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Quando il pupazzesco sfiora i costumi di Halloween. Quando un plastico di Tokyo viene distrutto da un uomo mascherato visibilmente a disagio.
Quando, insomma, il mostro che è dentro di noi semina panico e terrore. Senza troppi sforzi, diciamo.

Arctic predator – Terrore tra i ghiacci

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Uh che figo! Dove si compra l’action-figure di ‘sto coso?

Di: Victor Garcia
Con: Dean Cain, Lucy Brown, Steven Waddington, Erbi Ago, Louisa Clein

Io amo John Carpenter. Amo i suoi film. Mi piacciono così tanto che sono disposto a perdonarli per la miriade di sequel apocrifi e imitazioni becere che hanno generato nel corso dei decenni. Arctic predator (che dal titolo ci aveva fatto sperare in un grandioso remake del Predator con Schwartzy ambientato al Polo) si ispira chiaramente, nell’ambientazione e nel canovaccio, alla Cosa del regista americano: un gruppo di ricercatori in mezzo ai ghiacci minacciati da una “cosa” aliena che li decima.

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Lo volevate fatto bene come nella locandina eh? Illusi.

Stavolta, però, il protagonista non è quel bad-ass di Kurt Russell, ma il pacioso Ross, che si porta dietro un dramma del passato: un suo antenato che si comportò da vigliaccone abbandonando una nave nei ghiacci, proprio la stessa nave che il suo pro-pro-pronipote andrà a ritrovare, liberando al contempo l’alienone di ghiaccio che dormiva tranquillamente da 200 anni. Il mostro si nutre di calore umano, e per farlo “trasforma le vittime in ghiaccioli”, come tutti ripetono continuamente. A quanto è quotato il sacrificio finale del protagonista, che riscatta così l’onta dell’antenato fifone? 1.02? Ecco, appunto.
Il curriculum del regista Garcia è costellato di titoli horror senza infamia nè lode, spesso ispirati a successi internazionali di ben altra caratura. Ecco, Arctic predator non sfugge più di tanto al copione: è brutto, brutto forte; ma non abbastanza forte da essere spassoso. I personaggi sono tagliati con l’accetta: gretti e avidi, obbediscono esclusivamente a logiche economiche ed utilitaristiche, calcolando l’esito delle proprie ricerche in termini monetari e sbattendosene del tutto sia dell’impatto scientifico che (e questo fa ridere non poco) del destino dei propri compagni. Le numerose morti che si susseguono per novanta minuti sono infatti accompagnate da reazioni ai limiti del surreale, con i beceri scienziati che elaborano il lutto con un’alzata di spalle e riprendono a calcolare quanti dollari potrebbero guadagnare da qualsiasi cazzo di oggetto. Per riempire un pò il canovaccio c’è anche una specie di triangolo amoroso, con una scienziata contesa tra due personaggi, ma è talmente poco interessante che neppure gli sceneggiatori hanno pensato di approfondirlo.

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“Oh mio Dio, guarda: un espediente narrativo spaventosamente telefonato!”

E l’arctic predator? Ce la da qualche gioia? Sì e no. Come al solito, si tratta di una elaborazione grafica scattosa e dalle proporzioni variabili a seconda delle scene, realizzata con cinque euro e due Goleador, che uccide in una lunga serie di scene telefonate e agisce in mezzo a ghiacci ancora più finti di lui. A un certo punto viene pure ucciso grazie al geniale piano architettato da uno dei due del triangolo (non il protagonista), ma siccome questo impedirebbe a Ross di bullarsi col sacrificio riscattatore si fa in modo che il mostro sopravviva (come? Perchè? Mah) facendolo poi crepare in una banale esplosione. Peccato, speravamo meglio.

Produzione: USA (2010)
Scena madre: quell’intro farlocchissimo, con e navi in CG e l’arrivo dell’alieno (ma i marinai come fanno a fuggire? Boh) meritava maggior giustizia.
Perchè sì: perchè le imprese di quel bruttone del predatore di ghiaccio, ogni volta diverso dalla scena prima, sono da gustare attentamente.
Perchè no: perchè, e questa non è una novità in film del genere, quando il bestio non c’è la noia regna sovrana.
Potresti apprezzare anche…: Bone eater, del maestro Wynorski, non fosse altro che per la curiosa somiglianza tra i due antagonisti.
Come trovarlo: siamo sicuri che il canale SyFy non se lo lascerà sfuggire.

Un piccolo assaggio: (è talmente ridicolo che non siamo riusciti a trovare uno straccio di filmato, quindi beccatevi ‘sto documentario sui veri predatori del Polo)

2,5

Arachnoquake

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AH AH AH!

Di: Griff Furst
Con: Edward Furlong,  Megan Adelle, Gralen Bryant Banks, Paul Boocock,Tracey Gold

Sharknado? Pfui!
Ok, ok, il capolavoro della Asylum è uscito l’anno dopo. Quindi, tecnicamente, potrebbe essere Sharknado ad essersi ispirato ad Arachnoquake. Boh. Però il legame tra i due film è evidente: Sharks + tornado = Sharknado, Arachno + quake (“terremoto” in inglese) = Arachnoquake. Semplice semplice. E se queste erano le premesse, cosa poteva venirne fuori se non un trashissimo monster-movie senza capo nè coda?

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Che scena scontata, ma puoi?

La Louisiana è sotto attacco: giganteschi ragni preistorici in digitale emergono dal sottosuolo, sono capaci di sputare fuoco e camminare sull’acqua, e sono stati disturbati dalle solite multinazionali stronze, che trivellano il terreno e disturbano il sonno delle bestiole a otto zampe. Come se non bastasse, i ragnozzi attaccano l’uomo, creando bubboni sottopelle che esplodono rilasciando altri ragni, i quali crescono piuttosto in fretta. Per fermarli si crea un gruppo assai variegato: un giovane sfaccendato puttaniere, delusione di suo padre e della sorella bonazza, si trova a guidare un pullman con sopra un paio di ragazzi, un vecchio e una coppia di deficienti che vogliono fare un giro turistico. A distanza, un altro pullman, guidato dal padre dei due ragazzi, trasporta delle adolescenti succintamente vestite a un torneo di baseball (ci si veste così alle partite?), e deve fronteggiare la stessa minaccia degli aracnidi, che hanno ormai invaso la città. L’intervento dei militari (dieci-dodici in tutto, i mezzi sono quelli che sono) non è sufficiente: l’alleanza bifolchi locali-turisti-esercito nulla può contro la mostruosa regina aracnide, un buffo ragnone rosa grosso come un camion e parecchio incazzato. Spetta allora all’insulso protagonista, che si riscatterà vestendosi da palombaro e affrontando il mostro finale con stratagemmi che ci rifiutiamo di riportare per rispetto al nostro senso della vergogna.
Diretto da Griff Furst (suoi gli imbarazzanti I am Omega e 100 million BC) e scritto da una nostra vecchia conoscenza, Eric Forsberg (che qui abbiamo intervistato), Arachnoquake non è un film della Asylum, ma ci somiglia molto, e non solo per i nomi illustri. Canovaccio di partenza con mostri giganti in città, il numero minimo di comparse, qualche attore ripescato dall’oblio: la strategia è quella. Stavolta tocca a Edward Furlong l’ingrato ruolo di ex-celebrità: vi ricordate il ragazzino di Terminator 2 e il ragazzo problematico di American History X? E’ invecchiato, e secondo noi non così bene: bolso come John Travolta, interpreta il coach che accompagna le ragazzine con minigonna giropassera, e affronta i ragni a colpi di mazza da baseball. Per esigenza di sceneggiatura, è pure costretto a mettere in atto l’incidente più ridicolo della storia, con l’autobus che, a una velocità estremamente contenuta, sbanda e va a sbattere come se fosse ai duecento all’ora.

