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Arctic predator – Terrore tra i ghiacci

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Uh che figo! Dove si compra l’action-figure di ‘sto coso?

Di: Victor Garcia
Con: Dean Cain, Lucy Brown, Steven Waddington, Erbi Ago, Louisa Clein

Io amo John Carpenter. Amo i suoi film. Mi piacciono così tanto che sono disposto a perdonarli per la miriade di sequel apocrifi e imitazioni becere che hanno generato nel corso dei decenni. Arctic predator (che dal titolo ci aveva fatto sperare in un grandioso remake del Predator con Schwartzy ambientato al Polo) si ispira chiaramente, nell’ambientazione e nel canovaccio, alla Cosa del regista americano: un gruppo di ricercatori in mezzo ai ghiacci minacciati da una “cosa” aliena che li decima.

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Lo volevate fatto bene come nella locandina eh? Illusi.

Stavolta, però, il protagonista non è quel bad-ass di Kurt Russell, ma il pacioso Ross, che si porta dietro un dramma del passato: un suo antenato che si comportò da vigliaccone abbandonando una nave nei ghiacci, proprio la stessa nave che il suo pro-pro-pronipote andrà a ritrovare, liberando al contempo l’alienone di ghiaccio che dormiva tranquillamente da 200 anni. Il mostro si nutre di calore umano, e per farlo “trasforma le vittime in ghiaccioli”, come tutti ripetono continuamente. A quanto è quotato il sacrificio finale del protagonista, che riscatta così l’onta dell’antenato fifone? 1.02? Ecco, appunto.
Il curriculum del regista Garcia è costellato di titoli horror senza infamia nè lode, spesso ispirati a successi internazionali di ben altra caratura. Ecco, Arctic predator non sfugge più di tanto al copione: è brutto, brutto forte; ma non abbastanza forte da essere spassoso. I personaggi sono tagliati con l’accetta: gretti e avidi, obbediscono esclusivamente a logiche economiche ed utilitaristiche, calcolando l’esito delle proprie ricerche in termini monetari e sbattendosene del tutto sia dell’impatto scientifico che (e questo fa ridere non poco) del destino dei propri compagni. Le numerose morti che si susseguono per novanta minuti sono infatti accompagnate da reazioni ai limiti del surreale, con i beceri scienziati che elaborano il lutto con un’alzata di spalle e riprendono a calcolare quanti dollari potrebbero guadagnare da qualsiasi cazzo di oggetto. Per riempire un pò il canovaccio c’è anche una specie di triangolo amoroso, con una scienziata contesa tra due personaggi, ma è talmente poco interessante che neppure gli sceneggiatori hanno pensato di approfondirlo.

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“Oh mio Dio, guarda: un espediente narrativo spaventosamente telefonato!”

E l’arctic predator? Ce la da qualche gioia? Sì e no. Come al solito, si tratta di una elaborazione grafica scattosa e dalle proporzioni variabili a seconda delle scene, realizzata con cinque euro e due Goleador, che uccide in una lunga serie di scene telefonate e agisce in mezzo a ghiacci ancora più finti di lui. A un certo punto viene pure ucciso grazie al geniale piano architettato da uno dei due del triangolo (non il protagonista), ma siccome questo impedirebbe a Ross di bullarsi col sacrificio riscattatore si fa in modo che il mostro sopravviva (come? Perchè? Mah) facendolo poi crepare in una banale esplosione. Peccato, speravamo meglio.

Produzione: USA (2010)
Scena madre: quell’intro farlocchissimo, con e navi in CG e l’arrivo dell’alieno (ma i marinai come fanno a fuggire? Boh) meritava maggior giustizia.
Perchè sì: perchè le imprese di quel bruttone del predatore di ghiaccio, ogni volta diverso dalla scena prima, sono da gustare attentamente.
Perchè no: perchè, e questa non è una novità in film del genere, quando il bestio non c’è la noia regna sovrana.
Potresti apprezzare anche…: Bone eater, del maestro Wynorski, non fosse altro che per la curiosa somiglianza tra i due antagonisti.
Come trovarlo: siamo sicuri che il canale SyFy non se lo lascerà sfuggire.

Un piccolo assaggio: (è talmente ridicolo che non siamo riusciti a trovare uno straccio di filmato, quindi beccatevi ‘sto documentario sui veri predatori del Polo)

2,5

50 sfumature di grigio

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Ma il controllo de che? Perdi il tuo tempo, semmai.

Di: Sam Taylor-Johnson
Con: Dakota Johnson, Jamie Dornan, Luke Grimes, Rita Ora

Arriva per tutti il giorno in cui la tua ragazza ti dice “ehi tesoro, guardiamo 50 sfumature di grigio?”. Per fortuna la mia mi conosce, e quindi mi dice “ehi tesoro, guardiamo 50 sfumature di grigio? E’ una cazzata, almeno ci facciamo due risate, a te i film brutti piacciono”. Eh, non è facile essere fidanzata con un amante degli z-movies. Vabbè. Il film che ha fatto bagnare milioni e milioni di casalinghe insoddisfatte merita la nostra attenzione. Wow, l’erotismo! Il sadomaso! La trasgressione! L’ambiguità del piacere e del dolore, eros e thanatos! Bè, non proprio.
Anastasia Steele è una studentessa di letteratura inglese dalla vita non particolarmente emozionante: lavora in un negozio di ferramenta, vive con una coinquilina zoccola e, per una sorta di logica dell’equilibrio sessuale nell’appartamento, non ha mai fatto nulla con nessun ragazzo, manco due palpate o un limone duro in discoteca. Un giorno la sua coinquilina le dice che lei è malata (ma dove? Sta benone!) e la manda a intervistare, per il giornalino della scuola, Christian Grey, un 27enne che ha fondato un impero miliardario. Come? Boh, non importa, alle casalinghe insoddisfatte frega meno di zero. Segue una mezz’ora buona in cui il Bruce Wayne dei poveri e Anastasia si scambiano occhiate languide, lei si morde il labbro (lo farà per tutto il film, una roba insopportabile, datele una gomma da masticare PERDIO), lui la fissa con l’espressività di un capitone (è il personaggio a essere freddo? O forse l’attore a essere cane? O entrambe le cose?), insomma è tutto telefonato, questi due si piacciono. Lui però c’ha i rimorsi di coscienza e le dice di non cercarlo più che è molto oscuro e laido e gli deve stare lontano. Lei, che non è proprio un’aquila, beve un pò troppo e lo chiama al telefono per prenderlo per il culo. Lui non ci sta e (non si sa come) la trova e la porta a casa. Prende il via una stucchevole storia d’amore, in cui lui usa tutte le sue armi seduttive: i soldi, le macchine grosse, i soldi, l’elicottero, i soldi. Tutto sembra andar bene, ma, piccolo particolare: lui è un mezzo sadico che vuole dominarla e avere il controllo su di lei tramite un “contratto” (in assoluto una delle trovate più stupide e idiote della storia dell’umanità, indegno, tra l’altro a che minchia serve un contratto senza valore legale?), perchè “c’ho 50 sfumature di perversione”, “ho avuto un’infanzia difficile” e bla bla bla. Lei non ci sta e, dopo essersi fatta menare per punizione, gli dice che è una merda d’uomo e lo molla. Fine del film, tanto è una trilogia e i sequel sono già in lavorazione.
Secoli e secoli di battaglie per le pari opportunità buttati nel cesso. Le oltre 120 milioni (CENTOVENTIMILIONI) di copie vendute del romanzo della E.L. James, e i milioni incassati dal film, certificano il fallimento del femminismo su larga scala. Ogni volta che una donna dice “vorrei un uomo come mr. Grey” una suffragetta, da qualche parte, muore. Non giriamoci intorno: non è il sesso sfrenato (piuttosto soft nel film) nè il fisico da palestrato del signor Grigio a scatenare gli ormoni delle lettrici\spettatrici: è il suo conto in banca. Davvero, per una donna, il massimo obiettivo sentimental-sessuale è un contratto in cui c’è scritto cosa può o non può fare in ogni ambito della vita? Esilarante la scena in cui i due, in una stanza dalle luci rosse fastidiosissime, depennano dal contratto tutto ciò che lei si rifiuterebbe di fare (fisting anale e vaginale, bastoni, dilatatori, il tutto con il tono e l’espressione di chi sta negoziando l’assicurazione della macchina). La differenza tra il Grigio e qualsiasi burino maschilista delle borgate romane è una sola, cioè che il burino maschilista non c’ha una lira e si becca una denuncia per stalking, molestie e maltrattamenti; Grigio no, in quel caso non è stalking o molestia, ma “seduzione”. Ah ok.
Va bè, la storia è quel che è, la morale di fondo è ripugnante, ma almeno la confezione sarà il top, lucida e sensuale, piena di trasgressione. No? No. Le scene di sesso sono pochissime, molto “caste” rispetto alle aspettative (nessun nudo integrale) e anche le pratiche mostrate non sono niente di che, a meno che una sculacciata non sia considerata l’apice della perversione. Il film risulta alla fine anche noioso: in 125 minuti non viene mai mostrato che cosa spinga i due a piacersi reciprocamente, non c’è nessuna costruzione dei personaggi, non viene spiegato nulla; per un film che parla di seduzione, è un grosso limite avere personaggi piatti come tavoli. Aggiungiamo le prove attoriali imbarazzanti di tutti i personaggi e dei due protagonisti in particolare: se la Dakota ancora ancora è prigioniera in un ruolo stupido e inverosimile, e comunque fa del suo meglio (pochino, eh), Dornan è proprio solo una statua di cera monoespressiva. Non è freddo e glaciale, è proprio scarso. A Hollywood non c’era nessun palestrato belloccio in grado di recitare meglio? Eppure bastava pescare nel cast di The Avengers…ve lo immaginate questo film interpretato da quella sgnacchera della Scarlett e dal biondo che fa Thor? No? Almeno sarebbe divertente, dai.
PS1: domanda alle donne lettrici: ma davvero “io scopo, forte” è una frase che vi eccita? Vale anche per la versione del libro, ovvero “fotto senza pietà”. Davvero l’uomo eccitante deve parlare a letto come un cattivo della Marvel? Tipo “ehi, sei mia, i difensori della tua verginità non hanno scampo”, oppure “conquisterò il mondo, bwahahah”? Sono rimasto indietro, pare.
PS2: un grazie alla mia fidanzata che, oltre a detestare questo film, si è pure sorbita la mia recensione in diretta. Sei un tesoro! Però la prossima volta ci guardiamo un classicone di Bruno Mattei.

