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Bruno Mattei – L’arte di arrangiarsi

Se dovessimo selezionare un regista per un film sulla nostra vita, probabilmente non sceglieremmo Bruno Mattei. Uno Spielberg, un Kubrick, per i più audaci un John Carpenter. Se però dovessimo realizzare quel film con un budget risicato, nessun effetto speciale a disposizione, e per qualche motivo volessimo ugualmente shockare e impressionare lo spettatore, allora l’artigiano del cinema romano sarebbe in cima alle nostre preferenze. Attraverso quarant’anni di cinema italiano, quattro decenni vissuti sempre in quell’ambigua etichetta che corrisponde alle parole “di genere”, Bruno Mattei ci ha insegnato che non esiste film troppo brutto, troppo spudorato o troppo estremo: quando il lavoro chiama (e per Bruno Mattei il cinema è sempre stato innanzitutto lavoro), si può solo rispondere affermativamente.

Bruno Mattei (3)

“Mi ricordo che negli anni 70 un regista di genere guadagnava circa 8 milioni di lire a film, paragonabili a 40mila euro di oggi. Certo, se pensi ai soldi che girano in tasca a uno Spielberg…”

Bruno Mattei nasce a Roma nel 1931. Come per moltissimi registi suoi coetanei, la sua carriera inizia con una robusta gavetta: sceneggiatore, montatore, aiuto regista. Mattei collabora con registi come Jesus Franco e Joe d’Amato, stringendo sodalizi che dureranno negli anni: in particolare, si dimostra un abile montatore, capacità che sarà il filo rosso dell’intera sua filmografia. Il genere è principalmente quello del women in prison: erotismo (qualche volta in forma di pornografia esplicita), torture, ambientazioni esotiche o nazisteggianti. La censura si abbatte sistematicamente su questi film girati con pochi mezzi e, diciamocelo, scarsa qualità: lo scopo di sconvolgere lo spettatore viene però raggiunto, e il pubblico, malgrado tutto, apprezza: Mattei è pronto per il suo esordio alla regia. Fino al 1980 a farla da padrone sono principalmente pellicole soft-porno: Cicciolina amore mio (co-diretto con il re dell’hard italiano Riccardo Schicchi, “creatore” dei personaggi di Cicciolina e Moana Pozzi), Cuginetta…amore mio! (ah, i titolisti dell’epoca…), Sexual aberration. La carriera di Mattei potrebbe anche adagiarsi tranquillamente nel circuito pornografico, e spedirlo dritto dritto nell’oblio: Internet era ancora molto lontano, il cinema a luci rosse era un’industria fiorente e diffusa, e i guadagni più che soddisfacenti. Ma nel 1980 succede qualcosa, un punto di rottura nella fin lì normalissima carriera di Mattei.

Bruno Mattei (4)

“Volevo mettere nel film [Virus] un pò di “canzonatura”, cosa che poi fu ripresa dagli americani. Si trattava sostanzialmente di smitizzare questa storia dei morti viventi, presi così maledettamente sul serio dalla trilogia romeriana…”

Zombi di Romero è uscito solo due anni prima: i morti viventi hanno riscosso un successo planetario. Mattei, che non si fa pregare quando c’è un sottogenere americano da italianizzare, realizza insieme a Claudio Fragasso (che lui definirà bonariamente “uno che fa un gran chiasso e non capisce un cazzo”) Virus – L’inferno dei morti viventi. Il film, basato su un’epidemia zombi vista con gli occhi di quattro soldati spediti in Nuova Guinea, riprende moltissime sequenze direttamente dal capolavoro di Romero, ambientate però in Guinea (in realtà la Spagna), e soprattutto ha la stessa colonna sonora. Mattei raccontò di come avesse chiesto a Bixio, editore musicale dei Goblin, di poter utilizzare le musiche di Zombi per il suo film; essendo “molto amico” di Mattei, non ci fu alcun problema. Pare che i Goblin non la pensassero proprio allo stesso modo sul fatto che le loro musiche venissero utilizzate in più film solo per una questione di guadagni, ma questa non era cosa che potesse impensierire Mattei e il suo socio. Virus, che presenta effetti speciali molto caserecci e l’interpretazione assolutamente sopra le righe di Franco Garofalo nel ruolo del soldato Zantoro, divenne un cult. La coppia Mattei-Fragasso era pronta per ritagliarsi uno spazio nel cinema di genere. Nei crediti, Mattei si firmò come Vincent Dawn, primo di tantissimi pittoreschi pseudonimi adottati dal regista di Roma: Jimmy Matheus, Pierre LeBlanc, Bob Hunter, William Russell. Oltre ad essere un tratto distintivo suo e di Fragasso, questo continuo cambio di pseudonimo renderà ancora più difficile stilare una sua filmografia completa. Mattei è camaleontico, specializzarsi in un singolo genere è qualcosa di estraneo al suo modo di lavorare, così come limitarsi al mercato italiano: d’altra parte, gli pseudonomi erano una prassi diffusa nel cinema del Belpaese, fin dai tempi di Sergio Leone\Bob Robertson in Per un pugno di dollari.

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“Alcuni errori nei film erano davvero dilettanteschi, ma questa non è una critica: erano film di cassetta, erano fatti così. Mattei era un tipo simpatico, ma non so quanto fosse davvero interessato al cinema…” (Al Festa su Bruno Mattei)

Il decennio 1980-1990 costituisce l’apice della “contaminazione” matteiana: women in prison (Violenza in un carcere femminile, 1982), erotico (Nerone e Poppea, 1982), post-apocalittico misto a horror (Rats, 1984, in cui l’utilizzo di ambientazioni riciclate dalla lavorazione di C’era una volta in America aggiunge un ulteriore tocco di stile allo stile del regista), ancora zombi (Zombi 3, 1988, frutto di una clamorosa collaborazione Mattei-Fulci-Fragasso), azione bellica (Strike Commando, 1987), fantascienza (Terminator 2, 1990), fantascienza bellica (Robowar, 1989). Nessun genere è risparmiato dalla furia iconoclasta del duo e di Mattei in particolare. Il copione è sempre lo stesso: film “commissionati” per sfruttare questo o quel successo cinematografico, spesso made in USA; budget ridottissimi; possibilità, per l’artigiano Mattei, di utilizzare tutte le proprie trovate estreme e trash e tutti i propri mezzi, spesso con un gruppo di attori ricorrenti (Romano Puppo, Massimo Vanni) e con Al Festa alle musiche. Le pellicole sono generalmente ricalcate senza alcuna vergogna su altri film più celebri (Zombi, Robocop), con l’apoteosi di Terminator 2 – Shocking dark, che oltre a sfruttare ignobilmente il titolo del kolossal di Cameron mischia in maniera abbastanza casuale elementi di quest’ultimo e di Aliens ambientati in una Venezia post-apocalittica!

Marchio di fabbrica del duo, ma soprattutto di Mattei, è l’utilizzo di spezzoni tratti da documentari, o direttamente da altri film: la differenza è palese, spesso si tratta di ambientazioni totalmente diverse e di grafiche ancora più distanti, che creano un effetto straniante e involontariamente comico. Ma Mattei non è uno che abbia mai avuto problemi a lavorare con materiale scadente: che fossero film porno o cannibal-movies, gore o fantascientifici, il “mercenario” faceva ciò che gli veniva chiesto, sempre con un gusto particolare per l’eccesso e lo shock. Massacrato dai critici (non senza qualche ragione, per la verità), disprezzato dal pubblico più sensibile, Mattei faceva la fortuna dei produttori per la sua poliedricità: lui faceva sì film di serie C (ma anche D, E, Z…), ma non c’era genere che non rientrasse nel suo palmares. Pur sbertucciando sempre i “pregiudizi” della critica verso il cinema di genere, alimentava questo suo personaggio con dichiarazioni che bene rendevano la sua concezione del cinema (a un giornalista che gli chiese se avesse mai ripreso un vero lebbroso per risparmiare sul make-up, rispose: “no, ma mi hai dato un’idea!”), senza pretese autoriali, ma considerando il cinema come un lavoro, per quanto particolare, con i suoi meccanismi, le sue opportunità e le sue vicende umane. Gli anni ’90 e i primi del nuovo millennio vedono tramontare il cinema di genere italiano. Molti registi si rassegnano e si convertono a generi nuovi, o al lavoro in tv. Molti, ma non Bruno Mattei: lui continua imperterrito a sfornare pellicole su pellicole, sempre con budget ridicoli e sceneggiature ancora più ridicole. E’ un ritorno alle origini per Mattei, che decide di virare nuovamente sull’erotismo, con una serie di soft-thriller molto dimenticabili (Snuff killer – La morte in diretta, Belle da morire). Il cinema del duemila sembra aver dimenticato la stagione dei Mattei, dei d’Amato e persino dei Fulci (anche se quest’ultimo subirà una rivalutazione post-mortem). Ma Mattei tira dritto per la sua strada, e riesce a girare addirittura dei cannibal-movies fuori tempo massimo (Mondo cannibale), una sorta di mischione tra Dal tramonto all’alba e La mummia (La tomba), un women in prison (Anime perse), e soprattutto due film di zombi, tra cui il delirante Zombie – The beginning, entrambi inediti in Italia, e non importa che nel frattempo il mondo sia cambiato e la percezione del cinema non sia più la stessa.

