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Eegah

Ma quanto erano belli questi poster anni '60?

Ma quanto erano belli questi poster anni ’60?

Di: Arch Hall Sr.
Con: Richard Kiel, Marilyn Manning, Arch Hall Jr., Arch Hall Sr.

Ah, gli anni sessanta! Ah, il rock’n roll! La contestazione! Il Vietnam! Gli uomini primitivi in California!
Come? Non c’erano uomini primitivi in California? Ce li mette Arch Hall Sr.! Proprio in California, in una strada in mezzo al deserto, Roxy, frivola ragazza di città, vede la figura di un gigantesco uomo primitivo, vestito di pelli e armato di clava. Svenuta e subito ripresasi (ma continua a fingersi morta con sopraffina arguzia tattica), la ragazza viene salvata in extremis dall’intervento del suo ragazzo, Tommy, che suona in una rock band, è pettinato come un decerebrato e recita con i piedi. Siccome nessuno le crede (padre e fidanzato per primi), Roxy li conduce sul luogo dell’evento. Il ritrovamento di una gigantesca orma semi-umana convince il padre, scrittore di libri d’avventura, che qualcosa di vero ci sia. Mandati Roxy e Tommy a fare un party in piscina (durante il quale il carciofo non mancherà di suonare una tremenda serenata per la sua bella), il professore si avventura da solo nel deserto, non accorgendosi di avere il primitivo a pochi metri e venendo da lui sorpreso. Accorsi poco dopo per soccorrerlo, i due fidanzati vengono divisi: Roxy è fatta prigioniera dal mostro, che viene chiamato Eegah in quanto è il verso che fa più spesso, mentre Tommy gira senza meta nel deserto col suo bel fucilino. Qui parte un lunghissimo approfondimento sul gigante, le sue abitudini, i suoi parenti (sono mummificati nella grotta e lui ci parla, li presenta anche a Roxy con tanto di stretta di mano), almeno fino a che Roxy non riesce a sedurlo e a farsi condurre fuori dalla grotta. Lei, Tommy e il padre riescono così a fuggire dalle grinfie del povero uomo-scimmia, ma non è finita qui: ormai innamorato di lei, Eegah raggiunge la civiltà e irrompe prepotentemente durante una festa in piscina; qui, nonostante le suppliche dell’insopportabile Roxy, verrà crivellato di colpi dalla polizia. Finale trashissimo con una citazione biblica a casaccio sui giganti, roba da anni cinquanta proprio.
Le poche informazioni reperibili su questo film lasciano intendere come fosse solo un veicolo commerciale per sponsorizzare l’attività musicale del figlio: questo tra l’altro spiegherebbe perchè ogni volta che questo citrullo fa partire una canzone, anche in mezzo al deserto, subito partono coretti e batteria di sottofondo, e anche perchè ci tocca sorbirci le sue esibizioni canore. Diciamo che, trattandosi di per sè di un film noiosissimo, le nenie mielose di Tommy non aiutano. Su Internet si cita un budget di quindicimila dollari del 1962: noi non ne abbiamo visti neppure mille. Gli attori sono fondamentalmente quattro (Roxy, Tommy, il padre di lei e Eegah), nessuno dei quali brilla per capacità recitative: anche nelle situazioni di pericolo, o quando vengono aggrediti dal mostro, tutti parlano con la pacatezza e la calma di Lord inglesi alla Camera, tranne il giovane Tommy, che enfatizza ogni frase piazzandoci un “wow” o ripetendo le battute due o tre volte. Quello che sembrava essere un gran bell’horror si dimostra alla fine un palloso trattato su Eegah (la parte nella grotta è da denuncia penale per noia, anche se la scena in cui la tipa fa la barba al primitivo rendendolo una specie di Lerch della Famiglia Addams merita) con un finale scontatissimo. Il protagonista, che poteva essere il valore aggiunto della pellicola (tra l’altro, l’attore era alto quasi 2 metri e 20, quindi non c’era bisogno di effetti particolari), non ha mai la possibilità di sfogare la sua furia, e si limita ad accarezzare Roxy e a mollare sganassoni a chi gli capita: il suo look con pelle e clava posticcia ricorda più un episodio di “Ciao Darwin” che un uomo delle caverne.
E’ consigliato soprattutto ai nostalgici degli anni cinquanta-sessanta.

Produzione: USA (1962)
Scena madre: la fuga con il dune buggy. Nonostante sia evidente la difficoltà di questo mezzo in salita, i protagonisti si ostinano ad evitare le strade dritte, rischiando di farsi raggiungere da Eegah. Prima di partire, Tommy giustifica il proprio “sabotaggio” al mezzo dicendo “l’avevo bloccata perchè nessuno la rubasse”. In mezzo al deserto!
Punto di forza: lo squisito disprezzo del ridicolo che caratterizza il film.
Punto debole: è davvero noiosissimo, un mattone nonostante la durata relativamente breve.
Potresti apprezzare anche…: The beast of Yucca Flats.
Come trovarlo: la fama di cult degli ultimi anni ha permesso di farlo uscire in DVD nei paesi anglosassoni.

Un piccolo assaggio:

(una lacrima strappa storie)

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Bride of the monster

Ah, quanto mi piacciono questi poster d'annata!

Ah, quanto mi piacciono questi poster d’annata!

 