Produzione: USA (2015)
Scena madre: “io scopo. Forte”. Sul serio? Davvero? E’ proprio una scena eccitahahah, scusate, non possiamo crederci, che film dimmerda, almeno si ride un pò.
Punto di forza: la colonna sonora è fatta di pezzi pop che, se non sono il massimo, sono comunque ben ritmati e danno un senso ai vari spezzoni da videoclip di cui è composto il film.
Punto debole: un battage pubblicitario da milioni di dollari, evento mondiale, e due tette è il massimo che si può vedere? Solo perchè il VM18 avrebbe tagliato fuori dagli incassi stuoli di adolescenti con gli ormoni in subbuglio? Mah…
Potresti apprezzare anche…: i film di Tinto Brass. Trame migliori, attori capaci, più nudi! Però se guardate i film di Tinto Brass siete degli sporcaccioni, se guardate questo siete uomini e donne sofisticati in cerca di brividi.
Come trovarlo: la mia mente malata ha partorito questa cosa: chiunque compri il DVD o il blu-ray di questo film perde automaticamente ogni diritto di essere trattato\a in modo dignitoso dal\la partner. Un pò di coerenza.

Un piccolo assaggio: (guardatelo ed eccitatevi, guardate che pathos, che intensitahahah)

0,5

I 10 stereotipi dei b-movies d’azione – Parte I

Iniziamo oggi un viaggio nel magico mondo degli Z-movies d’azione, una sottocategoria molto popolosa dei film d’azione in generale. Norris, Seagal, ma anche i più blasonati Stallone e Schwartzenegger: la serie Z non fa sconti a nessuno, neppure ai veterani. Ricadere nello stereotipo è facile, facilissimo. Contrariamente all’horror, che è un genere che per caratteristiche intrinseche permette una grandissima varietà (anche se ci occuperemo pure di quello), l’azione ha degli elementi codificati negli anni.
Uscire da questi “codici” non è semplice: chi ci riesce realizza in genere un grande film d’azione, una pellicola anche di spessore.
La maggior parte dei registi e degli sceneggiatori ci si adagiano, e il prodotto finale è un film action senza infamia nè lode, in cui spesso attori di fama e un alto budget permettono di coprire i difetti peggiori. In questa categoria rientrano, a mio avviso, quasi tutti i film d’azione.
Una parte degli addetti ai lavori, però, non si accontenta di ricalcare codici obsoleti: li usano, ne abusano, li tirano per la giacca sfruttandoli oltre il limite che la decenza imporrebbe. E’ così che nascono gli Z-action, è così che la categoria “azione” del nostro blog nasce e fiorisce. E sono questi che andremo ad analizzare. Ecco i 10 stereotipi, le dieci cose che devi sapere prima di guardare un film d’azione becero.

1 – IL NERO

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Dovunque vada, in tv o al cinema, Chuck Norris non si muove mai senza il suo nero di fiducia.

“questo l’ho già visto, che film ha fatto?”
“ma sì, era il nero di [inserire titolo]!”

Gli statunitensi bianchi hanno un rapporto molto complesso con gli afroamericani, che costituiscono una grossa fetta di loro concittadini: parliamo di uno Stato che ha eletto per ben due volte un nero alla Casa Bianca, ma è ancora ben lontano da una reale eguaglianza di diritti. Queste loro paturnie socio-razziali si proiettano nei B-movies d’azione, di cui gli USA sono i maggiori produttori al mondo. Ormai in ogni film d’azione brutto c’è almeno un nero, ma raramente è il protagonista. Qualche volta è il cattivo, ma questo mal si coniuga con il “politicamente corretto” che in fondo attraversa il cinema action americano.
Allora c’è “il collega nero”, “l’amico nero”, spesso elemento di un gruppo di persone che hanno come unica utilità quella di servire la battuta giusta al protagonista (generalmente un bianco). Spesso questa figura si fonde con quella dell’amico scemo (punto 8); molte volte, il nero è un personaggio autoironico sulla propria condizione: chiama “negro” gli altri neri, è suscettibile alle battute a sfondo discriminatorio, nei casi peggiori ascolta hip-hop di dubbio gusto e si veste come un tamarro. Essendo gli USA la culla del “melting pot”, il nero ha avuto negli anni una sua evoluzione: di volta in volta viene sostituito con “il messicano”, “l’ispanico”; ovviamente anche questi sono solo (ben che vada) una spalla per il protagonista bianco, e la sfumatura di marrone della loro cute preclude loro un ruolo più importante nella trama.
Questo topos si è diffuso nel tempo anche al di fuori dell’ambito cinematografico, andando a contaminare anche quelle serie tv più clamorosamente americane: il ranger afroamericano Trivette di Walker Texas Ranger e il pacioso nativo americano Sixkiller di Renegade ne costituiscono certamente gli esempi più noti: il loro ruolo è quello di entrare in scena, dire due-tre cazzatine, prendere un sacco di mazzate e aspettare che il protagonista venga a salvargli la vita.
In molti casi, peraltro, il nero\ispanico\indiano ha pure una bella famiglia, composta da moglie e figli rigorosamente della sua stessa etnia. Va bene votare, va bene diventare presidenti e salvare le chiappe al culturista di turno, ma non vi allargate troppo eh! Giù le mani dalle donne bianche!
Esempi: il ranger Trivette (Walker Texas Ranger), Sixkiller (Renegade), ma anche Calvin (Hellbound – All’inferno e ritorno) e Sugar (Sabotage). In questo ruolo c’è solo l’imbarazzo della scelta.

