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I 10 stereotipi dei b-movies d’azione – Parte II

Leggi della fisica violate, famiglie fatte con lo stampino, minoranze etniche bistrattate: il mondo dei filmacci action non conosce confini nè limiti. Ecco la seconda parte del nostro viaggio nella costruzione di un brutto film d’azione come si deve. Con grande entusiasmo e un pò di vergogna, ecco altre cose da non dimenticare quando si guarda un’opera d’arte dell’azione violenta su schermo.
6 – CATTIVISSIMO LUI

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Alla fine, Jimmy Cameron è solo un Aaron Norris con qualche miliardo in più.

“Bene e male, peccato e innocenza, attraversano il mondo tenendosi per mano” (Oscar Wilde)

Bello, bello, peccato che qui parliamo di film d’azione, non c’è tempo per queste pippe intellettuali. Il bene sta da una parte, il male dall’altra. Soprattutto la seconda. Talvolta (spesso involontariamente) anche i protagonisti dei B-movies hanno qualche sfumatura. Spesso non è voluta, è quasi involontaria, e nasce dal fatto che un personaggio troppo buono, giusto e perfetto è difficilissimo da gestire su schermo, paradossalmente più di un “antieroe”. Questo non vale per i cattivi: il loro ruolo è quello di antagonista, devono fare gli stronzi finchè il buono non trova modalità e tempistiche giuste per spaccargli il culo. Immaginiamo che questa malvagità illimitata a loro concessa sia fonte di grande divertimento per gli attori che li interpretano.
Sulla carta, la maggior parte dei malvagi è mossa da avidità, fanatismo politico o religioso, desiderio di vendetta. Il loro scopo non è tanto il male altrui, quanto il proprio tornaconto. Il problema è che la trasposizione di queste idee avviene spesso ad opera di incapaci, e i cattivi finiscono per diventare delle esilaranti macchiette, proprio dei sadicidimmerda che godono a picchiare, uccidere, spaventare. Gente che investirebbe le vecchiette mentre attraversano la strada, picchierebbe i bambini e obbligherebbe i nemici a guardare repliche di L’onore e il rispetto fino alla pazzia. A volte gli attori che li interpretano sono assolutamente rispettabili (Donald Pleasence ha fatto il macchiettone cattivo per decenni, ma con uno stile raramente ripetibile, proprio perchè lo faceva in film che erano la quintessenza della bruttezza), ma più spesso sono dei carneadi mandati allo sbaraglio, che enfatizzano il personaggio con smorfie assurde e caricando ogni battuta in modo grottesco.
Un’ultima annotazione: a volte l’antagonista principale è risparmiato da tutto ciò e dipinto con una certa cura. Raramente, ma capita. Gli scagnozzi no, sono proprio delle bestie guidate dagli istinti più bassi, e questo rende ancora più ridicoli i loro scontri con l’eroe.
Esempi: i vietnamiti della serie Rombo di tuono, i malvagi dei film ninja (in cui spesso comparivano anche tracce di xenofobia tra cinesi e giapponesi, peraltro), la setta di fanatici di Cobra. Ma, per salire di livello, anche il militare stronzissimo di Avatar: dai, su, solo a me fa ridere per quanto è insensibile e spietato?

7 – IL MONDO E’ PICCOLO

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Ah ah ah, maledetto russo-cino bolscevico, tra 300 milioni di yankees hai beccato proprio Chuck Norris che ora ti aprirà il culo in due parti non uguali!

