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Bruno Mattei – L’arte di arrangiarsi

Se dovessimo selezionare un regista per un film sulla nostra vita, probabilmente non sceglieremmo Bruno Mattei. Uno Spielberg, un Kubrick, per i più audaci un John Carpenter. Se però dovessimo realizzare quel film con un budget risicato, nessun effetto speciale a disposizione, e per qualche motivo volessimo ugualmente shockare e impressionare lo spettatore, allora l’artigiano del cinema romano sarebbe in cima alle nostre preferenze. Attraverso quarant’anni di cinema italiano, quattro decenni vissuti sempre in quell’ambigua etichetta che corrisponde alle parole “di genere”, Bruno Mattei ci ha insegnato che non esiste film troppo brutto, troppo spudorato o troppo estremo: quando il lavoro chiama (e per Bruno Mattei il cinema è sempre stato innanzitutto lavoro), si può solo rispondere affermativamente.

Bruno Mattei (3)

“Mi ricordo che negli anni 70 un regista di genere guadagnava circa 8 milioni di lire a film, paragonabili a 40mila euro di oggi. Certo, se pensi ai soldi che girano in tasca a uno Spielberg…”

Bruno Mattei nasce a Roma nel 1931. Come per moltissimi registi suoi coetanei, la sua carriera inizia con una robusta gavetta: sceneggiatore, montatore, aiuto regista. Mattei collabora con registi come Jesus Franco e Joe d’Amato, stringendo sodalizi che dureranno negli anni: in particolare, si dimostra un abile montatore, capacità che sarà il filo rosso dell’intera sua filmografia. Il genere è principalmente quello del women in prison: erotismo (qualche volta in forma di pornografia esplicita), torture, ambientazioni esotiche o nazisteggianti. La censura si abbatte sistematicamente su questi film girati con pochi mezzi e, diciamocelo, scarsa qualità: lo scopo di sconvolgere lo spettatore viene però raggiunto, e il pubblico, malgrado tutto, apprezza: Mattei è pronto per il suo esordio alla regia. Fino al 1980 a farla da padrone sono principalmente pellicole soft-porno: Cicciolina amore mio (co-diretto con il re dell’hard italiano Riccardo Schicchi, “creatore” dei personaggi di Cicciolina e Moana Pozzi), Cuginetta…amore mio! (ah, i titolisti dell’epoca…), Sexual aberration. La carriera di Mattei potrebbe anche adagiarsi tranquillamente nel circuito pornografico, e spedirlo dritto dritto nell’oblio: Internet era ancora molto lontano, il cinema a luci rosse era un’industria fiorente e diffusa, e i guadagni più che soddisfacenti. Ma nel 1980 succede qualcosa, un punto di rottura nella fin lì normalissima carriera di Mattei.

Bruno Mattei (4)

“Volevo mettere nel film [Virus] un pò di “canzonatura”, cosa che poi fu ripresa dagli americani. Si trattava sostanzialmente di smitizzare questa storia dei morti viventi, presi così maledettamente sul serio dalla trilogia romeriana…”

Zombi di Romero è uscito solo due anni prima: i morti viventi hanno riscosso un successo planetario. Mattei, che non si fa pregare quando c’è un sottogenere americano da italianizzare, realizza insieme a Claudio Fragasso (che lui definirà bonariamente “uno che fa un gran chiasso e non capisce un cazzo”) Virus – L’inferno dei morti viventi. Il film, basato su un’epidemia zombi vista con gli occhi di quattro soldati spediti in Nuova Guinea, riprende moltissime sequenze direttamente dal capolavoro di Romero, ambientate però in Guinea (in realtà la Spagna), e soprattutto ha la stessa colonna sonora. Mattei raccontò di come avesse chiesto a Bixio, editore musicale dei Goblin, di poter utilizzare le musiche di Zombi per il suo film; essendo “molto amico” di Mattei, non ci fu alcun problema. Pare che i Goblin non la pensassero proprio allo stesso modo sul fatto che le loro musiche venissero utilizzate in più film solo per una questione di guadagni, ma questa non era cosa che potesse impensierire Mattei e il suo socio. Virus, che presenta effetti speciali molto caserecci e l’interpretazione assolutamente sopra le righe di Franco Garofalo nel ruolo del soldato Zantoro, divenne un cult. La coppia Mattei-Fragasso era pronta per ritagliarsi uno spazio nel cinema di genere. Nei crediti, Mattei si firmò come Vincent Dawn, primo di tantissimi pittoreschi pseudonimi adottati dal regista di Roma: Jimmy Matheus, Pierre LeBlanc, Bob Hunter, William Russell. Oltre ad essere un tratto distintivo suo e di Fragasso, questo continuo cambio di pseudonimo renderà ancora più difficile stilare una sua filmografia completa. Mattei è camaleontico, specializzarsi in un singolo genere è qualcosa di estraneo al suo modo di lavorare, così come limitarsi al mercato italiano: d’altra parte, gli pseudonomi erano una prassi diffusa nel cinema del Belpaese, fin dai tempi di Sergio Leone\Bob Robertson in Per un pugno di dollari.

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“Alcuni errori nei film erano davvero dilettanteschi, ma questa non è una critica: erano film di cassetta, erano fatti così. Mattei era un tipo simpatico, ma non so quanto fosse davvero interessato al cinema…” (Al Festa su Bruno Mattei)

Il decennio 1980-1990 costituisce l’apice della “contaminazione” matteiana: women in prison (Violenza in un carcere femminile, 1982), erotico (Nerone e Poppea, 1982), post-apocalittico misto a horror (Rats, 1984, in cui l’utilizzo di ambientazioni riciclate dalla lavorazione di C’era una volta in America aggiunge un ulteriore tocco di stile allo stile del regista), ancora zombi (Zombi 3, 1988, frutto di una clamorosa collaborazione Mattei-Fulci-Fragasso), azione bellica (Strike Commando, 1987), fantascienza (Terminator 2, 1990), fantascienza bellica (Robowar, 1989). Nessun genere è risparmiato dalla furia iconoclasta del duo e di Mattei in particolare. Il copione è sempre lo stesso: film “commissionati” per sfruttare questo o quel successo cinematografico, spesso made in USA; budget ridottissimi; possibilità, per l’artigiano Mattei, di utilizzare tutte le proprie trovate estreme e trash e tutti i propri mezzi, spesso con un gruppo di attori ricorrenti (Romano Puppo, Massimo Vanni) e con Al Festa alle musiche. Le pellicole sono generalmente ricalcate senza alcuna vergogna su altri film più celebri (Zombi, Robocop), con l’apoteosi di Terminator 2 – Shocking dark, che oltre a sfruttare ignobilmente il titolo del kolossal di Cameron mischia in maniera abbastanza casuale elementi di quest’ultimo e di Aliens ambientati in una Venezia post-apocalittica!