2 – HAPPY FAMILY

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Nella famiglia di Chuck Norris il figlio esce dalle regole stabilite dall sterotipo e segue le sue orme, insudiciandosi e uccidendo gli sporchi vietcong comunisti.

“bentornato, caro! Com’è andata a lavoro?”
“lascia andare la mia bambina!”

I produttori sarebbero molto contenti di poter fare film d’azione pura, in cui, cioè, non si vede altro che il brutalone protagonista che corre, spara e uccide. Purtroppo per loro, le regole del mercato li obbligano ad inserire almeno uno straccio di trama e addirittura dei personaggi di contorno, tra cui non può mancare una famiglia.
La famiglia al cinema è un elemento vecchio come il cinema stesso: in molti film essa è ininfluente nella logica narrativa, ma serve a creare un coinvolgimento dello spettatore: chi di noi ha una famiglia, e cioè praticamente tutti, non può non sentirsi coinvolto e non identificarsi con quella del protagonista, che, spesso, cerca principalmente di difenderla. Questa è psicologia spicciola, c’è poco da fare. Ecco. Il fatto è che a chi crea gli action-trash dei sentimenti e della psicologia non frega palesemente un cazzo: inventare una moglie e un figlio\figlia è lungo e difficile, meglio copiarli da film precedenti chè tanto allo spettatore non importa niente dell’approfondimento psicologico.
Grazie a questo meccanismo, gli schermi (spesso televisivi) sono invasi da mogli che sono un pò il sogno bagnato del Partito Repubblicano americano: belle, giovani, toniche (anche quando i mariti sono dei vecchi babbioni tipo Schwartzy o Sly Stallone over 65, anche perchè spesso sono anche i produttori e vogliono la gnocca), accompagnano il proprio marito senza fiatare, ne appoggiano incondizionatamente le gesta anche quando sono più che discutibili e l’unico desiderio che hanno è aspettarlo a casa per preparargli la cena e regalargli la più abusata delle trombate non inquadrate. I figli si dividono invece in figli maschi ansiosi di emulare il padre e figlie femmine: in genere tra di loro e il padre vi è un fortissimo conflitto generazionale, perchè loro sono degli adolescenti viziati e il padre non capisce che chiamare “bimba” la propria figlia di 17-18 anni che si comporta come una baldracca al liceo e si alcolizza più di Paul Gascoigne non è una buona idea per cementare il rapporto.
Tutto questo crea però un effetto collaterale (che vedremo nel punto 3), ovvero che moglie e prole del protagonista portano più sfiga di un gatto nero che rompe uno specchio: le probabilità che il cattivo di turno li faccia fuori (per sbaglio o no) sono altissime. Pertanto, se in aereo o in treno vi ritrovate il parentado di Chuck Norris, Steven Seagal o Schwartzy, bè, prendete quello dopo.
Esempi: Shadow Man – Il triangolo del terrore, Rombo di tuono 3, ma anche produzioni più ricche e mainstream come Io vi troverò.

3 – LA VENDETTA PERSONALE

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Nel sottovalutato Kickboxers, Jean-Claude non è il protagonista, ma il cattivo su cui si riversa la vendetta del ragazzotto al centro del film.

Che cos’hanno in comune Steven Seagal e Mario Merola? No, non sto parlando della trippa, malpensanti. Ovviamente, la sete di vendetta. Abbiamo parlato della stereotipata famiglia del protagonista, ora vediamo che rapporto ha essa con l’azione. In un disperato tentativo di rendere un filmaccio d’azione più coinvolgente, gli sceneggiatori si accaniscono spesso contro gli innocenti familiari del burino in questione. Nel migliore dei casi, il cattivo vuole vendicarsi del buono, e qui restiamo nel campo della banalità. Nei film più spassosi, gli infamoni antagonisti vogliono solo ammazzare\rapire\farne di tutti i colori della gente, e per puro caso ammazzano\rapiscono\perseguitano qualcuno che è caro al Seagal di turno. Questa trovata è rapidamente degenerata in soggetti imbarazzanti, in cui praticamente questi poveracci attirano le sventure come una calamita, con esempi estremi in cui a fare una brutta fine sono anche persone non direttamente vicine al protagonista (fidanzati di figlie, fratelli della moglie, amici di amici, molto spesso la ex moglie).
Perchè tanta ferocia? Per quanto dicevamo prima (coinvolgimento dello spettatore, o almeno vano tentativo di ottenerlo) e per una ragione meno esplicita: dare una giustificazione logica e morale a quanto viene dopo, ossia il deflagrare della furia omicida del protagonista. Vedere Steven Seagal, che magari è pure un poliziotto, violare la legge, minacciare innocenti e fare stragi per vendicare un perfetto sconosciuto ci fa storcere il naso, troppo cattivo, troppo “politicamente scorretto”. Ma se gli toccano la famiglia, vogliamo condannare questo pover’uomo?
Ricordiamo che il pubblico a cui questi registi e produttori si rivolgono non è lo standard medio garantista europeo, ma quello, tradizionalmente più rude, americano, di quegli americani beceroni con il santino di Bush padre e figlio in salotto e che considerano il possesso di armi da guerra un diritto un gradino sopra quello al voto e alla libertà di espressione. Al mercato non si comanda, la vendetta è sacrosanta. Zitti, moralisti!
Esempi: tutto il cinema d’azione (non necessariamente di serie Z, anche se in questo genere il confine è spesso sottile) di giustizieri e vigilanti. Steven Seagal ne ha fatto un genere, Mario Merola lo ha fatto prima di lui (con la variante che spesso Merola interpretava un criminale). Per restare tra quelli da noi recensiti, Kickboxers – Vendetta personale e Una magnum per McQuade.

4 – LA FISICA NON E’ UN’OPINIONE

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Ecco cosa succede a qualsiasi oggetto in un classico B-movie d’azione. Almeno finchè durano gli sghei, poi tutto esplode fuori campo.

Il cinema d’azione, anche quello che costa miliardi, richiede da parte dello spettatore una certa dose di sospensione dell’incredulità. Trattandosi di un genere piuttosto semplice (botti, botte, boom!, sbram!, i buoni vincono) è naturale che certi sviluppi risultino inverosimili (il buono vince sempre, sempre, SEMPRE, e riesce sempre a cavarsela anche quando non sarebbe fisicamente possibile). In genere (ma non sempre, anzi, questo è uno degli stereotipi più democratici, chè riguarda anche film di alto livello) le pellicole dalla serie B in poi si caratterizzano per un grado di assurdità decisamente alto per quanto riguarda le leggi della fisica.
Quante probabilità ci sono che un’automobile esploda, salvo che sia imbottita di dinamite? Poche, pochissime. E un elettrodomestico? Ancora meno. La verità è che le multinazionali dell’auto e dell’oggettistica casalinga combinano molte cose sporche, inquinano l’aria, truccano i bilanci, ma raramente uccidono i propri clienti con esplosioni. La verità è che l’esplosione è la più classica delle scene che eccitano il pubblico avvezzo a questi film. D’altra parte, chi di noi da adolescente non faceva esplodere le cose per puro sollazzo? Ah, solo noi? Va bè, non vi abbiamo detto niente.
Saltare alto quattro metri e lungo dieci è difficile, anche se avete ricevuto un addestramento militare meticoloso: eppure nei film d’azione ci si riesce facilmente, soprattutto se siete i protagonisti. Se siete dei cattivoni, o più semplicemente dei personaggi secondari assolutamente inutili, il salto ve lo sognate: il protagonista scappa balzando da un tetto all’altro, voi vi sfracellate. Cazzi vostri. Anche camminare sui treni in corsa e fare inseguimenti ai 300 all’ora in città affollatissime senza uccidere nessuno sono privilegi che a voi povere comparse non sono concessi.
Va detto che tutto ciò non riguarda esclusivamente il cinema americano: i remake turchi di famosi film d’azione, per dire, hanno portato a un livello ancora più elevato il concetto di “disprezzo per le leggi fisiche”. Anche quello di “delirio”, a dirla tutta. Ma gli USA rimangono la patria di queste burinate, non foss’altro che per il fatto che dietro a certi film ci sono milioni e milioni di dollari spesi, e si tende a pensare che uno che prende un milione di dollari per sceneggiare una vaccata con Steven Seagal un pò di impegno ce lo metta. No, eh?
Esempi: praticamente tutti i film d’azione recensiti sul nostro blog.

