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Arctic predator – Terrore tra i ghiacci

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Uh che figo! Dove si compra l’action-figure di ‘sto coso?

Di: Victor Garcia
Con: Dean Cain, Lucy Brown, Steven Waddington, Erbi Ago, Louisa Clein

Io amo John Carpenter. Amo i suoi film. Mi piacciono così tanto che sono disposto a perdonarli per la miriade di sequel apocrifi e imitazioni becere che hanno generato nel corso dei decenni. Arctic predator (che dal titolo ci aveva fatto sperare in un grandioso remake del Predator con Schwartzy ambientato al Polo) si ispira chiaramente, nell’ambientazione e nel canovaccio, alla Cosa del regista americano: un gruppo di ricercatori in mezzo ai ghiacci minacciati da una “cosa” aliena che li decima.

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Lo volevate fatto bene come nella locandina eh? Illusi.

Stavolta, però, il protagonista non è quel bad-ass di Kurt Russell, ma il pacioso Ross, che si porta dietro un dramma del passato: un suo antenato che si comportò da vigliaccone abbandonando una nave nei ghiacci, proprio la stessa nave che il suo pro-pro-pronipote andrà a ritrovare, liberando al contempo l’alienone di ghiaccio che dormiva tranquillamente da 200 anni. Il mostro si nutre di calore umano, e per farlo “trasforma le vittime in ghiaccioli”, come tutti ripetono continuamente. A quanto è quotato il sacrificio finale del protagonista, che riscatta così l’onta dell’antenato fifone? 1.02? Ecco, appunto.
Il curriculum del regista Garcia è costellato di titoli horror senza infamia nè lode, spesso ispirati a successi internazionali di ben altra caratura. Ecco, Arctic predator non sfugge più di tanto al copione: è brutto, brutto forte; ma non abbastanza forte da essere spassoso. I personaggi sono tagliati con l’accetta: gretti e avidi, obbediscono esclusivamente a logiche economiche ed utilitaristiche, calcolando l’esito delle proprie ricerche in termini monetari e sbattendosene del tutto sia dell’impatto scientifico che (e questo fa ridere non poco) del destino dei propri compagni. Le numerose morti che si susseguono per novanta minuti sono infatti accompagnate da reazioni ai limiti del surreale, con i beceri scienziati che elaborano il lutto con un’alzata di spalle e riprendono a calcolare quanti dollari potrebbero guadagnare da qualsiasi cazzo di oggetto. Per riempire un pò il canovaccio c’è anche una specie di triangolo amoroso, con una scienziata contesa tra due personaggi, ma è talmente poco interessante che neppure gli sceneggiatori hanno pensato di approfondirlo.

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“Oh mio Dio, guarda: un espediente narrativo spaventosamente telefonato!”

E l’arctic predator? Ce la da qualche gioia? Sì e no. Come al solito, si tratta di una elaborazione grafica scattosa e dalle proporzioni variabili a seconda delle scene, realizzata con cinque euro e due Goleador, che uccide in una lunga serie di scene telefonate e agisce in mezzo a ghiacci ancora più finti di lui. A un certo punto viene pure ucciso grazie al geniale piano architettato da uno dei due del triangolo (non il protagonista), ma siccome questo impedirebbe a Ross di bullarsi col sacrificio riscattatore si fa in modo che il mostro sopravviva (come? Perchè? Mah) facendolo poi crepare in una banale esplosione. Peccato, speravamo meglio.

Produzione: USA (2010)
Scena madre: quell’intro farlocchissimo, con e navi in CG e l’arrivo dell’alieno (ma i marinai come fanno a fuggire? Boh) meritava maggior giustizia.
Perchè sì: perchè le imprese di quel bruttone del predatore di ghiaccio, ogni volta diverso dalla scena prima, sono da gustare attentamente.
Perchè no: perchè, e questa non è una novità in film del genere, quando il bestio non c’è la noia regna sovrana.
Potresti apprezzare anche…: Bone eater, del maestro Wynorski, non fosse altro che per la curiosa somiglianza tra i due antagonisti.
Come trovarlo: siamo sicuri che il canale SyFy non se lo lascerà sfuggire.

Un piccolo assaggio: (è talmente ridicolo che non siamo riusciti a trovare uno straccio di filmato, quindi beccatevi ‘sto documentario sui veri predatori del Polo)

2,5

Arachnoquake

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AH AH AH!

Di: Griff Furst
Con: Edward Furlong,  Megan Adelle, Gralen Bryant Banks, Paul Boocock,Tracey Gold

Sharknado? Pfui!
Ok, ok, il capolavoro della Asylum è uscito l’anno dopo. Quindi, tecnicamente, potrebbe essere Sharknado ad essersi ispirato ad Arachnoquake. Boh. Però il legame tra i due film è evidente: Sharks + tornado = Sharknado, Arachno + quake (“terremoto” in inglese) = Arachnoquake. Semplice semplice. E se queste erano le premesse, cosa poteva venirne fuori se non un trashissimo monster-movie senza capo nè coda?

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Che scena scontata, ma puoi?

La Louisiana è sotto attacco: giganteschi ragni preistorici in digitale emergono dal sottosuolo, sono capaci di sputare fuoco e camminare sull’acqua, e sono stati disturbati dalle solite multinazionali stronze, che trivellano il terreno e disturbano il sonno delle bestiole a otto zampe. Come se non bastasse, i ragnozzi attaccano l’uomo, creando bubboni sottopelle che esplodono rilasciando altri ragni, i quali crescono piuttosto in fretta. Per fermarli si crea un gruppo assai variegato: un giovane sfaccendato puttaniere, delusione di suo padre e della sorella bonazza, si trova a guidare un pullman con sopra un paio di ragazzi, un vecchio e una coppia di deficienti che vogliono fare un giro turistico. A distanza, un altro pullman, guidato dal padre dei due ragazzi, trasporta delle adolescenti succintamente vestite a un torneo di baseball (ci si veste così alle partite?), e deve fronteggiare la stessa minaccia degli aracnidi, che hanno ormai invaso la città. L’intervento dei militari (dieci-dodici in tutto, i mezzi sono quelli che sono) non è sufficiente: l’alleanza bifolchi locali-turisti-esercito nulla può contro la mostruosa regina aracnide, un buffo ragnone rosa grosso come un camion e parecchio incazzato. Spetta allora all’insulso protagonista, che si riscatterà vestendosi da palombaro e affrontando il mostro finale con stratagemmi che ci rifiutiamo di riportare per rispetto al nostro senso della vergogna.
Diretto da Griff Furst (suoi gli imbarazzanti I am Omega e 100 million BC) e scritto da una nostra vecchia conoscenza, Eric Forsberg (che qui abbiamo intervistato), Arachnoquake non è un film della Asylum, ma ci somiglia molto, e non solo per i nomi illustri. Canovaccio di partenza con mostri giganti in città, il numero minimo di comparse, qualche attore ripescato dall’oblio: la strategia è quella. Stavolta tocca a Edward Furlong l’ingrato ruolo di ex-celebrità: vi ricordate il ragazzino di Terminator 2 e il ragazzo problematico di American History X? E’ invecchiato, e secondo noi non così bene: bolso come John Travolta, interpreta il coach che accompagna le ragazzine con minigonna giropassera, e affronta i ragni a colpi di mazza da baseball. Per esigenza di sceneggiatura, è pure costretto a mettere in atto l’incidente più ridicolo della storia, con l’autobus che, a una velocità estremamente contenuta, sbanda e va a sbattere come se fosse ai duecento all’ora.

