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Juan of the dead – Juan de los muertos

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Bisogna dire che, tra questo e il Che Guevara zombi, le locandine sono geniali.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Alejandro Brogués
Con: Alexis Días de Villegas, Jorge Molina, Andrea Duro, Andros Perugorría, Jazz Vila, Eliecer Ramírez

“Oh, c’è una commedia zombi ambientata a Cuba, la guardiamo?”
Comincia così la nostra scoperta di Juan of the dead, zombi-movie satirico cubano di cui ci avevano detto un gran bene. Il filone yankee dei morti viventi ha un pò rotto le palle, diciamoci la verità: sono stereotipi che si ripetono di continuo, e anche il ridicolo involontario sempre uguale a sè stesso dopo un pò annoia (no, non è vero, continueremo a guardare i B-movies zombeschi americani perchè ne siamo dipendenti, aiutateci, è una malattia). Le recensioni online ci avevano illusi su questa produzione very-very-very-very-low budget, addirittura paragonata al geniale Shaun of the dead (se non sapete di che si tratta, vergognatevi). A nostro avviso, a unire i due film è soprattutto la fonetica del titolo. E poco altro.
Juan è uno sfaccendato cubano che ha superato i 40 anni: passa le giornate a spiare le vicine di casa, accompagnato dal suo amico guardone e pippaiolo Lazaro, si concede a una serie di focose amanti, e ha una figlia bona che però lo tratta come l’irresponsabile che in effetti è. Ex-soldato della guerra angolana, si guadagna da vivere arrabattandosi con un pò di pesca. Un giorno, l’isola caraibica è preda di un’epidemia di zombi che si allarga a macchia d’olio, nonostante i media del regime castrista ne addossino la responsabilità ad improbabili “dissidenti pagati dagli USA” (la regola del “chi ti paga?” in politica è un vero e proprio must globale). Questa apocalisse non scompone più di tanto Juan, che essendo un maestro nell’arte di arrangiarsi trova subito un modo per lucrarci: aprire un’agenzia per uccidere i parenti zombi dei cubani! L’idea sembra funzionare, grazie al formidabile team formato da Juan, Lazaro, il di lui figlio, la figlia bona e un trans che si porta dietro un enorme nero muscoloso, che però deve combattere bendato perchè sensibile alla vista del sangue (!). Ovviamente la pacchia durerà poco, perchè presto Juan e la sua squadra si accorgeranno che un’apocalisse zombi non è particolarmente facile da gestire in un business portato avanti da quattro pigri disperati.
I presupposti per un filmone formidabile c’erano tutti: pochi soldi, nessuna paura del politicamente scorretto, attori raccattati per strada (letteralmente) e uno spirito da commedia che permette di uscire dai canoni dell’horror zombesco. Ma Alejandro Brogués, semplicemente, non lo fa. Come spesso accade in questi film, bisogna considerare l’elemento horror alla pari di quello umoristico. Bene: l’elemento horror è una sequela interminabile di scene prese paro paro al cinema americano, con tanto di colpi di scena telefonatissimi che chiunque di noi è riuscito ad anticipare di un bel pò di secondi (compreso un fantamorto improvvisato che ha subito dato i suoi frutti). E l’elemento “da ridere”? Il problema è che l’umorismo del film è terribilmente dozzinale, e le “battute sagaci” si limitano a ricalcare i tormentoni di commedie becere a noi italiani ben note (oh ragazzi, ma davvero qualcuno ride ancora per la ripetizione delle parole “culo”, “cazzo” e “pompino”? Questo è il massimo dell’umorismo cinematografico mondiale? Il trans che fa doppi sensi sul proprio culo? Le prostitute tettone? A quel punto mi tenevo Christian De Sica), e come se non bastasse le due fasi si mischiano senza un minimo di costrutto.
Prendiamo Shaun of the dead: le situazioni horror e quelle comiche sono perfettamente mischiate, il non realismo è perfettamente bilanciato grazie alle trovate di sceneggiatura. Qui sembra che nessuno sapesse bene dove accidenti andare a parare e abbiano deciso di girare certe scene sul momento. Non è una questione di budget: anche su questo blog abbiamo recensito film fatti con dieci lire e un soldo di cacio, ma ricchi di fantasia e talento, o almeno buona volontà. Juan of the dead sembra girato da quattro amici con pochissima voglia che lo fanno solo perchè costretti. Il contrario dello spirito da serie Z che ci piace tanto.

Postilla: sì, ok, ci sono delle battute divertenti su Cuba, sul castrismo e sulla rappresentazione che i cubani hanno della loro storia. Va bene, le frecciatine a Fidel Castro le apprezziamo. Anche qui, però: veramente la satira più raffinata e ficcante sulla società cubana è “sono tutti zombi, ma tanto anche prima laggente era poco sveglia”? Dai, su, si può fare di meglio. Molto meglio.

Produzione: Cuba\Spagna (2011)
Scena madre: non è niente di che, ma la scena del pastore yankee ci ha spiazzati.
Punto di forza: oh, pare sia piaciuto a tutti tranne che a noi, c’è chi ha gridato al capolavoro. Magari siamo noi dei poveri stronzi e il film è una perla visionaria, chi lo sa.
Punto debole: le nostre (troppo alte) aspettative.
Potresti apprezzare anche…: Bong of the dead.
Come trovarlo: il fatto che una cosa del genere sia stata doppiata mi fa pensare che ci sia speranza per qualunque ragazzo sfaccendato che voglia provare a fare film amatoriali con gli amici. Non mollate!

Un piccolo assaggio: (anche nei commenti sono tutti entusiasti, ci sentiamo un pò degli snob a non parlarne troppo bene)

2

Dead Sushi

Che bello, siamo commossi.

Che bello, siamo commossi.

