Archivi Blog

I 10 stereotipi dei b-movies d’azione – Parte II

Leggi della fisica violate, famiglie fatte con lo stampino, minoranze etniche bistrattate: il mondo dei filmacci action non conosce confini nè limiti. Ecco la seconda parte del nostro viaggio nella costruzione di un brutto film d’azione come si deve. Con grande entusiasmo e un pò di vergogna, ecco altre cose da non dimenticare quando si guarda un’opera d’arte dell’azione violenta su schermo.
6 – CATTIVISSIMO LUI

6 - cattivissimo lui.jpg

Alla fine, Jimmy Cameron è solo un Aaron Norris con qualche miliardo in più.

“Bene e male, peccato e innocenza, attraversano il mondo tenendosi per mano” (Oscar Wilde)

Bello, bello, peccato che qui parliamo di film d’azione, non c’è tempo per queste pippe intellettuali. Il bene sta da una parte, il male dall’altra. Soprattutto la seconda. Talvolta (spesso involontariamente) anche i protagonisti dei B-movies hanno qualche sfumatura. Spesso non è voluta, è quasi involontaria, e nasce dal fatto che un personaggio troppo buono, giusto e perfetto è difficilissimo da gestire su schermo, paradossalmente più di un “antieroe”. Questo non vale per i cattivi: il loro ruolo è quello di antagonista, devono fare gli stronzi finchè il buono non trova modalità e tempistiche giuste per spaccargli il culo. Immaginiamo che questa malvagità illimitata a loro concessa sia fonte di grande divertimento per gli attori che li interpretano.
Sulla carta, la maggior parte dei malvagi è mossa da avidità, fanatismo politico o religioso, desiderio di vendetta. Il loro scopo non è tanto il male altrui, quanto il proprio tornaconto. Il problema è che la trasposizione di queste idee avviene spesso ad opera di incapaci, e i cattivi finiscono per diventare delle esilaranti macchiette, proprio dei sadicidimmerda che godono a picchiare, uccidere, spaventare. Gente che investirebbe le vecchiette mentre attraversano la strada, picchierebbe i bambini e obbligherebbe i nemici a guardare repliche di L’onore e il rispetto fino alla pazzia. A volte gli attori che li interpretano sono assolutamente rispettabili (Donald Pleasence ha fatto il macchiettone cattivo per decenni, ma con uno stile raramente ripetibile, proprio perchè lo faceva in film che erano la quintessenza della bruttezza), ma più spesso sono dei carneadi mandati allo sbaraglio, che enfatizzano il personaggio con smorfie assurde e caricando ogni battuta in modo grottesco.
Un’ultima annotazione: a volte l’antagonista principale è risparmiato da tutto ciò e dipinto con una certa cura. Raramente, ma capita. Gli scagnozzi no, sono proprio delle bestie guidate dagli istinti più bassi, e questo rende ancora più ridicoli i loro scontri con l’eroe.
Esempi: i vietnamiti della serie Rombo di tuono, i malvagi dei film ninja (in cui spesso comparivano anche tracce di xenofobia tra cinesi e giapponesi, peraltro), la setta di fanatici di Cobra. Ma, per salire di livello, anche il militare stronzissimo di Avatar: dai, su, solo a me fa ridere per quanto è insensibile e spietato?

7 – IL MONDO E’ PICCOLO

7 - il mondo è piccolo.jpeg

Ah ah ah, maledetto russo-cino bolscevico, tra 300 milioni di yankees hai beccato proprio Chuck Norris che ora ti aprirà il culo in due parti non uguali!

Nei punti 2 e 3 abbiamo visto come la famiglia, in un film d’azione brutto, non sia altro che un veicolo per coinvolgere lo spettatore: un forte legame positivo, che, se minacciato, darà un senso alla furia omicida del protagonista e aumenterà la tensione emotiva (sic!) per l’esito di quella minaccia. Questo semplice meccanismo ha però anche una valenza opposta, legata ai legami negativi (scusate la ripetizione). Questi sono un mezzo per aumentare la personalizzazione del film e incentrarlo ancora di più su due semplici figure, il buono e il cattivo. Non è una novità: anche nella letteratura greca e latina c’erano dei “fantasmi del passato” tornati alla ribalta, e in fondo ognuno di noi ha qualcuno che gli sta sulle palle e non vede da tanto, ma che potrà incontrare in futuro in chissà che circostanze.
Come spesso accade, il cinema d’azione ha abusato di questo espediente fino a raggiungere risultati a dir poco imbarazzanti. Quante possibilità ci sono, per esempio, che in una città con milioni di abitanti le strade di un criminale di mezza tacca e un poliziotto si incrocino più volte? Quanti reduci dal Vietnam hanno poi incontrato vent’anni dopo i loro carnefici a Los Angeles o New York? Quante possibilità ci sono che tutto questo marasma avvenga per puro caso? Poche, ma non se sei Chuck, o Steven, o Jean-Claude. A volte si aggira l’ingranaggio: il cattivo torna alla ribalta, e i comprimari, ovviamente incapaci, deboli e vulnerabili, si rivolgono al protagonista, che anni prima aveva già affrontato la minaccia. Vada come vada, il risultato è uno solo: non esiste che un qualsiasi poliziotto o soldato uccida il cattivo nella concitazione di una sparatoria, il cattivo viene sempre arrestato\ucciso dal protagonista. I ruoli sono ben definiti: la spalla del buono può al massimo affrontare la spalla del cattivo, i comprimari inutili si ammazzano tra loro: ma il piacere di uccidere il villain spetta solo all’eroe.
Esempi: Invasion USA, che si basa tutto su questo concetto. Un vero e proprio monumento alla “questione personale”.

8 – L’AMICO SCEMO

8 - l'amico scemo

In Kickboxers ci sono ben due amici scemi, uno rientra anche nella categoria del “nero spalla del protagonista”, l’altro è grasso, quindi vale come minoranza vessata.