Sono le ultime cartucce del regista, che muore nella sua Roma il 21 maggio del 2007. Contrariamente a Fulci, non sembra ci si appresti a rivalutarne l’opera, e in effetti non pensiamo che fosse quello l’intento di Mattei. Non risulta che girare capolavori sia mai stato un suo obiettivo: piuttosto, ha dimostrato come l’eccesso e la povertà di mezzi non siano inconciliabili, e che con la giusta dose di spudoratezza e inventiva si possono realizzare dei film. Che sicuramente non brillano per qualità o accuratezza della realizzazione, ma che sono nel cuore di ogni romantico adoratore del cinema di serie B. O D, o E, o Z…e tornando alla scelta del regista per un film sulla propria vita, no, non sceglieremmo Bruno Mattei. Ma se lo facessimo, statene sicuri, riuscirebbe a girarlo con diecimila lire, Al Festa alla colonna sonora e spezzoni di cresime e matrimoni altrui inseriti nel filmato.

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“Sergio Grieco ha fatto degli ottimi film, eppure anche per lui mai nessuna ribalta significativa: oggi non si sa neppure se sia mai esistito. La cosa più triste è che al funerale di Sergio c’eravamo solo io e il produttore. Ma il mondo del cinema è spesso così, crudele e senza riconoscenza.”

 

Le citazioni di e su Bruno Mattei sono tratte da:

Questa bella intervista al regista

Questa nostra intervista ad Al Festa

Infestation

Ovviamente la città futuristica lì sotto non si vede mai nel film.

Ovviamente la città futuristica lì sotto non si vede mai nel film.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Edward Evers-Swindell
Con: Ross Evison, Susan Riley, Paul Sutherland, Malcolm Raeburn

Atipico film di fantascienza post-apocalittica mischiata con il genere zombie, Infestation è fin dal primo momento un prodotto estremamente amatoriale, il film che Ed Wood avrebbe girato in un momento di ubriachezza con un computer in mano. Si comincia con la trama tipica del post-atomico: dopo una guerra nucleare, la razza umana è pressochè estinta. I pochi sopravvissuti vivono in una specie di città sotterranea, in cui la civiltà è rinata. Lì, nel fermare una terrorista, il pilota Loki causa una specie di tamponamento a catena (giuro!) in cui muoiono dei civili. Sconfortato, si licenzia e passa all’alcool meditando sulla propria pochezza come pilota (spreca tempo a dire battutine idiote senza riuscire a combinare nulla e disobbedendo alle indicazioni di tutti) e facendo a botte con alcuni bifolchi che non si sa cosa ci facciano in una città sotterranea futuristica invece che nel Texas. La sua amica Sash lo raccatta in una osteria da due soldi per una missione da niente: salire in superficie con una squadra di esaltati per cercare un’altra squadra di esaltati che si era persa. Qui il film cambia registro, virando decisamente sull’horror: in pratica si scopre che in superficie è pieno di zombi: questi ultimi sono il risultato di un non meglio specificato esperimento condotto dal governo della città di sotto. I membri della squadra militare vengono scremati con diligenza dai morti viventi\infetti\malati\quelcazzochesono. Arriviamo allo scontro finale con le seguenti fazioni: da una parte Sash, Loki e il nerboruto Maddox, che prima tenta di strangolare Sash ma poi si accorge che ha ragione, dall’altra migliaia di zombi che per la verità prima non c’erano, appaiono giusto negli ultimi dieci minuti per rendere difficoltosa la fuga. Incredibilmente, i tre si salvano, fanno esplodere con una atomica una parte della superficie terrestre (molto poca, peraltro) e tornano indietro sfottendo il governante della città sotterranea.
Per la sua opera prima, il regista Evers-Swindell aveva a disposizione due fattori non indifferenti: un make-up più o meno dignitoso (almeno in un film a bassissimo costo) e una ambientazione realmente suggestiva, una specie di villaggio vacanze abbandonato evocante Chernobyl. In genere i registi emergenti sfruttano al meglio queste fortune (un set praticamente già fatto, soprattutto) e lavorano sulla psicologia dei personaggi e la paura senza mostrare effettacci speciali. Evers-Swindell toppa clamorosamente, mettendo in scena una sceneggiatura priva di senso e affidando il novanta per cento del film alla grafica digitale, con risultati che definire disastrosi è fargli un complimento. La trama è qualcosa di imbarazzante per pochezza e faciloneria: come ha fatto l’umanità a costruire in situazione di assoluta emergenza e (supponiamo) poco tempo una città gigantesca sotto terra? Perchè ci sono gli zombi, e in che cosa consistevano gli esperimenti del governo? Perchè se il governo della città voleva coprire gli esperimenti ha mandato una seconda squadra quando la prima era stata comodamente distrutta dagli zombi cancellando le loro responsabilità? E perchè i tre superstiti ammazzano gli zombi, considerato che in superficie non ci abiteranno comunque? Inutile aspettarsi una risposta, passiamo alle scene d’azione: a parte l’assurdità di Loki che passa improvvisamente da agnellino a Terminator, abbiamo dei morti viventi che si mostrano a gruppi di 10-20 per settanta minuti; poi, quando i nostri stanno per andarsene, appaiono a migliaia marciando verso di loro. Come detto, il make-up zombesco non è malaccio, anche se in moltissime scene gli zombi sono semplici comparse incappucciate che saltellano e grugniscono. Il vero problema sono gli effetti grafici, soprattutto quelli della città sotterranea: mai prima d’ora si era visto un simile scempio, coi palazzi costituiti da rettangoli neri con dei quadratini verdi a simboleggiare le finestre, il tutto a tinta spaventosamente unita. In questo paesaggio surreale il regista ambienta anche un clamoroso inseguimento tra macchine volanti in cui ogni inquadratura è buttata lì a caso e le due navette cambiano posizione senza un perchè.
Concludiamo con tre riflessioni: 1) Il protagonista è uguale a Momò, l’aiutante di Jean Reno in Wasabi, ma più magro 2) I filtri usati in tutto il film per colorare a caso le scene sono illegali in 134 paesi 3) Ma i terroristi che fine fanno? Tutto quel casino nei primi 10 minuti e poi non tornano più?

Produzione: GB (2005)
Scena madre: l’inseguimento iniziale tra i rettangoli-grattacieli. A proposito, che straaccidenti ci fanno dei grattacieli in una città sotterranea?
Punto di forza: visti i primi 10 minuti pensavamo fosse un megatrashone da restar nella storia, invece no. Guardate i primi 10 minuti, poi toglietelo.
Punto debole: lo spreco di mezzi. Se hai a disposizione 5.000 sterline (questo il budget), perchè mai baloccarsi tra le città in CGI e i filtri? Non poteva concentrarsi sull’ambientazione in superficie, qualche zombi e tanta psicologia?
Potresti apprezzare anche…: Automaton transfusion.
Come trovarlo: aspettare che qualche tv a pagamento si trovi con un’ora e mezza libera e decida di metterci Infestation.