Di: Noboru Iguchi
Con: Rina Takeda, Kentarô Shimazu, Takamasa Suga, Takashi Nishina, Yui Murata

Tra gli indizi che ci fanno sentire puzza di film trash, un titolo come Dead Sushi, il fatto che sia una produzione giapponese e una locandina fatta con i piedi occupano senza dubbio un posto importante. E infatti Iguchi, che si aggiunge a Nakano nella nostra personale galleria di registi nippo-trash degli anni duemila, non delude e confeziona una pellicola inevitabilmente destinata a diventare un film di culto.
Keiko è una timida cameriera di un ristorante giapponese specializzato in sushi; sottoposta fin da piccola a massacranti allenamenti a suon di arti marziali per imparare a preparare il sushi perfetto, è però poco considerata dal padre e relegata al ruolo di cameriera. La sua occasione di riscatto arriva quando i dirigenti di una grande azienda arrivano al ristorante per assaggiare l’ottimo sushi della casa: un ex-dipendente in cerca di vendetta (caduto in disgrazia e ormai ridotto ad un homeless sbandato) crea infatti un esercito di sushi assassini zombi, costringendo Keiko a dar fondo alle proprie abilità culinario-marziali in una feroce lotta per la sopravvivenza. A complicare le cose, una serie di mutazioni di tutti i tipi che trasformano camerieri e avventori in creature assurde e letali. In un crescendo di mostri grotteschi, riuscirà la povera cameriera a riscattarsi?
Andare al ristorante giapponese il giorno dopo aver visto questo film non ha prezzo: non siamo fanatici del sushi, ma dopo aver visto Dead Sushi siamo divisi tra lo schifo e l’attrazione: anche noi vorremmo vivere come delle creature dei film di Iguchi! Non si risparmia davvero nulla: sushi assassini, tofani omicidi, calamari dotati di lame che uccidono nei modi più improbabili. Favolosa la psicologia del cibo, con i brandelli di sushi che maltrattano un povero uovo spingendolo, intimorito, ad una curiosa alleanza con la bella Keiko. Gli omicidi, splatterissimi e pieni di sangue finto e cartapesta, sono uno più divertente dell’altro, a partire dalla coppia di fidanzatini trucidati da un barbone in una scena da cineteca: la lama-sushi decapita lei, spingendone la testa a un limone durissimo con l’orripilato fidanzato e poi trafiggendoli entrambi con un colpo netto! Ma siamo appena all’inizio: i sushi sgozzano, tagliano lingue, decapitano, fanno esplodere teste e diffondono una specie di contagio che trasforma gli altri cibi in altrettanti assassini (!) e gli esseri umani in zombi-sushi, con l’apoteosi del capopopolo con la faccia da pesce che comanda un esercito di mutanti. Sarebbe impossibile un riassunto anche approssimativo di tutto il ben di Dio qui presente, peraltro immerso in un mare di tettone e maschi arrapatissimi e stupidi che fa cappottare dalle risate (non può mancare il pasto in cui una donna nuda è usata come tavolo da due uomini libidinosi). Prendere sul serio una roba come questa sarebbe impossibile e francamente anche ingiusto nei confronti del regista; notiamo però che Iguchi non risparmia qualche frecciatina ad una certa cultura giapponese e al suo sessismo (il fatto che queste critiche vengano fatte a suon di poppe giganti è invece meritevole di ulteriore dibattito), comprese quelle che a noi spettatori occidentali saranno certamente sfuggite. Ma poi chissenefrega, volevate il sushi zombi? Beccatevi il sushi zombi, con i complimenti della casa!

Produzione: Giappone (2012)
Scena madre: il barbone che aggredisce e uccide la coppia, bellissimo! Non sapevamo se ridere o vomitare!
Punto di forza: la raffinata critica sociale di Iguchi ad una società bigotta, che…ah, ma a chi vogliamo darla a bere? SU-SHI ZOM-BI! SU-SHI ZOM-BI!
Punto debole: a volte Iguchi abbandona il suo spirito geniale per introdurre elementi di comicità banale e scontata, ma a parte questo è davvero un film divertente.
Potresti apprezzare anche…: Big tits zombie, del maestro Nakano.
Come trovarlo: non è mai stato doppiato, e per fortuna! Quanto sarebbe squallido un doppiaggio italiano? Però lo trovate con i sub in inglese, tanto non c’è molto da capire.

Un piccolo assaggio:  (questo trailer per il mercato inglese offre un bel tocco d’ignoranza al tutto)

4

Big tits zombie

Adoro questo genere di cose!

Adoro questo genere di cose!

[Krocodylus, Satchmo]