Costruire un film su una sola persona non è per niente facile, neppure se quella persona è il sommo Chuck Norris o il famosissimo Schwartzenegger. Qualche volta si può fare (Invasion USA ne è un esempio davvero esilarante), ma più spesso, a malincuore, bisogna ricorrere a una spalla. Già, ma come si sceglie la spalla ideale? Non può essere una bella gnoccolona, perchè attirerebbe l’attenzione; ma neanche uno troppo bello o troppo sveglio: se paghi milioni di dollari per scritturare un burino famoso, è seccante vedere gli spettatori che guardano il culo alla sua spalla o simpatizzano più per quest’ultima che per lui. E’ qui che entra in scena lui, l’immancabile, l’oggeto del desiderio di ogni regista action con poche idee: l’amico scemo.
Da adolescenti, immaginavamo spesso questa situazione: quando vuoi uscire con una ragazza molto bella ma tu non ti senti un granchè, puoi rimediare portando con te un amico ancora più brutto e stupido di te. Dopo mezz’ora in compagnia di entrambi, la ragazza in questione sarà disposta a concedersi anima e corpo a voi per disperazione: ai suoi occhi, diventerete un mix perfetto di Brad Pitt e Alberto Angela. Più probabilmente, la ragazza vedrà te e l’amico come una coppia stile Gianni e Pinotto e non vorrà più vedere nessuno dei due, ma questo è un altro discorso. L’amico scemo serve esattamente a questo: ad esaltare le qualità positive del burino famoso, e allo stesso tempo a risolvere quelle situazioni che necessitano dell’intervento di un’altra persona. Come si diceva al punto 7, spesso l’amico scemo è utile per falciare gli scagnozzi del villain, permettendo al suo collega\amico di concentrarsi sul cattivo più prestigioso. A volte rientra nel punto 1, essendo nero o comunque non bianco (ecco, vedete? Abbiamo permesso a uno di voi di affiancare il nostro beniamino! Non siamo razzisti, visto? Ora tornate nel ghetto!). Nei rari momenti in cui i due non menano le mani, si esibisce in battutine dall’umorismo infantile, magari a sfondo sessuale, e in esclamazioni irritanti tipo “ma che diavolo…ehi, fratello!”, “ce la siamo vista brutta eh?” e similari. Non è raro che sia anche un allupato cronico, più attento a qualsiasi essere umano dotato di vagina che a quelli dotati di pistole.
Il suo unico riscatto è il più banale: la morte. Dopo una vita da scemo, egli si evolve in un’altra creatura: l’amico scemo che muore da eroe. RIP, insegna agli angeli ad essere scemo.
Esempi: Calvin di Hellbound, Gonzales in Cobra, il ragazzotto stupido di cui non ricordo il nome in Kickboxers.

9 – GLI INDISTRUTTIBILI

9.png

Esiste una scena più abusata della fuga APPENA IN TEMPO con esplosione dopo pochi secondi? Sarebbe bello vedere un film che si conclude col protagonista che salta in aria, ogni tanto.

Un capitolo a parte, quando si parla di scontri, botte e sparatorie, va dedicato al corpo a corpo. Il genere delle arti marziali nasce con questa necessità: coniugare gli scontri a mani nude con un’epoca storica in cui i cattivi non vanno tanto per il sottile e usano pistole, fucili, esplosivi. Riuscirci è difficilissimo: molto più facile fare delle vaccate. E, manco a dirlo, noi vogliamo proprio quelle! Tra l’altro, alcune icone di questo genere sono degli atleti più che attori (e su questo c’erano davvero pochi dubbi), insomma: l’unica cosa certa è che spaccheranno culi.
Diciamoci la verità: un qualsiasi criminale combatterebbe chi cerca di fermarlo sparandogli. Se si ha l’occasione di avere una banda, basta attaccare tutti insieme, e anche il più esperto di arti maziali di questo pianeta non avrà scampo. Nei film, invece, i malavitosi sono molto ben educati: attaccano uno per volta, senza un criterio (vedi punto 6: gli scagnozzi sono dei cavernicoli privi di pollice opponibile), a testa bassa, consentendo al protagonista di metterli facilmente fuori gioco. E se uno di loro ha una pistola? In quel caso vale il punto 10: si metterà a parlare, si distrarrà e consentirà al nostro ignorantone di sbarazzarsene.
Anche la resistenza fisica è un problema da femminucce: Norris e Seagal vengono picchiati, umiliati, torturati, e al massimo hanno un rivolo di sangue sulla fronte (o una ferita alla spalla, giusto per far vedere che anche loro soffrono). Li accoltellano o gli sparano? “non hanno leso organi vitali”, frase che di solito permette loro di farsi un’oretta buona di film come se niente fosse. E gli altri? Per gli altri basta un pugno, una botta in testa, per farli stramazzare a terra. Quando vengono colpiti loro, sono sempre organi vitali. Ciao ciao, è stato bello. Talvolta questa indistruttibilità fisica raggiunge livelli clamorosi, come in Invasion USA (lo so che ne parlo sempre, ma guardatelo, è un capolavoro), in cui Chuck Norris spara un colpo di bazooka a un paio di metri di distanza senza neppure spettinarsi.
Esempi: più o meno tutti i film con Chuck Norris e Steven Seagal. Van Damme no, almeno lui si fa menare come una pignatta prima di trionfare e alla fine è sempre messo peggio del debito greco.

10 – CHIACCHIERE, CHIACCHIERE E ALTA PSICOLOGIA

10 - psicologia.png

Nei remake turchi i personaggi si comportano spesso in modo incomprensibile. Anche le trame lo sono. Anche i dialoghi. Vabbè.

Questa era facile, dai. E, come alcune delle altre, non è una prerogativa del cinema d’azione. A nostro avviso, però, è un’aggravante: stiamo parlando dell’incredibile logorrea dei cattivi, che li porta a chiacchierare e a distrarsi, di solito con conseguenze letali. In un genere come il trash action, in cui i dialoghi sono ridotti all’osso per lasciare spazio ad inseguimenti, scontri ed esplosioni, questo irritante espediente narrativo risalta ancora di più. PREMI QUEL FOTTUTO GRILLETTO E SMETTILA DI PARLARE! Invece no, “prima di ucciderti ti dirò cosa voglio fare”, “lascia che ti racconti perchè lo faccio”, “sei arrivato fin qui, prima di morire ti meriti una spiegazione”. Manco a dirlo, quella spiegazione segna la fine del villain, sopraffatto nel suo momento di logorrea dal sempre attento protagonista. Sparagli per Dio, sparagli!
Ovviamente i protagonisti positivi non sono esenti da questi attacchi di imbecillità compulsiva, e hanno anche loro dei bei momenti in cui si comportano nel modo peggiore possibile. Forse i personaggi sanno di non poter morire per contratto (negli action trash il protagonista non muore, con quello che costa ingaggiarlo!) e si comportano di conseguenza? Sfondando la quarta parete e portando a una sovrapposizione totale tra attore e ruolo? No dai, basta cazzate, la verità è che i personaggi dei film d’azione sono stupidi, tutti quanti. Un corollario per i film d’azione turchi: in quei casi i personaggi non si limitano a un monologo, ma partono da molto lontano, con tono solenne, a volte andando a ripescare episodi della storia turca. Per dire, tutto il mondo è paese.
Perchè loro sono dei duri. Sono cazzuti. La razionalità è roba da finocchi, la riflessione la lasciano a noi mezzeseghe. Loro spaccano i culi.
E noi guardiamo le loro gesta e ci gasiamo, e ci sentiamo cazzutissimi anche noi. Anche un pò ignoranti, a dirla tutta.
Che belli i filmacci.

