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Arctic predator – Terrore tra i ghiacci

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Uh che figo! Dove si compra l’action-figure di ‘sto coso?

Di: Victor Garcia
Con: Dean Cain, Lucy Brown, Steven Waddington, Erbi Ago, Louisa Clein

Io amo John Carpenter. Amo i suoi film. Mi piacciono così tanto che sono disposto a perdonarli per la miriade di sequel apocrifi e imitazioni becere che hanno generato nel corso dei decenni. Arctic predator (che dal titolo ci aveva fatto sperare in un grandioso remake del Predator con Schwartzy ambientato al Polo) si ispira chiaramente, nell’ambientazione e nel canovaccio, alla Cosa del regista americano: un gruppo di ricercatori in mezzo ai ghiacci minacciati da una “cosa” aliena che li decima.

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Lo volevate fatto bene come nella locandina eh? Illusi.

Stavolta, però, il protagonista non è quel bad-ass di Kurt Russell, ma il pacioso Ross, che si porta dietro un dramma del passato: un suo antenato che si comportò da vigliaccone abbandonando una nave nei ghiacci, proprio la stessa nave che il suo pro-pro-pronipote andrà a ritrovare, liberando al contempo l’alienone di ghiaccio che dormiva tranquillamente da 200 anni. Il mostro si nutre di calore umano, e per farlo “trasforma le vittime in ghiaccioli”, come tutti ripetono continuamente. A quanto è quotato il sacrificio finale del protagonista, che riscatta così l’onta dell’antenato fifone? 1.02? Ecco, appunto.
Il curriculum del regista Garcia è costellato di titoli horror senza infamia nè lode, spesso ispirati a successi internazionali di ben altra caratura. Ecco, Arctic predator non sfugge più di tanto al copione: è brutto, brutto forte; ma non abbastanza forte da essere spassoso. I personaggi sono tagliati con l’accetta: gretti e avidi, obbediscono esclusivamente a logiche economiche ed utilitaristiche, calcolando l’esito delle proprie ricerche in termini monetari e sbattendosene del tutto sia dell’impatto scientifico che (e questo fa ridere non poco) del destino dei propri compagni. Le numerose morti che si susseguono per novanta minuti sono infatti accompagnate da reazioni ai limiti del surreale, con i beceri scienziati che elaborano il lutto con un’alzata di spalle e riprendono a calcolare quanti dollari potrebbero guadagnare da qualsiasi cazzo di oggetto. Per riempire un pò il canovaccio c’è anche una specie di triangolo amoroso, con una scienziata contesa tra due personaggi, ma è talmente poco interessante che neppure gli sceneggiatori hanno pensato di approfondirlo.

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“Oh mio Dio, guarda: un espediente narrativo spaventosamente telefonato!”

E l’arctic predator? Ce la da qualche gioia? Sì e no. Come al solito, si tratta di una elaborazione grafica scattosa e dalle proporzioni variabili a seconda delle scene, realizzata con cinque euro e due Goleador, che uccide in una lunga serie di scene telefonate e agisce in mezzo a ghiacci ancora più finti di lui. A un certo punto viene pure ucciso grazie al geniale piano architettato da uno dei due del triangolo (non il protagonista), ma siccome questo impedirebbe a Ross di bullarsi col sacrificio riscattatore si fa in modo che il mostro sopravviva (come? Perchè? Mah) facendolo poi crepare in una banale esplosione. Peccato, speravamo meglio.

Produzione: USA (2010)
Scena madre: quell’intro farlocchissimo, con e navi in CG e l’arrivo dell’alieno (ma i marinai come fanno a fuggire? Boh) meritava maggior giustizia.
Perchè sì: perchè le imprese di quel bruttone del predatore di ghiaccio, ogni volta diverso dalla scena prima, sono da gustare attentamente.
Perchè no: perchè, e questa non è una novità in film del genere, quando il bestio non c’è la noia regna sovrana.
Potresti apprezzare anche…: Bone eater, del maestro Wynorski, non fosse altro che per la curiosa somiglianza tra i due antagonisti.
Come trovarlo: siamo sicuri che il canale SyFy non se lo lascerà sfuggire.

Un piccolo assaggio: (è talmente ridicolo che non siamo riusciti a trovare uno straccio di filmato, quindi beccatevi ‘sto documentario sui veri predatori del Polo)

2,5

Godmonster of Indian Flats

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Guardate che bella questa VHS della collana “Sexy Shockers”. Ma se non si vede neanche una caviglia nuda!

Di: Fredric Hobbs
Con: Christopher Brooks, Stuart Lancaster, E. Kerrigan Prescott, Peggy Browne, Richard Marion