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Certo che passare da James Cameron a questa roba qui è proprio una finaccia, povero Furlong.

Non c’è molto da dire sui ragnoni: sono fatti malissimo, con una grafica orripilante, le loro dimensioni variano a seconda delle esigenze, e le comparse si gettano letteralmente nelle loro fauci per simulare aggressioni credibili, con una nota di merito per il vecchietto iniziale che, pur di non affrontare un ragno non così spaventoso (5 cm, a occhio), si lascia cadere in una buca senza fondo. Altri personaggi, invece, inciampano ripetutamente nel solito ramo che emerge dal terreno, nel disperato tentativo di rendere un pò verosimile l’assalto degli zamputi animaletti.
Una nota di merito sulle location: il film è interamente girato nella vera Louisiana, rappresentata nel modo più stereotipato possibile come un posto in cui abitano solo neri ignoranti, vecchi rincoglioniti e bifolchi bianchi razzisti. Inoltre, evidentemente a causa della povertà di budget, appena l’inquadratura si allarga è possibile vedere distintamente gli abitanti di Baton Rouge che, incuranti del set del film, camminano e fanno la loro vita come se niente fosse! Persino le macchine, nonostante il traffico di ragni grossi quanto cinghiali in mezzo alle strade, procedono lentamente, così come i pedoni sui marciapiedi.
Insomma un film non del tutto riuscito (certi intermezzi familiari, come in tutti i film di questo tipo, sono noiosissimi e poco utili), ma che strapperà più di una risata agli amanti di questa robaccia. Come noi.

Ah, chi scrive è aracnofobico. Bastardi maledetti.

Produzione: USA (2012)
Scena madre: l’assalto finale del buffissimo ragnone rosa che va a fare la ragnatela tra due palazzi affrontato da quel buzzurro del protagonista in tuta da palombaro.
Punto di forza: è divertente, in parecchie scene. E poi potrebbe dare il via ad un filone, ad esempio: pecore giganti (“sheeps”) più uragano (“hurricane”) che diventa SHEEPSICANE. O qualcosa del genere.
Punto debole: se si esclusono i patemi familiari dei personaggi, non ne ha. Forse avremmo preferito osasse un pò di più.
Potresti apprezzare anche…: bè, dai, stavolta è facile.
Come trovarlo: il mercato americano ci permette di averlo in tutti i formati, nonostante il successo assai minore rispetto a Sharknado.

Un piccolo assaggio: (il commento “this movie was biggest shit i’ve ever seen” sotto questo video ci manda subito in visibilio)

3,5

2-Headed Shark Attack

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Il senso della Asylum per le locandine. 10+

Di: Christopher Ray
Con: Carmen Electra, Charlie O’Connell, Brooke Hogan, Christina Bach

“sono studenti universitari, è normale che si comportino così”. Questa perla, riferita al gruppo di anabolizzati e baldracche in costume da bagno che costituisce l’insieme dei personaggi di questo film, pronunciata a pochi minuti dai titoli di testa, permette subito di annusare il profumo di cazzatona. E trattandosi di un film della Asylum che parla di uno squalo a due teste,non poteva essere altrimenti. In svariati anni di università, chi scrive non ha mai visto situazioni del genere; le mie compagne di corso, a cui voglio bene, non si spogliavano molto spesso per limonare tra loro. Vabbè.
Per motivi non chiarissimi, e comunque ininfluenti, il suddetto gruppo di “studenti universitari” si trova a cazzeggiare in mezzo al mare, finchè la carcassa di un pesciolone non finisce nelle eliche impedendogli di continuare la navigazione, e anzi facendo imbarcare acqua. La comparsa di un provvidenziale atollo (vicinissimo a loro, ma qualche secondo prima non c’era) salva la situazione. Qui il film potrebbe anche finire, perchè, considerato che a) il cattivo è uno squalo, a due teste ma pur sempre uno squalo e b) i protagonisti sono sulla terra ferma, se ne deduce che c) lo squalo si attacca al tram e non è poi così temibile. Per fortuna interviene l’imbecillità degli “studenti universitari” (sigh): appena giunti sull’isola deserta, i ragazzotti capiscono subito quali sono le priorità: trombare, far limonare le studentesse in mare, prendere il sole e fare gare di motoscafi. Soprattutto quest’ultimo hobby è una manna dal cielo per lo squalo a due teste, che subito si da da fare divorando due studenti alla volta per fare prima. Avvenuta la prima scrematura di idioti, quando i superstiti si sono resi conto del pericolo, basterebbe starsene sulla terraferma per evitare guai; non essendo possibile, si inventa un mezzo terremoto che permette ai personaggi, anche quelli lontani dall’acqua, di tuffarsi ad ogni minima scossa, finendo anch’essi nelle doppie fauci del bestio. Lo scontro finale, con onde anomale e terremoti, vede i pochi studenti rimasti affrontare il 2-headed coso in mare aperto, riuscendo incredibilmente a sconfiggerlo nel modo più classico: lo squalo addenta la barca e la barca esplode, così, a caso. Arriva pure un elicottero a riprenderseli, chissà da dove, ma in fondo chissenefrega.
Piuttosto deludente questo ennesimo film Asylum a tema squali; il giochino non funziona più molto bene senza un minimo d’inventiva. Sì, la bestiaccia è divertente e tutto, ma oltre al fatto che si vede poco (gli effetti costano!), non è accompagnata da un contorno accettabile. I personaggi sono la replica esatta dello stereotipo americano degli studenti frivoli e palestrati, i dialoghi penosi, la realizzazione tecnica dozzinale: inquadrature da videoclip, ritmo da videoclip, recitazione da recita parrocchiale. E lo squalone? Lo squalone è ovviamente in digitale, a parte qualche scena in cui apprezziamo l’uso di ammassi di cartapesta legnosi e poco realistici. Niente di che. A questo punto tanto vale concentrarci sull’assurdità della sceneggiatura, roba che dei bambini di seconda elementare avrebbero scritto meglio, e sulla scelta degli attori: chi meglio di Carmen Electra, famosa per due grandi qualità, che non sono la capacità recitativa e l’applicazione, per interpretare una professoressa? Sì, sembra più giovane di alcuni suoi studenti (e probabilmente lo è), ma non importa, le inquadrature sul suo corpo in bikini si sprecano e a nessuno dispiace.
Se non avessimo visto qualche decina di film simili (ma più divertenti) potremmo anche apprezzarlo, ma per quanto ci piaccia il cinemasochismo crediamo che la Asylum possa e debba fare di meglio. Non so, Carmen Electra contro dei cannibali zombi? Dei cosacchi filosofi mummificati? Non è difficile, basta sforzarsi!

Produzione: USA (2012)
Scena madre: la lesbicata gratuita delle due studentesse sotto gli occhi libidinosi di un compagno, finchè lo squalo non fa il suo dovere.
Punto di forza: vale sempre la pena di spendere cinque minuti di vita per vedere un mostro strampalato della Asylum.
Punto debole: cinque minuti, non novanta. Tutto il resto è noia.
Potresti apprezzare anche…: i VHS con il backstage dei calendari delle veline. Manca lo squalo ma vabbè.
Come trovarlo: in versione anglosassone, possibilmente sottotitolato; i dialoghi assurdi regalano qualche sporadico momento di gioia.