Marchio di fabbrica del duo, ma soprattutto di Mattei, è l’utilizzo di spezzoni tratti da documentari, o direttamente da altri film: la differenza è palese, spesso si tratta di ambientazioni totalmente diverse e di grafiche ancora più distanti, che creano un effetto straniante e involontariamente comico. Ma Mattei non è uno che abbia mai avuto problemi a lavorare con materiale scadente: che fossero film porno o cannibal-movies, gore o fantascientifici, il “mercenario” faceva ciò che gli veniva chiesto, sempre con un gusto particolare per l’eccesso e lo shock. Massacrato dai critici (non senza qualche ragione, per la verità), disprezzato dal pubblico più sensibile, Mattei faceva la fortuna dei produttori per la sua poliedricità: lui faceva sì film di serie C (ma anche D, E, Z…), ma non c’era genere che non rientrasse nel suo palmares. Pur sbertucciando sempre i “pregiudizi” della critica verso il cinema di genere, alimentava questo suo personaggio con dichiarazioni che bene rendevano la sua concezione del cinema (a un giornalista che gli chiese se avesse mai ripreso un vero lebbroso per risparmiare sul make-up, rispose: “no, ma mi hai dato un’idea!”), senza pretese autoriali, ma considerando il cinema come un lavoro, per quanto particolare, con i suoi meccanismi, le sue opportunità e le sue vicende umane. Gli anni ’90 e i primi del nuovo millennio vedono tramontare il cinema di genere italiano. Molti registi si rassegnano e si convertono a generi nuovi, o al lavoro in tv. Molti, ma non Bruno Mattei: lui continua imperterrito a sfornare pellicole su pellicole, sempre con budget ridicoli e sceneggiature ancora più ridicole. E’ un ritorno alle origini per Mattei, che decide di virare nuovamente sull’erotismo, con una serie di soft-thriller molto dimenticabili (Snuff killer – La morte in diretta, Belle da morire). Il cinema del duemila sembra aver dimenticato la stagione dei Mattei, dei d’Amato e persino dei Fulci (anche se quest’ultimo subirà una rivalutazione post-mortem). Ma Mattei tira dritto per la sua strada, e riesce a girare addirittura dei cannibal-movies fuori tempo massimo (Mondo cannibale), una sorta di mischione tra Dal tramonto all’alba e La mummia (La tomba), un women in prison (Anime perse), e soprattutto due film di zombi, tra cui il delirante Zombie – The beginning, entrambi inediti in Italia, e non importa che nel frattempo il mondo sia cambiato e la percezione del cinema non sia più la stessa.

Sono le ultime cartucce del regista, che muore nella sua Roma il 21 maggio del 2007. Contrariamente a Fulci, non sembra ci si appresti a rivalutarne l’opera, e in effetti non pensiamo che fosse quello l’intento di Mattei. Non risulta che girare capolavori sia mai stato un suo obiettivo: piuttosto, ha dimostrato come l’eccesso e la povertà di mezzi non siano inconciliabili, e che con la giusta dose di spudoratezza e inventiva si possono realizzare dei film. Che sicuramente non brillano per qualità o accuratezza della realizzazione, ma che sono nel cuore di ogni romantico adoratore del cinema di serie B. O D, o E, o Z…e tornando alla scelta del regista per un film sulla propria vita, no, non sceglieremmo Bruno Mattei. Ma se lo facessimo, statene sicuri, riuscirebbe a girarlo con diecimila lire, Al Festa alla colonna sonora e spezzoni di cresime e matrimoni altrui inseriti nel filmato.

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“Sergio Grieco ha fatto degli ottimi film, eppure anche per lui mai nessuna ribalta significativa: oggi non si sa neppure se sia mai esistito. La cosa più triste è che al funerale di Sergio c’eravamo solo io e il produttore. Ma il mondo del cinema è spesso così, crudele e senza riconoscenza.”

 

Le citazioni di e su Bruno Mattei sono tratte da:

Questa bella intervista al regista

Questa nostra intervista ad Al Festa

Non aprite quella porta 3 – Night killer

Non aprite quella porta 3 - Night killer

Per evitare noie, i distributori lo esportarono con il più sobrio titolo di Night killer. Peccato che l’assassino non colpisca quasi mai di notte…

[Krocodylus, Satchmo]

Di: Claudio Fragasso
Con: Peter Hooten, Tara Buckman, Richard Foster, Mel Davis, Lee Lively

Sapevate che Fragasso ha diretto questo Non aprite quella porta 3, dando così il suo contributo alla celebre saga di faccia-di-cuoio? Davvero non lo sapevate? Forse perchè non è vero. Night killer (questo il titolo anglosassone del film) non è altro che un sequel apocrifo, intitolato come il famoso film di Hooper più che altro per sfruttarne il successo. Fragasso, che nello stesso anno girò La casa 5, non è nuovo a queste operazioni.
Bastano cinque minuti di film per capire che aria tira: il corpo di ballo meno coordinato della storia, che non azzecca un movimento ritmato manco per sbaglio, si esercita in un teatro. Mentre la capoccia di tale gruppo di disgraziati insulta senza motivo una delle ballerine, interviene un assassino truccato in maniera veramente ridicola, che con un colpo di mano (dotata di artigli di gomma) passa da parte a parte i corpi delle due poverette, non mancando di sgozzare una finta gola. Il cadavere della capoballerina che precipita in mezzo al teatro interrompe il siparietto con musica da pornosoft anni ottanta. La storia si sposta su Melanie (dimenticate le ballerine, erano una scusa per mostrare il killer e un pò di tette), una milfona che viene segregata e torturata dal maniaco mascherato, ma che riesce a sopravvivere grazie al tempestivo intervento di un suo amico, che è un Tiberio Timperi con sfumature di McGyver; la donna perde però la memoria, e non ricorda nè la propria identità, nè quella della figlia, e neppure il volto del maniaco. Un pò di tempo dopo, il maniaco torna a colpire, mentre Melanie è nuovamente segregata da un tizio che prima la segue, poi sotto minaccia si spoglia in un bagno per signore e poi ci prova con lei facendo l’arrapatone che dice “supplicami di baciarti” e “voglio sentirti pregare”. La polizia intanto brancola nel buio, troppo occupata a concedere interviste alla tv (ce ne sono quattro o cinque nel film, e non ce n’è una verosimile) e a seguire i consigli di un assurdo psichiatra che dice fregnacce per tutto il film. La svolta avviene quando Melanie riconosce sè stessa in un giornale e fugge dal proprio viscido carceriere, dopo essersene comunque innamorata in una specie di sindrome di Stoccolma. Salvata dal sosia di Timperi, Melanie affronterà il maniaco nello scontro finale in casa propria, in una riproposizione di quanto successo in precedenza.
Decisamente uno dei peggiori Fragasso di sempre questo thrilleraccio a tinte horror girato senza voglia (e senza vergogna) e sceneggiato da un Fragasso e dalla fidata Rossella Drudi senza un minimo di originalità, a differenza di altri suoi B-movie. Come risultato, seguirne la trama è estremamente difficile: sembra quasi che l’intreccio sia stato ideato di scena in scena, arrivando a un finale non banale, ma anche mal costruito e alla fine pure stupido; insomma, Non aprite quella porta 3 è una cazzatona clamorosa, che risulterebbe insostenibile se non fosse per due fattori: le tette della protagonista, mostrate anche quando non ha senso farlo (tipo la scena in cui si mette in topless, si palpa le tette e si mette a filosofeggiare sugli anni che passano, senza ritegno!), e gli omicidi. Scimmiottando il Freddy Krueger di Nightmare (la maschera bruciacchiata, l’artiglio), Fragasso s’inventa il serial killer più buffo mai visto su schermo, attribuendogli una forza sovrumana (non deve essere facile bucare un torace con degli artigli di gomma, peraltro pochissimo pratici per qualunque uso) e una parlata sboccatissima e supertriviale (“voglio scoparti il cervello, troia” ci ha costretti a mettere in pausa per sfogare le risate), che rendono impossibile la tensione; si arriva al ridicolo più totale nella scena in cui il killer, mascherato, viene perculato e preso pochissimo sul serio da una tizia ubriaca, e reagisce squartandola ricoprendola di fissativo. Le comparse che interpretano le vittime del mostro sembrano fottersene di dare alle scene un minimo di verosimiglianza, infatti camminano invece di scappare e inciampano chissà in che cosa più e più volte, per permettere al lentissimo maniaco di acchiapparle.
Lo scontro finale tra l’assassino e Melanie sarebbe pure divertente, con lui che digrigna i denti e poi si fa sedurre come un qualsiasi coglione, ma Fragasso ci mette pure la prevedibilissima scena finale con la bambina che rimane traumatizzata e si accinge a ricominciare il film in un circolo vizioso senza fine. Niente a che vedere col Fragasso di Troll 2 o con le scoppiettanti collaborazioni con Bruno Mattei.