Indian Flats, USA. La vita di questa piccola comunità di bifolchi sembra andare avanti nella solita routine quotidiana, tra razzismo, risse becere e fiere di paese ancor più becere che nemmeno quelle tra le risaie del nord-Italia. Tutto cambia quando uno scienziato individua nella stalla di uno dei rozzi contadini una specie di embrione di pecora mutato, nato dopo una notte nella quale il margaro, dormendo nella stalla, ha avuto delle visioni stranissime dovute a (boh, non ce lo dicono mai). L’embrione cresce e diventa un…una specie di…un pecorone storto e goffissimo ma bello grosso, che semina il terrore. Lo scienziato e i suoi amici, oltretutto, dovranno vedersela anche con un gruppo di cowboy razzisti che tentano di linciare un tizio di colore per futili motivi; ovviamente, l’inguardabile pecorone non sarà la bestia più feroce…
Questo film ci lacera interiormente. Le intenzioni di critica sociale degli autori sono evidenti: la società rurale statunitense è rappresentata in tutta la sua grettezza e chiusura mentale, persino troppo: i personaggi sono sgradevoli e malvagi, i conflitti all’ordine del giorno, il finale atroce e senza speranza. Tutto ciò è lodevole. Il problema è che, non si sa per quale delirio mentale, Fredric Hobbs ambienta tutta questa bella roba in una storia di pecora mutante buona-ma-anche-cattiva (tipo King Kong, per capirci, scusate la bestemmia), oltretutto in un film molto noioso per almeno due terzi della sua durata. L’azione si sviluppa infatti nell’ultima mezz’ora, mentre prima ci si limita a qualche scazzottata per motivi non chiarissimi; anche il lato tecnico, soprattutto nel settore audio-video (soundtrack impresentabile), lascia molto a desiderare, e qui i motivi sono dovuti all’inettitudine più che al basso budget.
La pellicola inizia ad ingranare solo quando il pecorone cresce e si palesa in tutta la sua (posticcia) bellezza: un figurante in un costume presumibilmente scomodissimo, storpio, con escrescenze dalla dubbia identità, che si muove lentissimo e non è capace di fare niente se non terrorizzare chi se ne imbatte. All’inizio, allo stato neonatale, la pecora assomiglia molto a un pollo arrosto di quelli che si vedono nella teca di vetro dell’Esselunga. A un certo punto, più o meno casualmente, cresce e fugge, seminando il terrore (va detto che solo grazie alle spiegazioni dei protagonisti capiamo che si tratta di una pecora, non ne ha davvero l’aspetto, ma in effetti non ha l’aspetto di un bel niente, quindi non poniamoci il problema). O almeno provandoci, a seminare il terrore: l’unica vera vittima è un tizio che muore solo perchè viene buttato già da un tetto, per il resto la pecora fa più paura che danni. Seriamente, va lenta come la quaresima, non ha particolari poteri se non quello di essere brutta, che danni dovrebbe fare? Per fortuna riesce comunque a rendersi protagonista di un paio di sequenze memorabili: il girovagare del “mostro” nel deserto, con un passo davvero letargico che lo fa sembrare la creazione di qualche regista astrattista, e la fantastica apparizione ad un picnic di bambini: gli sciocchi mocciosi non si accorgono dell’arrivo della creatura, nonostante questa ci metta un mucchio di tempo ad avvicinarsi e sia (supponiamo) piuttosto rumorosa, fuggendo terrorizzati solo quando il coso è ormai a un paio di metri di distanza! Come detto, alla fine non è la pecora il vero mostro, ma gli abitanti della comunità di cavernicoli, che lo catturano, lo chiudono in un furgoncino e lo fanno esplodere senza un motivo. Ma il fumo giallo prodotto dal rogo si sprigiona e va a contagiare altri ovini intenti a brucare paciosamente: l’incubo, per i biechi abitanti di Indian Flats, non è ancora finito…per lo spettatore invece sì. Per fortuna, eh.

Produzione: USA (1973)
Scena madre: quella del picnic con i bambini è talmente brutta che l’hanno messa pure nel retro della VHS.
Punto di forza: il mix di (rozza) denuncia sociale e di totale incapacità cinematografica è potenzialmente devastante.
Punto debole: Fredric Hobbs aveva pochi soldi e quindi sceglie di centellinare le apparizioni del suo mostro. Fredric, che è questo pudore? Su su, facci vedere il mostro, tanto il risultato è già compromesso fin dalla stesura del plot!
Potresti apprezzare anche…: andare a una fiera contadina del novarese-vercellese e riempirti di acidi, il risultato dovrebbe essere più o meno lo stesso.
Come trovarlo: come spesso accade per queste pellicole, la lotta alla diffusione online di Godmonster non è esattamente la priorità delle forze dell’ordine internazionali. Il problema è che dovete non solo masticare un pò di inglese, ma anche affinare l’udito, perchè l’audio è pessimo.

Un piccolo assaggio:

(ecco qui gli highlights del pecorone, va’ che bellezza)

2,5

Eegah

Ma quanto erano belli questi poster anni '60?

Ma quanto erano belli questi poster anni ’60?

Di: Arch Hall Sr.
Con: Richard Kiel, Marilyn Manning, Arch Hall Jr., Arch Hall Sr.

Ah, gli anni sessanta! Ah, il rock’n roll! La contestazione! Il Vietnam! Gli uomini primitivi in California!
Come? Non c’erano uomini primitivi in California? Ce li mette Arch Hall Sr.! Proprio in California, in una strada in mezzo al deserto, Roxy, frivola ragazza di città, vede la figura di un gigantesco uomo primitivo, vestito di pelli e armato di clava. Svenuta e subito ripresasi (ma continua a fingersi morta con sopraffina arguzia tattica), la ragazza viene salvata in extremis dall’intervento del suo ragazzo, Tommy, che suona in una rock band, è pettinato come un decerebrato e recita con i piedi. Siccome nessuno le crede (padre e fidanzato per primi), Roxy li conduce sul luogo dell’evento. Il ritrovamento di una gigantesca orma semi-umana convince il padre, scrittore di libri d’avventura, che qualcosa di vero ci sia. Mandati Roxy e Tommy a fare un party in piscina (durante il quale il carciofo non mancherà di suonare una tremenda serenata per la sua bella), il professore si avventura da solo nel deserto, non accorgendosi di avere il primitivo a pochi metri e venendo da lui sorpreso. Accorsi poco dopo per soccorrerlo, i due fidanzati vengono divisi: Roxy è fatta prigioniera dal mostro, che viene chiamato Eegah in quanto è il verso che fa più spesso, mentre Tommy gira senza meta nel deserto col suo bel fucilino. Qui parte un lunghissimo approfondimento sul gigante, le sue abitudini, i suoi parenti (sono mummificati nella grotta e lui ci parla, li presenta anche a Roxy con tanto di stretta di mano), almeno fino a che Roxy non riesce a sedurlo e a farsi condurre fuori dalla grotta. Lei, Tommy e il padre riescono così a fuggire dalle grinfie del povero uomo-scimmia, ma non è finita qui: ormai innamorato di lei, Eegah raggiunge la civiltà e irrompe prepotentemente durante una festa in piscina; qui, nonostante le suppliche dell’insopportabile Roxy, verrà crivellato di colpi dalla polizia. Finale trashissimo con una citazione biblica a casaccio sui giganti, roba da anni cinquanta proprio.
Le poche informazioni reperibili su questo film lasciano intendere come fosse solo un veicolo commerciale per sponsorizzare l’attività musicale del figlio: questo tra l’altro spiegherebbe perchè ogni volta che questo citrullo fa partire una canzone, anche in mezzo al deserto, subito partono coretti e batteria di sottofondo, e anche perchè ci tocca sorbirci le sue esibizioni canore. Diciamo che, trattandosi di per sè di un film noiosissimo, le nenie mielose di Tommy non aiutano. Su Internet si cita un budget di quindicimila dollari del 1962: noi non ne abbiamo visti neppure mille. Gli attori sono fondamentalmente quattro (Roxy, Tommy, il padre di lei e Eegah), nessuno dei quali brilla per capacità recitative: anche nelle situazioni di pericolo, o quando vengono aggrediti dal mostro, tutti parlano con la pacatezza e la calma di Lord inglesi alla Camera, tranne il giovane Tommy, che enfatizza ogni frase piazzandoci un “wow” o ripetendo le battute due o tre volte. Quello che sembrava essere un gran bell’horror si dimostra alla fine un palloso trattato su Eegah (la parte nella grotta è da denuncia penale per noia, anche se la scena in cui la tipa fa la barba al primitivo rendendolo una specie di Lerch della Famiglia Addams merita) con un finale scontatissimo. Il protagonista, che poteva essere il valore aggiunto della pellicola (tra l’altro, l’attore era alto quasi 2 metri e 20, quindi non c’era bisogno di effetti particolari), non ha mai la possibilità di sfogare la sua furia, e si limita ad accarezzare Roxy e a mollare sganassoni a chi gli capita: il suo look con pelle e clava posticcia ricorda più un episodio di “Ciao Darwin” che un uomo delle caverne.
E’ consigliato soprattutto ai nostalgici degli anni cinquanta-sessanta.