5 – FULLCLIP

I più nerd tra voi (o semplicemente chi è stato, come me, un adolescente sfaccendato per qualche tempo) ricorderanno che la parola “FULLCLIP”, in un noto videogioco (GTA – San Andreas), conferiva al personaggio principale un numero illimitato di munizioni per qualsiasi arma. Io immagino certi registi come degli adolescenti insoddisfatti, che da sempre sognano di portare su schermo la propria “astuzia” di videogiocatori, e trattano i propri personaggi come fossero in un videogioco. In teoria non dovrebbe essere difficile contare il numero di munizioni in un’arma, studiare una scena e poi girarla facendo in modo di non strafare. Una soluzione accettabile potrebbe essere (la butto lì) quella di dotare i personaggi di armi più capienti, così da non dover ridurre la spettacolarità delle scene. Per fortuna i beceri sceneggiatori di action-trash se ne sbattono delle “soluzioni accettabili”, e se serve che quella fottuta pistola spari trenta fottuti colpi nonostante il fottuto caricatore da sei, bè, li sparerà!
A proposito di pistole e fucili: sparare non è una passeggiata, il rinculo di molte armi è più marcato di quanto si pensi. Per questo, generalmente la pistola si usa con entrambe le mani. Nella realtà. Nei film d’azione invece si spara tranquillamente con una, a volte senza neanche guardare. Se hai un numero infinito di colpi, che ti frega di sbagliare mira? Anche perchè, ricordiamolo, nei film d’azione la mira la sbagliano solo i cattivi e i personaggi secondari: il protagonista è per definizione un cecchino.
Queste incongruenze (spesso dei veri e propri errori) sono interessanti perchè non si basano tanto sull’ignoranza dello sceneggiatore, quanto su quella dello spettatore: in teoria, noi non sappiamo niente di sparatorie e ferite da arma da fuoco. Il concetto, per quanto discutibile, potrebbe avere un senso, se non fosse che spesso l’ignoranza presunta del pubblico è davvero troppa (che una normale pistola non abbia cinquanta-sessanta colpi lo potevamo intuire anche noi profani), soprattutto quando parliamo del pubblico americano, che di armi se ne intende.
Esempi: sarebbero davvero tanti, ma uno in particolare lo trovo irresistibile, e lo posto qua sotto: è Komodo VS Cobra. Contate i colpi sparati dal protagonista.

Qui la seconda parte. Stay hungry, stay sequel apocrifo di Fragasso.

Godmonster of Indian Flats

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Guardate che bella questa VHS della collana “Sexy Shockers”. Ma se non si vede neanche una caviglia nuda!

Di: Fredric Hobbs
Con: Christopher Brooks, Stuart Lancaster, E. Kerrigan Prescott, Peggy Browne, Richard Marion

Indian Flats, USA. La vita di questa piccola comunità di bifolchi sembra andare avanti nella solita routine quotidiana, tra razzismo, risse becere e fiere di paese ancor più becere che nemmeno quelle tra le risaie del nord-Italia. Tutto cambia quando uno scienziato individua nella stalla di uno dei rozzi contadini una specie di embrione di pecora mutato, nato dopo una notte nella quale il margaro, dormendo nella stalla, ha avuto delle visioni stranissime dovute a (boh, non ce lo dicono mai). L’embrione cresce e diventa un…una specie di…un pecorone storto e goffissimo ma bello grosso, che semina il terrore. Lo scienziato e i suoi amici, oltretutto, dovranno vedersela anche con un gruppo di cowboy razzisti che tentano di linciare un tizio di colore per futili motivi; ovviamente, l’inguardabile pecorone non sarà la bestia più feroce…
Questo film ci lacera interiormente. Le intenzioni di critica sociale degli autori sono evidenti: la società rurale statunitense è rappresentata in tutta la sua grettezza e chiusura mentale, persino troppo: i personaggi sono sgradevoli e malvagi, i conflitti all’ordine del giorno, il finale atroce e senza speranza. Tutto ciò è lodevole. Il problema è che, non si sa per quale delirio mentale, Fredric Hobbs ambienta tutta questa bella roba in una storia di pecora mutante buona-ma-anche-cattiva (tipo King Kong, per capirci, scusate la bestemmia), oltretutto in un film molto noioso per almeno due terzi della sua durata. L’azione si sviluppa infatti nell’ultima mezz’ora, mentre prima ci si limita a qualche scazzottata per motivi non chiarissimi; anche il lato tecnico, soprattutto nel settore audio-video (soundtrack impresentabile), lascia molto a desiderare, e qui i motivi sono dovuti all’inettitudine più che al basso budget.
La pellicola inizia ad ingranare solo quando il pecorone cresce e si palesa in tutta la sua (posticcia) bellezza: un figurante in un costume presumibilmente scomodissimo, storpio, con escrescenze dalla dubbia identità, che si muove lentissimo e non è capace di fare niente se non terrorizzare chi se ne imbatte. All’inizio, allo stato neonatale, la pecora assomiglia molto a un pollo arrosto di quelli che si vedono nella teca di vetro dell’Esselunga. A un certo punto, più o meno casualmente, cresce e fugge, seminando il terrore (va detto che solo grazie alle spiegazioni dei protagonisti capiamo che si tratta di una pecora, non ne ha davvero l’aspetto, ma in effetti non ha l’aspetto di un bel niente, quindi non poniamoci il problema). O almeno provandoci, a seminare il terrore: l’unica vera vittima è un tizio che muore solo perchè viene buttato già da un tetto, per il resto la pecora fa più paura che danni. Seriamente, va lenta come la quaresima, non ha particolari poteri se non quello di essere brutta, che danni dovrebbe fare? Per fortuna riesce comunque a rendersi protagonista di un paio di sequenze memorabili: il girovagare del “mostro” nel deserto, con un passo davvero letargico che lo fa sembrare la creazione di qualche regista astrattista, e la fantastica apparizione ad un picnic di bambini: gli sciocchi mocciosi non si accorgono dell’arrivo della creatura, nonostante questa ci metta un mucchio di tempo ad avvicinarsi e sia (supponiamo) piuttosto rumorosa, fuggendo terrorizzati solo quando il coso è ormai a un paio di metri di distanza! Come detto, alla fine non è la pecora il vero mostro, ma gli abitanti della comunità di cavernicoli, che lo catturano, lo chiudono in un furgoncino e lo fanno esplodere senza un motivo. Ma il fumo giallo prodotto dal rogo si sprigiona e va a contagiare altri ovini intenti a brucare paciosamente: l’incubo, per i biechi abitanti di Indian Flats, non è ancora finito…per lo spettatore invece sì. Per fortuna, eh.

Produzione: USA (1973)
Scena madre: quella del picnic con i bambini è talmente brutta che l’hanno messa pure nel retro della VHS.
Punto di forza: il mix di (rozza) denuncia sociale e di totale incapacità cinematografica è potenzialmente devastante.
Punto debole: Fredric Hobbs aveva pochi soldi e quindi sceglie di centellinare le apparizioni del suo mostro. Fredric, che è questo pudore? Su su, facci vedere il mostro, tanto il risultato è già compromesso fin dalla stesura del plot!
Potresti apprezzare anche…: andare a una fiera contadina del novarese-vercellese e riempirti di acidi, il risultato dovrebbe essere più o meno lo stesso.
Come trovarlo: come spesso accade per queste pellicole, la lotta alla diffusione online di Godmonster non è esattamente la priorità delle forze dell’ordine internazionali. Il problema è che dovete non solo masticare un pò di inglese, ma anche affinare l’udito, perchè l’audio è pessimo.