Di: Ed Wood
Con: Tony McCoy, Bela Lugosi, Loretta King, Tor Johnson

Ed Wood è un regista cui tutti dobbiamo molto, e un idolo per tutti gli appassionati di B\C\Z-movies. Un suo film, Plan 9 from outer space, ci aveva spinti a limitare le recensioni alle sole pellicole prodotte dopo il 1959, anno in cui, appunto, uscì quel capolavoro. E chi meglio dello stesso Wood per infrangere la nostra regoletta? Bride of the monster è probabilmente (anche grazie al film di Tim Burton) il film più famoso del regista americano dopo Plan 9.
Siamo in un paese della provincia americana, situato vicino a una palude. Nella prima scena, due cacciatori cercano rifugio da un temporale che “va avanti da tre mesi”. Respinti dal poco ospitale dottor Vornoff (Lugosi), vagano nella palude finchè non vengono attaccati da una piovra gigante. Quello dei due che sopravvive viene portato nella villa di Vornoff: costui è in realtà uno scienziato pazzo che, applicata sulla testa del cacciatore una pentola con tre lampadine, lo usa come cavia per un esperimento. In realtà tutti i tentativi fatti finora, ci spiega, sono finiti con la morte della cavia, ma tant’è, lui è de coccio, e si ripete uccidendo il cacciatore, con la complicità del servo Lobo (Johnson). L’azione si sposta nella cittadina, dove vivono i protagonisti: un poliziotto totalmente imbecille e succube della propria fidanzata; quest’ultima, Janet, una giornalista petulante che lo tratta come uno zerbino; e Robbins, il capo della polizia dotato di un intuito sopraffino che non gli fa capire assolutamente nulla per tutto il film. Sorda agli avvertimenti dei due uomini, Janet si avventura nella palude, e dopo un incidente alquanto bizzarro (esce di strada spaventata dalla pioggia) viene rapita da Lobo e portata alla villa, dove Vornoff la ipnotizza e la fa addormentare. Ma il fidanzato di lei indaga, mentre in città arriva anche l’ambiguo professor Strowsky. Quest’ultimo non ha un ruolo ben definito: è stato mandato dal governo del paese natale di Vornoff per riportarlo a casa, ma viene da questi ucciso e dato in pasto alla sua piovra. L’indagine del protagonista, che consiste in una passeggiata nella palude, si conclude con la scoperta del laboratorio di Vornoff. A causa della ribellione di Lobo, però, il malefico scienziato sperimenta su sè stesso le proprie creazioni, diventando un superuomo più alto dotato di forza erculea. L’inseguimento finale si conclude con la fuga di Vornoff, che viene prima schiacciato da un masso di polistirolo gettato dal protagonista, e poi mangiato dalla piovra. Un fulmine cala dal cielo e colpisce piovra e Lugosi, scatenando un fungo atomico inserito a casaccio che però risparmia gli altri personaggi distanti dieci metri, permettendo a Robbins di concludere il film con la ridicola frase “si era introdotto nel regno di Dio!”.
Il nome Ed Wood è da sempre una garanzia. Descrivere singolarmente ogni elemento divertente dei suoi film è impossibile; la povertà della realizzazione è tale che ogni scena in cui accada qualcosa che non sia un dialogo tra due persone in una stanza è fonte di godimento. Le sequenze più famose sono sicuramente quelle che riguardano gli animali: Wood anticipa Bruno Mattei e utilizza larghi spezzoni di documentari per le apparizioni di piovre e coccodrilli; quando però gli animali devono interagire con l’uomo, ricorre a uno stratagemma incredibile, ovvero l’utilizzo di una piovra di gomma totalmente immobile sulla quale gli attori si gettano contorcendosi. Il risultato è qualcosa di mai visto, perchè il pupazzo non si muove mai, e i poveri protagonisti devono mettercela tutta per fingersi aggrediti dagli inerti tentacoli. A proposito di attori: Wood li prese quasi tutti dalla strada, e le loro capacità sono di conseguenza vicine allo zero. Qualcuno di loro però merita una menzione, soprattutto il grande Bela Lugosi che, già alle prese con problemi di tossicodipendenza e povertà, collaborò con Wood fino alla fine offrendo anche in questo film una prova più che dignitosa. Tra gli altri spiccano Tor Johnson (che nella sua carriera ha interpretato praticamente un solo ruolo, quello del brutalone senza cervello, tra l’altro egregiamente), Paul Marco (che interpretò il poliziotto Kelton anche in Plan 9 e in Night of the ghouls) e soprattutto Loretta King, che interpreta la giornalista Janet. Il ruolo doveva andare alla fidanzata di Wood, Dolores Fuller, ma, secondo la leggenda, fu scritturata per il suo contributo economico al film, mandando tra l’altro su tutte le furie la Fuller. A proposito di leggenda: pare che la piovra gommosa, vera protagonista del film, fosse stata rubata da Wood stesso e dalla sua crew, che si era però dimenticata del telecomando per farla muovere (da lì il pietoso immobilismo del gommoso pupazzo), tesi sposata anche dal film di Burton; altri sostengono che Wood comprò legalmente l’effetto (poco) speciale. Altrettanto leggendario il trucco per rendere Bela Lugosi un gigante e un superuomo: un paio di zeppe alte 15 centimetri che gli complicano visibilmente i movimenti!
A ben vedere, neppure la sceneggiatura raggiunge un livello di verosimiglianza accettabile: non si capisce nè il motivo per cui si parla di un “mostro non umano” per delle sparizioni (mai sentito parlare di serial killer?), nè che cosa spinga il protagonista a farsi una passeggiata notturna in mezzo a una palude che lui stesso, in un lungo monologo, aveva precedentemente definito “pericoloso luogo di morte e distruzione”. A voler essere pignoli, non si capisce neppure perchè Wood abbia voluto a tutti i costi piazzare un fungo atomico nel finale. Ma vabbè, è Ed Wood. E noi lo amiamo così!

Produzione: USA (1955)
Scena madre: c’è da chiederlo? Gli assalti della piovra sono l’ABC del B-movie!
Punto di forza: lo stile di Ed Wood è un ottimo motivo per vedersi tutti i suoi capolavori, non c’è altro da aggiungere.
Punto debole: in realtà non ne ha. I dialoghi al commissariato sono piuttosto noiosi, ma probabilmente una scena d’azione in più avrebbe mandato il regista sul lastrico…
Potresti apprezzare anche…: Plan 9 from outer space.
Come trovarlo: fortunatamente, Ed Wood è molto considerato tra i cinefili e i distributori, e i suoi film si trovano senza problemi in DVD, preferibilmente stranieri.

Un piccolo assaggio: https://www.youtube.com/watch?v=D8YGES_Ynkk (a dire il vero, i film di Ed Wood si trovano facilmente interi su Youtube, ma preferiamo mettere il trailer per sicurezza sul copyright. Comunque, andateveli a vedere, ci sono tutti!)

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Gli eredi di King Kong

Il vero cinemasochista avrà un orgasmo di fronte a cotanta pupazzosità!

Il vero cinemasochista avrà un orgasmo di fronte a cotanta pupazzosità!

