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Arachnoquake

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AH AH AH!

Di: Griff Furst
Con: Edward Furlong,  Megan Adelle, Gralen Bryant Banks, Paul Boocock,Tracey Gold

Sharknado? Pfui!
Ok, ok, il capolavoro della Asylum è uscito l’anno dopo. Quindi, tecnicamente, potrebbe essere Sharknado ad essersi ispirato ad Arachnoquake. Boh. Però il legame tra i due film è evidente: Sharks + tornado = Sharknado, Arachno + quake (“terremoto” in inglese) = Arachnoquake. Semplice semplice. E se queste erano le premesse, cosa poteva venirne fuori se non un trashissimo monster-movie senza capo nè coda?

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Che scena scontata, ma puoi?

La Louisiana è sotto attacco: giganteschi ragni preistorici in digitale emergono dal sottosuolo, sono capaci di sputare fuoco e camminare sull’acqua, e sono stati disturbati dalle solite multinazionali stronze, che trivellano il terreno e disturbano il sonno delle bestiole a otto zampe. Come se non bastasse, i ragnozzi attaccano l’uomo, creando bubboni sottopelle che esplodono rilasciando altri ragni, i quali crescono piuttosto in fretta. Per fermarli si crea un gruppo assai variegato: un giovane sfaccendato puttaniere, delusione di suo padre e della sorella bonazza, si trova a guidare un pullman con sopra un paio di ragazzi, un vecchio e una coppia di deficienti che vogliono fare un giro turistico. A distanza, un altro pullman, guidato dal padre dei due ragazzi, trasporta delle adolescenti succintamente vestite a un torneo di baseball (ci si veste così alle partite?), e deve fronteggiare la stessa minaccia degli aracnidi, che hanno ormai invaso la città. L’intervento dei militari (dieci-dodici in tutto, i mezzi sono quelli che sono) non è sufficiente: l’alleanza bifolchi locali-turisti-esercito nulla può contro la mostruosa regina aracnide, un buffo ragnone rosa grosso come un camion e parecchio incazzato. Spetta allora all’insulso protagonista, che si riscatterà vestendosi da palombaro e affrontando il mostro finale con stratagemmi che ci rifiutiamo di riportare per rispetto al nostro senso della vergogna.
Diretto da Griff Furst (suoi gli imbarazzanti I am Omega e 100 million BC) e scritto da una nostra vecchia conoscenza, Eric Forsberg (che qui abbiamo intervistato), Arachnoquake non è un film della Asylum, ma ci somiglia molto, e non solo per i nomi illustri. Canovaccio di partenza con mostri giganti in città, il numero minimo di comparse, qualche attore ripescato dall’oblio: la strategia è quella. Stavolta tocca a Edward Furlong l’ingrato ruolo di ex-celebrità: vi ricordate il ragazzino di Terminator 2 e il ragazzo problematico di American History X? E’ invecchiato, e secondo noi non così bene: bolso come John Travolta, interpreta il coach che accompagna le ragazzine con minigonna giropassera, e affronta i ragni a colpi di mazza da baseball. Per esigenza di sceneggiatura, è pure costretto a mettere in atto l’incidente più ridicolo della storia, con l’autobus che, a una velocità estremamente contenuta, sbanda e va a sbattere come se fosse ai duecento all’ora.

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Certo che passare da James Cameron a questa roba qui è proprio una finaccia, povero Furlong.

Non c’è molto da dire sui ragnoni: sono fatti malissimo, con una grafica orripilante, le loro dimensioni variano a seconda delle esigenze, e le comparse si gettano letteralmente nelle loro fauci per simulare aggressioni credibili, con una nota di merito per il vecchietto iniziale che, pur di non affrontare un ragno non così spaventoso (5 cm, a occhio), si lascia cadere in una buca senza fondo. Altri personaggi, invece, inciampano ripetutamente nel solito ramo che emerge dal terreno, nel disperato tentativo di rendere un pò verosimile l’assalto degli zamputi animaletti.
Una nota di merito sulle location: il film è interamente girato nella vera Louisiana, rappresentata nel modo più stereotipato possibile come un posto in cui abitano solo neri ignoranti, vecchi rincoglioniti e bifolchi bianchi razzisti. Inoltre, evidentemente a causa della povertà di budget, appena l’inquadratura si allarga è possibile vedere distintamente gli abitanti di Baton Rouge che, incuranti del set del film, camminano e fanno la loro vita come se niente fosse! Persino le macchine, nonostante il traffico di ragni grossi quanto cinghiali in mezzo alle strade, procedono lentamente, così come i pedoni sui marciapiedi.
Insomma un film non del tutto riuscito (certi intermezzi familiari, come in tutti i film di questo tipo, sono noiosissimi e poco utili), ma che strapperà più di una risata agli amanti di questa robaccia. Come noi.

Ah, chi scrive è aracnofobico. Bastardi maledetti.

Produzione: USA (2012)
Scena madre: l’assalto finale del buffissimo ragnone rosa che va a fare la ragnatela tra due palazzi affrontato da quel buzzurro del protagonista in tuta da palombaro.
Punto di forza: è divertente, in parecchie scene. E poi potrebbe dare il via ad un filone, ad esempio: pecore giganti (“sheeps”) più uragano (“hurricane”) che diventa SHEEPSICANE. O qualcosa del genere.
Punto debole: se si esclusono i patemi familiari dei personaggi, non ne ha. Forse avremmo preferito osasse un pò di più.
Potresti apprezzare anche…: bè, dai, stavolta è facile.
Come trovarlo: il mercato americano ci permette di averlo in tutti i formati, nonostante il successo assai minore rispetto a Sharknado.

Un piccolo assaggio: (il commento “this movie was biggest shit i’ve ever seen” sotto questo video ci manda subito in visibilio)

3,5

Juan of the dead – Juan de los muertos

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Bisogna dire che, tra questo e il Che Guevara zombi, le locandine sono geniali.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Alejandro Brogués
Con: Alexis Días de Villegas, Jorge Molina, Andrea Duro, Andros Perugorría, Jazz Vila, Eliecer Ramírez