Di: Takao Nakano
Con: Sora Aoi, Risa Kasumi, Mari Sakurai

Sono film come questi che ti riappacificano con il mondo della serie Z; la riscossa dell’azione orrorifica giunge dall’Estremo Oriente. Il regista nipponico Takao Nakano, avvalendosi di un cast d’eccezione (tra cui spicca la prestigiosa pornostar Sora Aoi), confeziona una pellicola totalmente sconclusionata che è quasi un manifesto del trash made in Japan moderno.
Siamo ovviamente in Giappone, come ben si capisce dalle ossessive inquadrature del monte Fuji a sottolineare l’elemento geografico. Le quattro protagoniste sono delle ballerine spogliarelliste che si esibiscono in un teatro fatiscente la cui clientela non supera mai le tre-quattro unità. Vivono in una stanzetta piena di oggetti kitsch e ricevono uno stipendio irrisorio dal loro bieco datore di lavoro. Convinte ad accettare un lavoro in un porno-resort termale (lo chiamano così!), dopo una notte di bagordi insieme ad un nano deforme e ai suoi amici, dei grassoni ributtanti che usano le ragazze come tavoli per magnare, realizzano quanto sfigate siano; intanto, scoperto un passaggio segreto sotto la loro stanza, trovano un libro con il quale una di loro, la più scema, resuscita i morti. Così, dicendo due formulette in giapponese (notare che il libro è descritto come italiano e risalente al seicento!); una di loro viene subito sbranata, una si chiude in cantina, una viene morsa e le altre due si armano. Segue una mezz’oretta un pò ripetitiva, con gli assalti dei non-morti che culminano immancabilmente in carneficine, grazie soprattutto alle katane e alla motosega (spenta) delle due fanciulle. Liberatesi dell’amica morsa con un proiettile nel cranio, affrontano la ragazza che si era chiusa nello scantinato: costei ha imparato a controllare gli zombi e, non si sa bene perchè, vuole conquistare il mondo trasformando tutti in morti viventi senza personalità. Dopo un’epica battaglia, fonte di quasi tutte le risate del film, è il momento della resa dei conti tra le due superstiti e la spocchiosa antagonista. La situazione si conclude all’incirca con un pareggio, almeno finchè sbuca dall’inferno un diavolaccio blu, incredibilmente somigliante al Mago Otelma, che si scusa per il casino combinato, riporta all’inferno zombi e traditrice e si dilegua.
Nakano decide di non prendersi affatto sul serio e di citare a mani basse i maggiori cult movies amati o diretti da Quentin Tarantino. Non per nulla, una delle protagoniste indossa un completo succinto con gli stessi colori che vestiva al Thurman in Kill Bill, e non si contano le situazioni e gli effetti musicali che omaggiano il cinema di Sergio Leone (compreso lo stratagemma della pallottola al cuore già usato in Per un pugno di dollari). La sua ironia e alcuni momenti di comicità volontaria gli impediscono di essere un capolavoro assoluto del trash. Tutto il resto è semplicemente merdaviglioso: come il titolo promette, ci sono zombi, sangue e tette in abbondanza, mostrate nei momenti più inopportuni e inquadrate con primi piani anatomici che valorizzano al meglio le grazie delle cosiddette attrici. A dir poco impressionante la genialità degli zombi: come realizzare orde di morti viventi avendo a disposizione una quindicina di comparse al massimo? Usandole allo sfinimento! Ecco che alcuni non morti compaiono un pò ovunque: in particolare il clone di Slash dei Guns & Roses e l’infermiera appaiono al cimitero, nella cantina, nel capannone e per strada! Alcuni di essi sono in grado di usare katane e altre armi; una delle ballerine sbranate, zombificata per l’occasione, ha anche la capacità di trasformarsi in una specie di mostro tentacolato e con una lingua lunga un metro. Ma è veramente impossibile descrivere nel dettaglio il mare di cattivo gusto in cui Big tits zombie sembra affondare: nudi del tutto casuali, decapitazioni, effetti sanguinolenti fatti con dieci lire, dialoghi insensati e tanta autoironia, che comunque non guasta alla carica trash della pellicola. L’apoteosi del brutto si raggiunge forse nella scena in cui, subito dopo l’evocazione degli zombi, i primi a risorgere sono i pesci essiccati nella cucina delle ragazze; primo esempio nella storia del cinema di sushi non-morti!

Produzione: Giappone (2010)
Scena madre: di norma gli zombi si trasformano lentamente, passando a poco a poco dalla coscienza al puro automatismo stile film di Romero. Qui no: la loro amica morsa passa, da un secondo all’altro, dalla più completa lucidità all’essere una belva assetata di sangue che, dulcis in fundo, sputa fuoco dalla vagina. Mica cazzi.
Punto di forza: spesso nei film di zombi il copione prevede sempre gli stessi clichè. Ecco, non qui: il regista ha idee originalissime!
Punto debole: sarà che conosciamo poco la cultura giapponese, ma certe trovare erano francamente incomprensibili.
Potresti apprezzare anche…: Bong of the dead.
Come trovarlo: soltanto in edizione straniera; non è mai stato tradotto in italiano.

Un piccolo assaggio: (un tra(sh)iler è l’unica cosa che si possa mettere su Youtube senza incappare nella censura!)

4,5

Curse of the Maya

Puro stile Bruno Mattei!

[Krocodylus1991, Nehovistecose]

Di: David Heavener
Con: Joe Estevez, David Heavener, Amanda Baumann

I Maya tirano sempre, anche grazie al loro calendario che, secondo alcuni squilibrati, annuncerebbe la fine del mondo. Così David Heavener, regista sconosciuto ai più, si butta a capofitto in una storia delirante e sconclusionata, ritagliandosi la parte del bel tenebroso che si tromba la protagonista. Se una battuta può definire un film, questo è il caso: la prima frase pronunciata da Joe Estevez (il fratello di Martin Sheen, vergogna!) è: “mi avevano detto di non comprare case su Internet”. Apprendiamo quindi che Estevez e la sua sgualdrina, che ha tipo quarant’anni meno di lui, sono andati ad abitare in una casa comprata su EBay. E qui parte la prima cazzatona. I due fanno conoscenza con Michael, un burino che di mestiere aggiusta gli impianti eolici e che ha subito messo lo sguardo sulla bella Renèe. Ma l’orrore è in agguato: si scopre che una famiglia di immigrati messicani, discendente degli antichi Maya, è stata barbaramente trucidata da un tizio con il fucile, e ora gli zombi della famiglia cercano vendetta. Perchè, direte voi? Perchè c’è di mezzo un incomprensibile rito Maya che comprende: morti viventi, “grano cosmico” (testuale) che appare e scompare, sogni assurdi e il Sole che si sdoppia in cinque, il tutto senza provocare alcuna sorpresa nei maschi protagonisti. Il film inizia a scorrere quando i non morti attaccano una comitiva di due rapinatori con due ostaggi, o almeno così sembra, facendo tutti a pezzi, per poi dedicarsi a Joe Estevez. Renèe e Michael, ovviamente, sono gli unici superstiti e devono fuggire dall’assalto dei ridicoli zombi. Il finale è un delirio mai visto: Renèe si inventa una balla clamorosa sul modo per scacciare gli zombi, che mischia impunemente cristianesimo, religione Maya e altre vaccate senza senso. Nel colpo di scena telefonato, veniamo a sapere che Michael è in realtà il killer, che si giustifica così: “lei è rimasta incinta, e ho dovuto uccidere tutta la famiglia”. Trovare la connessione tra i due fatti è compito del pubblico. La scena finale è spassosissima, ma per non spoilerare la scriveremo nella sezione “scena madre”.
Dal punto di vista tecnico, salta subito all’occhio la fotografia: il film è del 2004 ma se mi avessero detto che era del 1972 ci avrei creduto. La mia digitale ha una nitidezza e dei colori molto migliori. Sulla recitazione c’è poco da dire: l’incapacità regna sovrana, e la sceneggiatura è talmente folle che neppure Laurence Olivier avrebbe saputo renderla credibile. La carta vincente (trash, s’intende) sono i numerosi buchi logici, talmente numerosi che viene il sospetto di qualche errore di montaggio. Innanzitutto, Joe Estevez è il dottore meno professionale della storia: beve, violenta la paziente-amante e in una sequenza memorabile la lascia sola per giorni a casa senza un motivo plausibile! Poi gli zombi lo divorano, ok, ma comunque l’intenzione era quella. La mitologia Maya è letteralmente presa a pesci in faccia dallo sceneggiatore. Innanzitutto, quando i Maya dicono “quinto Sole” intendono “quinto ciclo temporale”, e non pensano seriamente a cinque soli che splendono in cielo. Poi, non risulta che la religione Maya comprendesse zombi alla Romero che si nutrono di carne umana. Infine: se stiamo parlando di religioni centroamericane che non hanno mai visto il cristianesimo, perchè mai la soluzione dovrebbe essere “piantare delle croci sui luoghi delle sepolture”? Si tratta di errori clamorosi, che una semplice ricerca su Google avrebbe potuto evitare, ma Heavener era troppo occupato a scrivere il suo capolavoro. In ultimo, ci sono degli elementi di cui noi non abbiamo capito il significato. Perchè Michael, morso dagli zombi (esilarante la scena in cui si porta al collo il bambolotto-morto vivente fingendo pateticamente una lotta), diventa uno di loro e il dottore no? Perchè alla fine compare un altro zombi anche se il problema doveva essere risolto? Domande destinate a restare senza risposta. Così come sconosciuto resterà il motivo di tre siparietti erotici con poppe in evidenza, arricchiti da musicaccia dance-trash che nemmeno nelle peggiori discoteche di periferia. Buona visione!