Produzione: USA (1962)
Scena madre: la fuga con il dune buggy. Nonostante sia evidente la difficoltà di questo mezzo in salita, i protagonisti si ostinano ad evitare le strade dritte, rischiando di farsi raggiungere da Eegah. Prima di partire, Tommy giustifica il proprio “sabotaggio” al mezzo dicendo “l’avevo bloccata perchè nessuno la rubasse”. In mezzo al deserto!
Punto di forza: lo squisito disprezzo del ridicolo che caratterizza il film.
Punto debole: è davvero noiosissimo, un mattone nonostante la durata relativamente breve.
Potresti apprezzare anche…: The beast of Yucca Flats.
Come trovarlo: la fama di cult degli ultimi anni ha permesso di farlo uscire in DVD nei paesi anglosassoni.

Un piccolo assaggio:

(una lacrima strappa storie)

2

Sexual parasite – Killer pussy

Inguardabile a partire dalla locandina.

Inguardabile a partire dalla locandina.

Di: Takao Nakano
Con: Sakurako Kaoru, Natsumi Mitsu, Tomohiro Okada

A costo di essere accusato di qualunquismo orientaleggiante, devo fare questo paragone: avete presente quando, in visita a un mercatino, vi fermate davanti alla bancarella dei cinesi? Sapete che troverete solo della roba tarocchissima e di dubbia utilità, ma non potete esimervi dal contemplare cotanta trashosità. Ecco, questo film, come tutte le pellicole di Nakano in generale, è l’equivalente cinematografico di quella sensazione. E’ farlocco all’inverosimile, visibilmente un pretesto per mostrare un pò di splatter e di sesso a buon mercato, eppure attrae. In questo caso il pretesto è la mitica leggenda della “vagina dentata”, incubo di ogni uomo. La tradizione viene recuperata con l’invenzione di un pesce-verme, chiamato Apalacha Mogeta, che infetta le fanciulle trasformando i loro genitali in macchine di morte. A farne le spese sono tre ragazze (ma soprattutto due ragazzi) che si fermano in un bosco. La trama è scontatissima: una delle ragazze contrae il virus e, nel modo più gradevole al mondo (rapporti sessuali totalmente a caso e totalmente promiscui) lo trasmette agli altri quattro imbecilli, che non sospettano nulla nonostante le varie stranezze accadute. La pattuglia dei vivi si riduce sempre più, e nonostante gli sforzi della tettona superstite (che si arma di lame, cacciaviti e attrezzi vari nonostante possieda una pistola carica) il parassita non verrà fermato, e sarà proprio lei a continuarne la riproduzione ai danni di un insulso autostoppista ingrifato.
E’ davvero difficile dare un senso a Sexual parasite, noto anche come Killer pussy. L’unica cosa certa è che trattasi di un film tipicamente giapponese: tette giganti, mostri tentacolati, robe sessuali strane, scolarette sexy e censura dei genitali. La storiella del parassita passa alla fine in secondo piano, e a nessuno spettatore frega molto di come andrà a finire. Accettato questo, i cinquantanove minuti di “film” si dipanano tra una scena assurda e l’altra: nella maggior parte dei casi, non c’è un vero e proprio legame causa-effetto e il senso finale della sceneggiatura è affidato allo spettatore. Di buono c’è che, con un budget che immaginiamo non superiore alle ventimila lire, il maestro Nakano riesce a tirar fuori della roba veramente schifosa e raccapricciante, soprattutto per le spettatrici più sensibili. Ovviamente a far senso sono le situazioni in sè e non l’effetto: è impossibile provare schifo nel vedere degli intestini fatti con cuscini, rane e tentacoli digitali e chili di yogurt spacciati per sostanze tossiche che fuoriescono da tutti gli orifizi delle protagoniste (con un effetto talmente approssimativo da fuoriuscire dai margini dei corpi sconfinando nel dadaismo più assoluto.
Assolutamente inutile cercare un senso nelle azioni dei protagonisti: tutti fanno cose strane e improvvisate, i cui scopi finali sono sempre, essenzialmente due: una scena splatter e le protagoniste che mostrano le tette (non che ci dispiaccia). Tra le scene più insensate: i tre superstiti vedono un cadavere e scappano in tre direzioni diverse, andando incontro alla morte; il ragazzo che, dopo aver visto i cadaveri delle amiche, accetta la (a dir poco sospetta) proposta di una di esse di trombare, permettendole ovviamente di infettarlo col parassita evirandolo; la canzone Se sei felice e tu lo sai batti le mani tradotta in giapponese, non pensavamo esistesse e invece sì; il dottore incappucciato che spunta fuori alla fine solo per puntare la pistola (ma non usarla), piangere sulla moglie morta e poi morire anch’egli. In quanto al finale, è più prevedibile della tamarraggine in un film di Michael Bay.
Cinquantanove minuti di assurdità senza senso, tra effetti caserecci e scene porno-soft. Se non altro dura poco. E Nakano ha il merito incredibile di fare un film sulle infezioni ai genitali senza poter mostrare i genitali per motivi di censura. Una curiosità: digitare il nome di Natsumi Mitsu su Google equivale a un viaggio nello strano mondo del porno giapponese. Si capiscono molte cose sulla sua recitazione.

