Archivi Blog

Bruno Mattei – L’arte di arrangiarsi

Se dovessimo selezionare un regista per un film sulla nostra vita, probabilmente non sceglieremmo Bruno Mattei. Uno Spielberg, un Kubrick, per i più audaci un John Carpenter. Se però dovessimo realizzare quel film con un budget risicato, nessun effetto speciale a disposizione, e per qualche motivo volessimo ugualmente shockare e impressionare lo spettatore, allora l’artigiano del cinema romano sarebbe in cima alle nostre preferenze. Attraverso quarant’anni di cinema italiano, quattro decenni vissuti sempre in quell’ambigua etichetta che corrisponde alle parole “di genere”, Bruno Mattei ci ha insegnato che non esiste film troppo brutto, troppo spudorato o troppo estremo: quando il lavoro chiama (e per Bruno Mattei il cinema è sempre stato innanzitutto lavoro), si può solo rispondere affermativamente.

Bruno Mattei (3)

“Mi ricordo che negli anni 70 un regista di genere guadagnava circa 8 milioni di lire a film, paragonabili a 40mila euro di oggi. Certo, se pensi ai soldi che girano in tasca a uno Spielberg…”

Bruno Mattei nasce a Roma nel 1931. Come per moltissimi registi suoi coetanei, la sua carriera inizia con una robusta gavetta: sceneggiatore, montatore, aiuto regista. Mattei collabora con registi come Jesus Franco e Joe d’Amato, stringendo sodalizi che dureranno negli anni: in particolare, si dimostra un abile montatore, capacità che sarà il filo rosso dell’intera sua filmografia. Il genere è principalmente quello del women in prison: erotismo (qualche volta in forma di pornografia esplicita), torture, ambientazioni esotiche o nazisteggianti. La censura si abbatte sistematicamente su questi film girati con pochi mezzi e, diciamocelo, scarsa qualità: lo scopo di sconvolgere lo spettatore viene però raggiunto, e il pubblico, malgrado tutto, apprezza: Mattei è pronto per il suo esordio alla regia. Fino al 1980 a farla da padrone sono principalmente pellicole soft-porno: Cicciolina amore mio (co-diretto con il re dell’hard italiano Riccardo Schicchi, “creatore” dei personaggi di Cicciolina e Moana Pozzi), Cuginetta…amore mio! (ah, i titolisti dell’epoca…), Sexual aberration. La carriera di Mattei potrebbe anche adagiarsi tranquillamente nel circuito pornografico, e spedirlo dritto dritto nell’oblio: Internet era ancora molto lontano, il cinema a luci rosse era un’industria fiorente e diffusa, e i guadagni più che soddisfacenti. Ma nel 1980 succede qualcosa, un punto di rottura nella fin lì normalissima carriera di Mattei.

Bruno Mattei (4)

“Volevo mettere nel film [Virus] un pò di “canzonatura”, cosa che poi fu ripresa dagli americani. Si trattava sostanzialmente di smitizzare questa storia dei morti viventi, presi così maledettamente sul serio dalla trilogia romeriana…”

Zombi di Romero è uscito solo due anni prima: i morti viventi hanno riscosso un successo planetario. Mattei, che non si fa pregare quando c’è un sottogenere americano da italianizzare, realizza insieme a Claudio Fragasso (che lui definirà bonariamente “uno che fa un gran chiasso e non capisce un cazzo”) Virus – L’inferno dei morti viventi. Il film, basato su un’epidemia zombi vista con gli occhi di quattro soldati spediti in Nuova Guinea, riprende moltissime sequenze direttamente dal capolavoro di Romero, ambientate però in Guinea (in realtà la Spagna), e soprattutto ha la stessa colonna sonora. Mattei raccontò di come avesse chiesto a Bixio, editore musicale dei Goblin, di poter utilizzare le musiche di Zombi per il suo film; essendo “molto amico” di Mattei, non ci fu alcun problema. Pare che i Goblin non la pensassero proprio allo stesso modo sul fatto che le loro musiche venissero utilizzate in più film solo per una questione di guadagni, ma questa non era cosa che potesse impensierire Mattei e il suo socio. Virus, che presenta effetti speciali molto caserecci e l’interpretazione assolutamente sopra le righe di Franco Garofalo nel ruolo del soldato Zantoro, divenne un cult. La coppia Mattei-Fragasso era pronta per ritagliarsi uno spazio nel cinema di genere. Nei crediti, Mattei si firmò come Vincent Dawn, primo di tantissimi pittoreschi pseudonimi adottati dal regista di Roma: Jimmy Matheus, Pierre LeBlanc, Bob Hunter, William Russell. Oltre ad essere un tratto distintivo suo e di Fragasso, questo continuo cambio di pseudonimo renderà ancora più difficile stilare una sua filmografia completa. Mattei è camaleontico, specializzarsi in un singolo genere è qualcosa di estraneo al suo modo di lavorare, così come limitarsi al mercato italiano: d’altra parte, gli pseudonomi erano una prassi diffusa nel cinema del Belpaese, fin dai tempi di Sergio Leone\Bob Robertson in Per un pugno di dollari.

Bruno Mattei (2).jpg

“Alcuni errori nei film erano davvero dilettanteschi, ma questa non è una critica: erano film di cassetta, erano fatti così. Mattei era un tipo simpatico, ma non so quanto fosse davvero interessato al cinema…” (Al Festa su Bruno Mattei)

Il decennio 1980-1990 costituisce l’apice della “contaminazione” matteiana: women in prison (Violenza in un carcere femminile, 1982), erotico (Nerone e Poppea, 1982), post-apocalittico misto a horror (Rats, 1984, in cui l’utilizzo di ambientazioni riciclate dalla lavorazione di C’era una volta in America aggiunge un ulteriore tocco di stile allo stile del regista), ancora zombi (Zombi 3, 1988, frutto di una clamorosa collaborazione Mattei-Fulci-Fragasso), azione bellica (Strike Commando, 1987), fantascienza (Terminator 2, 1990), fantascienza bellica (Robowar, 1989). Nessun genere è risparmiato dalla furia iconoclasta del duo e di Mattei in particolare. Il copione è sempre lo stesso: film “commissionati” per sfruttare questo o quel successo cinematografico, spesso made in USA; budget ridottissimi; possibilità, per l’artigiano Mattei, di utilizzare tutte le proprie trovate estreme e trash e tutti i propri mezzi, spesso con un gruppo di attori ricorrenti (Romano Puppo, Massimo Vanni) e con Al Festa alle musiche. Le pellicole sono generalmente ricalcate senza alcuna vergogna su altri film più celebri (Zombi, Robocop), con l’apoteosi di Terminator 2 – Shocking dark, che oltre a sfruttare ignobilmente il titolo del kolossal di Cameron mischia in maniera abbastanza casuale elementi di quest’ultimo e di Aliens ambientati in una Venezia post-apocalittica!

Marchio di fabbrica del duo, ma soprattutto di Mattei, è l’utilizzo di spezzoni tratti da documentari, o direttamente da altri film: la differenza è palese, spesso si tratta di ambientazioni totalmente diverse e di grafiche ancora più distanti, che creano un effetto straniante e involontariamente comico. Ma Mattei non è uno che abbia mai avuto problemi a lavorare con materiale scadente: che fossero film porno o cannibal-movies, gore o fantascientifici, il “mercenario” faceva ciò che gli veniva chiesto, sempre con un gusto particolare per l’eccesso e lo shock. Massacrato dai critici (non senza qualche ragione, per la verità), disprezzato dal pubblico più sensibile, Mattei faceva la fortuna dei produttori per la sua poliedricità: lui faceva sì film di serie C (ma anche D, E, Z…), ma non c’era genere che non rientrasse nel suo palmares. Pur sbertucciando sempre i “pregiudizi” della critica verso il cinema di genere, alimentava questo suo personaggio con dichiarazioni che bene rendevano la sua concezione del cinema (a un giornalista che gli chiese se avesse mai ripreso un vero lebbroso per risparmiare sul make-up, rispose: “no, ma mi hai dato un’idea!”), senza pretese autoriali, ma considerando il cinema come un lavoro, per quanto particolare, con i suoi meccanismi, le sue opportunità e le sue vicende umane. Gli anni ’90 e i primi del nuovo millennio vedono tramontare il cinema di genere italiano. Molti registi si rassegnano e si convertono a generi nuovi, o al lavoro in tv. Molti, ma non Bruno Mattei: lui continua imperterrito a sfornare pellicole su pellicole, sempre con budget ridicoli e sceneggiature ancora più ridicole. E’ un ritorno alle origini per Mattei, che decide di virare nuovamente sull’erotismo, con una serie di soft-thriller molto dimenticabili (Snuff killer – La morte in diretta, Belle da morire). Il cinema del duemila sembra aver dimenticato la stagione dei Mattei, dei d’Amato e persino dei Fulci (anche se quest’ultimo subirà una rivalutazione post-mortem). Ma Mattei tira dritto per la sua strada, e riesce a girare addirittura dei cannibal-movies fuori tempo massimo (Mondo cannibale), una sorta di mischione tra Dal tramonto all’alba e La mummia (La tomba), un women in prison (Anime perse), e soprattutto due film di zombi, tra cui il delirante Zombie – The beginning, entrambi inediti in Italia, e non importa che nel frattempo il mondo sia cambiato e la percezione del cinema non sia più la stessa.