Di: Ishiro Honda
Con: Haruo Nakajima, Masao Fukazawa, Tadaaki Watanabe

L’insana passione dello staff per il cinema di mostri giapponese è cosa nota. Ishiro Honda, pioniere di questo genere cinematografico (creatore, fra gli altri, del primo Godzilla) è senza dubbio un Maestro: in questa pellicola del 1968, la nona della saga del Godzillone, Honda realizza un pasticcio assurdo in cui fa scontrare tutti i mostri comparsi fino a quel momento in un tripudio di modellini, petardi e mimi in costume! Le prime scene, con un’astronave di plastica che sfreccia (molto letargicamente, a dire il vero) verso i cieli infiniti, lasciano intuire di che tipo di pellicola si tratti. Ma non c’è spazio per queste sciocchezze, ed ecco che subito sono presentati i mostri: come in un episodio dei Pokemon, viene detto il nome e mostrata la principale abilità di ognuno (nel caso di Godzilla, bullarsi come un rapper del ghetto). In pratica, i mostri sono tutti rinchiusi in un’isola (come facciano a non ammazzarsi tra loro, non si sa) e se provano a scappare sono investiti da un gas tossico. Gli scienziati che controllano la struttura, tra cui la fidanzata del protagonista, che la maltratta regolarmente, sono rintanati sottoterra, ma questo non li salverà, poichè un fumo giallo di origine ignota li stordirà e porterà via i simpatici animaletti a loro affidati. Il momento che tutti aspettavamo è arrivato: come intimidazione, i rapitori alieni mandano i giganti a devastare le principali città del mondo. Ecco che, in una sequenza di effetti speciali degna di un film amatoriale tra amici, un serpentone tira giù un ponte, Rodan sparge il terrore volando (la sua posa è quanto di più inadatto al volo possa esistere, e al suo passaggio si sente il rumore di un quadrimotore della Seconda guerra Mondiale!) e Godzilla, che è il solito burino, va a cercare la rissa a New York, bombardandola di onde energetiche e distruggendo la centrale elettrica, modellino che non manca mai in questo tipo di film. Responsabili di tale scempio visivo, che purtroppo dura davvero poco, sono delle aliene vestite come suore trash con tanto di brillantini e cuffietta grigia. Tutto sembra perduto, quando il dottor Buracchi (no, non si chiama Buracchi, ma i nomi giapponesi sono una sfida alla mia già scarsa memoria) inventa un meccanismo per riportare i mostri a più miti consigli. Si prepara così la battaglia finale: i pupazzoni attaccano tutti insieme la base dei cattivi sul monte Fuji, e dopo una dura battaglia, complicata dall’apparizione (stile Madonna di Lourdes) di King Ghodirrah, un drago a tre teste che comunque nulla potrà contro i nostri ridicoli eroi. Distrutta a calci la base dei cattivi, Godzy riporta la pace nel mondo, se ne torna con i suoi compari sull’isola e saluta i bambini in un finale davvero stucchevole, anche per un target infantile come quello cui Honda si rivolge.
Lo abbiamo già spiegato in molte recensioni: l’ingenuità e la puerilità di film del genere è spesso una precisa trovata di registi e sceneggiatori per renderli più “leggeri”. Questo, e solo questo, separa Gli eredi di King Kong dalla lista dei capolavori assoluti. Iniziamo con il dire che il titolo italiano è una bieca trovata commerciale dei distributori italiani, giacchè dello scimmione non v’è traccia. Ma questo è insignificante: con questa delizia, Honda sfrutta al massimo la componente di ridicolo presente in qualunque film giapponese con animali giganti. Se è vero che la prima parte non è niente di speciale, è lo scontro finale (che dura ben mezz’ora!) a costituire uno spettacolo esaltante: ai poveri attori resi goffi dai costumi viene lasciata una libertà totale: lo scontro tra i mostri e Ghidorra è una sequela assurda di pedate in faccia, calci nelle palle, morsi, pugni e gestacci che non si vede neppure in una rissa di un bar a Caracas. Godzilla, più in forma che mai, mena più dell’Antonio Inoki dei tempi belli, dirige i compagni, distrugge i nemici a suon di calcioni e si permette di far scendere in campo l’insignificante figlio Minilla, che a livello di combattimento vale quanto il due di picche, ma ha un’espressione, se possibile, ancora più assurda e scombiccherata di quella paterna. Ogni combattimento è “presentato” da un signore anziano che parla come Ciccio Valenti quando commentava il wrestling! Altre scene memorabili: le palle di pietra trovate da un pecoraio sui monti (che se ho ben capito servono per controllare i mostri), le armi giocattolo che sono un incrocio tra il Super Liquidator e il tubo per il silicone, le immagini di repertorio (incendi e documentari sulla vita marina) appiccicate per allungare il minutaggio con evidente differenza di fotografia. Ogni minuto è costellato da cose assurde, insensate e incredibilmente camp.
La cosa divertente di tutto questo è che il film non è neppure male, ok, ha i difetti classici del cinema fantascientifico giapponese, ma non annoia veramente mai!

Produzione: Giappone (1968)
Scena madre: forse la più lunga scena-madre della Cinewalkofshame, ovvero il combattimento finale.
Punto di forza: non ci stancheremo mai di ripeterlo, questi film non sono MAI noiosi, sono divertenti e fanno ridere. Non è poco per un genere intero.
Punto debole: con un simile filotto di mostri ridicoli, forse Honda poteva realizzare un qualcosa di mai visto, l’apice assoluto del trash. Ma noi ci accontentiamo!
Potresti apprezzare anche…: Ai confini della realtà (Godzilla VS Megalon), così potrete confrontare lo stile di Honda con quello di Fukuda.
Come trovarlo: la Cecchi Gori ha distribuito parecchi filmacci giapponesi di questo tipo in DVD.

Un piccolo assaggio:  (il trailer è tutto un programma)

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Korang – La terrificante bestia umana

Ok, ma Korang chi è alla fine? Nel film non ce n’è traccia!