“Oh, c’è una commedia zombi ambientata a Cuba, la guardiamo?”
Comincia così la nostra scoperta di Juan of the dead, zombi-movie satirico cubano di cui ci avevano detto un gran bene. Il filone yankee dei morti viventi ha un pò rotto le palle, diciamoci la verità: sono stereotipi che si ripetono di continuo, e anche il ridicolo involontario sempre uguale a sè stesso dopo un pò annoia (no, non è vero, continueremo a guardare i B-movies zombeschi americani perchè ne siamo dipendenti, aiutateci, è una malattia). Le recensioni online ci avevano illusi su questa produzione very-very-very-very-low budget, addirittura paragonata al geniale Shaun of the dead (se non sapete di che si tratta, vergognatevi). A nostro avviso, a unire i due film è soprattutto la fonetica del titolo. E poco altro.
Juan è uno sfaccendato cubano che ha superato i 40 anni: passa le giornate a spiare le vicine di casa, accompagnato dal suo amico guardone e pippaiolo Lazaro, si concede a una serie di focose amanti, e ha una figlia bona che però lo tratta come l’irresponsabile che in effetti è. Ex-soldato della guerra angolana, si guadagna da vivere arrabattandosi con un pò di pesca. Un giorno, l’isola caraibica è preda di un’epidemia di zombi che si allarga a macchia d’olio, nonostante i media del regime castrista ne addossino la responsabilità ad improbabili “dissidenti pagati dagli USA” (la regola del “chi ti paga?” in politica è un vero e proprio must globale). Questa apocalisse non scompone più di tanto Juan, che essendo un maestro nell’arte di arrangiarsi trova subito un modo per lucrarci: aprire un’agenzia per uccidere i parenti zombi dei cubani! L’idea sembra funzionare, grazie al formidabile team formato da Juan, Lazaro, il di lui figlio, la figlia bona e un trans che si porta dietro un enorme nero muscoloso, che però deve combattere bendato perchè sensibile alla vista del sangue (!). Ovviamente la pacchia durerà poco, perchè presto Juan e la sua squadra si accorgeranno che un’apocalisse zombi non è particolarmente facile da gestire in un business portato avanti da quattro pigri disperati.
I presupposti per un filmone formidabile c’erano tutti: pochi soldi, nessuna paura del politicamente scorretto, attori raccattati per strada (letteralmente) e uno spirito da commedia che permette di uscire dai canoni dell’horror zombesco. Ma Alejandro Brogués, semplicemente, non lo fa. Come spesso accade in questi film, bisogna considerare l’elemento horror alla pari di quello umoristico. Bene: l’elemento horror è una sequela interminabile di scene prese paro paro al cinema americano, con tanto di colpi di scena telefonatissimi che chiunque di noi è riuscito ad anticipare di un bel pò di secondi (compreso un fantamorto improvvisato che ha subito dato i suoi frutti). E l’elemento “da ridere”? Il problema è che l’umorismo del film è terribilmente dozzinale, e le “battute sagaci” si limitano a ricalcare i tormentoni di commedie becere a noi italiani ben note (oh ragazzi, ma davvero qualcuno ride ancora per la ripetizione delle parole “culo”, “cazzo” e “pompino”? Questo è il massimo dell’umorismo cinematografico mondiale? Il trans che fa doppi sensi sul proprio culo? Le prostitute tettone? A quel punto mi tenevo Christian De Sica), e come se non bastasse le due fasi si mischiano senza un minimo di costrutto.
Prendiamo Shaun of the dead: le situazioni horror e quelle comiche sono perfettamente mischiate, il non realismo è perfettamente bilanciato grazie alle trovate di sceneggiatura. Qui sembra che nessuno sapesse bene dove accidenti andare a parare e abbiano deciso di girare certe scene sul momento. Non è una questione di budget: anche su questo blog abbiamo recensito film fatti con dieci lire e un soldo di cacio, ma ricchi di fantasia e talento, o almeno buona volontà. Juan of the dead sembra girato da quattro amici con pochissima voglia che lo fanno solo perchè costretti. Il contrario dello spirito da serie Z che ci piace tanto.

Postilla: sì, ok, ci sono delle battute divertenti su Cuba, sul castrismo e sulla rappresentazione che i cubani hanno della loro storia. Va bene, le frecciatine a Fidel Castro le apprezziamo. Anche qui, però: veramente la satira più raffinata e ficcante sulla società cubana è “sono tutti zombi, ma tanto anche prima laggente era poco sveglia”? Dai, su, si può fare di meglio. Molto meglio.

Produzione: Cuba\Spagna (2011)
Scena madre: non è niente di che, ma la scena del pastore yankee ci ha spiazzati.
Punto di forza: oh, pare sia piaciuto a tutti tranne che a noi, c’è chi ha gridato al capolavoro. Magari siamo noi dei poveri stronzi e il film è una perla visionaria, chi lo sa.
Punto debole: le nostre (troppo alte) aspettative.
Potresti apprezzare anche…: Bong of the dead.
Come trovarlo: il fatto che una cosa del genere sia stata doppiata mi fa pensare che ci sia speranza per qualunque ragazzo sfaccendato che voglia provare a fare film amatoriali con gli amici. Non mollate!

Un piccolo assaggio: (anche nei commenti sono tutti entusiasti, ci sentiamo un pò degli snob a non parlarne troppo bene)

2

Bruno Mattei – L’arte di arrangiarsi

Se dovessimo selezionare un regista per un film sulla nostra vita, probabilmente non sceglieremmo Bruno Mattei. Uno Spielberg, un Kubrick, per i più audaci un John Carpenter. Se però dovessimo realizzare quel film con un budget risicato, nessun effetto speciale a disposizione, e per qualche motivo volessimo ugualmente shockare e impressionare lo spettatore, allora l’artigiano del cinema romano sarebbe in cima alle nostre preferenze. Attraverso quarant’anni di cinema italiano, quattro decenni vissuti sempre in quell’ambigua etichetta che corrisponde alle parole “di genere”, Bruno Mattei ci ha insegnato che non esiste film troppo brutto, troppo spudorato o troppo estremo: quando il lavoro chiama (e per Bruno Mattei il cinema è sempre stato innanzitutto lavoro), si può solo rispondere affermativamente.

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“Mi ricordo che negli anni 70 un regista di genere guadagnava circa 8 milioni di lire a film, paragonabili a 40mila euro di oggi. Certo, se pensi ai soldi che girano in tasca a uno Spielberg…”

Bruno Mattei nasce a Roma nel 1931. Come per moltissimi registi suoi coetanei, la sua carriera inizia con una robusta gavetta: sceneggiatore, montatore, aiuto regista. Mattei collabora con registi come Jesus Franco e Joe d’Amato, stringendo sodalizi che dureranno negli anni: in particolare, si dimostra un abile montatore, capacità che sarà il filo rosso dell’intera sua filmografia. Il genere è principalmente quello del women in prison: erotismo (qualche volta in forma di pornografia esplicita), torture, ambientazioni esotiche o nazisteggianti. La censura si abbatte sistematicamente su questi film girati con pochi mezzi e, diciamocelo, scarsa qualità: lo scopo di sconvolgere lo spettatore viene però raggiunto, e il pubblico, malgrado tutto, apprezza: Mattei è pronto per il suo esordio alla regia. Fino al 1980 a farla da padrone sono principalmente pellicole soft-porno: Cicciolina amore mio (co-diretto con il re dell’hard italiano Riccardo Schicchi, “creatore” dei personaggi di Cicciolina e Moana Pozzi), Cuginetta…amore mio! (ah, i titolisti dell’epoca…), Sexual aberration. La carriera di Mattei potrebbe anche adagiarsi tranquillamente nel circuito pornografico, e spedirlo dritto dritto nell’oblio: Internet era ancora molto lontano, il cinema a luci rosse era un’industria fiorente e diffusa, e i guadagni più che soddisfacenti. Ma nel 1980 succede qualcosa, un punto di rottura nella fin lì normalissima carriera di Mattei.

Bruno Mattei (4)

“Volevo mettere nel film [Virus] un pò di “canzonatura”, cosa che poi fu ripresa dagli americani. Si trattava sostanzialmente di smitizzare questa storia dei morti viventi, presi così maledettamente sul serio dalla trilogia romeriana…”

Zombi di Romero è uscito solo due anni prima: i morti viventi hanno riscosso un successo planetario. Mattei, che non si fa pregare quando c’è un sottogenere americano da italianizzare, realizza insieme a Claudio Fragasso (che lui definirà bonariamente “uno che fa un gran chiasso e non capisce un cazzo”) Virus – L’inferno dei morti viventi. Il film, basato su un’epidemia zombi vista con gli occhi di quattro soldati spediti in Nuova Guinea, riprende moltissime sequenze direttamente dal capolavoro di Romero, ambientate però in Guinea (in realtà la Spagna), e soprattutto ha la stessa colonna sonora. Mattei raccontò di come avesse chiesto a Bixio, editore musicale dei Goblin, di poter utilizzare le musiche di Zombi per il suo film; essendo “molto amico” di Mattei, non ci fu alcun problema. Pare che i Goblin non la pensassero proprio allo stesso modo sul fatto che le loro musiche venissero utilizzate in più film solo per una questione di guadagni, ma questa non era cosa che potesse impensierire Mattei e il suo socio. Virus, che presenta effetti speciali molto caserecci e l’interpretazione assolutamente sopra le righe di Franco Garofalo nel ruolo del soldato Zantoro, divenne un cult. La coppia Mattei-Fragasso era pronta per ritagliarsi uno spazio nel cinema di genere. Nei crediti, Mattei si firmò come Vincent Dawn, primo di tantissimi pittoreschi pseudonimi adottati dal regista di Roma: Jimmy Matheus, Pierre LeBlanc, Bob Hunter, William Russell. Oltre ad essere un tratto distintivo suo e di Fragasso, questo continuo cambio di pseudonimo renderà ancora più difficile stilare una sua filmografia completa. Mattei è camaleontico, specializzarsi in un singolo genere è qualcosa di estraneo al suo modo di lavorare, così come limitarsi al mercato italiano: d’altra parte, gli pseudonomi erano una prassi diffusa nel cinema del Belpaese, fin dai tempi di Sergio Leone\Bob Robertson in Per un pugno di dollari.