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Certo che passare da James Cameron a questa roba qui è proprio una finaccia, povero Furlong.

Non c’è molto da dire sui ragnoni: sono fatti malissimo, con una grafica orripilante, le loro dimensioni variano a seconda delle esigenze, e le comparse si gettano letteralmente nelle loro fauci per simulare aggressioni credibili, con una nota di merito per il vecchietto iniziale che, pur di non affrontare un ragno non così spaventoso (5 cm, a occhio), si lascia cadere in una buca senza fondo. Altri personaggi, invece, inciampano ripetutamente nel solito ramo che emerge dal terreno, nel disperato tentativo di rendere un pò verosimile l’assalto degli zamputi animaletti.
Una nota di merito sulle location: il film è interamente girato nella vera Louisiana, rappresentata nel modo più stereotipato possibile come un posto in cui abitano solo neri ignoranti, vecchi rincoglioniti e bifolchi bianchi razzisti. Inoltre, evidentemente a causa della povertà di budget, appena l’inquadratura si allarga è possibile vedere distintamente gli abitanti di Baton Rouge che, incuranti del set del film, camminano e fanno la loro vita come se niente fosse! Persino le macchine, nonostante il traffico di ragni grossi quanto cinghiali in mezzo alle strade, procedono lentamente, così come i pedoni sui marciapiedi.
Insomma un film non del tutto riuscito (certi intermezzi familiari, come in tutti i film di questo tipo, sono noiosissimi e poco utili), ma che strapperà più di una risata agli amanti di questa robaccia. Come noi.

Ah, chi scrive è aracnofobico. Bastardi maledetti.

Produzione: USA (2012)
Scena madre: l’assalto finale del buffissimo ragnone rosa che va a fare la ragnatela tra due palazzi affrontato da quel buzzurro del protagonista in tuta da palombaro.
Punto di forza: è divertente, in parecchie scene. E poi potrebbe dare il via ad un filone, ad esempio: pecore giganti (“sheeps”) più uragano (“hurricane”) che diventa SHEEPSICANE. O qualcosa del genere.
Punto debole: se si esclusono i patemi familiari dei personaggi, non ne ha. Forse avremmo preferito osasse un pò di più.
Potresti apprezzare anche…: bè, dai, stavolta è facile.
Come trovarlo: il mercato americano ci permette di averlo in tutti i formati, nonostante il successo assai minore rispetto a Sharknado.

Un piccolo assaggio: (il commento “this movie was biggest shit i’ve ever seen” sotto questo video ci manda subito in visibilio)

3,5

Godmonster of Indian Flats

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Guardate che bella questa VHS della collana “Sexy Shockers”. Ma se non si vede neanche una caviglia nuda!

Di: Fredric Hobbs
Con: Christopher Brooks, Stuart Lancaster, E. Kerrigan Prescott, Peggy Browne, Richard Marion

Indian Flats, USA. La vita di questa piccola comunità di bifolchi sembra andare avanti nella solita routine quotidiana, tra razzismo, risse becere e fiere di paese ancor più becere che nemmeno quelle tra le risaie del nord-Italia. Tutto cambia quando uno scienziato individua nella stalla di uno dei rozzi contadini una specie di embrione di pecora mutato, nato dopo una notte nella quale il margaro, dormendo nella stalla, ha avuto delle visioni stranissime dovute a (boh, non ce lo dicono mai). L’embrione cresce e diventa un…una specie di…un pecorone storto e goffissimo ma bello grosso, che semina il terrore. Lo scienziato e i suoi amici, oltretutto, dovranno vedersela anche con un gruppo di cowboy razzisti che tentano di linciare un tizio di colore per futili motivi; ovviamente, l’inguardabile pecorone non sarà la bestia più feroce…
Questo film ci lacera interiormente. Le intenzioni di critica sociale degli autori sono evidenti: la società rurale statunitense è rappresentata in tutta la sua grettezza e chiusura mentale, persino troppo: i personaggi sono sgradevoli e malvagi, i conflitti all’ordine del giorno, il finale atroce e senza speranza. Tutto ciò è lodevole. Il problema è che, non si sa per quale delirio mentale, Fredric Hobbs ambienta tutta questa bella roba in una storia di pecora mutante buona-ma-anche-cattiva (tipo King Kong, per capirci, scusate la bestemmia), oltretutto in un film molto noioso per almeno due terzi della sua durata. L’azione si sviluppa infatti nell’ultima mezz’ora, mentre prima ci si limita a qualche scazzottata per motivi non chiarissimi; anche il lato tecnico, soprattutto nel settore audio-video (soundtrack impresentabile), lascia molto a desiderare, e qui i motivi sono dovuti all’inettitudine più che al basso budget.
La pellicola inizia ad ingranare solo quando il pecorone cresce e si palesa in tutta la sua (posticcia) bellezza: un figurante in un costume presumibilmente scomodissimo, storpio, con escrescenze dalla dubbia identità, che si muove lentissimo e non è capace di fare niente se non terrorizzare chi se ne imbatte. All’inizio, allo stato neonatale, la pecora assomiglia molto a un pollo arrosto di quelli che si vedono nella teca di vetro dell’Esselunga. A un certo punto, più o meno casualmente, cresce e fugge, seminando il terrore (va detto che solo grazie alle spiegazioni dei protagonisti capiamo che si tratta di una pecora, non ne ha davvero l’aspetto, ma in effetti non ha l’aspetto di un bel niente, quindi non poniamoci il problema). O almeno provandoci, a seminare il terrore: l’unica vera vittima è un tizio che muore solo perchè viene buttato già da un tetto, per il resto la pecora fa più paura che danni. Seriamente, va lenta come la quaresima, non ha particolari poteri se non quello di essere brutta, che danni dovrebbe fare? Per fortuna riesce comunque a rendersi protagonista di un paio di sequenze memorabili: il girovagare del “mostro” nel deserto, con un passo davvero letargico che lo fa sembrare la creazione di qualche regista astrattista, e la fantastica apparizione ad un picnic di bambini: gli sciocchi mocciosi non si accorgono dell’arrivo della creatura, nonostante questa ci metta un mucchio di tempo ad avvicinarsi e sia (supponiamo) piuttosto rumorosa, fuggendo terrorizzati solo quando il coso è ormai a un paio di metri di distanza! Come detto, alla fine non è la pecora il vero mostro, ma gli abitanti della comunità di cavernicoli, che lo catturano, lo chiudono in un furgoncino e lo fanno esplodere senza un motivo. Ma il fumo giallo prodotto dal rogo si sprigiona e va a contagiare altri ovini intenti a brucare paciosamente: l’incubo, per i biechi abitanti di Indian Flats, non è ancora finito…per lo spettatore invece sì. Per fortuna, eh.