Nei punti 2 e 3 abbiamo visto come la famiglia, in un film d’azione brutto, non sia altro che un veicolo per coinvolgere lo spettatore: un forte legame positivo, che, se minacciato, darà un senso alla furia omicida del protagonista e aumenterà la tensione emotiva (sic!) per l’esito di quella minaccia. Questo semplice meccanismo ha però anche una valenza opposta, legata ai legami negativi (scusate la ripetizione). Questi sono un mezzo per aumentare la personalizzazione del film e incentrarlo ancora di più su due semplici figure, il buono e il cattivo. Non è una novità: anche nella letteratura greca e latina c’erano dei “fantasmi del passato” tornati alla ribalta, e in fondo ognuno di noi ha qualcuno che gli sta sulle palle e non vede da tanto, ma che potrà incontrare in futuro in chissà che circostanze.
Come spesso accade, il cinema d’azione ha abusato di questo espediente fino a raggiungere risultati a dir poco imbarazzanti. Quante possibilità ci sono, per esempio, che in una città con milioni di abitanti le strade di un criminale di mezza tacca e un poliziotto si incrocino più volte? Quanti reduci dal Vietnam hanno poi incontrato vent’anni dopo i loro carnefici a Los Angeles o New York? Quante possibilità ci sono che tutto questo marasma avvenga per puro caso? Poche, ma non se sei Chuck, o Steven, o Jean-Claude. A volte si aggira l’ingranaggio: il cattivo torna alla ribalta, e i comprimari, ovviamente incapaci, deboli e vulnerabili, si rivolgono al protagonista, che anni prima aveva già affrontato la minaccia. Vada come vada, il risultato è uno solo: non esiste che un qualsiasi poliziotto o soldato uccida il cattivo nella concitazione di una sparatoria, il cattivo viene sempre arrestato\ucciso dal protagonista. I ruoli sono ben definiti: la spalla del buono può al massimo affrontare la spalla del cattivo, i comprimari inutili si ammazzano tra loro: ma il piacere di uccidere il villain spetta solo all’eroe.
Esempi: Invasion USA, che si basa tutto su questo concetto. Un vero e proprio monumento alla “questione personale”.

8 – L’AMICO SCEMO

8 - l'amico scemo

In Kickboxers ci sono ben due amici scemi, uno rientra anche nella categoria del “nero spalla del protagonista”, l’altro è grasso, quindi vale come minoranza vessata.

Costruire un film su una sola persona non è per niente facile, neppure se quella persona è il sommo Chuck Norris o il famosissimo Schwartzenegger. Qualche volta si può fare (Invasion USA ne è un esempio davvero esilarante), ma più spesso, a malincuore, bisogna ricorrere a una spalla. Già, ma come si sceglie la spalla ideale? Non può essere una bella gnoccolona, perchè attirerebbe l’attenzione; ma neanche uno troppo bello o troppo sveglio: se paghi milioni di dollari per scritturare un burino famoso, è seccante vedere gli spettatori che guardano il culo alla sua spalla o simpatizzano più per quest’ultima che per lui. E’ qui che entra in scena lui, l’immancabile, l’oggeto del desiderio di ogni regista action con poche idee: l’amico scemo.
Da adolescenti, immaginavamo spesso questa situazione: quando vuoi uscire con una ragazza molto bella ma tu non ti senti un granchè, puoi rimediare portando con te un amico ancora più brutto e stupido di te. Dopo mezz’ora in compagnia di entrambi, la ragazza in questione sarà disposta a concedersi anima e corpo a voi per disperazione: ai suoi occhi, diventerete un mix perfetto di Brad Pitt e Alberto Angela. Più probabilmente, la ragazza vedrà te e l’amico come una coppia stile Gianni e Pinotto e non vorrà più vedere nessuno dei due, ma questo è un altro discorso. L’amico scemo serve esattamente a questo: ad esaltare le qualità positive del burino famoso, e allo stesso tempo a risolvere quelle situazioni che necessitano dell’intervento di un’altra persona. Come si diceva al punto 7, spesso l’amico scemo è utile per falciare gli scagnozzi del villain, permettendo al suo collega\amico di concentrarsi sul cattivo più prestigioso. A volte rientra nel punto 1, essendo nero o comunque non bianco (ecco, vedete? Abbiamo permesso a uno di voi di affiancare il nostro beniamino! Non siamo razzisti, visto? Ora tornate nel ghetto!). Nei rari momenti in cui i due non menano le mani, si esibisce in battutine dall’umorismo infantile, magari a sfondo sessuale, e in esclamazioni irritanti tipo “ma che diavolo…ehi, fratello!”, “ce la siamo vista brutta eh?” e similari. Non è raro che sia anche un allupato cronico, più attento a qualsiasi essere umano dotato di vagina che a quelli dotati di pistole.
Il suo unico riscatto è il più banale: la morte. Dopo una vita da scemo, egli si evolve in un’altra creatura: l’amico scemo che muore da eroe. RIP, insegna agli angeli ad essere scemo.
Esempi: Calvin di Hellbound, Gonzales in Cobra, il ragazzotto stupido di cui non ricordo il nome in Kickboxers.