Un piccolo assaggio: (il vecchio trucco di mettere immagini ad alta velocità nei trailer per nascondere le evidenti lacune di un film)

1,5

Rise of the zombies – Il ritorno degli zombie

Persino Danny Trejo sembra chiedersi "che ci faccio qui?"

Persino Danny Trejo sembra chiedersi “che ci faccio qui?”

Di: Nick Lyon
Con: Mariel Hemingway, Levar Burton, Danny Trejo

Perchè la Asylum fa certe cose? Nel senso, sappiamo tutti che non conoscono la vergogna. Ma perchè continuano a far uscire film di zombi? Hanno qualcosa di nuovo da dire? Ovviamente no. Anzi, forse sì: qualcuno deve aver detto a Latt e soci che il make-up degli zombi applicato alle comparse nei loro film è illegale in 50 paesi, per bruttezza e approssimazione. Che hanno fatto nel caso di questa ennesima fetecchia? Hanno speso un sacco di sghei per il make-up, che infatti è più che decente: anche gli effetti splatter non sono affatto male. Poi, evidentemente, hanno finito i soldi, e siccome mancavano ancora sceneggiatura, casting e regia si sono arrangiati con quel che c’era.
Il film inizia…anzi, il film non inizia, bensì parte in quarta con un gruppo di persone che sfuggono in una San Francisco invasa dagli zombi, mentre compare il sibillino titolo Il ritorno degli zombie – Fuga da Alcatraz, clamoroso prestito dal capolavoro di Siegel. Dopo un incidente (dovuto alla elevata velocità della macchina, incomprensibile dato che gli zombi si schivano comodamente anche ai 50 all’ora) a sopravvivere è solo una donna incinta, che se ne va per i fatti suoi. L’azione si sposta sull’isola di Alcatraz, dove un altro gruppo di superstiti cerca cure per l’infezione. L’isola è stata sicura fino a quel momento, ma poi gli zombi imparano a nuotare e la invadono: i sopravvissuti scappano con un gommone stile profughi a Lampedusa e arrivano in città, qualcuno per cercare un presunto “punto sicuro”, ovviamente inesistente, e qualcuno in cerca di una cura. I tre quarti d’ora centrali sono costituiti dalle storie personali dei protagonisti: la coppietta disperata, la donna incinta (protagonista di una scena clamorosa), il soldato duro ma buono (il leggendario Danny Trejo, l’attore più famoso e capace del film, che infatti muore subito), il marine ciccione fondamentalista cristiano (Ethan Supplee, il Randy di My name is Earl, serie tv di cui la Asylum ha saccheggiato il cast per le sue porcate horror), la dottoressa milfona bona, uno scienziato pazzo. Quest’ultimo, rintanato in uno sgabuzzino, rivela che in realtà una cura non esiste, che hanno fatto un viaggio a vuoto e che insomma sono dei coglioni. Poi ci ripensa e dice che un vaccino c’è, faccio notare che lo dice con dispiacere, porello. Alla fine rimangono vivi solo il lui della coppietta, il marine ciccione amputato, il dottore e la scienziata MILF. Ah, c’è pure un tizio di colore che, rimasto da solo ad Alcatraz, sperimenta inutilmente cure sulla figlia zombi, per poi esploderci insieme. Il personaggio (come del resto tutti gli altri) è veramente noioso, stereotipato e inutile, quindi ci limitiamo a menzionarlo.
Questa pellicola non è altro che la fotocopia di Zombie apocalypse, da noi recensito poco tempo fa. La si potrebbe tranquillamente ignorare, se non fosse per una novità assoluta: la scrematura creativa. Fin dal primo momento (quando gli abitanti di Alcatraz si lamentano di essere in troppi sul gommone e lasciano indietro lo scienziato di colore, però gli zaini se li portano, begli stronzi) è ovvio che ci sono troppi, troppi personaggi. Che fare? Li si potrebbe tranquillamente accoppare tutti in un colpo solo con un attacco zombi, ma è qui che scatta la genialata: ucciderli uno a uno nei modi più improbabili e divertenti, tenendo alta l’attenzione su un film che altrimenti non varrebbe neppure il prezzo dei popcorn al cinema. E così abbiamo lo scienziato che si fa esplodere dopo essersi tagliato un braccio per nutrire la figlia, Danny Trejo duro e figo che si fa ammazzare da una zombi storpia senza opporre la minima resistenza, gli idioti iniziali che, inseguiti da una decina di lentissimi zombi, corrono ai duecento all’ora schiantandosi contro un palo, la donna incinta. Questa donna, come anticipato, muore nel modo più stupido: sopravvissuta per giorni dentro un’ambulanza, ne esce per farsi mordere da uno zombi nascosto sotto il mezzo, e chiede di salvare il bambino: appena nato, il bambolotto, già infetto, viene prontamente terminato. Il suo personaggio non serviva assolutamente a nulla, se non ad aggiungere una morte inverosimile tra le tante.
Ma sono altre le scene ridicole: una scritta “STAY OUT” sul lato interno di una struttura; lo scienziato che si disossa il braccio come un provetto macellaio e poi si fa le foto da bimbominkia con la figlia zombi; uno zombi impiccato parlante; zombi capaci di nuotare e di arrampicarsi sui liscissimi piloni di un ponte come delle gatte pelose di quelle che si trovano sugli alberi; gli zombi uccisi con dei taser, l’arma più scomoda di sempre. Oltretutto, se è vero che gli effetti speciali sono superiori alla media (ma non tutti, vedi incidente in auto all’inizio), il resto della realizzazione fa acqua da tutte le parti: le inquadrature dall’alto mostrano una San Francisco non particolarmente vivace, ma in cui si vede benissimo lo scorrere del traffico; gli zombi sono a gruppi di 10-15, come sempre la Asylum è sparagnina quando si parla di comparse; gli attori ridono invece di piangere, come nel caso eccezionale del ragazzo orientale. Le spiegazioni sono campate in aria (si dice che non è il cervello a tenerli in vita, ma il metodo per ucciderli è sempre la testa tagliata) e pure le reazioni: di due personaggi infetti, a uno iniettano il vaccino e all’altro tagliano un braccio a dieci secondi di distanza, senza che quest’ultimo si lamenti per la disparità di trattamento!
Insomma l’ennesima zombata made in Asylum!

Produzione: USA (2012)
Scena madre: dunque, è un pò lunga ma merita. La lei della coppietta, in un attimo di pausa, si siede su un tram di San Francisco (ovviamente fermo per mancanza di corrente) e confessa alla dottoressa che prima dell’apocalisse ha trombato con uno sconosciuto a una festa ed è incinta. Dopo cinque minuti di cantilena abortisco-anzi no-ho cambiato idea, la dottoressa scende. Senza un motivo, il tram parte e va a schiantarsi contro un pullman, esplodendo. Il tutto ai dieci all’ora, contro un autobus messo lì apposta e un’esplosione assolutamente impossibile! Oltretutto, il percorso totalmente casuale del tram ci ha fatto venire in mente ben altra scena.
Punto di forza: le scene divertenti sono sparse in tutto il film e rendono meno pesanti gli 82 minuti.
Punto debole: la ripetitività. Signori della Asylum, basta zombi! Copiare The Walking Dead non è la soluzione…potete fare di meglio!
Potresti apprezzare anche…: Zombie apocalypse, sempre della Asylum.
Come trovarlo: ultimamente molti film Asylum vengono doppiati e distribuiti in italiano. Alle volte li passano anche su Sky.

Un piccolo assaggio:  (persino il trailer è copiatissimo da quello della 3a stagione di The Walking Dead!)

2,5

Zombie apocalypse

Curiosamente, il titolo su questa locandina include l'ormai abusatissimo anno 2012.