Produzione: ITA, USA (1990)
Scena madre: gli assurdi improperi dell’assassino, di una volgarità mai vista!
Punto di forza: lo stile di Fragasso, anche se l’assenza di Mattei si fa sentire.
Punto debole: troppe ripetizioni, momenti di noia, e se un film dura ottanta minuti c’è da preoccuparsi. Forse guardarlo la sera di Natale con chili e chili di pranzo coi parenti nello stomaco non ha aiutato…
Potresti apprezzare anche…: La casa 5, altro sequel farlocco targato Fragasso.
Come trovarlo: in VHS, e comunque è molto, molto difficile. Però cercando informazioni abbiamo trovato un mucchio di poster dei film di Fragasso a cifre folli. Qualcuno ci presta 150 euro?

Un piccolo assaggio: (incredibile: non c’è neppure un video di questo film su Youtube! Vabbè, non vi perdete granchè)

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Dall’altra parte del cult – Intervista ad Al Festa

Tre film fra tanti diretti da Al Festa.

Tre film fra tanti diretti da Al Festa.

Il nostro intervistato di oggi è Al Festa, ed è un’intervista un pò particolare. Non ci sono film da lui diretti recensiti nel blog. Quelli che ha realizzato non rientrano nelle categorie di cui ci occupiamo di solito. Eppure Al ha avuto a che fare con molte pellicole: è infatti un compositore di colonne sonore e non solo. Il suo è un ruolo che il grande pubblico, solitamente, ignora, ma a pensarci bene l’unica cosa salvabile da alcune mostruosità filmiche sono proprio le musiche: chi ha visto After death, ad esempio, sa benissimo che l’unica cosa a rimanere in mente, dopo la visione, è proprio il tema “Living after death”, da lui scritto. Oggi non ci occupiamo, quindi, solo di “trash”, ma di un mestiere, quello del compositore, più interessante di quanto non si potrebbe pensare. Come di consueto, ringraziamo Al per la disponibilità e la giusta dose di semplicità e ironia di cui è dotato. A proposito dell’inserire l’intervista in un blog di questo tipo (lui film di serie Z non ne ha girati, quindi la sua presenza qui è un’eccezione!) ha detto: “l’importante è che scrivi con lealtà il mio pensiero, tutto qui”.

K: Oggi parliamo con Al Festa, compositore di musica per il cinema e non, regista, direttore di videoclip, sceneggiatore. Cominciamo la chiacchierata?

AF: Con piacere. Ma permettimi di dire che ho fatto di meglio dei film con i pur bravi Mattei e Fragasso. Io non ho peli sulla lingua: ho scelto una carriera da indipendente, libero, senza mai prestarmi a compromessi.

K: Dunque, partiamo dall’inizio: sei diplomato (fonte Wikipedia) in musica e composizione. Com è iniziato il tuo ingresso nel mondo del cinema?

AF: Io sono diplomato in pianoforte e composizione, la musica è la mia vita…..ho sempre avuto due passioni: musica e cinema. Ho passato la mia infanzia nei cineclub ( il TEVERE per la precisione ) tra films di fantascienza, horror, gialli. Quando sono entrato professionalmente a realizzare dischi ho capito, ben prima di altri, l’importanza del visivo, dei videoclips, infatti ancora oggi per me è fondamentale l’audio/visivo, musica-immagini insieme. Ho iniziato dapprima a produrre, ma poi, siccome i vari registi non capivano nulla di sync musicale nè di molto altro, abituati ad un vecchio modo di fare cinema tradizionale, ho iniziato a dirigerli io stesso. E con buoni risultati, direi, dato che oltre ai miei ne ho diretti 105! Per 10 anni ho sperimentato di tutto, è stata un’ottima scuola, l’uso degli obiettivi, i movimenti di macchina, le attrezzature, il montaggio ecc, sempre in 35 mm; davvero una grande scuola che mi ha permesso di acquisire una tecnica davvero completa. Poi dopo i 100 video volevo fare un film; lo feci con un soggetto (seguono numerosi punti interrogativi, n.d.r. ) della coppia Fragasso-Drudi, il film rock musicale Gipsy angel. Mi piacque molto sotto un aspetto audio-visivo, molto meno per la storia, un pò lontana dalle mie passioni.

K: Insomma, hai fatto la tua gavetta, come si dice! Io credo che realizzare colonne sonore sia molto difficile: devi trovare il tema giusto per un determinato momento del film. Ha aiutato molto l’esperienza nei videoclip musicali?

AF: Assolutamente. Io penso ad una scena ed ho già in mente il tema e viceversa, per me è così. Mi scatta una lampadina ed in 5 minuti ho scritto il tema, di solito ce l’ho già in mente quando scrivo la scena. Spesso mi vengono in mente mentre guido o durante la giornata; ho sempre con me un registratore con cui fischietto il tema che poi, con calma, sviluppo al piano e realizzzo. Ma quest’ultima parte è routine, il momento creativo è quello precedente. Spero proprio che la lampadina non si spenga mai, altrimenti sono guai!

K: E’ interessante questo metodo…tu sei anche regista: oltre a Metallo Italia e L’eremita hai diretto il film Fatal Frames. Stupisce il cast internazionale: Rossano Brazzi, Donald Pleasence, Alida Valli…come è stato lavorare con loro?

AF: Una sola parola: F-A-N-T-A-S-T-I-C-O! Più sali di livello più sono grandi, umili, semplici. E’ stato un onore lavorare e dirigerli. Mi sono visto realizzare in una volta sola tanti sogni di ragazzo: dirigere il mitico Donald Pleasence, il dottor Loomis di Halloween, che avrò visto almeno 100 volte! Ugo Pagliai del Segno del comando, che io ho adorato. E poi Alida Valli, la splendida Anna Paradine di Hitchcock…o Rossano Brazzi e Ciccio Ingrassia, due miti italiani; Ingrassia era un fantastico attore lunare, con una vena drammatica che pochi hanno compreso (tra cui Federico Fellini, che era mio parente). Angus Scrimm, della serie Phantasm. Cito ancora un grande amico purtroppo scomparso, David Warbeck. E poi c’era la possibilità di avere gli effetti speciali di 3 premi Oscar: Bill Corso, Steve Johnson e Joel Harlow. Ripeto, per me è stato come realizzare un sogno; mai avrei creduto o sperato da giovanissimo addirittura di poter dirigere i miei miti che vedevo al cinema. Se ci ripenso, ancora oggi non mi sembra vero! Con loro mi sono trovato benissimo, non ho mai avuto problemi di nessun tipo.