Un piccolo assaggio:

(ecco qui gli highlights del pecorone, va’ che bellezza)

2,5

Troppo belli

L'inesorabile degrado del sistema cine-televisivo italiano.

L’inesorabile degrado del sistema cine-televisivo italiano.

 [Krocodylus, IlCarlo]

Di: Ugo Fabrizio Giordani
Con: Costantino Vitagliano, Daniele Interrante, Alessandra Pierelli, Chiara Tomaselli, Fausto Maria Sciarappa

Non ne vale la pena. Alla fine tutto si risolve in questo. Vale la pena di spendere ottantacinque minuti della propria vita per vedere Troppo belli? No, neppure se sei un estimatore del trash. Se invece sei un estimatore dei due tamarri protagonisti, bè, ti devi solo vergognare. Va detto che avevamo questa immondizia nell’hard-disk da anni, ma solo adesso abbiamo trovato la forza e il coraggio per guardarlo. Costantino e Daniele (Vitagliano e Interrante), sono due giovani belli, ma non “belli” nel senso “carini”, bensì nel senso “belli belli belli in modo assurdo”. Pur essendo fondamentalmente dei cazzari, che svolgono mille lavoretti diversi, tutti male, sono gli idoli delle ragazzine del quartiere che, allupatissime, si appostano in inquietanti sessioni di stalking al fine di fotografarli di nascosto o rubare le mutande stese di Interrante come il peggior feticista. Non tutti sanno, però, che il sogno dei due (più che altro di Daniele, perchè all’altro non gliene frega un beneamato) è sfondare nel mondo del cinema. Purtroppo per loro, finiscono nelle mani di un agente viscido e truffaldino, una specie di Lele Mora più brutto (se possibile), che, con l’aiuto delle figlie, gli estorce montagne di denaro (e fa bene, sono proprio due deficienti, raggirarli è quasi un dovere morale). Spediti a fare gli spogliarellisti vestiti da “i due marò” e costretti ad umilianti rapporti sessuali con anziane donne dello spettacolo, i non troppo svegli eroi capiranno che non è tutto oro quel che luccica. Sarà l’amore di due donne a riportarli sulla retta via, mentre l’imbarazzante voce fuori campo (terribile, da strapparsi le orecchie), ci informa che comunque da quel giorno i due tamarracci si sono messi a lavorare e tutti vissero felici, contenti e palestrati.
La nidiata di Maria de Filippi raggiunse il suo apice nella prima metà degli anni duemila, quando questi personaggi senza alcuna capacità  o fascino irruppero sulla scena diventando il sogno bagnato di milioni di ragazzine esclusivamente per il loro essere “troppo belli” (oh, a noi sembrano fatti con lo stampino, prenderli a modello di uomo ideale significa buttare via decenni di battaglie culturali, ma vabbè). Per la verità, nell’anno 2015 in cui scriviamo quasi nessuno pare ricordarsi più di questi due tronisti, e questo ci fa piacere. Il film non è altro che un veicolo commerciale per sfruttare il loro successo, alquanto effimero: gli incassi furono assai deludenti (circa 700mila euro a fronte di una spesa di due milioni, che chissà dove cazzo sono finiti visto che il film ha due-tre locations e nessun attore di un certo livello) e lo trasformarono in un flop. Noi, oltre a considerarlo una merdaccia di film, lo riteniamo un perfetto esempio di stupidità televisiva portata al grande schermo, e in un certo senso apprezziamo la mancanza di vergogna del regista che riesce a filmare per quasi un’ora e mezza il nulla assoluto.
A livello tecnico, la realizzazione è molto elementare, con inquadrature banalissime ma non particolarmente orrende. In compenso, De Filippi & Costanzo hanno messo insieme una bella crew di incapaci, sceneggiando personalmente il film e affidando le musiche alla coppia micidiale D’Alessio-Tatangelo, un vero armageddon cine-musicale. Detto che parlare della “recitazione” dei due e degli altri sarebbe impietoso, soffermiamoci sui personaggi: fantastico il milanese che nel giro di due-tre giorni passa dall’essere un poveraccio a girare in Porsche circondato da donne, e fantastica anche la fidanzata di Daniele, che nello stesso lasso di tempo molla Daniele, conosce il milanese di cui si diceva e decide di sposarlo, così, ad minchiam. Spiccano alcuni momenti che vorrebbero essere di comicità, o almeno di commedia, ma proprio non strappano mezza risata, alla fine dopo averlo visto si è più depressi di prima. La ciliegina sulla torta è la sfacciata pubblicità al marchio Datch, che i due indossano praticamente in ogni momento del film: vergognoso.
Concludiamo con questa bella citazione di Maurizio Costanzo, che definì il film ispirato “a tutto un genere di commedia italiana degli anni ’50 e ’60”. Le pernacchie di Risi, Monicelli, Germi, si sono udite fin qui.

Produzione: ITA (2005)
Scena madre: vi assicuriamo che cinque minuti di panoramica delle inutili vite dei protagonisti con in sottofondo una canzone di Gigi d’Alessio sono inarrivabili.
Punto di forza: il suo status di film di culto e la sfacciataggine con cui è stato girato lo rendono imprescindibile per tutti gli amanti del trash.
Punto debole: alla lunga, grossi sussulti non ce ne sono, il film è noiosetto. Avremmo voluto vedere un horror o un film d’azione nelle mani di questa troupe!
Potresti apprezzare anche…: l’altrettanto vergognoso Parentesi tonde.
Come trovarlo: l’ultima volta, il DVD costava 1,99 euro in un cestone di un supermercato cinese di quarta categoria. Comunque, troppi.

Un piccolo assaggio:  (un’eloquente raccolta di “scene” del “film”)

0,5

2-Headed Shark Attack

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Il senso della Asylum per le locandine. 10+

Di: Christopher Ray
Con: Carmen Electra, Charlie O’Connell, Brooke Hogan, Christina Bach