Curiosamente, il titolo su questa locandina include l’ormai abusatissimo anno 2012. Chissà perchè.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Nick Lyon
Con: Ving Rhames, Taryn Manning, Johnny Pacar, Eddie Steeples

Maledetti, per un momento ci eravamo cascati! I primi minuti di questo Zombie apocalypse ci avevano quasi convinti che questo ennesimo plagio Asylum fosse davvero un bel film, non paragonabile ai capolavori di Romero, ma neppure inferiore a L’alba dei morti viventi di Snyder, in cui già recitava Ving Rhames (remake che a chi scrive non è piaciuto per niente). Ma come quest’ultimo film (che iniziava con uno splendido collage di sequenze con sottofondo di Johnny Cash), anche questa produzione si caratterizza per un inizio ingannevole. Bando alle ciance, comunque. Il mondo è caduto in mano ai morti viventi, e la trama si svolge sei mesi dopo, una trovata abbastanza inutile che porterà numerose incongruenze. Tre persone vagano per una Los Angeles spettrale: sono Ramona, una bionda insopportabile, il suo amico Kevin ed Eddie Steeples, più noto al grande pubblico come Gamberone di My name is Earl. I tre (anzi, i due, chè Kevin si fa ammazzare subito senza opporre alcuna resistenza) incontrano un gruppo di sopravvissuti: insieme a loro decidono di dirigersi all’Isola di Santa Catalina dove, stando alle informazioni in loro possesso, ci sono ancora dei sopravvissuti. Il viaggio dei nostri eroi non è per niente facile: gli zombi sono sempre in agguato; questi morti viventi sono molto strani, alcuni corrono, alcuni stanno fermi, tendono agguati e sembrano intendersi di strategia militare. Il gruppo se la cava anche grazie all’incontro con degli arcieri, ma alcuni di loro cadranno in battaglia. Il finale, un crescendo rossiniano di assurdità, vede i superstiti aspettare la nave che dovrebbe venire a prenderli e intanto combattere con delle tigrone zombie fatte malissimo. Alla fine la nave arriva e…non vi sveliamo come finisce, non è niente di eccezionale, ma ci ha lasciato un pò l’amaro in bocca, dalla Asylum ci aspettavamo di meglio.
Quasi ogni film Asylum è la risposta a qualcosa: Zombie apocalypse si ispira abbondantemente a L’alba dei morti viventi di Snyder e a The Walking Dead. Avremmo voluto vedere una versione tarocca di quest’ultimo, ma purtroppo Nick Lyon si limita a copiare qualche personaggio: il giovane timido smilzo ma agile (Glenn) e soprattutto la ragazza di colore che usa la katana, un pò forzata in un film in cui lo spessore dei personaggi è pari a zero. Il cast si divide tra attori discreti (il sempre bravo Ving Rhames e Eddie Steeples) e monoespressivi catatonici (quasi tutti gli altri): segnaliamo per curiosità che il capo degli arcieri è molto somigliante a Rafael Benitez, e come lui fa l’allenatore anche nel film. Le attrici sono tutte scelte tra gruppi di modelle di varia nazionalità, chissà perchè nelle apocalissi di questo tipo non si salvano mai bruttone brufolose e sovrappeso. Detto del cast, passiamo alla sceneggiatura: Lyon decide di far passare sei mesi dallo scoppio dell’infezione al presente. Perchè mai? Non ha alcuna utilità di trama, tant’è che molti film di zombi sono ambientati pochi giorni dopo l’apocalisse! In compenso, il dato aumenta di molto la puerilità della storia: chi ha tagliato l’erba in quei sei mesi, dato che tutti i prati presentano un taglio all’inglese perfetto? Com’è possibile che in tutto quel tempo l’unico danno agli edifici sia una colonnina di fumo in CGI che sale dai grattacieli? E soprattutto, perchè alcuni zombi sono giustamente decomposti e altri sono freschi come una rosa? Oltretutto i personaggi si comportano come se la situazione fosse una cosa nuova per loro, mentre, come  ammettono in più parti del film, sono mesi che ammazzano zombi a spasso per l’America.
A proposito di zombi: il make-up non è malaccio, alcune comparse hanno delle maschere indegne e sono truccate solo dal collo in su, ma nel complesso il trucco si può anche promuovere. Resta da capire perchè si siano aggiunti dei boss in stile videoludico, tipo il culturista zombi alto tre metri, ma vabbè, non chiediamo troppo. Concentriamoci invece sulla scena che ha lasciato perplesso chiunque abbia visto il film. Sto parlando delle tigri. Noi stavamo guardando il film, con i personaggi, i morti viventi, qualche scena simil-sentimentale…eravamo tranquilli, ed ecco che il regista, preso da chissà quale trip di acidi, ci piazza le tigri, o almeno quelle che sembrano tigri: due animali storpi, gobbi e sformati, vagamente somiglianti appunto a tigri o ghepardi, arrivati da chissà dove e realizzati con una grafica digitale decisamente peggiore a quella usata nel resto del film. Peraltro la scena ha il solo effetto di sfoltire il gruppo e occupare cinque minuti. Ci ha lasciati esterrefatti. Nel complesso un film non eccezionale, in bilico tra l’esagerazione trash e il desiderio di mantenere una patina di serietà. Si lascia guardare, comunque.

Produzione: USA (2011)
Scena madre: quella delle tigri, ovviamente.
Punto di forza: la volontà della Asylum di alzare l’asticella della qualità è encomiabile. Se mi ci metti le tigri zombi, però, tanto vale.
Punto debole: è discretamente noioso, e le scene migliori iniziano ad arrivare da metà film in poi.
Potresti apprezzare anche…: Automaton transfusion.
Come trovarlo: incredibilmente, Zombie apocalypse è stato distribuito IN ITALIANO! Succede molto raramente con i film della Asylum, e quando capita lo segnaliamo volentieri!

Un piccolo assaggio: (un documentario sulla realizzazione, purtroppo solo in inglese. Per chi mastica un pò la lingua, è davvero interessante)

2,5

Resident evil 5 – Retribution

Milla, il fatto di aver sposato il regista non ti obbliga a farti del male così...

Milla, il fatto di aver sposato il regista non ti obbliga a farti del male così…

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Paul W.S. Anderson
Con: Milla Jovovich, Michelle Rodriguez, Sienna Guillory

