Archivi Blog

Arctic predator – Terrore tra i ghiacci

Arctic Predator.jpg

Uh che figo! Dove si compra l’action-figure di ‘sto coso?

Di: Victor Garcia
Con: Dean Cain, Lucy Brown, Steven Waddington, Erbi Ago, Louisa Clein

Io amo John Carpenter. Amo i suoi film. Mi piacciono così tanto che sono disposto a perdonarli per la miriade di sequel apocrifi e imitazioni becere che hanno generato nel corso dei decenni. Arctic predator (che dal titolo ci aveva fatto sperare in un grandioso remake del Predator con Schwartzy ambientato al Polo) si ispira chiaramente, nell’ambientazione e nel canovaccio, alla Cosa del regista americano: un gruppo di ricercatori in mezzo ai ghiacci minacciati da una “cosa” aliena che li decima.

frostgiant-pic02

Lo volevate fatto bene come nella locandina eh? Illusi.

Stavolta, però, il protagonista non è quel bad-ass di Kurt Russell, ma il pacioso Ross, che si porta dietro un dramma del passato: un suo antenato che si comportò da vigliaccone abbandonando una nave nei ghiacci, proprio la stessa nave che il suo pro-pro-pronipote andrà a ritrovare, liberando al contempo l’alienone di ghiaccio che dormiva tranquillamente da 200 anni. Il mostro si nutre di calore umano, e per farlo “trasforma le vittime in ghiaccioli”, come tutti ripetono continuamente. A quanto è quotato il sacrificio finale del protagonista, che riscatta così l’onta dell’antenato fifone? 1.02? Ecco, appunto.
Il curriculum del regista Garcia è costellato di titoli horror senza infamia nè lode, spesso ispirati a successi internazionali di ben altra caratura. Ecco, Arctic predator non sfugge più di tanto al copione: è brutto, brutto forte; ma non abbastanza forte da essere spassoso. I personaggi sono tagliati con l’accetta: gretti e avidi, obbediscono esclusivamente a logiche economiche ed utilitaristiche, calcolando l’esito delle proprie ricerche in termini monetari e sbattendosene del tutto sia dell’impatto scientifico che (e questo fa ridere non poco) del destino dei propri compagni. Le numerose morti che si susseguono per novanta minuti sono infatti accompagnate da reazioni ai limiti del surreale, con i beceri scienziati che elaborano il lutto con un’alzata di spalle e riprendono a calcolare quanti dollari potrebbero guadagnare da qualsiasi cazzo di oggetto. Per riempire un pò il canovaccio c’è anche una specie di triangolo amoroso, con una scienziata contesa tra due personaggi, ma è talmente poco interessante che neppure gli sceneggiatori hanno pensato di approfondirlo.

arctic_predator_foto_01.jpg

“Oh mio Dio, guarda: un espediente narrativo spaventosamente telefonato!”

E l’arctic predator? Ce la da qualche gioia? Sì e no. Come al solito, si tratta di una elaborazione grafica scattosa e dalle proporzioni variabili a seconda delle scene, realizzata con cinque euro e due Goleador, che uccide in una lunga serie di scene telefonate e agisce in mezzo a ghiacci ancora più finti di lui. A un certo punto viene pure ucciso grazie al geniale piano architettato da uno dei due del triangolo (non il protagonista), ma siccome questo impedirebbe a Ross di bullarsi col sacrificio riscattatore si fa in modo che il mostro sopravviva (come? Perchè? Mah) facendolo poi crepare in una banale esplosione. Peccato, speravamo meglio.

Produzione: USA (2010)
Scena madre: quell’intro farlocchissimo, con e navi in CG e l’arrivo dell’alieno (ma i marinai come fanno a fuggire? Boh) meritava maggior giustizia.
Perchè sì: perchè le imprese di quel bruttone del predatore di ghiaccio, ogni volta diverso dalla scena prima, sono da gustare attentamente.
Perchè no: perchè, e questa non è una novità in film del genere, quando il bestio non c’è la noia regna sovrana.
Potresti apprezzare anche…: Bone eater, del maestro Wynorski, non fosse altro che per la curiosa somiglianza tra i due antagonisti.
Come trovarlo: siamo sicuri che il canale SyFy non se lo lascerà sfuggire.