[Krocodylus1991, Nehovistecose]

Di: Renè Cardona
Con: Josè Moreno, Augustin Solares, Armando Silvestre, Norma Lazareno

L’ideale “gemello” di Trog – Il terrore di Londra, non a caso recensito quasi in contemporanea, è questa produzione messicana risalente al sessantotto, ennesima variazione del vecchio mito di Frankenstein con nudi, melodramma e splatter. I protagonisti sono un prode ispettore di polizia, la sua fidanzata Lucy, che pratica wrestling insieme ad altre casalinghe frustrate, il luminare dottor Krallman e il suo povero figlio malato di leucemia, senza dimenticare il favoloso assistente gobbo e zoppo che nun pò mancà. Krallman, i cui colleghi hanno dato al figliuolo poche ore di vita, ha un’idea geniale: rapire il gorilla di uno zoo e trapiantarne il cuore nel povero ragazzo. Partito di notte, arriva allo zoo con il sole bello alto e, in mezzo alla piazzola della struttura, anestetizza la bestia. A casa esegue la magistrale operazione di trapianto: taglia qui, sega là e ricongiungi venuzze e capillari ed ecco fatto. Il problema è che il cuore di gorilla porta a una vistosa trasformazione: in una sequenza degna del peggior Andolfi, l’inerme ragazzo diventa un uomo-scimmia. Ma solo la faccia: il trucco si interrompe pateticamente al di sotto del collo. Secondo Krallman il cuore e il sangue del gorilla portano gli uomini ai più bassi istinti dell’animale. Nessuno si chiede come mai allora egli provi un così forte impulso omicida (ad oggi, l’unico animale che uccide senza motivo è l’uomo, non certo il gorilla) e i delitti avanzano senza sosta. Accortosi della cazzatona fatta, Krallman decide di rapire una ragazza in coma per ri-trapiantare un cuore umano al figlio; questa era ridotta in quello stato perchè, dopo un incontro di lotta libera con Lucy, aveva preso una zuccata contro il pavimento, peraltro non particolarmente violenta. Il ragazzo, però, non è intenzionato a fermarsi: ribellatosi al padre, uccide l’assistente decapitandolo (la testa di cartapesta, con fattezze totalmente diverse dall’originale, è un capolavoro del B) e si arrampica su un tetto con una bambina rapita. L’intervento della polizia provvederà ad ucciderlo, con tanto di piagnisteo di Krallman che si pente di aver sfidato Dio.
I punti di contatto con Trog sono molti, ma qui siamo più sullo splatter mischiato con le imprese dei mostri anni ’50: stupri e delitti, accompagnati da una colonna sonora invadente e fastidiosa, sono l’occasione per mostrare qualche tetta condita con buone dosi di sangue e schizzi di vernice rossa qua e là. Pateticamente divertente l’operato di Krallman e del suo povero assistente: pur essendo due luminari pieni di soldi, si riducono a lavorare in un laboratorio sotterraneo con apparecchiature elettroniche che funzionano male e attrezzi a dir poco approssimativi, e fanno più ridere di Gianni e Pinotto. Due scene in particolare sottolineano la loro sconfinata stupidità: in una Krallman ordina all’assistente di somministrare una medicina al figlio ogni due ore, ma poi se lo porta dietro per rapire la ragazza in coma! Nell’altra, la più comica, gli dice di sprangare le finestre. La barricata, composta da due assicelle di compensato sghembe incollate col nastro adesivo, resisterà sì e no a due pugni dell’animalesco mostro. A proposito: un plauso all’attore, costretto a muoversi con una maschera di cera umiliante e probabilmente pesantissima, che vaga a torso nudo per la città senza rendersi conto di fare più ridere che spavento. Segnaliamo che una delle sue vittime, quella vestita di verde, viene spogliata dalla bestia, che ne straccia i vestiti senza pietà. Bene: un minuto dopo circa, la vediamo cercare soccorso ancora vestita di tutto punto, mentre una vecchietta grida con voce stridula: “un morto! Un morto!”. Che trash. Delirante.

Produzione: Messico (1968)
Scena madre: ci si potrebbe aspettare la trasformazione. Invece no: è lo stupro che potete vedere al ventottesimo minuto, qui sotto. La scena dovrebbe essere drammatica, ma è girata così male che fa quasi tenerezza.
Punto di forza: fa sempre piacere vedere attori che si coprono di ridicolo.
Punto debole: l’assenza di scene trash particolarmente spassose, e tutto l’impianto melodrammatico di fondo. Pijate meno sur serio, Renè!
Potresti apprezzare anche…: Trog – Il terrore di Londra, senza dubbio.
Come trovarlo: trattandosi di un film brutto e praticamente sconosciuto, consigliamo di guardarlo su Youtube.

Un piccolo assaggio:  (l’intero film. Dura un’ora e un quarto, ma sembrano tre…)

Gamera VS Viras – Il mostro invincibile

Mitico!