E’ davvero stupefacente vedere come, in queste pellicole moderne, tutto, attori compresi, sia realizzato in digitale. Come dite? Gli attori erano veri? Non ce ne siamo accorti. Sbaglia chi dice che i film della saga Resident Evil (e questo in particolare) siano ispirati ai videogiochi; questi sono dei videogiochi, e anche di pregevole fattura, al punto che lo staff aveva la tentazione di controllare la memory card di tanto in tanto. Paul Anderson abbandona completamente il tentativo (peraltro fallito nelle pellicole precedenti) di inventarsi una trama decente per la sua saga zombie, e si lascia andare a un divertimento assoluto e senza senso che si attenuerà solo negli ultimi quindici minuti, citando e copiando a man bassa il mondo dei videogame e della cinematografia. I primi, spettacolari dieci minuti vedono Alice, protagonista della saga, riassumere i precedenti episodi un tanto al chilo, creando evidenti lacune di sceneggiatura (che fine hanno fatto il tipo di Prison Break e sua sorella, presenti alla fine del quarto capitolo?). I titoli di testa sono presentati con un pregevole effetto rewind, plagiato dal trailer di Dead Island. Segue una scena surreale di dieci minuti buoni in cui lei si vede sposata con una figlia in una ridente cittadina attaccata dagli zombi. Ma Anderson sa che non è questo ciò che vogliamo, e ci riporta alla realtà con una bella base sotterranea in Russia piena di zombi. Si scopre che la Umbrella Corporation ha costruito questo mega impianto per collaudare i virus e ricreare le città e vendere i virus come arma e insomma altri pretesti idioti per un pò di azione. Per cinquanta minuti buoni assistiamo a un crescendo di assurdità: inseguimenti con gli zombi vestiti da soldati sovietici che guidano moto e camion, calci in faccia, cloni dei protagonisti, scolarette giapponesi che si trasformano in mostri, insomma l’intero campionario digitale della saga Resident Evil. Anderson sfiora la blasfemia assoluta inventandosi il personaggio di Becky, la bambina sorda figlia del clone di Alice che viene trovata dall’Alice originale e instaura con lei un rapporto copiato da Aliens – Scontro finale; in una scena Alice arriva addirittura a salvarla da un uovo di mostro, concetto del tutto estraneo alle creature di Resident Evil ma tanto utile per plagiare ulteriormente il capolavoro di James Cameron. Gli ultimi venti minuti perdono un pò di freschezza: c’è la rediviva Michelle Rodriguez che si trasforma in una specie di super-donna invincibile e ammazza due-tre amici di Alice prima di venire gettata nell’acqua gelida e divorata dagli zombi. La scena finale, però, risolleva la portata trash del prodotto, con una città murata, ultimo avamposto della razza umana, assediata da milioni e milioni di creature (compaiono anche alcuni draghi, così a muzzo). Ah, la razza umana è simboleggiata da un mutante e due cloni, giusto per farsi due risate.
Che s’è fumato Anderson? Ok, nessuno dei film di Resident Evil va oltre la mediocrità, ma qui si esagera. La grafica: seriamente, non si capisce che cosa sia reale e che cosa sia ricostruito. Il personaggio di Albert Wesker sembra perennemente fatto in digitale, noi abbiamo giocato a Resident Evil 4 e vi assicuriamo che nel videogame era più nitido e dettagliato. Ma questo Retribution è comunque una gioia per gli occhi: chi non ha mai sognato di vedere dei soldati sovietici zombi armeggiare con motoseghe e camion lanciarazzi? Chi non ha mai voluto vedere un’orda di creature del tutto casuali assediare la razza umana? Ecco, questo film ve lo permette. La trama conta meno di zero, così come i personaggi: l’importante è esaltarsi alle loro imprese. Le coreografie, peraltro, sono estremamente curate, così come la spettacolarità delle scene apocalittiche. Il combattimento finale regala una (in)volontaria citazione del film Riki Oh, quando il clone cattivo di Michelle Rodriguez picchia i protagonisti: le immagini delle ossa che si spezzano non potranno non ricordare il capolavoro orientale. Le tamarrate non si contano e sono sempre a livelli altissimi: ampio abuso del ralenti, armi con il cheat colpi infiniti, dialoghi burini, l’amico figo che muore da eroe, e quei vessilli sovietici che faranno impazzire gli adoratori dell’horror bellico; sottolineiamo il fatto che la Umbrella Corporation è tutta fissata coi simboli, tanto da averli ridipinti ovunque, però non ha avuto il cuore di togliere gli stemmi sovietici, o forse era solo per rimarcare agli spettatori l’ambientazione geografica. In definitiva, che ci crediate o no, è un film piacevole: l’ideale per esaltarsi con un pò di azione inverosimile, CG nemmeno troppo sforzata e ricordi di videogiocate adolescenziali.

Produzione: USA (2012)
Scena madre: durante il combattimento con Jill Valentine, Alice risolve la questione togliendole con pochi sforzi il congegno che la controllava. Tutto qui? Bastava questo per evitarsi tutto il film? Non poteva pensarci prima?
Punto di forza: le tutine aderenti di Milla Jovovich (che è pettinata come Andrea Pirlo), la breve durata, il variopinto campionario di mostri.
Punto debole: ce ne sono parecchi, ma soprattutto c’è lei: la bambina che impersona l’intelligenza artificiale. E’ irritante!
Potresti apprezzare anche…: i precedenti capitoli della serie. Ma anche i videogiochi, che sono meglio sceneggiati!
Come trovarlo: in qualunque formato, in qualunque lingua. E’ questo il bello del recensire film famosi!

Un piccolo assaggio:  https://www.youtube.com/watch?v=ZRmWLqrJkz4 (dite quello che volete, ma questo è il trailer più bello e cazzuto degli ultimi anni!)

3

Big tits zombie

Adoro questo genere di cose!

Adoro questo genere di cose!

[Krocodylus, Satchmo]

Di: Takao Nakano
Con: Sora Aoi, Risa Kasumi, Mari Sakurai

Sono film come questi che ti riappacificano con il mondo della serie Z; la riscossa dell’azione orrorifica giunge dall’Estremo Oriente. Il regista nipponico Takao Nakano, avvalendosi di un cast d’eccezione (tra cui spicca la prestigiosa pornostar Sora Aoi), confeziona una pellicola totalmente sconclusionata che è quasi un manifesto del trash made in Japan moderno.
Siamo ovviamente in Giappone, come ben si capisce dalle ossessive inquadrature del monte Fuji a sottolineare l’elemento geografico. Le quattro protagoniste sono delle ballerine spogliarelliste che si esibiscono in un teatro fatiscente la cui clientela non supera mai le tre-quattro unità. Vivono in una stanzetta piena di oggetti kitsch e ricevono uno stipendio irrisorio dal loro bieco datore di lavoro. Convinte ad accettare un lavoro in un porno-resort termale (lo chiamano così!), dopo una notte di bagordi insieme ad un nano deforme e ai suoi amici, dei grassoni ributtanti che usano le ragazze come tavoli per magnare, realizzano quanto sfigate siano; intanto, scoperto un passaggio segreto sotto la loro stanza, trovano un libro con il quale una di loro, la più scema, resuscita i morti. Così, dicendo due formulette in giapponese (notare che il libro è descritto come italiano e risalente al seicento!); una di loro viene subito sbranata, una si chiude in cantina, una viene morsa e le altre due si armano. Segue una mezz’oretta un pò ripetitiva, con gli assalti dei non-morti che culminano immancabilmente in carneficine, grazie soprattutto alle katane e alla motosega (spenta) delle due fanciulle. Liberatesi dell’amica morsa con un proiettile nel cranio, affrontano la ragazza che si era chiusa nello scantinato: costei ha imparato a controllare gli zombi e, non si sa bene perchè, vuole conquistare il mondo trasformando tutti in morti viventi senza personalità. Dopo un’epica battaglia, fonte di quasi tutte le risate del film, è il momento della resa dei conti tra le due superstiti e la spocchiosa antagonista. La situazione si conclude all’incirca con un pareggio, almeno finchè sbuca dall’inferno un diavolaccio blu, incredibilmente somigliante al Mago Otelma, che si scusa per il casino combinato, riporta all’inferno zombi e traditrice e si dilegua.
Nakano decide di non prendersi affatto sul serio e di citare a mani basse i maggiori cult movies amati o diretti da Quentin Tarantino. Non per nulla, una delle protagoniste indossa un completo succinto con gli stessi colori che vestiva al Thurman in Kill Bill, e non si contano le situazioni e gli effetti musicali che omaggiano il cinema di Sergio Leone (compreso lo stratagemma della pallottola al cuore già usato in Per un pugno di dollari). La sua ironia e alcuni momenti di comicità volontaria gli impediscono di essere un capolavoro assoluto del trash. Tutto il resto è semplicemente merdaviglioso: come il titolo promette, ci sono zombi, sangue e tette in abbondanza, mostrate nei momenti più inopportuni e inquadrate con primi piani anatomici che valorizzano al meglio le grazie delle cosiddette attrici. A dir poco impressionante la genialità degli zombi: come realizzare orde di morti viventi avendo a disposizione una quindicina di comparse al massimo? Usandole allo sfinimento! Ecco che alcuni non morti compaiono un pò ovunque: in particolare il clone di Slash dei Guns & Roses e l’infermiera appaiono al cimitero, nella cantina, nel capannone e per strada! Alcuni di essi sono in grado di usare katane e altre armi; una delle ballerine sbranate, zombificata per l’occasione, ha anche la capacità di trasformarsi in una specie di mostro tentacolato e con una lingua lunga un metro. Ma è veramente impossibile descrivere nel dettaglio il mare di cattivo gusto in cui Big tits zombie sembra affondare: nudi del tutto casuali, decapitazioni, effetti sanguinolenti fatti con dieci lire, dialoghi insensati e tanta autoironia, che comunque non guasta alla carica trash della pellicola. L’apoteosi del brutto si raggiunge forse nella scena in cui, subito dopo l’evocazione degli zombi, i primi a risorgere sono i pesci essiccati nella cucina delle ragazze; primo esempio nella storia del cinema di sushi non-morti!