Produzione: Giappone (2004)
Scena madre: ce ne sarebbero parecchie, piene di sesso e violenza. Quella che fa più ridere è però, sul finale, l’agguato a bastonate tra due ragazze. Quella che picchia non ci mette nessun impegno, e le botte che riesce a dare sono più finte del mitico schiaffo subito dal maestro Andolfi in Riecco Aborym.
Punto di forza: la sesta abbondante di quasi tutte le protagoniste.
Punto debole: Nakano non riesce a raggiungere le vette di divertimento presenti in Big tits zombie, e Sexual parasite finisce per essere trash fine a sè stesso. Non è del tutto inguardabile, comunque.
Potresti apprezzare anche…: Big tits zombie, in cui Nakano affina le capacità e raggiunge il massimo livello di risate e nonsenso.
Come trovarlo: in lingua originale si trova abbastanza facilmente; ovviamente nessuno l’ha mai distribuito in italiano o sottotitolato. Se vi va bene lo trovate con i sub in inglese come noi, ma vi assicuriamo che i dialoghi non hanno nessuna importanza in film come questi.

Un piccolo assaggio: (guardate qui che bella roba)

1,5

Sand Sharks

Tremors grida vendetta!

Di: Mark Atkins
Con: Brooke Hogan, Corin Nemec, Gina Holden

Innanzitutto, ringraziamo l’amico Karinzio per averci fatto conoscere questa perla: una recensione è già stata fatta, molto meglio, da lui: ve la proponiamo nel link video in basso. Sand Sharks è un film straplagiato da mille altre pellicole sul tema degli squali assassini, ma con un elemento che lo rende unico nel suo genere. In una spiaggia dove si prepara una festa, alcuni squali sgranocchiano bagnanti e seminano il terrore. La loro particolarità? Questi squali nuotano nella sabbia, come dice il titolo. Cosa respirano? Di che si nutrono? Da dove arrivano? Queste sottigliezze sono lasciate alla fantasia dello spettatore. Va detto, però, che gli attori ce la mettono tutta per essere ancor più ridicoli dei pesciozzi digitali. I protagonisti sono uno sceriffo bolso, una biologa marina maggiorata e uno squalo (della finanza) che organizza il festone. Essendo i primi 45 minuti assolutamente banali, li riassumeremo in poche frasi: gli squali divorano della gente, lo sceriffo chiede di rimandare la festa, lo yuppie, che è anche il figlio del sindaco, rifiuta. Si accorgerà del fattaccio solo quando l’allegra famiglia di squali sabbiatici (si dirà così?) inizierà a banchettare con le bagnanti del luogo. A quel punto, interverrà un autentico cacciatore stereotipato, che aveva capito tutto fin dall’inizio ma non è in grado di fronteggiare la situazione: dopo aver fritto cinque-sei cuccioli e asfaltato la spiaggia (l’effetto speciale è veramente ignobile), lo squalo-mamma lungo 20 metri uscirà dal ventre roccioso di una montagna per fare giustizia. Il finale è qualcosa di epocale: rimangono vivi lo sceriffo, la biologa e il cazzone che ha organizzato la festa. Quest’ultimo si trasforma improvvisamente in un clone di Rambo e, in un momento di estremo eroismo, si fa mangiare dagli squali, peraltro inutilmente. La situazione sarà dunque risolta dai due insulsi protagonisti, che si troveranno felici, contenti e coperti di budella.
L’attrice protagonista, la bionda popputa senza cervello immancabile in questo tipo di pellicola, è la figlia di Hulk Hogan: con questa presenza, la burinata trash è assicurata. Degli altri attori, nessuno emerge in modo particolare per bravura, e neppure per forme fisiche (cosa in cui la figlia d’arte, invece, eccelle). A rubare la scena a chiunque sono però gli squali: non sappiamo quale droga si sia iniettato il regista per partorire un’idea tanto idiota, ma ogni apparizione delle bestiole è fonte di risate: disegnati con un pennello digitale da un addetto agli effetti speciali con poca voglia, questi superbi animali sono dotati di numerosi poteri: sfondano la roccia nella loro avanzata, la loro pelle resiste ai proiettili e la mancanza di ossigeno sotterranea gli fa un baffo. Insomma, sono come i mostri di Tremors ma più brutti. Trattandosi di un “beach movie” (ma anche un pò “bitch movie”) la spiaggia è popolata di maschi arrapati e poppute signorine che non fanno nulla per tutto il tempo, salvo ballare, sorridere e mostrare le proprie grazie. La polizia fa come sempre una pessima figura: a parte il fatto che toccano indizi e prove a mani nude, hanno meno personalità delle discinte signorine di cui parlavamo prima. Una delle poliziotte, tra l’altro, muore mangiata da uno squalo: la scena dello yuppie che cerca di riaggiustarne le budella è qualcosa di esilarante; seguirà una telefonata da Oscar dell’assurdo. In alcuni momenti si ha la vaga impressione che neppure il regista e la crew si prendano sul serio, tanta è la stupidità di qualche scena. L’importante è non pensarci troppo. Siete in cerca di tette al vento? Di animali ed effetti speciali ripugnanti? Di dialoghi al limite del pietismo? Sand Sharks è il film che fa per voi!