Sono le ultime cartucce del regista, che muore nella sua Roma il 21 maggio del 2007. Contrariamente a Fulci, non sembra ci si appresti a rivalutarne l’opera, e in effetti non pensiamo che fosse quello l’intento di Mattei. Non risulta che girare capolavori sia mai stato un suo obiettivo: piuttosto, ha dimostrato come l’eccesso e la povertà di mezzi non siano inconciliabili, e che con la giusta dose di spudoratezza e inventiva si possono realizzare dei film. Che sicuramente non brillano per qualità o accuratezza della realizzazione, ma che sono nel cuore di ogni romantico adoratore del cinema di serie B. O D, o E, o Z…e tornando alla scelta del regista per un film sulla propria vita, no, non sceglieremmo Bruno Mattei. Ma se lo facessimo, statene sicuri, riuscirebbe a girarlo con diecimila lire, Al Festa alla colonna sonora e spezzoni di cresime e matrimoni altrui inseriti nel filmato.

Bruno Mattei (1).jpg

“Sergio Grieco ha fatto degli ottimi film, eppure anche per lui mai nessuna ribalta significativa: oggi non si sa neppure se sia mai esistito. La cosa più triste è che al funerale di Sergio c’eravamo solo io e il produttore. Ma il mondo del cinema è spesso così, crudele e senza riconoscenza.”

 

Le citazioni di e su Bruno Mattei sono tratte da:

Questa bella intervista al regista

Questa nostra intervista ad Al Festa

Non aprite quella porta 3 – Night killer

Non aprite quella porta 3 - Night killer

Per evitare noie, i distributori lo esportarono con il più sobrio titolo di Night killer. Peccato che l’assassino non colpisca quasi mai di notte…

[Krocodylus, Satchmo]

Di: Claudio Fragasso
Con: Peter Hooten, Tara Buckman, Richard Foster, Mel Davis, Lee Lively

Sapevate che Fragasso ha diretto questo Non aprite quella porta 3, dando così il suo contributo alla celebre saga di faccia-di-cuoio? Davvero non lo sapevate? Forse perchè non è vero. Night killer (questo il titolo anglosassone del film) non è altro che un sequel apocrifo, intitolato come il famoso film di Hooper più che altro per sfruttarne il successo. Fragasso, che nello stesso anno girò La casa 5, non è nuovo a queste operazioni.
Bastano cinque minuti di film per capire che aria tira: il corpo di ballo meno coordinato della storia, che non azzecca un movimento ritmato manco per sbaglio, si esercita in un teatro. Mentre la capoccia di tale gruppo di disgraziati insulta senza motivo una delle ballerine, interviene un assassino truccato in maniera veramente ridicola, che con un colpo di mano (dotata di artigli di gomma) passa da parte a parte i corpi delle due poverette, non mancando di sgozzare una finta gola. Il cadavere della capoballerina che precipita in mezzo al teatro interrompe il siparietto con musica da pornosoft anni ottanta. La storia si sposta su Melanie (dimenticate le ballerine, erano una scusa per mostrare il killer e un pò di tette), una milfona che viene segregata e torturata dal maniaco mascherato, ma che riesce a sopravvivere grazie al tempestivo intervento di un suo amico, che è un Tiberio Timperi con sfumature di McGyver; la donna perde però la memoria, e non ricorda nè la propria identità, nè quella della figlia, e neppure il volto del maniaco. Un pò di tempo dopo, il maniaco torna a colpire, mentre Melanie è nuovamente segregata da un tizio che prima la segue, poi sotto minaccia si spoglia in un bagno per signore e poi ci prova con lei facendo l’arrapatone che dice “supplicami di baciarti” e “voglio sentirti pregare”. La polizia intanto brancola nel buio, troppo occupata a concedere interviste alla tv (ce ne sono quattro o cinque nel film, e non ce n’è una verosimile) e a seguire i consigli di un assurdo psichiatra che dice fregnacce per tutto il film. La svolta avviene quando Melanie riconosce sè stessa in un giornale e fugge dal proprio viscido carceriere, dopo essersene comunque innamorata in una specie di sindrome di Stoccolma. Salvata dal sosia di Timperi, Melanie affronterà il maniaco nello scontro finale in casa propria, in una riproposizione di quanto successo in precedenza.
Decisamente uno dei peggiori Fragasso di sempre questo thrilleraccio a tinte horror girato senza voglia (e senza vergogna) e sceneggiato da un Fragasso e dalla fidata Rossella Drudi senza un minimo di originalità, a differenza di altri suoi B-movie. Come risultato, seguirne la trama è estremamente difficile: sembra quasi che l’intreccio sia stato ideato di scena in scena, arrivando a un finale non banale, ma anche mal costruito e alla fine pure stupido; insomma, Non aprite quella porta 3 è una cazzatona clamorosa, che risulterebbe insostenibile se non fosse per due fattori: le tette della protagonista, mostrate anche quando non ha senso farlo (tipo la scena in cui si mette in topless, si palpa le tette e si mette a filosofeggiare sugli anni che passano, senza ritegno!), e gli omicidi. Scimmiottando il Freddy Krueger di Nightmare (la maschera bruciacchiata, l’artiglio), Fragasso s’inventa il serial killer più buffo mai visto su schermo, attribuendogli una forza sovrumana (non deve essere facile bucare un torace con degli artigli di gomma, peraltro pochissimo pratici per qualunque uso) e una parlata sboccatissima e supertriviale (“voglio scoparti il cervello, troia” ci ha costretti a mettere in pausa per sfogare le risate), che rendono impossibile la tensione; si arriva al ridicolo più totale nella scena in cui il killer, mascherato, viene perculato e preso pochissimo sul serio da una tizia ubriaca, e reagisce squartandola ricoprendola di fissativo. Le comparse che interpretano le vittime del mostro sembrano fottersene di dare alle scene un minimo di verosimiglianza, infatti camminano invece di scappare e inciampano chissà in che cosa più e più volte, per permettere al lentissimo maniaco di acchiapparle.
Lo scontro finale tra l’assassino e Melanie sarebbe pure divertente, con lui che digrigna i denti e poi si fa sedurre come un qualsiasi coglione, ma Fragasso ci mette pure la prevedibilissima scena finale con la bambina che rimane traumatizzata e si accinge a ricominciare il film in un circolo vizioso senza fine. Niente a che vedere col Fragasso di Troll 2 o con le scoppiettanti collaborazioni con Bruno Mattei.

Produzione: ITA, USA (1990)
Scena madre: gli assurdi improperi dell’assassino, di una volgarità mai vista!
Punto di forza: lo stile di Fragasso, anche se l’assenza di Mattei si fa sentire.
Punto debole: troppe ripetizioni, momenti di noia, e se un film dura ottanta minuti c’è da preoccuparsi. Forse guardarlo la sera di Natale con chili e chili di pranzo coi parenti nello stomaco non ha aiutato…
Potresti apprezzare anche…: La casa 5, altro sequel farlocco targato Fragasso.
Come trovarlo: in VHS, e comunque è molto, molto difficile. Però cercando informazioni abbiamo trovato un mucchio di poster dei film di Fragasso a cifre folli. Qualcuno ci presta 150 euro?