Di: Noriaki Yuasa
Con: Toru Takatsuka, Carl Crane, Mari Atsumi

Dell’incredibile serie di mostri partorita dalle menti nipponiche negli anni ’50, Gamera è sicuramente il più ridicolo. Chi è Gamera? Gamera è un tartarugone goffo e pupazzesco, capace di volare grazie alla spinta propulsiva del suo carapace dotato di razzi, di sputare fuoco e di interagire con i bambini orientali, suoi grandi amici. E così lo vediamo vagare a caso per lo spazio durante i titoli di testa. Segue presentazione dei protagonisti umani: due bambini spocchiosi e insopportabili, paradossalmente i migliori attori dell’intero film, che fanno parte delle Giovani Marmotte nippo-style. Ai due viene permesso da uno scienziato di guidare un piccolo sommergibile per svariate miglia marine, senza l’aiuto di nessuno. Non tutti sanno, infatti, che in Giappone gli undicenni guidano abitualmente attrezzature delicate e costosissime durante le visite scolastiche. Casualmente, nello stesso oceano c’è anche Gamera, che loro chiamano (per motivi a noi ignoti) King. Ma l’imprevisto è in agguato: i soliti alieni in tutto e per tutto uguali ai giapponesi e che parlano pure la stessa lingua meditano un piano già tentato in mille altri film dello stesso genere: assoggettare il mostro alla loro volontà e ricattare la Terra. Insieme al tartarugone, sono rapiti anche i due bambini, ma li lasciano girare per l’astronave e curiosare qua e là, dimostrando così che in Giappone sbarcano solo alieni irrimediabilmente distratti. Il piano malvagio riesce e Gamera\King inizia a devastare tutto. Viene da chiedersi perchè il governo non ricorra all’altra vagonata di mostri (Wikipedia ne conta, tra buoni e cattivi, più di 100!) che normalmente aiutano il popolo giapponese. Tant’è, bisogna accontentarsi dell’imbarazzante testuggine che, grazie all’intervento delle Giovani Marmotte e dei loro letargici carcerieri, riprende coscienza e si affianca agli umani nella lotta. E qui il regista Yuasa sprofonda nell’abisso della follia: gli alieni si trasformano in calamari giganti (fatti malissimo, aggiungiamo) e si fondono con un effetto speciale particolarmente indegno, formando Viras! Costui è veramente uno sfigato: il costume indossato dal povero attore è statico e rigido, e gli consente di muoversi solo nelle inquadrature in cui non compare per intero. Quale mostro potrebbe temere un simile aborto? Ma lui, Gamera, che infatti combatte una epica battaglia per il destino del mondo! Dopo aver fatto un pò il ganassa, osando persino cavalcare il calamaro come una tavola da surf, Gamerone viene infilzato nel ventre, che è il punto debole di tutte le tartarughe. Poi si rialza, come se niente fosse, porta il calamaro fino all’atmosfera, lo fa congelare e lo sbatte in mare trionfando. La ferita al petto a lui gli fa una pippa.
Ecco l’abominio che ha fatto sembrare L’invasione degli astromostri un film di Bergman: al di là del doppiaggio italiano, eseguito con le terga, e dei soliti effetti speciali, qui più rognosi del solito soprattutto quando Gamera combatte, fa bella mostra di sè l’inconcludenza della sceneggiatura. Anche considerandolo un film per bambini, si fatica a comprendere i motivi che hanno spinto Yuasa ad inanellare una baggianata dopo l’altra. Facciamo qualche esempio: come già detto, gli alieni sono stupidi. Ma stupidi forte, perdinci: prima rapiscono i due pischelli, poi gli lasciano esplorare l’astronave compreso l’assurdo e delirante computer di bordo, poi si bullano staccandosi le mani e riattaccandosele, infine si lasciano fotografare in posa! Per fermare l’infinito fastidio provocato dai due (e qui potremmo anche essere d’accordo) i visitors pensano bene di imprigionarli in una ridicola trappola che riesce a bloccarli per ben venti secondi prima che i due sguscino via e riprendano a fare danni. Non parliamo poi dello scontro finale: noi vogliamo pensare che la pellicola sia stata sabotata, perchè non riusciamo a credere che una persona sana di mente possa creare un simile pastrocchio. Al di là dell’inevitabile ilarità suscitata da una tartaruga-pupazzo che si mena con un calamaro gigante scattoso e privo di qualsiasi espressione diversa dall’ebetismo, si fa notare la sistematica infrazione di ogni legge fisica che regola il moto di un corpo nell’aere; com’è che mentre Viras si congela nell’atmosfera questo non succede a Gamera? Come fa una tartaruga, sia pure OGM, a sopravvivere ad uno squarcio nell’addome? E soprattutto, com’è possibile che io perda il mio tempo continuando a guardare film giapponesi tutti uguali fra loro? Mistero…

Produzione: Giappone (1968)
Scena madre: quando Gamera viene infilzato\a (non conosciamo il sesso del bestio) e i bambini lo incitano a continuare la lotta: la sovrapposizione tra i due elementi è talmente approssimativa da provocare danni cerebrali irreparabili.
Potresti apprezzare anche…: L’invasione degli astromostri.
Come trovarlo: su Amazon si trova il DVD, non italiano ovviamente.
Da guardare: in fondo, è carino. Ma se avete già visto altri film sul genere, si può anche evitare.

Un piccolo assaggio:  (il meraviglioso trailer originale del 1968!)

Gappa – Il mostro che minaccia il mondo

Certo che con un titolo così...

Di: Haruyasu Noguchi
Con: Tamio Kowaji, Yoko Yamamoto, Yuji Odaka

[Questa recensione è dedicata a Lorenzo, un carissimo amico che per motivi di lavoro sarà lontano da noi per ben due anni. Lorenzo, grande estimatore della Cinewalkofshame e del trash cinematografico: la potenza del B-movie sarà sempre con te! Ti aspettiamo per guardare qualche bella trashata tutti insieme!]

Quando ho finito di vedere Gappa, mi sono girato verso mio fratello dicendo “è un film incredibile, peccato che sia troppo vecchio per la Cinewalkofshame” (per capire, si veda la recensione di Plan 9 from outer space). Lui, dopo un rapido controllo, mi ha sconvolto: Gappa è del 1967! Proprio così: mentre Kubrick pensava agli effetti di 2001: odissea nello spazio, in Giappone il maestro Noguchi realizzava l’ennesimo kajiu-movie (film con mostri giganti) realizzava questa piccola perla trash senza ritegno, che narra la storia di una specie di dinosauro-gallina ritrovato su un’isola da una spedizione al soldo di un bieco impresario, che vuole sfruttare animali rari per il suo parco-divertimenti (ma non è illegale, tra l’altro?). La spedizione, ovviamente, non ascolta i saggi consigli dei primitivi locali, ma presto sarà costretta a pentirsene: i genitori del piccolo Gappa, infatti, sono due bestioni uguali al figlio, ma alti cento metri e capaci di emettere tremendi raggi laser dalla bocca. Mammà e papà provvederanno a distruggere Tokyo per cercare il figlioletto, e solo quando questo sarà restituito la loro ira sarà placata.
Come si può vedere, la trama è la stessa di tutti i kajiu-movies giapponesi: risveglio del mostro per opera degli umani, mostro che distrugge tutto, inutile intervento dell’esercito, lieto fine; quest’ultimo, peraltro, è preceduto da migliaia di uccisioni ad opera dei mostri, che per venti minuti buoni non fanno che distruggere esilaranti modellini di palazzi, tralicci e carri armati. E’ possibile che a nessuno freghi nulla dell’immane tragedia? Ma andiamo oltre: qui la finzione è ancor più povera che nell’Invasione degli astromostri: i modellini di carro armato sono palesemente attaccati a un cordino, che al momento opportuno viene tirato indietro da qualche assistente di scena a simboleggiare la ritirata. Di più: la fuga della folla terrorizzata è resa con un poderoso zerbino di gomma, anch’esso mosso dalle mani di qualche assistente. Il culmine della bruttura, però, sono i mostri: già era ridicolo il Godzilla dell’Invasione, goffamente impersonato da un uomo con un costume. Qui, la tecnica è ancor più rozza e malfatta, e suppongo sia questo il motivo per cui la fotografia è scurissima: per nascondere fili, cavi, mani e imperfezioni assortite. Ma davvero in Giappone temono l’invasione di due galline giganti capaci di sparare raggi laser e dotate di retrorazzi (esilarante la partenza, molto simile a quella dell’Apollo 13)?
Gli esseri umani questa volta non presentano caratteristiche di rilievo, se si esclude il mitico bambino che, oltre a delirare per tutto il film, cambia colore della pelle a proprio piacimento. C’è poi quello che io chiamo “il gran ballo”: fateci caso, tutti i film di questo genere ce la offrono. Si tratta di una decina di minuti (di solito la lotta del mostro contro l’esercito) in cui non si capisce una mazza, e in cui gli effettisti si scatenano con tutto quanto hanno a disposizione: fuochi artificiali, laser disegnati sulla pellicola, scene riciclate, modellini che crollano, esplosioni, e chi più ne ha più ne metta. Un cult della finzione.