Produzione: USA (2011)
Scena madre: gli squali flambè e il cacciatore che asfalta la spiaggia. Senza prezzo.
Punto di forza: l’originalità dell’idea…no, ma dai, degli squali che nuotano nella sabbia…ma come gli vengono?
Punto debole: insomma, con un’idea del genere si poteva fare di meglio. O di peggio, a seconda dei punti di vista.
Potresti apprezzare anche…: l’immortale Shark in Venice.
Come trovarlo: in DVD, versione anglosassone. In fondo, i dialoghi non sono così importanti!

Un piccolo assaggio: (la geniale recensione del Karinzio!)

Slugs – Vortice d’orrore

Il titolo della collana di DVD la dice lunga…

[Krocodylus1991, Nehovistecose]

Di: Juan Piquer Simon
Con: Michael Garfield, Kim Terry, Alicia Moro

Se con le rane assassine di Frogs pensavate di averle davvero viste tutte nel campo degli animali assassini, dopo aver visto Slugs vi ricrederete. Qui i mostri mutanti carnivori sono delle lumache. Non lumache giganti, o vermoni tipo Tremors; proprio le lumache senza guscio, quelle rosse o nere che infestano gli orti, a grandezza naturale. Ora, noi possiamo capire che questi animaletti facciano un pò schifo, siano viscidi al tatto e rovinino le piante, ma le statistiche insegnano che non hanno mai ucciso nessuno, a parte acari e vermi. Chi di voi, nel creare un “vortice d’orrore”, ci metterebbe delle lumache? Eppure, i protagonisti del film si cagano addosso ogni volta che le vedono. Nella prima scena, una ragazza in barca vede il suo ragazzo trascinato in mare, seguito dall’immancabile spruzzo rosso sangue. Cioè, stiamo parlando di lumache, non di squali! Dopo i titoli di testa , facciamo conoscenza dei protagonisti: tre-quattro coppie che passano il loro tempo a stuzzicarsi con frasette a doppio senso abbastanza vomitevoli. Teniamo presente che i protagonisti sono tutti maschi, poichè alle donne spetta il ruolo di frignona da proteggere e scalda-letto. Dopo l’omicidio di un barbone nella sua casa ad opera delle lumache, i nostri eroi capiscono che qualcosa non va. La convinzione è rafforzata dopo altri due delitti: l’assurda morte di un vecchio giardiniere (che descriviamo nella scena madre, più sotto) e la tragedia di due giovinotti che, troppo impegnati a trombazzare, cadono in mezzo alle lumache e non si rendono conto che, fondamentalmente, basterebbe alzarsi in piedi. Mentre l’addetto alle fogne e l’ispettore sanitario cercano un rimedio, i simpatici animaletti fanno strage: a parte l’insignificante sindaco, assistiamo alla morte al ristorante di un venditore di terreni, nella scena più splatterosa del film: centinaia di vermi escono dalle orbite oculari e da un pò tutto il corpo del malcapitato, reo di aver mangiato insalata con dentro un lumacone. La soluzione escogitata è geniale: produrre mezza tonnellata di composto esplosivo (arsenico più litio, evidentemente il chimico ne teneva un camion dietro casa) e friggere le lumache direttamente nelle fogne. Il protagonista rassicura i compaesani: “non ho intenzione di far saltare la città”, cosa che puntualmente farà in un tripudio di case e macchine in fiamme, presumibilmente con alcune vittime. Ciò però non impedisce, dopo le due parole di rito dedicate all’amico morto, all’insulso protagonista di filarsela con la sua donna, fino a quel momento trattata come un essere inferiore.
Ammettiamo che il film parte con un grave handicap: è impossibile creare tensione usando come antagonisti degli animaletti che non ucciderebbero neppure una persona in coma. Simon ci prova, aumentando in alcune scene la potenza mandibolare delle bestiole: quando mordono il dito del protagonista esce mezza goccia di sangue, ma quando si dedicano alla giovane coppia divorano gli intestini di lei in pochi secondi. La recitazione è di per sè uno schifo, su questo non ci piove; ma è vero anche che la sceneggiatura scritta da Simon metterebbe in seria difficoltà anche Al Pacino. Valga per tutte la scena, esilarante, dell’interrogatorio al cuoco di Trombino’s. Offeso nell’orgoglio dall’insinuazione che il suo cibo fosse avariato, questo losco figuro si esibisce in una gragnuola di insulti in siciliano che terminano con “gli infilo io un bel lumacone di minchia su per il culo fottuto”, un siparietto assurdo che non ha alcuna connessione con tutto il resto e che è stato probabilmente girato sotto l’effetto di potenti acidi. Unica cosa a sollevare il film è una dose massiccia di ridicolo involontario; a parte la trama improbabile, è divertente vedere come il regista si inventi situazioni inverosimili per fare in modo che le lumache risultino pericolose. Oltretutto, gli ottanta minuti scarsi di pellicola sono strapieni di scene-riempitivo, tutte esilaranti; in una di queste avviene una patetica seduzione in una cantina, con il ragazzo talmente ubriaco che anche in seguito, al momento dell’amplesso, non sembra sentirsi troppo bene. In un’altra fenomenale sequenza due ragazzi pomiciano ad una festa. Un tizio li osserva con una maschera da teschio. Uno pensa a uno scherzo, invece no: il maniaco tenta uno stupro in piena regola ai danni della poveretta, che sfugge soltanto finendo in una fogna, divorata dalle lumache. Non si fa più alcun cenno allo stupratore, in compenso sono passati altri cinque minuti di film. Se non vi fa senso vedere delle lumache riprese da vicinissimo (in un patetico tentativo di farle sembrare più spaventose), godetevelo!