“sono studenti universitari, è normale che si comportino così”. Questa perla, riferita al gruppo di anabolizzati e baldracche in costume da bagno che costituisce l’insieme dei personaggi di questo film, pronunciata a pochi minuti dai titoli di testa, permette subito di annusare il profumo di cazzatona. E trattandosi di un film della Asylum che parla di uno squalo a due teste,non poteva essere altrimenti. In svariati anni di università, chi scrive non ha mai visto situazioni del genere; le mie compagne di corso, a cui voglio bene, non si spogliavano molto spesso per limonare tra loro. Vabbè.
Per motivi non chiarissimi, e comunque ininfluenti, il suddetto gruppo di “studenti universitari” si trova a cazzeggiare in mezzo al mare, finchè la carcassa di un pesciolone non finisce nelle eliche impedendogli di continuare la navigazione, e anzi facendo imbarcare acqua. La comparsa di un provvidenziale atollo (vicinissimo a loro, ma qualche secondo prima non c’era) salva la situazione. Qui il film potrebbe anche finire, perchè, considerato che a) il cattivo è uno squalo, a due teste ma pur sempre uno squalo e b) i protagonisti sono sulla terra ferma, se ne deduce che c) lo squalo si attacca al tram e non è poi così temibile. Per fortuna interviene l’imbecillità degli “studenti universitari” (sigh): appena giunti sull’isola deserta, i ragazzotti capiscono subito quali sono le priorità: trombare, far limonare le studentesse in mare, prendere il sole e fare gare di motoscafi. Soprattutto quest’ultimo hobby è una manna dal cielo per lo squalo a due teste, che subito si da da fare divorando due studenti alla volta per fare prima. Avvenuta la prima scrematura di idioti, quando i superstiti si sono resi conto del pericolo, basterebbe starsene sulla terraferma per evitare guai; non essendo possibile, si inventa un mezzo terremoto che permette ai personaggi, anche quelli lontani dall’acqua, di tuffarsi ad ogni minima scossa, finendo anch’essi nelle doppie fauci del bestio. Lo scontro finale, con onde anomale e terremoti, vede i pochi studenti rimasti affrontare il 2-headed coso in mare aperto, riuscendo incredibilmente a sconfiggerlo nel modo più classico: lo squalo addenta la barca e la barca esplode, così, a caso. Arriva pure un elicottero a riprenderseli, chissà da dove, ma in fondo chissenefrega.
Piuttosto deludente questo ennesimo film Asylum a tema squali; il giochino non funziona più molto bene senza un minimo d’inventiva. Sì, la bestiaccia è divertente e tutto, ma oltre al fatto che si vede poco (gli effetti costano!), non è accompagnata da un contorno accettabile. I personaggi sono la replica esatta dello stereotipo americano degli studenti frivoli e palestrati, i dialoghi penosi, la realizzazione tecnica dozzinale: inquadrature da videoclip, ritmo da videoclip, recitazione da recita parrocchiale. E lo squalone? Lo squalone è ovviamente in digitale, a parte qualche scena in cui apprezziamo l’uso di ammassi di cartapesta legnosi e poco realistici. Niente di che. A questo punto tanto vale concentrarci sull’assurdità della sceneggiatura, roba che dei bambini di seconda elementare avrebbero scritto meglio, e sulla scelta degli attori: chi meglio di Carmen Electra, famosa per due grandi qualità, che non sono la capacità recitativa e l’applicazione, per interpretare una professoressa? Sì, sembra più giovane di alcuni suoi studenti (e probabilmente lo è), ma non importa, le inquadrature sul suo corpo in bikini si sprecano e a nessuno dispiace.
Se non avessimo visto qualche decina di film simili (ma più divertenti) potremmo anche apprezzarlo, ma per quanto ci piaccia il cinemasochismo crediamo che la Asylum possa e debba fare di meglio. Non so, Carmen Electra contro dei cannibali zombi? Dei cosacchi filosofi mummificati? Non è difficile, basta sforzarsi!

Produzione: USA (2012)
Scena madre: la lesbicata gratuita delle due studentesse sotto gli occhi libidinosi di un compagno, finchè lo squalo non fa il suo dovere.
Punto di forza: vale sempre la pena di spendere cinque minuti di vita per vedere un mostro strampalato della Asylum.
Punto debole: cinque minuti, non novanta. Tutto il resto è noia.
Potresti apprezzare anche…: i VHS con il backstage dei calendari delle veline. Manca lo squalo ma vabbè.
Come trovarlo: in versione anglosassone, possibilmente sottotitolato; i dialoghi assurdi regalano qualche sporadico momento di gioia.

Un piccolo assaggio:  (qualche genio si è messo a contare i morti del film, gustateveli)

2

Dead Sushi

Che bello, siamo commossi.

Che bello, siamo commossi.

Di: Noboru Iguchi
Con: Rina Takeda, Kentarô Shimazu, Takamasa Suga, Takashi Nishina, Yui Murata

Tra gli indizi che ci fanno sentire puzza di film trash, un titolo come Dead Sushi, il fatto che sia una produzione giapponese e una locandina fatta con i piedi occupano senza dubbio un posto importante. E infatti Iguchi, che si aggiunge a Nakano nella nostra personale galleria di registi nippo-trash degli anni duemila, non delude e confeziona una pellicola inevitabilmente destinata a diventare un film di culto.
Keiko è una timida cameriera di un ristorante giapponese specializzato in sushi; sottoposta fin da piccola a massacranti allenamenti a suon di arti marziali per imparare a preparare il sushi perfetto, è però poco considerata dal padre e relegata al ruolo di cameriera. La sua occasione di riscatto arriva quando i dirigenti di una grande azienda arrivano al ristorante per assaggiare l’ottimo sushi della casa: un ex-dipendente in cerca di vendetta (caduto in disgrazia e ormai ridotto ad un homeless sbandato) crea infatti un esercito di sushi assassini zombi, costringendo Keiko a dar fondo alle proprie abilità culinario-marziali in una feroce lotta per la sopravvivenza. A complicare le cose, una serie di mutazioni di tutti i tipi che trasformano camerieri e avventori in creature assurde e letali. In un crescendo di mostri grotteschi, riuscirà la povera cameriera a riscattarsi?
Andare al ristorante giapponese il giorno dopo aver visto questo film non ha prezzo: non siamo fanatici del sushi, ma dopo aver visto Dead Sushi siamo divisi tra lo schifo e l’attrazione: anche noi vorremmo vivere come delle creature dei film di Iguchi! Non si risparmia davvero nulla: sushi assassini, tofani omicidi, calamari dotati di lame che uccidono nei modi più improbabili. Favolosa la psicologia del cibo, con i brandelli di sushi che maltrattano un povero uovo spingendolo, intimorito, ad una curiosa alleanza con la bella Keiko. Gli omicidi, splatterissimi e pieni di sangue finto e cartapesta, sono uno più divertente dell’altro, a partire dalla coppia di fidanzatini trucidati da un barbone in una scena da cineteca: la lama-sushi decapita lei, spingendone la testa a un limone durissimo con l’orripilato fidanzato e poi trafiggendoli entrambi con un colpo netto! Ma siamo appena all’inizio: i sushi sgozzano, tagliano lingue, decapitano, fanno esplodere teste e diffondono una specie di contagio che trasforma gli altri cibi in altrettanti assassini (!) e gli esseri umani in zombi-sushi, con l’apoteosi del capopopolo con la faccia da pesce che comanda un esercito di mutanti. Sarebbe impossibile un riassunto anche approssimativo di tutto il ben di Dio qui presente, peraltro immerso in un mare di tettone e maschi arrapatissimi e stupidi che fa cappottare dalle risate (non può mancare il pasto in cui una donna nuda è usata come tavolo da due uomini libidinosi). Prendere sul serio una roba come questa sarebbe impossibile e francamente anche ingiusto nei confronti del regista; notiamo però che Iguchi non risparmia qualche frecciatina ad una certa cultura giapponese e al suo sessismo (il fatto che queste critiche vengano fatte a suon di poppe giganti è invece meritevole di ulteriore dibattito), comprese quelle che a noi spettatori occidentali saranno certamente sfuggite. Ma poi chissenefrega, volevate il sushi zombi? Beccatevi il sushi zombi, con i complimenti della casa!

Produzione: Giappone (2012)
Scena madre: il barbone che aggredisce e uccide la coppia, bellissimo! Non sapevamo se ridere o vomitare!
Punto di forza: la raffinata critica sociale di Iguchi ad una società bigotta, che…ah, ma a chi vogliamo darla a bere? SU-SHI ZOM-BI! SU-SHI ZOM-BI!
Punto debole: a volte Iguchi abbandona il suo spirito geniale per introdurre elementi di comicità banale e scontata, ma a parte questo è davvero un film divertente.
Potresti apprezzare anche…: Big tits zombie, del maestro Nakano.
Come trovarlo: non è mai stato doppiato, e per fortuna! Quanto sarebbe squallido un doppiaggio italiano? Però lo trovate con i sub in inglese, tanto non c’è molto da capire.

Un piccolo assaggio:  (questo trailer per il mercato inglese offre un bel tocco d’ignoranza al tutto)

4

Eegah

Ma quanto erano belli questi poster anni '60?

Ma quanto erano belli questi poster anni ’60?

Di: Arch Hall Sr.
Con: Richard Kiel, Marilyn Manning, Arch Hall Jr., Arch Hall Sr.