Un piccolo assaggio: (è talmente ridicolo che non siamo riusciti a trovare uno straccio di filmato, quindi beccatevi ‘sto documentario sui veri predatori del Polo)

2,5

Dall’altra parte del cult – Intervista a Ruggero Deodato

Ruggero Deodato.

Monsieur Cannibal, lo chiamano i francesi. Ruggero Deodato è regista di un paio di cult da noi recensiti, I predatori di Atlantide e Il camping del terrore. Ma Ruggero (o, come lo abbiamo definito, “il Ruggerone nazionale”), è più celebre per film come Cannibal Holocaust, Ultimo mondo cannibale e La casa sperduta nel parco. Molte delle sue opere hanno fatto discutere; qualcuno ha detto “certi film si amano o si odiano”, e questo si adatta bene alla pellicola più famosa di questo regista. Grazie al suo lavoro Deodato ha vissuto una vita avventurosa (gli aneddoti sui suoi film sono innumerevoli), ha conosciuto successi (la Trilogia Cannibale) e cadute, e nonostante le critiche ha accettato di buon grado le nostre richieste. Di questo lo ringraziamo, aspettando un nuovo film in grado di far discutere come avvenuto con Cannibal Holocaust!

K: Ruggero, secondo Wikipedia sei entrato nel mondo del cinema dopo un provino, non andato a buon fine, con Fellini. Roberto Rossellini ti ha assunto come aiuto-regista per Il generale della Rovere.  In seguito hai “fatto la gavetta” con Corbucci, Freda e Margheriti. Ci parleresti di questi tuoi esordi?

RD: Beh, le informazioni sono sostanzialmente esatte, ma il provino non riuscito con Fellini non ha niente a che vedere con il rapporto che avevo in precedenza con Rossellini. La famiglia Rossellini abitava nel mio medesimo stabile ed io sono cresciuto con il figlio Renzo, il mio migliore amico. Ero un ragazzino abbastanza sveglio e divertente e il grande Roberto un bel giorno mi chiese di fargli da quinto assistente. Così sono entrato nel clan Rosselliniano dalla porta principale e una serie di circostanze a me favorevoli mi hanno portato a diventare, dopo appena due film, primo aiuto regista. La prima gavetta l’ho fatta con il vecchio, e gran mestierante, Carlo Ludovico Bragaglia, colui che mi ha insegnato tutta la tecnica cinematografica e mi ha dato modo di farmi apprezzare anche da registi commerciali, quali Corbucci, Freda, Margheriti e tanti altri.

K: I tuoi primi film sono, a mio parere, molto “classici”, nel senso che si rifanno a filoni già esistenti: il ciclo di Ursus, l’avventura, il poliziesco “alla Diabolik” per citare i primi tre. Abbiamo addirittura dei film comici, o commedie. Un tipo di cinema a lungo considerato secondario, ma che, con i cosiddetti “poliziotteschi” ad esempio, sta venendo rivalutato. Tu che ne pensi?

RD: Certamente dopo aver lavorato con autori quali Rossellini, Bolognini, Puccini e aver frequentato la “noblesse” del cinema italiano, tutti si aspettavano un mio debutto nel cinema d’autore. Invece all’epoca, forse deludendo i miei ammiratori, mi sono schierato con la “serie B”, che invece mi ha permesso di crescere e sperimentare le mie capacità e dare spazio alla creatività. Nel cinema commerciale è più facile farsi largo senza avere alle costole i “grandi Critici”. E gli anni mi hanno dato ragione; adesso giro il mondo a firmare autografici pagati.

K: In Francia sei noto come “monsieur cannibal”; basta leggere i titoli di alcuni tuoi film per capirne il motivo. Perchè hai scelto proprio un contesto controverso come quello del cannibalismo?

RD: All’epoca ero circondato da centinaia di registi italiani famosissimi che avevano risonanza nel mondo, registi che affrontavano nostre tematiche neorealistiche o politiche che non si addicevano al mio spirito avventuroso. Allora mi sono messo alla ricerca di curiosità che potessero affascinare un pubblico più vasto. Così, tramite la lettura della rivista National Geographic, sono rimasto attratto dalle foto di un’etnia primitiva che conservava il retaggio del cannibalismo. Foto fantastiche di questo gruppo di indigeni che abitavano delle grotte nell’isola di Mindanao. Non mi è stato difficile scrivere un soggetto e proporlo ad un produttore che aveva un ufficio in Oriente a Singapore.