Produzione: Giappone (2010)
Scena madre: di norma gli zombi si trasformano lentamente, passando a poco a poco dalla coscienza al puro automatismo stile film di Romero. Qui no: la loro amica morsa passa, da un secondo all’altro, dalla più completa lucidità all’essere una belva assetata di sangue che, dulcis in fundo, sputa fuoco dalla vagina. Mica cazzi.
Punto di forza: spesso nei film di zombi il copione prevede sempre gli stessi clichè. Ecco, non qui: il regista ha idee originalissime!
Punto debole: sarà che conosciamo poco la cultura giapponese, ma certe trovare erano francamente incomprensibili.
Potresti apprezzare anche…: Bong of the dead.
Come trovarlo: soltanto in edizione straniera; non è mai stato tradotto in italiano.

Un piccolo assaggio: (un tra(sh)iler è l’unica cosa che si possa mettere su Youtube senza incappare nella censura!)

4,5

I am Ωmega

La locandina è decisamente migliore di quella con Will Smith.

La locandina è decisamente migliore di quella con Will Smith.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Griff Furst
Con: Mark Dacascos, Geoff Meed, Jennifer Lee Wiggins

La prima recensione del 2013 è anche un ritorno alle origini; dopo tanto tempo, torniamo a recensire un film della Asylum. Il film in questione è il mockbuster di Io sono leggenda. In realtà, lo stesso film originale con Will Smith non ci ha entusiasmato, anzi; essendo devoti fans di Richard Matheson, l’abbiamo trovato un insulto. I am Omega non è poi granchè, ma la differenza è minore di quanto si possa credere. Il protagonista si chiama Renchard, e non Neville. Come da copione, egli vive da solo in una casa piena di armi, per proteggersi dagli zombi-vampiri-infetti mannari (non viene spiegato cosa siano, quindi diamo spazio alla fantasia). Un giorno riceve una richiesta d’aiuto in videochat da una ragazza, Brianna, ma se ne sbatte e chiude la conversazione. Dopo che due ex-marines burini e coatti gli fanno saltare la casa, decide invece di accettare, anche perchè la tipa ha nel sangue l’antivirus per la malattia. Dopo un breve viaggetto nelle fogne, uno dei due burini muore e Renchard raggiunge, tutto solo, Brianna. Qui inizia la parte più delirante: si scopre che Renchard ha disseminato degli esplosivi in tutta la città per farla saltare, non si sa bene perchè, mica si limiteranno a una città, ma vabbè, e hanno 24 ore per fuggire. Una volta rubata una macchina (una decappottabile! Ma allora dillo che te le vai a cercare!) vengono sorpresi dal marine sopravvissuto; costui è andato fuori di melone per la morte dell’amico, e ora predica l’estinzione della specie umana come realizzazione di un’utopia darwinista. Per non essere troppo crudele, spara nelle gambe a Renchard e lo lascia in mezzo alla città, senza ucciderlo. Il protagonista, incazzatissimo e con svariati proiettili in corpo, ormai diventato verde dalla rabbia (o forse sta per morire), ruba una macchina, sopravvive per una notte intera, aziona la suddetta automobile a spinta, insegue il marine che ha rapito Brianna, fa a pugni con lui, lo prende a bastonate e se ne va con lei; i proiettili, i calci e i colpi di catena subiti vengono rattoppati con due cerotti sulla fronte, e i due se ne vanno verso la terra promessa, in un finale da teen-movie.
Ad essere onesti, il film è leggermente al di sopra della media Asylum, soprattutto la prima mezz’ora; sarà che non succede una cippa di niente, quindi non c’è nulla da sbagliare. Lo stesso David Michael Latt, da noi interpellato, l’ha definito “uno dei miei preferiti”. Ciò detto, sono presenti tutti gli ingredienti più trash della ricetta Asylum. La prima parte della trama è infatti copiatissima dall’originale, mentre il secondo tempo prende una strada autonoma e ancor più delirante. I mostri di questa apocalisse sono un pò particolari: a parte il fatto che se ne vedono massimo tre per volta, si muovono con disinvoltura anche alla luce del giorno, cancellando un pilastro del racconto originario di Matheson; a volte corrono e si muovono con velocità da teletrasporto, altre sono lenti e si fanno sorprendere da Renchard. In verità non è che sia tutta questa grande apocalisse; come già detto, i mostri sono pochi, ma soprattutto funzionano ancora elettricità, riscaldamento, linea Internet e GPS, tanto che Renchard riesce a collegarsi in videochat con la ragazza da qualunque parte del mondo! Per sicurezza, Renchard tiene anche una password per accendere il computer: non sia mai che qualcuno entri a ficcanasare…oltretutto, pur non essendosi mai visti e mai parlati, lei gli dice “sono nel centro della città” senza specificare di che città si tratti, e lui capisce al volo che sono, guardacaso, concittadini. Assolutamente esilarante la fuga di Renchard e Brianna: prima lui spreca una bomba a mano gettandola in un bidone con un mostro dentro, con l’unico scopo evidente di osservare l’effetto “petardo in una lattina”; poi sprecano preziosi minuti scegliendo l’auto, e una volta trovata, lui si attarda a picchiare zombi senza alcun motivo invece di fuggire; questo contrattempo causerà tutti i problemi dell’ultima mezz’ora di film. La tecnica, appena sufficiente nei primi minuti, degenera rapidamente: il montaggio, a dir poco oltraggioso, alterna senza grossi problemi il giorno e la notte, la recitazione degli attori lascia il tempo che trova e molte scene appetitose, le più splatter e le esplosioni, sono lasciate all’immaginazione dello spettatore. E soprattutto, il protagonista, Mark Dacascos, sembra un orientale. Nulla in contrario, ma non c’entra niente con Io sono leggenda. Apprezziamo, comunque, il tentativo di alzare la media qualitativa della Asylum. Non è andata bene? Pazienza, a noi piace così!

Produzione: USA (2007)
Scena madre: quando Vincent, il marine burino sopravvissuto, ritorna e si allea momentaneamente con Renchard, produce uno scambio di battute fenomenale (ambientato, ricordiamolo, in una città apocalittica che entro poche ore esploderà: “Ehi, Vincent, perchè non gli spari?” “E’ meglio fare un pò di allenamento di kung-fu!”. Spettacolare!
Punto di forza: il confronto con l’originale, che non era comunque granchè. Non c’è la distanza qualitativa che si verificava, ad esempio, con Titanic o Sherlock Holmes.
Punto debole: la sceneggiatura, che sembrava reggere grazie anche alla quasi totale assenza di dialoghi, si perde in un delirio senza freni nella seconda parte. Peccato.
Potresti apprezzare anche…: 2012 – Supernova, sempre per la categoria dei catastrofici Asylum.
Come trovarlo: su Internet gira sottotitolato in italiano, non è mai stato doppiato. Sotto trovate il link.

Un piccolo assaggio:  (qualche volenteroso l’ha sottotitolato in italiano! Ringraziamolo tutti!)

2,5

Zombie Lake – Le lac des morts vivants

Zombie Lake

L’autore della locandina è un fottuto genio: guardate l’espressione dello zombi!