Produzione: USA (1988)
Scena madre: la morte del vecchio botanico, in cui tutto va storto. Gli entra una lumaca in un guanto, lo morde, lui cerca di toglierlo ma non riesce, tenta di tagliarsi la mano, si fa cadere addosso un armadio, la moglie non lo sente perchè passa l’aspirapolvere, fa cadere per sbaglio una tanica di non si sa cosa e tutto esplode tipo napalm. Imperdibile!
Punto di forza: la giusta dose di splatter.
Punto debole: lo ripetiamo, sono lumache, maledizione, lumache! Non si può basare un film horror sulle lumache!
Potresti apprezzare anche…: Frogs.
Come trovarlo: supponiamo non esista la versione DVD italiana, ma abbiamo la certezza della sua reperibilità in VHS.

Un piccolo assaggio:  (c’è tutto su Youtube, non abbiamo trovato altri filmati in proposito…)

Yeti

Sono queste locandine che ci fanno venir voglia di vedere i film!

[Krocodylus1991, Gatoroid]

Di: Paul Ziller
Con: Carly Pope, Peter DeLuise, Ona Grauer

Un film definito da Wikipedia “versione splatter di Alive” che, al classico canovaccio della tragedia aerea, aggiunge elementi di spicco che richiamano alla memoria dei trashofili il film Yeti, castroneria italiana del 1977 e cult del genere, non può che attirare le nostre attenzioni. L’inizio promette bene: nell’aereo c’è una squadra di football americano che, senza un perchè, si accompagna con due fratelli cinesi, un paio di gnocche d’ornamento e una inverosimile direttrice sportiva non ancora trentenne. L’aereo cade a causa di una tempesta in CG, e i poveretti si ritrovano sperduti a 4500 metri sull’Himalaya. La catena montuosa si presenta subito come un pò insolita: a parte la presenza dello yeti, visto per dieci secondi sfocati durante i titoli di testa, segnaliamo alberi in fiore, fauna e flora rigogliose e una temperatura abbastanza mite da permettere ai ragazzotti di stare tranquillamente in maniche corte. Nel giro di poche ore, i pivelli scatenano tutti gli stilemi tipici del genere: indecisione su chi deve comandare (e non si capisce perchè in un gruppo così risicato debba esserci un leader), gelosie, lutto fintissimo dei parenti morti. Intanto, ogni notte lo yeti arriva e si porta via un cadavere: una ragazza lo vede, ma non viene creduta. Ora, i cadaveri sono una dozzina al massimo, e sono i loro amici e compagni: una verifica sarebbe abbastanza semplice. Ma questa idea non sfiora neppure i cervelli annebbiati dei giovanotti. Al momento di scegliere se mangiare o meno i cadaveri, il regista Paul Ziller ci regala una perla d’altri tempi: il capetto della situazione inscena un melodramma a base di “non guardatemi, vi prego”, e via a squartare. Quando torna, porta cinque o sei rettangoli rosa che Ziller vorrebbe farci credere estratti da un cadavere con un vetro rotto! Ed ecco che arriva lui, lo yeti. In alcune scene si tratta di un poveraccio con un costume da Chewbecca bianco, mentre per i salti di 30 metri e le inquadrature più ostiche si ricorre alla solita CG scadente. Nel finale, grazie anche all’aiuto di due insopportabili guide alpine tra cui un clone sbiadito di Bear Grylls, alcuni dei mentecatti riusciranno a salvarsi. Purtroppo. Ah, c’è anche uno che riesce a sopravvivere cinque giorni da solo, nella neve, con due gambe rotte e un razzo in un occhio. Quei cornuti dei suoi amici lo lasciano lì, ci penserà lo yeti. Seccante.
Tralasciamo gli effetti speciali: tutte schifezze che abbiamo già visto altrove. Sorprende, invece, il comico doppiaggio italiano, indegno di una puntata di Centovetrine, così come lascia basiti l’assoluta prevedibilità degli avvenimenti. Gatoroid ha vinto facilmente la scommessa iniziale secondo cui il biondissimo protagonista avrebbe finito per mostrare alla lanciatrice di giavellotto (per cortesia!) la propria atletica asta. Fin da subito è chiaro chi vive e chi muore, anche se tutti sono così stupidi e incapaci che vien quasi da tifare per lo yeti. I due bambocci di cui si diceva, peraltro, sono protagonisti di una scena epica: mentre lui cerca di catturare una lepre con una valigia (l’Himalaya pullula di leprotti, lo sapevate?), lei lancia un manico di scopa affilato sulle rocce, manco fosse Ryu il ragazzo delle caverne, e accoppa la ridicola palla di pelo spacciata per l’animale, giustificandosi poi dicendo di aver vinto non si sa quale competizione di lancio. Il comportamento delle due guide alpine, che vanno a cercare i superstiti ridacchiando, è altrettanto scandaloso: nel momento di massima tensione osservano i ragazzi con un binocolo, e la visuale lascia chiaramente intravedere che si trovano a pochi metri di distanza! Le abilità del mostro sono inoltre encomiabile: oltre a saltare come un pazzo è pure un maniaco sessuale, come si intuisce dalla vergognosa scena della grotta. Sa poi spappolare le teste umane come meloni (sia con le mani, sia con i piedi), e, nella scena migliore del film, staccare una gamba al soccorritore e usarla per picchiarlo!

Produzione: USA (2008)
Scena madre: quella in cui lo yeti prende la guida e, come si dice alla romana, “je stacca ‘na gamba e je ce mena”. Superlativa.
Punto di forza: la realizzazione è talmente scandalosa da poter stupire. Nonostante tutto.
Punto debole: non dimentichiamo che si tratta di un film realizzato apposta per le pay-tv: un riempitivo tra una partita e l’altra, insomma.
Potresti apprezzare anche…: Skeletonman. Ma così, non sapevo cos’altro metterci.
Come trovarlo: essendo un film tv, dubito sia uscito in DVD, e anche fosse la cosa non m’interessa.

Un piccolo assaggio:  (direttamente da Sky, l’intero film! PS: la sequenza della gamba è verso la fine…)

Zarkorr! The invader

Ci vuole del coraggio...