Un piccolo assaggio: (incredibile: non c’è neppure un video di questo film su Youtube! Vabbè, non vi perdete granchè)

2

Belle da morire 2

Ma sono tornate chi?? Ma quando?!?

Ma sono tornate chi?? Ma quando?!?

Di: Bruno Mattei (Pierre Le Blanc)
Con: Katherine Moss, Paul Jackson, Anthony Fontaine

Tempo fa, recensimmo Belle da morire, capitolo primo, definendolo “il nulla”. Non contento, Bruno Mattei, che usa lo pseudonimo Pierre Le Blanc per chissà quale motivo (conoscendolo, sicuramente non la vergogna), ne gira un secondo capitolo. Ovviamente non ha nulla a che fare con le vicissitudini del primo, e altrettanto ovviamente è una punizione filmica piena di tutti gli elementi tipici dei film matteiani; per fortuna, è leggermente meglio del predecessore.
Dopo i consueti titoli di testa fatti con qualche programmaccio di grafica, si parte in quinta con intensi primi piani di tette e culi mentre la protagonista si fa la doccia insieme ad un amica. Segue sequenza di due che trombano con una musicaccia orrenda, e alla fine, mentre lei vagheggia con discorsi preconfezionati, lui si addormenta in due secondi netti. L’inizio sembra promettere bene, poi appare Antonio Zequila, volto noto della televisione trash più squallida, e si introduce la trama (o almeno, i due-tre fatti che Mattei spaccia per trama): la protagonista è una specie di modella che nel tempo libero intrattiene laidi uomini d’affari, ciancia di amore e uomini giusti e poi si lascia rimorchiare dal primo belloccio che trova al ristorante. La mattina dopo è già amore tra i due, ma lui deve andare. In pratica viene fuori che Bruce, questo il nome dello sconosciuto che si tromba la bella Louise, è un tipo losco; sulle sue tracce ci sono (se ho ben capito) dei malviventi pronti a tutto, che si servono di due sicari (uno è sputato Iggy Pop e si chiama Kram, Kran o qualcosa del genere) e di uno specialista del delitto: Anthony Lo Russo (Zequila, che praticamente fa due-tre lavori insieme), detto “il macellaio di Detroit”. Lo “specialista”, peraltro, si fa fregare come il peggiore degli imbecilli da Louise e anche da tutti gli altri, ma vabbè. Intanto Bruce sfrutta l’ingenuità della ragazza per mandarla a recuperare una valigetta; sul luogo dell’incontro, Louise incontra un panzone viscido che aveva respinto tempo prima e che la violenta. Perchè? Boh, forse Mattei si è confuso nello scrivere la sceneggiatura. Arriviamo in ogni caso al finale: Louise ha architettato un piano infallibile per fregare i cattivi, talmente infallibile che dura due minuti. Alla fine è comunque provvidenziale l’intervento di Bruce, entrato nell’edificio da un buco della sceneggiatura e pronto a crivellare il boss malvagio. Louise è molto incazzata per il fatto che a causa sua è stata picchiata, violentata e umiliata: ma decide di perdonarlo dopo una trombata, peraltro priva di qualunque introduzione e buttata lì giusto per far finire il film.
Vista così può anche sembrare una trama articolata. Non lo è: i fatti elencati si svolgono nel complesso in un venti minuti, mentre il resto del film è occupato da scene di sesso soft squallide e ridicole. Come nella miglior tradizione porno ogni pretesto è infatti buono per finire a letto insieme, anche quando non ce ne sarebbe davvero motivo. Il film oscilla tra l’inverosimile tentativo della protagonista di essere morigerata e il fatto che chiunque (escluse forse due o tre comparse) ha accesso, diciamo così, alla sua intimità. Tra un “ciao depravata” e un “mi piace il tuo culo, troia”, Belle da morire 2 non è altro che un’accozzaglia di scene pornosoft tenute insieme con lo spago e grazie a qualche riga di sceneggiatura. L’unica cosa che, se non salva il film, almeno impedisce l’abbiocco istantaneo, è la vena creativa di Mattei, qui più forte che nel primo capitolo: le battute dei cattivi sono copiate paro paro dal cinema americano, ma non reggono il paragone; gli uomini sono tutti infoiati fino al limite del ridicolo (forse gli attori sono stati tenuti mesi senza una donna, anche perchè ogni volta che ne vedono una fanno delle facce che neanche il peggior Fantozzi), e le donne tutte battone. Tra un festino con droga e puttane (in cui uno Zequila mascherato offre a Louise un drink corretto droga che lei beve senza esitazioni) e una scena di sesso con uomini pelosi e sovrappeso in pieno stile anni settanta (niente lesbo, ahimè), la pellicola si trascina stancamente per ottanta minuti, durante i quali è forte la tentazione di andare su YouPorn, se non altro per vedere scene migliori e più esplicite. Ogni tanto il genio di Mattei fa capolino, soprattutto nelle scene riguardanti i trafficanti e i sicari, ma nel complesso l’unica cosa interessante è la consueta fotografia da telenovela brasiliana, tipica degli ultimi film del compianto Maestro.

Produzione: ITA (2005)
Scena madre: le vere scene madri sono quelle che coinvolgono l’amica puttanona di Louise e il suo amante. Costui è una specie di gorilla privo di parola e dotato di un evidentissimo pene finto di dimensioni spropositate. Le scene di sesso sono esageratissime ed esilaranti, soprattutto quella in cui il suddetto primate non riesce neppure a bere un sorso di whisky senza rovesciarselo addosso!
Punto di forza: se confrontato con il primo capitolo, mostra dei progressi.
Punto debole: se confrontato con i film matteiani dei bei tempi, fa venire la nostalgia…
Potresti apprezzare anche…: Belle da morire, così si completa la saga. E sottolineo SAGA.
Come trovarlo: la versione in DVD è abbastanza semplice da reperire, e probabilmente è l’unico modo per vederlo. Si trova spesso nelle bancarelle dell’usato a pochissimi euro.

Un piccolo assaggio: http://www.dailymotion.com/video/xavj79_belle-da-morire-2_redband (il film fa così schifo che non si trova neppure un secondo su Youtube, quindi vi dirotto su DailyMotion; potrebbe chiedere il permesso in quanto film vietato ai minori)

1

Curse of the Maya

Puro stile Bruno Mattei!

[Krocodylus1991, Nehovistecose]