Ah, gli anni sessanta! Ah, il rock’n roll! La contestazione! Il Vietnam! Gli uomini primitivi in California!
Come? Non c’erano uomini primitivi in California? Ce li mette Arch Hall Sr.! Proprio in California, in una strada in mezzo al deserto, Roxy, frivola ragazza di città, vede la figura di un gigantesco uomo primitivo, vestito di pelli e armato di clava. Svenuta e subito ripresasi (ma continua a fingersi morta con sopraffina arguzia tattica), la ragazza viene salvata in extremis dall’intervento del suo ragazzo, Tommy, che suona in una rock band, è pettinato come un decerebrato e recita con i piedi. Siccome nessuno le crede (padre e fidanzato per primi), Roxy li conduce sul luogo dell’evento. Il ritrovamento di una gigantesca orma semi-umana convince il padre, scrittore di libri d’avventura, che qualcosa di vero ci sia. Mandati Roxy e Tommy a fare un party in piscina (durante il quale il carciofo non mancherà di suonare una tremenda serenata per la sua bella), il professore si avventura da solo nel deserto, non accorgendosi di avere il primitivo a pochi metri e venendo da lui sorpreso. Accorsi poco dopo per soccorrerlo, i due fidanzati vengono divisi: Roxy è fatta prigioniera dal mostro, che viene chiamato Eegah in quanto è il verso che fa più spesso, mentre Tommy gira senza meta nel deserto col suo bel fucilino. Qui parte un lunghissimo approfondimento sul gigante, le sue abitudini, i suoi parenti (sono mummificati nella grotta e lui ci parla, li presenta anche a Roxy con tanto di stretta di mano), almeno fino a che Roxy non riesce a sedurlo e a farsi condurre fuori dalla grotta. Lei, Tommy e il padre riescono così a fuggire dalle grinfie del povero uomo-scimmia, ma non è finita qui: ormai innamorato di lei, Eegah raggiunge la civiltà e irrompe prepotentemente durante una festa in piscina; qui, nonostante le suppliche dell’insopportabile Roxy, verrà crivellato di colpi dalla polizia. Finale trashissimo con una citazione biblica a casaccio sui giganti, roba da anni cinquanta proprio.
Le poche informazioni reperibili su questo film lasciano intendere come fosse solo un veicolo commerciale per sponsorizzare l’attività musicale del figlio: questo tra l’altro spiegherebbe perchè ogni volta che questo citrullo fa partire una canzone, anche in mezzo al deserto, subito partono coretti e batteria di sottofondo, e anche perchè ci tocca sorbirci le sue esibizioni canore. Diciamo che, trattandosi di per sè di un film noiosissimo, le nenie mielose di Tommy non aiutano. Su Internet si cita un budget di quindicimila dollari del 1962: noi non ne abbiamo visti neppure mille. Gli attori sono fondamentalmente quattro (Roxy, Tommy, il padre di lei e Eegah), nessuno dei quali brilla per capacità recitative: anche nelle situazioni di pericolo, o quando vengono aggrediti dal mostro, tutti parlano con la pacatezza e la calma di Lord inglesi alla Camera, tranne il giovane Tommy, che enfatizza ogni frase piazzandoci un “wow” o ripetendo le battute due o tre volte. Quello che sembrava essere un gran bell’horror si dimostra alla fine un palloso trattato su Eegah (la parte nella grotta è da denuncia penale per noia, anche se la scena in cui la tipa fa la barba al primitivo rendendolo una specie di Lerch della Famiglia Addams merita) con un finale scontatissimo. Il protagonista, che poteva essere il valore aggiunto della pellicola (tra l’altro, l’attore era alto quasi 2 metri e 20, quindi non c’era bisogno di effetti particolari), non ha mai la possibilità di sfogare la sua furia, e si limita ad accarezzare Roxy e a mollare sganassoni a chi gli capita: il suo look con pelle e clava posticcia ricorda più un episodio di “Ciao Darwin” che un uomo delle caverne.
E’ consigliato soprattutto ai nostalgici degli anni cinquanta-sessanta.

Produzione: USA (1962)
Scena madre: la fuga con il dune buggy. Nonostante sia evidente la difficoltà di questo mezzo in salita, i protagonisti si ostinano ad evitare le strade dritte, rischiando di farsi raggiungere da Eegah. Prima di partire, Tommy giustifica il proprio “sabotaggio” al mezzo dicendo “l’avevo bloccata perchè nessuno la rubasse”. In mezzo al deserto!
Punto di forza: lo squisito disprezzo del ridicolo che caratterizza il film.
Punto debole: è davvero noiosissimo, un mattone nonostante la durata relativamente breve.
Potresti apprezzare anche…: The beast of Yucca Flats.
Come trovarlo: la fama di cult degli ultimi anni ha permesso di farlo uscire in DVD nei paesi anglosassoni.

Un piccolo assaggio:

(una lacrima strappa storie)

2

Non aprite quella porta 3 – Night killer

Non aprite quella porta 3 - Night killer

Per evitare noie, i distributori lo esportarono con il più sobrio titolo di Night killer. Peccato che l’assassino non colpisca quasi mai di notte…

[Krocodylus, Satchmo]

Di: Claudio Fragasso
Con: Peter Hooten, Tara Buckman, Richard Foster, Mel Davis, Lee Lively

Sapevate che Fragasso ha diretto questo Non aprite quella porta 3, dando così il suo contributo alla celebre saga di faccia-di-cuoio? Davvero non lo sapevate? Forse perchè non è vero. Night killer (questo il titolo anglosassone del film) non è altro che un sequel apocrifo, intitolato come il famoso film di Hooper più che altro per sfruttarne il successo. Fragasso, che nello stesso anno girò La casa 5, non è nuovo a queste operazioni.
Bastano cinque minuti di film per capire che aria tira: il corpo di ballo meno coordinato della storia, che non azzecca un movimento ritmato manco per sbaglio, si esercita in un teatro. Mentre la capoccia di tale gruppo di disgraziati insulta senza motivo una delle ballerine, interviene un assassino truccato in maniera veramente ridicola, che con un colpo di mano (dotata di artigli di gomma) passa da parte a parte i corpi delle due poverette, non mancando di sgozzare una finta gola. Il cadavere della capoballerina che precipita in mezzo al teatro interrompe il siparietto con musica da pornosoft anni ottanta. La storia si sposta su Melanie (dimenticate le ballerine, erano una scusa per mostrare il killer e un pò di tette), una milfona che viene segregata e torturata dal maniaco mascherato, ma che riesce a sopravvivere grazie al tempestivo intervento di un suo amico, che è un Tiberio Timperi con sfumature di McGyver; la donna perde però la memoria, e non ricorda nè la propria identità, nè quella della figlia, e neppure il volto del maniaco. Un pò di tempo dopo, il maniaco torna a colpire, mentre Melanie è nuovamente segregata da un tizio che prima la segue, poi sotto minaccia si spoglia in un bagno per signore e poi ci prova con lei facendo l’arrapatone che dice “supplicami di baciarti” e “voglio sentirti pregare”. La polizia intanto brancola nel buio, troppo occupata a concedere interviste alla tv (ce ne sono quattro o cinque nel film, e non ce n’è una verosimile) e a seguire i consigli di un assurdo psichiatra che dice fregnacce per tutto il film. La svolta avviene quando Melanie riconosce sè stessa in un giornale e fugge dal proprio viscido carceriere, dopo essersene comunque innamorata in una specie di sindrome di Stoccolma. Salvata dal sosia di Timperi, Melanie affronterà il maniaco nello scontro finale in casa propria, in una riproposizione di quanto successo in precedenza.
Decisamente uno dei peggiori Fragasso di sempre questo thrilleraccio a tinte horror girato senza voglia (e senza vergogna) e sceneggiato da un Fragasso e dalla fidata Rossella Drudi senza un minimo di originalità, a differenza di altri suoi B-movie. Come risultato, seguirne la trama è estremamente difficile: sembra quasi che l’intreccio sia stato ideato di scena in scena, arrivando a un finale non banale, ma anche mal costruito e alla fine pure stupido; insomma, Non aprite quella porta 3 è una cazzatona clamorosa, che risulterebbe insostenibile se non fosse per due fattori: le tette della protagonista, mostrate anche quando non ha senso farlo (tipo la scena in cui si mette in topless, si palpa le tette e si mette a filosofeggiare sugli anni che passano, senza ritegno!), e gli omicidi. Scimmiottando il Freddy Krueger di Nightmare (la maschera bruciacchiata, l’artiglio), Fragasso s’inventa il serial killer più buffo mai visto su schermo, attribuendogli una forza sovrumana (non deve essere facile bucare un torace con degli artigli di gomma, peraltro pochissimo pratici per qualunque uso) e una parlata sboccatissima e supertriviale (“voglio scoparti il cervello, troia” ci ha costretti a mettere in pausa per sfogare le risate), che rendono impossibile la tensione; si arriva al ridicolo più totale nella scena in cui il killer, mascherato, viene perculato e preso pochissimo sul serio da una tizia ubriaca, e reagisce squartandola ricoprendola di fissativo. Le comparse che interpretano le vittime del mostro sembrano fottersene di dare alle scene un minimo di verosimiglianza, infatti camminano invece di scappare e inciampano chissà in che cosa più e più volte, per permettere al lentissimo maniaco di acchiapparle.
Lo scontro finale tra l’assassino e Melanie sarebbe pure divertente, con lui che digrigna i denti e poi si fa sedurre come un qualsiasi coglione, ma Fragasso ci mette pure la prevedibilissima scena finale con la bambina che rimane traumatizzata e si accinge a ricominciare il film in un circolo vizioso senza fine. Niente a che vedere col Fragasso di Troll 2 o con le scoppiettanti collaborazioni con Bruno Mattei.