K: Come ti capisco! Hai anche citato Halloween, uno dei miei horror preferiti. E poi Ingrassia, Brazzi, Valli…un cast di prim’ordine, come si vede dalle dediche (Al mostra delle foto con dedica). Non sapevo di questa tua parentela con Fellini. A questo punto una domanda è d’obbligo: che ricordo ci offri del Maestro?

AF: L’ho conosciuto che ero bambino, era mio parente tramite mia zia Paola. Che dire? Un genio: fantastico come uomo e come regista, infatti in famiglia si dice che io non abbia preso nulla di lui (ride)! Chissà, forse è vero? Basta vedere Toby Dammit per capire la sua statura. Inoltre era un grande appassionato di esoteria e spiritismo, e questa è un pò una tradizione di famiglia.

K: Quanta invidia per aver conosciuto un uomo del genere! Passiamo a due registi che hai nominato prima: Bruno Mattei e Claudio Fragasso. Per loro hai composto le musiche di diversi film…com’è stato musicare le pellicole della “coppia omicida”? (li chiamavano così!)

AF: Mah, erano film davvero brutti, senza capo nè coda, con tanti di quegli errori anche pacchiani…io ho composto le musiche senza neanche vedere i films così a naso. Addirittura hanno cambiato la velocità della musiche! E’ stata comunque un’esperienza interessante e non me ne pento ma, ripeto, erano film davvero pessimi. Mattei era un tipo abbastanza simpatico, ma non credo fosse così interessato al cinema. Su Fragasso, preferirei non commentare…

K: Par di capire che con Fragasso non corra buon sangue…però devi ammettere che “Living After Death” è una canzone che ti rimane in testa! Sul serio non ti facevano neppure vedere i film?

AF: In verità sono io che dopo averli visti ho preferito fare le musiche in autonomia. Ti giuro che erano davvero orrendi, potrei raccontarti degli errori nei film davvero dilettanteschi. Questa non è una critica agli autori, ma ammettiamolo: erano film fatti così in serie, senza molta arte, solo per cassetta, e si vedeva. Con Fragasso c’è una vecchia ruggine per motivi abbastanza ignobili che lui non ha mai voluto chiarire, e io neppure, stiamo bene così. Lui ha avuto successo, buon per lui, se alla gente piace il suo cinema forse ha ragione lui. A me non piace; se lo ritenessi valido lo direi senza problemi, ma così non è.

K: Però, permettimi di insistere, “Living after death” merita…

AF: E’ un pezzo che mi piace molto. Pensa che l’ho praticamente riscritta, per Gipsy angel cambiando il titolo in “The beatin’ of my heart”.

K: Una domanda sui colleghi, già che ci siamo! Qual’è il compositore di colonne sonore che senti più affine?

AF: Più vicino a me intellettualmente, pur non essendo un vero e proprio compositore, direi John Carpenter. E’ sempre molto efficace. Come compositore vero e proprio, invece, il numero uno è senza dubbio Ennio Morricone, che è insuperabile (di cui non sono quasi degno di pronunciare il nome, tanto è immenso!). Poi sono un grande fan di Hermann, Goldsmith, Barry, Elfman…ma anche Badalamenti e Nino Rota. Fuori dalle colonne sonore, sono un fan di lunga data di Pink Floyd, Genesis, Keith Emerson, Tony Banks, Yes.  Aggiungo anche Hans Zimmer, bravissimo.

K: Condivido l’elenco. C’è qualche attore\regista con cui ti piacerebbe lavorare?

AF: Mi interessa molto Mickey Rourke, l’attuale versione. Ho un progettino che lo riguarda, si vedrà…sono talmente tanti che citarli tutti sarebbe impossibile. Aggiungo solo Gabriele Lavia, un grande attore che Dario Argento ha saputo ben utilizzare.

K: Ci parli de L’eremita, la tua ultima fatica?

AF: L’eremita è un film molto difficile. E’ insolito, diverso, a me piace molto. Affronta delle tematiche scottanti, è una dura critica al Vaticano. Si basa sul ritrovamento della parte mancante del famoso Codice Purpureo, uno dei testi più antichi mai rinvenuti contenente i Vangeli integrali, a cui però manca l’Apocalisse di Giovanni…un personaggio misterioso, l’Eremita, ritrova questa parte mancante e comincia tutta una serie di premonizioni che porteranno alla verità finale.

K: Un film complesso, quindi…

AF: Sì, decisamente. Non è per tutti, credo possa piacere molto agli appassionati di esoterismo come me e a chi vuole riflettere, i messaggi nel film sono tanti. Mi rappresenta molto, ho sperimentato nuove tecniche come il Full HD. Per me, abituato a vedere il mondo in 35mm, è stato eccezionale. Ho avuto un buon cast, attori non notissimi ma bravi: c’è Stefania Stella, la mia icona, in un bellissimo ruolo di posseduta. Ha una scena di esorcismo insolita, diversa dalla tradizione con il solito prete. Poi c’è Marco di Stefano che è davvero bravo, l’artista internazionale Tanya Khabarova, che mi ha fatto un’interpretazione dei peccati capitali che è pura arte visuale; piacerebbe sicuramente a Lynch e a Cronenberg (meno, suppongo, a chi segue I Cesaroni). E’ un film interamente mio: ho fatto anche la post produzione. La colonna sonora è, credo, la migliore che ho mai realizzato.

K: Progetti per il futuro?

AF:  Nuovi progetti ne ho molti: un film d’azione esoterico con Mickey Rourke, intitolato Violence & Violence, che nasce dal teorema violenza più violenza = redenzione. Una storia magnifica di una vendetta che si consuma durante una sola notte di pioggia, in una città degradata moralmente e materialmente, con incursioni nel paranoramale. Davvero insolito, l’idea di un action- esoterico mi piace molto…poi un giallo/noir, anche questo esoterico dal titolo Transfert, che parte dal ritrovamento di una ragazza che ha perso la memoria e che la riacquista durante il film con continui flashbacks fino a coprire la sconvolgente verità. Poi, udite udite, un western, sì, proprio un western, di cui però non dico nulla, ma mi piace troppo un idea da un milione di dollari, un omaggio al grande Sergio Leone, di cui sono un fan sfegatato.

K: Grazie, Al. Vuoi dedicare un saluto ai lettori della Cinewalkofshame?

AF: Agli amici della Cinewalkofshame! Un blog coraggioso e non allineato che va sostenuto; un caro saluto ed un invito a guardare sempre films…ed ascoltare musica; la mia dedica va a chi preferisce una bella notte di pioggia piuttosto che un giorno assolato, a chi ama le nenie infantile provenienti da una villa abbondanata piuttosto che Laura Pausini, a chi si appassiona per lo scintillio di una lama nel buio, e a chi passerebbe le sue vacanze al BATES MOTEL piuttosto che alle Maldive…a voi tutto il bene possibile.