I 10 stereotipi dei b-movies d’azione – Parte I

Iniziamo oggi un viaggio nel magico mondo degli Z-movies d’azione, una sottocategoria molto popolosa dei film d’azione in generale. Norris, Seagal, ma anche i più blasonati Stallone e Schwartzenegger: la serie Z non fa sconti a nessuno, neppure ai veterani. Ricadere nello stereotipo è facile, facilissimo. Contrariamente all’horror, che è un genere che per caratteristiche intrinseche permette una grandissima varietà (anche se ci occuperemo pure di quello), l’azione ha degli elementi codificati negli anni.
Uscire da questi “codici” non è semplice: chi ci riesce realizza in genere un grande film d’azione, una pellicola anche di spessore.
La maggior parte dei registi e degli sceneggiatori ci si adagiano, e il prodotto finale è un film action senza infamia nè lode, in cui spesso attori di fama e un alto budget permettono di coprire i difetti peggiori. In questa categoria rientrano, a mio avviso, quasi tutti i film d’azione.
Una parte degli addetti ai lavori, però, non si accontenta di ricalcare codici obsoleti: li usano, ne abusano, li tirano per la giacca sfruttandoli oltre il limite che la decenza imporrebbe. E’ così che nascono gli Z-action, è così che la categoria “azione” del nostro blog nasce e fiorisce. E sono questi che andremo ad analizzare. Ecco i 10 stereotipi, le dieci cose che devi sapere prima di guardare un film d’azione becero.

1 – IL NERO

1 - Il nero.jpg

Dovunque vada, in tv o al cinema, Chuck Norris non si muove mai senza il suo nero di fiducia.

“questo l’ho già visto, che film ha fatto?”
“ma sì, era il nero di [inserire titolo]!”

Gli statunitensi bianchi hanno un rapporto molto complesso con gli afroamericani, che costituiscono una grossa fetta di loro concittadini: parliamo di uno Stato che ha eletto per ben due volte un nero alla Casa Bianca, ma è ancora ben lontano da una reale eguaglianza di diritti. Queste loro paturnie socio-razziali si proiettano nei B-movies d’azione, di cui gli USA sono i maggiori produttori al mondo. Ormai in ogni film d’azione brutto c’è almeno un nero, ma raramente è il protagonista. Qualche volta è il cattivo, ma questo mal si coniuga con il “politicamente corretto” che in fondo attraversa il cinema action americano.
Allora c’è “il collega nero”, “l’amico nero”, spesso elemento di un gruppo di persone che hanno come unica utilità quella di servire la battuta giusta al protagonista (generalmente un bianco). Spesso questa figura si fonde con quella dell’amico scemo (punto 8); molte volte, il nero è un personaggio autoironico sulla propria condizione: chiama “negro” gli altri neri, è suscettibile alle battute a sfondo discriminatorio, nei casi peggiori ascolta hip-hop di dubbio gusto e si veste come un tamarro. Essendo gli USA la culla del “melting pot”, il nero ha avuto negli anni una sua evoluzione: di volta in volta viene sostituito con “il messicano”, “l’ispanico”; ovviamente anche questi sono solo (ben che vada) una spalla per il protagonista bianco, e la sfumatura di marrone della loro cute preclude loro un ruolo più importante nella trama.
Questo topos si è diffuso nel tempo anche al di fuori dell’ambito cinematografico, andando a contaminare anche quelle serie tv più clamorosamente americane: il ranger afroamericano Trivette di Walker Texas Ranger e il pacioso nativo americano Sixkiller di Renegade ne costituiscono certamente gli esempi più noti: il loro ruolo è quello di entrare in scena, dire due-tre cazzatine, prendere un sacco di mazzate e aspettare che il protagonista venga a salvargli la vita.
In molti casi, peraltro, il nero\ispanico\indiano ha pure una bella famiglia, composta da moglie e figli rigorosamente della sua stessa etnia. Va bene votare, va bene diventare presidenti e salvare le chiappe al culturista di turno, ma non vi allargate troppo eh! Giù le mani dalle donne bianche!
Esempi: il ranger Trivette (Walker Texas Ranger), Sixkiller (Renegade), ma anche Calvin (Hellbound – All’inferno e ritorno) e Sugar (Sabotage). In questo ruolo c’è solo l’imbarazzo della scelta.

2 – HAPPY FAMILY

2 - Happy Family.jpg

Nella famiglia di Chuck Norris il figlio esce dalle regole stabilite dall sterotipo e segue le sue orme, insudiciandosi e uccidendo gli sporchi vietcong comunisti.

“bentornato, caro! Com’è andata a lavoro?”
“lascia andare la mia bambina!”

I produttori sarebbero molto contenti di poter fare film d’azione pura, in cui, cioè, non si vede altro che il brutalone protagonista che corre, spara e uccide. Purtroppo per loro, le regole del mercato li obbligano ad inserire almeno uno straccio di trama e addirittura dei personaggi di contorno, tra cui non può mancare una famiglia.
La famiglia al cinema è un elemento vecchio come il cinema stesso: in molti film essa è ininfluente nella logica narrativa, ma serve a creare un coinvolgimento dello spettatore: chi di noi ha una famiglia, e cioè praticamente tutti, non può non sentirsi coinvolto e non identificarsi con quella del protagonista, che, spesso, cerca principalmente di difenderla. Questa è psicologia spicciola, c’è poco da fare. Ecco. Il fatto è che a chi crea gli action-trash dei sentimenti e della psicologia non frega palesemente un cazzo: inventare una moglie e un figlio\figlia è lungo e difficile, meglio copiarli da film precedenti chè tanto allo spettatore non importa niente dell’approfondimento psicologico.
Grazie a questo meccanismo, gli schermi (spesso televisivi) sono invasi da mogli che sono un pò il sogno bagnato del Partito Repubblicano americano: belle, giovani, toniche (anche quando i mariti sono dei vecchi babbioni tipo Schwartzy o Sly Stallone over 65, anche perchè spesso sono anche i produttori e vogliono la gnocca), accompagnano il proprio marito senza fiatare, ne appoggiano incondizionatamente le gesta anche quando sono più che discutibili e l’unico desiderio che hanno è aspettarlo a casa per preparargli la cena e regalargli la più abusata delle trombate non inquadrate. I figli si dividono invece in figli maschi ansiosi di emulare il padre e figlie femmine: in genere tra di loro e il padre vi è un fortissimo conflitto generazionale, perchè loro sono degli adolescenti viziati e il padre non capisce che chiamare “bimba” la propria figlia di 17-18 anni che si comporta come una baldracca al liceo e si alcolizza più di Paul Gascoigne non è una buona idea per cementare il rapporto.
Tutto questo crea però un effetto collaterale (che vedremo nel punto 3), ovvero che moglie e prole del protagonista portano più sfiga di un gatto nero che rompe uno specchio: le probabilità che il cattivo di turno li faccia fuori (per sbaglio o no) sono altissime. Pertanto, se in aereo o in treno vi ritrovate il parentado di Chuck Norris, Steven Seagal o Schwartzy, bè, prendete quello dopo.
Esempi: Shadow Man – Il triangolo del terrore, Rombo di tuono 3, ma anche produzioni più ricche e mainstream come Io vi troverò.

3 – LA VENDETTA PERSONALE

3 - revenge.jpg

Nel sottovalutato Kickboxers, Jean-Claude non è il protagonista, ma il cattivo su cui si riversa la vendetta del ragazzotto al centro del film.