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Jean Rollin
Con: Howard Vernon, Pierre-Marie Escourrou, Anouchka

A noi della Cinewalkofshame, non so se l’avete notato, piacciono i film di zombi. Se poi questi zombi sono dei nazisti, cui si oppongono francesi ex-partigiani, allora il godimento è alle stelle. Peccato che il film sia, almeno in parte, una delusione. Ma andiamo con ordine: durante la guerra, un nazi ha una storia con una ragazza francese, la ingravida al primo colpo e poi muore, ucciso dai partigiani che gettano i cadaveri del plotone crucco nel lago. Il lago in questione (che il sindaco, un signore anziano con il naso alla Chiellini, chiama “lago maledetto dei maledetti”) è però satanico, a causa di non meglio specificati riti compiuti nei secoli precedenti, e fa risuscitare i nazi sotto forma di zombi assassini. Nel giro di pochi giorni questi morti viventi fanno fuori due dozzine di persone: si comincia con una tizia nuda (come quasi tutte le donne del film) che si mette in posa, sradica un cartello e poi fa da cena ai non-morti; si prosegue con una lavandaia, che gira in tondo attorno a un edificio apposta per farsi fare un succhiotto sul collo da uno zombi, giacchè non vi è traccia di ferite; si raggiunge l’apoteosi con la strage della squadra di basket femminile, che fa appena in tempo a mostrare con generosità una serie di nudi integrali a casaccio, fino agli attacchi in paese, a dire il vero molto blandi e ripetitivi. Dopo una memorabile rissa da saloon che ha per protagonista uno zombi nel bar locale, il sindaco decide che è ora di dire basta: egli scopre che la figlia del capo-zombi vive in paese, e che il padre (un incrocio tra David Bowie e Lou Ferrigno) è ancora legato a lei, tanto da fare a botte in stile bulletti di periferia con un altro zombi-nazi per proteggerla in una scena esilarante. Sfruttando le sue raffinate capacità pedagogiche, il primo cittadino dice alla piccola che suo padre è uno zombi assassino, che lei deve fare da esca per accopparlo insieme ai compagni e che la soluzione è quella suggerita da una giornalista, ovvero napalm a volontà. Esatto, napalm. A parte il fatto che prima della guerra in Vietnam l’arma era pressochè sconosciuta tra i comuni cittadini, viene da chiedersi se il regista abbia una vaga idea dei suoi effetti a lungo termine. Scartata l’idea del bombardamento in favore di un pratico lanciafiamme, i paesani fanno arrosto di zombi, la bambina dice al padre che non lo dimenticherà mai (neppure noi, per motivi diversi) e la mattonata ha fine.
La storia è quella descritta, nè più nè meno; il fattore trash è dovuto, oltre ad essa, alla micragnosa realizzazione e ad alcune trovate di regia ai limiti del delirio. I momenti migliori sono quelli in cui compare il sindaco: questo assurdo personaggio abita in una specie di castello, i cui interni (porte e finestre compresi) sono tappezzati di quadri, in maggioranza croste di pessimo gusto, pure appese storte. Il primo cittadino organizza anche una specie di OK Corral della Provenza, con i cittadini che sparano centinaia di colpi di pistola e fucile contro gli zombi, senza mai centrarne uno in testa. I paesani si rendono ridicoli con una scena corale assurda, quella del “funerale laico” della lavandaia, di cui parliamo come “scena madre”. Poi ci sono gli zombi. Gli zombi…che dire di questi morti viventi? Sono verdi, verdi come l’incredibile Hulk; dove mai si sono visti degli zombi verdi? Oltretutto, il trucco svanisce pietosamente dal collo in giù, si sbiadisce da una scena all’altra e va a sporcare la pelle delle vittime. A volte hanno gli elmetti, a volte no; occhi perennemente spiritati e conseguente sguardo da maniaci sessuali, gli allegri nazi vanno in giro a muovere le braccia a caso, organizzare assalti selezionati (si buttano soprattutto sulle donne completamente nude) e baciare il collo alle vittime. Di tanto in tanto fanno anche a botte tra di loro, giusto per non farsi mancare nulla. Lo squallore della loro casetta, ovvero il lago, è pari a quello del loro make-up: da fuori sembra soltanto un acquitrino zozzo, ma le scene interne permettono di distinguere chiaramente i bordi di una piscina, in cui qualche volenteroso della troupe ha gettato delle alghe finte. La recitazione degli attori è, come di consueto, miseranda: soprattutto non si capisce quale sia il ruolo della giornalista nella trama: arriva, fa due domande al sindaco e si fa sbranare da uno zombi, peraltro in modo assai ingenuo.
Tutte queste perle aumentano il valore del film, che però non riesce a decollare a causa della lentezza di alcuni dialoghi. Lo consigliamo comunque agli amanti dello zombi-movie.

Produzione: Francia (1981)
Scena madre: dicevamo del “funerale laico”. In pratica, dopo aver trovato il cadavere della figlia di un paesano, il padre e i suoi amici trasportano il corpo sgraziatissimo per le vie del paese, lasciandone intravedere le mutande. Gli abitanti si aggregano, curiosi, finchè le spoglie mortali non vengono depositate davanti a casa del sindaco, e lì abbandonate!
Punto di forza: l’assoluto pressapochismo che è elemento fondante della pellicola.
Punto debole: invece di concentrarsi sullo splatter, il regista Jean Rollin vira sul patetismo con la storiella del nazista dal cuore d’oro. Il film comunque è da vedere.
Potresti apprezzare anche…: Zombi – La creazione.
Come trovarlo: sotto c’è il link della pellicola completa, su Youtube. Altrimenti, esiste il DVD straniero. In Italia è uscito nel solo formato VHS.

Un piccolo assaggio:  (il film completo)

3,5

Curse of the Maya

Puro stile Bruno Mattei!

[Krocodylus1991, Nehovistecose]

Di: David Heavener
Con: Joe Estevez, David Heavener, Amanda Baumann

I Maya tirano sempre, anche grazie al loro calendario che, secondo alcuni squilibrati, annuncerebbe la fine del mondo. Così David Heavener, regista sconosciuto ai più, si butta a capofitto in una storia delirante e sconclusionata, ritagliandosi la parte del bel tenebroso che si tromba la protagonista. Se una battuta può definire un film, questo è il caso: la prima frase pronunciata da Joe Estevez (il fratello di Martin Sheen, vergogna!) è: “mi avevano detto di non comprare case su Internet”. Apprendiamo quindi che Estevez e la sua sgualdrina, che ha tipo quarant’anni meno di lui, sono andati ad abitare in una casa comprata su EBay. E qui parte la prima cazzatona. I due fanno conoscenza con Michael, un burino che di mestiere aggiusta gli impianti eolici e che ha subito messo lo sguardo sulla bella Renèe. Ma l’orrore è in agguato: si scopre che una famiglia di immigrati messicani, discendente degli antichi Maya, è stata barbaramente trucidata da un tizio con il fucile, e ora gli zombi della famiglia cercano vendetta. Perchè, direte voi? Perchè c’è di mezzo un incomprensibile rito Maya che comprende: morti viventi, “grano cosmico” (testuale) che appare e scompare, sogni assurdi e il Sole che si sdoppia in cinque, il tutto senza provocare alcuna sorpresa nei maschi protagonisti. Il film inizia a scorrere quando i non morti attaccano una comitiva di due rapinatori con due ostaggi, o almeno così sembra, facendo tutti a pezzi, per poi dedicarsi a Joe Estevez. Renèe e Michael, ovviamente, sono gli unici superstiti e devono fuggire dall’assalto dei ridicoli zombi. Il finale è un delirio mai visto: Renèe si inventa una balla clamorosa sul modo per scacciare gli zombi, che mischia impunemente cristianesimo, religione Maya e altre vaccate senza senso. Nel colpo di scena telefonato, veniamo a sapere che Michael è in realtà il killer, che si giustifica così: “lei è rimasta incinta, e ho dovuto uccidere tutta la famiglia”. Trovare la connessione tra i due fatti è compito del pubblico. La scena finale è spassosissima, ma per non spoilerare la scriveremo nella sezione “scena madre”.
Dal punto di vista tecnico, salta subito all’occhio la fotografia: il film è del 2004 ma se mi avessero detto che era del 1972 ci avrei creduto. La mia digitale ha una nitidezza e dei colori molto migliori. Sulla recitazione c’è poco da dire: l’incapacità regna sovrana, e la sceneggiatura è talmente folle che neppure Laurence Olivier avrebbe saputo renderla credibile. La carta vincente (trash, s’intende) sono i numerosi buchi logici, talmente numerosi che viene il sospetto di qualche errore di montaggio. Innanzitutto, Joe Estevez è il dottore meno professionale della storia: beve, violenta la paziente-amante e in una sequenza memorabile la lascia sola per giorni a casa senza un motivo plausibile! Poi gli zombi lo divorano, ok, ma comunque l’intenzione era quella. La mitologia Maya è letteralmente presa a pesci in faccia dallo sceneggiatore. Innanzitutto, quando i Maya dicono “quinto Sole” intendono “quinto ciclo temporale”, e non pensano seriamente a cinque soli che splendono in cielo. Poi, non risulta che la religione Maya comprendesse zombi alla Romero che si nutrono di carne umana. Infine: se stiamo parlando di religioni centroamericane che non hanno mai visto il cristianesimo, perchè mai la soluzione dovrebbe essere “piantare delle croci sui luoghi delle sepolture”? Si tratta di errori clamorosi, che una semplice ricerca su Google avrebbe potuto evitare, ma Heavener era troppo occupato a scrivere il suo capolavoro. In ultimo, ci sono degli elementi di cui noi non abbiamo capito il significato. Perchè Michael, morso dagli zombi (esilarante la scena in cui si porta al collo il bambolotto-morto vivente fingendo pateticamente una lotta), diventa uno di loro e il dottore no? Perchè alla fine compare un altro zombi anche se il problema doveva essere risolto? Domande destinate a restare senza risposta. Così come sconosciuto resterà il motivo di tre siparietti erotici con poppe in evidenza, arricchiti da musicaccia dance-trash che nemmeno nelle peggiori discoteche di periferia. Buona visione!