Produzione: Giappone (1967)
Punto di forza: non so voi, ma io vado pazzo per questi fenomenali Z-movies.
Punto debole: la pietosa fotografia penalizza tutto il film.
Come trovarlo: il DVD è reperibile via Internet, mentre il divx in italiano è pressochè introvabile.
Da guardare: per appassionati del genere mostro.

Un piccolo assaggio: assaggio? Beccatevelo tutto! http://www.youtube.com/watch?v=-Zrpj2DWJH0 (anche perchè non ho trovato granchè…)

L’invasione degli astromostri

Pupazzo Power!

Di: Ishiro Honda
Con: Akira Kubo, Jun Tazaki, Andrew Hughes

Il genere mostro è uno dei miei preferiti. Certo, raramente garantisce la follia riscontrabile nell’horror, ma in genere riserva poche delusioni. Soprattutto il cinema giapponese, che sui mostri giganti ha fondato buona parte della sua fama presso i più giovani, è tra i miei prediletti; a breve cercherò di recensire qualche godzillata come si vede. Intanto vorrei parlare di questo L’invasione degli astromostri, del 1965. Il regista è il maestro Honda, creatore del primo Godzilla, quindi non aspettatevi trashate fenomenali. Purtuttavia, numerose sono le chicche presenti in questa spassosissima pellicola in cui tutto è camp e nulla è lasciato al caso: la sceneggiatura (scritta da Honda a quattro mani con Takeshi Kamura) è esilarante: due astronauti, in missione su un pianeta sconosciuto nascosto verso Giove (memorabile lo scienziato: “come avete fatto a non scoprirlo prima?” “era troppo scuro”), scoprono una civiltà aliena molto progredita, rappresentata da comuni esseri umani con indosso tutine ridicole grigio-nere, un paio di occhiali copiati dagli X-Men e un’antenna che fuoriesce dalla capa. Questi, angustiati dagli attacchi del mostro Ghidorra (ma il nome originale è Ghidora), propongono di comprare Godzilla e Radon, manco fossero cincillà, per farli combattere contro il colosso locale, e promettono in cambio la cura per il cancro, registrata su una specie di nastro. Ovviamente, si tratta di una trappola: il nastro contiene un esilarante ordine di sottomissione, e i due mostri, insieme a Ghidorra, sono sotto il controllo alieno, e cominciano a distruggere tutto ciò che trovano. A salvare il mondo saranno i due astronauti, Glenn e Fuji, la sorella di quest’ultimo e il suo fidanzato, un nerd sfigato e occhialuto che, senza saperlo, ha costruito un invenzione per gli alieni; i quattro distruggeranno il controllo mentale che lega gli alieni e i mostri.
Le trovate del film sono davvero geniali: basti pensare all’invenzione del nerd, assolutamente inutile e fastidiosa per un terrestre, ma che viene comprata per centomila dollari (centomila dollari!) da una multinazionale, senza che il suo creatore sospetti nulla. Ma questo è solo uno degli elementi di illogicità della sceneggiatura: per esempio, gli extraterrestri portano Radon e Godzilla sul loro pianeta per poi controllarli e rimandarli sulla Terra. Ma non sarebbe stato più semplice mandare sulla Terra Ghidorra e da lì condizionare i due mostri, senza scomodare la presa per i fondelli del nastro registrato? Mistero. Ci sono poi astronavi che rombano nello spazio profondo (ma questo, va detto, è un errore presente anche in Guerre stellari) e, soprattutto, un doppiaggio da seconda elementare, che non trasmette alcuna emozione: mitico, in questo senso, il capo degli scienziati, magistralmente doppiato dall’orso Yogi. Tutto questo, però, è solo un antipasto: come avrete capito, il pezzo forte sono i tre mostri pupazzeschi. Ghidorra vola attaccato a dei fili; Radon si astiene persino da questo, limitandosi a sbattere le ali come un forsennato; e tuttavia la palma di protagonista va, come al solito, a Godzilla: altro non è che un uomo in un costume di gomma, visibilmente a disagio con quegli occhioni di finto vetro e quelle mosse di wrestling che la sceneggiatura gli impone. Gli scontri si svolgono sobriamente tra piroette, inquadrature incomprensibili, lanci di rocce, saette e laser disegnati direttamente sui fotogrammi. Come ho già detto, non è un capolavoro. Ma se volete divertirvi per un’ora e mezza, L’invasione degli astromostri è il film che fa per voi!

Produzione: Giappone (1965)
Punto di forza: la terra tremerà all’arrivo dei tre colossi! Sono fantastici!
Punto debole: forse alcune scene mancano di vivacità, e non ci sono grandi trashate. Comunque, è da vedere.
Come trovarlo: è uscito in VHS e, credo, anche in DVD. In lingua originale lo si trova facilissimamente.
Da guardare: insieme all’inarrivabile Godzilla VS Mechagodzilla.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=3WPbyV22eTM (il trailer originale giapponese!)

Plan 9 from outer space

E' tutto così dannatamente finto!