9 – GLI INDISTRUTTIBILI

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Esiste una scena più abusata della fuga APPENA IN TEMPO con esplosione dopo pochi secondi? Sarebbe bello vedere un film che si conclude col protagonista che salta in aria, ogni tanto.

Un capitolo a parte, quando si parla di scontri, botte e sparatorie, va dedicato al corpo a corpo. Il genere delle arti marziali nasce con questa necessità: coniugare gli scontri a mani nude con un’epoca storica in cui i cattivi non vanno tanto per il sottile e usano pistole, fucili, esplosivi. Riuscirci è difficilissimo: molto più facile fare delle vaccate. E, manco a dirlo, noi vogliamo proprio quelle! Tra l’altro, alcune icone di questo genere sono degli atleti più che attori (e su questo c’erano davvero pochi dubbi), insomma: l’unica cosa certa è che spaccheranno culi.
Diciamoci la verità: un qualsiasi criminale combatterebbe chi cerca di fermarlo sparandogli. Se si ha l’occasione di avere una banda, basta attaccare tutti insieme, e anche il più esperto di arti maziali di questo pianeta non avrà scampo. Nei film, invece, i malavitosi sono molto ben educati: attaccano uno per volta, senza un criterio (vedi punto 6: gli scagnozzi sono dei cavernicoli privi di pollice opponibile), a testa bassa, consentendo al protagonista di metterli facilmente fuori gioco. E se uno di loro ha una pistola? In quel caso vale il punto 10: si metterà a parlare, si distrarrà e consentirà al nostro ignorantone di sbarazzarsene.
Anche la resistenza fisica è un problema da femminucce: Norris e Seagal vengono picchiati, umiliati, torturati, e al massimo hanno un rivolo di sangue sulla fronte (o una ferita alla spalla, giusto per far vedere che anche loro soffrono). Li accoltellano o gli sparano? “non hanno leso organi vitali”, frase che di solito permette loro di farsi un’oretta buona di film come se niente fosse. E gli altri? Per gli altri basta un pugno, una botta in testa, per farli stramazzare a terra. Quando vengono colpiti loro, sono sempre organi vitali. Ciao ciao, è stato bello. Talvolta questa indistruttibilità fisica raggiunge livelli clamorosi, come in Invasion USA (lo so che ne parlo sempre, ma guardatelo, è un capolavoro), in cui Chuck Norris spara un colpo di bazooka a un paio di metri di distanza senza neppure spettinarsi.
Esempi: più o meno tutti i film con Chuck Norris e Steven Seagal. Van Damme no, almeno lui si fa menare come una pignatta prima di trionfare e alla fine è sempre messo peggio del debito greco.

10 – CHIACCHIERE, CHIACCHIERE E ALTA PSICOLOGIA

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Nei remake turchi i personaggi si comportano spesso in modo incomprensibile. Anche le trame lo sono. Anche i dialoghi. Vabbè.