Di: David Heavener
Con: Joe Estevez, David Heavener, Amanda Baumann

I Maya tirano sempre, anche grazie al loro calendario che, secondo alcuni squilibrati, annuncerebbe la fine del mondo. Così David Heavener, regista sconosciuto ai più, si butta a capofitto in una storia delirante e sconclusionata, ritagliandosi la parte del bel tenebroso che si tromba la protagonista. Se una battuta può definire un film, questo è il caso: la prima frase pronunciata da Joe Estevez (il fratello di Martin Sheen, vergogna!) è: “mi avevano detto di non comprare case su Internet”. Apprendiamo quindi che Estevez e la sua sgualdrina, che ha tipo quarant’anni meno di lui, sono andati ad abitare in una casa comprata su EBay. E qui parte la prima cazzatona. I due fanno conoscenza con Michael, un burino che di mestiere aggiusta gli impianti eolici e che ha subito messo lo sguardo sulla bella Renèe. Ma l’orrore è in agguato: si scopre che una famiglia di immigrati messicani, discendente degli antichi Maya, è stata barbaramente trucidata da un tizio con il fucile, e ora gli zombi della famiglia cercano vendetta. Perchè, direte voi? Perchè c’è di mezzo un incomprensibile rito Maya che comprende: morti viventi, “grano cosmico” (testuale) che appare e scompare, sogni assurdi e il Sole che si sdoppia in cinque, il tutto senza provocare alcuna sorpresa nei maschi protagonisti. Il film inizia a scorrere quando i non morti attaccano una comitiva di due rapinatori con due ostaggi, o almeno così sembra, facendo tutti a pezzi, per poi dedicarsi a Joe Estevez. Renèe e Michael, ovviamente, sono gli unici superstiti e devono fuggire dall’assalto dei ridicoli zombi. Il finale è un delirio mai visto: Renèe si inventa una balla clamorosa sul modo per scacciare gli zombi, che mischia impunemente cristianesimo, religione Maya e altre vaccate senza senso. Nel colpo di scena telefonato, veniamo a sapere che Michael è in realtà il killer, che si giustifica così: “lei è rimasta incinta, e ho dovuto uccidere tutta la famiglia”. Trovare la connessione tra i due fatti è compito del pubblico. La scena finale è spassosissima, ma per non spoilerare la scriveremo nella sezione “scena madre”.
Dal punto di vista tecnico, salta subito all’occhio la fotografia: il film è del 2004 ma se mi avessero detto che era del 1972 ci avrei creduto. La mia digitale ha una nitidezza e dei colori molto migliori. Sulla recitazione c’è poco da dire: l’incapacità regna sovrana, e la sceneggiatura è talmente folle che neppure Laurence Olivier avrebbe saputo renderla credibile. La carta vincente (trash, s’intende) sono i numerosi buchi logici, talmente numerosi che viene il sospetto di qualche errore di montaggio. Innanzitutto, Joe Estevez è il dottore meno professionale della storia: beve, violenta la paziente-amante e in una sequenza memorabile la lascia sola per giorni a casa senza un motivo plausibile! Poi gli zombi lo divorano, ok, ma comunque l’intenzione era quella. La mitologia Maya è letteralmente presa a pesci in faccia dallo sceneggiatore. Innanzitutto, quando i Maya dicono “quinto Sole” intendono “quinto ciclo temporale”, e non pensano seriamente a cinque soli che splendono in cielo. Poi, non risulta che la religione Maya comprendesse zombi alla Romero che si nutrono di carne umana. Infine: se stiamo parlando di religioni centroamericane che non hanno mai visto il cristianesimo, perchè mai la soluzione dovrebbe essere “piantare delle croci sui luoghi delle sepolture”? Si tratta di errori clamorosi, che una semplice ricerca su Google avrebbe potuto evitare, ma Heavener era troppo occupato a scrivere il suo capolavoro. In ultimo, ci sono degli elementi di cui noi non abbiamo capito il significato. Perchè Michael, morso dagli zombi (esilarante la scena in cui si porta al collo il bambolotto-morto vivente fingendo pateticamente una lotta), diventa uno di loro e il dottore no? Perchè alla fine compare un altro zombi anche se il problema doveva essere risolto? Domande destinate a restare senza risposta. Così come sconosciuto resterà il motivo di tre siparietti erotici con poppe in evidenza, arricchiti da musicaccia dance-trash che nemmeno nelle peggiori discoteche di periferia. Buona visione!

Produzione: USA (2004)
Scena madre: ecco lo spoilerone. In pratica, Renèe si mette con un ragazzo ritardato del luogo, e adottano una piccola messicana. Viene a trovarli una trippona cinese, assistente sociale stronzissima, che va a fare delle domande alla piccola. Alla domanda “hai fame?”, la marmocchia si trasforma in un altro zombi (così, a caso) e sentenzia: “sì, una fame del diavolo, e adoro il cinese!”. Cult!
Punto di forza: dopo l’apparizione del primo zombi il livello trash aumenta senza sosta fino alla fine.
Punto debole: i primi tre quarti d’ora sono un supplizio medioevale!
Potresti apprezzare anche…: La tomba.
Come trovarlo: è pressochè introvabile. Comunque, su Youtube esiste la versione completa in italiano.

Un piccolo assaggio:  (per chi mastica un pò di spagnolo, i primi, terribili minuti)

Dall’altra parte del cult – Intervista ad Al Festa

Tre film fra tanti diretti da Al Festa.

Tre film fra tanti diretti da Al Festa.

Il nostro intervistato di oggi è Al Festa, ed è un’intervista un pò particolare. Non ci sono film da lui diretti recensiti nel blog. Quelli che ha realizzato non rientrano nelle categorie di cui ci occupiamo di solito. Eppure Al ha avuto a che fare con molte pellicole: è infatti un compositore di colonne sonore e non solo. Il suo è un ruolo che il grande pubblico, solitamente, ignora, ma a pensarci bene l’unica cosa salvabile da alcune mostruosità filmiche sono proprio le musiche: chi ha visto After death, ad esempio, sa benissimo che l’unica cosa a rimanere in mente, dopo la visione, è proprio il tema “Living after death”, da lui scritto. Oggi non ci occupiamo, quindi, solo di “trash”, ma di un mestiere, quello del compositore, più interessante di quanto non si potrebbe pensare. Come di consueto, ringraziamo Al per la disponibilità e la giusta dose di semplicità e ironia di cui è dotato. A proposito dell’inserire l’intervista in un blog di questo tipo (lui film di serie Z non ne ha girati, quindi la sua presenza qui è un’eccezione!) ha detto: “l’importante è che scrivi con lealtà il mio pensiero, tutto qui”.

K: Oggi parliamo con Al Festa, compositore di musica per il cinema e non, regista, direttore di videoclip, sceneggiatore. Cominciamo la chiacchierata?

AF: Con piacere. Ma permettimi di dire che ho fatto di meglio dei film con i pur bravi Mattei e Fragasso. Io non ho peli sulla lingua: ho scelto una carriera da indipendente, libero, senza mai prestarmi a compromessi.

K: Dunque, partiamo dall’inizio: sei diplomato (fonte Wikipedia) in musica e composizione. Com è iniziato il tuo ingresso nel mondo del cinema?

AF: Io sono diplomato in pianoforte e composizione, la musica è la mia vita…..ho sempre avuto due passioni: musica e cinema. Ho passato la mia infanzia nei cineclub ( il TEVERE per la precisione ) tra films di fantascienza, horror, gialli. Quando sono entrato professionalmente a realizzare dischi ho capito, ben prima di altri, l’importanza del visivo, dei videoclips, infatti ancora oggi per me è fondamentale l’audio/visivo, musica-immagini insieme. Ho iniziato dapprima a produrre, ma poi, siccome i vari registi non capivano nulla di sync musicale nè di molto altro, abituati ad un vecchio modo di fare cinema tradizionale, ho iniziato a dirigerli io stesso. E con buoni risultati, direi, dato che oltre ai miei ne ho diretti 105! Per 10 anni ho sperimentato di tutto, è stata un’ottima scuola, l’uso degli obiettivi, i movimenti di macchina, le attrezzature, il montaggio ecc, sempre in 35 mm; davvero una grande scuola che mi ha permesso di acquisire una tecnica davvero completa. Poi dopo i 100 video volevo fare un film; lo feci con un soggetto (seguono numerosi punti interrogativi, n.d.r. ) della coppia Fragasso-Drudi, il film rock musicale Gipsy angel. Mi piacque molto sotto un aspetto audio-visivo, molto meno per la storia, un pò lontana dalle mie passioni.

K: Insomma, hai fatto la tua gavetta, come si dice! Io credo che realizzare colonne sonore sia molto difficile: devi trovare il tema giusto per un determinato momento del film. Ha aiutato molto l’esperienza nei videoclip musicali?

AF: Assolutamente. Io penso ad una scena ed ho già in mente il tema e viceversa, per me è così. Mi scatta una lampadina ed in 5 minuti ho scritto il tema, di solito ce l’ho già in mente quando scrivo la scena. Spesso mi vengono in mente mentre guido o durante la giornata; ho sempre con me un registratore con cui fischietto il tema che poi, con calma, sviluppo al piano e realizzzo. Ma quest’ultima parte è routine, il momento creativo è quello precedente. Spero proprio che la lampadina non si spenga mai, altrimenti sono guai!

K: E’ interessante questo metodo…tu sei anche regista: oltre a Metallo Italia e L’eremita hai diretto il film Fatal Frames. Stupisce il cast internazionale: Rossano Brazzi, Donald Pleasence, Alida Valli…come è stato lavorare con loro?