Di: Ed Wood
Con: Gregory Walcott, Mona McKinnon, Tor Johnson, Bela Lugosi

Un uomo ridicolo che promette di traghettarci verso l’ignoto; i titoli di testa che scorrono su tombe di polistirolo; Bela Lugosi che interpreta sè stesso. Questo è l’inizio di Plan 9 from outer space, il primo film trash della Cinewalkofshame. Ho deciso che (a parte eventuali casi speciali) nessun film più vecchio di questo (1959) sarà mai recensito sul mio blog. Ed Wood (reso celebre dal film di Tim Burton) era un geniale regista, che la povertà costrinse a girare i film che tutti sappiamo. Questa recensione non vuole dunque essere una derisione del suo lavoro, al contrario: Wood sfidò apertamente i canoni hollywoodiani dell’epoca, e per questo merita tutto il nostro rispetto. Tra i suoi amici potè annoverare nientemeno che Orson Welles. Aiutò Bela Lugosi nel suo periodo peggiore, e fu un grande amante del cinema.
La trama di quest’opera narra di un tentativo di distruggere la Terra da parte di non meglio specificati alieni, che decidono di attuare il “piano 9”, da cui il titolo del film: resuscitare i morti. In verità riusciranno a riportarne in vita appena tre: una sciamannata che si muove in modo ridicolo, Bela Lugosi, inspiegabilmente vestito come nel Dracula del ’31, e il mitico Tor Johnson (vedi Beast of Yucca Flats), evidentemente a suo agio nei panni del gigante privo di attività cerebrale. Il mondo sarà salvato dal provvidenziale intervento di quattro poliziotti incapaci (neppure un bambino si farebbe sorprendere dal nemico in quel modo) e da un pilota di aerei, che, uccidendo due degli alieni, riusciranno in qualche modo a riportare la quiete sulla Terra.
Il film è malfatto sotto ogni punto di vista: i dialoghi sono ridicoli, e la recitazione è pedestre. Persino Bela Lugosi sembra un pesce fuor d’acqua, poichè le scene in cui compare erano state girate nel ’56 per un altro film, che poi non si fece proprio per la morte di Lugosi. Gli effetti speciali si ricordano in particolare per alcune scene cult: oltre ai celeberrimi dischi volanti di cui si vede benissimo il filo, il raggio laser disegnato a matita sulla pellicola, i teneri UFO basculanti che svolazzano un pò ovunque e i disinvolti passaggi dal giorno alla notte (c’è una scena simile a quella di Manos, ma qui la frase “si sta facendo buio” viene pronunciata quando è già notte fonda e non si vede una cippa). Il montaggio pare eseguito da un boscaiolo con la sua ascia, e le spiegazioni scientifiche finali (che diavolo sarebbe la “solaronite”?) farebbero scompisciare dalle risate uno studente del secondo anno di liceo scientifico. Le uniche scene girate davvero bene sono quelle dell’attacco militare contro gli alieni, che però hanno il difetto di non essere farina del sacco di Wood: sono tratte da filmati della Seconda Guerra Mondiale, o di addestramenti.
Il valore aggiunto di questa superba pellicola risiede proprio nell’aver praticamente fondato il cinema stracult. Per quanto possa sembrare fuori luogo, vorrei qui operare una distinzione: Ed Wood era un uomo intelligente e dalle salde convinzioni ideali, vagamente rintracciabili anche in Plan 9 (ecologismo, avversione per le armi nucleari, pacifismo, interesse per la scienza e l’ignoto), e le sue opere non sono da liquidare semplicemente come i deliri di un pazzo. Chi volesse approfondire la questione può guardare il film con Johnny Depp (grande interpretazione) e leggere la sua biografia in rete. E’ davvero interessante.
PS: il giudizio è volutamente basso: mettergli 5 sarebbe stato un insulto, dato che quel voto spetta a deliri quali L’uomo lupo contro la camorra o lo Star Wars Turco. D’altra parte, dargli 1 l’avrebbe messo al pari con Xtro o Terminator 2 – Shocking Dark. Un bel 3 lo rende super partes.

Produzione: USA (1959)
Punto di forza: è IL film cult. E basta.
Punto debole: se solo Ed Wood avesse avuto qualche soldo in più…
Come trovarlo: su ComedySubs ce n’è una splendida versione sottotitolata in italiano.
Da guardare: muti e in religioso silenzio.

Un piccolo assaggio: piccolo assaggio? Eccovelo tutto! http://www.youtube.com/watch?v=mC9-aEDXEiw&feature=watch-now-button&wide=1

The Beast Of Yucca Flats

Atomic Power!

Di: Coleman Francis
Con: Tor Johnson, Barbara Francis, Douglas Mellor, Ronald & Alan Francis

Con questo capolavoro del 1961, usciamo dalla definizione di “film” per addentrarci in qualcos’altro. Perchè vedete, questa non è una pellicola come tutte le altre. Innanzitutto, dura 54 minuti; è dunque un mediometraggio, e vi assicuro che ci sono un mucchio di scene-riempitivo. Poi, la realizzazione: capita spesso, quando uno gira un b-movie (e questo, insieme all’opera del maestro Ed Wood, è forse IL b-movie per eccellenza), di commettere errori, poi visibilissimi anche da parte del pubblico in sala. Ma qui si esagera.
La trama è apparentemente semplice: si comincia con una donna che esce dalla doccia indossando un bel paio di scarpe, per poi venire strangolata senza un perchè. Non ne sentiremo mai più parlare. Titoli di testa. Uno scienziato dell’est espatriato negli USA, magistralmente interpretato dal monolitico ex-wrestler Tor Johnson, trasporta una serie di documenti sovietici piuttosto importanti. Per questo, “i due più spietati agenti del KGB” (nella pratica, due teste d’uovo che muoiono nel giro di qualche minuto) fanno fuori tutti coloro che stanno attorno al grasso scienziato, e inseguono quest’ultimo sulle colline di Yucca Flats. Senonchè, scoppia una bomba atomica. Proprio così: in un luogo senza militari, senza recinzioni (una la vedremo dopo, ma è troppo ridicola per parlarne), senza alcun avviso, il governo effettua un test nucleare. Chiunque pensa che l’esplosione di una bomba atomica distrugga tutto ciò che trova, ivi compresi i corpi umani, e che le famiglie in vacanza non frequentino abitualmente i siti radioattivi, si vergogni e arrossisca. Da questo film (film?) apprendiamo che un’esplosione atomica trasforma gli uomini in dei mostri piuttosto stupidi, pieni di bubboni e dall’insolito appetito sessuale, il tutto ovviamente senza intaccare di un millimetro l’ambiente circostante. Non solo: una famigliola, in vacanza da quelle parti, dovrà fronteggiare la minaccia del mostro e soprattutto della polizia, che nel dargli la caccia sparerà per errore contro un povero padre di famiglia…come finirà?
Sono molti i rilievi che si potrebbero fare: innanzitutto il film è stato girato in silenzio. In seguito, in fase di doppiaggio, si è deciso che sarebbe stato troppo faticoso sincronizzare movimenti e parole. Così, i personaggi parlano quando sono inquadrati di spalle o in campo lungo, e le armi sparano senza espellere proiettili. Unica, onnipresente voce che spiega ciò che sta succedendo è quella del narratore, del quale però faremmo volentieri a meno. Egli non fa che sparare una serie ragguardevole di corbellerie sul progresso o, in alternativa, ci spiega cosa succede, anche le cose più banali (“i ragazzi offrono della gazzosa ai maiali assetati”, come ci fossero dei dubbi), e non sempre risultando chiarissimo (“tocchi un bottone, succedono delle cose, uno scienziato diventa una bestia”, testuale). Mirabile lo sforzo interpretativo dell’intera famiglia, che riesce persino a sbagliare il nome di un figlio (si chiama Art o Mike?!?). Un film talmente grottesco da risultare straniante. Il giorno e la notte sono concetti molto relativi, così come il senso dello spazio e della decenza. Imprescindibile.