Che cos’hanno in comune Steven Seagal e Mario Merola? No, non sto parlando della trippa, malpensanti. Ovviamente, la sete di vendetta. Abbiamo parlato della stereotipata famiglia del protagonista, ora vediamo che rapporto ha essa con l’azione. In un disperato tentativo di rendere un filmaccio d’azione più coinvolgente, gli sceneggiatori si accaniscono spesso contro gli innocenti familiari del burino in questione. Nel migliore dei casi, il cattivo vuole vendicarsi del buono, e qui restiamo nel campo della banalità. Nei film più spassosi, gli infamoni antagonisti vogliono solo ammazzare\rapire\farne di tutti i colori della gente, e per puro caso ammazzano\rapiscono\perseguitano qualcuno che è caro al Seagal di turno. Questa trovata è rapidamente degenerata in soggetti imbarazzanti, in cui praticamente questi poveracci attirano le sventure come una calamita, con esempi estremi in cui a fare una brutta fine sono anche persone non direttamente vicine al protagonista (fidanzati di figlie, fratelli della moglie, amici di amici, molto spesso la ex moglie).
Perchè tanta ferocia? Per quanto dicevamo prima (coinvolgimento dello spettatore, o almeno vano tentativo di ottenerlo) e per una ragione meno esplicita: dare una giustificazione logica e morale a quanto viene dopo, ossia il deflagrare della furia omicida del protagonista. Vedere Steven Seagal, che magari è pure un poliziotto, violare la legge, minacciare innocenti e fare stragi per vendicare un perfetto sconosciuto ci fa storcere il naso, troppo cattivo, troppo “politicamente scorretto”. Ma se gli toccano la famiglia, vogliamo condannare questo pover’uomo?
Ricordiamo che il pubblico a cui questi registi e produttori si rivolgono non è lo standard medio garantista europeo, ma quello, tradizionalmente più rude, americano, di quegli americani beceroni con il santino di Bush padre e figlio in salotto e che considerano il possesso di armi da guerra un diritto un gradino sopra quello al voto e alla libertà di espressione. Al mercato non si comanda, la vendetta è sacrosanta. Zitti, moralisti!
Esempi: tutto il cinema d’azione (non necessariamente di serie Z, anche se in questo genere il confine è spesso sottile) di giustizieri e vigilanti. Steven Seagal ne ha fatto un genere, Mario Merola lo ha fatto prima di lui (con la variante che spesso Merola interpretava un criminale). Per restare tra quelli da noi recensiti, Kickboxers – Vendetta personale e Una magnum per McQuade.

4 – LA FISICA NON E’ UN’OPINIONE

4 - fisica.jpg

Ecco cosa succede a qualsiasi oggetto in un classico B-movie d’azione. Almeno finchè durano gli sghei, poi tutto esplode fuori campo.

Il cinema d’azione, anche quello che costa miliardi, richiede da parte dello spettatore una certa dose di sospensione dell’incredulità. Trattandosi di un genere piuttosto semplice (botti, botte, boom!, sbram!, i buoni vincono) è naturale che certi sviluppi risultino inverosimili (il buono vince sempre, sempre, SEMPRE, e riesce sempre a cavarsela anche quando non sarebbe fisicamente possibile). In genere (ma non sempre, anzi, questo è uno degli stereotipi più democratici, chè riguarda anche film di alto livello) le pellicole dalla serie B in poi si caratterizzano per un grado di assurdità decisamente alto per quanto riguarda le leggi della fisica.
Quante probabilità ci sono che un’automobile esploda, salvo che sia imbottita di dinamite? Poche, pochissime. E un elettrodomestico? Ancora meno. La verità è che le multinazionali dell’auto e dell’oggettistica casalinga combinano molte cose sporche, inquinano l’aria, truccano i bilanci, ma raramente uccidono i propri clienti con esplosioni. La verità è che l’esplosione è la più classica delle scene che eccitano il pubblico avvezzo a questi film. D’altra parte, chi di noi da adolescente non faceva esplodere le cose per puro sollazzo? Ah, solo noi? Va bè, non vi abbiamo detto niente.
Saltare alto quattro metri e lungo dieci è difficile, anche se avete ricevuto un addestramento militare meticoloso: eppure nei film d’azione ci si riesce facilmente, soprattutto se siete i protagonisti. Se siete dei cattivoni, o più semplicemente dei personaggi secondari assolutamente inutili, il salto ve lo sognate: il protagonista scappa balzando da un tetto all’altro, voi vi sfracellate. Cazzi vostri. Anche camminare sui treni in corsa e fare inseguimenti ai 300 all’ora in città affollatissime senza uccidere nessuno sono privilegi che a voi povere comparse non sono concessi.
Va detto che tutto ciò non riguarda esclusivamente il cinema americano: i remake turchi di famosi film d’azione, per dire, hanno portato a un livello ancora più elevato il concetto di “disprezzo per le leggi fisiche”. Anche quello di “delirio”, a dirla tutta. Ma gli USA rimangono la patria di queste burinate, non foss’altro che per il fatto che dietro a certi film ci sono milioni e milioni di dollari spesi, e si tende a pensare che uno che prende un milione di dollari per sceneggiare una vaccata con Steven Seagal un pò di impegno ce lo metta. No, eh?
Esempi: praticamente tutti i film d’azione recensiti sul nostro blog.

5 – FULLCLIP

I più nerd tra voi (o semplicemente chi è stato, come me, un adolescente sfaccendato per qualche tempo) ricorderanno che la parola “FULLCLIP”, in un noto videogioco (GTA – San Andreas), conferiva al personaggio principale un numero illimitato di munizioni per qualsiasi arma. Io immagino certi registi come degli adolescenti insoddisfatti, che da sempre sognano di portare su schermo la propria “astuzia” di videogiocatori, e trattano i propri personaggi come fossero in un videogioco. In teoria non dovrebbe essere difficile contare il numero di munizioni in un’arma, studiare una scena e poi girarla facendo in modo di non strafare. Una soluzione accettabile potrebbe essere (la butto lì) quella di dotare i personaggi di armi più capienti, così da non dover ridurre la spettacolarità delle scene. Per fortuna i beceri sceneggiatori di action-trash se ne sbattono delle “soluzioni accettabili”, e se serve che quella fottuta pistola spari trenta fottuti colpi nonostante il fottuto caricatore da sei, bè, li sparerà!
A proposito di pistole e fucili: sparare non è una passeggiata, il rinculo di molte armi è più marcato di quanto si pensi. Per questo, generalmente la pistola si usa con entrambe le mani. Nella realtà. Nei film d’azione invece si spara tranquillamente con una, a volte senza neanche guardare. Se hai un numero infinito di colpi, che ti frega di sbagliare mira? Anche perchè, ricordiamolo, nei film d’azione la mira la sbagliano solo i cattivi e i personaggi secondari: il protagonista è per definizione un cecchino.
Queste incongruenze (spesso dei veri e propri errori) sono interessanti perchè non si basano tanto sull’ignoranza dello sceneggiatore, quanto su quella dello spettatore: in teoria, noi non sappiamo niente di sparatorie e ferite da arma da fuoco. Il concetto, per quanto discutibile, potrebbe avere un senso, se non fosse che spesso l’ignoranza presunta del pubblico è davvero troppa (che una normale pistola non abbia cinquanta-sessanta colpi lo potevamo intuire anche noi profani), soprattutto quando parliamo del pubblico americano, che di armi se ne intende.
Esempi: sarebbero davvero tanti, ma uno in particolare lo trovo irresistibile, e lo posto qua sotto: è Komodo VS Cobra. Contate i colpi sparati dal protagonista.