AF: Una sola parola: F-A-N-T-A-S-T-I-C-O! Più sali di livello più sono grandi, umili, semplici. E’ stato un onore lavorare e dirigerli. Mi sono visto realizzare in una volta sola tanti sogni di ragazzo: dirigere il mitico Donald Pleasence, il dottor Loomis di Halloween, che avrò visto almeno 100 volte! Ugo Pagliai del Segno del comando, che io ho adorato. E poi Alida Valli, la splendida Anna Paradine di Hitchcock…o Rossano Brazzi e Ciccio Ingrassia, due miti italiani; Ingrassia era un fantastico attore lunare, con una vena drammatica che pochi hanno compreso (tra cui Federico Fellini, che era mio parente). Angus Scrimm, della serie Phantasm. Cito ancora un grande amico purtroppo scomparso, David Warbeck. E poi c’era la possibilità di avere gli effetti speciali di 3 premi Oscar: Bill Corso, Steve Johnson e Joel Harlow. Ripeto, per me è stato come realizzare un sogno; mai avrei creduto o sperato da giovanissimo addirittura di poter dirigere i miei miti che vedevo al cinema. Se ci ripenso, ancora oggi non mi sembra vero! Con loro mi sono trovato benissimo, non ho mai avuto problemi di nessun tipo.

K: Come ti capisco! Hai anche citato Halloween, uno dei miei horror preferiti. E poi Ingrassia, Brazzi, Valli…un cast di prim’ordine, come si vede dalle dediche (Al mostra delle foto con dedica). Non sapevo di questa tua parentela con Fellini. A questo punto una domanda è d’obbligo: che ricordo ci offri del Maestro?

AF: L’ho conosciuto che ero bambino, era mio parente tramite mia zia Paola. Che dire? Un genio: fantastico come uomo e come regista, infatti in famiglia si dice che io non abbia preso nulla di lui (ride)! Chissà, forse è vero? Basta vedere Toby Dammit per capire la sua statura. Inoltre era un grande appassionato di esoteria e spiritismo, e questa è un pò una tradizione di famiglia.

K: Quanta invidia per aver conosciuto un uomo del genere! Passiamo a due registi che hai nominato prima: Bruno Mattei e Claudio Fragasso. Per loro hai composto le musiche di diversi film…com’è stato musicare le pellicole della “coppia omicida”? (li chiamavano così!)

AF: Mah, erano film davvero brutti, senza capo nè coda, con tanti di quegli errori anche pacchiani…io ho composto le musiche senza neanche vedere i films così a naso. Addirittura hanno cambiato la velocità della musiche! E’ stata comunque un’esperienza interessante e non me ne pento ma, ripeto, erano film davvero pessimi. Mattei era un tipo abbastanza simpatico, ma non credo fosse così interessato al cinema. Su Fragasso, preferirei non commentare…

K: Par di capire che con Fragasso non corra buon sangue…però devi ammettere che “Living After Death” è una canzone che ti rimane in testa! Sul serio non ti facevano neppure vedere i film?

AF: In verità sono io che dopo averli visti ho preferito fare le musiche in autonomia. Ti giuro che erano davvero orrendi, potrei raccontarti degli errori nei film davvero dilettanteschi. Questa non è una critica agli autori, ma ammettiamolo: erano film fatti così in serie, senza molta arte, solo per cassetta, e si vedeva. Con Fragasso c’è una vecchia ruggine per motivi abbastanza ignobili che lui non ha mai voluto chiarire, e io neppure, stiamo bene così. Lui ha avuto successo, buon per lui, se alla gente piace il suo cinema forse ha ragione lui. A me non piace; se lo ritenessi valido lo direi senza problemi, ma così non è.

K: Però, permettimi di insistere, “Living after death” merita…

AF: E’ un pezzo che mi piace molto. Pensa che l’ho praticamente riscritta, per Gipsy angel cambiando il titolo in “The beatin’ of my heart”.

K: Una domanda sui colleghi, già che ci siamo! Qual’è il compositore di colonne sonore che senti più affine?

AF: Più vicino a me intellettualmente, pur non essendo un vero e proprio compositore, direi John Carpenter. E’ sempre molto efficace. Come compositore vero e proprio, invece, il numero uno è senza dubbio Ennio Morricone, che è insuperabile (di cui non sono quasi degno di pronunciare il nome, tanto è immenso!). Poi sono un grande fan di Hermann, Goldsmith, Barry, Elfman…ma anche Badalamenti e Nino Rota. Fuori dalle colonne sonore, sono un fan di lunga data di Pink Floyd, Genesis, Keith Emerson, Tony Banks, Yes.  Aggiungo anche Hans Zimmer, bravissimo.

K: Condivido l’elenco. C’è qualche attore\regista con cui ti piacerebbe lavorare?

AF: Mi interessa molto Mickey Rourke, l’attuale versione. Ho un progettino che lo riguarda, si vedrà…sono talmente tanti che citarli tutti sarebbe impossibile. Aggiungo solo Gabriele Lavia, un grande attore che Dario Argento ha saputo ben utilizzare.

K: Ci parli de L’eremita, la tua ultima fatica?

AF: L’eremita è un film molto difficile. E’ insolito, diverso, a me piace molto. Affronta delle tematiche scottanti, è una dura critica al Vaticano. Si basa sul ritrovamento della parte mancante del famoso Codice Purpureo, uno dei testi più antichi mai rinvenuti contenente i Vangeli integrali, a cui però manca l’Apocalisse di Giovanni…un personaggio misterioso, l’Eremita, ritrova questa parte mancante e comincia tutta una serie di premonizioni che porteranno alla verità finale.

K: Un film complesso, quindi…

AF: Sì, decisamente. Non è per tutti, credo possa piacere molto agli appassionati di esoterismo come me e a chi vuole riflettere, i messaggi nel film sono tanti. Mi rappresenta molto, ho sperimentato nuove tecniche come il Full HD. Per me, abituato a vedere il mondo in 35mm, è stato eccezionale. Ho avuto un buon cast, attori non notissimi ma bravi: c’è Stefania Stella, la mia icona, in un bellissimo ruolo di posseduta. Ha una scena di esorcismo insolita, diversa dalla tradizione con il solito prete. Poi c’è Marco di Stefano che è davvero bravo, l’artista internazionale Tanya Khabarova, che mi ha fatto un’interpretazione dei peccati capitali che è pura arte visuale; piacerebbe sicuramente a Lynch e a Cronenberg (meno, suppongo, a chi segue I Cesaroni). E’ un film interamente mio: ho fatto anche la post produzione. La colonna sonora è, credo, la migliore che ho mai realizzato.

K: Progetti per il futuro?

AF:  Nuovi progetti ne ho molti: un film d’azione esoterico con Mickey Rourke, intitolato Violence & Violence, che nasce dal teorema violenza più violenza = redenzione. Una storia magnifica di una vendetta che si consuma durante una sola notte di pioggia, in una città degradata moralmente e materialmente, con incursioni nel paranoramale. Davvero insolito, l’idea di un action- esoterico mi piace molto…poi un giallo/noir, anche questo esoterico dal titolo Transfert, che parte dal ritrovamento di una ragazza che ha perso la memoria e che la riacquista durante il film con continui flashbacks fino a coprire la sconvolgente verità. Poi, udite udite, un western, sì, proprio un western, di cui però non dico nulla, ma mi piace troppo un idea da un milione di dollari, un omaggio al grande Sergio Leone, di cui sono un fan sfegatato.

K: Grazie, Al. Vuoi dedicare un saluto ai lettori della Cinewalkofshame?

AF: Agli amici della Cinewalkofshame! Un blog coraggioso e non allineato che va sostenuto; un caro saluto ed un invito a guardare sempre films…ed ascoltare musica; la mia dedica va a chi preferisce una bella notte di pioggia piuttosto che un giorno assolato, a chi ama le nenie infantile provenienti da una villa abbondanata piuttosto che Laura Pausini, a chi si appassiona per lo scintillio di una lama nel buio, e a chi passerebbe le sue vacanze al BATES MOTEL piuttosto che alle Maldive…a voi tutto il bene possibile.

Ringraziamo Al che, nell’arco di una giornata, ha accettato l’intervista e ha permesso di realizzarla. Come pattuito, riportiamo integralmente ciò che pensa, indipendentemente dal giudizio che se ne può dare. Con questa dedica che ci onora, chiudiamo l’intervista con Al Festa! Living After Death!

Zombi: la creazione (Zombie – The beginning)

Plagio: livello massimo!