Ringraziamo Al che, nell’arco di una giornata, ha accettato l’intervista e ha permesso di realizzarla. Come pattuito, riportiamo integralmente ciò che pensa, indipendentemente dal giudizio che se ne può dare. Con questa dedica che ci onora, chiudiamo l’intervista con Al Festa! Living After Death!

La casa 5 – Beyond darkness

Madre de Dios! Che boiata!

[Krocodylus1991, Eltigre]

Di: Clyde Anderson (Claudio Fragasso)
Con: David Brandon, Gene LeBrock, Michael Stephenson

Sicuramente un filmaccio di grande peso questo La casa 5, prodotto da Joe D’Amato (la costumista è la sua prediletta Laura Gemser) e diretto, in un’accoppiata micidiale, da Claudio Fragasso, che per l’occasione si porta dietro il mitico bimbo di Troll 2, facendogli interpretare pressappoco lo stesso ruolo di moccioso rompiballe e alle prese con forze oscure. Si comincia bene: un prete, padre George, va a confessare una detenuta condannata a morte per l’omicidio di alcuni bambini. Questa si fa beffe di lui, lo invita ad unirsi al culto del demone Ahmed e, in nome dell’integrazione, gli regala la sua Bibbia satanica prima di andare sulla sedia elettrica. Poi entrano in scena i veri protagonisti: l’irritante famigliola di un pretonzolo, composta da padre inespressivo, madre isterica, bimbo di Troll 2 e bimba urlante. Appare chiaro fin da subito che qualcosa non va in quella casa, ma il prete si rifiuta di abbandonarla con una scusa veramente d’eccezione: non ci credo (un prete!). Soltanto l’arrivo di alcune streghe zombi sbucate da chissà dove e un paio di inquadrature copiate dai film di Tobe Hooper lo convince che forse è meglio se almeno il resto della famiglia si leva dalle palle. Ma è ormai troppo tardi, e il maligno, stanco di non essere riuscito a farli fuggire in settanta minuti, decide di rapirgli il figlio, minacciando di renderlo schiavo di Ahmed. Saranno i due prelati, Pete e George (riedizione teologica di Ric e Gian), ad affrontare Satanasso armati di fede, crocifisso e teleguidati a distanza da un sacerdote più alto in grado, che pratica l’esorcismo in videoconferenza dalla sua chiesetta, morendo soddisfatto d’infarto una volta terminato il lavoro.
Disastro su tutta la linea: sfruttando il titolo del film di Raimi, Claudione mette insieme elementi rubati da molte pellicole horror di grande successo: Poltergeist, Il signore del male, Nightmare, la serie di Amytiville, e, soprattutto, L’esorcista. Ovviamente anche solo il paragone è una bestemmia: abbandonando totalmente la componente splatter, Fragasso la butta sul teologico, ottenendo solo il risultato di farci annoiare con i pallosi battibecchi dei due preti e con invocazioni sataniche indegne della peggior setta. La trama è ingarbugliata come non mai: solo con fatica si può trovare un collegamento tra la serial killer di bambini, i due preti, le porte dell’inferno, le possessioni demoniache e il demone Ahmed, che non si vede mai. Mancavano solo il lupo mannaro e la mummia, poi si era al completo. Il regista cerca di non esagerare con gli effettacci, ma quel poco che ci è dato vedere è sufficiente ad evitare che lo spettatore si addormenti: per rappresentare le streghe uccise nel seicento, si ricorre alle solite comparse straccione coperte da veli neri che agitano le braccia in modo casuale. Queste streghe sono protagoniste di uno dei dialoghi più esilaranti del film: George ricorda giustamente come venti donne siano state uccise benchè innocenti. E Pete: “Bè, alcune di loro erano colpevoli…”, giustificazione che potrebbe riabilitare Hitler e Stalin, in quanto, senza dubbio, qualche criminale lo avranno pure fatto fuori. Purtroppo, non si tratta di un gustosissimo film trash, ma semplicemente di un collage infantile e quasi stanco: forse Fragasso stava caricando le energie per il capolavoro che avrebbe girato quello stesso anno. Comunque, un filmaccio evitabile soprattutto a causa del fastidiosissimo effetto di luce epilettico utilizzato in almeno metà delle scene “soprannaturali”, senza dimenticare un audio al limite del reato penale, composto da ronzii e suoni totalmente afoni.

Produzione: ITA (1990)
Scena madre: l’esorcismo. I due preti maneggiano il bistrattato crocifisso come fosse una scimitarra e si esaltano delle loro stesse parole.
Potresti apprezzare anche…: La casa 3 – Ghosthouse
Come trovarlo: DVD.
Da guardare: per i FF (Fragasso Fans)!

Un piccolo assaggio:  (addirittura “lo sconvolgente inizio”…)

Virus – L’inferno dei morti viventi

Quello in mezzo è l'attore migliore del film.

Di: Vincent Dawn (Bruno Mattei)
Con: Margit Evelyn Newton, Franco Garofalo, Selan Karay

Mattei e Fragasso (quest’ultimo solo sceneggiatore), non ancora contagiati dalla mania dei sequel di film di Romero, confezionano una specie di imbarazzante collage tra plagi del grande regista, spezzoni di documentari e provincialismo nostrano. Il risultato è forse il più povero tra tutti i film di zombi. L’azione comincia in una specie di centrale, dove un topo, infilatosi nella tuta di un tecnico, diffonde il contagio. Poi ci si sposta in America: quattro imbecilli con delle tute da operaio della FIAT sgominano una banda di terroristi (la scena ricorda spaventosamente quella di Zombi di Romero, comprese le imprecazioni razziste!), per poi essere mandati, come premio, nel Borneo, a sconfiggere ondate di zombi affamati. Ben presto, grazie anche all’aiuto di una giornalista e del suo cameraman, scopriranno che il tutto fa parte di un piano della multinazionale HOPE per risolvere il problema della povertà: uccidere i poveri. Questa incredibile trama da film comico non è l’unica genialata che i fratelli Wachowski de noantri inseriscono nella pellicola: qualcuno ha puntato il dito contro i poveri zombi, mai prima d’ora così brutti e mal truccati, impersonati da comparse che non avevano alcuna voglia di farsi una figuraccia nei cinema di tutto il mondo. Io mi soffermerei invece sui protagonisti, due dei quali meritano la nostra attenzione: una è la giornalista, la cui recitazione lascia alquanto a desiderare; memorabile la scena in cui, per socializzare con gli indigeni, non trova niente di meglio da fare che spogliarsi nuda e correre nella foresta (e perchè non ballare la Macarena bestemmiando in turco? Come logica siamo lì). L’altro personaggio di rilievo è il mitico soldato Zantoro, che in ben due occasioni ci viene mostrato (per un totale di dieci minuti buoni) mentre insulta pesantemente i poveri zombi, con espressioni inudibili anche presso gli scaricatori di porto genovesi.
Notare come Mattei e Fragasso utilizzino qui un artificio finora limitato soltanto ai remake turchi e ai film di Godfrey Ho: un buon terzo della pellicola è costituito da inquadrature palesemente rubate ai documentari della National Geographic (risalta, in particolare, la diversa fotografia), che tuttavia risultano le meglio girate. Gli effetti speciali (?) sono realizzati con un dito di cerone per ogni zombi, e anche il settore musicale pare uscito direttamente dal cinema pop turco: le musiche sono infatti riciclate da altri film, soprattutto Buio Omega e Zombi. Mattei, nella sua povertà di mezzi, ha anche la sfacciataggine di inserire i Goblin proprio nelle stesse scene in cui li inseriva Romero, provocando nello spettatore un effetto di deja-vù che vi farà sganasciare quando noterete i tentativi di plagio da parte del regista nostrano verso il Maestro. Concludiamo questa recensione sottolineando il razzismo di fondo di tutta la pellicola: è vero che la scena finale all’ONU dovrebbe essere un atto d’accusa verso l’arroganza occidentale, ma gli stereotipi usati per gli indigeni (che ovviamente non riescono a controllarsi e scatenano terribili ondate di panico alla prima difficoltà) ne fanno un fetido esempio di provincialismo all’italiana.