Qui la seconda parte. Stay hungry, stay sequel apocrifo di Fragasso.

Chuck Norris VS The World

 

L’amico Edo mi onora di un’immagine da lui realizzata, che fonde l’amato blog con la leggenda. Onorato, mi sento in dovere di pubblicarla e di ringraziare Edo per il graditissimo omaggio!

Chuck Norris approves the referendum!

DisobbediteGli e sarete colpiti da un Suo calcio rotante.

 

Nel mio piccolo, vorrei avviare una piccola riflessione su ciò che sta accadendo. Il 12 e 13 giugno siamo chiamati a rispondere SI’ o NO all’abrogazione di alcune leggi. Il comune cittadino si farà una sua opinione sull’argomento, ma vorrei invitare chi, come me, considera Chuck Norris il padre, Claudio Fragasso il figlio e Marco Antonio Andolfi lo spirito santo a un riflessione.

Primo quesito: l’energia nucleare. Ricordiamo i numerosi danni prodotti da tale nefasta fonte energetica. Si va dai ratti giganti (Rats – Notte di terrore), alla resurrezione dei morti (Virus – L’inferno dei morti viventi), alla trasformazione di esimi scienziati in mostri privi di cervello (The beast of Yucca Flats). Che dire poi della Venezia post-atomica di Terminator 2 – Shocking dark, o della New York in cartapesta di 2019 – Dopo la caduta di New York? I più attenti noteranno come l’energia nucleare abbia prodotto soltanto mutazioni mostruose e proliferazione incontrollabile di titoli con il trattino (-) in mezzo. Che poi, servirà davvero? La ridicola fusione atomica non è neppure riuscita a fermare i malvagi pescioni di Megapiranha!

Secondo quesito: l’acqua pubblica. Acqua privatizzata significa dominio delle grandi multinazionali. Come si può privatizzare un bene di tutti? Ci aveva provato il malvagio Dog One con l’aria (Robot holocaust), con scarsi risultati. Che dire poi dei danni provocati dalle multinazionali con l’inquinamento, naturale conseguenza di un bisogno di concorrenza innato in certi individui? Volete forse ritrovarvi la casa piena di anfibi troppo cresciuti (Frogs), o lasciare che questi turbocapitalisti sciamannati rovinino passato, presente e futuro (Il risveglio del tuono)? Un appello: basta privatizzare!

Ultimo ma non meno importante quesito: il legittimo impedimento. Innanzitutto, un impedimento è legittimo solo se certificato da Chuck Norris. E poi, basta raccontarci storie: la malagiustizia ha lasciato a piede libero fior di criminali. Basta vedere il malvagio Chan (Ninja Thunderbolt) e don Raffaele Esposito, noto corruttore di giudici e istituzioni (L’uomo lupo contro la camorra). La malagiustizia ha impedito a Chuck Norris di farsi giustizia in Vietnam (Rombo di tuono), di combattere degnamente i cattivi e Satana in persona a causa di noie burocratiche (McQuade e Hellbound), senza contare la triste impunità degli spacciatori in Force of one.

Italiani! Abbiamo l’occasione di dire la nostra! Il 12 e 13 giugno, ci verranno poste 4 semplici domande, tutte riassumibili in “volete regole più giuste e trasparenti nei vostri confronti?”. La risposta giusta è SI’, ripetuto per 4 volte. Sì, lo so, è propaganda politica, forse un pò fuori luogo in un blog di critica cinematografica. Ma, come dice un caro amico, “qui la critica si ferma e comincio io, stronzo!” (Cobra). Votate, connazionali! Non per me, ma per Chuck Norris. Lui ha parlato, ed è Lui che dovete ascoltare. Nei secoli dei secoli, amen.

 

 

Missing in action 2 – Rombo di tuono 2

Braddock è tornato!

Di: Lance Hool
Con: Chuck Norris, Soon-Tek Oh, Steven Williams

Concludiamo con quest’ultima recensione (non in ordine crono-filmico) il trittico norrissiano sul Vietnam. Presentato dalle musiche di Brian May dei Queen e da titoli di testa degni di un horror anni ’50, questo prequel del primo episodio racconta le terribili avventure del granitico James Braddock durante la sua prigionia. Lui e i suoi compagni sono infatti alla mercè del colonnello Yin, forse il personaggio più cattivo mai portato sullo schermo: viscido, sadico, torturatore, traditore. Braddock, più sporco e sudicio che mai, riesce comunque a imporre la sua regola (neppure i soldati vietcong hanno il coraggio di contraddirlo!), rifiutandosi di confessari i crimini di guerra che gli sono imputati. A parte lo scontatissimo finale, la trama è tutta qui: l’ambientazione, infatti, non si sposta mai dal chilometro quadrato di foresta vietnamita (ma probabilmente è il Minnesota), se si esclude il penoso filmato di repertorio pro-Reagan in cui il presidente appare come un eroe che libererà i soldati ancora prigionieri (ma quando mai!). L’ora e mezza del film è quasi completamente occupata dalle ridicole torture cui sono sottoposti gli integerrimi americani; ridicole non, si badi bene, in quanto tali, ma per la loro esagerata cattiveria e inverosimiglianza. Tra le più insensate segnaliamo l’iniezione di oppio al soldato americano con la malaria; in seguito, il diabolico muso giallo porrà fine alle sue sofferenze bruciandolo vivo, e firmando così la sua condanna a morte per mano del Sommo. Poi Chuck viene appeso per i piedi, e costretto ad addentare un topo (?), cosa che il nostro eroe fa senza grossi problemi. A un certo punto c’è anche una scena ben fatta; lo so, sembra impossibile, ma vi assicuro che c’è: il fotoreporter che, fintosi un emissario di Amnesty International, tenta di liberare i prigionieri. L’attore è abbastanza bravo, e il personaggio è persino simpatico. Ovviamente, verrà fatto uccidere dal colonnello con una trovata narrativa tirata per la giacca, e le fievoli speranze dello spettatore moriranno con lui. Il finale…che ve lo racconto a fare, il finale? E’ la fotocopia del finale di Rombo di tuono 1, e sarà ripreso paro paro in Rombo di tuono 3. Per farla breve, Chuck fa saltare tutto, uccide il capo dei malvagi musi gialli e scappa con i patetici personaggi secondari.
Il film, uscito un anno dopo quel capolavoro che è Urla del silenzio, sembra ricalcarne (male) alcune scene. Se la mia impressione si rivelasse esatta, sarebbe un oltraggio: perchè vedete, qui non si parla del dramma di un uomo lontano da casa e distrutto da anni di prigionia (queste cose Chuck le lascia al commilitone giovane). No. Questo è l’ennesimo sfogo di Chuck Norris che, memore del fratello Weyland realmente caduto in Vietnam (ho già detto che il caduto ha tutto il mio rispetto), sublima la sua voglia di uccidere con questo pattume cinematografico razzista (non vorrei dire fascista). I vietnamiti sono immancabilmente stupidi, maniaci sessuali, sadici, ignoranti; per contro, gli americani sono tutti coraggiosi, integerrimi ed orgogliosi, persino il bieco traditore di colore (c’avrei giurato), che alla fine si riscatta in modo banalissimo morendo da eroe. Almeno il regista non è Aaron Norris…