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“Alcuni errori nei film erano davvero dilettanteschi, ma questa non è una critica: erano film di cassetta, erano fatti così. Mattei era un tipo simpatico, ma non so quanto fosse davvero interessato al cinema…” (Al Festa su Bruno Mattei)

Il decennio 1980-1990 costituisce l’apice della “contaminazione” matteiana: women in prison (Violenza in un carcere femminile, 1982), erotico (Nerone e Poppea, 1982), post-apocalittico misto a horror (Rats, 1984, in cui l’utilizzo di ambientazioni riciclate dalla lavorazione di C’era una volta in America aggiunge un ulteriore tocco di stile allo stile del regista), ancora zombi (Zombi 3, 1988, frutto di una clamorosa collaborazione Mattei-Fulci-Fragasso), azione bellica (Strike Commando, 1987), fantascienza (Terminator 2, 1990), fantascienza bellica (Robowar, 1989). Nessun genere è risparmiato dalla furia iconoclasta del duo e di Mattei in particolare. Il copione è sempre lo stesso: film “commissionati” per sfruttare questo o quel successo cinematografico, spesso made in USA; budget ridottissimi; possibilità, per l’artigiano Mattei, di utilizzare tutte le proprie trovate estreme e trash e tutti i propri mezzi, spesso con un gruppo di attori ricorrenti (Romano Puppo, Massimo Vanni) e con Al Festa alle musiche. Le pellicole sono generalmente ricalcate senza alcuna vergogna su altri film più celebri (Zombi, Robocop), con l’apoteosi di Terminator 2 – Shocking dark, che oltre a sfruttare ignobilmente il titolo del kolossal di Cameron mischia in maniera abbastanza casuale elementi di quest’ultimo e di Aliens ambientati in una Venezia post-apocalittica!

Marchio di fabbrica del duo, ma soprattutto di Mattei, è l’utilizzo di spezzoni tratti da documentari, o direttamente da altri film: la differenza è palese, spesso si tratta di ambientazioni totalmente diverse e di grafiche ancora più distanti, che creano un effetto straniante e involontariamente comico. Ma Mattei non è uno che abbia mai avuto problemi a lavorare con materiale scadente: che fossero film porno o cannibal-movies, gore o fantascientifici, il “mercenario” faceva ciò che gli veniva chiesto, sempre con un gusto particolare per l’eccesso e lo shock. Massacrato dai critici (non senza qualche ragione, per la verità), disprezzato dal pubblico più sensibile, Mattei faceva la fortuna dei produttori per la sua poliedricità: lui faceva sì film di serie C (ma anche D, E, Z…), ma non c’era genere che non rientrasse nel suo palmares. Pur sbertucciando sempre i “pregiudizi” della critica verso il cinema di genere, alimentava questo suo personaggio con dichiarazioni che bene rendevano la sua concezione del cinema (a un giornalista che gli chiese se avesse mai ripreso un vero lebbroso per risparmiare sul make-up, rispose: “no, ma mi hai dato un’idea!”), senza pretese autoriali, ma considerando il cinema come un lavoro, per quanto particolare, con i suoi meccanismi, le sue opportunità e le sue vicende umane. Gli anni ’90 e i primi del nuovo millennio vedono tramontare il cinema di genere italiano. Molti registi si rassegnano e si convertono a generi nuovi, o al lavoro in tv. Molti, ma non Bruno Mattei: lui continua imperterrito a sfornare pellicole su pellicole, sempre con budget ridicoli e sceneggiature ancora più ridicole. E’ un ritorno alle origini per Mattei, che decide di virare nuovamente sull’erotismo, con una serie di soft-thriller molto dimenticabili (Snuff killer – La morte in diretta, Belle da morire). Il cinema del duemila sembra aver dimenticato la stagione dei Mattei, dei d’Amato e persino dei Fulci (anche se quest’ultimo subirà una rivalutazione post-mortem). Ma Mattei tira dritto per la sua strada, e riesce a girare addirittura dei cannibal-movies fuori tempo massimo (Mondo cannibale), una sorta di mischione tra Dal tramonto all’alba e La mummia (La tomba), un women in prison (Anime perse), e soprattutto due film di zombi, tra cui il delirante Zombie – The beginning, entrambi inediti in Italia, e non importa che nel frattempo il mondo sia cambiato e la percezione del cinema non sia più la stessa.

Sono le ultime cartucce del regista, che muore nella sua Roma il 21 maggio del 2007. Contrariamente a Fulci, non sembra ci si appresti a rivalutarne l’opera, e in effetti non pensiamo che fosse quello l’intento di Mattei. Non risulta che girare capolavori sia mai stato un suo obiettivo: piuttosto, ha dimostrato come l’eccesso e la povertà di mezzi non siano inconciliabili, e che con la giusta dose di spudoratezza e inventiva si possono realizzare dei film. Che sicuramente non brillano per qualità o accuratezza della realizzazione, ma che sono nel cuore di ogni romantico adoratore del cinema di serie B. O D, o E, o Z…e tornando alla scelta del regista per un film sulla propria vita, no, non sceglieremmo Bruno Mattei. Ma se lo facessimo, statene sicuri, riuscirebbe a girarlo con diecimila lire, Al Festa alla colonna sonora e spezzoni di cresime e matrimoni altrui inseriti nel filmato.

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“Sergio Grieco ha fatto degli ottimi film, eppure anche per lui mai nessuna ribalta significativa: oggi non si sa neppure se sia mai esistito. La cosa più triste è che al funerale di Sergio c’eravamo solo io e il produttore. Ma il mondo del cinema è spesso così, crudele e senza riconoscenza.”

 

Le citazioni di e su Bruno Mattei sono tratte da:

Questa bella intervista al regista

Questa nostra intervista ad Al Festa

Godmonster of Indian Flats

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Guardate che bella questa VHS della collana “Sexy Shockers”. Ma se non si vede neanche una caviglia nuda!

Di: Fredric Hobbs
Con: Christopher Brooks, Stuart Lancaster, E. Kerrigan Prescott, Peggy Browne, Richard Marion