Un piccolo assaggio:  (qualche genio si è messo a contare i morti del film, gustateveli)

2

Blood Lake – L’attacco delle lamprede killer

Lo splatter è tutto nella locandina, purtroppo!

Lo splatter è tutto nella locandina, purtroppo!

[Krocodylus, IlCarlo] Di: James Cullen Bressack Con: Shannen Doherty, Jason Brooks, Christopher Lloyd, Jack Ward Iniziare a guardare un film e leggere “The Asylum presents” è sempre una bella sorpresa. Se i terribili mostri che popolano il film in questione sono poi delle petromyzontiformes, più comunemente note come lamprede, curiosi animali simili ad anguille che succhiano il sangue non così pericolosi per l’uomo, il gioco è fatto. In una sonnacchiosa cittadina di provincia, le lamprede diventano milioni, super aggressive e attaccano l’uomo. Perchè? Perchè…boh, non si dice. Ormai la Asylum può permettersi di non spiegare nulla di ciò che accade nei suoi film, tanto non ce ne frega un fico secco delle cause, quello che vogliamo è vedere le lamprede assassine che magnano la gente. In realtà è improbabile che le lamprede mangino la gente, ma quei geniacci degli sceneggiatori rimediano con una curiosa trovata: chiunque venga morso da uno di questi simpatici animaletti perde l’equilibrio del tutto senza motivo, oppure viene trascinato dalle lamprede stesse (!); comunque, finisce in acqua e viene divorato. A combattere la minaccia ci sono un esperto del settore, appena trasferitosi con la famiglia, composta da moglie milfona (Shannen Doherty, faceva Beverly Hills 90210) e figlia adolescente bona ma irrimediabilmente stupida. C’è anche un figlio più piccolo, amico degli animali e lento di comprendonio, ma visto che il suo ruolo è prevalentemente quello di frignare ce ne disinteresseremo. Comunque, a ostacolare l’opera del protagonista c’è l’avido sindaco che non vuole interrompere la stagione turistica, stereotipo che non regge più dai tempi de Lo squalo. La lotta sarà senza esclusione di colpi, con le lamprede che a un certo punto imparano a muoversi sulla terraferma con disinvoltura e fanno strage, fino all’idea geniale del protagonista: estrarre fegati dalle lamprede morte, attirarle in una centrale elettrica e friggerle. Alla fine il padre bigotto accetta che la figlia si fidanzi con un ragazzotto locale e tutti vivono felici e contenti, cane randagio compreso, mentre un tecnico antipatico viene ammazzato dall’ultima lampreda rimasta. Blood lake è il tipico prodotto che tenta disperatamente di inventare un elemento di tensione in un animale facile da riprodurre in digitale e finora non sfruttato; il fatto che nessuno avesse mai pensato a delle lamprede assassine doveva dire qualcosa ai pittoreschi sceneggiatori della Asylum. Il risultato però è divertente: non una commediola autocitazionistica come Sharknado, ma un bel filmaccio raffazzonato in poco tempo con protagonisti inespressivi e situazioni inverosimili; la presenza di Christopher Lloyd, il “Doc” Brown di Ritorno al futuro (l’avevo lasciato nel west a rimorchiare maestre, che brutta fine, poveraccio), qui nei panni del sindaco stronzo (che finisce malissimo, violato analmente da una lampreda!), è una perla che arricchisce il cast. Le blasfeme citazioni di Alien ci hanno portato a definirlo, con un gioco di parole degno del Bagaglino, “Alien VS Lampredator”, scusate, eravamo stanchi. Curiosi gli scontri lamprede-umani: trattandosi di bestiole facilissime da evitare (sono lente e piccole!), si è pensato di rendere più stupidi i personaggi: la nostra preferita è la sceriffa che si ferma in mezzo a milioni di lamprede con i finestrini abbassati, lasciandosi divorare senza nemmeno tentare la fuga; l’assurdo sacrificio dell’assistente (ma perchè? Non ce n’era alcun bisogno!) e la surreale ostinazione del sindaco (continua a far finta di nulla anche dopo 5-6 morti!) completano il podio. Particolarmente gustose le scene in cui oggetti di uso comune vengono usati per sfoltire la popolazione delle lamprede: abbiamo così il decespugliatore che le falcia a decine, le mazze da golf che le spappolano, gli attrezzi da barbecue per dargli fuoco, eccetera. Menzione speciale per i doppiatori italiani: mai avevamo visto un lavoro così mal eseguito, fuori sincrono di diversi secondi in quasi tutte le frasi. Cast di relitti umani, storia inverosimile, scene ridicole, zero tensione. In una sola parola: filmone!

Produzione: USA (2014)

Scena madre: il decespugliatore, per Dio, guardatevela! La figlia che lo solleva come se pesasse mezzo chilo e il sangue posticcio valgono da soli tutto il film!

Punto di forza: è insolitamente divertente! La deriva “consapevole” del trash targato Asylum ci stava preoccupando.

Punto debole: e le tette? C’è tanta gente in acqua, volevamo più tette! Potresti apprezzare anche…: Sexual parasite – Killer pussy

Come trovarlo: lo passano su Dimax ogni tanto, in italiano. Non perdetevelo!

Un piccolo assaggio:  (vi prego, notate la raffinatezza della realizzazione) 3

Apocalypse Pompeii

Lo slogan. Vi prego, lo slogan!

Lo slogan. Vi prego, lo slogan!