[Krocodylus1991, Eltigre]

Di: Vincent Dawn (Bruno Mattei)
Con: Yvette Yzon, Jim Gaines, Alvin Anson

Con una certa commozione, questa volta non solo cerebrale, recensiamo il testamento spirituale, l’ultimo film del grande Bruno Mattei! L’omaggio finale, con il vecchio regista che saluta i suoi fans, è valso da solo mezzo punto in più. Zombi: la creazione è il sequel di L’isola dei morti viventi, sempre di Mattei, ma il non aver visto il primo è poco importante. Il nostro eroe nazionale si congeda ritornando a una delle sue antiche passioni: il plagio. Solo un regista folle come lui poteva avere l’idea di mischiare il genere zombie con Aliens di James Cameron. Avete capito bene: dopo averlo saccheggiato in Shocking dark, Mattei torna a infierire sul capolavoro fantascientifico, in un’antologia del trash che resterà negli annali. La protagonista, Sharon, è l’unica superstite di un massacro sull’isola dei morti viventi, ma nessuno le crede. Sei mesi dopo il fatto, quando ormai è rintanata in un monastero buddista, la Tyler Corporation (la Tyrrell c’era già in Blade Runner) le affida l’incarico di tornare sull’isola, al comando di una settantina di soldati burini. Per chi ha visto Aliens, basta sostituire alla Yzon Sigourney Weaver e agli zombi gli alieni, ed è come se aveste visto entrambi i film. Per gli altri, riassumiamo brevemente gli avvenimenti più importanti: i morti si risvegliano e in un massacro inziale scremano il numero dei soldati, riducendolo a una decina scarsa. Ovviamente tra di loro c’è un traditore, che cerca pure di ammazzare la protagonista e che per questo verrà punito in una scena splatter sorprendentemente ben fatta (almeno nella media matteiana). Uno dopo l’altro, i valorosi soldati cadono sotto i denti dei morti viventi: questi sono ri-di-co-li nel trucco e nelle movenze: a volte corrono, a volte strisciano, saltano, quasi danzano a causa dei movimenti legnosi delle comparse filippine (costavano meno). L’unica sopravvissuta sarà proprio Sharon: in un finale assolutamente delirante, fronteggerà un esercito di bambini deformi che sembrano xenomorfi e infine il capo di tutta la baracca, un enorme cervello in grado di parlare che le dice che conquisterà il mondo. Lei però è assai contrariata, e, armata di lanciafiamme, fa esplodere la patetica massa di argilla, tornando poi al sottomarino. “tornando” per modo di dire, nel senso che l’ultimo fotogramma la inquadra sul molo, a duecento metri di distanza, sorridente. Mah.
Forse resosi conto che questo film sarebbe stato l’ultimo, Mattei spara tutte le cartucce a sua disposizione: computer touch-screen con la grafica del Commodore 64, teste che esplodono a casaccio, plagi indescrivibili. Va detto, a onor del vero, che gli effetti speciali sono decisamente migliori a quanto Mattei ci ha abituato; peccato che il digitale, peraltro pessimo, rovini tutto. Il sogno della protagonista, ripetuto tre volte nell’arco di circa venti minuti, sfinirà anche il più scafato tra gli spettatori, e per almeno metà del film si ha l’impressione che tutto sia destinato a finire in noia. Chi però avrà la pazienza di aspettare sarà premiato con una mezz’ora finale degna dei migliori film della coppia omicida Mattei-Fragasso. Innanzitutto, non è chiaro come gli zombi possano sorprendere chiunque alle spalle, anche in una stanza buia (vengono fuori dalle pareti! Vengono fuori dalle fottute pareti!). Poi, è ingiustificabile il fatto che basti un colpo al torace per ammazzarli, quanto tutti sappiamo che se non becchi la testa lo zombi non si arresta. Il mezzo corazzato dell’esercito è in pratica un Ducato con delle lamiere attaccate alla bell’e meglio, e il sottomarino, quando non è rubato a qualche documentario sovietico o americano, è visibilmente un modellino. Le scene trash sono numerose e di altissimo livello: una delle migliori riguarda una stranissima bestia che si aggira sull’isola, capace di dividere a metà un corpo umano senza grossi sforzi. Qualcuno potrebbe aspettarsi che nel finale ci venga detto di cosa si tratti; qualcuno, evidentemente, che non conosce Mattei. Yvette Yzon è encomiabile nel suo tentativo di assomigliare alla Weaver, ma non le riesce proprio: tutte le emozioni sono simulate in modo esagerato, come quando cerca di picchiare i suoi superiori in una sceneggiata indegna di una recita parrocchiale. Ovviamente, non mancano i furti da altri film, stavolta difficilmente riconoscibili a causa del montaggio confusissimo, al punto che, in certe scene, le frasi vengono troncate prima della fine. Da vedere!

Produzione: ITA\Filippine (2007)
Scena madre: l’esplosione della centrale dinonsocosa, nel finale, ottenuta con un montaggio pasticciatissimo di immagini da altri film e dell ragazza. Invedibile.
Punto di forza: Mattei ha abbandonato i freni inibitori (se mai ne ha avuti). Il risultato è eccellente.
Punto debole: forse una certa lentezza nella prima parte.
Potresti apprezzare anche…: Zombi 4 – After death.
Come trovarlo: questo è un tasto dolente. Gli ultimi film di Mattei non sono mai stati distribuiti in italiano. E l’edizione in francese, che ho visto io, è doppiata talmente male da sembrare in piemontese.

Un piccolo assaggio:  (trailer….in inglese)

Belle da morire

E' riuscito a copiare pure Tinto Brass! Quanta ammirazione per il vecchio Bruno!

[Krocodylus1991, Jacob]

Di: Vincent Dawn (Bruno Mattei)
Con: Emily Crawford, Hugo Barret, Andrea Belfiore

Che cos’è il nulla? E’ l’alterità di Parmenide, o forse la negazione logica di Hegel? Oppure, come sosteniamo noi sulla Cinewalkofshame, è questo film di Bruno Mattei? Dopo svariati decenni di onorata carriera trash, il buon Bruno ottiene, come già altri maestri dello squallido, il suo film da mezzo Billy Nelson. Classificato come “thriller erotico”, Belle da morire è in realtà un micidiale pappone in cui non succede nulla, assolutamente nulla, per il novanta per cento dell’interminabile ora e mezza che lo costituisce. Scopriamo che una ballerina di un night club, delusa dalla scoperta che il pappone andava a letto pure con altre ballerine, si riempie di cocaina e si butta già dal balcone. Tempo dopo, il pappone è alla ricerca di carne fresca: con un attento provino, vengono scartate le ballerine meno adatte, e viene selezionata una bella ragazza bionda (la Crawford). Nonostante le sue capacità recitative prossime allo zero, la bagascia piace al suo datore di lavoro, che ne fa la stella del locale. Intanto Ale, barista emo del sordido localaccio, porta la ballerina a casa sua; lei, forse inorridita dagli esilaranti autoscatti del burino appesi al muro e dalla serenata house che lui le ha inciso, lo rifiuta, ma in seguito cambia idea, anche perchè era l’unico maschio del film che non si era ancora fatta. Apprendiamo che la bionda legge i diari della ballerina suicida, da cui deduciamo che essa ha dovuto abbassarsi a trombare con un ambiguo sceicco, con la parlantina del Mister Chao di Una notte da leoni e spaventosamente somigliante a un colonnello Gheddafi all’amatriciana. A lei toccherà la stessa sorte. Bene. Quelli fin qui narrati sono i primi ottantadue minuti! Poi, negli ultimi nove, titoli di coda compresi, la baldracca uccide lo sceicco, picchia il pappone con gli schiaffi più finti che la storia ricordi, lo incastra e lo manda in galera. Tutto finisce nel migliore dei modi: il barista emo va a fare il cassiere al supermercato e sposa una ballerina, l’amica della protagonista rileva il locale e lei ha consumato la sua vendetta, perchè, udite udite, la suicida dell’inizio era sua sorella.
Nessuno aveva mai osato tanto: il film vero e proprio è costituito dai tre minuti e mezzo in cui Demi, questo il nome della protagonista, svela i suoi intenti. Il resto è costituito da noia allo stato puro, come mai avevamo provato guardando una pellicola. Le scene di sesso promettono molto e mostrano pochissimo, anche perchè le attrici, diciamoci la verità, non sono tutto questo granchè a parte due o tre. L’unica perla, si potrebbe dire, sono i dialoghi: la sceneggiaura è pessima e possiamo fornirne qualche assaggio: “te la darò soltanto quando mi andrà”; “non mi servono prime della classe, mi servono puttane”; “hai avuto a che fare con la merda, e non ne hai sentito solo l’odore!”; “tu te li scopi senza scoparli”. Infine, la combo: “chi sei veramente?” “sono la donna delle meraviglie” “e di che ti meravigli?”. Volendo, si ride anche nel sentire il pappone, che Mattei ha ironicamente chiamato Bruno, insultare le sue sottoposte: giusto farlo apparire come uno spietato bastardo, ma le sue imprecazioni sono talmente esagerate che sembra stia per scappare da ridere alle stesse attrici. E che dire di quando Bruno, per offrire una serata indecente, promette “una cena a base di aragosta, e poi vi farò ascoltare Vasco Rossi”? Davvero senza prezzo! Il problema è che queste piccole gemme sono seppellite da decine di minuti di torpore, al punto che persino i sottoscritti hanno dovuto ricorrere a tutta la propria pazienza per non mandare avanti veloce. Con la poca autorità nelle nostre mani, non abbiamo dubbi nell’annoverarlo tra le pellicole più tediose di sempre.
Non abbastanza mal fatto per divertire. Non abbastanza trasgressivo per eccitare. Non abbastanza ben sceneggiato per impaurire. Non abbastanza violento per esaltare i burini. Che rimane? Il nulla. Come volevasi dimostrare!