Produzione: USA (1985)
Punto di forza: è noioso, ma non come si potrebbe pensare.
Punto debole: Chuck Norris non si impegna a fondo…
Come trovarlo: in qualsiasi formato.
Da guardare: in maratona con gli altri due film della saga.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=c0S5SHc82w0 (l’epico scontro finale!)

Hellbound – All’inferno e ritorno

Chuck Norris rispedirà il fottuto Prosatanos all'inferno!

Di: Aaron Norris
Con: Chuck Norris, Sheree J. Wilson, Calvin Levels, Christopher Neame

“Il diavolo ha venduto l’anima a Chuck Norris”, recita un fact che gira su Internet da qualche tempo. Ebbene sì: in questo film il nostro eroe affronta nientepopodimeno che il maligno in persona, rappresentato sulla Terra dal ridicolo Prosatanos (dal latino “pro” (a favore) “Satanos” (di Satana), come se non fosse abbastanza esplicito)! E lo affronta con la forza della sua fede, che è poi la nostra fede. La fede nei calci rotanti. Perchè il buon Chuck non è mai sfiorato dalla spiritualità in tutto il film. Ma andiamo con ordine.
Titoli di testa lisergici uguali a quelli di Star Wars e titolo che appare nel modo più ridicolo mai visto. La trama: durante le crociate re Riccardo Cuor Di Leone imprigiona Prosatanos in un pozzo. Nel 1951 due ladri palestinesi idiotissimi aprono il sepolcro. Da allora il patetico demonio se ne va in giro per il mondo a strappare cuori per recuperare i pezzi del suo scettro (curiosamente a forma di dildo!). Ma commetterà un fatale errore: andrà ad uccidere anche a Chicago, dove regna il poliziotto Chuck Norris, unico ad avere la licenza di terminare vite umane. Chuck, in collaborazione con un uomo di colore dalla pettinatura inguardabile, una specie di Whoopi Goldberg al maschile, viaggia fino in Terra Santa dove combatterà il maligno a calci rotanti (tutto vero!).
Che dire? Insieme all’indimenticabile Invasion USA, è forse il capolavoro assoluto di Chuck Norris, che decide finalmente di andare alla radice del male e di far capire anche agli emissari del maligno che a lui non la si fa. Dialoghi approssimativi, gag che non fanno ridere, nessuna veridicità storica, luoghi comuni “all’americana” (si veda il poliziotto israeliano o il monaco cieco, che poi, qualcuno mi spiega perchè i mistici devono essere sempre tutti ciechi? E che cazzo!). Sbaglia chi vorrebbe consegnare il film al dimenticatoio. Sbaglia perchè è qui che Chuck rivela la sua vera natura divina e non umana. Dopo i trafficanti di droga (A force of one) e i maledetti comunisti vietnamiti (la trilogia Missing in action), egli completa il ciclo della sua esistenza, ritirandosi a vita privata (salvo brevi, patetiche ricomparse in Tv Movies) per dedicare tutte le sue forze a Walker Texas Ranger.
E’ davvero impossibile, anche per i norrissiani di ferro, guardare questo film senza ridere: a parte l’assurdità della trama, è da notare come Aaron Norris, forse per ribattere alle giustificatissime accuse di razzismo rivolte a lui e al fratello, inserisca personaggi quali l’insopportabile collega nero di Chuck, con rasta al seguito, e il bambino israeliano, un ladruncolo che Chuck converte all’onestà con la sola imposizione delle mani, e chi non ci crede si guardi il film. Anche la recitazione non deluderà gli amanti del trash: risibili i personaggi secondari, mentre il Norris sembra tornato ai bei tempi di McQuade: sopracciglio inamovibile, espressione fissa chissà dove, grinta da bruto repubblicano e pugno di ferro. Quest’ultimo non è propriamente una metafora: in una scena esorta un malavitoso di mezza tacca a colpirlo, e reagisce allo sganassone senza un solo movimento del volto. In seguito ricambia la cortesia con un pugno che lo sposta di tre metri, per poi salutarlo con “questo, io lo chiamo colpire”. E così sia.

Produzione: USA (1994)
Punto di forza: l’epico scontro finale tra Chuck e le forze del male!
Punto debole: Chuck Norris non ha punti deboli. Sono i punti deboli ad avere Chuck Norris.
Come trovarlo: non c’è bisogno di trovarlo. LUI troverà voi.
Da guardare: durante una messa nera. No, scherzo, guardatevelo con qualche amico fidato. E’ di una comicità incredibile.

A Force Of One – La Polvere Degli Angeli

Due locandine che mostrano come, dopo una breve parentesi edilizia, Chuck Norris giunga alfine al meritato status di divinità.