Produzione: USA (2004)
Scena madre: ecco lo spoilerone. In pratica, Renèe si mette con un ragazzo ritardato del luogo, e adottano una piccola messicana. Viene a trovarli una trippona cinese, assistente sociale stronzissima, che va a fare delle domande alla piccola. Alla domanda “hai fame?”, la marmocchia si trasforma in un altro zombi (così, a caso) e sentenzia: “sì, una fame del diavolo, e adoro il cinese!”. Cult!
Punto di forza: dopo l’apparizione del primo zombi il livello trash aumenta senza sosta fino alla fine.
Punto debole: i primi tre quarti d’ora sono un supplizio medioevale!
Potresti apprezzare anche…: La tomba.
Come trovarlo: è pressochè introvabile. Comunque, su Youtube esiste la versione completa in italiano.

Un piccolo assaggio:  (per chi mastica un pò di spagnolo, i primi, terribili minuti)

Zombi: la creazione (Zombie – The beginning)

Plagio: livello massimo!

[Krocodylus1991, Eltigre]

Di: Vincent Dawn (Bruno Mattei)
Con: Yvette Yzon, Jim Gaines, Alvin Anson

Con una certa commozione, questa volta non solo cerebrale, recensiamo il testamento spirituale, l’ultimo film del grande Bruno Mattei! L’omaggio finale, con il vecchio regista che saluta i suoi fans, è valso da solo mezzo punto in più. Zombi: la creazione è il sequel di L’isola dei morti viventi, sempre di Mattei, ma il non aver visto il primo è poco importante. Il nostro eroe nazionale si congeda ritornando a una delle sue antiche passioni: il plagio. Solo un regista folle come lui poteva avere l’idea di mischiare il genere zombie con Aliens di James Cameron. Avete capito bene: dopo averlo saccheggiato in Shocking dark, Mattei torna a infierire sul capolavoro fantascientifico, in un’antologia del trash che resterà negli annali. La protagonista, Sharon, è l’unica superstite di un massacro sull’isola dei morti viventi, ma nessuno le crede. Sei mesi dopo il fatto, quando ormai è rintanata in un monastero buddista, la Tyler Corporation (la Tyrrell c’era già in Blade Runner) le affida l’incarico di tornare sull’isola, al comando di una settantina di soldati burini. Per chi ha visto Aliens, basta sostituire alla Yzon Sigourney Weaver e agli zombi gli alieni, ed è come se aveste visto entrambi i film. Per gli altri, riassumiamo brevemente gli avvenimenti più importanti: i morti si risvegliano e in un massacro inziale scremano il numero dei soldati, riducendolo a una decina scarsa. Ovviamente tra di loro c’è un traditore, che cerca pure di ammazzare la protagonista e che per questo verrà punito in una scena splatter sorprendentemente ben fatta (almeno nella media matteiana). Uno dopo l’altro, i valorosi soldati cadono sotto i denti dei morti viventi: questi sono ri-di-co-li nel trucco e nelle movenze: a volte corrono, a volte strisciano, saltano, quasi danzano a causa dei movimenti legnosi delle comparse filippine (costavano meno). L’unica sopravvissuta sarà proprio Sharon: in un finale assolutamente delirante, fronteggerà un esercito di bambini deformi che sembrano xenomorfi e infine il capo di tutta la baracca, un enorme cervello in grado di parlare che le dice che conquisterà il mondo. Lei però è assai contrariata, e, armata di lanciafiamme, fa esplodere la patetica massa di argilla, tornando poi al sottomarino. “tornando” per modo di dire, nel senso che l’ultimo fotogramma la inquadra sul molo, a duecento metri di distanza, sorridente. Mah.
Forse resosi conto che questo film sarebbe stato l’ultimo, Mattei spara tutte le cartucce a sua disposizione: computer touch-screen con la grafica del Commodore 64, teste che esplodono a casaccio, plagi indescrivibili. Va detto, a onor del vero, che gli effetti speciali sono decisamente migliori a quanto Mattei ci ha abituato; peccato che il digitale, peraltro pessimo, rovini tutto. Il sogno della protagonista, ripetuto tre volte nell’arco di circa venti minuti, sfinirà anche il più scafato tra gli spettatori, e per almeno metà del film si ha l’impressione che tutto sia destinato a finire in noia. Chi però avrà la pazienza di aspettare sarà premiato con una mezz’ora finale degna dei migliori film della coppia omicida Mattei-Fragasso. Innanzitutto, non è chiaro come gli zombi possano sorprendere chiunque alle spalle, anche in una stanza buia (vengono fuori dalle pareti! Vengono fuori dalle fottute pareti!). Poi, è ingiustificabile il fatto che basti un colpo al torace per ammazzarli, quanto tutti sappiamo che se non becchi la testa lo zombi non si arresta. Il mezzo corazzato dell’esercito è in pratica un Ducato con delle lamiere attaccate alla bell’e meglio, e il sottomarino, quando non è rubato a qualche documentario sovietico o americano, è visibilmente un modellino. Le scene trash sono numerose e di altissimo livello: una delle migliori riguarda una stranissima bestia che si aggira sull’isola, capace di dividere a metà un corpo umano senza grossi sforzi. Qualcuno potrebbe aspettarsi che nel finale ci venga detto di cosa si tratti; qualcuno, evidentemente, che non conosce Mattei. Yvette Yzon è encomiabile nel suo tentativo di assomigliare alla Weaver, ma non le riesce proprio: tutte le emozioni sono simulate in modo esagerato, come quando cerca di picchiare i suoi superiori in una sceneggiata indegna di una recita parrocchiale. Ovviamente, non mancano i furti da altri film, stavolta difficilmente riconoscibili a causa del montaggio confusissimo, al punto che, in certe scene, le frasi vengono troncate prima della fine. Da vedere!