K: Girano numerose voci sulla lavorazione di Cannibal Holocaust. Che riceveste minacce di morte da parte di animalisti infuriati, che a processo ti costrinsero a portare gli attori in tribunale per provare di non averli uccisi sul serio, che il pubblico di Bogotà, inferocito, tentò una specie di linciaggio e che fosti costretto a chiedere l’aiuto di un fazendero per evitare ritorsioni. Ci puoi smentire questi episodi, o vuoi aggiungerne altri?

RD: Gli aneddoti sono reali. In particolare, gli animalisti infuriati si sono ricordati di me in questi ultimi anni, ogni volta che faccio vedere il film a un festival. A Trieste e Anzio ho ricevuto i maggiori insulti e addirittura dopo trent’anni, ad Anzio, la polizia ha bloccato la proiezione di Cannibal Holocaust. Gli animalisti dovrebbero prendere esempio da un popolo civile quale quello inglese, che passati trent’anni ha riabilitato il film; mi hanno persino festeggiato davanti a un gran pubblico londinese, promovendo il film a cult movie. (in Inghilterra il film finì nella “lista nera” delle pellicole proibite, venendo riabilitato anni dopo, n.d.a.)

K: Il film ha diviso critica e pubblico. C’è chi l’ha liquidato come un’operazione commerciale e chi ha gridato al capolavoro. La mia modesta opinione è che sia un film riuscito; ammetto di aver trovato molto forti alcune scene (l’uccisione dell’indigena e quelle, reali, degli animali), ma è forse l’unico “cannibal movie” a contenere una critica sociale pungente. Credo sia il migliore dei tuoi film, anche grazie a ottimi collaboratori come Riz Ortolani; il connubio di musica e regia rende struggente una scena terribile come quella dello sterminio degli indigeni. A distanza di 32 anni, che giudizio ne dai?

RD: Il mio gradimento si estende anche ad altri miei film, ma rispetto l’opinione del pubblico, che ha decretato Cannibal Holocaust come il miglior film horror ponendolo nei primi dieci di tutti i tempi. A questo punto dico che sia davvero il mio miglior film.

K: Nel nostro blog abbiamo recensito due tuoi film, e ammettiamo di esserci andati giù pesanti. Si tratta di I predatori di Atlantide e Camping del terrore. Il primo è tutto sommato avvincente, mentre il secondo ci è sembrato un pò estraneo al tuo stile. La nostra ipotesi è che le infinite controversie seguite a Cannibal Holocaust abbiano in parte sfumato, negli anni seguenti, la “efficiente brutalità registica” che Paolo Mereghetti ti attribuisce, e che invece mantiene tutta la sua carica in una pellicola inquietante come La casa sperduta nel parco, non a caso girato a poca distanza dal tuo film più celebre. Ci parli di questi tuoi film?

RD: Sono fondamentalmente d’accordo con voi. I due film da voi citati sono stati per me due film alimentari, non progetti cui mi sono dedicato in tutto e per tutto come nel caso del filone cannibale. In compenso, devo dire che girando il mondo ho trovato migliaia di fans che amano I predatori di Atlantide e mi chiedono il DVD. Purtroppo per loro, non è mai stato distribuito in quel formato.

K: Per Cannibal Holocaust sei stato condannato a quattro mesi, insieme ad altri membri della troupe, per aver realizzato “un’opera contraria al buon costume e alla morale”. Per riabilitare il film ci vollero quattro anni e una sentenza di Cassazione. Oggi quel processo appare in tutta la sua inconsistenza, ma la censura è una costante nel cinema italiano; basti pensare a ciò che accadde al Salò di Pasolini. Ritieni che per un regista italiano sia più difficile trattare e mostrare certi fatti, in confronto a chi opera all’estero?

RD: In Italia esiste la frase latina “nemo propheta in patria”. All’estero chi dimostra di valere qualcosa viene aiutato ad emergere, e la loro critica aiuta ad esportare un film non bruciandolo, censurandolo e sforbiciandolo, ma semplicemente parlandone. Si preferisce la discussione alla censura.

K: In quel film tu hai introdotto una tecnica oggi molto usata: quella di raccontare una storia tramite riprese realizzate dai protagonisti della storia stessa. Questo smaschera la presunta novità di film come Blair Witch Project e Cloverfield. Sei d’accordo nel dire che un certo tipo di teen-horror americano ha svalutato una tecnica piena di potenzialità, come ha dimostrato anche George Romero in Diary of the dead?