Questa era facile, dai. E, come alcune delle altre, non è una prerogativa del cinema d’azione. A nostro avviso, però, è un’aggravante: stiamo parlando dell’incredibile logorrea dei cattivi, che li porta a chiacchierare e a distrarsi, di solito con conseguenze letali. In un genere come il trash action, in cui i dialoghi sono ridotti all’osso per lasciare spazio ad inseguimenti, scontri ed esplosioni, questo irritante espediente narrativo risalta ancora di più. PREMI QUEL FOTTUTO GRILLETTO E SMETTILA DI PARLARE! Invece no, “prima di ucciderti ti dirò cosa voglio fare”, “lascia che ti racconti perchè lo faccio”, “sei arrivato fin qui, prima di morire ti meriti una spiegazione”. Manco a dirlo, quella spiegazione segna la fine del villain, sopraffatto nel suo momento di logorrea dal sempre attento protagonista. Sparagli per Dio, sparagli!
Ovviamente i protagonisti positivi non sono esenti da questi attacchi di imbecillità compulsiva, e hanno anche loro dei bei momenti in cui si comportano nel modo peggiore possibile. Forse i personaggi sanno di non poter morire per contratto (negli action trash il protagonista non muore, con quello che costa ingaggiarlo!) e si comportano di conseguenza? Sfondando la quarta parete e portando a una sovrapposizione totale tra attore e ruolo? No dai, basta cazzate, la verità è che i personaggi dei film d’azione sono stupidi, tutti quanti. Un corollario per i film d’azione turchi: in quei casi i personaggi non si limitano a un monologo, ma partono da molto lontano, con tono solenne, a volte andando a ripescare episodi della storia turca. Per dire, tutto il mondo è paese.
Perchè loro sono dei duri. Sono cazzuti. La razionalità è roba da finocchi, la riflessione la lasciano a noi mezzeseghe. Loro spaccano i culi.
E noi guardiamo le loro gesta e ci gasiamo, e ci sentiamo cazzutissimi anche noi. Anche un pò ignoranti, a dirla tutta.
Che belli i filmacci.

I 10 stereotipi dei b-movies d’azione – Parte I

Iniziamo oggi un viaggio nel magico mondo degli Z-movies d’azione, una sottocategoria molto popolosa dei film d’azione in generale. Norris, Seagal, ma anche i più blasonati Stallone e Schwartzenegger: la serie Z non fa sconti a nessuno, neppure ai veterani. Ricadere nello stereotipo è facile, facilissimo. Contrariamente all’horror, che è un genere che per caratteristiche intrinseche permette una grandissima varietà (anche se ci occuperemo pure di quello), l’azione ha degli elementi codificati negli anni.
Uscire da questi “codici” non è semplice: chi ci riesce realizza in genere un grande film d’azione, una pellicola anche di spessore.
La maggior parte dei registi e degli sceneggiatori ci si adagiano, e il prodotto finale è un film action senza infamia nè lode, in cui spesso attori di fama e un alto budget permettono di coprire i difetti peggiori. In questa categoria rientrano, a mio avviso, quasi tutti i film d’azione.
Una parte degli addetti ai lavori, però, non si accontenta di ricalcare codici obsoleti: li usano, ne abusano, li tirano per la giacca sfruttandoli oltre il limite che la decenza imporrebbe. E’ così che nascono gli Z-action, è così che la categoria “azione” del nostro blog nasce e fiorisce. E sono questi che andremo ad analizzare. Ecco i 10 stereotipi, le dieci cose che devi sapere prima di guardare un film d’azione becero.

1 – IL NERO

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Dovunque vada, in tv o al cinema, Chuck Norris non si muove mai senza il suo nero di fiducia.

“questo l’ho già visto, che film ha fatto?”
“ma sì, era il nero di [inserire titolo]!”