Produzione: USA (1973)
Scena madre: quella del picnic con i bambini è talmente brutta che l’hanno messa pure nel retro della VHS.
Punto di forza: il mix di (rozza) denuncia sociale e di totale incapacità cinematografica è potenzialmente devastante.
Punto debole: Fredric Hobbs aveva pochi soldi e quindi sceglie di centellinare le apparizioni del suo mostro. Fredric, che è questo pudore? Su su, facci vedere il mostro, tanto il risultato è già compromesso fin dalla stesura del plot!
Potresti apprezzare anche…: andare a una fiera contadina del novarese-vercellese e riempirti di acidi, il risultato dovrebbe essere più o meno lo stesso.
Come trovarlo: come spesso accade per queste pellicole, la lotta alla diffusione online di Godmonster non è esattamente la priorità delle forze dell’ordine internazionali. Il problema è che dovete non solo masticare un pò di inglese, ma anche affinare l’udito, perchè l’audio è pessimo.

Un piccolo assaggio:

(ecco qui gli highlights del pecorone, va’ che bellezza)

2,5

2-Headed Shark Attack

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Il senso della Asylum per le locandine. 10+

Di: Christopher Ray
Con: Carmen Electra, Charlie O’Connell, Brooke Hogan, Christina Bach

“sono studenti universitari, è normale che si comportino così”. Questa perla, riferita al gruppo di anabolizzati e baldracche in costume da bagno che costituisce l’insieme dei personaggi di questo film, pronunciata a pochi minuti dai titoli di testa, permette subito di annusare il profumo di cazzatona. E trattandosi di un film della Asylum che parla di uno squalo a due teste,non poteva essere altrimenti. In svariati anni di università, chi scrive non ha mai visto situazioni del genere; le mie compagne di corso, a cui voglio bene, non si spogliavano molto spesso per limonare tra loro. Vabbè.
Per motivi non chiarissimi, e comunque ininfluenti, il suddetto gruppo di “studenti universitari” si trova a cazzeggiare in mezzo al mare, finchè la carcassa di un pesciolone non finisce nelle eliche impedendogli di continuare la navigazione, e anzi facendo imbarcare acqua. La comparsa di un provvidenziale atollo (vicinissimo a loro, ma qualche secondo prima non c’era) salva la situazione. Qui il film potrebbe anche finire, perchè, considerato che a) il cattivo è uno squalo, a due teste ma pur sempre uno squalo e b) i protagonisti sono sulla terra ferma, se ne deduce che c) lo squalo si attacca al tram e non è poi così temibile. Per fortuna interviene l’imbecillità degli “studenti universitari” (sigh): appena giunti sull’isola deserta, i ragazzotti capiscono subito quali sono le priorità: trombare, far limonare le studentesse in mare, prendere il sole e fare gare di motoscafi. Soprattutto quest’ultimo hobby è una manna dal cielo per lo squalo a due teste, che subito si da da fare divorando due studenti alla volta per fare prima. Avvenuta la prima scrematura di idioti, quando i superstiti si sono resi conto del pericolo, basterebbe starsene sulla terraferma per evitare guai; non essendo possibile, si inventa un mezzo terremoto che permette ai personaggi, anche quelli lontani dall’acqua, di tuffarsi ad ogni minima scossa, finendo anch’essi nelle doppie fauci del bestio. Lo scontro finale, con onde anomale e terremoti, vede i pochi studenti rimasti affrontare il 2-headed coso in mare aperto, riuscendo incredibilmente a sconfiggerlo nel modo più classico: lo squalo addenta la barca e la barca esplode, così, a caso. Arriva pure un elicottero a riprenderseli, chissà da dove, ma in fondo chissenefrega.
Piuttosto deludente questo ennesimo film Asylum a tema squali; il giochino non funziona più molto bene senza un minimo d’inventiva. Sì, la bestiaccia è divertente e tutto, ma oltre al fatto che si vede poco (gli effetti costano!), non è accompagnata da un contorno accettabile. I personaggi sono la replica esatta dello stereotipo americano degli studenti frivoli e palestrati, i dialoghi penosi, la realizzazione tecnica dozzinale: inquadrature da videoclip, ritmo da videoclip, recitazione da recita parrocchiale. E lo squalone? Lo squalone è ovviamente in digitale, a parte qualche scena in cui apprezziamo l’uso di ammassi di cartapesta legnosi e poco realistici. Niente di che. A questo punto tanto vale concentrarci sull’assurdità della sceneggiatura, roba che dei bambini di seconda elementare avrebbero scritto meglio, e sulla scelta degli attori: chi meglio di Carmen Electra, famosa per due grandi qualità, che non sono la capacità recitativa e l’applicazione, per interpretare una professoressa? Sì, sembra più giovane di alcuni suoi studenti (e probabilmente lo è), ma non importa, le inquadrature sul suo corpo in bikini si sprecano e a nessuno dispiace.
Se non avessimo visto qualche decina di film simili (ma più divertenti) potremmo anche apprezzarlo, ma per quanto ci piaccia il cinemasochismo crediamo che la Asylum possa e debba fare di meglio. Non so, Carmen Electra contro dei cannibali zombi? Dei cosacchi filosofi mummificati? Non è difficile, basta sforzarsi!