RD: In parte dissento: amo i film che usano la mia tecnica in una storia realistica. Odio invece quando viene usata nei film horror o splatter o di zombi.

K: E’ opinione diffusa che non ci sia più un limite da superare, al cinema. Molti film shockanti hanno ormai mostrato tutto ciò che si poteva mostrare; ormai si può rendere la tecnica più raffinata, ma i “limiti della sopportazione” sono stati raggiunti. Sei d’accordo con questa teoria?

RD: Certamente in questi tempi la realtà è più sconvolgente della finzione, e un certo tipo di cinema è più difficile, ma penso che cercando, cercando le curiosità si potrebbero ancora trovare.

K: Come già detto, il nostro blog non è stato tenero con alcuni tuoi film, proprio perchè sappiamo che, dal regista della “Trilogia dei cannibali”, possiamo aspettarci ben di più. Puoi ricambiare il nostro affetto con un consiglio per i giovani registi che leggono le nostre pagine squinternate?

RD: Purtroppo i produttori di talento italiani sono spariti, e i giovani talentuosi registi si cimentano in commediole mediocri. Tanto per citare il mio “cercando, cercando”, chi sa se non si reisca a trovare un nuovo filone come avevano fatto Sergio Leone, Pasolini e in piccola parte io, con il bistrattato Cannibal Holocaust. Un saluto a tutti e spero di aver esaudito le vostre domande.

Ringraziamo Ruggero Deodato per il suo contributo. Stay cannibal!

Krocodylus1991

Belle da morire

E' riuscito a copiare pure Tinto Brass! Quanta ammirazione per il vecchio Bruno!

[Krocodylus1991, Jacob]

Di: Vincent Dawn (Bruno Mattei)
Con: Emily Crawford, Hugo Barret, Andrea Belfiore

Che cos’è il nulla? E’ l’alterità di Parmenide, o forse la negazione logica di Hegel? Oppure, come sosteniamo noi sulla Cinewalkofshame, è questo film di Bruno Mattei? Dopo svariati decenni di onorata carriera trash, il buon Bruno ottiene, come già altri maestri dello squallido, il suo film da mezzo Billy Nelson. Classificato come “thriller erotico”, Belle da morire è in realtà un micidiale pappone in cui non succede nulla, assolutamente nulla, per il novanta per cento dell’interminabile ora e mezza che lo costituisce. Scopriamo che una ballerina di un night club, delusa dalla scoperta che il pappone andava a letto pure con altre ballerine, si riempie di cocaina e si butta già dal balcone. Tempo dopo, il pappone è alla ricerca di carne fresca: con un attento provino, vengono scartate le ballerine meno adatte, e viene selezionata una bella ragazza bionda (la Crawford). Nonostante le sue capacità recitative prossime allo zero, la bagascia piace al suo datore di lavoro, che ne fa la stella del locale. Intanto Ale, barista emo del sordido localaccio, porta la ballerina a casa sua; lei, forse inorridita dagli esilaranti autoscatti del burino appesi al muro e dalla serenata house che lui le ha inciso, lo rifiuta, ma in seguito cambia idea, anche perchè era l’unico maschio del film che non si era ancora fatta. Apprendiamo che la bionda legge i diari della ballerina suicida, da cui deduciamo che essa ha dovuto abbassarsi a trombare con un ambiguo sceicco, con la parlantina del Mister Chao di Una notte da leoni e spaventosamente somigliante a un colonnello Gheddafi all’amatriciana. A lei toccherà la stessa sorte. Bene. Quelli fin qui narrati sono i primi ottantadue minuti! Poi, negli ultimi nove, titoli di coda compresi, la baldracca uccide lo sceicco, picchia il pappone con gli schiaffi più finti che la storia ricordi, lo incastra e lo manda in galera. Tutto finisce nel migliore dei modi: il barista emo va a fare il cassiere al supermercato e sposa una ballerina, l’amica della protagonista rileva il locale e lei ha consumato la sua vendetta, perchè, udite udite, la suicida dell’inizio era sua sorella.
Nessuno aveva mai osato tanto: il film vero e proprio è costituito dai tre minuti e mezzo in cui Demi, questo il nome della protagonista, svela i suoi intenti. Il resto è costituito da noia allo stato puro, come mai avevamo provato guardando una pellicola. Le scene di sesso promettono molto e mostrano pochissimo, anche perchè le attrici, diciamoci la verità, non sono tutto questo granchè a parte due o tre. L’unica perla, si potrebbe dire, sono i dialoghi: la sceneggiaura è pessima e possiamo fornirne qualche assaggio: “te la darò soltanto quando mi andrà”; “non mi servono prime della classe, mi servono puttane”; “hai avuto a che fare con la merda, e non ne hai sentito solo l’odore!”; “tu te li scopi senza scoparli”. Infine, la combo: “chi sei veramente?” “sono la donna delle meraviglie” “e di che ti meravigli?”. Volendo, si ride anche nel sentire il pappone, che Mattei ha ironicamente chiamato Bruno, insultare le sue sottoposte: giusto farlo apparire come uno spietato bastardo, ma le sue imprecazioni sono talmente esagerate che sembra stia per scappare da ridere alle stesse attrici. E che dire di quando Bruno, per offrire una serata indecente, promette “una cena a base di aragosta, e poi vi farò ascoltare Vasco Rossi”? Davvero senza prezzo! Il problema è che queste piccole gemme sono seppellite da decine di minuti di torpore, al punto che persino i sottoscritti hanno dovuto ricorrere a tutta la propria pazienza per non mandare avanti veloce. Con la poca autorità nelle nostre mani, non abbiamo dubbi nell’annoverarlo tra le pellicole più tediose di sempre.
Non abbastanza mal fatto per divertire. Non abbastanza trasgressivo per eccitare. Non abbastanza ben sceneggiato per impaurire. Non abbastanza violento per esaltare i burini. Che rimane? Il nulla. Come volevasi dimostrare!