Di: Ben Demaree
Con: Adrian Paul, Georgina Bedlee, John Rhys Davies

Troppo bello per essere vero: un film tamarrissimo, in pratica un peplum come lo girerebbe Michael Bay (Pompei), e l’annuncio da parte della Asylum di un eloquente Apocalypse Pompeii, lasciavano presagire qualcosa di epico. Vedere Latt e soci confrontarsi con una ambientazione nell’antica Roma, con un’intera tradizione storico-archeologica da mandare a ramengo, il tutto condito con eruzioni vulcaniche a non finire, e quindi effettacci in quantità, sarebbe stato meraviglioso. Invece il film non soddisfa nessun nostro desiderio; persino il jolly degli effetti speciali è diverso da come ce lo aspettavamo.
Tanto per cominciare, l’ambientazione si sposta dall’antica Pompei ai giorni nostri, nella Napoli degli anni duemila. La famiglia del protagonista approfitta del lavoro di lui (l’assicuratore con un passato da soldato nelle “black ops”) per concedersi una vacanza nella città partenopea. La visita turistica alle rovine di Pompei, con una guida italiana, Gianni, che è tutto fuorchè italiano (vedi sotto), e un testo da depliant, lascia presagire la ghiotta idea di film catastrofico in stile Andolfi che sfrutti tutti i luoghi comuni anglosassoni sull’Italia e su Napoli. Niente, neppure questo: senza tanti preamboli, si parte con il Vesuvio che erutta e inizia ad ammazzare gente con la forza dei suoi lapilli giganti. A questo punto il film rientra nella categoria del semplice catastrofico per famiglie: il protagonista raccatta alcuni suoi vecchi commilitoni (che casualmente si trovano a dieci minuti da Napoli nonostante siano tutti americani), ruba un elicottero in una base italiana e si lancia in soccorso della famigliola; madre e figlia, invece, guidano un gruppetto di sopravvissuti a spasso per le rovine di Pompei, salvandosi grazie all’irritante tuttologia sui vulcani della inespressiva ragazzetta. Un’ora buona si trascina stancamente con questo copione, finchè i due gruppi non si ricongiungono. A quel punto, il regista Demaree usa tutto quel che ha a disposizione per un finale pirotecnico quanto insensato e inverosimile, prima dell’ovvia inquadratura finale con i tre protagonisti riuniti e i titoli di coda. Aggiungiamo che il prologo del film è costituito da un’eruzione analoga nelle Galapagos che viene appena accennata da un personaggio e che nessuno si caga minimamente per il resto dell’avventura, forse hanno montato l’intro sbagliato…
Generalmente, iniziamo le recensioni dei film Asylum partendo dalla cosa più evidente, ovvero la ridicolaggine degli effetti speciali. Questa volta abbiamo rischiato di non poter parlare neppure di quello: per quaranta minuti buoni, infatti, le eruzioni sono rese con una grafica digitale poco meno che perfetta, realistica e decisamente più adatta a un kolossal stile Emmerich che a una simile vaccata. Fortunatamente, man mano che si avanza con la visione, i soldi iniziano a diminuire e rifanno capolino le solite nuvole di fumo e torrenti di lava disegnati, nel finale, praticamente a pennarello. La nostra teoria, secondo la quale dopo aver girato tre-quattro scene di altissimo livello, i soldi siano terminati, è avvalorata dalle inquadrature in elicottero, girate tutte in interni con noiosissime discussioni tra i protagonisti, mentre i pochi secondi di campo lungo con il mezzo militare non si possono guardare per pressappochismo.
Molto meglio concentrarsi sulla sceneggiatura e la scelta degli attori. La prima non merita commenti: ricalcata su centinaia di altri catastrofici, non offre grandi spunti. I personaggi, in compenso, sono spassosissimi: pur essendo il film ambientato in Italia, a Napoli, la scelta degli attori ricade su comparse bulgare per questioni di costi, e così Gianni, la guida italiana, è interpretata da tale Constantine Trendafilov, e il “signor Rosso”, originalissimo socio del protagonista, dal famosissimo Yordam Yositov. La scelta migliore è però quella di far recitare alcune parti in italiano ai bulgari, ottenendo scene come quella del poliziotto, baffuto e dotato di megasopracciglia, che prima deride il protagonista in un italiano stentatissimo e poi lo minaccia con una pistola, tanto per non scadere nei luoghi comuni. Particolarmente irritante la figlia, una spocchiosa saputella che spereremmo di veder morire dopo cinque minuti e che invece dura un’ora e mezza dispensando la sua inverosimile sapienza.
Purtroppo queste scene ridicole sono limitate a una manciata di minuti, perchè la pellicola è basata soprattutto sulle noiose avventure della famiglia americana (madre e figlia, tra l’altro, fuggono tra lapilli, cenere e lava senza rovinarsi i capelli, la pelle e la scollatura) e su una penosa introspezione dei comprimari, tutti scelti ovviamente tra bellocci e supergnocche inespressive. Dal presunto mockbuster di Pompei ci aspettavamo qualcosa di meglio.

Produzione: USA (2014)
Scena madre: il salvataggio dei protagonisti da parte del trippone Carlo (l’attore era anche nel Signore degli anelli, inaudito!) nel finale, quando ormai budget e voglia di recitare stanno a zero.
Punto di forza: pur nel generale piattume, si fanno apprezzare le tamarrate compiute dal protagonista e dalla sua squadra di burini. E basta.
Punto debole: i pochi soldi non sono mai stati una giustificazione per tanta noia, vogliamo sperare che la Asylum non ci prenda gusto.
Potresti apprezzare anche…: il ciclo Alta tensione e tutti quei catastrofici che Mediaset piazza la domenica pomeriggio per coprire i buchi temporali.
Come trovarlo: in America qualcuno ha avuto la bella idea di editarlo in blu-ray, mentre per fortuna non ci risulta esista la versione italiana (noi l’abbiamo visto in lingua originale).

Un piccolo assaggio: 

(dal trailer sembrava molto meglio!)

1,5

 

Atlantic Rim

Io volevo anche Oceanic Rim e Indian Rim, ma vabbè...

Io volevo anche Oceanic Rim e Indian Rim, ma vabbè…

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Jared Cohn
Con: Graham Greene, David Chokachi, Treach, Jackie Moore

Qualche critico, parlando di Pacific Rim, ha detto, non senza disprezzo, che è la realizzazione infantile del sogno di ogni bambino: mostri giganti contro robottoni, l’inconfessabile desiderio di ogni cinefilo con il cuore da burino. Atlantic Rim, la versione Asylum del film di Del Toro, è invece la versione trash di tale desiderio.
Red, Jim e Tracy sono tre piloti della marina americana, scelti per un progetto rivoluzionario, il Project Armada: questo investimento (500 miliardi di dollari!) dell’esercito non ha uno scopo preciso: i tre baldi giovani devono pilotare questi robottoni giganti in CGI, ma non si capisce bene per quale motivo. Un giorno, mentre Red e Tracy si ubriacano e fanno i bulletti alla festa del Martedì Grasso, una piattaforma petrolifera viene attaccata da un mostro gigantesco, simile a un serpente marino mischiato con un dinosauro. Nonostante i robottoni non siano ancora stati testati, i tre idioti vengono spediti in fondo all’oceano per verificare l’accaduto, e si scontrano con il suddetto mostro devastando mezza città. Mentre Red viene rinchiuso in cella per insubordinazione, generali e scienziati scoprono che il mostro non era solo, e che lui e i suoi amici sono nati da uova vecchie di 100 milioni di anni conservatesi grazie al petrolio greggio, non è ben chiaro come. Ovviamente gli altri due mostri attaccano subito New York, lasciando ai piloti, coadiuvati dal vecchio e pacioso ammiraglio Hadley, il compito di debellarli. Lo scontro finale si svolge in città, in acqua e nello spazio, e vede (sorpresa!) il trionfo del bene e dei militari buoni e onesti, contro un esagitato colonnello che dal minuto quaranta fino alla fine insiste per un bombardamento nucleare su Manhattan. Ah, c’è anche una specie di triangolo amoroso tra i piloti che viene introdotto a metà film e di cui non si parla più, forse mancava il tempo e bisognava far uscire la cazzatina nelle sale (?).
Jared Cohn è un giovane e promettente regista Asylum, cui spetta l’ingrato compito di realizzare il mockbuster del kolossal di Del Toro. Ora, il film originale era di per sè una sonora vaccata, appena salvata dai roboanti e curatissimi effetti speciali. Proprio questo (ovvero la presenza di animali giganteschi e variegati e robottoni che li combattono, con conseguente distruzione di tutto quanto), poteva fare di Atlantic Rim un grande mockbuster in cui dar fondo a tutta la capacità fracassona degli effettisti Asylum. Bisogna dire che Cohn si impegna a fondo per raggiungere questo risultato; il problema è che (immaginiamo) il budget a sua disposizione era veramente ridicolo, più del solito. Questo aspetto impone una certa morigeratezza nell’uso di effetti digitali: i mostri sono tutti uguali tranne che per le dimensioni (che comunque variano con disinvoltura da un’inquadratura all’altra), sono soltanto tre (e non decine come speravamo) e i combattimenti sono resi con pochi effetti (comunque orripilanti) e ripetendo all’infinito le stesse inquadrature. Come se non bastasse, l’azione è alquanto ridotta: oltre metà del film (una percentuale indegna per una pellicola di questo genere) è occupata dalla vita privata dei tre piloti, dalle loro storie d’amore e dallo scontro tra l’ammiraglio Hadley e il colonnello. Fortunatamente, nonostante il braccino corto di Latt e Rimawi, anche le scene di vita quotidiana e attività militare regalano qualche perla che salva la pellicola dalla noia: notevole l’inserimento di una rivalità tra Red e Jim per contendersi la bella Tracy, che sta col primo ma, da ubriaca, ha strombazzato pure con il secondo; il discorso interrotto proprio mentre la cosa viene rivelata lascia presagire un finale carico di passioni e sacrifici, invece no, tutto quanto viene accantonato per far spazio all’ego di Red: costui, sopravvissuto tra le altre cose a un’esplosione nucleare, è un vero ignorante patriota americano, che ulula, sbevazza e si mette a urlare come uno sciamannato se lo chiudono in una stanza per più di due ore. Irritante la scena in cui, mentre l’ubriaco Red e Tracy ballano a una festa, Jim si fa il mazzo con la Croce Rossa per soccorrere i feriti, salvo venire totalmente ignorato quando poi tutti danno dell’eroe al suo collega. Anche l’idea di attaccare il mostro con un robot per volta, pur avendone a disposizione tre, non è affatto male; i suddetti robot sprecano oltretutto metà del carburante solo per arrivare sul posto!
La realizzazione tecnica, al di là degli effetti speciali, è abbastanza dozzinale: le scene rubate a documentari sull’esercito sono abbastanza ben inserite nel contesto, mentre i momenti di panico generale risultano poco credibili a causa del risicatissimo numero di comparse (fa quasi tenerezza la scena in cui l’esercito manda cinque soldati CINQUE armati di fucilini contro un mostro di 100 metri). Gli attori (tra cui il bravo Greene) sembrano come ipnotizzati, e recitano dialoghi senza senso con grande convinzione: l’Oscar dell’assurdo lo vince il militare pazzo con la benda sull’occhio fissato con la bomba atomica, una trovata, questa, utilizzata dalla Asylum praticamente in ogni film, che il nemico siano piranha, coccodrilli di 20 metri o dinosauri di 100. Se non altro dura una mezz’ora buona in meno dell’originale…