Produzione: ITA (2001)
Perchè devi guardarlo: perchè è un film di Bruno Mattei, e perchè se hai visto gli altri suoi capolavori devi completare la collezione.
Perchè NON devi guardarlo: perchè è un mattone di dimensioni bibliche.
Scena madre: quei tre minuti e mezzo di film in mezzo a tanto letame ci hanno salvati…
Potresti apprezzare anche…: Snuff killer – La morte in diretta.
Come trovarlo: basta guardare nelle cassonette dei negozi, sotto la scritta “2,99 euro”.

Un piccolo assaggio: sembrerà impossibile, ma non ci sono video su questa porcata!

Snuff killer – La morte in diretta

Eh, no. Non ci sono neppure scene sexy. E' mendace pure la locandina.

[Krocodylus1991 & Eltigre]

Di: Vincent Dawn (Bruno Mattei)
Con: Carla Solaro, Gabriele Gori, Carlo Mucari

Tu quoque, Mattei! Anche il buon vecchio Bruno si ritrova indegnamente costretto a ricorrere alla subdola tattica del titolo mendace. Nel senso che se io metto su un film del genere, mi aspetto una serrata indagine poliziesca nell’orrendo mondo del porno-snuff. Qualcosa tipo 8mm con Nicolas Cage, che già, comunque, non è che fosse tutta sta gran roba. Invece Mattei punta tutto sulla disperazione di una madre ancora piacente, cui rapiscono la figlia. Essendo il marito della donna un noto politico francese, questo si rifiuta di chiamare la Polizia. Lei allora, dopo la soffiata secondo il quale il rapimento sarebbe finalizzato al mercato della pornografia violenta, decide di addentrarsi da sola nei meandri di quel brutto mondo. E come fa? Va in un sexy-shop e conosce un burino locale che nel giro di due giorni la indirizza presso uno studio specializzato nel genere (occhio al regista Jaques La Vergue!). Tipico di chi agisce nell’illegalità più totale…dopo aver scatenato un casino in cui è coinvolto pure un riccone (lei prima gliela da così, senza farsi domande, poi si esibisce in un memorabile “hai tradito i miei sentimenti”), verrà salvata proprio sul più bello dal commesso del sexy-shop, che si scopre essere un agente della polizia. Come faccia, contemporaneamente, a gestire il negozietto ci è del tutto ignoto.
I difetti di Mattei ci sono tutti, a partire dalla fastidiosa abitudine di girare i film più recenti in digitale; si ha sempre l’impressione di assistere ad un lavoro fatto in casa, uno di quei cortometraggi che si fanno con gli amici giusto per fare i cazzoni. Ne sono una prova i titoli di testa, forse il pezzo forte del film: rimarrà indelebile, nella nostra memoria, la scritta “per la prima volta sullo sullo schermo”, errore compreso. Vi garantisco che Windows Movie Maker permette di meglio; tutti gli attori e le comparse recitano malissimo, appiattendosi sul copione o, al contrario, enfatizzando il proprio ruolo ben oltre il necessario (primeggia in assoluto il maggiordomo guardone Roy, dalla devastante apertura oculare!). Tutto il resto, come si dice, è noia: l’idea di un’indagine nel torbido che è in ognuno di noi è anche buona, ma in mano a uno come Mattei diventa il solito pretesto per mostrare qualche tetta (non molte, oltretutto) senza però spingersi oltre, giacchè la classificazione “pornazzo” avrebbe dimezzato i già scarsi guadagni. Come un Massaccesi qualsiasi, Vincent Dawn pare non aver neppure la voglia di fare il suo mestiere: lo dimostrano le numerose scene campate lì senza un motivo e interrotte prima della fine. Sono due le scene particolarmente ridicole che impediscono il voto di mezza stelletta: una è il delirante sogno della protagonista, una roba che neppure La croce dalle sette pietre, fatto sovrapponendo immagini erotiche e momenti di film a caso, mentre la MILF si agita nel letto come una forsennata, in quello che dovrebbe essere un sonno agitato ma è più simile ad un attacco epilettico. Nell’altra sequenza Mattei vorrebbe far vedere le forze speciali in azione nello studio del pornografo, tipo la SWAT che entra a volto coperto per intenderci. Ma i mezzi sono quelli che sono, e allora il brunone nazionale si esibisce in una genialata degna di lui: una sequenza in cui un elicottero si schianta contro dei vetri, rubata a qualche tg americano, alternata in modo pasticcioso ed incomprensibile ai tre-quattro poliziotti che effettivamente stavano lì davvero. Questi venti secondi, che arrivano dopo mezz’ora di misteri svelati veramente micidiali, vi faranno felici. E questo, purtroppo, è tutto. Agli appassionati di Mattei consigliamo La tomba

Produzione: ITA (2003)
Punto di forza: viene via veloce, 80 minuti…
Punto debole: nemmeno nei film di Tinto Brass si recita così, dai!
Come trovarlo: è il classico direct-to-video uscito solamente per il mercato DVD. Bancarelle “film a 2 euro” rulez.
Da guardare: personalmente, non lo consiglierei neppure a qualche onanista disperato…

Un piccolo assaggio:  (brivido! Meglio di Hitchcock!)

La tomba (Non aprite quella tomba)

Ma sta per lanciare un'onda energetica?

[Krocodylus1991, Jacob, Gatoroid]

Di: David Hunt (Bruno Mattei)
Con: Anna Marcello, Hugo Baret, Kasya Zurakowska

Nel cinema come nella vita, la coerenza è importante. E noi qui vogliamo omaggiare, pubblicamente, la grande coerenza di Bruno Mattei. A 73 anni, il vecchio “mercenario” del cinema Z italiano poteva godersi la fama di realizzatore di film low-budget e starsene con le mani in mano fino alla fine (prematura) dei suoi giorni. Ma lui non era un pirlone qualsiasi. Lui era Bruno Mattei. Poteva buttarsi sul film pienamente serioso come l’antico collega Claudio Fragasso, che con la serie Milano-Palermo ha abbandonato il proprio glorioso passato. Non lui, non Mattei. Dopo il 2000 ha girato una quindicina di film, spaziando dall’erotico al thriller, dallo zombi-movie al plagio. Di questo ci occupiamo oggi. In tuo onore, grande mercenario! (La Cinewalkofshame intera nel rendere omaggio allo scomparso Mattei)