Produzione: ITA, USA (1990)
Scena madre: gli assurdi improperi dell’assassino, di una volgarità mai vista!
Punto di forza: lo stile di Fragasso, anche se l’assenza di Mattei si fa sentire.
Punto debole: troppe ripetizioni, momenti di noia, e se un film dura ottanta minuti c’è da preoccuparsi. Forse guardarlo la sera di Natale con chili e chili di pranzo coi parenti nello stomaco non ha aiutato…
Potresti apprezzare anche…: La casa 5, altro sequel farlocco targato Fragasso.
Come trovarlo: in VHS, e comunque è molto, molto difficile. Però cercando informazioni abbiamo trovato un mucchio di poster dei film di Fragasso a cifre folli. Qualcuno ci presta 150 euro?

Un piccolo assaggio: (incredibile: non c’è neppure un video di questo film su Youtube! Vabbè, non vi perdete granchè)

2

Sabotage

Siamo quasi sicuri che Arnold si sia fatto ringiovanire, in questa locandina.

Siamo quasi sicuri che Arnold si sia fatto ringiovanire, in questa locandina.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: David Ayer
Con: Arnold Schwartzenegger, Sam Worthington, Olivia Williams, Terrence Howard, Josh Holloway

Il filmaccio non è un hobby, ma una scelta di vita. E capita a volte che anche nelle serate in cui ti trovi con amici (di quelli che, al contrario di te, i film di serie B non li possono proprio vedere) il destino ti venga incontro, sotto le mentite spoglie di un ben confezionato film d’azione. Va detto che le premesse erano buone: un film ad alto budget (35 milioni di dollari), con un cast non eccezionale ma di livello (il bravo Howard), il protagonista del film più redditizio di sempre (Worthington, che dopo aver rivisto Sabotage si è probabilmente pentito di non essere morto su Pandora) , e poi Schwartzy; è vero che non ci ha abituati a dei capolavori espressionisti, ma anche nella sua versione di eroe becero e ignorante non è mai sceso sotto un certo livello. Poi ha 70 anni, dai, mica si permetterà di fare ancora il ragazzino, giusto? GIUSTO? No.
John Wharton è un agente della DEA, l’antidroga americana. Repubblicano, spaccone, rozzissimo, John guida una squadra di mentecatti più ignoranti di lui, specializzata in black ops, operazioni di infiltrazione e sbornie nei night club. Il furto di milioni di dollari a dei narcotrafficanti messicani fallisce, i soldi spariscono e John e i suoi sono accusati di furto (chissà come li hanno beccati, dato che la scena del crimine era saltata in aria…) e cacciati. Quando qualcuno inizia ad ammazzare un sacco di gente, tra cui alcuni membri della squadra-comunità di recupero di John, questi vengono riammessi, sotto la stretta sorveglianza della polizia. Le indagini portano il bolso poliziotto a seguire le piste dei cartelli della droga messicani, gli stessi che un pò di tempo prima gli hanno ucciso la famiglia come ritorsione per il suo lavoro. Mentre la sequenza di morti continua (e Schwartzy riesce a farsi la bella poliziotta nonostante l’opposizione del ridicolo e inetto agente di colore), viene a galla la storia dei milioni di dollari il cui furto era fallito all’inizio; il nostro eroe si rende conto che qualcuno nella sua squadra non la racconta giusta…
Perdere altro tempo per descrivere l’ignobile trama di Sabotage non rientra nei miei programmi. In sostanza, si tratta di un pessimo film d’azione, mal girato, mal sceneggiato e con uno dei finali più ridicoli della storia. Non voglio anticipare chi si è rubato i milioni di dollari e soprattutto il movente, ma sappiate che è una roba senza senso, che si sarebbe potuta risolvere in mezz’ora e senza troppi spargimenti di sangue, se solo uno dei personaggi avesse usato il cervello. L’ormai anziano Terminator è ridotto a una macchietta, ma sembra non volersi arrendere all’età che avanza: corre, spara (ma curiosamente ha sempre in mano dei fucilazzi enormi, mai una semplice pistola, forse per accentuare la burinità) e riesce persino a sedurre una poliziotta che potrebbe essere sua figlia o sua nipote, quando è evidente che a quell’età certe cose sia un pò difficile farle, dai Arnold, non ti crede nessuno. Lo spessore psicologico dei personaggi è pari a zero, non c’è uno solo di loro che ispiri la benchè minima simpatia o che possa coinvolgere chi vede il film. In compenso, non si sa bene perchè, Ayer regala generose ed abbondanti dosi di splatter: abbiamo uomini sventrati e inchiodati al soffitto, cadaveri lasciati a marcire in acqua, corpi spappolati da treni in corsa, teste che esplodono, fiumi di sangue ovunque…non ci viene risparmiato davvero nulla, e questo è un bene, perchè altrimenti sarebbe stato difficile anche solo sorbirsi la prima mezz’ora. Essendo un film d’azione americano ignorante, non può mancare il tema della vendetta personale: la rappresaglia dei cartelli contro Schwartzy è talmente esageratamente crudele da non fare neppure impressione, e i suoi tentativi di farsi giustizia da sè non hanno davvero senso.
Un’ultima richiesta: qualcuno levi a Schwartzenegger quei cazzo di sigari, non se ne può più! E’ dai tempi di Predator che la mena con ‘sti cosi!

Produzione: USA (2014)
Scena madre: il finale. No, niente spoiler, guardatevelo. Ne vale la pena.
Punto di forza: l’azione splatterosa e il ridicolo doppiaggio italiano, che fa pronunciare alla poliziotta esclamazioni tipicamente americane come “boia!”.
Punto debole: Arnold, ritirati, c’hai duecento anni. E i dialoghi sono davvero imbarazzanti.
Potresti apprezzare anche…: quella vaccata di Last night, con Steven Seagal: due declini di due grandi eroi del cinema d’azione.
Come trovarlo: noi l’abbiamo noleggiato, e la sola spesa di 2 euro ci ha provocato fortissimi sensi di colpa.

Un piccolo assaggio: (avvertenza: i primi 25 secondi di questo trailer potrebbero trasformare chi lo vede in un repubblicano spaccone e tatuatissimo)

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