Produzione: USA (2013)
Scena madre: a un certo punto Cohn decide di inserire un ulteriore collegamente con Pacific Rim, ovvero l’interfaccia mentale. Per farlo, i tre piloti indossano una specie di cerchietto (ognuno ha il suo colore, rosso verde e blu) che li fa somigliare ai protagonisti di Sailor Moon! Imbarazzante!
Punto di forza: diciamo che essendo l’originale una vaccata, questo non è che sfiguri. Se si escludono gli effetti speciali.
Punto debole: Rimawi, Latt, sganciate la grana! Non troppa, eh, quella che basta per far ridere!
Potresti apprezzare anche…: Battle of Los Angeles
Come trovarlo: essendo reperibile anche in italiano, è probabile che sia stato distribuito sul mercato delle pay tv.

Un piccolo assaggio:  (ecco l’epico scontro finale!)

2,5

Rise of the zombies – Il ritorno degli zombie

Persino Danny Trejo sembra chiedersi "che ci faccio qui?"

Persino Danny Trejo sembra chiedersi “che ci faccio qui?”

Di: Nick Lyon
Con: Mariel Hemingway, Levar Burton, Danny Trejo

Perchè la Asylum fa certe cose? Nel senso, sappiamo tutti che non conoscono la vergogna. Ma perchè continuano a far uscire film di zombi? Hanno qualcosa di nuovo da dire? Ovviamente no. Anzi, forse sì: qualcuno deve aver detto a Latt e soci che il make-up degli zombi applicato alle comparse nei loro film è illegale in 50 paesi, per bruttezza e approssimazione. Che hanno fatto nel caso di questa ennesima fetecchia? Hanno speso un sacco di sghei per il make-up, che infatti è più che decente: anche gli effetti splatter non sono affatto male. Poi, evidentemente, hanno finito i soldi, e siccome mancavano ancora sceneggiatura, casting e regia si sono arrangiati con quel che c’era.
Il film inizia…anzi, il film non inizia, bensì parte in quarta con un gruppo di persone che sfuggono in una San Francisco invasa dagli zombi, mentre compare il sibillino titolo Il ritorno degli zombie – Fuga da Alcatraz, clamoroso prestito dal capolavoro di Siegel. Dopo un incidente (dovuto alla elevata velocità della macchina, incomprensibile dato che gli zombi si schivano comodamente anche ai 50 all’ora) a sopravvivere è solo una donna incinta, che se ne va per i fatti suoi. L’azione si sposta sull’isola di Alcatraz, dove un altro gruppo di superstiti cerca cure per l’infezione. L’isola è stata sicura fino a quel momento, ma poi gli zombi imparano a nuotare e la invadono: i sopravvissuti scappano con un gommone stile profughi a Lampedusa e arrivano in città, qualcuno per cercare un presunto “punto sicuro”, ovviamente inesistente, e qualcuno in cerca di una cura. I tre quarti d’ora centrali sono costituiti dalle storie personali dei protagonisti: la coppietta disperata, la donna incinta (protagonista di una scena clamorosa), il soldato duro ma buono (il leggendario Danny Trejo, l’attore più famoso e capace del film, che infatti muore subito), il marine ciccione fondamentalista cristiano (Ethan Supplee, il Randy di My name is Earl, serie tv di cui la Asylum ha saccheggiato il cast per le sue porcate horror), la dottoressa milfona bona, uno scienziato pazzo. Quest’ultimo, rintanato in uno sgabuzzino, rivela che in realtà una cura non esiste, che hanno fatto un viaggio a vuoto e che insomma sono dei coglioni. Poi ci ripensa e dice che un vaccino c’è, faccio notare che lo dice con dispiacere, porello. Alla fine rimangono vivi solo il lui della coppietta, il marine ciccione amputato, il dottore e la scienziata MILF. Ah, c’è pure un tizio di colore che, rimasto da solo ad Alcatraz, sperimenta inutilmente cure sulla figlia zombi, per poi esploderci insieme. Il personaggio (come del resto tutti gli altri) è veramente noioso, stereotipato e inutile, quindi ci limitiamo a menzionarlo.
Questa pellicola non è altro che la fotocopia di Zombie apocalypse, da noi recensito poco tempo fa. La si potrebbe tranquillamente ignorare, se non fosse per una novità assoluta: la scrematura creativa. Fin dal primo momento (quando gli abitanti di Alcatraz si lamentano di essere in troppi sul gommone e lasciano indietro lo scienziato di colore, però gli zaini se li portano, begli stronzi) è ovvio che ci sono troppi, troppi personaggi. Che fare? Li si potrebbe tranquillamente accoppare tutti in un colpo solo con un attacco zombi, ma è qui che scatta la genialata: ucciderli uno a uno nei modi più improbabili e divertenti, tenendo alta l’attenzione su un film che altrimenti non varrebbe neppure il prezzo dei popcorn al cinema. E così abbiamo lo scienziato che si fa esplodere dopo essersi tagliato un braccio per nutrire la figlia, Danny Trejo duro e figo che si fa ammazzare da una zombi storpia senza opporre la minima resistenza, gli idioti iniziali che, inseguiti da una decina di lentissimi zombi, corrono ai duecento all’ora schiantandosi contro un palo, la donna incinta. Questa donna, come anticipato, muore nel modo più stupido: sopravvissuta per giorni dentro un’ambulanza, ne esce per farsi mordere da uno zombi nascosto sotto il mezzo, e chiede di salvare il bambino: appena nato, il bambolotto, già infetto, viene prontamente terminato. Il suo personaggio non serviva assolutamente a nulla, se non ad aggiungere una morte inverosimile tra le tante.
Ma sono altre le scene ridicole: una scritta “STAY OUT” sul lato interno di una struttura; lo scienziato che si disossa il braccio come un provetto macellaio e poi si fa le foto da bimbominkia con la figlia zombi; uno zombi impiccato parlante; zombi capaci di nuotare e di arrampicarsi sui liscissimi piloni di un ponte come delle gatte pelose di quelle che si trovano sugli alberi; gli zombi uccisi con dei taser, l’arma più scomoda di sempre. Oltretutto, se è vero che gli effetti speciali sono superiori alla media (ma non tutti, vedi incidente in auto all’inizio), il resto della realizzazione fa acqua da tutte le parti: le inquadrature dall’alto mostrano una San Francisco non particolarmente vivace, ma in cui si vede benissimo lo scorrere del traffico; gli zombi sono a gruppi di 10-15, come sempre la Asylum è sparagnina quando si parla di comparse; gli attori ridono invece di piangere, come nel caso eccezionale del ragazzo orientale. Le spiegazioni sono campate in aria (si dice che non è il cervello a tenerli in vita, ma il metodo per ucciderli è sempre la testa tagliata) e pure le reazioni: di due personaggi infetti, a uno iniettano il vaccino e all’altro tagliano un braccio a dieci secondi di distanza, senza che quest’ultimo si lamenti per la disparità di trattamento!
Insomma l’ennesima zombata made in Asylum!