Gli statunitensi bianchi hanno un rapporto molto complesso con gli afroamericani, che costituiscono una grossa fetta di loro concittadini: parliamo di uno Stato che ha eletto per ben due volte un nero alla Casa Bianca, ma è ancora ben lontano da una reale eguaglianza di diritti. Queste loro paturnie socio-razziali si proiettano nei B-movies d’azione, di cui gli USA sono i maggiori produttori al mondo. Ormai in ogni film d’azione brutto c’è almeno un nero, ma raramente è il protagonista. Qualche volta è il cattivo, ma questo mal si coniuga con il “politicamente corretto” che in fondo attraversa il cinema action americano.
Allora c’è “il collega nero”, “l’amico nero”, spesso elemento di un gruppo di persone che hanno come unica utilità quella di servire la battuta giusta al protagonista (generalmente un bianco). Spesso questa figura si fonde con quella dell’amico scemo (punto 8); molte volte, il nero è un personaggio autoironico sulla propria condizione: chiama “negro” gli altri neri, è suscettibile alle battute a sfondo discriminatorio, nei casi peggiori ascolta hip-hop di dubbio gusto e si veste come un tamarro. Essendo gli USA la culla del “melting pot”, il nero ha avuto negli anni una sua evoluzione: di volta in volta viene sostituito con “il messicano”, “l’ispanico”; ovviamente anche questi sono solo (ben che vada) una spalla per il protagonista bianco, e la sfumatura di marrone della loro cute preclude loro un ruolo più importante nella trama.
Questo topos si è diffuso nel tempo anche al di fuori dell’ambito cinematografico, andando a contaminare anche quelle serie tv più clamorosamente americane: il ranger afroamericano Trivette di Walker Texas Ranger e il pacioso nativo americano Sixkiller di Renegade ne costituiscono certamente gli esempi più noti: il loro ruolo è quello di entrare in scena, dire due-tre cazzatine, prendere un sacco di mazzate e aspettare che il protagonista venga a salvargli la vita.
In molti casi, peraltro, il nero\ispanico\indiano ha pure una bella famiglia, composta da moglie e figli rigorosamente della sua stessa etnia. Va bene votare, va bene diventare presidenti e salvare le chiappe al culturista di turno, ma non vi allargate troppo eh! Giù le mani dalle donne bianche!
Esempi: il ranger Trivette (Walker Texas Ranger), Sixkiller (Renegade), ma anche Calvin (Hellbound – All’inferno e ritorno) e Sugar (Sabotage). In questo ruolo c’è solo l’imbarazzo della scelta.

2 – HAPPY FAMILY

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Nella famiglia di Chuck Norris il figlio esce dalle regole stabilite dall sterotipo e segue le sue orme, insudiciandosi e uccidendo gli sporchi vietcong comunisti.

“bentornato, caro! Com’è andata a lavoro?”
“lascia andare la mia bambina!”

I produttori sarebbero molto contenti di poter fare film d’azione pura, in cui, cioè, non si vede altro che il brutalone protagonista che corre, spara e uccide. Purtroppo per loro, le regole del mercato li obbligano ad inserire almeno uno straccio di trama e addirittura dei personaggi di contorno, tra cui non può mancare una famiglia.
La famiglia al cinema è un elemento vecchio come il cinema stesso: in molti film essa è ininfluente nella logica narrativa, ma serve a creare un coinvolgimento dello spettatore: chi di noi ha una famiglia, e cioè praticamente tutti, non può non sentirsi coinvolto e non identificarsi con quella del protagonista, che, spesso, cerca principalmente di difenderla. Questa è psicologia spicciola, c’è poco da fare. Ecco. Il fatto è che a chi crea gli action-trash dei sentimenti e della psicologia non frega palesemente un cazzo: inventare una moglie e un figlio\figlia è lungo e difficile, meglio copiarli da film precedenti chè tanto allo spettatore non importa niente dell’approfondimento psicologico.
Grazie a questo meccanismo, gli schermi (spesso televisivi) sono invasi da mogli che sono un pò il sogno bagnato del Partito Repubblicano americano: belle, giovani, toniche (anche quando i mariti sono dei vecchi babbioni tipo Schwartzy o Sly Stallone over 65, anche perchè spesso sono anche i produttori e vogliono la gnocca), accompagnano il proprio marito senza fiatare, ne appoggiano incondizionatamente le gesta anche quando sono più che discutibili e l’unico desiderio che hanno è aspettarlo a casa per preparargli la cena e regalargli la più abusata delle trombate non inquadrate. I figli si dividono invece in figli maschi ansiosi di emulare il padre e figlie femmine: in genere tra di loro e il padre vi è un fortissimo conflitto generazionale, perchè loro sono degli adolescenti viziati e il padre non capisce che chiamare “bimba” la propria figlia di 17-18 anni che si comporta come una baldracca al liceo e si alcolizza più di Paul Gascoigne non è una buona idea per cementare il rapporto.
Tutto questo crea però un effetto collaterale (che vedremo nel punto 3), ovvero che moglie e prole del protagonista portano più sfiga di un gatto nero che rompe uno specchio: le probabilità che il cattivo di turno li faccia fuori (per sbaglio o no) sono altissime. Pertanto, se in aereo o in treno vi ritrovate il parentado di Chuck Norris, Steven Seagal o Schwartzy, bè, prendete quello dopo.
Esempi: Shadow Man – Il triangolo del terrore, Rombo di tuono 3, ma anche produzioni più ricche e mainstream come Io vi troverò.