Produzione: USA (2012)
Scena madre: la lesbicata gratuita delle due studentesse sotto gli occhi libidinosi di un compagno, finchè lo squalo non fa il suo dovere.
Punto di forza: vale sempre la pena di spendere cinque minuti di vita per vedere un mostro strampalato della Asylum.
Punto debole: cinque minuti, non novanta. Tutto il resto è noia.
Potresti apprezzare anche…: i VHS con il backstage dei calendari delle veline. Manca lo squalo ma vabbè.
Come trovarlo: in versione anglosassone, possibilmente sottotitolato; i dialoghi assurdi regalano qualche sporadico momento di gioia.

Un piccolo assaggio:  (qualche genio si è messo a contare i morti del film, gustateveli)

2

Dead Sushi

Che bello, siamo commossi.

Che bello, siamo commossi.

Di: Noboru Iguchi
Con: Rina Takeda, Kentarô Shimazu, Takamasa Suga, Takashi Nishina, Yui Murata

Tra gli indizi che ci fanno sentire puzza di film trash, un titolo come Dead Sushi, il fatto che sia una produzione giapponese e una locandina fatta con i piedi occupano senza dubbio un posto importante. E infatti Iguchi, che si aggiunge a Nakano nella nostra personale galleria di registi nippo-trash degli anni duemila, non delude e confeziona una pellicola inevitabilmente destinata a diventare un film di culto.
Keiko è una timida cameriera di un ristorante giapponese specializzato in sushi; sottoposta fin da piccola a massacranti allenamenti a suon di arti marziali per imparare a preparare il sushi perfetto, è però poco considerata dal padre e relegata al ruolo di cameriera. La sua occasione di riscatto arriva quando i dirigenti di una grande azienda arrivano al ristorante per assaggiare l’ottimo sushi della casa: un ex-dipendente in cerca di vendetta (caduto in disgrazia e ormai ridotto ad un homeless sbandato) crea infatti un esercito di sushi assassini zombi, costringendo Keiko a dar fondo alle proprie abilità culinario-marziali in una feroce lotta per la sopravvivenza. A complicare le cose, una serie di mutazioni di tutti i tipi che trasformano camerieri e avventori in creature assurde e letali. In un crescendo di mostri grotteschi, riuscirà la povera cameriera a riscattarsi?
Andare al ristorante giapponese il giorno dopo aver visto questo film non ha prezzo: non siamo fanatici del sushi, ma dopo aver visto Dead Sushi siamo divisi tra lo schifo e l’attrazione: anche noi vorremmo vivere come delle creature dei film di Iguchi! Non si risparmia davvero nulla: sushi assassini, tofani omicidi, calamari dotati di lame che uccidono nei modi più improbabili. Favolosa la psicologia del cibo, con i brandelli di sushi che maltrattano un povero uovo spingendolo, intimorito, ad una curiosa alleanza con la bella Keiko. Gli omicidi, splatterissimi e pieni di sangue finto e cartapesta, sono uno più divertente dell’altro, a partire dalla coppia di fidanzatini trucidati da un barbone in una scena da cineteca: la lama-sushi decapita lei, spingendone la testa a un limone durissimo con l’orripilato fidanzato e poi trafiggendoli entrambi con un colpo netto! Ma siamo appena all’inizio: i sushi sgozzano, tagliano lingue, decapitano, fanno esplodere teste e diffondono una specie di contagio che trasforma gli altri cibi in altrettanti assassini (!) e gli esseri umani in zombi-sushi, con l’apoteosi del capopopolo con la faccia da pesce che comanda un esercito di mutanti. Sarebbe impossibile un riassunto anche approssimativo di tutto il ben di Dio qui presente, peraltro immerso in un mare di tettone e maschi arrapatissimi e stupidi che fa cappottare dalle risate (non può mancare il pasto in cui una donna nuda è usata come tavolo da due uomini libidinosi). Prendere sul serio una roba come questa sarebbe impossibile e francamente anche ingiusto nei confronti del regista; notiamo però che Iguchi non risparmia qualche frecciatina ad una certa cultura giapponese e al suo sessismo (il fatto che queste critiche vengano fatte a suon di poppe giganti è invece meritevole di ulteriore dibattito), comprese quelle che a noi spettatori occidentali saranno certamente sfuggite. Ma poi chissenefrega, volevate il sushi zombi? Beccatevi il sushi zombi, con i complimenti della casa!

Produzione: Giappone (2012)
Scena madre: il barbone che aggredisce e uccide la coppia, bellissimo! Non sapevamo se ridere o vomitare!
Punto di forza: la raffinata critica sociale di Iguchi ad una società bigotta, che…ah, ma a chi vogliamo darla a bere? SU-SHI ZOM-BI! SU-SHI ZOM-BI!
Punto debole: a volte Iguchi abbandona il suo spirito geniale per introdurre elementi di comicità banale e scontata, ma a parte questo è davvero un film divertente.
Potresti apprezzare anche…: Big tits zombie, del maestro Nakano.
Come trovarlo: non è mai stato doppiato, e per fortuna! Quanto sarebbe squallido un doppiaggio italiano? Però lo trovate con i sub in inglese, tanto non c’è molto da capire.

Un piccolo assaggio:  (questo trailer per il mercato inglese offre un bel tocco d’ignoranza al tutto)

4

Eegah

Ma quanto erano belli questi poster anni '60?

Ma quanto erano belli questi poster anni ’60?

Di: Arch Hall Sr.
Con: Richard Kiel, Marilyn Manning, Arch Hall Jr., Arch Hall Sr.