Produzione: USA (2012)
Scena madre: dunque, è un pò lunga ma merita. La lei della coppietta, in un attimo di pausa, si siede su un tram di San Francisco (ovviamente fermo per mancanza di corrente) e confessa alla dottoressa che prima dell’apocalisse ha trombato con uno sconosciuto a una festa ed è incinta. Dopo cinque minuti di cantilena abortisco-anzi no-ho cambiato idea, la dottoressa scende. Senza un motivo, il tram parte e va a schiantarsi contro un pullman, esplodendo. Il tutto ai dieci all’ora, contro un autobus messo lì apposta e un’esplosione assolutamente impossibile! Oltretutto, il percorso totalmente casuale del tram ci ha fatto venire in mente ben altra scena.
Punto di forza: le scene divertenti sono sparse in tutto il film e rendono meno pesanti gli 82 minuti.
Punto debole: la ripetitività. Signori della Asylum, basta zombi! Copiare The Walking Dead non è la soluzione…potete fare di meglio!
Potresti apprezzare anche…: Zombie apocalypse, sempre della Asylum.
Come trovarlo: ultimamente molti film Asylum vengono doppiati e distribuiti in italiano. Alle volte li passano anche su Sky.

Un piccolo assaggio:  (persino il trailer è copiatissimo da quello della 3a stagione di The Walking Dead!)

2,5

Sharknado

Chissà cos'altro tireranno fuori con la parola "shark"...

Chissà cos’altro tireranno fuori con la parola “shark”…

[Krocodylus, Satchmo]

Di: Anthony Ferrante
Con: Ian Ziering, John Heard, Tara Reid

Nell’anno di grazia 2013, la Asylum decide di fare sul serio e realizzare un film che racchiuda in sè tutta la sua essenza. E come si fa? Si prende un giovane regista (Anthony Ferrante) e si scrive una sceneggiatura che mischi tutti gli ingredienti che hanno reso grande la Asylum: disastri naturali, animali assassini, belle gnocche e trame da film-tv della domenica. Il risultato è Sharknado. Divenuto famosissimo grazie a una campagna virale su Internet, è stato da noi visionato con grande entusiasmo, al punto che le poche delusioni presenti sono probabilmente da attribuirsi alla grande aspettativa.
I personaggi principali sono tanto banali e prevedibili quando divertenti: il protagonista Fin (molto simile a Jimbo Wales, fondatore di Wikipedia) è un barista divorziato che tenta di ricucire con moglie (Tara Reid, sogno erotico dei maschi nati dal 1985 al 1995) e figli (che hanno la stessa età della madre, ma vabbè); Nova, una gnoccona anche lei barista con un conto in sospeso con gli squali; l’amico scemo di cui non ricordiamo il nome; l’attuale compagno-stronzo della ex moglie, che ovviamente muore dopo due minuti di apparizione e dopo aver sbeffeggiato la minaccia squalesca. La trama: sulle spiagge della California si scatena un violento tornado, che, in qualche modo, risucchia migliaia e migliaia di squali: la tempesta, capace di allagare Los Angeles in pochi minuti, semina morte e distruzione grazie soprattutto al contributo dei pescioni, in grado financo di muoversi, seppure lentamente, sulla terraferma. I nostri eroi partono verso l’entroterra per fuggire, ma a un certo punto si rendono conto che la soluzione migliore è affrontare il problema di petto (cosa che nè i soccorsi nè le autorità hanno gran voglia di fare, in verità non si vedono mai): la soluzione finale è quella di lanciare delle bombe nei tre tornado squalosi che minacciano Los Angeles: queste bombe, in base a principi logico-fisici quantomeno arbitrari, dovrebbero far dissolvere i vortici. A sganciare le bombe saranno Nova e il maturo figlio del protagonista, che rischierà la vita per salvare la città. Il lieto fine vede i protagonisti ammazzare gli ultimi squali nei modi più assurdi e festeggiare limonando e salvando dei vecchietti in una casa di riposo.
Per non ripeterci, tralasciamo i commenti sugli effetti speciali: squali posticci, sangue digitale eccetera. Il marchio di fabbrica della Asylum è quello, lo sappiamo. Decisamente interessante è invece il cast: quasi tutti gli attori sono relitti di serie tv di successo o di commedie anni ’90: Tara Reid, Ian Ziering e soprattutto John Heard, qui panzone e incredibilmente bolso, nei cuori di tutti per l’interpretazione di papà McAllister in Mamma ho perso l’aereo. Come sempre più spesso accade (ed è sempre un bene per la carica del film), le risate maggiori non vengono dagli effetti speciali, ma dall’incredibile sceneggiatura: si racconta che Thunder Levin, sceneggiatore, abbia accettato il soggetto definendolo “la cosa più assurda che abbia mai letto”. In genere la Asylum prende le leggi della fisica e le interpreta a modo proprio, qui invece se le inventano del tutto, e allora gli squali si adattano a vivere per ore in un tornado, il cielo cambia colore ad ogni inquadratura e basta un pò di pioggia per provocare un’alluvione. L’idea delle bombe (veramente assurda) nei tornado è forse la cosa più inverosimile mai inventata da questa banda di pazzi, anche perchè il lancio avviene alla bell’e meglio da un elicottero, da cui la figona Nova tira gli ordigni senza neppure guardare. L’uso di mazze da baseball, motoseghe e lame varie per combattere la minaccia degli squali è un tocco di classe aggiunto. I personaggi non sono minimamente credibili proprio perchè stereotipati: la famiglia che cerca di ricomporsi, il conflitto padre-figli (che si risolve parzialmente con il padre che si rimette con Tara Reid e il figlio che si assicura le grazie di Nova con un tacito accordo), la ragazza scontrosa con un triste passato. L’unica idea del tutto nuova è quella di applicare la logica dello zombi-movie a un film di disastri naturali. Concludiamo con un cenno alla vera attrattiva del film (oltre a Tara Reid e a Nova): lo sharknado, micidiale mix di fulmini, uragani e bestiacce. Niente da dire, è un’idea geniale, anche se forse avremmo preferito vederla più sviluppata e più presente. Da notare che a questo punto della verosimiglianza non importa un fico a nessuno, quindi se in una scena c’è un metro d’acqua sulle strade e nella successiva ce ne sono cinque centimetri non fa niente.
Quali sono le “delusioni” di cui si è parlato? E’ presto detto: blogger e critici si sono divisi tra il “capolavoro assoluto del trash, inarrivabile” e il “che delusione, non è abbastanza trash”. Tali dibattiti ci sembrano abbastanza sterili, ma una cosa è da sottolineare: contrariamente a quanto accade in quasi tutti i film della Asylum, molte trovate sono volutamente ridicole. E’ difficile distinguere il “comico involontario” da quello volontario: l’intenzione è chiaramente quella di fare un film esagerato e sopra le righe, quasi a celebrare i fasti della casa di produzione. Intendiamoci, noi ADORIAMO queste cose, e il film ci ha fatto ridere a crepapelle. Speriamo solo che la Asylum non tradisca lo spirito originario e non viri sul genere commedia abbandonando il mix trash vincente delle altre produzioni. Noi comunque ve lo consigliamo, è una pietra miliare!