Produzione: ITA\Filippine (2007)
Scena madre: l’esplosione della centrale dinonsocosa, nel finale, ottenuta con un montaggio pasticciatissimo di immagini da altri film e dell ragazza. Invedibile.
Punto di forza: Mattei ha abbandonato i freni inibitori (se mai ne ha avuti). Il risultato è eccellente.
Punto debole: forse una certa lentezza nella prima parte.
Potresti apprezzare anche…: Zombi 4 – After death.
Come trovarlo: questo è un tasto dolente. Gli ultimi film di Mattei non sono mai stati distribuiti in italiano. E l’edizione in francese, che ho visto io, è doppiata talmente male da sembrare in piemontese.

Un piccolo assaggio:  (trailer….in inglese)

Oh mio Dio! Mia madre è cannibale!

Ok, la locandina è bella, ma non capisco cosa c'entri quel simbolo...

[Krocodylus1991, Jacob]

Di: James Aviles Martin
Con: Robert Lee Oliver, Donatella Hecht, Valorie Hubbard

Conferiamo qui, senza indugi, il premio Oscar per il titolo più assurdo della storia a Oh mio Dio! Mia madre è cannibale!. Chiunque abbia il coraggio di intitolare un film in questo modo (anche se la traduzione letterale sarebbe un più sobrio (…) Madri cannibali) merita un certo qual rispetto. Purtroppo la pellicola non si è dimostrata all’altezza di tanta grazia verbale, ma vale la pena parlarne, anche perchè apre parecchie parentesi interessanti.
Cominciamo con un meraviglioso tipo armato di fucile che si accorge, dopo una corsetta nella neve, di avere un braccio monco e sanguinante. A seguire, una sequela di donne e uomini di età diverse, ma con in comune una bruttezza non indifferente, che si fanno le corna tra loro in modo talmente spudorato che dopo un pò diventa difficile capire chi sia sposato con chi. Parallelamente, i loro figli si comportano in modi stereotipati e tipici degli anni cinquanta, con tanto di balletto scolastico, ribellismo da scuola elementare e recitazione incommentabile. Per farla breve, scopriamo (noi, perchè i protagonisti ci impiegano dei giorni) che un uomo ha una rara malattia venerea, che trasforma le donne già madri, e ovviamente no, non si dirà mai perchè solo loro, in cannibali zombi. Queste formidabili femministe da guerra sono abbattibili solo con un colpo in testa, bevono sangue e possono spalancare la bocca a dismisura, con tutti i doppi sensi del caso. Accortisi che i loro fratelli e sorelle sono ormai cibo per mamme, cinque ragazzi non pensano affatto nè a scappare nè a chiamare la polizia; no, i cinque sfigatelli decidono di affrontare le mamme a mani nude, ma, si badi bene, non per ucciderle: il loro scopo è infatti quello di calmarle! Ci riusciranno? Sì, grazie all’aiuto dell’ingrifato patologo locale che, tra un amplesso e l’altro con quella svampita della sua assistente, scoprirà un vaccino. Dopo vari omicidi, una bella puntura nel deretano riporterà le dolci genitrici alla naturale amorevolezza (chiedersi se saranno punite per aver ucciso e mangiato in tutto una dozzina di persone non ha, in questi film, alcun senso). Il colpo di scena finale, telefonatissimo, suona come una liberazione.
Va detto, a onor del vero, che Martin è noto per realizzare horror demenziali. Insomma, prendere questa pellicola sul serio sarebbe un’ingiustizia anche da parte di recensori dilettanti quali noi siamo. Il problema è che non si riesce a distinguere la componente horror da quella comica: le battute sono sempre stantie e vecchie come il cucco, e l’unico sorriso è dettato dallo scambio di facezie “Oh, Joyce…” “Oh, Linda…” “Oh, cazzo…”. Per il resto non si capisce se il trucco inguardabile delle mostruose mamme sia dovuto alla ristrettezza del budget (ipotesi più probabile) o a una precisa volontà del regista come affermano alcuni critici. L’unica cosa certa è che gli attori sono dei veri canidi: appesantiti da nomi ridicoli quali Rinaldi (è il nome di battesimo), i ragazzi recitano in stato catatonico, pronunciando battute che sembrano improvvisate sul momento, e solo le madri se la cavano, in un certo senso, facendo smorfie e gridando all’impazzata. A rompere la monotonia del canovaccio inseguimento-fuga sono alcune scene dall’altissimo contenuto trash: la migliore è senza dubbio quella dei batteri al microscopio, rappresentati come cartoni animati con tanto di occhi e dentoni; niente male anche il lungo monologo della madre di Rinaldi sui vitelli e sul latte, una specie di riedizione moderna della strega di Hansel e Gretel. Nella miglior tradizione matteian-fragassesca, inoltre, le madri sono di volta in volta fortissime, deboli, veloci quanto un maratoneta o lente come gli zombi classici. Uno dei ragazzi, insomma un ventenne in piena forma, viene sopraffatto in modo ridicolo da una di loro, mentre lo sceriffo locale, un bigotto insopportabile che sembra l’attore di Robocop, riesce a tenere testa a tutte e cinque usando un bastone, e si badi bene che lo sceriffo non ha un braccio!
Personalmente, non siamo riusciti a capire quali fossero le precise intenzioni del regista; resta il fatto che il film è un divertente trashino da guardarsi in compagnia, magari con una birra e un pacchetto di Diana rosse.