Ah, gli anni sessanta! Ah, il rock’n roll! La contestazione! Il Vietnam! Gli uomini primitivi in California!
Come? Non c’erano uomini primitivi in California? Ce li mette Arch Hall Sr.! Proprio in California, in una strada in mezzo al deserto, Roxy, frivola ragazza di città, vede la figura di un gigantesco uomo primitivo, vestito di pelli e armato di clava. Svenuta e subito ripresasi (ma continua a fingersi morta con sopraffina arguzia tattica), la ragazza viene salvata in extremis dall’intervento del suo ragazzo, Tommy, che suona in una rock band, è pettinato come un decerebrato e recita con i piedi. Siccome nessuno le crede (padre e fidanzato per primi), Roxy li conduce sul luogo dell’evento. Il ritrovamento di una gigantesca orma semi-umana convince il padre, scrittore di libri d’avventura, che qualcosa di vero ci sia. Mandati Roxy e Tommy a fare un party in piscina (durante il quale il carciofo non mancherà di suonare una tremenda serenata per la sua bella), il professore si avventura da solo nel deserto, non accorgendosi di avere il primitivo a pochi metri e venendo da lui sorpreso. Accorsi poco dopo per soccorrerlo, i due fidanzati vengono divisi: Roxy è fatta prigioniera dal mostro, che viene chiamato Eegah in quanto è il verso che fa più spesso, mentre Tommy gira senza meta nel deserto col suo bel fucilino. Qui parte un lunghissimo approfondimento sul gigante, le sue abitudini, i suoi parenti (sono mummificati nella grotta e lui ci parla, li presenta anche a Roxy con tanto di stretta di mano), almeno fino a che Roxy non riesce a sedurlo e a farsi condurre fuori dalla grotta. Lei, Tommy e il padre riescono così a fuggire dalle grinfie del povero uomo-scimmia, ma non è finita qui: ormai innamorato di lei, Eegah raggiunge la civiltà e irrompe prepotentemente durante una festa in piscina; qui, nonostante le suppliche dell’insopportabile Roxy, verrà crivellato di colpi dalla polizia. Finale trashissimo con una citazione biblica a casaccio sui giganti, roba da anni cinquanta proprio.
Le poche informazioni reperibili su questo film lasciano intendere come fosse solo un veicolo commerciale per sponsorizzare l’attività musicale del figlio: questo tra l’altro spiegherebbe perchè ogni volta che questo citrullo fa partire una canzone, anche in mezzo al deserto, subito partono coretti e batteria di sottofondo, e anche perchè ci tocca sorbirci le sue esibizioni canore. Diciamo che, trattandosi di per sè di un film noiosissimo, le nenie mielose di Tommy non aiutano. Su Internet si cita un budget di quindicimila dollari del 1962: noi non ne abbiamo visti neppure mille. Gli attori sono fondamentalmente quattro (Roxy, Tommy, il padre di lei e Eegah), nessuno dei quali brilla per capacità recitative: anche nelle situazioni di pericolo, o quando vengono aggrediti dal mostro, tutti parlano con la pacatezza e la calma di Lord inglesi alla Camera, tranne il giovane Tommy, che enfatizza ogni frase piazzandoci un “wow” o ripetendo le battute due o tre volte. Quello che sembrava essere un gran bell’horror si dimostra alla fine un palloso trattato su Eegah (la parte nella grotta è da denuncia penale per noia, anche se la scena in cui la tipa fa la barba al primitivo rendendolo una specie di Lerch della Famiglia Addams merita) con un finale scontatissimo. Il protagonista, che poteva essere il valore aggiunto della pellicola (tra l’altro, l’attore era alto quasi 2 metri e 20, quindi non c’era bisogno di effetti particolari), non ha mai la possibilità di sfogare la sua furia, e si limita ad accarezzare Roxy e a mollare sganassoni a chi gli capita: il suo look con pelle e clava posticcia ricorda più un episodio di “Ciao Darwin” che un uomo delle caverne.
E’ consigliato soprattutto ai nostalgici degli anni cinquanta-sessanta.

Produzione: USA (1962)
Scena madre: la fuga con il dune buggy. Nonostante sia evidente la difficoltà di questo mezzo in salita, i protagonisti si ostinano ad evitare le strade dritte, rischiando di farsi raggiungere da Eegah. Prima di partire, Tommy giustifica il proprio “sabotaggio” al mezzo dicendo “l’avevo bloccata perchè nessuno la rubasse”. In mezzo al deserto!
Punto di forza: lo squisito disprezzo del ridicolo che caratterizza il film.
Punto debole: è davvero noiosissimo, un mattone nonostante la durata relativamente breve.
Potresti apprezzare anche…: The beast of Yucca Flats.
Come trovarlo: la fama di cult degli ultimi anni ha permesso di farlo uscire in DVD nei paesi anglosassoni.

Un piccolo assaggio:

(una lacrima strappa storie)

2

Blood Lake – L’attacco delle lamprede killer

Lo splatter è tutto nella locandina, purtroppo!

Lo splatter è tutto nella locandina, purtroppo!

[Krocodylus, IlCarlo] Di: James Cullen Bressack Con: Shannen Doherty, Jason Brooks, Christopher Lloyd, Jack Ward Iniziare a guardare un film e leggere “The Asylum presents” è sempre una bella sorpresa. Se i terribili mostri che popolano il film in questione sono poi delle petromyzontiformes, più comunemente note come lamprede, curiosi animali simili ad anguille che succhiano il sangue non così pericolosi per l’uomo, il gioco è fatto. In una sonnacchiosa cittadina di provincia, le lamprede diventano milioni, super aggressive e attaccano l’uomo. Perchè? Perchè…boh, non si dice. Ormai la Asylum può permettersi di non spiegare nulla di ciò che accade nei suoi film, tanto non ce ne frega un fico secco delle cause, quello che vogliamo è vedere le lamprede assassine che magnano la gente. In realtà è improbabile che le lamprede mangino la gente, ma quei geniacci degli sceneggiatori rimediano con una curiosa trovata: chiunque venga morso da uno di questi simpatici animaletti perde l’equilibrio del tutto senza motivo, oppure viene trascinato dalle lamprede stesse (!); comunque, finisce in acqua e viene divorato. A combattere la minaccia ci sono un esperto del settore, appena trasferitosi con la famiglia, composta da moglie milfona (Shannen Doherty, faceva Beverly Hills 90210) e figlia adolescente bona ma irrimediabilmente stupida. C’è anche un figlio più piccolo, amico degli animali e lento di comprendonio, ma visto che il suo ruolo è prevalentemente quello di frignare ce ne disinteresseremo. Comunque, a ostacolare l’opera del protagonista c’è l’avido sindaco che non vuole interrompere la stagione turistica, stereotipo che non regge più dai tempi de Lo squalo. La lotta sarà senza esclusione di colpi, con le lamprede che a un certo punto imparano a muoversi sulla terraferma con disinvoltura e fanno strage, fino all’idea geniale del protagonista: estrarre fegati dalle lamprede morte, attirarle in una centrale elettrica e friggerle. Alla fine il padre bigotto accetta che la figlia si fidanzi con un ragazzotto locale e tutti vivono felici e contenti, cane randagio compreso, mentre un tecnico antipatico viene ammazzato dall’ultima lampreda rimasta. Blood lake è il tipico prodotto che tenta disperatamente di inventare un elemento di tensione in un animale facile da riprodurre in digitale e finora non sfruttato; il fatto che nessuno avesse mai pensato a delle lamprede assassine doveva dire qualcosa ai pittoreschi sceneggiatori della Asylum. Il risultato però è divertente: non una commediola autocitazionistica come Sharknado, ma un bel filmaccio raffazzonato in poco tempo con protagonisti inespressivi e situazioni inverosimili; la presenza di Christopher Lloyd, il “Doc” Brown di Ritorno al futuro (l’avevo lasciato nel west a rimorchiare maestre, che brutta fine, poveraccio), qui nei panni del sindaco stronzo (che finisce malissimo, violato analmente da una lampreda!), è una perla che arricchisce il cast. Le blasfeme citazioni di Alien ci hanno portato a definirlo, con un gioco di parole degno del Bagaglino, “Alien VS Lampredator”, scusate, eravamo stanchi. Curiosi gli scontri lamprede-umani: trattandosi di bestiole facilissime da evitare (sono lente e piccole!), si è pensato di rendere più stupidi i personaggi: la nostra preferita è la sceriffa che si ferma in mezzo a milioni di lamprede con i finestrini abbassati, lasciandosi divorare senza nemmeno tentare la fuga; l’assurdo sacrificio dell’assistente (ma perchè? Non ce n’era alcun bisogno!) e la surreale ostinazione del sindaco (continua a far finta di nulla anche dopo 5-6 morti!) completano il podio. Particolarmente gustose le scene in cui oggetti di uso comune vengono usati per sfoltire la popolazione delle lamprede: abbiamo così il decespugliatore che le falcia a decine, le mazze da golf che le spappolano, gli attrezzi da barbecue per dargli fuoco, eccetera. Menzione speciale per i doppiatori italiani: mai avevamo visto un lavoro così mal eseguito, fuori sincrono di diversi secondi in quasi tutte le frasi. Cast di relitti umani, storia inverosimile, scene ridicole, zero tensione. In una sola parola: filmone!