Produzione: USA (2013)
Scena madre: lo scontro uomo con motosega VS squalo volante. No, non vi diciamo cos’è, guardatelo.
Punto di forza: c’è bisogno di specificare il “punto di forza” di un film che tratta di un tornado che trasporta squali assassini? Davvero c’è bisogno di farlo?
Punto debole: ne abbiamo parlato sul finire della recensione.
Potresti apprezzare anche…: Mega python VS Gatoroid, un’altra delle perle Asylum.
Come trovarlo: sul canale SyFy lo passano abbastanza spesso, insieme a molti altri film del genere. L’enorme successo ottenuto fa ben sperare per quanto riguarda una distribuzione in italiano.

Un piccolo assaggio: (un ottimo riassunto del film in pochi minuti, ovviamente in inglese)

4

Zombie apocalypse

Curiosamente, il titolo su questa locandina include l'ormai abusatissimo anno 2012.

Curiosamente, il titolo su questa locandina include l’ormai abusatissimo anno 2012. Chissà perchè.

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Nick Lyon
Con: Ving Rhames, Taryn Manning, Johnny Pacar, Eddie Steeples

Maledetti, per un momento ci eravamo cascati! I primi minuti di questo Zombie apocalypse ci avevano quasi convinti che questo ennesimo plagio Asylum fosse davvero un bel film, non paragonabile ai capolavori di Romero, ma neppure inferiore a L’alba dei morti viventi di Snyder, in cui già recitava Ving Rhames (remake che a chi scrive non è piaciuto per niente). Ma come quest’ultimo film (che iniziava con uno splendido collage di sequenze con sottofondo di Johnny Cash), anche questa produzione si caratterizza per un inizio ingannevole. Bando alle ciance, comunque. Il mondo è caduto in mano ai morti viventi, e la trama si svolge sei mesi dopo, una trovata abbastanza inutile che porterà numerose incongruenze. Tre persone vagano per una Los Angeles spettrale: sono Ramona, una bionda insopportabile, il suo amico Kevin ed Eddie Steeples, più noto al grande pubblico come Gamberone di My name is Earl. I tre (anzi, i due, chè Kevin si fa ammazzare subito senza opporre alcuna resistenza) incontrano un gruppo di sopravvissuti: insieme a loro decidono di dirigersi all’Isola di Santa Catalina dove, stando alle informazioni in loro possesso, ci sono ancora dei sopravvissuti. Il viaggio dei nostri eroi non è per niente facile: gli zombi sono sempre in agguato; questi morti viventi sono molto strani, alcuni corrono, alcuni stanno fermi, tendono agguati e sembrano intendersi di strategia militare. Il gruppo se la cava anche grazie all’incontro con degli arcieri, ma alcuni di loro cadranno in battaglia. Il finale, un crescendo rossiniano di assurdità, vede i superstiti aspettare la nave che dovrebbe venire a prenderli e intanto combattere con delle tigrone zombie fatte malissimo. Alla fine la nave arriva e…non vi sveliamo come finisce, non è niente di eccezionale, ma ci ha lasciato un pò l’amaro in bocca, dalla Asylum ci aspettavamo di meglio.
Quasi ogni film Asylum è la risposta a qualcosa: Zombie apocalypse si ispira abbondantemente a L’alba dei morti viventi di Snyder e a The Walking Dead. Avremmo voluto vedere una versione tarocca di quest’ultimo, ma purtroppo Nick Lyon si limita a copiare qualche personaggio: il giovane timido smilzo ma agile (Glenn) e soprattutto la ragazza di colore che usa la katana, un pò forzata in un film in cui lo spessore dei personaggi è pari a zero. Il cast si divide tra attori discreti (il sempre bravo Ving Rhames e Eddie Steeples) e monoespressivi catatonici (quasi tutti gli altri): segnaliamo per curiosità che il capo degli arcieri è molto somigliante a Rafael Benitez, e come lui fa l’allenatore anche nel film. Le attrici sono tutte scelte tra gruppi di modelle di varia nazionalità, chissà perchè nelle apocalissi di questo tipo non si salvano mai bruttone brufolose e sovrappeso. Detto del cast, passiamo alla sceneggiatura: Lyon decide di far passare sei mesi dallo scoppio dell’infezione al presente. Perchè mai? Non ha alcuna utilità di trama, tant’è che molti film di zombi sono ambientati pochi giorni dopo l’apocalisse! In compenso, il dato aumenta di molto la puerilità della storia: chi ha tagliato l’erba in quei sei mesi, dato che tutti i prati presentano un taglio all’inglese perfetto? Com’è possibile che in tutto quel tempo l’unico danno agli edifici sia una colonnina di fumo in CGI che sale dai grattacieli? E soprattutto, perchè alcuni zombi sono giustamente decomposti e altri sono freschi come una rosa? Oltretutto i personaggi si comportano come se la situazione fosse una cosa nuova per loro, mentre, come  ammettono in più parti del film, sono mesi che ammazzano zombi a spasso per l’America.
A proposito di zombi: il make-up non è malaccio, alcune comparse hanno delle maschere indegne e sono truccate solo dal collo in su, ma nel complesso il trucco si può anche promuovere. Resta da capire perchè si siano aggiunti dei boss in stile videoludico, tipo il culturista zombi alto tre metri, ma vabbè, non chiediamo troppo. Concentriamoci invece sulla scena che ha lasciato perplesso chiunque abbia visto il film. Sto parlando delle tigri. Noi stavamo guardando il film, con i personaggi, i morti viventi, qualche scena simil-sentimentale…eravamo tranquilli, ed ecco che il regista, preso da chissà quale trip di acidi, ci piazza le tigri, o almeno quelle che sembrano tigri: due animali storpi, gobbi e sformati, vagamente somiglianti appunto a tigri o ghepardi, arrivati da chissà dove e realizzati con una grafica digitale decisamente peggiore a quella usata nel resto del film. Peraltro la scena ha il solo effetto di sfoltire il gruppo e occupare cinque minuti. Ci ha lasciati esterrefatti. Nel complesso un film non eccezionale, in bilico tra l’esagerazione trash e il desiderio di mantenere una patina di serietà. Si lascia guardare, comunque.