Produzione: USA (1961)
Punto di forza: è forse la pellicola che contiene più errori in assoluto.
Punto debole: il neofita potrebbe trovarlo assai noioso.
Come trovarlo: non è mai uscito dagli USA; ma è disponibile gratuitamente sui siti “arcoiris”, in versione da 5,5 GB e senza sottotitoli (solo per collezionisti ortodossi) e “comedysubs” (circa 500 MB, sottotitolato).
Da guardare: proporrei una bella serata “post-atomica”: Yucca Flats, 2019 – Dopo la caduta di New York, e poi The day after, per una boccata d’aria.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=Fjjh6QXnQLs&feature=watch-now-button&wide=1 (ecco l’intero film disponibile su Youtube!) OPPURE http://www.youtube.com/watch?v=BsdB9K9k22c (il fantastico trailer!)

Manos – The Hands Of Fate

Terrificante, vero?

Di: Harold P. Warren
Con: Harold P. Warren, Tom Neyman, John Reynolds

Alcuni film sono semplicemente brutti. Poi ci sono i film-vergogna, i nostri preferiti, qui largamente rappresentati. E ci sono dei film che sfuggono a qualunque definizione di genere e senso cinematografico. Ed Wood era l’indimenticato campione di questa categoria di pellicole. E tuttavia non se la cava male neppure Hal Warren, autore di questo raro esempio di virtuosismo trash. In realtà tutto nacque da una scommessa (“vuoi vedere che riesco a girare un film intero praticamente da solo?”), parzialmente vinta, in quanto primo, dura sessantacinque minuti scarsi; secondo, per essere un film dovrebbe anche avere una trama. Qui la trama è come le idee di Socrate: deve essere estratta con forza da questo mare di melma, e soltanto l’esperto lo sa fare.
Un’allegra e insopportabile famigliola (il padre è interpretato dallo stesso Warren) decide di trascorrere le vacanze in un posto sperduto in mezzo alla Baraggia vercellese (no, scherzo, sarebbe Valley Lodge, ma vi giuro che ci somiglia), che però, causa l’inettitudine del padre guidatore, non trovano. Decidono così di chiedere indicazioni al figuro più losco, inquietante e psicotico mai portato sullo schermo, tale Torgo, un poveraccio dai pantaloni palesemente imbottiti che ricorda Neri Marcorè quando imita Alberto Angela. Il folle li invita a rimanere, nonostante casa sua sia ospitale quanto una caverna, perchè “al Padrone farà piacere”. Soltanto nella notte, dopo aver trovato il proprio cane ucciso, la famigliola di imbecilli si renderà conto della spaventosa realtà: un buffissimo tizio, una specie di Billy Nelson versione kebabbara, dorme in mezzo al deserto con sei mogli (godetevi la litigata alla Ridolini tra le sei oche) e un cane-lupo, con lui raffigurato anche in un dipinto di pessimo gusto in casa di Torgo. Al suo risveglio, il malvagio kebabbaro cerca di far sua l’ignara moglie del padre e di trasformare lui nel suo nuovo schiavo, e, insospettabilmente, ci riesce. La scena finale ci mostra un sovvertimento delle leggi della fisica da far impallidire qualunque altro film, con il baffuto antagonista che compare un pò ovunque nell’orribile casa di Torgo.
Pilastro della storia del cinema B, questo film è celebre più che altro per alcuni errori tecnici che non si trovano neppure nei film di Vito Colomba: si va dalla battuta “si sta facendo buio”, pronunciata con tono allarmato quando saranno al massimo le due del pomeriggio (c’è pure il sole!), ai numerosi e fastidiosissimi insetti che passano davanti alla macchina da presa, alla evidente mancanza di impianti di illuminazione adeguati, fino all’Olimpo del trash quando, in una delle scene riempitivo coppietta-in-macchina-che-limona (non hanno nulla a che vedere con la trama: compaiono due volte, nello stesso posto, a mezza giornata di distanza, e non fanno che limonare; non ci è dato sapere che fine fanno), è visibilissimo il ciak che sgattaiola quasi imbarazzato fuori dall’inquadratura. La scena madre resta comunque quella del “sacrificio” di Torgo: dopo averlo minacciato di morte per ore, Billy Nelson-kebabbaro ordina alle sue spose di ucciderlo; queste ultime non trovano di meglio da fare che accarezzarlo (vedere per credere!). Inspiegabilmente, il servo sopravvive: a quel punto il malvagio gli brucia una mano, facendola letteralmente esplodere e lasciandolo fuggire, per poi vantarne l’uccisione, senza averne alcun diritto dato che sì, tagliare una mano a qualcuno non è affatto carino, ma non equivale automaticamente ad ucciderlo.
Certe soddisfazioni non hanno prezzo.

Produzione: USA (1966)
Punto di forza: cosa non si fa per una scommessa…
Punto debole: se mi dava cinque dollari gli facevo da direttore della fotografia. E credetemi, il risultato sarebbe stato migliore.
Come trovarlo: il P2P ne ha alimentato la diffusione, ma soltanto l’esperto cinefilo riesce a trovarlo almeno sottotitolato.
Da guardare: nei ritagli di tempo. Tanto dura pochissimo.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=tRcGukCdr3c&feature=related (non vi viene già voglia di vederlo?)