Produzione: USA (2014)

Scena madre: il decespugliatore, per Dio, guardatevela! La figlia che lo solleva come se pesasse mezzo chilo e il sangue posticcio valgono da soli tutto il film!

Punto di forza: è insolitamente divertente! La deriva “consapevole” del trash targato Asylum ci stava preoccupando.

Punto debole: e le tette? C’è tanta gente in acqua, volevamo più tette! Potresti apprezzare anche…: Sexual parasite – Killer pussy

Come trovarlo: lo passano su Dimax ogni tanto, in italiano. Non perdetevelo!

Un piccolo assaggio:  (vi prego, notate la raffinatezza della realizzazione) 3

Shark invasion

La traduzione letterale sarebbe "squali furiosi", e in alcune edizioni è stato tradotto così. In altre no. Che casino.

La traduzione letterale sarebbe “squali furiosi”, e in alcune edizioni è stato tradotto così. In altre no. Che casino.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Danny Lerner
Con: Corin Nemec, Vanessa Angel, Corbin Bernsen, Todd Jensen, Simona Levin

A volte ritornano. Danny Lerner è una nostra vecchia conoscenza dai tempi di Shark in Venice; in quella recensione, tra l’altro, avevamo sottolineato come il buon Danny fosse un fissato con gli squali e producesse il suo putridume grazie alla Nu Image, diretta da Avi Lerner, che presumiamo esserne il fratello. Shark invasion conferma i gusti bizzarri della famiglia Lerner.
La storia è un mischione orrendo di cose scollegate tra loro. Nel Triangolo delle Bermude (ma perchè? Che c’azzecca?) precipita un’astronave aliena, scontratasi con un’altra probabilmente per guida disattenta di qualcuno. Per cinque anni non succede una beata fava, finchè il protagonista, un clone di Bon Jovi, non decide di piazzare proprio lì la sua base sottomarina, grazie alla quale studia nonsicapiscecosa, comunque sono lui e dei colleghi che fanno di tutto tranne lavorare. Ovviamente a bordo c’è anche sua moglie, una signora con un decennio in più di lui che si lamenta per qualsiasi cosa ed è davvero irritante. Di colpo, gli squali del circondario vanno fuori di melone e attaccano la base isolandola, cioè mordendo due tubi che, staccandosi, condannano a morte i presenti. Ovviamente Bon Jovi e la moglie non ci stanno: insieme ad un ambiguo funzionario governativo, indagano sul motivo per cui gli squali hanno deciso di accoppare tutti. L’indagine è funestata da alcuni colpi di scena telefonatissimi: uno dei tecnici che si caga addosso e fugge con l’unico sottomarino (durando circa cinquanta metri prima di essere fatto a pezzi), gli attacchi dei feroci animali rubati direttamente alla National Geographic, il tradimento del funzionario governativo: questi si rivela un malvagio agente del Majestic-12, un man in black disposto a tutto pur di impadronirsi della tecnologia aliena che giace sul fondo dell’abisso. Tutta una serie di eventi incomprensibili e improbabili porta ad un ritorno degli alieni, che prelevano il cilindro che ha causato tutto questo casino, e all’incredibile salvataggio di Bon Jovi e di sua moglie, che sopravvivono all’esplosione della base e vengono accolti nel sommergibile semplicemente…bussando. Anche il cattivo sopravvive, ma essendo appunto il cattivo viene prontamente divorato dagli squali.
Tutte le guide cinematografiche e le schede su Internet confermano che Shark invasion è stato girato nel 2005. Sarà pure vero, ma non ci si crede: la fotografia sgranata della pellicola, così come i temi trattati, sembra uscita direttamente dal 1988. Lerner mischia nella sceneggiatura talmente tante cose che avrebbe potuto farci tre film, ma siccome lui è fissato con gli squali non ha voluto separare i generi. Non c’è neppure bisogno di parlare dell’assurdità della trama, ha talmente poco senso che sarebbe una perdita di tempo. La vena trashona di Lerner si esprime al meglio nelle singole scene: non c’è un solo momento in cui qualunque spettatore possa dire “oh, questo non me l’aspettavo”. L’interazione tra il cattivissimo agente del Majestic 12, che ovviamente è semi-immortale e uccide per diletto, e i due protagonisti regala sequenze memorabili: il povero Bon Jovi lo picchia, lo strozza, lo accoltella, lo fa esplodere, ma lui sopravvive sempre. Ovviamente invece di sparargli e chiudere la questione, il cattivone perde mezz’ora a parlare dei suoi piani e a deridere i suoi avversari, nonostante questo sia notoriamente un errore in certi film. Gli effetti speciali non sono neppure malaccio, e i filmati rubati ai documentari ben si integrano con il resto del film; la povertà si vede solo nelle scene di panico sul sottomarino o in spiaggi: le poche e svogliate comparse si gettano di qua e di là senza motivo, e in un paio di casi sembrano veramente dei tarantolati per i loro movimenti sconnessi.
Chiudiamo con un quesito inquietante: chi diamine ha scelto le attrici protagoniste? Sembrano tutte e tre rifarre o piene di botulino. Una in particolare ha dei labbroni davvero spaventosi. Sicuramente più spaventosi degli squali.