Produzione: USA (1980)
Punto di forza: i documentari della National Geographic brutalmente sfruttati a fini di allungamento film.
Punto debole: Mattei e Fragasso hanno fatto di meglio.
Come trovarlo: DVD.
Da guardare: solo per maniaci matteian-fragassiani.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=QsW61-I8F9g (ecco un pò di scene trash!)

Robowar – Robot da guerra

Ma perchè l'hanno placcato in oro nella locandina?

Di: Vincent Dawn (Bruno Mattei)
Con: Reb Brown, Catherine Hickland, Massimo Vanni, Romano Puppo, Claudio Fragasso

Stanco filmetto della coppia Mattei-Fragasso, l’ennesimo: oltre, pare, a co-sceneggiare, questa volta l’autore di Zombi 4 si cimenta in una splendida prova attoriale, interpretando un robot. Ma andiamo con ordine. Il film è del 1989; sono gli anni di Predator, di Terminator, di Robocop, dei tanti film sul Vietnam dei vari Norris e Stallone. Volevano forse i due registi esimersi dall’offrire il proprio lurido contributo? Giammai! Così, per evitare di fare più pellicole, il duo decide di proporre uno dei tanti collage di vari generi, con un risultato micidiale anche per i fans del cinema B all’italiana. La trama, che emerge per originalità e inventiva, è la seguente: un gruppo di soldati spessi, rudi e sgraziati è inviato su un’isola per sedare la guerriglia locale. Si troveranno a dover fare i conti con un ridicolo robot (interpretato, appunto, da Fragasso) che sembra un Power Ranger, che si scoprirà essere stato creato con il cervello di un veterano del Vietnam amico del protagonista, impiantato in un corpo meccanico. Sul loro cammino, i prodi soldati americani incontreranno una bella topona, che l’unico sopravvissuto proteggerà fino all’immancabile lieto fine.
Appare evidente, anche solo leggendo il corpus narrativo, il maldestro tentativo di fondere ingredienti diversi dai blockbuster più disparati. Il risultato, purtroppo, è meno chiassoso di quanto si possa pensare. Mattei e Fragasso dovevano disporre di un budget davvero esiguo, perchè per un’ora e venti latitano gli effetti caserecci e le trovate trash cui siamo stati abituati dall’italico duo. La visuale del mostro vuole forse essere un omaggio a Predator: il problema è che qui la vista elettronica ha una definizione di dieci kilopixel, e inoltre è filtrata con un nero-arancione lisergico che farà irritare anche i più pazienti tra gli spettatori. Potremmo allora provare a buttarla sul film bellico, ma anche qui l’abilità filmica è carente: i guerriglieri sono stupidi e crudeli, e si fanno inverosimilmente sorprendere perdendo un’epica battaglia stile “dieci contro duecento”, non prima, comunque, di aver ucciso senza un perchè alcuni bambini indifesi. La tematica di denuncia sociale è totalmente campata per aria, e il colpo di scena (il robot è stato costruito dall’esercito) è prevedibile sin dalla prima scena, e non migliora la comprensione del tutto.
Menzione speciale per la colonna sonora, ripetitiva e fastidiosa come poche. Ah, dimenticavo: sapete qual’è l’unico modo per disattivare il pacchiano robottone? Cliccare un pulsante su un telecomando, che però deve essere puntato alla fronte del robot da una distanza non superiore al mezzo metro. Non ho parole.

Produzione: ITA (1989)
Punto di forza: l’epica scena finale, in cui Mattei cerca disperatamente di inserire qualche idea tratta da Robocop.
Punto debole: tutto il film è noioso, brutto e girato senza voglia. Rivogliamo Virus!
Come trovarlo: Internet è ormai l’unica risorsa per queste perle del masochismo filmico.
Da guardare: solo per fanatici del filone fanta-Viet.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=3u2Y6U5ltb0 (il patetico finale)

Rats – Notte di terrore

La locandina è mendace: i topi non sono COSI' grossi!

Di: Bruno Mattei, Claudio Fragasso
Con: Ottaviano Dell’Acqua, Massimo Vanni, Geretta Geretta

Ennesimo filmetto della sapiente coppia Mattei-Fragasso, dopo Zombi 3 e Virus. Questa volta i due non si accontentano di massacrare un solo genere, e si buttano a capofitto in un pastrocchio senza capo nè coda che cambia ambientazione e atmosfera ogni cinque minuti. Si comincia con una serie di belle inquadrature della Monument Valley, subito rovinate da una colonna sonora pietosamente elettronica. La voce narrante ci informa di alcune cosette: secoli prima, le guerre nucleari hanno distrutto il pianeta, dividendo l’umanità in “primitivi” che vivono in superficie e abitanti sotterranei. Quindi, possiamo dire che è un post-atomico. Poi fanno la loro comparsa dei bikers con divise d’ordinanza e dialoghi da burini ubriachi: allora è un film on the road! Invece no, perchè di strada ne fanno pochina. Arrivati in una città deserta, la esplorano accompagnati da un tema molto simile a quello di Fuga da New York. Prima che vi chiediate di che genere possa essere un tale film, aggiungete “western” alla lista: già, perchè l’edificio dove il gruppetto di babbei si sistema altro non è che un saloon, evidentemente riciclato da qualche altro set. Lì trovano una serie di cadaveri scarnificati (dunque è un horror!), ma non se ne curano più di tanto: accanto ai cadaveri ci sono cibarie e acqua in abbondanza, e questo basta per convincerli a restare lì. C’è anche una parentesi erotica (non ce la si fa più!), con due idioti che rimangono incastrati nel sacco a pelo mentre fanno sesso, per poi lasciarsi andare a dialoghi degni del Bagaglino. E qui, finalmente, la pellicola si stabilizza sul genere “mostro”, con le orde di ratti affamati che azzannano fintissimamente alla gola i malcapitati. Da qui in poi, il patchwork si fa abbastanza noioso, e l’unica cosa degna di nota sono i modi fantasiosi in cui muoiono i protagonisti. Uno cade ubriaco in un tombino, e i rattacci si limitano a mangiarlo; una si taglia le vene, ma senza un motivo, tanto per movimentare la trama; a uno, che oltretutto aveva resistito quasi fino alla fine, cade una porta d’acciaio addosso, abbattuta da una dozzina di topi svogliati (a dispetto delle apparenze, pare abbiano una forza erculea); uno viene comicamente squartato da topi che gli escono dalla schiena. Si consegni in ogni caso l’Oscar alla bionda ninfomane: in pratica, il topo si infila nella topa della tipa (perdonate la volgarità e il tremendo gioco di parole) e la mangia dall’interno per poi uscirle dalla bocca. Detto così può anche far senso, ma vi assicuro che la scena è resa malissimo, con la povera attrice che apre la bocca sforzandosi di sembrare un cadavere.
Bisogna dare atto a Mattei di aver fatto qualche passo avanti: non c’è più la follia di Zombi 3 (che però faceva molto più ridere), e neppure i luoghi comuni finto-ecologici alla Virus (idem), ma il film risulta incredibilmente noioso. Qui, tra l’altro, si nota la mano di Fragasso. Soltanto lui poteva avere a disposizione simili ingredienti (post-atomico, topi carnivori e astutissimi, città desolate, bikers, erotismo, finale a sorpresa) e trarne un film che non coinvolge mai lo spettatore. Altro tasto dolente: gli effetti speciali. Immagino che non sia facile convincere dei topi a fingersi aggressivi, soprattutto se i simpatici roditori sono centinaia: ma se uno intitola un film Rats – Notte di terrore, mi aspetto come minimo di vedere i topi all’opera. In verità, l’ottanta per cento delle comparsate dei suddetti animali (che compaiono letteralmente a secchiate, lanciati da assistenti di scena che suppongo essersi divertiti come bambini) li vede mosci, svogliati, impegnati a guardarsi attorno più che a progettare la strage. Insomma, l’ennesimo pastrocchio fragassian-matteiano, ma senza la verve degli altri capolavori. Un film trash riuscito a metà.