Di: Paul Aaron
Con: Jennifer O- Neill, Chuck Norris, Clu Gulager

Ripescato dal dimenticatoio dei b-movie di arti marziali grazie alla collana di videocassette “Duri a morire”, questo titolo è senza dubbio una reliquia per quanti, come noi, pensano che la parola “filmaccio” non abbia un senso etimologico senza prendere in considerazione Chuck Norris. Il film non è niente di che (Invasion USA era ancora di là da venire) ma ci mostra un Norris inedito, con un caschetto biondo vergognoso e un paio di mustacchi a dir poco ridicoli. In una città della California lo spaccio di droga raggiunge livelli intollerabili, e un saggio comandante di polizia decide di far addestrare la sua squadra dal campione mondiale di karate (indovinate chi lo interpreta), poichè quattro poliziotti sembrano essere stati uccisi con tale disciplina. In un giorno Chuck Norris trasforma tre rimbecilliti più una ragazza vagamente lesbica (a me ispira così) in letali karateka, trovando anche il tempo per allevare il figlio nero (sopraffino il dialogo in macchina tra lui e la poliziotta; sfido chiunque a capirci qualcosa), che peraltro ha inspiegabilmente quarant’anni, e di allenarsi per riconfermare il titolo mondiale. Almeno finchè non si scopre che il cattivone è in realtà il pretendente al titolo mondiale, che per non farsi mancare nulla uccide il figlio di Chuck. Da quel momento, il nostro eroe assume la forma che tutti conosciamo: quella del vendicatore invincibile e inespressivo (no, bè, questo lo era anche prima). Dopo un inseguimento che sfida ogni legge logica e fisica, riesce a beccare il bastardo, lo massacra di botte ma, sorpresa, non lo uccide, poichè la poliziotta lo ferma e gli ricorda che sarebbe un tantino illegale. In molti rimarranno delusi nel vedere Chuck che risparmia una delle sue vittime, ma ricordiamoci che il film è del 1979, quando il Sommo non aveva ancora quello status di “leggenda” che oggi può giustamente vantare. La pellicola è comunque godibilissima: penalizzata da un doppiaggio italiano eseguito da un gruppo di deficienti (lui prima dice alla tipa che il figlio era un drogato, per poi negarlo sdegnosamente dopo pochi secondi!), arricchita da gallerie di personaggi inutili (tutti eccetto Chuck e la tipa) e da scene-riempitivo necessarie perchè il film durasse almeno 88 minuti. Da notare il fatto che l’intero fulcro del film (lui che addestra gli agenti) non ha ragion d’esistere: nessuno di loro userà mai quelle tecniche, e la tipa si limiterà a dare un calcio a un delinquente di mezza tacca in un appartamento. Voto massimo ai deliri verbali del Norris, quando, alle rassicurazioni della poliziotta sulla morte del figlio (“prenderemo chi ha fatto questo”) risponde immettendo nel discorso un tema mai nominato prima (“a chi vuoi che interessi di un negro?”) come le tensioni razziali, per poi ricordarle CHI è lui (“ho combattuto in tanti posti schifosi, nel sud del mar della Cina”) tirando fuori il Vietnam anche dove non c’entra una cippa. Un gioiellino.

Produzione: USA (1979)
Punto di forza: le origini del mito. Frase cult: “Chiunque abbia fatto questo, si è appena condannato a morte!”
Punto debole: talvolta è inutilmente lungo e noioso, e i fan ortodossi non perdoneranno a Chuck Norris di aver risparmiato il perfido karateka avversario.
Come trovarlo: in videocassetta. Comunque, ogni tanto lo trasmettono in TV. Tenere d’occhio 7Gold e Antenna 3.
Da guardare: solo per gli aficionados.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=FwGxSM0fEkM (Chuck Norris sconfigge il traffico di droga. A calci rotanti)


Chuck Norris approves this blog.

Il Nostro in tutta la sua bellezza e sobrietà.

Tempo fa scrissi un breve articolo in cui spiegavo perchè, nonostante l’evidente deficit recitativo che lo contraddistingue, io stimo Steven Seagal. Mi ero ripromesso di scrivere qualcosa di simile anche sul prode Chuck Norris, ma, purtroppo, questa volta non si tratterà di un elogio. Perchè, a leggere la biografia di Chuck Norris, pare di essere finiti in uno dei suoi film. Ogni opera di Chuck si ispira infatti, direttamente o meno, a un episodio della sua vita.

Carlos Ray Norris nasce a Ryan, Oklahoma, il 10 marzo 1940. Nel 1970 il fratello Weiland muore in Vietnam, il che porterà Carlos (ormai noto come Chuck) a un odio viscerale nei confronti di tutto ciò che riguarda quello stato. Dopo una notevole carriera nel mondo delle arti marziali (che gli permise di incontrare Bruce Lee!) ne inventò una propria, il Chun Kuk Do. Il codice di questa arte marziale sembra il documento di una conferenza repubblicana, e il fatto che l’unico ad aver raggiunto il decimo dan sia proprio il suo inventore la dice lunga su tutta una mentalità. Ormai avviato nel mondo del cinema, Chuck Norris si fa notare per i clamorosi spot dell’era reaganiana Rombo di tuono, Invasion USA, Delta Force, spesso grazie all’aiuto del fratello Aaron, produttore.

Oggi Chuck Norris è una leggenda. Grazie ai “facts” che lo riguardano, ormai giunti al ragguardevole numero di alcune migliaia, la sua fama è enormemente cresciuta, anche tra chi, come il sottoscritto, non riesce a guardare Walker Texas Ranger per più di due minuti consecutivi. Omaggiato nei modi più disparati (Rat-Man di Ortolani, Jay Leno, lo Zoo di 105 oltre a diversi libri riguardanti le sue assurde imprese), è comparso nel film Dodgeball, nel ruolo di sè stesso, ed è ospite fisso di molte trasmissioni statunitensi.

La sua vita pubblica è un quadro perfetto che rappresenta la personalità di questo individuo: fondamentalista cristiano, autore di numerosi libri sull’argomento, teorizza la necessità di “rivolgersi a Gesù” per ogni problema della vita, e ha dichiarato di appoggiare la preghiera nelle scuole pubbliche. Dal 1988 ha donato migliaia di dollari ai candidati repubblicani, ed è stato uno dei pochi a schierarsi contro Obama, restando coerentemente nelle sue posizioni anche nel periodo di massima popolarità del presidente.

Perchè questo patchwork di informazioni, cenni biografici, curiosità a metà tra il serio e il faceto? A dire il vero, non c’è uno scopo preciso. Era solo per diffondere qualche notizia in più su un uomo che, nel bene e nel male, merita il podio tra i pilastri della Cinewalkofshame.

Il fatto che io sia ancora vivo significa che Chuck Norris ha approvato questo articolo.

Braddock: Missing In Action (Rombo di tuono 3)

Perchè ti fai del male così, Chuck?

Di: Aaron Norris
Con: Chuck Norris, Aki Aleong, Roland Harrah III, Miki Kim, Keith David