Produzione: USA, Bulgaria (2005)
Scena madre: il finale, la disinvoltura con cui le due testedicazzo bussano al sottomarino in pieno oceano senza attrezzature da sub e vengono fatti accomodare. Sublime.
Punto di forza: il tocco di assurdità della sceneggiatura che compensa anche i numerosi tempi morti.
Punto debole: con una simile storia si poteva fare molto meglio ed esagerare sugli effettacci. Purtroppo Lerner si mantiene entro limiti di vergogna appena accettabili.
Potresti apprezzare anche…: Shark in Venice.
Come trovarlo: comodamente in DVD; il retro di copertina è oltretutto pieno di errori di ortografia.

Un piccolo assaggio: 

(pare che tra i numerosi titoli ci sia pure Space sharks, tanto per non farci mancare nulla)

2

Birdemic 2: The Resurrection

EPICO.

EPICO.

Di: James Nguyen
Con: Carrie Stevens, Whitney Moore, Alan Bagh, Brittany N. Pierce, Billy Mikus, Rick Camp, Chelsea Turnbo

L’attesissimo (da noi e qualche altro derelitto) sequel dell’immortale Birdemic è finalmente venuto in nostro possesso! Ci sono voluti anni di attesa e una paziente ricerca di sottotitoli in italiano, ma l’impresa è alla fine stata compiuta, e il film visionato. Ed è totalmente diverso da come ce lo aspettavamo!
A voler essere pignoli, Birdemic 2 non è un sequel del primo, ma un remake. Dello stesso regista. Con gli stessi attori.
Perchè uno fa un remake, di solito? Magari ha trovato più fondi di quando ha girato il film originale, o attori migliori, o forse più semplicemente la tecnologia ha raggiunto un livello tale da permettergli di realizzare qualcosa di meglio. Qualsiasi regista risponderebbe così, ma non James Nguyen. Il motivo per cui si sia cimentato in questa spazzatura ci rimane oscuro. Le poche differenze tra i due film sono l’unico motivo per cui non facciamo copiaeincolla con la precedente recensione.
Rod stavolta è un regista che nei primi cinque minuti di girato passeggia per Hollywood senza che accada una cippa di nulla (queste scene saranno numerosissime, probabilmente per allungare il minutaggio). Entra in un bar e subito inizia a provarci con la cameriera bionda, millantando fama mondiale e promettendole una parte nel suo prossimo film. Arriva anche un suo vecchio amico ricco sfondato che gli offre un milione di dollari a patto che nel film reciti la bagascia che si porta appresso. Ottenuto anche l’ok dei produttori (purchè si inseriscano più tette e violenza!), si può cominciare a girare, mentre Rod fa capire alla cameriera, in modo abbastanza esplicito, che c’è un modo semplice semplice per ringraziarlo dell’opportunità di carriera: offrirgliela su un piatto d’argento, cosa che l’attricetta fa senza alcun rimorso.
Come da copione, dal nulla arrivano le aquile, gli avvoltoi e i piccioni. No, va bè, stavolta c’è un minimo di storia e di contesto scientifico: cade una pioggia rossa venuta da chissà dove che fa resuscitare i morti, soprattutto due uomini di Neanderthal e gli uccelli. Fine del contesto scientifico. Qui in pratica riparte il secondo tempo del precedente film, con i protagonsiti che scappano in uno scenario totalmente normale e tranquillo in cui le macchine continuano a girare in strada, sparando come pazzi (le armi hanno tutte il cheat “colpi infiniti”) e ogni tanto decimandosi. A dieci minuti dalla fine, Nguyen sorprende lo spettatore inserendo una scena del tutto casuale in cui la pioggia rossa fa resuscitare degli zombi dal cimitero (7-8 in tutto), con uno scorcio di horror che quantomeno ravviva l’attenzione. Nel prevedibile finale, comunque, gli uccellacci e gli zombi tornano da dove sono venuti. Finisce esattamente come l’altro, insomma.
B2: The resurrection ripete insomma l’intero copione dell’originale. Questo vale anche per gli effetti speciali: sempre scarsi, sempre ai limiti dell’imbarazzo più totale, con il braccino corto del regista Nguyen sempre evidente (come quando persino un’ambulanza è ricostruita in CGI, presumiamo non sia troppo difficoltoso procurarsene una). Commentarli sarebbe una perdita di tempo, molto meglio evidenziare alcune parti che ci hanno lasciati perplessi.
Alcune scene, in particolare, sembrano prese da un altro film e inserite giusto per far raggiungere una lunghezza decente (ricordiamo che nonostante tutto ‘sta roba dura 79 minuti, eh, non tre ore): l’incontro con la coppia di ecologisti, lo scontro con i primitivi (sia ecologisti che primitivi indossano dei ridicoli parrucconi), e il siparietto nei vari set; in uno di questi Nguyen riesce anche ad inserire alcune tette di discreta qualità, come a dire che se avesse trenta-quaranta euro in più da buttar via potrebbe fare film action coi fiocchi.
Un grosso difetto del film (in ottica cinemasochistica, giacchè se parlassimo di livello qualitativo ci sarebbe da scriverne a lungo) è il fatto di autocitarsi continuamente, dando vita a un tentativo di metacinematografia decisamente inutile e noioso, con gli attori (chiamiamoli così) che discutono del mondo del cinema contemporaneo un attimo prima di prendere a badilate delle aquile posticce. Alle volte sembra quasi che James Nguyen sappia benissimo di non avere alcun talento e carichi la dose di trash solo per sfornare cult. Ma forse è solo un’impressione, eh…

Produzione: USA (2013)
Scena madre: l’attacco della medusa è particolarmente interessante, perchè davvero non centra nulla col resto del film. Probabilmente l’hanno messa per poi riprendere la cosa, ma se ne sono dimenticati.
Punto di forza: alla fine non è così male, fa ridere e una visione la merita.
Punto debole: dato che la vergogna non sembra essere di casa dalle sue parti, Nguyen poteva pure metterci qualche mostro in più, invece di riciclare i soliti uccellacci più qualche zombi.
Potresti apprezzare anche…: il primo Birdemic, tanto è uguale.
Come trovarlo: considerato che l’importanza dei dialoghi è pari a quella degli stessi nei porno, è sufficiente procurarselo originale. Se qualcuno volesse i sottotitoli italiani, sono facilmente reperibili online.