Produzione: ITA (1984)
Punto di forza: la lisergica commistione di generi che mette in difficoltà quando si tratta di catalogarlo.
Punto debole: la noia che imperversa sovrana da dieci minuti dall’inizio a cinque prima della fine.
Come trovarlo: suppongo sia uscito in VHS o DVD, ma consiglierei di scaricarlo per evitare spese di cui vi pentireste.
Da guardare: con le amiche. Le vedrete scappare di terrore mentre voi siete impegnati a slogarvi la mascella dal ridere.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=7UIYI86-PRE (persino il trailer è noioso!)

Troll 2

Ma guardate che roba!

Ho dovuto mostrarvelo! Il gallinaccio!

Di: Drake Floyd (Claudio Fragasso)
Con: Michael Stephenson, George Hardy, Margo Prey, Connie Young, Deborah Reed

Recensione speciale per un film speciale: giudicato “il peggior film horror di tutti i tempi” da buona parte della critica americana, Troll 2 merita una recensione a quattro mani, scritta da me e mio fratello, innocente costretto ad assistere a tale supplizio. Girato durante le ferie del direttore della fotografia, un delirante collage di sequenze, effettacci, pseudo-messaggi ecologisti e un clima da LSD imperante, questo pattume cinematografico è divenuto, in America, un vero e proprio cult, mentre in Italia è stato giustamente ignorato. Definire la “trama” del film è alquanto difficile, in quanto non esiste logica narrativa, gli errori si contano a decine e la cazzata risulta essere la vera sostanza della storiella. Un bimbo, Joshua, è in contatto medianico con il nonno morto da pochi mesi, ed ha pure la sfiga di vivere con la famiglia più idiota di tutti i tempi: una madre dalle capacità recitative ai limiti del porno, un padre uguale a Max Tortora e una sorella squilibrata dedita all’aerobica. L’allegra famiglia di inetti parte per le vacanze nel paesino di Nilbog (“goblin” al contrario, un’idea talmente stupida che non viene neppure in mente agli spettatori!). Il nonno, apparso nelle vesti di vagabondo stradale lercio e barbuto, rivela a Joshua che il paese è infestato dai folletti e più in generale da forze maligne. A proposito, forse è meglio chiarire subito le cose: non si vede, in tutto il film, un solo troll. Il titolo è un’idea di Fragasso, che intendeva sfruttare il (presunto) successo della pellicola americana Troll, totalmente scollegata da questo ignobile  film. Gli abitanti di Nilbog sono tutti bifolchi inquietanti ed immobili, ma la recitazione di tutti, anche dei buoni, è talmente scarsa che risulta difficile distinguere i mostri informi (perchè questo sono, notare soprattutto il mascherone del gallinaccio!, copyright di mio fratello) dai buoni. Dopo una serie di omicidi assurdi, facciamo la conoscenza della strega locale, una pazza scatenata dalla patetica recitazione, che guida i mostri trasformando la gente in vegetali per farglieli mangiare. Sissignori, terroristi vegani! Ecco cosa sono! Esilarante il sermone del pastore, che invita tutti a tenersi lontani dalla carne, che porta “vesciche purulente, grappoli di emorroidi, escrementi vischiosi” (testuale). I familiari del piccolo idiota sono assai lenti nel comprendere la situazione, e solo il ritrovamento del cadavere di un goblin, e il conseguente assedio, li convincono ad evocare il nonno (armato di ascia, estintore e molotov!) in una seduta spiritica. Il vecchio bastardo porta il moccioso nel covo della strega, rivelando che per sconfiggere i mostri basta che persone armate di “bontà” tocchino la fantomatica “pietra magica dei folletti”, mai nominata prima di quel momento. Non fosse sufficiente, gli consegna l’arma segreta: un panino alla mortadella. Un panino. Alla mortadella. La scena finale, con la madre fatta a pezzi e il mostro che dice “ne vuoi un pezzo, Joshua?”, non fa che peggiorare le cose.
I dialoghi vanno da “lui è il tuo ganzo” a “questo paese è una cacatina”, al vergognoso “oh mio dioooo!” urlato dal giovane inetto nel covo della strega. I pochi e ignoranti difensori di questo putridume sostengono si tratti di una parodia horror ecologista. Ora, il messaggio ecologista si perde sin dai primi cinque minuti nel delirio; mio fratello (questa gli va riconosciuta, tanto descrive bene la cosa) definisce la pozione magica dei mostri “diarrea verde”, concetto estendibile più o meno a tutto il film. Notare la credibilità dei personaggi, soprattutto il viscido e inguardabile negoziante che regala al tizio del latte rancido, e quello lo beve!
PS: essendo inguardabile, il film è stato visto in due parti. Alla fine della prima, mio fratello si è addormentato, o ha fatto finta di dormire per non proseguire. Alla seconda, ha cercato di coprirsi gli occhi. Questa recensione è dedicata a lui, che forse mai più si riprendererà da questo trauma cinematografico. Scusa, fratellone!

Produzione: ITA (1990)
Punto di forza: (…)
Punto debole: c’è un limite anche allo squallore, ragazzi…
Come trovarlo: uscì in VHS molti anni fa, oggi è quasi introvabile.
Da guardare: per un esperto di b-movies è esilarante, per un neofita è un massacro. Comunque, servite menta e pistacchio.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=9KCct4RwLNM (l’inaccettabile trailer!) http://www.youtube.com/watch?v=HyophYBP_w4 (esageriamo! Due assaggi!)


Terminator 2 – Shocking dark

Vi ricorda qualcosa?