Produzione: USA (1988)
Scena madre: non l’ho scritta nella recensione apposta per riportarla integralmente. Una delle madri allarga la bocca di circa quaranta centimetri, e fin qui tutto bene (per modo di dire). Il punto è che si tratta di un volgare pupazzo di plastica, e si vede clamorosamente! Sensazionale.
Punto di forza: la follia di Martin, che trasforma una commedia horror in un pasticcio senza capo nè coda.
Punto debole: il vantaggio di non prendersi sul serio diventa un peso quando non si sa dove andare a parare.
Potresti apprezzare anche…: I morti viventi sono tra noi. E’ incomprensibile uguale.
Come trovarlo: al cinema non è uscito, ma ne esiste qualche vecchia VHS in italiano…il DVD lo si trova solo in versione originale.

Un piccolo assaggio:  (eccovi il film completo, ma visto l’andazzo non so quanto durerà…)

I morti viventi sono tra noi

Sì, sono tra noi. E lo scenggiatore ne è la prova.

Di: John King (Jean Claude Roy)
Con: Veronique Catanzaro, Sylve Novack, Henry Jaques Huet

Mea culpa. La verità è che ognuno ha un sottogenere preferito, e io quando sento dire “morti viventi” metto mano al lettore DVD e mi bevo qualsiasi film. E poi, pensavo tra me e me, ho visto i film di Mattei e Fragasso: come può esistere qualcosa di peggiore? Eh, può. Come? Così. Mettete in mano a Jean Claude Roy una macchina da presa, un dito di trucco e qualche attrice disposta a spogliarsi e otterrete questa schifezza su celluloide, al cui confronto Virus di Mattei sembra uno dei capolavori di Romero. I titoli di testa, scritte bianche su sfondo nero con urla a caso, sembrano opera di Maccio Capatonda, e sono un ottimo biglietto da visita. Vediamo dunque questa autostoppista che si fa caricare da un camionista bavoso; quest’ultimo si esibisce in una scena di seduzione con dei dialoghi che avrebbero fatto scompisciare Tinto Brass. E questo perchè? Ma perchè mentre il camionista tromba, un motociclista versa del liquido rosso nella sua cisterna. E’ tutto un complotto, e infatti vediamo il biker incontrarsi con la segretaria dell’azienda produttrice di latte (questo trasportava la cisterna) e farsela per l’occasione. La sostanza è che in questo film basta mettere insieme un maschio e una femmina, ma non solo, e questi finiranno inevitabilmente per copulare. Ma la tragedia è alle porte: tre ragazze muoiono a causa dell’inquinamento del latte, e ritornano sotto forma di zombi. Roy poteva dunque risollevare il film con una bella mattanza d’altri tempi, ma non lo fa. Gli omicidi sono girati malissimo, e l’apice del trash si raggiunge con il ridicolo numero a quattro tra le zombi e una ragazza viva: particolarmente patetico il fatto che le tre non morte abbiano la faccia decomposta, ma il resto del corpo perfettamente normale! Il finale è inverosimile e delirante, ma ancor di più lo è una scritta che compare prima dei titoli di cosa e che citiamo testualmente: “Non distruggete l’interesse che i vostri amici hanno per questo film. Non rivelate loro ciò che avete visto. Vi ringrazieranno.” (sì, sì, vi ringrazieranno, soprattutto se gli impedite di vedere questo film!)
Roy impara benissimo la lezione di D’Amato: un titolo horror mischiato a scene di sesso. Ma se il vecchio Joe inseriva almeno della pornografia, così da offrire appiglio a qualche onanista disperato, il francese, forse per evitare problemi con la censura, non va più in là dell’erotismo soft alla Michele Massimo Tarantini. Mi sia consentita, peraltro, un osservazione sessista: se è vero che gli attori maschi sono dei veri e propri cani, è vero anche che le femmine sono talmente irritanti da dar vita a guizzi di gioia tutte le volte che una di loro viene ammazzata, purchè la smettano con quei gridolini isterici! Deprimenti pure le figure dei poliziotti che dovrebbero, teoricamente, indagare sulle morti misteriose: degli emeriti idioti, non riescono a collegare assolutamente nulla e il loro ruolo vale meno di zero. Nemmeno le poche scene pesantemente gore presenti riescono ad uscire dall’alone di patetismo che circonda il tutto.
Non fa paura. Fa poco ridere. Peccato…

Produzione: Francia (1987)
Scena madre: più che una scena, un dialogo: il sopraffino scambio di battute tra la battonaccia e il camionista, all’inizio. In-de-gno!
Potresti apprezzare anche…: Porno holocaust.
Come trovarlo: lo si reperisce in alcuni negozi di DVD. Ebbene sì, qualcuno ha distribuito questa porcata.
Da guardare: solo per poter dire “ho visto tutto il filmabile sugli zombi”.

Un piccolo assaggio:  (raccolta di scene trash effettuata da un utente di Youtube!)

Automaton Transfusion

"uno dei migliori film zombie del decennio"...e già uno che si presenta così...