Indian Flats, USA. La vita di questa piccola comunità di bifolchi sembra andare avanti nella solita routine quotidiana, tra razzismo, risse becere e fiere di paese ancor più becere che nemmeno quelle tra le risaie del nord-Italia. Tutto cambia quando uno scienziato individua nella stalla di uno dei rozzi contadini una specie di embrione di pecora mutato, nato dopo una notte nella quale il margaro, dormendo nella stalla, ha avuto delle visioni stranissime dovute a (boh, non ce lo dicono mai). L’embrione cresce e diventa un…una specie di…un pecorone storto e goffissimo ma bello grosso, che semina il terrore. Lo scienziato e i suoi amici, oltretutto, dovranno vedersela anche con un gruppo di cowboy razzisti che tentano di linciare un tizio di colore per futili motivi; ovviamente, l’inguardabile pecorone non sarà la bestia più feroce…
Questo film ci lacera interiormente. Le intenzioni di critica sociale degli autori sono evidenti: la società rurale statunitense è rappresentata in tutta la sua grettezza e chiusura mentale, persino troppo: i personaggi sono sgradevoli e malvagi, i conflitti all’ordine del giorno, il finale atroce e senza speranza. Tutto ciò è lodevole. Il problema è che, non si sa per quale delirio mentale, Fredric Hobbs ambienta tutta questa bella roba in una storia di pecora mutante buona-ma-anche-cattiva (tipo King Kong, per capirci, scusate la bestemmia), oltretutto in un film molto noioso per almeno due terzi della sua durata. L’azione si sviluppa infatti nell’ultima mezz’ora, mentre prima ci si limita a qualche scazzottata per motivi non chiarissimi; anche il lato tecnico, soprattutto nel settore audio-video (soundtrack impresentabile), lascia molto a desiderare, e qui i motivi sono dovuti all’inettitudine più che al basso budget.
La pellicola inizia ad ingranare solo quando il pecorone cresce e si palesa in tutta la sua (posticcia) bellezza: un figurante in un costume presumibilmente scomodissimo, storpio, con escrescenze dalla dubbia identità, che si muove lentissimo e non è capace di fare niente se non terrorizzare chi se ne imbatte. All’inizio, allo stato neonatale, la pecora assomiglia molto a un pollo arrosto di quelli che si vedono nella teca di vetro dell’Esselunga. A un certo punto, più o meno casualmente, cresce e fugge, seminando il terrore (va detto che solo grazie alle spiegazioni dei protagonisti capiamo che si tratta di una pecora, non ne ha davvero l’aspetto, ma in effetti non ha l’aspetto di un bel niente, quindi non poniamoci il problema). O almeno provandoci, a seminare il terrore: l’unica vera vittima è un tizio che muore solo perchè viene buttato già da un tetto, per il resto la pecora fa più paura che danni. Seriamente, va lenta come la quaresima, non ha particolari poteri se non quello di essere brutta, che danni dovrebbe fare? Per fortuna riesce comunque a rendersi protagonista di un paio di sequenze memorabili: il girovagare del “mostro” nel deserto, con un passo davvero letargico che lo fa sembrare la creazione di qualche regista astrattista, e la fantastica apparizione ad un picnic di bambini: gli sciocchi mocciosi non si accorgono dell’arrivo della creatura, nonostante questa ci metta un mucchio di tempo ad avvicinarsi e sia (supponiamo) piuttosto rumorosa, fuggendo terrorizzati solo quando il coso è ormai a un paio di metri di distanza! Come detto, alla fine non è la pecora il vero mostro, ma gli abitanti della comunità di cavernicoli, che lo catturano, lo chiudono in un furgoncino e lo fanno esplodere senza un motivo. Ma il fumo giallo prodotto dal rogo si sprigiona e va a contagiare altri ovini intenti a brucare paciosamente: l’incubo, per i biechi abitanti di Indian Flats, non è ancora finito…per lo spettatore invece sì. Per fortuna, eh.

Produzione: USA (1973)
Scena madre: quella del picnic con i bambini è talmente brutta che l’hanno messa pure nel retro della VHS.
Punto di forza: il mix di (rozza) denuncia sociale e di totale incapacità cinematografica è potenzialmente devastante.
Punto debole: Fredric Hobbs aveva pochi soldi e quindi sceglie di centellinare le apparizioni del suo mostro. Fredric, che è questo pudore? Su su, facci vedere il mostro, tanto il risultato è già compromesso fin dalla stesura del plot!
Potresti apprezzare anche…: andare a una fiera contadina del novarese-vercellese e riempirti di acidi, il risultato dovrebbe essere più o meno lo stesso.
Come trovarlo: come spesso accade per queste pellicole, la lotta alla diffusione online di Godmonster non è esattamente la priorità delle forze dell’ordine internazionali. Il problema è che dovete non solo masticare un pò di inglese, ma anche affinare l’udito, perchè l’audio è pessimo.

Un piccolo assaggio:

(ecco qui gli highlights del pecorone, va’ che bellezza)

2,5

Dead Sushi

Che bello, siamo commossi.

Che bello, siamo commossi.

Di: Noboru Iguchi
Con: Rina Takeda, Kentarô Shimazu, Takamasa Suga, Takashi Nishina, Yui Murata

Tra gli indizi che ci fanno sentire puzza di film trash, un titolo come Dead Sushi, il fatto che sia una produzione giapponese e una locandina fatta con i piedi occupano senza dubbio un posto importante. E infatti Iguchi, che si aggiunge a Nakano nella nostra personale galleria di registi nippo-trash degli anni duemila, non delude e confeziona una pellicola inevitabilmente destinata a diventare un film di culto.
Keiko è una timida cameriera di un ristorante giapponese specializzato in sushi; sottoposta fin da piccola a massacranti allenamenti a suon di arti marziali per imparare a preparare il sushi perfetto, è però poco considerata dal padre e relegata al ruolo di cameriera. La sua occasione di riscatto arriva quando i dirigenti di una grande azienda arrivano al ristorante per assaggiare l’ottimo sushi della casa: un ex-dipendente in cerca di vendetta (caduto in disgrazia e ormai ridotto ad un homeless sbandato) crea infatti un esercito di sushi assassini zombi, costringendo Keiko a dar fondo alle proprie abilità culinario-marziali in una feroce lotta per la sopravvivenza. A complicare le cose, una serie di mutazioni di tutti i tipi che trasformano camerieri e avventori in creature assurde e letali. In un crescendo di mostri grotteschi, riuscirà la povera cameriera a riscattarsi?
Andare al ristorante giapponese il giorno dopo aver visto questo film non ha prezzo: non siamo fanatici del sushi, ma dopo aver visto Dead Sushi siamo divisi tra lo schifo e l’attrazione: anche noi vorremmo vivere come delle creature dei film di Iguchi! Non si risparmia davvero nulla: sushi assassini, tofani omicidi, calamari dotati di lame che uccidono nei modi più improbabili. Favolosa la psicologia del cibo, con i brandelli di sushi che maltrattano un povero uovo spingendolo, intimorito, ad una curiosa alleanza con la bella Keiko. Gli omicidi, splatterissimi e pieni di sangue finto e cartapesta, sono uno più divertente dell’altro, a partire dalla coppia di fidanzatini trucidati da un barbone in una scena da cineteca: la lama-sushi decapita lei, spingendone la testa a un limone durissimo con l’orripilato fidanzato e poi trafiggendoli entrambi con un colpo netto! Ma siamo appena all’inizio: i sushi sgozzano, tagliano lingue, decapitano, fanno esplodere teste e diffondono una specie di contagio che trasforma gli altri cibi in altrettanti assassini (!) e gli esseri umani in zombi-sushi, con l’apoteosi del capopopolo con la faccia da pesce che comanda un esercito di mutanti. Sarebbe impossibile un riassunto anche approssimativo di tutto il ben di Dio qui presente, peraltro immerso in un mare di tettone e maschi arrapatissimi e stupidi che fa cappottare dalle risate (non può mancare il pasto in cui una donna nuda è usata come tavolo da due uomini libidinosi). Prendere sul serio una roba come questa sarebbe impossibile e francamente anche ingiusto nei confronti del regista; notiamo però che Iguchi non risparmia qualche frecciatina ad una certa cultura giapponese e al suo sessismo (il fatto che queste critiche vengano fatte a suon di poppe giganti è invece meritevole di ulteriore dibattito), comprese quelle che a noi spettatori occidentali saranno certamente sfuggite. Ma poi chissenefrega, volevate il sushi zombi? Beccatevi il sushi zombi, con i complimenti della casa!

Produzione: Giappone (2012)
Scena madre: il barbone che aggredisce e uccide la coppia, bellissimo! Non sapevamo se ridere o vomitare!
Punto di forza: la raffinata critica sociale di Iguchi ad una società bigotta, che…ah, ma a chi vogliamo darla a bere? SU-SHI ZOM-BI! SU-SHI ZOM-BI!
Punto debole: a volte Iguchi abbandona il suo spirito geniale per introdurre elementi di comicità banale e scontata, ma a parte questo è davvero un film divertente.
Potresti apprezzare anche…: Big tits zombie, del maestro Nakano.
Come trovarlo: non è mai stato doppiato, e per fortuna! Quanto sarebbe squallido un doppiaggio italiano? Però lo trovate con i sub in inglese, tanto non c’è molto da capire.