Di: Vincent Dawn (Bruno Mattei)
Con: Cristofer Ahrens, Haven Tyler, Geretta Geretta

D’accordo, la colpa è mia. Ho sottovalutato i 3 fattori che avrebbero dovuto farmi intuire a cosa andavo incontro. Il primo è il nome dello sceneggiatore: Claudio Fragasso. Il suo stile, in effetti, è evidente. Il secondo è il nome del regista, pietosamente mascherato come Vincent Dawn perchè gli spettatori non capissero di avere di fronte l’ennesima boiata di Mattei. Il terzo, e qui il malefico duo si è superato, è il titolo: nonostante ne sia, per certi versi, un plagio, il film non è affatto un seguito del capolavoro di Cameron, e non ha nulla a che vedere con la bella Sarah Connor. Si tratta, nella sostanza, di una trama incomprensibile, con scene copiate (in modo vergognoso) da Aliens e Terminator, sconnesse tra loro e girate abbastanza male da far venire l’orticaria. In una Venezia post-disastro nucleare (o qualcosa del genere), un gruppo di soldati deve scoprire cosa ha ucciso una precedente spedizione. Incontrano dei mostri orribili inquadrati sempre di sfuggita perchè non si vedano i ridicoli costumi, e scoprono che tra loro si è insinuato un cyborg traditore (che prima di essere scoperto è assolutamente normale, poi inizia a muoversi in modo scattoso da buon robot!). Il terribile replicante verrà sconfitto nella Venezia di vent’anni prima con una macchina del tempo. Questo inguardabile patchwork pseudo-fantascientifico è un autentico capolavoro di masochismo: chi ha visto le sue “fonti ispiratrici”, come le chiamerebbe Mattei, è colto da un misto di rabbia e imbarazzo per il modo spudorato in cui il malefico duo copia interi dialoghi: uno per tutti, la celeberrima frase “mia madre diceva sempre che i mostri non esistono”, qui riproposta in un contesto patetico e senza la carica emozionale di una Sigourney Weaver. C’è poi l’immancabile bambina (che ha tipo 25 anni), personaggio insopportabile che sa dire soltanto  “Sarah!” e “moriremo!”, vera esperta informatica in grado, al momento giusto, di tirar fuori le prove del complotto finanziario: vi risparmio il delirante messaggio di presentazione\confessione. Tra depliant di Venezia, plagi, noiosissime ispezioni militari, vestiti e musiche orribilmente anni ’70, è come sprofondare in un abisso senza fondo. Subito dopo la scena finale, che piacerà agli appassionati di soap-operas, lo spettatore, colto da schizofrenia, getta il telecomando contro lo schermo, inveendo contro il clero e lasciando la stanza. Fidatevi, fa questo effetto.

Produzione: ITA (1990)
Punto di forza: è forse la miglior parodia involontaria di Terminator.
Punto debole: mortalmente noioso, e qualche volta i plagi sono troppo evidente persino per divertire.
Come trovarlo: reperibilità estremamente bassa. Consiglio di cercarlo in rete.
Da guardare: solo per MatteiManiaci.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=PjKTUABu-JU  (guardate quant’è copiato!)


Zombi 3

Patetico!

Di: Lucio Fulci, Claudio Fragasso, Bruno Mattei
Con: Deran Serafian, Beatrice Ring, Richard Raymond

Gloria eterna al Dinamico Trio che ha partorito questa miserabile pellicola! Di fronte a un film come questo, Romero può continuare tranquillamente a sfornare trilogie sugli zombi: neanche a novant’anni supererà i limiti proposti da questa indecente accozzaglia di citazioni, scene scollegate l’una dall’altra e scontri buffoneschi con i non morti. A proposito, onta e ignominia a questi resuscitati da operetta, che si fanno umiliare in tutti i modi possibili. Che cosa hanno in comune un dee-jay nero cieco, un pullman di sciaquette, un trio di militari in libera uscita, una coppietta di tossici, scienziati capitanati da un attore che rasenta la vergogna e tre generali identici (giuro!) ad Aldo, Giovanni e Giacomo? Tutti quanti, in qualche modo, si trovano ad affrontare l’epidemia di resurrezioni scatenata dalla fuga radioattiva di un virus (originalissimo) chiamato Death One, pronunciato malissimo per tutto il film e rubato nella scena iniziale durante la sparatoria più delirante che la storia ricordi. Il contagio fa i primi danni in uno stormo di uccelli (tutto vero!). Le malefiche poiane contaminano ben presto tutte le Filippine (non so dire cosa ci facciano lì tutti quegli americani), e il resto è già visto. Il gruppo è destinato ad assottigliarsi da qui alla fine del film, che rivela l’esistenza di un Nuovo Ordine Mondiale zombesco del tutto insensato, probabile conseguenza dell’esaurimento monetario del folle trio registico. Prima del consueto elenco di scene memorabili, soffermiamoci un attimo sugli zombi: generalmente sono i soliti mostri ciondolanti, ma quando serve corrono, usano il machete e parlano senza un solo difetto di pronuncia. Anche trascurando la pessima qualità del trucco (l’addetto a quest’ultimo è il veterano Franco Di Girolamo), si assiste ad un generale soqquadro di tutte le regole del genere: le ceneri dei cadaveri bruciati contaminano gli uccelli (ma quando mai?), e soprattutto, forse la scena migliore del film, una testa esce da un frigo (chi ce l’aveva messa, tra l’altro?) e azzanna alla carotide uno dei personaggi secondari! E poi, ancora, non si limitano a mordere chiunque: gli scontri zombi-umani non hanno nulla da invidiare alle baruffe Bud Spencer-Terence Hill, e la sequenza della stazione, con uno zombi sottoposto alla mitica “accelerazione alla Ridolini” (un grazie agli amici di FilmBrutti.com), è un pò un biglietto da visita. Non si contano gli errori logici: gli zombi camminano e nuotano benissimo nei fiumi, ma i protagonisti si fanno qualche chilometro in canoa senza problemi. Alcuni impiegano dei giorni a resuscitare, altri passano dalla vita alla morte alla non-vita nell’arco di un paio di secondi. Verso il finale, il trash si fa ancora più intenso: trovata una tizia quasi zombi incinta, la protagonista decide inopinatamente di farla partorire: inutile dire che, complice un ridicolo morto vivente, si ritroverà la faccia smangiata dal perfido neonato, le cui mani sono grandi quanto quelle di un uomo adulto e che esce dal pancione aprendolo (la scena fa abbastanza schifo a qualunque ragazza, ma è cosa veloce), con uno spregiudicato plagio di Alien che dovrebbe far vergognare il Dinamico Trio. Intanto, i suoi amici ingaggiano un folle scontro a fuoco coi militari due vs quattro; inutile dire che gli imbecilli in tuta antiradiazioni aspettano il loro turno nel farsi mitragliare dall’eroe. Il finale, indescrivibile quanto esilarante, ve lo risparmio.
Il problema di questo film è che risulta troppo masochistico anche per le menti più preparate. Completa il tutto una fotografia a dir poco criminale. Solo, e ripeto solo per veterani del b-movie.

Produzione: ITA (1988)
Punto di forza: l’indubbia originalità dell’idea. No, scherzo! Direi le assurde trovate del Trio.
Punto debole: come già detto, la fotografia rasenta il danno oculare (tanto caro a Fulci), e la trama è incomprensibile.
Come trovarlo: in ogni formato. E’ stato rivalutato. Vai a sapere da chi.
Da guardare: solo se ormai avete fatto il callo a simili esperienze.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=Ru0d4byPhVA    (il mitico trailer teutonico!)