Produzione: ITA (2001)
Perchè devi guardarlo: perchè è un film di Bruno Mattei, e perchè se hai visto gli altri suoi capolavori devi completare la collezione.
Perchè NON devi guardarlo: perchè è un mattone di dimensioni bibliche.
Scena madre: quei tre minuti e mezzo di film in mezzo a tanto letame ci hanno salvati…
Potresti apprezzare anche…: Snuff killer – La morte in diretta.
Come trovarlo: basta guardare nelle cassonette dei negozi, sotto la scritta “2,99 euro”.

Un piccolo assaggio: sembrerà impossibile, ma non ci sono video su questa porcata!

Parentesi tonde

Il mio cervello...il mio povero cervello...

[Krocodylus1991, Eltigre]

Di: Michele Lunella
Con: Raffaella Lecciso, Karim Capuano, Eva Henger

La Cinewalkofshame, com’è ovvio, non si fonda solo sulla pazienza di chi guarda i film. Molte altre sono le persone da ringraziare, senza le quali questo sporco lavoro non sarebbe possibile. Una di esse è Il Carlo. Costui è una specie di Indiana Jones del trash, uno che gode masochisticamente a rovistare nella merda e a cavarne titoli destinati altrimenti all’oblio. Come un cane da tartufi, Il Carlo va a caccia di commedie idiote, horror caserecci e film d’azione inverosimili, senza dimenticare la sua grande passione per la blasfemia: ancora oggi sta cercando film su Padre Pio (escluso quello con Gigione e Jo Donatello) trash, possibilmente con inclinazioni horror-erotiche. Nonostante queste spaventose premesse, il blog deve a questo poco raccomandabile individuo alcune delle sue migliori mattonate. Una di esse, e qui veniamo al sodo, è Parentesi tonde.