Un piccolo assaggio:  (questo trailer per il mercato inglese offre un bel tocco d’ignoranza al tutto)

4

Non aprite quella porta 3 – Night killer

Non aprite quella porta 3 - Night killer

Per evitare noie, i distributori lo esportarono con il più sobrio titolo di Night killer. Peccato che l’assassino non colpisca quasi mai di notte…

[Krocodylus, Satchmo]

Di: Claudio Fragasso
Con: Peter Hooten, Tara Buckman, Richard Foster, Mel Davis, Lee Lively

Sapevate che Fragasso ha diretto questo Non aprite quella porta 3, dando così il suo contributo alla celebre saga di faccia-di-cuoio? Davvero non lo sapevate? Forse perchè non è vero. Night killer (questo il titolo anglosassone del film) non è altro che un sequel apocrifo, intitolato come il famoso film di Hooper più che altro per sfruttarne il successo. Fragasso, che nello stesso anno girò La casa 5, non è nuovo a queste operazioni.
Bastano cinque minuti di film per capire che aria tira: il corpo di ballo meno coordinato della storia, che non azzecca un movimento ritmato manco per sbaglio, si esercita in un teatro. Mentre la capoccia di tale gruppo di disgraziati insulta senza motivo una delle ballerine, interviene un assassino truccato in maniera veramente ridicola, che con un colpo di mano (dotata di artigli di gomma) passa da parte a parte i corpi delle due poverette, non mancando di sgozzare una finta gola. Il cadavere della capoballerina che precipita in mezzo al teatro interrompe il siparietto con musica da pornosoft anni ottanta. La storia si sposta su Melanie (dimenticate le ballerine, erano una scusa per mostrare il killer e un pò di tette), una milfona che viene segregata e torturata dal maniaco mascherato, ma che riesce a sopravvivere grazie al tempestivo intervento di un suo amico, che è un Tiberio Timperi con sfumature di McGyver; la donna perde però la memoria, e non ricorda nè la propria identità, nè quella della figlia, e neppure il volto del maniaco. Un pò di tempo dopo, il maniaco torna a colpire, mentre Melanie è nuovamente segregata da un tizio che prima la segue, poi sotto minaccia si spoglia in un bagno per signore e poi ci prova con lei facendo l’arrapatone che dice “supplicami di baciarti” e “voglio sentirti pregare”. La polizia intanto brancola nel buio, troppo occupata a concedere interviste alla tv (ce ne sono quattro o cinque nel film, e non ce n’è una verosimile) e a seguire i consigli di un assurdo psichiatra che dice fregnacce per tutto il film. La svolta avviene quando Melanie riconosce sè stessa in un giornale e fugge dal proprio viscido carceriere, dopo essersene comunque innamorata in una specie di sindrome di Stoccolma. Salvata dal sosia di Timperi, Melanie affronterà il maniaco nello scontro finale in casa propria, in una riproposizione di quanto successo in precedenza.
Decisamente uno dei peggiori Fragasso di sempre questo thrilleraccio a tinte horror girato senza voglia (e senza vergogna) e sceneggiato da un Fragasso e dalla fidata Rossella Drudi senza un minimo di originalità, a differenza di altri suoi B-movie. Come risultato, seguirne la trama è estremamente difficile: sembra quasi che l’intreccio sia stato ideato di scena in scena, arrivando a un finale non banale, ma anche mal costruito e alla fine pure stupido; insomma, Non aprite quella porta 3 è una cazzatona clamorosa, che risulterebbe insostenibile se non fosse per due fattori: le tette della protagonista, mostrate anche quando non ha senso farlo (tipo la scena in cui si mette in topless, si palpa le tette e si mette a filosofeggiare sugli anni che passano, senza ritegno!), e gli omicidi. Scimmiottando il Freddy Krueger di Nightmare (la maschera bruciacchiata, l’artiglio), Fragasso s’inventa il serial killer più buffo mai visto su schermo, attribuendogli una forza sovrumana (non deve essere facile bucare un torace con degli artigli di gomma, peraltro pochissimo pratici per qualunque uso) e una parlata sboccatissima e supertriviale (“voglio scoparti il cervello, troia” ci ha costretti a mettere in pausa per sfogare le risate), che rendono impossibile la tensione; si arriva al ridicolo più totale nella scena in cui il killer, mascherato, viene perculato e preso pochissimo sul serio da una tizia ubriaca, e reagisce squartandola ricoprendola di fissativo. Le comparse che interpretano le vittime del mostro sembrano fottersene di dare alle scene un minimo di verosimiglianza, infatti camminano invece di scappare e inciampano chissà in che cosa più e più volte, per permettere al lentissimo maniaco di acchiapparle.
Lo scontro finale tra l’assassino e Melanie sarebbe pure divertente, con lui che digrigna i denti e poi si fa sedurre come un qualsiasi coglione, ma Fragasso ci mette pure la prevedibilissima scena finale con la bambina che rimane traumatizzata e si accinge a ricominciare il film in un circolo vizioso senza fine. Niente a che vedere col Fragasso di Troll 2 o con le scoppiettanti collaborazioni con Bruno Mattei.

Produzione: ITA, USA (1990)
Scena madre: gli assurdi improperi dell’assassino, di una volgarità mai vista!
Punto di forza: lo stile di Fragasso, anche se l’assenza di Mattei si fa sentire.
Punto debole: troppe ripetizioni, momenti di noia, e se un film dura ottanta minuti c’è da preoccuparsi. Forse guardarlo la sera di Natale con chili e chili di pranzo coi parenti nello stomaco non ha aiutato…
Potresti apprezzare anche…: La casa 5, altro sequel farlocco targato Fragasso.
Come trovarlo: in VHS, e comunque è molto, molto difficile. Però cercando informazioni abbiamo trovato un mucchio di poster dei film di Fragasso a cifre folli. Qualcuno ci presta 150 euro?

Un piccolo assaggio: (incredibile: non c’è neppure un video di questo film su Youtube! Vabbè, non vi perdete granchè)

2

Fuga dalla morte – Luna di sangue

Di solito le locandine dei dvd le tagliamo, ma ci faceva ridere la faccia della tipa quindi l'abbiamo tenuta duplicata.

Di solito le locandine dei dvd le tagliamo, ma ci faceva ridere la faccia della tipa quindi l’abbiamo tenuta duplicata.

[Krocodylus, Gatoroid, IlCarlo]

Di: Enzo Milioni
Con: Jacques Sernas, Ulla Z. Kesslerova, Barbara Blasko, Alex Berger, Pamela Prati

