson sono evidenti, ma lo spirito è ancor più trash e demenziale. La fotografia e la recitazione degli attori danno l’idea di un filmino amatoriale girato da studenti svogliati e strafatti, e in effetti non siamo così lontani dalla realtà. Tra gli effetti speciali più orrendi segnaliamo: la meteora nel giardino, degna di un cartone animato, le teste di cartapesta spappolate nel finale e la miracolosa crescita della pianta di marjiuana verso l’inizio, una roba che di solito è riservata ai film tv per ragazzi. Numerose anche le trovate comiche, tutte all’insegna dell’assurdo: la migliore è senza dubbio il complicato meccanismo che, sfruttando i goffi movimenti di uno zombi truccato malissimo, aziona la doccia privata della ragazza. Alex, il nazista pelato gay parlante eccetera, è senz’altro il personaggio più geniale, ma anche gli zombi che mangiano i cervelli con le bacchette cinesi usando un cranio come piatto meritano qualche menzione. Bong of the dead è la summa della demenza, dello splatter e del trash. Guardatelo!

Produzione: USA (2011)
Scena madre: il momento in cui il capellone viene assalito da uno zombi, e l’altro perde tempo decidendo come aiutarlo. La scena in sè non fa ridere per niente, ma il modo forzato e dilettantesco con cui è girata non ha prezzo.
Punto di forza: tanto sangue, tanta stupidità e tanta erba. Devo aggiungere altro?
Punto debole: come film comico funziona poco, e forse sarebbe stato meglio ampliare i momenti splatter. D’altra parte, il budget era irrisorio…
Potresti apprezzare anche…: The worst horror movie ever made.
Come trovarlo: lo si può scaricare, in inglese (no problem: le battute sono comprensibilissime, e la metà sono inutili ai fini della comprensione del film), a questo indirizzo. Costa poco, e aiuterete Thomas Newman a realizzare altre perle!

Un piccolo assaggio:  (e questo è solo il trailer!)

Sharktopus

Ma sono l'unico che scoppia a ridere al solo vederlo?

Di: Declan O’Brien
Con: Eric Roberts, Sara Malakul Lane, Kerem Bursin

La Asylum potrà anche tentare di monopolizzare il mercato dei trash monster-movies, ma, come dice il proverbio, scherza coi fanti e lascia stare i santi. Il maestro Roger Corman, uno degli inventori del B-movie (la cui qualità era comunque ben superiore alle porcate qui recensite), produce una serie di film dai titoli eloquenti: Dinoshark, Dinocroc VS Supergator, e quest’ultimo Sharktopus, in cui il regista O’Brien frantuma i record Asylum con un’idea geniale: non uno squalo che affronta una piovra, ma una fusione tra i due! A onor del vero, l’idea è italiana, essendo il film un remake di Shark – Rosso nell’oceano di Lamberto Bava. Tirando in ballo il solito esperimento militare sfuggito al controllo dei creatori, ecco lo Sharktopus, che entra prepotentemente in scena pappandosi uno squalo comune in una spiaggia affollatissima; tipico luogo da test supersegreti. Sfuggito al controllo militare, il mostro inizia a seminare sangue e terrore in tutto il Messico. Sulle sue tracce si mettono due squadre: la prima è formata dallo scienziato malvagio (Eric Roberts, già presente ne Il cavaliere oscuro nel ruolo del boss mafioso!), sua figlia e un ganassa burino caccia-squali, che però preferisce mettere in mostra i pettorali e fare il provola con la bella Nicole. La seconda schiera una giornalista cinica e un pò vaccona, il suo schiavo di colore e un tipo di nome Pez il cui ruolo è totalmente estraneo alla trama. Vince, ovviamente, la prima squadra, con tutti i clichè del genere.
Chiariamo subito che il film è piuttosto noioso, montato come un videoclip e recitato come uno spettacolo parrocchiale. Fortunatamente, la stupidità dell’idea di fondo resta intatta: ogni volta che il bestio entra in scena, in tutta la sua CGI da quattro soldi, è fonte di sghignazzate senza pari. Al di là dell’approssimazione grafica con cui è realizzato, sono semplicemente meravigliosi i delitti da lui compiuti: una l’afferra al volo mentre fa bungee-jumping, l’altra la sorprende in spiaggia (sì, sì, quel coso cammina anche sulla terraferma!), due operai vengono mangiati sull’impalcatura mentre si dilettano in una gara di facezie che non ha eguali…non hanno fatto sconti sulla fantasia! Che poi è bello vedere come lo scienziato e la figlia, che possono contare sull’aiuto dell’esercito statunitense, preferiscano cercare il mostro sanguinario con uno yacht e un motoscafo, quando è evidente dalle scene successive che l’ibrido è perfettamente in grado di affondare le barche con un solo morso. Ma il vero colpo di genio arriva nel finale: in un Messico da depliant, con tanto di fiere e intrattenimenti stereotipatissimi, si consuma l’epico scontro finale tra il burino a torso nudo e lo squalo-piovra, ormais tabilitosi definitivamente sulla terraferma. Dove non riescono le pistole, farà una bomba, che ridurrà in mille pezzi lo Sharktopus in un tripudio di sangue finto e macchie rosse digitali sulla cinepresa!
Corman: la classe non è acqua!

Produzione: USA (2010)
Scena madre: tutte la apparizioni del meraviglioso squalo-piovra, soprattutto verso la fine.
Potresti apprezzare anche…: c’è da chiederlo? Mega shark VS Giant octopus!
Come trovarlo: non ci crederete, ma questo pasticcio è uscito persino in Blu-ray…
Da guardare: per rendersi conto che Corman è sempre Corman!

Un piccolo assaggio:  (cioè, addirittura official trailer…)