Lo staff di questo blog ha visionato diverse pellicole, e ognuna di esse ha lasciato un segno. Ma la ferita profonda inferta da Parentesi tonde sarà difficilmente risanata: se Krocodylus1991 ha resistito alla botta, Eltigre ne è uscito irrimediabilmente devastato. Veniamo al “film”. Tutto ruota intorno a un villaggio vacanze, gestito dall’animatore Pippo (Pippo Pelo). Qui si intrecciano le patetiche vicissitudini di alcuni tamarri d’altri tempi: Vanessa (Raffaella Lecciso, per Dio, Raffaella Lecciso!) vuole dimenticare l’ex moroso Luca (Antonio Zequila!) e tresca con l’animatore Mark, fino a scoprire che non è l’intelligenza ciò che lui vuole da lei; e questo è grave, perchè a lei, testualmente, “piace il cervello” (in effetti recita come uno zombie). La sua amica Manuela, intanto, trombeggia con Cristiano (magistralmente interpretato da Karim Capuano), altro animatore sfigato con figlio a carico ed ex moglie (Eva Henger) un pochettino bagascia. Basti pensare che la meta più ambita da tutti è la vittoria al tristissimo concorso Stella Emergente, presentato da Flavia Vento con Marco Columbro presidente della giuria. Nel finale si scopre che era tutto un sogno, che non è successo niente e che Vanessa è attesa all’altare, dove impalmerà il buon Luca sotto gli occhi soddisfatti dell’organizzatrice di matrimoni Patrizia De Blanck, che mai e poi mai ci azzarderemo a chiamare “contessa”, giusto per non infierire sulla già decadente nobiltà italiana.
Da dove cominciamo? Una volta toccato il fondo, si può solo scavare. E scavando a lungo si arriva a questo film. Partiamo dai lati positivi: l’attore che interpreta il piccolo Matteo è davvero bravo, e gli auguriamo una maggiore fortuna per il futuro. Fine dei lati positivi. Tutto il resto fa schifo: non un solo muscolo si contrae sulle facce di tolla dei protagonisti, non un’emozione sfiora le loro menti annebbiate. I movimenti scattosi e impacciati che li caratterizzano sono indegni di un minorato mentale al primo giorno sul set. In particolar modo, la voce da Darth Vader di Capuano e l’insopportabile accento di Eva Henger, che nei film porno recitava molto meglio, fanno sembrare Chuck Norris il nuovo De Niro. La presunzione della regia raggiunge livelli dannosi per la salute umana, con inquadrature che tagliano le teste e tremendi stacchi da una scena all’altra, alternati con incredibili effetti sfumatura alla Movie Maker. Lo sceneggiatore, che meriterebbe l’ergastolo, inanella una stronzata dopo l’altra senza sosta, sbagliando tempi comici e distruggendo tutte le certezze dello spettatore sulla validità del concetto di cinema come arte. Lo staff ha assistito, in un misto di agonia e disperazione, all’inesorabile crescendo della stupidità: si va dalle battute di Pippo Pelo, talmente stantie da non meritare altri commenti, a tutti gli altri tronisti e squinzie d’avanspettacolo rubate al porno e alla TV. Anche senza entrare nel discorso morale del film (e che moralità può esserci in questa vaccata?) il risultato complessivo è desolante. Persino in Quattro carogne a Malopasso si provava meno imbarazzo. Perchè c’è differenza tra recitare male e non recitare, tra dirigere con i piedi e non dirigere; ci siamo capiti. C’è poco altro da dire, anche perchè le parole non servono. Si tratta sì di un film trash, ma un trash malsano, disgustoso: bisognerebbe segnalarlo agli autori dello Zingarelli, perchè la definizione di “squallore” non può prescindere da Parentesi tonde. Pure il titolo non ha nessun senso, insomma è messo lì a caso. E’ difficile sbagliare tutto, ma Michele Lunella ci è riuscito. Dovremmo fargli i complimenti?
Ah, ma poi: che cazzo ci sta a fare Patrizia De Blanck in un film? Ok, gli altri non sono da meno e in confronto alle due baldracche protagoniste pare Ingrid Bergman. Ma perchè ce l’hanno messa? Chi è il decorticato mentale che ha fatto il casting? Dev’essere andato un giorno negli studi Mediaset, dove ha reclutato tutti gli imbecilli che è riuscito a trovare. Noi lo immaginiamo così. Chiudiamo con una buona notizia: la merda appena recensita ha incassato poche migliaia di euro al cinema, è stato ritirato e mai più proiettato. C’è ancora giustizia in questo mondo.

Produzione: ITA (2006)
Scena madre: dovendo scegliere, forse il cazziatone che Capuano fa a Eva Henger. Una cosa che Maccio Capatonda stesso rifiuterebbe di recitare.
Potresti apprezzare anche…: una martellata sui coglioni.
Come trovarlo: non è mai uscito in DVD nè in VHS, non dovete guardarlo, dimenticatelo!
Da guardare: ripeto, non dovete guardarlo! Fa troppo schifo!

Un piccolo assaggio:  (alcune delle scene più tremende; occhio alla battuta sugli “interessi vari”)