3 – LA VENDETTA PERSONALE

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Nel sottovalutato Kickboxers, Jean-Claude non è il protagonista, ma il cattivo su cui si riversa la vendetta del ragazzotto al centro del film.

Che cos’hanno in comune Steven Seagal e Mario Merola? No, non sto parlando della trippa, malpensanti. Ovviamente, la sete di vendetta. Abbiamo parlato della stereotipata famiglia del protagonista, ora vediamo che rapporto ha essa con l’azione. In un disperato tentativo di rendere un filmaccio d’azione più coinvolgente, gli sceneggiatori si accaniscono spesso contro gli innocenti familiari del burino in questione. Nel migliore dei casi, il cattivo vuole vendicarsi del buono, e qui restiamo nel campo della banalità. Nei film più spassosi, gli infamoni antagonisti vogliono solo ammazzare\rapire\farne di tutti i colori della gente, e per puro caso ammazzano\rapiscono\perseguitano qualcuno che è caro al Seagal di turno. Questa trovata è rapidamente degenerata in soggetti imbarazzanti, in cui praticamente questi poveracci attirano le sventure come una calamita, con esempi estremi in cui a fare una brutta fine sono anche persone non direttamente vicine al protagonista (fidanzati di figlie, fratelli della moglie, amici di amici, molto spesso la ex moglie).
Perchè tanta ferocia? Per quanto dicevamo prima (coinvolgimento dello spettatore, o almeno vano tentativo di ottenerlo) e per una ragione meno esplicita: dare una giustificazione logica e morale a quanto viene dopo, ossia il deflagrare della furia omicida del protagonista. Vedere Steven Seagal, che magari è pure un poliziotto, violare la legge, minacciare innocenti e fare stragi per vendicare un perfetto sconosciuto ci fa storcere il naso, troppo cattivo, troppo “politicamente scorretto”. Ma se gli toccano la famiglia, vogliamo condannare questo pover’uomo?
Ricordiamo che il pubblico a cui questi registi e produttori si rivolgono non è lo standard medio garantista europeo, ma quello, tradizionalmente più rude, americano, di quegli americani beceroni con il santino di Bush padre e figlio in salotto e che considerano il possesso di armi da guerra un diritto un gradino sopra quello al voto e alla libertà di espressione. Al mercato non si comanda, la vendetta è sacrosanta. Zitti, moralisti!
Esempi: tutto il cinema d’azione (non necessariamente di serie Z, anche se in questo genere il confine è spesso sottile) di giustizieri e vigilanti. Steven Seagal ne ha fatto un genere, Mario Merola lo ha fatto prima di lui (con la variante che spesso Merola interpretava un criminale). Per restare tra quelli da noi recensiti, Kickboxers – Vendetta personale e Una magnum per McQuade.

4 – LA FISICA NON E’ UN’OPINIONE

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Ecco cosa succede a qualsiasi oggetto in un classico B-movie d’azione. Almeno finchè durano gli sghei, poi tutto esplode fuori campo.