Le premesse c’erano tutte: un titolo banalissimo, il finire degli anni ottanta, Pamela Prati e un pò di birra scadente rigorosamente in bottiglia di plastica con la quale innaffiare il tutto. Le cose sono andate diversamente da come ci aspettavamo.
Fuga dalla morte (o Luna di sangue, noto anche con il titolo anglosassone di Escape from death) vorrebbe essere un horror-thriller psicologico di quelli che avevano reso grande Lucio Fulci; finisce per essere un micidiale polpettone da telenovela brasiliana che rende imbarazzante Enzo Milioni, specialista in pornosoft. Lo spunto di base è subito poco interessante: Ann, la moglie di uno scrittore, Larry dice di averne visto il cadavere in una stalla: il dottor Duvivier che l’ha in cura indaga ma non trova il corpo; rinviene però una lettera in cui il presunto morto dice di volersi levare dalle palle per un pò. Un anno dopo si presenta a casa di Ann uno che sostiene di essere Larry, che lei sola non riconosce come tale. Questi sono i primi cinque minuti di film: per un’ora non succede veramente nulla: tutti vanno a cavallo, chiacchierano, si inciuccano, indagano senza ricavare una mazza, ogni tanto trombano. Ann è convinta che sia tutta una messinscena per farle confessare l’ipotetico delitto di Larry. C’è anche un vecchio custode sporcaccione, che si fa fare i lavoretti da una ragazzina bionda ninfomane che si struscia sul pacco di chiunque. Ogni tanto muore qualcuno in modo truculento e ridicolo, ma a nessuno sembra fregare più di tanto. Per farla breve: alla fine è davvero una messinscena, e tutto è stato organizzato dal dottor Duvivier per non dover ridare dei soldi ai creditori. Fortuna che arriva la polizia e lo uccide, in una scena della durata precisa di 5 secondi: praticamente, i titoli di coda partono stroncando il patetico “basta dottore” nella bocca dei due poliziotti che chissà da dove cazzo sono spuntati. Uno dei finali più frettolosi mai girati.
Non vorremmo sembrare troppo cauti o raffinati, ma Luna di sangue è proprio una cazzatona. La trama drammatica è del tutto inverosimile e arricchita da omicidi assurdi: teste di cera spappolate da proiettili, una decapitazione con una falce superesagerata, un colpo di pistola che spappola un pene finto veramente ridicolo facendolo esplodere come un pomodoro lanciato contro un muro. Anche l’elemento parapsicologico è buttato a casaccio e senza senso: dai vermi che appaiono nel tubetto del dentifricio (tipica scena horror-trash anni ottanta) alle telefonate da maniaco del presunto vero Larry, che chiama la moglie solo per informarla del fatto che i vermi se lo stanno magnando. Attori e personaggi, degni della telenovela piemontese della Gialappa’s Band, ci hanno lasciati senza parole, nel senso che mai prima d’ora avevamo assistito a un simile scempio attoriale e a dialoghi così pallosi. Nessuno, in nessuna scena, che sia di sesso, di morte o di litigio, esprime la benchè minima emozione: non solo a livello facciale (non vorremmo chiedere troppo), ma neppure nel tono di voce: le vittime degli omicidi, nel dubbio, non urlano neppure! Oltretutto i protagonisti (cioè tutti, il film ha una quindicina di presenze mal contate) sono tutti stereotipi del genere: Pamela Prati che fa la puttanona, la moglie nevrotica e il malvagissimo dottor Duvivier, che fin dalla prima scena da l’impressione di essere un gran pezzo di stronzo e che, per non farsi mancar nulla, parla al passato remoto o all’imperfetto stile verbale dei carabinieri. Aggiungiamo a questa robaccia soporifera il fatto che la componente erotica è totalmente assente (giusto due tette della bionda per una frazione di secondo), e che lo spiegozzo finale rasenta la malattia mentale: lo scrittore Larry che ruba i soldi alla moglie e alle amanti per comprarsi la droga, e per questo si indebita col dottor Duvivier, sarebbe stato eccessivo anche per Un posto al sole o Beautiful.
Chicca finale: contrariamente a quanto il proprio cognome avrebbe lasciato supporre, il buon Enzo Milioni nun c’aveva ‘na lira quando ha girato questa fetecchia, quindi le location sono due: una stalla con mezza giornata di prato e gli interni bui e tetri della casa, nella quale nessuno si cura di aprire le persiane manco di giorno.

Produzione: ITA (1989)
Scena madre: non è proprio una scena perchè dura veramente pochi secondi, ma il modo goffo in cui finisce il film fa sembrare quasi che Milioni si sia vergognato del proprio prodotto. E con ragione.
Punto di forza: ogni tanto le scene splatter impedivano di addormentarsi. Comunque sono poche e fatte coi piedi.
Punto debole: è veramente noioso, al minuto venticinque volevamo levarlo e metter su Breaking Bad. Ma ci piace farci del male.
Potresti apprezzare anche…: l’inarrivabile serie “Lucio Fulci presenta”. Come dite? Ah, anche Luna di sangue fa parte della collana “Lucio Fulci presenta”? Ci pareva…guardate anche gli altri, comunque!
Come trovarlo: risulta ne esista una versione in VHS, e financo in DVD. Comunque, ogni tanto lo passano in tv.

Un piccolo assaggio: 

(sembra incredibile, ma su Youtube non si trova nulla sul film, però abbiamo beccato questo trailer di La sorella di ursula, altra pellicola di Milioni. Apprezzate in particolare la sceneggiatura raffinata e la recitazione sobria)

1

Rise of the zombies – Il ritorno degli zombie

Persino Danny Trejo sembra chiedersi "che ci faccio qui?"

Persino Danny Trejo sembra chiedersi “che ci faccio qui?”

Di: Nick Lyon
Con: Mariel Hemingway, Levar Burton, Danny Trejo

Perchè la Asylum fa certe cose? Nel senso, sappiamo tutti che non conoscono la vergogna. Ma perchè continuano a far uscire film di zombi? Hanno qualcosa di nuovo da dire? Ovviamente no. Anzi, forse sì: qualcuno deve aver detto a Latt e soci che il make-up degli zombi applicato alle comparse nei loro film è illegale in 50 paesi, per bruttezza e approssimazione. Che hanno fatto nel caso di questa ennesima fetecchia? Hanno speso un sacco di sghei per il make-up, che infatti è più che decente: anche gli effetti splatter non sono affatto male. Poi, evidentemente, hanno finito i soldi, e siccome mancavano ancora sceneggiatura, casting e regia si sono arrangiati con quel che c’era.
Il film inizia…anzi, il film non inizia, bensì parte in quarta con un gruppo di persone che sfuggono in una San Francisco invasa dagli zombi, mentre compare il sibillino titolo Il ritorno degli zombie – Fuga da Alcatraz, clamoroso prestito dal capolavoro di Siegel. Dopo un incidente (dovuto alla elevata velocità della macchina, incomprensibile dato che gli zombi si schivano comodamente anche ai 50 all’ora) a sopravvivere è solo una donna incinta, che se ne va per i fatti suoi. L’azione si sposta sull’isola di Alcatraz, dove un altro gruppo di superstiti cerca cure per l’infezione. L’isola è stata sicura fino a quel momento, ma poi gli zombi imparano a nuotare e la invadono: i sopravvissuti scappano con un gommone stile profughi a Lampedusa e arrivano in città, qualcuno per cercare un presunto “punto sicuro”, ovviamente inesistente, e qualcuno in cerca di una cura. I tre quarti d’ora centrali sono costituiti dalle storie personali dei protagonisti: la coppietta disperata, la donna incinta (protagonista di una scena clamorosa), il soldato duro ma buono (il leggendario Danny Trejo, l’attore più famoso e capace del film, che infatti muore subito), il marine ciccione fondamentalista cristiano (Ethan Supplee, il Randy di My name is Earl, serie tv di cui la Asylum ha saccheggiato il cast per le sue porcate horror), la dottoressa milfona bona, uno scienziato pazzo. Quest’ultimo, rintanato in uno sgabuzzino, rivela che in realtà una cura non esiste, che hanno fatto un viaggio a vuoto e che insomma sono dei coglioni. Poi ci ripensa e dice che un vaccino c’è, faccio notare che lo dice con dispiacere, porello. Alla fine rimangono vivi solo il lui della coppietta, il marine ciccione amputato, il dottore e la scienziata MILF. Ah, c’è pure un tizio di colore che, rimasto da solo ad Alcatraz, sperimenta inutilmente cure sulla figlia zombi, per poi esploderci insieme. Il personaggio (come del resto tutti gli altri) è veramente noioso, stereotipato e inutile, quindi ci limitiamo a menzionarlo.
Questa pellicola non è altro che la fotocopia di Zombie apocalypse, da noi recensito poco tempo fa. La si potrebbe tranquillamente ignorare, se non fosse per una novità assoluta: la scrematura creativa. Fin dal primo momento (quando gli abitanti di Alcatraz si lamentano di essere in troppi sul gommone e lasciano indietro lo scienziato di colore, però gli zaini se li portano, begli stronzi) è ovvio che ci sono troppi, troppi personaggi. Che fare? Li si potrebbe tranquillamente accoppare tutti in un colpo solo con un attacco zombi, ma è qui che scatta la genialata: ucciderli uno a uno nei modi più improbabili e divertenti, tenendo alta l’attenzione su un film che altrimenti non varrebbe neppure il prezzo dei popcorn al cinema. E così abbiamo lo scienziato che si fa esplodere dopo essersi tagliato un braccio per nutrire la figlia, Danny Trejo duro e figo che si fa ammazzare da una zombi storpia senza opporre la minima resistenza, gli idioti iniziali che, inseguiti da una decina di lentissimi zombi, corrono ai duecento all’ora schiantandosi contro un palo, la donna incinta. Questa donna, come anticipato, muore nel modo più stupido: sopravvissuta per giorni dentro un’ambulanza, ne esce per farsi mordere da uno zombi nascosto sotto il mezzo, e chiede di salvare il bambino: appena nato, il bambolotto, già infetto, viene prontamente terminato. Il suo personaggio non serviva assolutamente a nulla, se non ad aggiungere una morte inverosimile tra le tante.
Ma sono altre le scene ridicole: una scritta “STAY OUT” sul lato interno di una struttura; lo scienziato che si disossa il braccio come un provetto macellaio e poi si fa le foto da bimbominkia con la figlia zombi; uno zombi impiccato parlante; zombi capaci di nuotare e di arrampicarsi sui liscissimi piloni di un ponte come delle gatte pelose di quelle che si trovano sugli alberi; gli zombi uccisi con dei taser, l’arma più scomoda di sempre. Oltretutto, se è vero che gli effetti speciali sono superiori alla media (ma non tutti, vedi incidente in auto all’inizio), il resto della realizzazione fa acqua da tutte le parti: le inquadrature dall’alto mostrano una San Francisco non particolarmente vivace, ma in cui si vede benissimo lo scorrere del traffico; gli zombi sono a gruppi di 10-15, come sempre la Asylum è sparagnina quando si parla di comparse; gli attori ridono invece di piangere, come nel caso eccezionale del ragazzo orientale. Le spiegazioni sono campate in aria (si dice che non è il cervello a tenerli in vita, ma il metodo per ucciderli è sempre la testa tagliata) e pure le reazioni: di due personaggi infetti, a uno iniettano il vaccino e all’altro tagliano un braccio a dieci secondi di distanza, senza che quest’ultimo si lamenti per la disparità di trattamento!
Insomma l’ennesima zombata made in Asylum!