Un piccolo assaggio: 

(ecco la scena della medusa, guardatevela tutti, poi guardate il film e diteci se avete capito cosa ha a che fare con tutto il resto)

3

Atlantic Rim

Io volevo anche Oceanic Rim e Indian Rim, ma vabbè...

Io volevo anche Oceanic Rim e Indian Rim, ma vabbè…

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Jared Cohn
Con: Graham Greene, David Chokachi, Treach, Jackie Moore

Qualche critico, parlando di Pacific Rim, ha detto, non senza disprezzo, che è la realizzazione infantile del sogno di ogni bambino: mostri giganti contro robottoni, l’inconfessabile desiderio di ogni cinefilo con il cuore da burino. Atlantic Rim, la versione Asylum del film di Del Toro, è invece la versione trash di tale desiderio.
Red, Jim e Tracy sono tre piloti della marina americana, scelti per un progetto rivoluzionario, il Project Armada: questo investimento (500 miliardi di dollari!) dell’esercito non ha uno scopo preciso: i tre baldi giovani devono pilotare questi robottoni giganti in CGI, ma non si capisce bene per quale motivo. Un giorno, mentre Red e Tracy si ubriacano e fanno i bulletti alla festa del Martedì Grasso, una piattaforma petrolifera viene attaccata da un mostro gigantesco, simile a un serpente marino mischiato con un dinosauro. Nonostante i robottoni non siano ancora stati testati, i tre idioti vengono spediti in fondo all’oceano per verificare l’accaduto, e si scontrano con il suddetto mostro devastando mezza città. Mentre Red viene rinchiuso in cella per insubordinazione, generali e scienziati scoprono che il mostro non era solo, e che lui e i suoi amici sono nati da uova vecchie di 100 milioni di anni conservatesi grazie al petrolio greggio, non è ben chiaro come. Ovviamente gli altri due mostri attaccano subito New York, lasciando ai piloti, coadiuvati dal vecchio e pacioso ammiraglio Hadley, il compito di debellarli. Lo scontro finale si svolge in città, in acqua e nello spazio, e vede (sorpresa!) il trionfo del bene e dei militari buoni e onesti, contro un esagitato colonnello che dal minuto quaranta fino alla fine insiste per un bombardamento nucleare su Manhattan. Ah, c’è anche una specie di triangolo amoroso tra i piloti che viene introdotto a metà film e di cui non si parla più, forse mancava il tempo e bisognava far uscire la cazzatina nelle sale (?).
Jared Cohn è un giovane e promettente regista Asylum, cui spetta l’ingrato compito di realizzare il mockbuster del kolossal di Del Toro. Ora, il film originale era di per sè una sonora vaccata, appena salvata dai roboanti e curatissimi effetti speciali. Proprio questo (ovvero la presenza di animali giganteschi e variegati e robottoni che li combattono, con conseguente distruzione di tutto quanto), poteva fare di Atlantic Rim un grande mockbuster in cui dar fondo a tutta la capacità fracassona degli effettisti Asylum. Bisogna dire che Cohn si impegna a fondo per raggiungere questo risultato; il problema è che (immaginiamo) il budget a sua disposizione era veramente ridicolo, più del solito. Questo aspetto impone una certa morigeratezza nell’uso di effetti digitali: i mostri sono tutti uguali tranne che per le dimensioni (che comunque variano con disinvoltura da un’inquadratura all’altra), sono soltanto tre (e non decine come speravamo) e i combattimenti sono resi con pochi effetti (comunque orripilanti) e ripetendo all’infinito le stesse inquadrature. Come se non bastasse, l’azione è alquanto ridotta: oltre metà del film (una percentuale indegna per una pellicola di questo genere) è occupata dalla vita privata dei tre piloti, dalle loro storie d’amore e dallo scontro tra l’ammiraglio Hadley e il colonnello. Fortunatamente, nonostante il braccino corto di Latt e Rimawi, anche le scene di vita quotidiana e attività militare regalano qualche perla che salva la pellicola dalla noia: notevole l’inserimento di una rivalità tra Red e Jim per contendersi la bella Tracy, che sta col primo ma, da ubriaca, ha strombazzato pure con il secondo; il discorso interrotto proprio mentre la cosa viene rivelata lascia presagire un finale carico di passioni e sacrifici, invece no, tutto quanto viene accantonato per far spazio all’ego di Red: costui, sopravvissuto tra le altre cose a un’esplosione nucleare, è un vero ignorante patriota americano, che ulula, sbevazza e si mette a urlare come uno sciamannato se lo chiudono in una stanza per più di due ore. Irritante la scena in cui, mentre l’ubriaco Red e Tracy ballano a una festa, Jim si fa il mazzo con la Croce Rossa per soccorrere i feriti, salvo venire totalmente ignorato quando poi tutti danno dell’eroe al suo collega. Anche l’idea di attaccare il mostro con un robot per volta, pur avendone a disposizione tre, non è affatto male; i suddetti robot sprecano oltretutto metà del carburante solo per arrivare sul posto!
La realizzazione tecnica, al di là degli effetti speciali, è abbastanza dozzinale: le scene rubate a documentari sull’esercito sono abbastanza ben inserite nel contesto, mentre i momenti di panico generale risultano poco credibili a causa del risicatissimo numero di comparse (fa quasi tenerezza la scena in cui l’esercito manda cinque soldati CINQUE armati di fucilini contro un mostro di 100 metri). Gli attori (tra cui il bravo Greene) sembrano come ipnotizzati, e recitano dialoghi senza senso con grande convinzione: l’Oscar dell’assurdo lo vince il militare pazzo con la benda sull’occhio fissato con la bomba atomica, una trovata, questa, utilizzata dalla Asylum praticamente in ogni film, che il nemico siano piranha, coccodrilli di 20 metri o dinosauri di 100. Se non altro dura una mezz’ora buona in meno dell’originale…

Produzione: USA (2013)
Scena madre: a un certo punto Cohn decide di inserire un ulteriore collegamente con Pacific Rim, ovvero l’interfaccia mentale. Per farlo, i tre piloti indossano una specie di cerchietto (ognuno ha il suo colore, rosso verde e blu) che li fa somigliare ai protagonisti di Sailor Moon! Imbarazzante!
Punto di forza: diciamo che essendo l’originale una vaccata, questo non è che sfiguri. Se si escludono gli effetti speciali.
Punto debole: Rimawi, Latt, sganciate la grana! Non troppa, eh, quella che basta per far ridere!
Potresti apprezzare anche…: Battle of Los Angeles
Come trovarlo: essendo reperibile anche in italiano, è probabile che sia stato distribuito sul mercato delle pay tv.

Un piccolo assaggio:  (ecco l’epico scontro finale!)

2,5