Di: Steven C. Miller
Con: Garrett Jones, Juliet Reeves, William Howard Bowman

Nell’anno di grazia 2006, quasi quarant’anni dopo il primo, grandioso film di Romero, il genere zombesco torna a colpire regalandoci una delle pellicole sui non-morti più brutte di sempre. Chi di voi stesse pensando a un’opera in stile Mattei & Fragasso non si illuda: il dinamico duo, in confronto a Steven C. Miller, può benissimo concorrere alla notte degli Oscar. Il Miller, infatti, aveva a disposizione un budget risicato, circa trentamila dollari. A quel punto le alternative erano due: lasciar perdere o fare un film à là De Ossorio. Miller sceglie la terza via: spende 29.900 dollari per gli effetti speciali gore, che in effetti appaiono molto belli, e con i restanti cento dollari raccatta macchina da presa, attori e locations. Il risultato è penoso, la sceneggiatura ridicola: un gruppetto di liceali (un pochettino fuori corso, a dire il vero), che essendo americani parlano in modo insopportabilmente impostato, deve affrontare un’epidemia zombi. Questi non morti non sono, ovviamente, quei rimbambiti che si era inventato Romero. Coerentemente con la tradizione fighettina anni 2000, corrono, sono fortissimi e gridano come dei tarantolati ogni volta che devono farsi notare per esigenze di sceneggiatura. I simpatici ragazzotti, senza fare una piega, danno vita a un’epica lotta per la sopravvivenza a suon di calci, pugni ed esagerazioni (si veda il nero che muore da coglione abbattendo la sua motosega contro migliaia di zombi). I due superstiti, ovviamente un maschio e una femmina belli, buoni e pienamente WASP, vengono ospitati da due militari in una soffitta. Questi gli spiegano che il virus è frutto di una cospirazione governativa (non ve lo aspettavate, eh?) e che qualcuno dovrà andare a prendere un vaccino. Con una scusa risibile, i due militari affidano la delicatissima missione al ragazzo pieno di testosterone e alla sua sgualdrina. Alla fine, braccati dagli zombi e da un manipolo di idioti in tuta anti-radiazioni, alla domanda “che facciamo?”, il nostro eroe risponde “aspettiamo!”, e il film finisce così, permettendo allo spettatore di liberare un gigantesco “vaffanculo!” in direzione dello schermo.
Steven Miller appartiene alla nuova generazione di registi horror, così bravi che vien da rimpiangere Fulci e De Ossorio. Il film è una cagata di dimensioni apocalittiche, che ricalca tutti gli stilemi del genere in una storia forzatissima e inverosimile. I personaggi, dal primo all’ultimo, si comportano come perfetti imbecilli, reagendo in modo vago e confuso a situazioni fin troppo evidenti. Qualche esempio: ogni volta che qualcuno vede un conoscente ormai trasformato in zombi, con i vestiti inzuppati di sangue, gli occhi rossi, un ghigno orrendo, che emette urla disumane dimenandosi all’impazzata, non trova di meglio da fare che chiedergli: “ehi, va tutto bene?”, salvo poi diventare una macchina di morte ogni volta che bisogna affrontare orde di zombi. Il già citato “nero che muore in ogni film” è una squallida macchietta, parla come uno del ghetto e il sospetto di razzismo è davvero forte. E poi, che cosa farà il gruppo, ormai compatto e consapevole, a metà film? Ma si dividerà, è ovvio! La scena, girata di notte, è difficilmente comprensibile, come del resto tutto il film. Il regista, timoroso di non apparire abbastanza fico e alla moda, gira qualunque scena muovendo la telecamera di qua e di là, sperando di risultare spaventoso ma trasformando così il tutto in un pastrocchio a forte rischio epilessia. Si aggiunga inoltre che, pur avendo molta cura degli effetti splatter, il regista trascura completamente tutto il resto, cosicchè, nella scena della palestra, un bel microfono di enormi dimensioni staziona per venti secondi buoni in alto al centro. La colonna sonora, ovviamente, è affidata a un nu-metal molto cool stile Linkin Park, che ci sta bene come i cavoli a merenda.
E’ sempre più difficile fare film di zombi, oggi come oggi, ma pellicole di tutto rispetto come Shaun of the dead e Zombieland dimostrano che c’è ancora parecchio da dire. Automaton transfusion non dice nulla, e la scena del feto, totalmente slegata dal resto del film e inserita apposta per shockare lo spettatore (che poi è pure un errore, perchè lo zombi, privo di facoltà intellettive, dovrebbe accanirsi sulla madre, che c’entra il feto?), suggella (in)degnamente una pellicola da buttare nel dimenticatoio. Poteva essere un film trash coi fiocchi, e invece è solo un film squallido. Peccato.

Produzione: USA (2006)
Punto di forza: fortunatamente, dura solo 70 minuti. Via il dente, via il dolore.
Punto debole: non basta inserire “merda” e “cazzo” e “figli di puttanaaaa!” ogni dieci secondi, non basta muovere la telecamera a caso, non basta la violenza gratuita. Non basta tutto questo per fare un film potabile.
Come trovarlo: è più facile reperirlo in inglese, ma la versione italiana circola su Internet da un bel pò. Comunque, non vi perdete nulla.
Da guardare: consigliato a quella minoritaria frangia di nerd convinta che American Pie esprima la meglio gioventù americana, che un film horror sia tale solo se c’è qualche sequenza fastidiosa e che il nero debba morire dopo meno di un’ora in modo incredibilmente stupido. Per tutti gli altri, mettete su Zombi di Romero.

Un piccolo assaggio:  (non preoccupatevi: il film è molto peggio)

La nave maledetta

Ma poi, che ci facevano i Templari sul galeone?