Il cinema d’azione, anche quello che costa miliardi, richiede da parte dello spettatore una certa dose di sospensione dell’incredulità. Trattandosi di un genere piuttosto semplice (botti, botte, boom!, sbram!, i buoni vincono) è naturale che certi sviluppi risultino inverosimili (il buono vince sempre, sempre, SEMPRE, e riesce sempre a cavarsela anche quando non sarebbe fisicamente possibile). In genere (ma non sempre, anzi, questo è uno degli stereotipi più democratici, chè riguarda anche film di alto livello) le pellicole dalla serie B in poi si caratterizzano per un grado di assurdità decisamente alto per quanto riguarda le leggi della fisica.
Quante probabilità ci sono che un’automobile esploda, salvo che sia imbottita di dinamite? Poche, pochissime. E un elettrodomestico? Ancora meno. La verità è che le multinazionali dell’auto e dell’oggettistica casalinga combinano molte cose sporche, inquinano l’aria, truccano i bilanci, ma raramente uccidono i propri clienti con esplosioni. La verità è che l’esplosione è la più classica delle scene che eccitano il pubblico avvezzo a questi film. D’altra parte, chi di noi da adolescente non faceva esplodere le cose per puro sollazzo? Ah, solo noi? Va bè, non vi abbiamo detto niente.
Saltare alto quattro metri e lungo dieci è difficile, anche se avete ricevuto un addestramento militare meticoloso: eppure nei film d’azione ci si riesce facilmente, soprattutto se siete i protagonisti. Se siete dei cattivoni, o più semplicemente dei personaggi secondari assolutamente inutili, il salto ve lo sognate: il protagonista scappa balzando da un tetto all’altro, voi vi sfracellate. Cazzi vostri. Anche camminare sui treni in corsa e fare inseguimenti ai 300 all’ora in città affollatissime senza uccidere nessuno sono privilegi che a voi povere comparse non sono concessi.
Va detto che tutto ciò non riguarda esclusivamente il cinema americano: i remake turchi di famosi film d’azione, per dire, hanno portato a un livello ancora più elevato il concetto di “disprezzo per le leggi fisiche”. Anche quello di “delirio”, a dirla tutta. Ma gli USA rimangono la patria di queste burinate, non foss’altro che per il fatto che dietro a certi film ci sono milioni e milioni di dollari spesi, e si tende a pensare che uno che prende un milione di dollari per sceneggiare una vaccata con Steven Seagal un pò di impegno ce lo metta. No, eh?
Esempi: praticamente tutti i film d’azione recensiti sul nostro blog.

5 – FULLCLIP

I più nerd tra voi (o semplicemente chi è stato, come me, un adolescente sfaccendato per qualche tempo) ricorderanno che la parola “FULLCLIP”, in un noto videogioco (GTA – San Andreas), conferiva al personaggio principale un numero illimitato di munizioni per qualsiasi arma. Io immagino certi registi come degli adolescenti insoddisfatti, che da sempre sognano di portare su schermo la propria “astuzia” di videogiocatori, e trattano i propri personaggi come fossero in un videogioco. In teoria non dovrebbe essere difficile contare il numero di munizioni in un’arma, studiare una scena e poi girarla facendo in modo di non strafare. Una soluzione accettabile potrebbe essere (la butto lì) quella di dotare i personaggi di armi più capienti, così da non dover ridurre la spettacolarità delle scene. Per fortuna i beceri sceneggiatori di action-trash se ne sbattono delle “soluzioni accettabili”, e se serve che quella fottuta pistola spari trenta fottuti colpi nonostante il fottuto caricatore da sei, bè, li sparerà!
A proposito di pistole e fucili: sparare non è una passeggiata, il rinculo di molte armi è più marcato di quanto si pensi. Per questo, generalmente la pistola si usa con entrambe le mani. Nella realtà. Nei film d’azione invece si spara tranquillamente con una, a volte senza neanche guardare. Se hai un numero infinito di colpi, che ti frega di sbagliare mira? Anche perchè, ricordiamolo, nei film d’azione la mira la sbagliano solo i cattivi e i personaggi secondari: il protagonista è per definizione un cecchino.
Queste incongruenze (spesso dei veri e propri errori) sono interessanti perchè non si basano tanto sull’ignoranza dello sceneggiatore, quanto su quella dello spettatore: in teoria, noi non sappiamo niente di sparatorie e ferite da arma da fuoco. Il concetto, per quanto discutibile, potrebbe avere un senso, se non fosse che spesso l’ignoranza presunta del pubblico è davvero troppa (che una normale pistola non abbia cinquanta-sessanta colpi lo potevamo intuire anche noi profani), soprattutto quando parliamo del pubblico americano, che di armi se ne intende.
Esempi: sarebbero davvero tanti, ma uno in particolare lo trovo irresistibile, e lo posto qua sotto: è Komodo VS Cobra. Contate i colpi sparati dal protagonista.

Qui la seconda parte. Stay hungry, stay sequel apocrifo di Fragasso.