Produzione: USA (2011)
Scena madre: quella delle tigri, ovviamente.
Punto di forza: la volontà della Asylum di alzare l’asticella della qualità è encomiabile. Se mi ci metti le tigri zombi, però, tanto vale.
Punto debole: è discretamente noioso, e le scene migliori iniziano ad arrivare da metà film in poi.
Potresti apprezzare anche…: Automaton transfusion.
Come trovarlo: incredibilmente, Zombie apocalypse è stato distribuito IN ITALIANO! Succede molto raramente con i film della Asylum, e quando capita lo segnaliamo volentieri!

Un piccolo assaggio: (un documentario sulla realizzazione, purtroppo solo in inglese. Per chi mastica un pò la lingua, è davvero interessante)

2,5

2012 – Ice age

La Statua della Libertà è un must dei catastrofici americani!

La Statua della Libertà è un must dei catastrofici americani!

Di: Travis Fort
Con: Patrick Labyorteaux, Julie McCullough, Katie Wilson

Terzo film Asylum che inizia con la parola “2012” (ma probabilmente ne sono usciti altri, dall’inizio di quest’anno) e che sfrutta ignobilmente la profezia maya e il kolossal di Emmerich, Ice age non ha ovviamente nulla a che fare con i film qui menzionati: è infatti un plagio di The day after tomorrow (una eventuale querela complessiva per plagio da parte di Roland Emmerich manderebbe la Asylum in bancarotta). E chi c’è a sostituire il buon Dennis Quaid? Chi se non Patrick Labyorteaux? Per i blasfemi che non sanno chi è: non avete mai visto JAG – Avvocati in divisa? Lui era il marine panzone. Qui fa lo scienziato panzone: invece di lavorare, accompagna i figli a spasso per la città: uno gli fa da aiutante nei suoi studi, l’altra è una biondina saccente e insopportabile. Patrick e il figlio, dopo aver ignorato le richieste di soccorso di un povero esploratore indiano che muore al telefono, si accorgono con colpevole ritardo che qualcosa non va, e che la catastrofe climatica (parleremo dopo di che cosa sia questa catastrofe) è alle porte. Raccattata la moglie, si ricordano che la figlia è appena partita in aereo per New York: il Nordamerica, però, sta per essere investito da un ghiacciaio. L’allegra famigliola parte così in automobile per New York, mentre dietro di loro la civiltà scompare, investita da pezzi di ghiaccio grandi quanto una nave da crociera che cadono dal cielo. I tre affronteranno molte peripezie, durante le quali il pachidermico padre di famiglia dimostra abilità pari a quelle di McGyver, pilotando aerei, fabbricando esplosivi e facendo lo slalom in macchina tra i pezzi di ghiaccio che cadono. Intanto il governo prova a risolvere la situazione nell’unico modo possibile in un film della Asylum: aerei in digitale (con piloti in digitale) che sganciano bombe atomiche a volontà, con risultati veramente modesti. Giunti a New York tra mille difficoltà, i nostri eroi scoprono che la figlia non è più lì e che insomma hanno rischiato la pelle più e più volte per niente. In un momento di lucidità, Patrick si ricorda che basta tracciare il di lei cellulare per capire dove si trovi, il tutto al minuto settantotto, evidentemente da giovane lo chiamavano “mente sveglia”. Ricongiuntisi con la ragazza e il suo fidanzato, i cinque si rifugiano nella Statua della libertà. Il ghiacciaio, dopo aver viaggiato per ore e ore a 200 miglia orarie, si ferma proprio a dieci centimetri da loro. Fattore C.
Prima di soffermarci, come di consueto, sulla parte tecnica, ammettiamo la nostra ignoranza: pur avendo cercato a lungo informazioni in proposito, non siamo riusciti a capire che tipo di fenomeno naturale stia alla base del film. Ci sono questi vulcani che eruttano, un ghiacciaio che viaggia alla velocità di una Formula 1, dei blocchi di ghiaccio che cadono dal cielo…pur con tutta la buona volontà, non abbiamo capito di preciso con cosa si abbia a che fare, e il sospetto che alla Asylum l’abbiano sparata grossa per l’ennesima volta va per la maggiore. Per la gioia dei nostri occhi, Travis Fort rispolvera tutto l’armamentario catastrofico della casa di produzione: tornado, vulcani, era glaciale, immobili fotografie di città incollate su uno sfondo posticcio, meravigliose tempeste di neve che finiscono a metà inquadratura perchè il getto non era abbastanza potente. I dialoghi sono orrendi e sembrano scritti senza voglia, è tutto un “papà, attento” e “calma, calma” ripetuto allo sfinimento. In compenso gli attori sono davvero discreti, nelle ultime produzioni della Asylum la capacità recitativa media sembra aumentata, a discapito del settore grafico e della sceneggiatura. Altro lato positivo è la colonna sonora: è copiatissima da quella di The day after tomorrow, però non è niente male. Ovviamente il discorso non vale per la grafica digitale, che qui tocca veramente il fondo sconfinando nell’amatorialità più estrema.
Diverte, fa ridere, gli attori sono decenti e il nonsenso assicurato. A un film della Asylum non si può davvero chiedere altro. Comunque, nulla lascia intendere che il film sia ambientato nel 2012 e della profezia maya non c’è traccia: la solita genialata dei titolisti!

Produzione: USA (2011)
Scena madre: potremmo tirare in ballo CGI ed effetti speciali, ma non spariamo sulla croce rossa: preferiamo l’incidente che Patrick e famiglia hanno appena partiti: proprio nel momento di miglior visibilità, in una strada totalmente deserta,vanno a tamponare due macchine ferme ribaltandosi. Premio Automobilista dell’anno.
Punto di forza: la ricetta classica Asylum, senza pretese di serietà, come piace a noi.
Punto debole: forse una certa ripetitività di questo genere di film, che prima o poi inizia ad annoiare. Ma vale solo per noi cinemasochisti.
Potresti apprezzare anche…: Arctic blast.
Come trovarlo: in inglese. Non abbiamo trovato sottotitoli italiani, per cui il consiglio di imparare a vedere i film in lingua originale continua a essere valido.

Un piccolo assaggio: (una curiosa compilation di effetti speciali del film, tanto per farvi un’idea; per chi conosce l’inglese, c’è anche il making of)

3,5