Di: Michael Deak, Aaron Osborne
Con: Franklin A. Vallette, Don Yanan, Peter Looney

Molte volte, dall’inizio di questa avventura nel mondo degli Z-movies, mi sono sentito rivolgere la seguente critica: facile criticare i film vecchi per gli effetti speciali, ma all’epoca, negli anni ’60 e ’70, non c’erano i mezzi. Ho espresso la mia posizione in proposito in una vivace discussione con l’utente Francesco, che potete leggere qui. Potete quindi capire quale gioia sia stata, per me, la scoperta di questa sconosciuta pellicola, prodotta con due lire nell’anno 1996! Un mostro alieno, Zarkorr, attacca la civiltà umana, distruggendo decine e decine di modellini con le sue movenze goffe, provocate dalle evidenti difficoltà di movimento del poveraccio in costume. In tutt’altro luogo Tommy Ward, postino e uomo mediocre, riceve la visita di una tizia maggiorata alta 10 centimetri e dalla voce insopportabile, che dice di essere una sua proiezione mentale (chissà, forse il film stesso è una proiezione della nostra mente malata) e che lui è stato scelto da una razza aliena come rappresentante dell’umanità media, e, dunque, dovrà sconfiggere Zarkorr. Dopo una tranquilla conversazione su argomenti futili (il senso e la nascita della vita, in una prospettiva così atea da far impallidire Margherita Hack!), Tommy, colpito da inspiegabile monomania psicotica, rapisce una paleontologa vista in tv, la dottoressa Martin, e con l’aiuto di un poliziotto conquistato alla causa si reca da un hacker: costui, il personaggio più irritante del film, è il classico pazzoide occhialuto che parla come uno scimunito ma è in grado, con il suo ammasso di ferraglia, di entrare nei siti del governo e di scoprire che proprio dove il mostro si è fatto vivo la prima volta c’è qualcosa che può distruggerlo. E qui sta il colpo di genio: l’oggetto in questione è un patetico scudo in plasticaccia, enorme e scomodissimo, che i tre babbei caricano nel baule dell’auto (tutto vero!). Alla fine Zarkorr sarà sconfitto, e il protagonista accetterà di buon grado la candidatura dei Verdi alla presidenza USA. Non. Sto. Scherzando.
Osborne, principale artefice di quesa genialata, è un vero eroe: nessuno, negli anni ’90, avrebbe mai pensato di resuscitare il genere sauresco senza i mezzi adeguati. Ma lui sì. Nella migliore tradizione dei capolavori giapponesi, ad un reparto effetti speciali inaccettabile, si accompagna una trama da coma etilico, che parrebbe scritta da un bambino di seconda elementare. Il kitsch regna sovrano, a partire dagli inguardabili vestiti della nana maggiorata, per concludere con gli splendidi modellini Hotwheels e Majorette che accompagnano ogni azione del bestio. Proprio lui, paradossalmente, è il punto debole del film: è vero che ogni sua apparizione fa cadere qualsiasi parvenza di serietà sfidando senso logico e leggi della fisica. Ma nei 75 minuti che compongono Zarkorr! (perchè, oltretutto, c’è il punto esclamativo?) lo spazio a lui riservato è troppo esiguo perchè possa farla da padrone. Ciò non toglie che il film sia davvero godibile, dotato com’è di un ritmo quasi mai lento e di battute deliranti che vi lasceranno esterrefatti!

Produzione: USA (1996)
Punto di forza: il genere, incredibilmente cangiante: mostro, pippone filosofico, action movie stile Il negoziatore, thriller informatico, mostro. Ge-nia-le!
Punto debole: dateci più Zarkorr!
Come trovarlo: prevedibilmente, è stato un fiasco clamoroso. Oggi come oggi, è reperibile in lingua straniera su Internet. O nelle solite bancarelle da due euro.
Da guardare: condividete con gli amici tanta grazia!

Un piccolo assaggio:  (qui potete vedere Tommy Ward accettare la candidatura dei Verdi alla presidenza. Ma come gli vengono?)

Quella villa in fondo al parco (Rat-man)

Locandina ingannevole!

Di: Anthony Ascot (Giuliano Carmineo)
Con: Nelson De La Rosa, David Warbeck, Janet Agren, Eva Grimaldi

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questo Rat-man, uscito in Italia come Quella villa in fondo al parco per sfruttare il successo del quasi omonimo cimiteriale di Fulci, non è una trasposizione su schermo del mitico fumetto di Leo Ortolani. Nella fattispecie, si tratta di un incursione nel genere horror del regista Giuliano Carmineo, che già aveva dato il suo contributo al western (Gli fumavano le colt…lo chiamavano Camposanto) e alla commedia scollacciata (L’insegnante balla…con tutta la classe). A dire il vero, si tratta di un titolo privo di senso, così come la locandina: non vedrete case abitate da oscure presenze, nè mani che piombano verso lo spettatore. La storia narra le banalissime vicende di uno scienziato che, senza un perchè, decide inopinatamente di creare un ibrido scimmia-topo, e non chiedetemi come gli sia venuta in mente questa idea malsana. Il luminare lo rinchiude in una gabbia di canarini, da cui il mostro fuoriesce senza problemi pochi minuti dopo. Il patetico ibrido inizia a seminare terrore uccidendo chiunque gli capiti a tiro grazie alla sua abilità di trasmettere la leptospirosi semplicemente graffiando la gente. Qui la storia si interrompe, e viene dato largo spazio all’inutile vita di due modelle. Una di loro sarà presto uccisa dal mostro, ma le autorità daranno la colpa a un maniaco locale. Le indagini saranno effettuate da uno scrittore di gialli che si improvvisa detective e da una delle modelle, che scopriranno a proprie spese l’intrigo.
La parola “squallido” non è sufficiente a descrivere appieno questo film: recitazione pessima, effetti speciali minimi e ridicoli, logica narrativa assente. Da questo tipo di opere ci si aspetterebbe una gran dose di risate, ma purtroppo Quella villa in fondo al parco fa eccezione: a parte il mostro, c’è ben poco da ridere. A proposito, il mitico ibrido scimmia-topo è qualcosa di sensazionale: non assomiglia nè ad una scimmia nè ad un topo. Lo si potrebbe definire come un nano truccato con della fuliggine. L’attore che lo interpreta, Nelson De La Rosa, è uno degli uomini più bassi del mondo (70 centimetri), e Carmineo lo sfrutta senza pietà in ridicoli attacchi a modelle inermi: memorabile l’uccisione di Monique, in cui un buffetto su una guancia riesce nella non facile impresa di squarciare la gola alla poveretta. De La Rosa si lancia con perizia da perfetto wrestler sulle malcapitate, mentre pompette nascoste eruttano modesti getti di sangue. Queste scene sono abbastanza ridicole, ma finisce qui: se si esclude la scena della doccia (la prosperosa Eva Grimaldi che si lava muovendosi e ansimando come una pornostar!) e un paio di corbellerie comportamentali, tipo la modella che perde mezz’ora per rimettersi la scarpa invece di salvarsi la pelle e il tassista che dice di aver bucato tre gomme in un giorno (che sfiga!), si naviga nella noia più totale. Deludente.
[Curiosità: lo staff di filmbrutti.com fa giustamente notare come il film sia stato distribuito ovunque come Rat-Man. Molto probabilmente, l’idea di un ibrido uomo-ratto era troppo oltraggiosa per la morale italica]