Di: Armando De Ossorio
Con: Jack Taylor, Barbara Rey, Manuel De Blas

Questo film non ha un senso. Non ha una trama, e la sceneggiatura stava scritta probabilmente su un tovagliolino da bar. Questo film non ha effetti speciali degni, nè scene madri. In pratica, questo film è il nulla. Dopo aver promesso che non ci sarei più cascato (vedi recensione de La cavalcata dei resuscitati ciechi), non sono stato in grado di resistere a questa apparentemente succulenta pellicola di De Ossorio. E mal me ne incolse. I film di questo regista, com’è noto, si caratterizzano per tre fattori principali: la lentezza esasperante, la sottoesposizione totale di tutto il film, e gli onnipresenti Templari ciechi resuscitati. In questo caso, la trama, ossia una serie di scene collegate con lo sputo, vede due modelle andare in cerca di due colleghe scomparse, insieme a due malfattori, di cui uno candidato alla camera dei deputati (?) e ad un esperto di galeoni antichi completamente pazzo. Il variopinto gruppetto di babbei si ritrova quasi per caso in un galeone circondato dalla nebbia, dove si scontrerà con i ridicoli Templari.
I (pochi) pregi e i (moltissimi) difetti di questa pellicola sono perfettamente riassunti nei tre già citati elementi-chiave della filmografia di De Ossorio. Il film è lento come la morte, non ci sono colpi di scena, non ci sono rivelazioni sconvolgenti, la suspense è inesistente. Persino le movenze dei cavalieri sono davvero goffe e ridicole, e De Ossorio si dilunga inutilmente nel filmare momenti assolutamente trascurabili per dieci minuti buoni: si veda, in proposito, l’interminabile risveglio dei Templari, e il lancio in mare delle casse: in quest’ultima scena, i tre insopportabili protagonisti lanciano una decina di casse in mare, e il regista ci fa vedere ogni singolo lancio! Se a questo si aggiunge che tutto il film è sottoesposto in modo micidiale, con intere sequenze completamente buie e altre in cui non si capisce che cosa stia succedendo, e ci è permesso vedere soltanto delle macchie in movimento, il masochismo è servito. Per fortuna ci sono loro, i terribili (nel senso di ridicoli) Templari zombi! Essendo lenti, goffi, non particolarmente forti e disarmati, oltrechè fatti con la cartapesta, non si capisce bene che cosa spinga i protagonisti, ad ogni loro apparizione, a gridare come tacchini scuoiati invece di prenderli a calci in faccia, o di scappare. Incredibilmente patetica, nel finale, la mano della comparsa che regge l’artiglio di cartapesta di uno di loro.
Che altro dire? Potrei soffermarmi sulle incredibili supercazzole dell’esperto di galeoni antichi (“sradicheremo il maligno”, “forse i nostri sensi recano ancora traccia dell’orrore”, e tutte le amenità in generale sulle dimensioni parallele), o sul modellino del galeone, uno dei più finti che la storia ricordi, ma non lo farò. Complice anche una colonna sonora veramente ignobile, formata da cinguettii, grotteschi ruggiti e dal solito coro gregoriano dei fottutissimi cavalieri zombi, questa pellicola fa venir meno la voglia di vivere.

Produzione: Spagna (1974)
Punto di forza: la sfacciataggine con cui De Ossorio si convince di fare un film serio. E con cui i critici lo rivalutano come metafora della Spagna franchista.
Punto debole: la mano del regista c’è e si sente.
Come trovarlo: DVD!!!
Da guardare: può essere un’ottima cura per l’insonnia.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=VUXSrTSR1CQ (ho trovato solo i titoli di testa…)

Zombi horror – Le notti del terrore

L'hanno distribuito pure all'estero! Che vergogna!

Di: Andrea Bianchi
Con: Karin Well, Gian Luigi Chirizzi, Simone Mattioli

Il film in questione si presenta come spazzatura sin dalla prima scena: un professore barbuto ripete per tre volte “è così” mentre decifra delle tavole. In seguito, lo sciamannato si inoltra di notte nelle catacombe etrusche di uno scavo archeologico, e lì viene assalito da un’orda di zombi. Ecco, fermiamoci un momento: è bene anticipare che in questo film tutto è abbandonato a se stesso, tutto è squallido, tutto è privo di senso. La parola che meglio descrive questi ottanta interminabili minuti è: cacca. E non sempre in senso negativo, intendiamoci: alcuni dei momenti filmati dal buon Andrea Bianchi (in seguito datosi al porno) raggiungono livelli trash ragguardevoli. Gli attori sono presi dal porno, il regista anche, e anche tutto il resto mantiene un’atmosfera amatoriale che non guasta. In sostanza, è la storia di tre coppie di ninfomani, più il figlio di una di queste, che ha grossissimi problemi freudiani e vuole farsi la madre. Presto la lasciva quiete del gruppo di idioti sarà turbata dall’arrivo dei morti, che li stermineranno. Tutto qui.
Gli zombi sono un pò diversi dal solito: caratterizzati da un trucco di cartapesta (particolarmente evidente nelle scene in cui le loro teste vengono gioiosamente spappolate a sassate), i baldanzosi morti viventi sono in grado di usare falci, coltelli (quella scena è ge-nia-le!) e arieti per sfondare porte. Alcuni di loro sono poco più che scheletri putrefatti, altri sembrano morti di fresco, cosa abbastanza improbabile se pensiamo che si tratta di etruschi, ma lasciamo correre. Avanzano in modo svogliato e ciondolante e sbucano un pò da tutte le parti; quando muoiono, emettono uno schifosissimo liquido verde. Sopraffini gli attori, dei veri casi umani, tra cui spicca un nano deforme (Peter Berk) nella parte del figlio, in assoluto il ruolo meno credibile della storia, anche perchè l’attore era ben oltre i trent’anni (o così sembrerebbe a vederlo). I loro pochi sforzi sono arricchiti da una sceneggiatura delirante, con dialoghi scritti da un analfabeta. Un esempio: alla domanda “ha fatto buon viaggio?”, il padre del nano risponde “grazie”. Oppure, la mitica frase del figlio che porta alla madre un tessuto trovato chissà dove dicendogli “questo coso odora di morte!”. Ci sono poi le classiche scene prive di senso, come quella che vede le lampadine del castello esplodere senza un motivo o quella in cui una delle protagoniste in fuga dagli zombi mette un piede in una tagliola (ma da dove sbuca?) agonizzando in modo ridicolo mentre il fidanzato riesce nella non facile impresa di farsi strozzare da uno zombi che lo tiene per le spalle. Non so e non voglio sapere chi ha composto la colonna sonora, ma non c’è giustificazione per un simile pasticcio di suoni deliranti e fastidiosi, usciti da un sintetizzatore anni ’80 poco funzionante.
La pellicola non deluderà gli amanti dello splatter, soprattutto per la scena più famosa in cui il nano, ormai divenuto un morto vivente, morde la mammella della madre (che sì, lo so, adesso non c’entra, ma a me ricorda molto Daniela Santanchè!). Una curiosità: sperando in un pizzico di successo, che peraltro non arrivò, i distributori lo fecero uscire anche come Zombi 3. Ma Bianchi non è nè Fulci, nè Mattei, nè tantomeno Fragasso, e questa pellicola, un cult per gli appassionati del trash-zombie, non è all’altezza degli illustri colleghi. Imbarazzante.

Produzione: ITA (1981)
Punto di forza: in fondo, è quasi divertente. Quasi.
Punto debole: la ripetitività degli assalti zombeschi. E la profezia del finale.
Come trovarlo: potete scaricarlo da Internet, in qualche modo ci riuscite.
Da guardare: per stomaci forti. Fortissimi. Anche per la recitazione.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=sNhRBQhX2Z4 (una bella raccolta del peggio!)