Lo ammetto: alle prime inquadrature del capitolo conclusivo della mitica trilogia norrissiana, mi sono stupito. Quelle immagini degli americani che si ritirano (per una volta, la ricostruzione storica dell’intro è efficace) e dell’ambasciata, con in sottofondo una canzone davvero struggente, mi avevano fatto pensare al meglio. A ciò si aggiunga che Braddock, nel film, ha sposato una vietnamita (giuro!), il che mi faceva dare per scontato che l’odio razzista del Norris si fosse affievolito col tempo. D’altra parte, il film è del 1988: la caduta di Saigon risale a 12 anni prima, e anche per Rambo 3, girato a pochi mesi di distanza, si preferì spostare l’azione in Afghanistan. Poi, il duro colpo: una scena in cui le pale dell’elicottero diventano pale di un ventilatore da soffitto. Non una citazione, ma un clamoroso plagio di Apocalypse Now! Comunque, ritroviamo Braddock nel 1987 intento a chiacchierare con un prete, dall’originalissimo nome di Padre Polanski (per cortesia!), che gli dice non solo che sua moglie è ancora viva, ma che ha anche un figlio americano-vietnamita. Lui non ci crede, ma quando, cinque minuti dopo, la CIA lo chiama solo per dirgli che il prete dice cazzate, cambia idea e decide di partire per il Vietnam (in effetti era tutto molto antisgamo). Lo stato asiatico non è ovviamente cambiato da quando Chuck lo abbandonò: dittatura feroce, povertà estrema, e, almeno finchè Braddock non entra in azione, buio e pioggia. L’incontro con la moglie, peraltro, è la seconda scena (dopo l’inizio) girata in modo decente. Qui Chuck è più umano del solito, e gli riesce quasi bene anche la figura del padre imbarazzato. Tutto questo svanisce nel giro di cinque minuti, quando un militare vietnamita cattivissimo fredda con un colpo alla testa la moglie di Braddock, dopo un dialogo delirante e senza spiegare perchè. Lì il film sprofonda nell’inferno della Vietxploitation. Come da copione, Chuck viene torturato in modo ridicolo dal perfido militare, ma, sfidando le leggi della fisica, del dolore e dell’anatomia umana, resiste. A quel punto, ribellatosi e fuggito, deve andare a recuperare il prete, il figlio e la comunità di bambini meticci che il pio polacco si porta appresso. Che dire? Azione in puro stile Chuck Norris: pugni, calci rotanti, nettissima divisione tra buoni e cattivi (i deliri rabbiosi del vietnamita sono da antologia), e soprattutto l’Arma Definitiva del nostro: una pistola-fucile-mitra-lanciagranate. In una scena, Braddock salva una ragazzina da uno stupro (com’è noto, i comunisti non si limitavano a mangiare i bambini) sparando al soldato con il lanciagranate: il vietnamita precipita fuori dalla baracca e dopo qualche secondo esplode, in una scena comicissima e che sembra, per un attimo, risollevare lo squallore del film. Dopo una interminabile e ripetitiva camminata di chilometri nella giungla (in camion, a piedi, in aereo), l’epico scontro finale: aiutato da decine di soldati americani che fanno il tifo per lui dall’altra parte del confine, Chuck sbaraglia decine di viet e un elicottero (qui aiutato dal figlio, scena talmente reazionaria da risultare irritante), per poi godersi i baci e gli abbracci che i bambini scambiano con l’eroico esercito USA. I primi due film, soprattutto il capostipite, erano quasi divertenti per l’ideologia sgangherata e incongruente. Qui la noia regna sovrana, riscattata solo da un paio di momenti, e neppure l’ideologia riesce a far ridere: chi di voi è disposto a subirsi 104 minuti di propaganda antivietnamita, per giunta girata da cani?
Ai fratelli Norris: ho il massimo rispetto possibile per vostro fratello (per chi non lo sapesse, morì in Vietnam), e comprendo il vostro dolore. Ma continuare ad uccidere vietnamiti a casaccio non è il modo migliore per commemorarlo.

Produzione: USA (1988)
Punto di forza: la mitica frase “io non pesto piedi. Io spacco teste” (Chuck dixit)
Punto debole: spero che Aaron Norris non veda mai John Rambo. Non ho nessuna intenzione di guardare un James Braddock dove l’ormai vecchio reduce massacra cubani, cinesi ed etnie varie.
Come trovarlo: in DVD.
Da guardare: solo per appassionati di Chuck Norris. E forse neppure per loro.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=MBwpm46EPWA (l’ennesimo inutile trailer norrissiano)

Rombo Di Tuono – Missing In Action

E' nata una stella!

Di: Joseph Zito
Con: Chuck Norris, M. Emmet Walsh, Leonore Kasdorf

Signore e signori, la nascita di un mito. In questo film ideologizzato, razzista, repubblicano e simil-nazista, il nostro eroe si confronta per la prima volta con il suo più grande nemico, che non smetterà mai di sfidare: la Storia. Il colonnello James Braddock, un bruto talmente antipatico da far risultare gradevoli i suoi nemici, è stato in Vietnam, dove gli americani portavano gentilmente pace e democrazia (col napalm) in appoggio all’amatissimo governo locale (una feroce dittatura filoamericana). Dopo circa 15 anni, lo vediamo mentre ricorda quell’allegro periodo: con cento colpi di mitra uccide novanta nemici (record mondiale!), prima di lanciarsi su due di loro con due bombe a mano in una mirabile mossa di wrestling, sopravvivendo contro le leggi della fisica. Apprende poi dalla tv (!) di dover partire nuovamente per il Vietnam, per discutere con i governanti di laggiù, ovviamente dei bastardi schifosi dittatori che si arricchiscono alle spalle del popolo, della clamorosa balla dei prigionieri di guerra americani in Vietnam (dopo quindici anni!). All’arrivo, Chuck, che ricorda bene come gli USA si ritirarono dal Vietnam di propria volontà (se ne andarono umiliati) rifiuta di stringere la mano al generale, e non trova di meglio che ucciderlo la sera stessa. Scena da antologia: per trovare un alibi entra nell’appartamento della squinzia di turno, le strappa i vestiti e tenta di stuprarla (lei ci sta!). Il giorno dopo si esibiscono in mossette e manfrine che nemmeno Il tempo delle mele: il rude fascino di Mr. Norris. Ignorato dai superiori, decide di cercare da solo i prigionieri americani, aiutato da un paio di amici idioti e dalla sua rabbia. Nella mezz’ora che segue tentano varie volte di ucciderlo (a lungo andare è quasi noioso), lui minaccia gente del luogo per procurarsi le armi, conversa del più e del meno con il suo amico. Infine, fa saltare in aria il campo viet, dove riesce solo a liberare tre vietnamiti filoamericani (gasatissimi!), perchè gli americani li hanno trasferiti giusto mezz’ora prima (che sfigato!). Ovviamente, dopo aver risolto il problema della sovrappopolazione vietnamita a colpi di mitra, Chuck porta direttamente i prigionieri alla conferenza, dimostrando ancora una volta la grandezza della democrazia made in USA e la bassezza del nemico comunista cino-sovietico coadiuvato dai musi gialli vietnamiti. Ecco, anche ignorando l’ideologia vagamente mussoliniana che permea il film, e il razzismo di fondo, una nota di merito va alla clamorosa battuta “attento al culo” pronunciata dall’amico trippone, e alla scena (a metà tra il patetico e l’imbarazzante) in cui Chuck viene accolto nel campo dai prigionieri locali come un eroe omerico, scena confermata dalla penosa emersione subacquea al ralenty in cui assurge al grado di semi-Dio. Norris dedicò il film al fratello morto in Vietnam (su questo non scherzeremo). Non contento del risultato, il nostro eroe continuò a salvare prigionieri americani a decenni dalla fine della guerra e realizzò due seguiti, considerati a livello mondiale alcuni dei più brutti film d’azione della storia. Chapeau.

Produzione: USA (avevate qualche dubbio? 1984)
Punto di forza: il film rappresenta la nascita del mito di Chuck Norris, che perdura fino ai giorni nostri, granitico come l’espressività di quest’uomo.
Punto debole: l’ideologia di fondo è schifosamente razzista e irritante: Zito e Norris non avevano ancora trovato il patetico “equilibrio” di Invasion USA.
Come trovarlo: DVD.
Da guardare: come vi pare, ma non in presenza di uno che ha fatto la guerra, una qualsiasi. Si sentirebbe preso per il culo.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=0VghdwQeem8 (cult assoluto!)