Produzione: ITA (1988)
Punto di forza: le esilaranti incursioni del malefico nano fuligginoso!
Punto debole: tutto il resto.
Come trovarlo: è ormai un cult, uscito persino in DVD.
Da guardare: ma anche no.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=zLRHHLHkDp4 (scene più o meno casuali)

Monster – Esseri ignoti dai profondi abissi

B! B! B!

Di: Barbara Peeters
Con: Vic Morrow, Ann Turkel, Doug McClure

Gli uomini pesce sono tornati, e sono più goffi e maldestri che mai! Questo piccolo capolavoro del genere mostro narra le pittoresche avventure di un branco di pesci mutati per colpa dei soliti esperimenti della solita multinazionale nel solito paesino di pescatori. Dov’è la novità allora? La novità risiede nella totale mancanza di pudore della Peeters, che confeziona una pellicola talmente grezza e ridicola che sarebbe risultata indigesta anche negli anni ’50; questo vale per la trama, banale e scontata all’inverosimile (anche se la scena finale rimedia in buona parte al precedente pastrocchio), sia per la qualità tecnica, di cui parleremo più tardi. La sceneggiatura è tanto complessa da stare in tre righe: in un paesino di pescatori succedono fatti strani: la gente scompare, il pesce scarseggia e i cani degli abitanti vengono squartati in una sola notte (uno di essi si chiama Baron, e recita meglio dell’omonimo attore-feticcio di Godfrey Ho). La colpa è di informi e arrapatissimi pesci mutati, che hanno assunto forma umana e si divertono a stuprare fanciulle in fiore e a smangiucchiarne i fidanzati. Gli infoiati pescioni troveranno pane per i loro affilati denti, quando una procace dottoressa, aiutata da alcuni dei bifolchi locali, li ucciderà a colpi di pistola e, soprattutto, di fucile. Questa è l’esile trama, fino alla sorpresa finale: gli ultimi quindici minuti (il film ne dura 75) sono un delirio totale, con i pesci che assaltano la festa del paese sfondando i moli con le loro teste cervellose. La scena finale vede una delle ragazze stuprate partorire un neonato pesce, che, impaziente di seguire le orme paterne, ne sfonda il ventre in una delle scene più trash che il genere abbia mai offerto alla storia del cinema.
Il film in sè non è granchè, ma alcuni aspetti presi singolarmente lo trasformano in qualcosa di incredibilmente B: innanzitutto i mostri, impersonati da sventurate comparse appesantite da costumi ridicoli (in una scena i più attenti potranno vedere il collo di uno dei poveretti), che cambiano forma da una scena all’altra e il cui sguardo fisso nel vuoto non mancherà di produrre risate a volontà. Deliziose le scene degli stupri: la struttura è mutata direttamente dagli anni ’50, con i libidinosi adolescenti che vanno a imboscarsi sulle spiagge per poi venire puniti crudelmente dai babbei acquatici, che si gettano come tuffatori sulle fanciulle indifese. Anche il reparto esplosioni non lascia a bocca asciutta: davvero notevole quella della barca, dove un maldestro trio di pescatori provoca la propria morte facendo esplodere il peschereccio in una scena incomprensibile. Assolutamente inverosimile è quella della casa di uno dei protagonisti: una sola molotov causa un’esplosione degna del bombardamento di Dresda, seguita a ruota da altre, minori, di cui ignoriamo l’origine. Segnaliamo, per concludere, due incongruenze clamorose: in una i mostri rosicchiano le colonne del molo, ma basta un’occhiata per capire che quella scena è stata girata di giorno e non di notte, e comunque in un altro posto. Nella seconda, più complessa, un ragazzotto si bulla con la fidanzata usando un pupazzo da ventriloquo: costui gli ruberà la scena nel momento in cui, pur staccatosi dal proprietario, troppo impegnato a trombare, continuerà a parlare, forse mosso solo dalla vergogna.
Aggiungiamo inoltre una singolare caratteristica del film, vale a dire le locations: nell’ordine: mare aperto, grande città, paesino, spiaggia hawaiiana, palude, fiume lercio, macchia mediterranea. Alcune scene, tra cui quella, patetica, dei due ragazzi che corrono amoreggiando sulla spiaggia, sono melassose almeno quanto Laguna blu. Imperdibile!

Produzione: USA (1980)
Punto di forza: i mostri pesciosi goffi ed esilaranti!
Punto debole: io le trovo spassose, ma qualcuno potrebbe non apprezzare le beghe economico-politiche dei burini paesani.
Come trovarlo: reperibilità quasi nulla. Provare nei negozi di VHS, o nelle bancarelle di Via Po a Torino.
Da guardare: con amici. Amici pazienti.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=IDIBUNRE4ec (trailer incredibilmente anni ’80)