Produzione: USA (2012)
Scena madre: dunque, è un pò lunga ma merita. La lei della coppietta, in un attimo di pausa, si siede su un tram di San Francisco (ovviamente fermo per mancanza di corrente) e confessa alla dottoressa che prima dell’apocalisse ha trombato con uno sconosciuto a una festa ed è incinta. Dopo cinque minuti di cantilena abortisco-anzi no-ho cambiato idea, la dottoressa scende. Senza un motivo, il tram parte e va a schiantarsi contro un pullman, esplodendo. Il tutto ai dieci all’ora, contro un autobus messo lì apposta e un’esplosione assolutamente impossibile! Oltretutto, il percorso totalmente casuale del tram ci ha fatto venire in mente ben altra scena.
Punto di forza: le scene divertenti sono sparse in tutto il film e rendono meno pesanti gli 82 minuti.
Punto debole: la ripetitività. Signori della Asylum, basta zombi! Copiare The Walking Dead non è la soluzione…potete fare di meglio!
Potresti apprezzare anche…: Zombie apocalypse, sempre della Asylum.
Come trovarlo: ultimamente molti film Asylum vengono doppiati e distribuiti in italiano. Alle volte li passano anche su Sky.

Un piccolo assaggio:  (persino il trailer è copiatissimo da quello della 3a stagione di The Walking Dead!)

2,5

Plankton – Creature dagli abissi

Ho un cugino di 11 anni che avrebbe realizzato una locandina migliore.

Ho un cugino di 11 anni che avrebbe realizzato una locandina migliore.

[Krocodylus, Nehovistecose, Satchmo]

Di: Al Passeri
Con: Clay Rogers, Michael Bon, Laura di Palma, Sharon Twomey, Ann Wolf

Plankton è un rarissimo esemplare di film anni ’80 girato negli anni ’90. Davvero, è in tutto e per tutto figlio di quel decennio che tanta fortuna ha portato al trash cinematografico, eppure è stato girato nel 1994. Atmosfere, personaggi, fotografia e soprattutto musiche (plagiate vergognosamente da quelle, bellissime, composte da Vangelis per Blade Runner) sembrano uscite da un videoclip dei Duran Duran; gli effetti speciali invece arrivano direttamente dal 1915.
Tutto parte da un canovaccio abbastanza puerile: 5 giovani decidono di fare una bella gita al mare al largo di Miami (che viene inquadrata una volta sola all’inizio e da lontano, per quel che ne sappiamo il film potrebbe essere stato girato sul litorale campano), con un gommone. Ovviamente si perdono, ovviamente non sanno cosa fare, ovviamente si imbattono in un lussuoso yacht abbandonato. Decisi a restare lì per un pò e ad approfittarne per fornicare e organizzare festini, i ragazzotti si imbatteranno in una terribile realtà: sullo yacht si svolgevano esperimenti sul plankton, e il frutto di questi esperimenti sono dei pesci di diversi tipi trasformatisi in mostri assassini. Tra le diverse specie spiccano dei piranha preistorici con denti lunghissimi, un uomo pesce e una specie di batterio, che una volta contaminati i ragazzi li trasforma in mostri ancora più assurdi. Mentre uno di loro (quello con gli occhiali che sembra Niccolò Ghedini) si fa un mazzo tanto per risolvere il problema insieme alla fidanzata, gli altri pensano a trombare. Nel mentre, una delle ragazze non si accorge che il suo focoso amante è in realtà contaminato: durante l’amplesso da il via a una scenata indegna a base di protesi in plastica, salvo poi abbandonare la ragazza nuda e senza memoria nel letto. A questo punto tutti capirebbero cos’è successo, ma i protagonisti no, e vanno avanti mezz’ora a scervellarsi sull’accaduto, finchè i due amanti non si rivelano per i mostri mutati che sono. Da lì in poi è una corsa contro il tempo, con lo yacht che dall’interno è grande quanto una portaerei, la coppietta che cerca di fuggire e il mostro che cambia forma ogni cinque minuti. In tutto questo si inserisce anche un buffissimo scienziato: trovato in stato confusionale a dieci minuti dall’inizio, costui praticamente sparisce per ottanta minuti, ritornando nel finale e accoppando il mostro con una siringa, che tra l’altro esplode al minimo contatto con il mostro. Cosa manca, se non una bella esplosione ancora più grande? E infatti è quel che succede. L’unico superstite si trova in mare sano e salvo, almeno prima che il più banale dei finali a sorpresa non faccia piazza pulita.
I due peggiori difetti di questo putridume sono molto evidenti: effetti speciali e abbondanza di situazioni insensate. Gli effetti sono veramente imbarazzanti, non solo per come rappresentano certe cose, ma proprio per quello che il regista ci mostra. Possiamo sopportare le esplosioni sovrapposte talmente male da falsare la prospettiva; possiamo accettare i pesciozzi di plastica manovrati dagli attori stessi e l’orrido uomo-pesce scattoso; e possiamo persino sopportare che i pesci in CG abbiano una grafica completamente diversa dallo sfondo e siano appiccicati con lo sputo. Quel che davvero ci ha fatti ribaltare è l’idea che questi pesci debbano volare. Ma perchè mai? Cosa si è fumato il regista? Peraltro non volano, come dire, “stile aereo”, ma “stile elicottero”, roteando su sè stessi in un movimento che, supponiamo, dovrebbe ucciderli in pochi secondi, perdipiù fuori dall’acqua. Passiamo invece alle più interessanti situazioni insensate. Io capisco la giovinezza, gli ormoni, le belle ragazze in bikini, ma è possibile che i ragazzi del film pensino solo e unicamente a trombare? E non una cosa tipo “magari muoio tra un’ora, tanto vale che me la spasso”, che sarebbe pure comprensibile: da quando mettono piede sullo yacht fino alla scena finale, il copione è sempre lo stesso. Una delle ragazze vomita insetti? La soluzione è andare sotto coperta, in tutti i sensi. C’è una nave abbandonata con un tizio in stato di delirio e dei macchinari misteriosi? Invece di risolvere il mistero o andarsene da lì, pare sia più opportuno provarci con le ragazze. A proposito, le tre figliole passano tutto il film con addosso lo stesso bikini, e i ragazzi con le stesse camicie hawaiiane: ma quanto puzzeranno, dopo un pò? E perchè cercano di fuggire solo alla fine e non quando si accorgono che rischiano la pelle? Perchè sono così scemi? Cosa spinge uno dei testadicazzo protagonisti a trovare una polvere sconosciuta e, per capirne di più, assaggiarla?
In definitiva, Plankton è un film che parte lento, ma prosegue degnamente tra una vaccata e l’altra: le protagoniste non disdegnano di mostrare le tette, i maschi sono scemi, i mostri ridicoli. Tutto quel che possiamo chiedere a uno Z-movie!