Produzione: USA (2004)
Scena madre: ecco lo spoilerone. In pratica, Renèe si mette con un ragazzo ritardato del luogo, e adottano una piccola messicana. Viene a trovarli una trippona cinese, assistente sociale stronzissima, che va a fare delle domande alla piccola. Alla domanda “hai fame?”, la marmocchia si trasforma in un altro zombi (così, a caso) e sentenzia: “sì, una fame del diavolo, e adoro il cinese!”. Cult!
Punto di forza: dopo l’apparizione del primo zombi il livello trash aumenta senza sosta fino alla fine.
Punto debole: i primi tre quarti d’ora sono un supplizio medioevale!
Potresti apprezzare anche…: La tomba.
Come trovarlo: è pressochè introvabile. Comunque, su Youtube esiste la versione completa in italiano.

Un piccolo assaggio:  (per chi mastica un pò di spagnolo, i primi, terribili minuti)

Vampires VS Zombies

WTF?!?

[Krocodylus1991, Nehovistecose]

Di: Vince D’Amato
Con: Bonny Giroux, C.S Munro, Maritama Carlson, Peter Ruginis

L’accoppiata vampiri-lesbiche è tipica dell’horror di serie Z, come dimostra un titolo inequivocabile qual’è Vampiros lesbos di Jesus Franco. Ma Vince D’Amato non è tipo da accontentarsi, ed ecco che ci aggiunge gli zombi. Domanda: che c’azzeccano i morti viventi con i nipotini di Dracula? Risposta: in questo genere di film bisogna accettare qualsiasi cosa senza interrogarsi sui motivi o su spiegazioni più o meno razionali. Vampires VS Zombies ha una delle trame più intricate e senza senso che si siano mai viste, e pertanto ci limiteremo ad elencare alcuni fatti. Cominciamo con due tizi in macchina, Travis e Jenna: lui è un distinto signore pelato, lei una mezza matta che sembra Laurie Holden da giovane e sorride sempre, soprattutto nei momenti più inopportuni. Pur avendo al massimo tre o quattro anni di differenza, i due sono padre e figlia, e vanno non si sa dove. Vedendo un ridicolo zombi con la faccia nera in mezzo alla strada, invece di evitarlo, cosa che potrebbero fare facilmente data l’incredibile lentezza dei non morti, lo centrano in pieno con uno splendido effetto-manichino di gomma. La radio parla di un’epidemia dai chiari tratti zombeschi. Si fermano e una signora, con una poveretta imbavagliata in auto, gli affida la figlia Carmilla. Ma così, a caso, o almeno credo. I tre vanno in una stazione di servizio dove succede di tutto e di più: il titolare (occhio al portachiavi da venticinque chili) viene vampirizzato ma si comporta come uno zombi, una ragazza di nome Bob consegna a Jenna un amuleto, Bob e il titolare vengono uccisi non si sa da chi. Poi viene introdotto questo burino texano chiamato il Generale, che apprendiamo essere amico di Travis grazie a una telefonata, e che ha un piano concordato con lui. Il tizio s’imbarca in macchina la sorella di Carmilla, che si spaccia per lei, ma non lo è, però è un vampiro e viene uccisa ma allora perchè è successo tutto questo, mah, che ne so (ho bisogno di una vacanza). Poi Jenna e Carmilla offrono un paio di lesbicate, Jenna viene vampirizzata, così sembra, e fa dei sogni assurdi sulla madre di Carmilla vestita di bianco e un dottore con una siringa gigante che poi viene trovato squartato nella vasca da bagno di non so quale casa (guardate bene il fantoccio!). L’incomprensibile pastrocchio va avanti così per un pò, fino a scoprire che la figlia del Generale è stata semi-accoppata da Travis. Il Generale prima gli pianta un paletto nel cuore (ma dopo cinque minuti Travis non reca traccia della ferita!), poi cambia idea, ammazza la figlia e decide di uccidere Carmilla. Ma Jenna è più furba e fa fuori padre e Generale, vogliosa di copulare con la sua compagna vampira. Ma ecco che tornano gli zombi, dimenticati dal quindicesimo minuto circa e riapparsi così a caso, che sventrano le due. Presa per il culo suprema: una voce finale fuori campo che dice “quando furono chiamati, resuscitarono”. Tralasciamo le scene del manicomio, il siparietto del militare-zombi e altre amenità.
Il nome Asylum tra i distributori (ma c’è dibattito su questo dato) non faccia pensare a una tamarrata in CGI. Semplicemente, questo film non ha senso. Il regista si prende dannatamente sul serio e gioca le carte più abusate: confusione sogno-realtà, un paio di scene che vorrebbero essere erotiche ma lo sono quanto un documentario sull’asciugatura della vernice, colpi di scena indubbiamente non telefonati (sono inseriti a caso, come potremmo prevederli?) e splatter da due soldi, con le facce degli zombi pitturate (male) con la tempera nera e gli organi interni fatti di pongo, mentre il sangue è probabilmente ketchup. La cosa che lascia perplessi è l’assoluta impassibilità dei protagonisti di fronte a determinati eventi: l’esistenza dei vampiri e degli zombi è accettata come fosse di routine, ma allora perchè tutti quei commenti allarmati alla radio? Implausibile, oltretutto, il clima apocalittico che D’Amato vorrebbe creare; mentre gli speaker diffondono notizie catastrofiche di epidemie e contagi, la vita scorre normalissima intorno ai personaggi, tant’è che le stazioni di servizio sono aperte, il servizio di polizia funziona e le macchine viaggiano tranquillamente insieme alla famiglia di Jenna. Anche il richiamo al romanzo Carmilla di Le Fanu è pretestuoso: i punti in comune sono vicini allo zero, e la trama è totalmente diversa. L’interpretazione degli attori non incoraggia: a parte la squinternata Jenna, tutti recitano come robot, non esprimendo alcuna emozione neppure quando si uccidono fra loro. Un esempio clamoroso è quello della poliziotta: questa donna insinuante si beve tutte le bufale di Travis senza muovere un sopracciglio, e usa lo stesso tono di voce sia per accusare i tre sia per offrirgli aiuto con il motore.
Facciamo così: se qualcuno riesce a spiegarci la trama nella sua interezza, lo scriva qui sotto nei commenti. Gli offriamo una pizza e una bibita a scelta.

Produzione: USA (2004)
Scena madre: uno zombi che fa una fatica del diavolo per uscire da una grata e perde il caschetto giallo da cantiere. Disinvolto, lo rimette in testa (ma che je frega a uno zombi del casco?) appena in tempo per farsi investire dal Generale.
Punto di forza: non riuscirete a prevedere la successione degli avvenimenti. In un certo senso, è un film tutt’altro che scontato.
Punto debole: l’assenza di scene forti, che lo rende tutto sommato abbastanza noioso.
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Come trovarlo: in DVD, ma non l’abbiamo mai visto in nessun negozio. Conviene ordinarlo.

Un piccolo assaggio: (l’assurdo scontro tra il Generale e la vampira!)