Con La tomba il mercenario va a plagiare uno dei maggiori blockbuster degli ultimi anni: La mummia, di Stephen Sommers. La tomba è quindi La mummia dei poveri? No, è quella dei mentecatti. Wikipedia sostiene che il budget è stato molto più alto della media matteiana. Pur con tutta la buona volontà possibile, non ce ne siamo accorti. Le prime scene ci mostrano un ridicolo rito Maya (uguale a quelli egizi, e vi assicuriamo che risulta impossibile accettare l’idea che il film sia ambientato in Sudamerica), con un sacerdote uguale ad Imothep che sgozza belle fanciulle. In sottofondo, una voce simil-documentaristica racconta deliri sulle leggende maya. Il rito viene interrotto dalle guardie del re (?), e l’azione passa ai giorni nostri, in un Messico da operetta. Una decina di studenti universitari più il loro professore vogliono farsi accompagnare nella foresta da una vecchia guida alcolizzata ed infoiata, che però muore quella notte stessa dopo aver assistito ad uno spettacolo di ballo sexy, spudoratamente copiato dalla Salma Hayek di Dal tramonto all’alba. Uscito dal locale, il vecchio si trova chissà perchè in un cimitero, dove la fanno da padrone gli spezzoni dell’Armata delle tenebre di Raimi. A chi si affideranno ora i nostri eroi? Ma alla danzatrice omicida, che, sotto il falso nome di Bruja (strega), cercherà di sacrificarli per completare il rito di sacerdotessa maya vecchia di 2000 anni. Gli “studenti” (uno c’ha una faccia da culo a metà tra Charliee Sheen e Michael J. Fox in Ritorno al futuro) saranno lentamente decimati, fino all’incredibile scena finale, che ha lasciato tutti noi esterrefatti.
Mattei è come un formaggio: invecchiando, migliora. I vertici di follia raggiunti in quest’opera sono degni del cinema turco: innanzitutto, precisiamo che non basta ripetere in modo ossessivo le parole “tempio” e “maledetto” per giustificare la volgare cannibalizzazione della nota pellicola di Indiana Jones. Non solo: il mercenario raggiunge qui l’apice della vergogna copiando e incollando addirittura due sequenze di un suo film (per la precisione Rats), senza che queste aggiungano niente di utile alla sfilacciatissima trama. La recitazione è difficile da descrivere: prendete un sintetizzatore vocale, fategli leggere il copione e capirete cosa intendo. Ognuno dei personaggi parla con un accento tipico della sua zona, e la cosa divertente è che anche le comparse filippine (e dove poteva mai girare uno come Mattei?) sono doppiate allo stesso modo. Memorabile la scena dell’esorcismo di una bambina messicana: la piccola ce la mette tutta, sbraita e si contorce, arriva persino a sputare della minestra spacciata per non si sa cosa, ottenendo un formidabile “ma vàààààà” dal professore protagonista! Ottimo anche il personaggio di Bruja-sacerdotessa maya, catacombale e inspiegabilmente ascoltata e seguita da tutti, mentre stenderemo un velo pietoso sull’Imothep dei poverissimi, un signore pelato doppiato come l’originale che alla fine risulta un coglione qualunque, vista la fine che fa. Nota di merito per gli effetti speciali: quando non ricicla il lavoro di altri registi, Mattei esagera come di suo solito, spacciando volgari lenti a contatto per segnali di possessione diabolica e graffietti di gatto per mostruose ferite in grado di riempire di sangue tutta la mano (notare come il gatto sia l’ennesimo fotogramma rubato, tant’è che nella scena dopo non ve ne è traccia).
Grazie a Jacob e Gatoroid, esperti conoscitori della Mummia di Sommers, è stato possibile ricostruire i dialoghi presi frase per frase e ricostruiti, tanto da anticiparli di svariati secondi. Ad ogni modo, la visione è stata tanto devastante da mandare in crisi tutti e tre i recensori (addirittura Krocodylus1991 ha avuto una crisi tremenda!). Grazie Bruno!

Produzione: ITA (2004)
Punto di forza: ma dai, è ridicolo sin dalla prima scena! Come si fa a prenderlo sul serio? Occhio ai titoli di coda fatti con Windows Movie Maker!
Punto debole: la parte centrale, con i protagonisti che cazzeggiano nella foresta, si potrebbe anche evitare…
Come trovarlo: è uscito in DVD, ma forse conviene cercarlo in una lingua diversa da quella italiana. Non è mai stato trasmesso in TV.
Da guardare: sarebbe imperdibile anche solo per i nomi: la divinità Culculkan, la dea Coatlique, il sacerdote Tatamachi!

Un piccolo assaggio:  (che spettacolo questo trailer!)

Virus – L’inferno dei morti viventi

Quello in mezzo è l'attore migliore del film.

Di: Vincent Dawn (Bruno Mattei)
Con: Margit Evelyn Newton, Franco Garofalo, Selan Karay

Mattei e Fragasso (quest’ultimo solo sceneggiatore), non ancora contagiati dalla mania dei sequel di film di Romero, confezionano una specie di imbarazzante collage tra plagi del grande regista, spezzoni di documentari e provincialismo nostrano. Il risultato è forse il più povero tra tutti i film di zombi. L’azione comincia in una specie di centrale, dove un topo, infilatosi nella tuta di un tecnico, diffonde il contagio. Poi ci si sposta in America: quattro imbecilli con delle tute da operaio della FIAT sgominano una banda di terroristi (la scena ricorda spaventosamente quella di Zombi di Romero, comprese le imprecazioni razziste!), per poi essere mandati, come premio, nel Borneo, a sconfiggere ondate di zombi affamati. Ben presto, grazie anche all’aiuto di una giornalista e del suo cameraman, scopriranno che il tutto fa parte di un piano della multinazionale HOPE per risolvere il problema della povertà: uccidere i poveri. Questa incredibile trama da film comico non è l’unica genialata che i fratelli Wachowski de noantri inseriscono nella pellicola: qualcuno ha puntato il dito contro i poveri zombi, mai prima d’ora così brutti e mal truccati, impersonati da comparse che non avevano alcuna voglia di farsi una figuraccia nei cinema di tutto il mondo. Io mi soffermerei invece sui protagonisti, due dei quali meritano la nostra attenzione: una è la giornalista, la cui recitazione lascia alquanto a desiderare; memorabile la scena in cui, per socializzare con gli indigeni, non trova niente di meglio da fare che spogliarsi nuda e correre nella foresta (e perchè non ballare la Macarena bestemmiando in turco? Come logica siamo lì). L’altro personaggio di rilievo è il mitico soldato Zantoro, che in ben due occasioni ci viene mostrato (per un totale di dieci minuti buoni) mentre insulta pesantemente i poveri zombi, con espressioni inudibili anche presso gli scaricatori di porto genovesi.
Notare come Mattei e Fragasso utilizzino qui un artificio finora limitato soltanto ai remake turchi e ai film di Godfrey Ho: un buon terzo della pellicola è costituito da inquadrature palesemente rubate ai documentari della National Geographic (risalta, in particolare, la diversa fotografia), che tuttavia risultano le meglio girate. Gli effetti speciali (?) sono realizzati con un dito di cerone per ogni zombi, e anche il settore musicale pare uscito direttamente dal cinema pop turco: le musiche sono infatti riciclate da altri film, soprattutto Buio Omega e Zombi. Mattei, nella sua povertà di mezzi, ha anche la sfacciataggine di inserire i Goblin proprio nelle stesse scene in cui li inseriva Romero, provocando nello spettatore un effetto di deja-vù che vi farà sganasciare quando noterete i tentativi di plagio da parte del regista nostrano verso il Maestro. Concludiamo questa recensione sottolineando il razzismo di fondo di tutta la pellicola: è vero che la scena finale all’ONU dovrebbe essere un atto d’accusa verso l’arroganza occidentale, ma gli stereotipi usati per gli indigeni (che ovviamente non riescono a controllarsi e scatenano terribili ondate di panico alla prima difficoltà) ne fanno un fetido esempio di provincialismo all’italiana.

Produzione: USA (1980)
Punto di forza: i documentari della National Geographic brutalmente sfruttati a fini di allungamento film.
Punto debole: Mattei e Fragasso hanno fatto di meglio.
Come trovarlo: DVD.
Da guardare: solo per maniaci matteian-fragassiani.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=QsW61-I8F9g (ecco un pò di scene trash!)