Produzione: USA (1994)
Scena madre: sarebbe stato scontato scegliere la sequenza dell’amplesso, con effetti caserecci e mutazioni schifose. Oppure i pesci volanti col tipo che li mena. E invece no: la più ridicola riguarda senza dubbio una delle ragazze: ingravidata dal mostro, costei percorre l’intero corridoio disseminando le sue uova ovunque, e sottolineiamo ovunque, partorendo in totale un quintalotto di uova che non si sa da dove siano uscite.
Punto di forza: il soggetto, particolarmente bislacco, unito agli effetti speciali amatoriali e a una recitazione da internamento, garantiscono scene ridicole di alto livello.
Punto debole: il film fatica a ingranare, e bisogna aspettare qualche decina di minuti per arrivare al meglio. Ma ne vale la pena.
Potresti apprezzare anche…: Monster – Esseri ignoti dai profondi abissi.
Come trovarlo: l’unica certezza è che ne esiste una versione in italiano in VHS, mentre non sappiamo se l’abbiano distribuito in DVD.

Un piccolo assaggio: (altro che piccolo assaggio, ecco il film intero in italiano…buona visione!)

3,5

Sexual parasite – Killer pussy

Inguardabile a partire dalla locandina.

Inguardabile a partire dalla locandina.

Di: Takao Nakano
Con: Sakurako Kaoru, Natsumi Mitsu, Tomohiro Okada

A costo di essere accusato di qualunquismo orientaleggiante, devo fare questo paragone: avete presente quando, in visita a un mercatino, vi fermate davanti alla bancarella dei cinesi? Sapete che troverete solo della roba tarocchissima e di dubbia utilità, ma non potete esimervi dal contemplare cotanta trashosità. Ecco, questo film, come tutte le pellicole di Nakano in generale, è l’equivalente cinematografico di quella sensazione. E’ farlocco all’inverosimile, visibilmente un pretesto per mostrare un pò di splatter e di sesso a buon mercato, eppure attrae. In questo caso il pretesto è la mitica leggenda della “vagina dentata”, incubo di ogni uomo. La tradizione viene recuperata con l’invenzione di un pesce-verme, chiamato Apalacha Mogeta, che infetta le fanciulle trasformando i loro genitali in macchine di morte. A farne le spese sono tre ragazze (ma soprattutto due ragazzi) che si fermano in un bosco. La trama è scontatissima: una delle ragazze contrae il virus e, nel modo più gradevole al mondo (rapporti sessuali totalmente a caso e totalmente promiscui) lo trasmette agli altri quattro imbecilli, che non sospettano nulla nonostante le varie stranezze accadute. La pattuglia dei vivi si riduce sempre più, e nonostante gli sforzi della tettona superstite (che si arma di lame, cacciaviti e attrezzi vari nonostante possieda una pistola carica) il parassita non verrà fermato, e sarà proprio lei a continuarne la riproduzione ai danni di un insulso autostoppista ingrifato.
E’ davvero difficile dare un senso a Sexual parasite, noto anche come Killer pussy. L’unica cosa certa è che trattasi di un film tipicamente giapponese: tette giganti, mostri tentacolati, robe sessuali strane, scolarette sexy e censura dei genitali. La storiella del parassita passa alla fine in secondo piano, e a nessuno spettatore frega molto di come andrà a finire. Accettato questo, i cinquantanove minuti di “film” si dipanano tra una scena assurda e l’altra: nella maggior parte dei casi, non c’è un vero e proprio legame causa-effetto e il senso finale della sceneggiatura è affidato allo spettatore. Di buono c’è che, con un budget che immaginiamo non superiore alle ventimila lire, il maestro Nakano riesce a tirar fuori della roba veramente schifosa e raccapricciante, soprattutto per le spettatrici più sensibili. Ovviamente a far senso sono le situazioni in sè e non l’effetto: è impossibile provare schifo nel vedere degli intestini fatti con cuscini, rane e tentacoli digitali e chili di yogurt spacciati per sostanze tossiche che fuoriescono da tutti gli orifizi delle protagoniste (con un effetto talmente approssimativo da fuoriuscire dai margini dei corpi sconfinando nel dadaismo più assoluto.
Assolutamente inutile cercare un senso nelle azioni dei protagonisti: tutti fanno cose strane e improvvisate, i cui scopi finali sono sempre, essenzialmente due: una scena splatter e le protagoniste che mostrano le tette (non che ci dispiaccia). Tra le scene più insensate: i tre superstiti vedono un cadavere e scappano in tre direzioni diverse, andando incontro alla morte; il ragazzo che, dopo aver visto i cadaveri delle amiche, accetta la (a dir poco sospetta) proposta di una di esse di trombare, permettendole ovviamente di infettarlo col parassita evirandolo; la canzone Se sei felice e tu lo sai batti le mani tradotta in giapponese, non pensavamo esistesse e invece sì; il dottore incappucciato che spunta fuori alla fine solo per puntare la pistola (ma non usarla), piangere sulla moglie morta e poi morire anch’egli. In quanto al finale, è più prevedibile della tamarraggine in un film di Michael Bay.
Cinquantanove minuti di assurdità senza senso, tra effetti caserecci e scene porno-soft. Se non altro dura poco. E Nakano ha il merito incredibile di fare un film sulle infezioni ai genitali senza poter mostrare i genitali per motivi di censura. Una curiosità: digitare il nome di Natsumi Mitsu su Google equivale a un viaggio nello strano mondo del porno giapponese. Si capiscono molte cose sulla sua recitazione.

Produzione: Giappone (2004)
Scena madre: ce ne sarebbero parecchie, piene di sesso e violenza. Quella che fa più ridere è però, sul finale, l’agguato a bastonate tra due ragazze. Quella che picchia non ci mette nessun impegno, e le botte che riesce a dare sono più finte del mitico schiaffo subito dal maestro Andolfi in Riecco Aborym.
Punto di forza: la sesta abbondante di quasi tutte le protagoniste.
Punto debole: Nakano non riesce a raggiungere le vette di divertimento presenti in Big tits zombie, e Sexual parasite finisce per essere trash fine a sè stesso. Non è del tutto inguardabile, comunque.
Potresti apprezzare anche…: Big tits zombie, in cui Nakano affina le capacità e raggiunge il massimo livello di risate e nonsenso.
Come trovarlo: in lingua originale si trova abbastanza facilmente; ovviamente nessuno l’ha mai distribuito in italiano o sottotitolato. Se vi va bene lo trovate con i sub in inglese come noi, ma vi assicuriamo che i dialoghi non hanno nessuna importanza in film come questi.

Un piccolo assaggio: (guardate qui che bella roba)

1,5